Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

    Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

    Esiste una patologia del diritto che trasforma le aule di giustizia in labirinti senza uscita, dove il dolore delle vittime, un certo tipo di vittime almeno, rischia di diventare un freddo dettaglio procedurale. Il caso degli abusi sui bambini presso la scuola materna “Paolo VI” di Vallo della Lucania è, in tal senso, un paradigma tragico. A vent’anni dall’inizio dei fatti la Corte di cassazione civile ha dovuto alzare nuovamente la voce, annullando la sentenza della Corte d’appello di Salerno e disponendo un nuovo giudizio. È l’ennesimo atto di una tragedia che non conosce il sipario, dove il tempo non è stato galantuomo ma complice dell’oblio.

    Un excursus tra orrore e burocrazia
    La genesi del dramma risale al maggio 2006. In quel contesto, quella che doveva essere un’oasi educativa e formativa si trasformò in un luogo di violenza per alcuni bambini. La religiosa Carmen Soledad Bazan Verde finì in custodia cautelare con l’accusa di abusi sessuali su bambini di appena cinque anni. Ad arrestarla fu il procuratore della repubblica del tempo Alfredo Greco. Il primo grado di giudizio, conclusosi nel 2012 a Vallo della Lucania, produsse una sentenza di roccia: 8 anni alla Bazan e condanne per favoreggiamento alla direttrice e alla vicedirettrice, colpevoli, secondo i giudici, di aver alzato un muro di silenzio attorno a quegli orrori. Non è il primo caso, non sarà l’ultimo all’interno di una scuola, di una parrocchia, di un centro sportivo o in un’abitazione privata: certo non è prerogativa «cattolica» questa infame pratica (quando è accertata per davvero) nonostante la vulgata converga, ingiustamente, su questa linea di pensiero comune. Ma questa è un’altra storia.

    Torniamo al fatto centrale perché il percorso verso la giustizia è stato minato da quello che appare come un incredibile cortocircuito tra uffici giudiziari. Se il tribunale di Vallo aveva scavato nei fatti con precisione chirurgica, la fase d’appello a Salerno ha rappresentato una frattura inspiegabile, in un certo senso. Nel 2016, la Corte d’appello penale ribaltò tutto, mandando assolte le suore. Un esito favorito da un atteggiamento della Procura generale del tempo che ha lasciato interdetti molti osservatori: dopo aver sostenuto l’accusa per anni, la Pg chiese sorprendentemente l’assoluzione finale (addirittura sostenendo per tabulas la presenza di allegati agli atti in realtà mai esistiti!) sigillando di fatto il destino penale della vicenda con un giudicato che oggi appare inamovibile.

    La scure della Cassazione: “Sotto il minimo costituzionale”

    Oggi la partita si gioca solo sul terreno civile, l’unico rimasto aperto per ottenere un riconoscimento che sa di beffa, vista l’età ormai adulta delle vittime. Ma anche qui, la Corte d’appello di Salerno ha inciampato. La Suprema Corte, infatti, nella sua ultima motivazione (luglio 2025) non ha usato mezzi termini definendo il ragionamento dei giudici salernitani come “irrimediabilmente lacunoso e internamente contraddittorio”. Il linguaggio dei giudici di legittimità è quasi brutale: la sentenza di Salerno è stata giudicata “solo apparentemente motivata”, situandosi “al di sotto del cd. minimo costituzionale”. In altre parole, la magistratura di secondo grado avrebbe ignorato i criteri logici elementari per inseguire una tesi assolutoria priva di coerenza con le prove raccolte. Un bordello, si direbbe oggi sfiorando un sarcasmo forse inopportuno tenuto conto del contesto e dei luoghi dei fatti. È, tuttavia, la conferma di una resistenza incomprensibile nel riconoscere una verità che, se ammessa, metterebbe a nudo le gravi responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare e non l’ha fatto.

    La dittatura del tempo: la giustizia come relativismo
    Qui si innesta una riflessione necessaria sulla lentezza dei processi in Italia, un male endemico che finisce per alimentare una sorta di relativismo che svuota di significato ogni valore oggettivo. Se la giustizia ha bisogno di due decenni per stabilire se un bambino sia stato violato, la sentenza finale smette di essere un atto riparatorio e diventa un documento archeologico. In Italia, la durata media di un processo che attraversa tre gradi di giudizio è tra le più alte d’Europa, un paradigma che sa ormai di stantio a furia di ripeterlo: e ieri se ne è avuta la miliardesima conferma con il rituale florilegio di lamentazioni da parte delle figure dell’apparato che vi dovrebbe porre rimedio. Anche questo è un grande classico.

    Nel caso del “Paolo VI”, siamo arrivati a venti anni di attesa. Questo tempo dilatato permette alla verità processuale di divergere dalla verità reale. Il tempo trasforma il diritto in un’opinione variabile, dove il consolidamento di errori procedurali impedisce di arrivare a una conclusione giusta. È la vittoria del formalismo sul valore della persona umana. Quando il giudicato penale si cristallizza su un’assoluzione per inerzia degli uffici inquirenti, lo Stato abdica alla sua funzione regolatrice. “La giustizia che non è celere non è giustizia: è solo un’ingiustizia più lenta”, lo disse secoli fa un certo Seneca, epicureo quanto basta per fotografare ciò che avviene ancora oggi e, chissà, forse avverrà ancora domani.

    Nel caso dei minori di Vallo, il riconoscimento della verità, arrivando dopo vent’anni, è ormai privo della sua forza catartica, liberatoria. Le vittime sono cresciute nell’ombra di un sospetto mai del tutto dissipato dalle aule di giustizia, nonostante i ripetuti richiami della Cassazione.

    Il ruolo della Chiesa e la coscienza delle istituzioni
    Mentre la magistratura si avvita su se stessa, un raggio di luce giunge paradossalmente dall’istituzione che era stata lo scenario del dramma: la Chiesa. Il cambio al vertice della diocesi ha portato un nuovo vescovo che, rompendo con il passato, ha cercato il dialogo con le famiglie delle vittime. Un atto di vicinanza morale che gioca un suo ruolo specifico in questa avvilente faccenda.

