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  • Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    di Diego La Matina – La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino accusato di violenza sessuale e maltrattamenti, rappresenta uno dei tanti drammatici capitoli della crisi degli abusi all’interno della Chiesa cattolica italiana. Una storia che ha inizio a Napoli, dove il giovane sacerdote polacco operava celebrando messe secondo il rito antico in latino nella basilica di San Paolo Maggiore nel centro storico della città. È qui che incontra Mirco, nome di fantasia di un ragazzo che cerca rifugio spirituale in un momento di profonda fragilità.

    L’incontro fatale: quando la vulnerabilità incontra il potere

    La pandemia ha lasciato cicatrici profonde nella vita di molti giovani. Per Mirco, all’epoca ventenne, l’isolamento forzato si è sommato agli studi interrotti e alla difficoltà di accettare la propria omosessualità in un contesto familiare poco accogliente. In quel periodo buio, il ragazzo arriva a considerare il proprio orientamento sessuale come una malattia da cui guarire. È in questo stato di estrema vulnerabilità che si aggrappa alla Chiesa.

    Deluso dalla modernità della liturgia contemporanea, Mirco inizia a frequentare le messe in rito antico celebrate da padre Aleksander Iwaszczonek nella basilica napoletana. È novembre 2022. Dietro l’altare c’è questo sacerdote polacco dei Teatini, ordinato da uno degli arcivescovi più vicini a Benedetto XVI, del quale è profondo ammiratore. Un dettaglio significativo: padre Aleksander avrebbe ricevuto in dono lo zucchetto dello stesso Ratzinger, un privilegio considerato unico.

    L’avvicinamento è graduale, quasi studiato. Prima l’invito a partecipare con maggiore assiduità alle celebrazioni, poi le cene con la comunità, infine la proposta che cambierà tutto: restare “a tempo indeterminato” nel convento teatino di Napoli, giorno e notte. Mirco accetta. È fragile, dilaniato dal senso di colpa, terrorizzato dal giudizio altrui. I Teatini diventano la sua nuova famiglia.

    Gli otto mesi dell’orrore: abusi tra le mura sacre

    Quello che doveva essere un luogo di protezione e crescita spirituale si trasforma in una prigione psicologica. Per otto mesi, Mirco vive all’interno del monastero napoletano il suo periodo di iniziazione alla vita religiosa. Padre Aleksander è il suo riferimento principale, la guida per tutti i giovani novizi. Ma dietro la facciata dell’autorità spirituale si nasconde una dinamica di manipolazione e sopraffazione.

    Il rapporto tra i due si fonda su un’alternanza devastante tra rassicurazioni e umiliazioni. Padre Aleksander sembra pienamente consapevole del potere che esercita sul ragazzo, della sua capacità di plagiarlo attraverso una figura quasi idealizzata. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – fatica a distinguere cosa sia giusto da cosa sia sbagliato, cosa sia consenso autentico da cosa sia sottomissione.

    Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle testimonianze, gli abusi sessuali avverrebbero nella camera del sacerdote. Mirco sostiene che il suo consenso veniva spesso estorto, che dipendeva dalla condizione di totale sottomissione in cui si trovava. La manipolazione psicologica si intreccia con quella fisica, creando una spirale da cui il giovane non riesce a liberarsi.

    Dopo diversi mesi di questo inferno, Mirco entra in una crisi profonda. Arriva a pensare al suicidio. Solo dopo aver lasciato la comunità, nel novembre 2023, e dopo aver iniziato un percorso con uno psicologo, trova il coraggio di denunciare. La sua denuncia dà il via a un’indagine della Procura di Napoli che porta al rinvio a giudizio di padre Aleksander Iwaszczonek per violenza sessuale tramite abuso della debolezza della vittima e maltrattamenti psicologici.

    Il processo a Napoli: la giustizia in azione

    Il 17 settembre 2025 si è tenuta un’udienza cruciale del processo davanti al Tribunale di Napoli. L’avvocato Massimo Calò, difensore di Mirco costituitosi parte civile, conferma: “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”. Il processo è in fase dibattimentale, iniziato nell’autunno del 2024.

    La difesa di padre Aleksander – che insieme al suo avvocato ha preferito non rilasciare dichiarazioni trattandosi di un processo in corso – presumibilmente continuerà a sostenere la tesi del consenso da parte della vittima. Una linea difensiva che ignora completamente la dinamica di potere, la condizione di fragilità psicologica del giovane e il ruolo di autorità spirituale del sacerdote.

    Nel frattempo, l’ordine dei Teatini, per bocca del suo provinciale, il padre Adam Marek Kowalczykowski, ha rilasciato una dichiarazione che suona come una difesa d’ufficio: “Nella comunità teatina padre Aleksander è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale”.

    L’uso dell’espressione “sedicente vittima” è già di per sé significativo e rappresenta un pattern ricorrente nelle risposte ecclesiastiche di fronte alle denunce di abuso.