    Resta infatti il dubbio etico, chiamiamolo così: come possono gli uffici giudiziari ignorare le lacune segnalate per ben due volte dalla Cassazione (una volta in sede penale e una in sede civile)? L’inerzia di chi avrebbe dovuto proteggere i diritti dei minori rischia di restare una macchia indelebile. È la dimostrazione che, quando le istituzioni rinunciano alla ricerca della verità per «amore» di una stasi burocratica, aprono la strada a quella dittatura del caso dove a vincere non è chi ha ragione, ma chi riesce a far passare più tempo. Il nuovo rinvio alla Corte d’appello di Salerno rappresenta l’ennesima chiamata alla dignità del sistema giudiziario, in questo caso campano. I legali delle vittime hanno già avviato le procedure di riassunzione. Non si tratta più solo di quantificare un danno economico, ma di restituire un briciolo di fede nello Stato a un intero territorio.

    Vallo. Abusi all’asilo Paolo VI, 20 anni senza giustizia

  • CGG: focus sulle Istanze d’Arengo legate al caso pedofilo. Non rispettata, in un caso, l’indicazione governativa

    CGG: focus sulle Istanze d’Arengo legate al caso pedofilo. Non rispettata, in un caso, l’indicazione governativa

    Sessione caratterizzata sin da subito da un’elevata conflittualità. Stesso copione, oggi; quando si è aperto il Comma sul sammarinese condannato per violenza su minori; con la prima lettura del PdL delle Opposizioni per l’istituzione di una Commissione d’inchiesta. Hanno parlato di inerzia “raccapricciante”; ritenendo una “commissioncina” priva di poteri quella tecnico-amministrativa proposta dal fronte governativo; pur indicando in questa occasione il proprio nominativo.

    Dal Segretario Canti riferimenti anche al via libera al trasferimento ai Cappuccini di Steven Raul James; che in Italia – è stato rivelato – avrebbe già subito due aggressioni. Fra gli elementi inediti pure quello riferito da RETE: i fatti erano a conoscenza di “4 soggetti sammarinesi” – è stato detto – già “il giorno dopo”. Nel pomeriggio il “secondo round”: l’analisi di 7 Istanze d’Arengo; il cui “spirito” è stato condiviso dall’intera Aula. Respinta però la richiesta di iscrivere sempre, nel casellario giudiziario, avvisi di garanzia e condanne per pedofilia. Da una parte – ha osservato il Segretario alla Giustizia – sarebbe violata la presunzione d’innocenza, dall’altra si andrebbero a limitare le facoltà del Giudice. “No” anche ad una coppia di Istanze relative all’istituzione di registri o database di persone condannate per questi reati. Un’inammissibile schedatura, è stato detto.

    Diversa sorte invece per la richiesta applicazione dell’articolo della Convenzione di Lanzarote affinché i bambini possano riconoscere precocemente le situazioni di pericolo. Approvate anche 2 Istanze per l’implementazione dei controlli su chi è chiamato a lavorare a contatto con i minori. Richiamata dall’Esecutivo l’attività di analisi, e propositiva, cui è chiamata la commissione tecnico-amministrativa. E ciò al netto dei dubbi di RF sulle doti taumaturgiche – è stato detto – della stessa.

    Non è poi mancata una sorpresa. Vi era un’altra Istanza – sulla falsariga delle due precedenti – riguardante però i volontari presso enti senza scopo di lucro. Dalle fila di Motus non era mancato chi aveva messo in guardia da possibili aggravi burocratici, oltre alla percezione di una presunzione di colpevolezza a monte. L’Aula ha infine votato “no”, nonostante la diversa indicazione del Segretario Bevitori; e con un notevole margine. Chiuso il comma sulla vicenda-choc del pedofilo si è passati all’esame di 2 Istanze d’Arengo – entrambe respinte – relative ai pass disabili. I lavori riprenderanno lunedì.

    Leggi qui il report integrale

    https://www.sanmarinortv.sm/news/politica-c2/cgg-focus-sulle-istanze-d-arengo-legate-al-caso-pedofilo-non-rispettata-in-un-caso-l-indicazione-governativa-a285537

  • Lettera della Garante per l’infanzia Puligheddu all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi: “Più vigilanza anche in ambito ecclesiastico. Basta abusi, tuteliamo i minori”.

    Lettera della Garante per l’infanzia Puligheddu all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi: “Più vigilanza anche in ambito ecclesiastico. Basta abusi, tuteliamo i minori”.

    Cagliari, 14 gennaio 2026 – 37 casi di abusi censiti in Sardegna nell’ultimo quinquennio: 11 a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano e 7 a Nuoro. 196 vittime sopravvissute, di cui 171 erano minorenni al momento dell’abuso.

    Sono i dati che riguardano la Sardegna pubblicati dall’”Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso” censiti tra il 2020 e il 2025. “La situazione degli abusi sui minori nella nostra isola, anche in ambito ecclesiastico, è allarmante – ha detto la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Carla Puligheddu – la Chiesa deve intervenire”.

    In una lettera all’Arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana ha quindi sollecitato un Suo autorevole intervento anche in Sardegna per arginare un fenomeno la cui vera entità è ancora sommersa.

    “In Sardegna – scrive la garante Puligheddu nella lettera all’ Arcivescovo – la maggior parte dei casi non è denunciato contribuendo a lasciare impuniti gli autori di questi orrendi reati, ancora più gravi in quanto perpetrati da persone che proprio perché indossano l’abito talare dovrebbero essere più affidabili”.

    Carla Puligheddu chiede alla Chiesa sarda un atto di coraggio evangelico e civile: la piena e incondizionata collaborazione con la Magistratura, , rinunciando a gestioni interne che hanno finora prodotto solo oblio e prescrizione: “Il tempo del silenzio è finito, deve cominciare quello della tutela dei minori.

    In Sardegna, il dato più allarmante riguarda l’impunità: su 37 casi, 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi duecento vittime note, si contano appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle vittime non ha ottenuto giustizia né in sede civile né in quella canonica, dove per 35 casi su 37 non si ha notizia di alcun processo mai avviato.

    Secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio la situazione anche nel resto d’Italia è drammatica. Si rilevano 1.250 casi tra sacerdoti e indotto laico, che hanno prodotto un numero spaventoso di vittime note, ben 4.625.
    L’incidenza dei soli sacerdoti coinvolti (1.106 su 31.000 attivi) è pari al 3,57%: una percentuale altissima, che emerge spontaneamente anche senza inchieste governative, e che nasconde un sommerso di 839 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria, spesso a causa dei tempi dilatati dei tribunali canonici che portano alla prescrizione dei reati.

    Lettera Garante a Monsignor Baturi

  • La campana contro gli aborti? A Savona i rintocchi per le vittime dei sacerdoti pedofili

    La campana contro gli aborti? A Savona i rintocchi per le vittime dei sacerdoti pedofili

    La campana ha suonato e ha ricordato più di mille nomi: quelli delle vittime di pedofilia nel clero, registrati in Italia dal 2000 a oggi. È accaduto a Savona, in piazza Sisto IV, dove giovedì 8 gennaio la Rete L’Abuso insieme all’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) ha dato vita al flashmob “Per chi suona la campana” per ricordare le vittime di abusi della chiesa.

    I rintocchi sono arrivati in risposta all’iniziativa della diocesi di Sanremo della Campana dei bambini non nati, che dal 28 dicembre scorso suona ogni giorno alle 20 contro l’aborto. Una scelta che ha sollevato un acceso dibattito politico, riaprendo questioni legate all’autodeterminazione delle donne, alla colpevolizzazione di queste ultime, alla laicità dello spazio pubblico e al ruolo della chiesa nel discorso politico e morale. In Italia l’interruzione volontaria di gravidanza è garantita dalla legge 194 da quasi 48 anni.

    Ma non basta a rendere l’aborto accessibile alle donne che, nel nostro paese, sono costrette a un vero e proprio calvario prima di poter decidere in autonomia. Lo hanno ribadito le quaranta firmatarie di Sanremo che hanno presentato un manifesto contro il vescovo della città ligure, Antonio Suetta, promotore dell’iniziativa.

    L’iniziativa

    «Attaccare l’aborto è una scelta che ha un chiaro significato politico», dichiara Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e organizzatore del flashmob a Savona. «Chi sostiene di farlo in nome della tutela della vita dovrebbe essere coerente fino in fondo. La vita andrebbe difesa sempre, non solo quando è funzionale a una battaglia ideologica. Il contrasto che vogliamo evidenziare è proprio questo: si invoca la sacralità della vita, ma poi, quando i bambini vengono stuprati da esponenti religiosi, quelle stesse istituzioni non vogliono più ascoltarli».

    A ogni rintocco di campana, a Savona sono stati i letti alcuni dei nomi e delle storie delle 1.162 vittime di abusi e molestie da parte della Chiesa. In Liguria, i casi censiti sono 70: 15 a Genova, 24 a Imperia, 10 a La Spezia e 21 a Savona. In 51 situazioni non si è mai arrivati a un procedimento nella giustizia ordinaria. «C’è Alessandro, entrato in seminario a dieci anni con una fede sincera, distrutto da un seminarista “anziano” protetto dai vertici», legge Zanardi.

    «C’è Samir, nella comunità per minori di via Manzoni a Savona, dove le porte delle camere erano state tolte per facilitare gli abusi. C’è Mirko, stuprato in tenda durante una gita parrocchiale, che oggi porta sul petto un rosario tatuato con una lametta al posto della croce. C’è Erik, tolto a un padre violento e affidato a un prete che lo era altrettanto. Poi Sara, Paolo, Luis Mario, abusato in una missione all’estero e ignorato dalla chiesa anche dopo la denuncia». Racconti diversi, vicini nella dinamica: il silenzio, la protezione dei responsabili, l’isolamento delle vittime.

    I numeri in Italia 

    A livello nazionale, su circa 31mila sacerdoti attualmente in attività, in base ai dati forniti dalla Rete, 1164 sono stati denunciati per abusi dal 2000 al 2025. Le condanne definitive sono 157, ottenute esclusivamente attraverso i tribunali civili. «Sull’aborto solo la donna può decidere», continua Zanardi. «È una decisione che dev’essere libera anche da violenze psicologiche come quella esercitata da iniziative come la campana di Sanremo. Immaginate come possa sentirsi una donna, magari credente, che vorrebbe abortire. Su questi temi la chiesa la troviamo puntualmente contro la legge.

    Perché si definisce omicidio una scelta riconosciuta dal diritto, mentre si tace sull’“omicidio psichico” subito da chi ha vissuto la violenza. Dove sarebbe necessaria la denuncia, come nei casi di abuso, la chiesa invece scompare. È in questo scarto che viene meno il valore che l’istituzione religiosa dice di attribuire alla vita umana. I bambini e le bambine vittime di abusi all’interno della chiesa hanno meno diritto di essere tutelati?».

    Una domanda che appare scontata nella risposta ma che nei procedimenti, soprattutto canonici, lascia ancora spazio a molti interrogativi.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/savona-presidio-vittime-preti-pedofili-campana-aborti-sanremo-o0jem6zs

  • Rete L’Abuso: i numeri del Piemonte e della provincia di Cuneo

    Rete L’Abuso: i numeri del Piemonte e della provincia di Cuneo

    In Italia oltre quattromilaquattrocento persone hanno segnalato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi.

    È uno dei dati che emergono dal report di Rete L’Abuso, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, sopravvissuto da ragazzo agli abusi di un prete a Savona e oggi tra le principali voci italiane ed europee sul tema.

    Secondo il database di Rete L’abuso, i casi totali di autori di violenze sessuali segnalate (presunte e accertate) nella Chiesa italiana sono 1.296, di cui 1.154 rappresentati da sacerdoti. Le vittime note sono 4.674, di cui 4451 di età inferiore ai 18 anni: 4.444 abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. Di queste, 2.414 sono seguite direttamente dall’associazione.

    L’incidenza dei preti coinvolti – il 3,72% dei circa 31 mila sacerdoti italiani – è considerata “molto alta”, soprattutto tenendo conto che si tratta di un censimento non ufficiale. Le segnalazioni raccolte da Rete L’Abuso coincidono quasi perfettamente con quelle riconosciute da fonti cattoliche nello stesso arco di tempo: uno scarto di soli 60 casi su più di mille censiti.

    Nel panorama regionale, il Piemonte con i suoi 106 segnalati è al secondo posto in Italia dopo la Lombardia che ne ha 174. Dal 2020 a oggi le segnalazioni in Piemonte riguardano 106 abusatori presunti o conclamati. Le vittime piemontesi note sono 388: 40 donne, 348 uomini, di cui 10 adulti vulnerabili e una persona con disabilità; 377 sono minori.

    La distribuzione per provincia mostra: Asti 6 abusanti, Biella 8, Cuneo 24, Novara 12, Torino 31, Verbano 6, Vercelli 8. Tra questi: 91 preti, 4 catechisti, 10 laici, 1 scout.

    Riguardo ai processi canonici ne risultano 5 avviati, 3 mai avviati, dei restanti 98 non si hanno dati, 0 risultano condannati in sede canonica.

    Per quanto riguarda la giustizia penale: 73 casi sommersi (casi noti e mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana), 1 denuncia, 4 indagati, 2 condanne in primo grado, 1 in secondo grado, 18 condanne definitive, 3 prescrizioni, 2 confessioni, 2 patteggiamenti. Rete L’Abuso pubblica sul proprio sito i dati che raccoglie. Esiste anche una sezione dedicata ai dati forniti dalla CEI, nei cui report ufficiali tuttavia non compaiono i nomi dei segnalati, né le diocesi di appartenenza, né i luoghi dei reati, né i provvedimenti adottati, né il numero di vittime coinvolte da ciascun caso.

    «Le scienze psicologiche definiscono gli abusi un vero e proprio omicidio psichico» afferma Zanardi. «Per questo non dovrebbero essere soggetti a prescrizione. E per questo la legge italiana dovrebbe prevedere l’obbligo di denuncia alla magistratura anche per i vescovi, come avviene negli altri paesi. Ma ciò non è possibile finché, in base al Concordato, non sono considerati pubblici ufficiali».

    Donatella Signetti

  • Abusi del clero e preti pedofili: i numeri in Liguria

    Abusi del clero e preti pedofili: i numeri in Liguria

    Rete l’Abuso ha diffuso il secondo aggiornamento del proprio report nazionale che, attraverso un lavoro certosino, testimonianze, storie e denunce, fornisce una vera e propria mappatura della piaga dei preti pedofili e di tutti gli abusi del clero.

    Storie e testimonianze su Dossier GenovaToday

    Un tema che con Genova Today Dossier abbiamo analizzato in maniera approfondita con un articolo a questo link, raccogliendo i numeri, i dati e le denunce sul nostro territorio, ma anche le storie dei ‘sopravvissuti’ e le voci di chi chiede giustizia e lavora per fare emergere dal buio le segnalazioni. In prima linea, da tanti anni, il presidente Francesco Zanardi con tutto il suo staff di lavoro e un’associazione che chiede giustizia e lotta ogni giorno.

    Abusi del clero, 69 casi in Liguria

    Secondo l’ultimo report di Rete L’Abuso in Liguria si contano in totale 69 casi: 15 nella provincia di Genova; 24 in quella di Imperia; 10 in quella di La Spezia; 20 in quella di Savona.

    Le vittime sono 209, prevalentemente minorenni

    Le vittime sopravvissute prevalentemente minorenni (200) sono un totale di 209 di cui 25 donne, 184 uomini. Di queste 9 sono adulti vulnerabili. Gli ‘offender’ sono sacerdoti in 59 casi, si aggiungono otto laici e due appartenenti al mondo scout.

    Tanto sommerso, 5 condanne definitive

    Per quanto riguarda la situazione penale, su 69 casi, in 50 Rete L’Abuso parla di ‘sommerso’, riporta poi tre denunce, due indagati dall’autorità Giudiziaria italiana; un condannato in primo grado, cinque condannati in via definitiva; tre prescritti, tre patteggiamenti, un condannato in sede civile e un pregiudicato.

    Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica a Rete L’Abuso risultano sei procedimenti avviati e cinque mai avviati, sugli altri 58 non ci sono dati. Non risultano all’associazione, infine, condannati in sede canonica.

    Come aveva spiegato Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso, a Dossier, la mappatura è iniziata a partire dal 2000, sugli anni precedenti è molto difficile avere un quadro della situazione per svariati motivi. Meno denunce, niente internet e dagli archivi cartacei dei quotidiani anche pochi articoli.

    https://www.genovatoday.it/cronaca/preti-pedofili-quanti-sono.html

  • “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    Esclusiva del Fatto – Paolo Frosina  30 Ottobre 2025

    Avvertimento. La Relatrice speciale chiede varie modifiche al testo: “La proposta rischia di violare gli obblighi internazionali dell’Italia”

    “Questa proposta di riforma potrebbe privare il pubblico ministero dello status e della garanzia di indipendenza esterna che la Costituzione attualmente assicura attraverso il principio di unità della magistratura, il quale implica un insieme comune di garanzie per giudici e pubblici ministeri e un unico Consiglio superiore”. Stavolta non è una “toga rossa” o un leader di opposizione a mettere in guardia dai rischi del Ddl costituzionale sulla separazione delle carriere, che oggi otterrà al Senato l’ultimo dei quattro via libera necessari in Parlamento prima del referendum. L’appello a ripensare il progetto, rivolto direttamente a Giorgia Meloni, arriva da Margaret Satterthwaite, 56enne giurista statunitense – dirige il Centro di ricerca sulla giustizia globale alla New York University – e dal 2022 Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati (lo stesso ruolo che Francesca Albanese ricopre per i territori palestinesi occupati). In una lettera inviata alla premier lo scorso 23 ottobre – che il Fatto pubblica in anteprima – Satterthwaite invita il governo “a un attento riesame delle modifiche” apportate alla Carta, “affinché la proposta sia pienamente conforme agli obblighi internazionali” sottoscritti dall’Italia in sede Onu, e in particolare all’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutela il diritto di ogni individuo a essere processato da magistrati indipendenti.

    Nel testo della missiva – sei pagine su carta intestata del Palazzo delle Nazioni di Ginevra – la Relatrice esprime preoccupazioni su tutti i contenuti della riforma, a partire dallo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due nuovi organi, uno per i giudici e uno per i pm: “Occorre prestare la massima attenzione affinché i nuovi consigli restino liberi da influenze politiche e da possibili controlli da parte degli altri poteri dello Stato. È inoltre essenziale garantire che la divisione non renda giudici e pubblici ministeri più esposti a pressioni esterne”, scrive Satterthwaite. Giudizio duro anche sul sorteggio previsto per i membri togati, cioè magistrati, dei futuri Csm: “Le procedure di nomina proposte rischiano di compromettere la legittimità democratica dei consigli, poiché ridurrebbero il ruolo di giudici e pubblici ministeri nella scelta dei propri rappresentanti”, nota la giurista. In base agli standard europei, ricorda infatti, “almeno la metà dei membri” degli organi di autogoverno delle toghe “dovrebbe essere composta da giudici eletti dai propri pari. La procedura proposta”, invece, “non assicura l’elezione da parte dei pari e solleva quindi serie perplessità”, afferma. “Particolarmente preoccupante”, poi, è definita la disciplina della nuova Alta Corte disciplinare, che giudicherà sugli illeciti professionali dei magistrati al posto del Csm: contro le sue sentenze, infatti, non sarà più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte. E ciò, scrive Satterthwaite, viola una delle garanzie di indipendenza della magistratura previste a livello internazionale, cioè “il riesame indipendente” delle decisioni che comportano la sospensione o la rimozione dall’incarico.

    La presa di posizione dell’Onu non è qualcosa che il governo possa liquidare facilmente. Non si tratta infatti “né di un atto dovuto, né di un automatismo: la Relatrice interviene solo quando ritiene che un progetto normativo possa incidere sull’autonomia del potere giudiziario”, spiega Monica Mastrandrea, componente della giunta dell’Associazione nazionale magistrati e delegata agli ultimi vertici internazionali tra le toghe. “Che ciò avvenga oggi nei confronti dell’Italia è un fatto che merita attenta riflessione: significa che la riforma viene ritenuta potenzialmente dannosa per gli equilibri democratici”, segnala. Quello delle Nazioni Unite, conclude, è quindi “un richiamo al dovere di preservare i principi che sorreggono la nostra democrazia: l’indipendenza dei giudici come garanzia ultima della libertà dei cittadini”.


    Il controllo non è garanzia – Andrea Fabozzi  30/10/2025

    Giustizia e potere Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni

    Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni. Ci riesce adesso senza ostacoli e senza dover spostare una sola virgola nella sua proposta originaria, il che la dice lunga sul presunto potere di interdizione parlamentare (e spiega anche perché del famoso premierato che aumenterebbe ancora i poteri del governo non c’è più urgenza). Il ministro presunto vincitore, Nordio, con l’abituale grazia trova comunque il modo di infierire sulle «litanie petulanti» dell’opposizione. E probabilmente di peggio potremmo vedere oggi, avendo la maggioranza deciso di celebrare l’ultimo sì alla separazione delle carriere dei magistrati con un spettacolo di piazza. Magari piove.

    È la destra stessa a chiamare gli elettori perché si pronuncino sulla “sua” riforma con il referendum. È un rovesciamento della procedura di garanzia prevista dalla Costituzione, non è inedito – lo fece Renzi nel 2016 – ma resta preoccupante. Se infatti cambiare la Carta prevede diverse cautele, quattro votazioni parlamentari e un eventuale referendum popolare, è perché eletti ed elettori possano avere tempo e modo di meditare bene sul testo. In questo caso invece la riforma porta la firma del governo, non è stata modificata in nulla ed è ancora il governo a volere che sia «confermata» dal popolo. A chiedere un voto popolare contro dovrebbe essere chi non è riuscito a fermarla in parlamento, sono invece gli stessi autori a invocare un voto a favore. È più un plebiscito che un referendum.

    Ma soprattutto è un trucco, un tentativo di adulterare la logica della procedura di revisione costituzionale e il racconto di questa. Perché il referendum si sarebbe fatto in ogni caso, visto che la destra non ha raccolto sulla “sua” riforma il numero di voti parlamentari necessario per una promulgazione diretta. Non lo ha nemmeno cercato, escludendo a prescindere qualsiasi correzione e qualsiasi mediazione. Dunque è una riforma costituzionale della giustizia a immagine e somiglianza della destra questa che andrà approvata o respinta in primavera in un’alternativa secca.

    Memore di precedenti fallimenti (di nuovo Renzi), Meloni vuole evitare di trasformare il referendum in un voto su se stessa. In una certa misura sarà comunque un primo tempo delle elezioni politiche, è chiaro però che la destra proverà a chiedere un voto «nel merito». Ma quale merito? La domanda intorno alla quale sarà costruita la campagna per il sì, è già chiaro, punterà a una semplificazione estrema: vi piace o non vi piace la giustizia italiana per come funziona adesso? Con il corollario di un altro riduzionismo anche questo assai furbo: siete favorevoli o contrari ai magistrati? È certo che se le domande fossero davvero queste, le chance per la vittoria del sì non sarebbero affatto basse e con buoni argomenti.

    Ma il referendum chiede altro e lo sforzo di giudicare nel merito va fatto fino in fondo. La riforma infatti non è nemmeno una separazione pura e semplice delle carriere dei magistrati, le cui funzioni sono da tempo già nettamente distinte. Prevede almeno altre due novità sulle quali si sorvola un po’ troppo: l’indebolimento, mediante divisione e umiliazione (il sorteggio), dell’organo che consente ai magistrati di autogovernarsi e dunque di mantenere l’indipendenza dal potere politico. E l’introduzione di una corte disciplinare («Alta», ma anche questa estratta a sorte) con lo stesso obiettivo di mortificare l’autonomia delle toghe. Le quali, va detto, talvolta sembrano ricordarsi della loro indipendenza più in occasione della discussione delle riforme che nella fase di ordinaria interpretazione della legge. Per esempio quando sotto gli occhi di procure e tribunali finisce la sorte dei più deboli, di chi è marginale o migrante, di chi non può permettersi una difesa all’altezza, di chi si trova contrapposto agli apparati dello Stato. Questo però non può essere un argomento per desiderare meno autonomia, casomai il contrario.

    Perché c’è poco da fare, se con la riforma si separassero definitivamente i pubblici ministeri dai giudici non si realizzerebbe solo una premessa teorica del «giusto» processo – il quale ha tanti e tali fattori di crisi nel nostro paese che resterebbe comunque un pio desiderio, privato innanzitutto delle risorse per potersi realizzare (le riforme costituzionali si fanno perché a costo zero). Ma si costruirebbe una nuova classe di pubblici accusatori con nessun altro scopo che cercare prove per portare a processo ed, eventualmente, ottenere condanne. Una classe che molto presto ci troveremo persino a sperare che venga messa sotto il controllo del governo, com’è negli altri paesi dove c’è la separazione, altrimenti sarebbe del tutto irresponsabile. Un veloce ripasso sugli ultimi video della presidente del Consiglio e di mezzo governo che gridano al golpe ogni volta che un magistrato prende una decisione che spiace alla maggioranza o non esegue prontamente quanto decretato da palazzo Chigi spiega perché in Italia dobbiamo al contrario ancora difenderci dal rischio di una giustizia addomesticata al potere.

    Con questa separazione delle carriere approvata definitivamente, il Pm diventerebbe il nemico professionale dei giudici e degli imputati, una figura del tutto fuori dall’orizzonte delle garanzie (quella che un tempo si chiamava la «cultura della giurisdizione»), più adatta a incarnare le virtù dell’accusatore non solo in tribunale ma anche fatalmente nel dibattito pubblico. Non c’è contraddizione nel fatto che la destra abbia un’attrazione fatale per questo genere di sceriffo con la toga e desideri renderlo la regola. Contraddizione sarebbe se un magistrato con queste attitudini dovesse diventare l’emblema della campagna del no. Eviteremo.

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

  • Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    La Calabria, pur non essendo tra le regioni italiane con il numero più alto di episodi, presenta dati allarmanti sul fronte degli abusi sessuali riconducibili a esponenti del clero.

    Secondo il secondo Rapporto nazionale diffuso dalla Rete L’Abuso, nel territorio regionale sono stati documentati 51 casi: 48 riguardano sacerdoti, due catechisti e un laico.

    Le vittime accertate sono complessivamente 156, di cui 149 minorenni — in prevalenza di sesso maschile — oltre a cinque adulti vulnerabili, una suora e una persona disabile. Il rapporto, curato dalla Rete presieduta da Francesco Zanardi, evidenzia una realtà “ancora in gran parte sommersa” e punta il dito contro la mancanza, in Italia, di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori.

    Zanardi sottolinea la necessità di introdurre norme più stringenti, come l’obbligo di denuncia per ogni cittadino e l’adozione di strumenti europei come il certificato anti-pedofilia, oggi non applicabile nel nostro Paese. A livello nazionale, il documento registra 1.250 casi accertati — 1.106 dei quali commessi da sacerdoti — per un totale di 4.625 vittime, in gran parte minorenni. In questo quadro, la Calabria, pur con numeri inferiori rispetto a regioni come Lombardia (174 casi) e Piemonte (103), resta una delle aree più colpite in proporzione alla popolazione.

    Ancora più inquietante il dato sulle denunce: oltre il 75% dei casi non arriva mai all’autorità giudiziaria. Molte vittime scelgono di non parlare, scoraggiate dai tempi lunghi dei procedimenti canonici e dal rischio di prescrizione dei reati.

    Gli abusi, secondo il rapporto, avvengono soprattutto in ambienti parrocchiali, scolastici o educativi legati alla Chiesa, e le condanne, sia penali che canoniche, restano esigue rispetto alla gravità del fenomeno.

    «Non si tratta più di una questione interna alla Chiesa — avverte Zanardi — ma di un problema di salute pubblica e giustizia sociale». La Calabria, con i suoi 51 casi, rappresenta così un ulteriore segnale d’allarme sulla necessità di riforme strutturali e strumenti di prevenzione realmente efficaci.

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

  • Romagna, la mappa degli abusi nel clero: Forlì-Cesena in testa, seguono Rimini e Ravenna

    Romagna, la mappa degli abusi nel clero: Forlì-Cesena in testa, seguono Rimini e Ravenna

    La nuova rilevazione dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO, pubblicata il 1° ottobre 2025, consegna una fotografia senza precedenti della violenza sessuale commessa da appartenenti al clero e dal relativo indotto in Italia: 1.250 casi complessivi, di cui 1.106 sacerdoti; 4.625 le vittime note, 4.451 delle quali minorenni.

    Solo sui sacerdoti, l’incidenza stimata è del 3,57% (1.106 su 31.000 attivi), mentre il “sommerso” – i casi noti alla Chiesa ma mai denunciati all’autorità giudiziaria – isola 839 episodi su 1.106. Un dato che dialoga con 155 condanne definitive sul totale dei 1.250 casi mappati.

    Dentro questo quadro nazionale, l’Emilia-Romagna conta 75 casi e 192 vittime prevalentemente minorenni; 71 sono sacerdoti, poi un catechista e tre laici. Le posizioni penali registrano 53 episodi nel sommerso, con poche denunce attive e 10 condanne definitive. È in questa cornice che la Romagna spicca per numerosità relativa.

    Forlì-Cesena: il baricentro romagnolo

    La provincia di Forlì-Cesena è la più colpita della Romagna: 10 casi censiti. Il dato, pur numericamente contenuto rispetto ai grandi hub regionali del Nord, pesa nel bilancio romagnolo e segnala catene di eventi spesso rimaste senza un approdo giudiziario. Nel quadro regionale, infatti, oltre due terzi dei procedimenti risultano “sommersi” o privi di esito pubblico, una dinamica che ostacola sia la giustizia sia la prevenzione.

    Rimini e Ravenna: numeri vicini, stessa vulnerabilità

    A Rimini e Ravenna il report conta 7 casi ciascuna. Anche qui il tratto comune è l’asimmetria tra il danno registrato e l’effettiva risposta giudiziaria: poche denunce formali, scarsi approdi a sentenza e un ricorso alla giustizia canonica che, secondo la rilevazione, non si traduce quasi mai in condanne note. È un pattern che ricalca il disegno regionale – 2 procedimenti canonici avviati, 3 mai avviati e nessuna condanna nota – e che suggerisce l’urgenza di strumenti di tutela più trasparenti, coordinati con l’autorità civile.

    Il peso della Romagna nell’Emilia-Romagna

    Sommando Forlì-Cesena (10), Rimini (7) e Ravenna (7), la Romagna raggiunge 24 casi, cioè quasi un terzo del totale regionale (75). Considerando che il report attribuisce all’Emilia-Romagna 192 vittime (di cui 185 minorenni), il contributo romagnolo diventa ancor più significativo in rapporto alla densità demografica e alla capillarità delle strutture ecclesiastiche sul territorio.

    Cosa dicono i “macro-numeri” nazionali

    I dati complessivi – 1.250 casi, 4.625 vittime, 3,57% di incidenza tra i sacerdoti attivi, 839 episodi nel sommerso – descrivono un fenomeno strutturale. Nelle regioni più popolose il volume cresce (la Lombardia guida con 174 casi), ma il tasso di sommerso resta elevato ovunque, segno che la trasparenza interna e l’obbligo di segnalazione non sono ancora prassi consolidate. In assenza di una commissione d’inchiesta statale – strumento adottato in diversi paesi europei – il report evidenzia come le stime italiane possano essere per difetto sul versante delle vittime.

    Le falle del sistema: denuncia, prevenzione, risarcimenti

    Il documento rimarca che, tra le 4.621-4.625 vittime citate nelle diverse sezioni, solo una risulta risarcita spontaneamente dalla Chiesa; quando arriva un indennizzo, proviene in prevalenza dalla giustizia italiana. Nel frattempo, il sostegno medico-psicologico appare lacunoso, mentre 22 strutture terapeutiche risultano attive per i sacerdoti, nessuna specificamente per i sopravvissuti da abusi. Il divario tra strumenti per gli autori e tutela delle vittime è uno dei punti dolenti messi nero su bianco.

    Che cosa significa per la Romagna

    Per Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna i numeri non sono solo contabilità del passato. La quota di sommerso, il limitato ricorso a percorsi giudiziari e la quasi totale assenza di condanne canoniche note rendono urgente un’azione su tre livelli: obbligo effettivo di segnalazione all’autorità civile; rafforzamento dei servizi di supporto alle vittime; trasparenza degli esiti, inclusa la tracciabilità dei trasferimenti interni. La Romagna, proprio perché esprime una fetta importante del dato regionale, può diventare un laboratorio di pratiche migliori, dalla formazione nelle parrocchie alla collaborazione strutturata con centri antiviolenza e procure.

    Un indicatore per misurare il cambiamento

    Il confronto fra numero di casi e condanne definitive (10 in Emilia-Romagna su 75) suggerisce un indicatore semplice da monitorare: quota di procedimenti che arrivano a sentenza, tempi medi di definizione e accesso a misure riparative. Portare alla luce il sommerso non è solo questione statistica: significa consentire alle vittime di Romagna – e del Paese – di ottenere giustizia in tempi ragionevoli, e alle comunità di ricostruire fiducia su basi verificabili.

    Metodologia – Il report copre l’arco 2000-2025, aggrega casi trattati direttamente dall’associazione e materiale documentale pubblico, con schede regionali e provinciali di dettaglio. I numeri citati nel pezzo provengono dal report alle sezioni “Dato censito dall’Osservatorio”, “Dettaglio integrale delle schede regionali” e “Conclusioni”.

    https://lavocedicesenatico.it/romagna-la-mappa-degli-abusi-nel-clero-forli-cesena-in-testa-seguono-rimini-e-ravenna/

    2° Report Rete L’ABUSO

  • Abusi sessuali nella chiesa, oltre 4mila vittime e mille casi impuniti. «La trappola degli sportelli della Cei»

    Abusi sessuali nella chiesa, oltre 4mila vittime e mille casi impuniti. «La trappola degli sportelli della Cei»

    Due su duemila. È il dato della giustizia impossibile delle vittime di abusi nella Chiesa italiana. Nel nostro Paese, oltre quattromila persone hanno dichiarato o denunciato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi. Eppure, in vent’anni, solo due hanno ottenuto giustizia canonica e una sola è stata risarcita. È quanto emerge dal report consegnato ai Garanti per l’infanzia e l’adolescenza dalla Rete L’Abuso, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, lui stesso sopravvissuto agli abusi di un prete a Savona e oggi tra i principali attivisti italiani sul tema. Il documento denuncia la totale inadempienza dello Stato e della Chiesa sul fronte della prevenzione e della tutela delle vittime, nonostante la ratifica della Convenzione di Lanzarote, l’approvazione del Codice Rosso e le leggi italiane 172/2012 e 69/2019.

    La Chiesa stessa attraverso una commissione vaticana istituita per affrontare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero, ha denunciato di recente la troppa «lentezza interna» nella gestione dei singoli casi. «Su 2414 vittime censite», spiega Zanardi, «solo due hanno avuto un processo canonico, una è stata risarcita, e con l’obbligo di non parlarne. È la prova che la giustizia, in Italia, si ferma davanti alle porte delle curie».

    La trappola perfetta

    Dal 2022 la Conferenza Episcopale Italiana ha istituito sportelli diocesani per raccogliere le segnalazioni di abusi, presentandoli come strumenti di trasparenza e accoglienza. Secondo Zanardi, sono invece «una trappola perfetta, oltre che l’unica cosa realizzata ma che non funziona, almeno per quello che dovrebbe essere l’obiettivo ufficiale. Le vittime, racconta, vengono convinte a recarsi negli sportelli pensando di parlare con professionisti, ma spesso si trovano davanti laici in pensione o volontari senza competenze giuridiche o psicologiche. Raccontano la propria storia, firmano un verbale che non possono conservare e, nel momento stesso in cui lo firmano, fanno partire la prescrizione.

    «Quando anni dopo, il tempo necessario a riuscire a parlare di un abuso sessuale e a denunciarlo, provano a rivolgersi alla magistratura, la Chiesa mostra quella firma per dire che la vittima era già consapevole. Ovviamente parliamo dell’ambito civile. Così il reato è prescritto. È un sistema che usa le parole delle vittime contro di loro».

    I numeri degli abusi

    Nel report sono elencati 1.106 sacerdoti coinvolti in abusi, su circa 31mila attivi in Italia, pari a oltre il 3,57 per cento del clero. Le vittime sono 4.625, di cui 4451 minorenni, in maggioranza maschi, 515 donne, 11 persone con disabilità e 156 adulti vulnerabili. Dei 76 processi canonici avviati, solo 17 sacerdoti sono stati sospesi temporaneamente, 7 spostati in un’altra parrocchia e 18 ridotti allo stato laicale, quasi sempre su richiesta personale. Cinque si sono tolti la vita. In 1.056 casi non è stato preso alcun provvedimento. Nessuna diocesi autonomamente ha trasmesso i fascicoli alla magistratura italiana. «Nemmeno un vescovo ha mai denunciato un prete», afferma Zanardi.

    «Eppure quarantaquattro tra vescovi e cardinali risultano omissivi. Nessuno di loro è stato indagato». Il problema, sostiene l’attivista, non è solo morale ma sistemico: «La Chiesa italiana ha costruito una macchina di autodifesa. Le diocesi si dichiarano “autonome”, ma quando c’è un caso si rifanno alla Cei che rimanda tutto a Roma. Alla fine nessuno è responsabile». Zanardi cita i casi emblematici di Savona, Genova, Verona e Bolzano, dove sacerdoti già noti alle autorità ecclesiastiche sono stati spostati in altre parrocchie, spesso a contatto con minori.

    «È la stessa logica che negli Stati Uniti è costata miliardi di dollari di risarcimenti. Ma lì la magistratura è intervenuta. Qui no. In Italia lo Stato non chiede conto a nessuno». Mentre la Cei parla di «tolleranza zero», la realtà descritta dalla Rete L’Abuso è quella di una giustizia che giudica se stessa. La commissione indipendente promessa dal cardinale Matteo Zuppi nel 2022 non è mai nata. I dati ufficiali diffusi dai vescovi, 1049 casi di abuso dal 2000 al 2021, si limitano a quelli raccolti internamente agli sportelli, escludendo le denunce alla magistratura e i casi noti alle associazioni. Non vengono forniti i nomi dei sacerdoti, le diocesi, lo stato delle vittime e i risarcimenti. È caso recente quello che ha visto in Piemonte un prete accusato di presunte molestie essere spostato dalla parrocchia dov’è accusato ad un’altra.

    Senza giustizia

    «La Chiesa parla di trasparenza ma non consegna i nomi alla giustizia», commenta Zanardi. «Li raccoglie solo per gestirli internamente. È un sistema chiuso, autoreferenziale, che non risponde a nessuno». Anche lo Stato, secondo il report, è corresponsabile. La legge italiana non prevede obbligo di segnalazione per i cittadini che vengano a conoscenza di un abuso e il certificato anti-pedofilia, introdotto nel 2014, non si applica al volontariato, la stessa area in cui operano sacerdoti, catechisti e operatori parrocchiali. In questo vuoto normativo, un prete condannato può tornare a lavorare con i minori. «Lo Stato sa e tace. La politica fa finta di non vedere», accusa Zanardi. I dati raccolti dall’associazione parlano chiaro: 155 condanne definitive, 61 casi prescritti, 20 patteggiamenti, 8 archiviazioni, 46 denunce ancora pendenti, 6 casi con reo confessi, 9 preti recidivi. Il tempo medio che una vittima di abusi impiega per denunciare è tra i venticinque e i trent’anni ma la prescrizione si ferma a venti.

    «È una matematica dell’impunità», sintetizza Zanardi. Il documento depositato ai Garanti chiede tre interventi urgenti: estendere il certificato anti-pedofilia anche al volontariato e al clero, introdurre l’obbligo di segnalazione per chiunque venga a conoscenza di abusi e creare centri indipendenti di supporto per le vittime, fuori dalla sfera ecclesiastica. «Dopo il caso Spotlight (che portò alla luce abusi sessuali commessi da oltre 70 preti solo a Boston, ndr)», ricorda Zanardi, «in Paesi come Irlanda, Francia, Germania e Stati Uniti sono nate commissioni pubbliche di inchiesta con poteri reali. In Italia invece ci si affida alle parole dei vescovi». Negli ultimi anni alcune diocesi hanno tentato di mostrare apertura, organizzando incontri di ascolto o preghiere per le vittime.

    Ma per Zanardi si tratta di gesti «più simbolici che concreti». «La CEI parla di accoglienza ma non riconosce le vittime come interlocutori. Non ci ricevono, non rispondono alle lettere, e quando lo fanno è solo per chiedere silenzio». Il fondatore della Rete L’Abuso rivendica un diritto alla parola pubblica: «Per anni ci hanno detto che eravamo pochi e che ci inventavamo tutto. Ora i numeri li abbiamo».

    Due processi canonici, una vittima risarcita, migliaia di storie senza risposta: è il bilancio. «La pedofilia clericale in Italia non è un’emergenza», conclude Zanardi, «è strutturata. Finché lo Stato non avrà il coraggio di dirlo, le vittime continueranno a bussare a una porta chiusa».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/vittime-abusi-sessuali-preti-chiesa-vaticano-denuncia-report-rete-labuso-ngki09hh