    La promozione paradossale: premiato mentre è sotto processo

    Quello che rende questa vicenda ancora più sconcertante è quanto accaduto durante le indagini e dopo il rinvio a giudizio. Invece di sospendere padre Aleksander da ogni incarico, i vertici dell’ordine dei Teatini hanno deciso di trasferirlo in una sede del Nord Italia. Qui ha continuato tranquillamente a celebrare l’eucarestia e gli altri sacramenti, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”.

    Un obbligo che suona beffardo: un sacerdote accusato di abusi sessuali su un giovane viene semplicemente invitato ad essere “prudente” con i potenziali nuovi giovani che incontra. Nella nuova sede gli è stato persino concesso di continuare gli studi religiosi e tenere lezioni online con i novizi della sua famiglia religiosa.

    Ma il culmine dell’incredulità arriva a luglio 2025. In pieno processo penale, il governo provinciale dell’ordine dei Chierici Regolari Teatini d’Italia elegge padre Aleksander Iwaszczonek tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. Una sorta di promozione che lascia attoniti: un sacerdote sotto processo per violenza sessuale viene elevato ai vertici del suo ordine.

    Solo dopo che la vicenda è stata portata all’attenzione dei media, il 18 settembre 2025, il nuovo preposito provinciale padre Adam Marek Kowalczykowski è stato costretto a emettere un comunicato ufficiale sospendendo padre Aleksander da qualsiasi incarico. Nel comunicato si legge una giustificazione che appare contraddittoria: da un lato si rivendica il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, dall’altro si ammette che la diffusione della notizia alla stampa rende necessaria la sospensione per tutelare “la dignità di tutti i soggetti coinvolti” e “la incolumità personale” dello stesso padre Aleksander.

    In sostanza, l’ordine ammette implicitamente che la sospensione è dovuta più alla pressione mediatica che a una reale presa di coscienza della gravità delle accuse.

    Un sistema malato: i numeri dell’orrore

    Il caso di padre Aleksander non è affatto isolato. Secondo i dati raccolti dall’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, dal 2000 ad oggi in Italia si contano 1.236 casi documentati di abuso e ben 840 situazioni insabbiate. E questi numeri, sottolinea Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, non sono affatto esaustivi. In Italia non esiste un monitoraggio ufficiale del fenomeno.

    In regioni come la Lombardia, e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia a fronte di oltre 100 episodi insabbiati. La sproporzione è evidente e drammatica.

    “In altri paesi europei i numeri ufficiali sono molti meno. Non perché il fenomeno sia meno diffuso, ma perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”, denuncia Zanardi. La mancanza di volontà politica è evidente: “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”.

    Storie parallele: Giorgio e la fuga dalla Polonia

    La testimonianza di Giorgio Babicz, raccolta da MilanoToday, mostra come il meccanismo degli abusi segua pattern tristemente ricorrenti. Anche lui, come Mirco, proveniva da una famiglia disfunzionale – madre anaffettiva, padre alcolista e violento – quando a 13 anni un sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia.

    Giorgio accetta e va a vivere nella casa canonica di un piccolo paese. “Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni rifiuto veniva seguito da minacce di rimandarlo in Polonia.

    “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, confessa Giorgio, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento. Nessuna vera conseguenza.

    I fratelli Lucchina e il sistema dei trasferimenti

    A Milano è nota la vicenda dei fratelli Lucchina, entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato tre anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a cinque anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, con l’interruzione di qualunque attività con minorenni.

    Eppure, nonostante il provvedimento, don Alberto è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solo alcuni mesi dopo, dove è rimasto a contatto con dei minori. Il fratello invece ha beneficiato dell’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo e i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    Il problema dei tempi: quando la giustizia arriva troppo tardi

    “È un problema ricorrente”, spiega Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare, ormai è troppo tardi” per i termini di prescrizione.

    Questo meccanismo protegge di fatto gli abusatori, che beneficiano del silenzio imposto dal trauma alle loro vittime. È un circolo vizioso che perpetua l’impunità.

    Due giustizie, due velocità

    Bisogna distinguere tra il procedimento davanti alla magistratura italiana e il processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure che i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è considerata verso Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, denuncia Zanardi.

    Questa differenza è fondamentale per comprendere perché così tanti casi vengono insabbiati. Il processo canonico, gestito internamente dalla Chiesa, spesso non porta a condanne significative. I sacerdoti accusati vengono trasferiti, come se cambiare parrocchia potesse risolvere il problema, invece di essere effettivamente allontanati dal ministero.

    Il confronto europeo: l’Italia fanalino di coda

    Il confronto con altri paesi europei è impietoso. In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta.

    In Francia, Germania, Belgio e altri paesi si sono costituite commissioni indipendenti che hanno prodotto rapporti dettagliati sul fenomeno, portando alla luce migliaia di casi e forzando la Chiesa locale a confrontarsi con la realtà degli abusi. In Italia, invece, regna il silenzio istituzionale.

    L’ordine dei Teatini: tra ideali e realtà

    L’ordine dei Chierici Regolari Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la Riforma protestante, con l’intento di riformare la Chiesa dall’interno. Tra i valori fondanti ci sono il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    L’ironia è amara: un ordine nato per purificare la Chiesa si trova oggi a dover rispondere di come ha gestito – o meglio, non ha gestito – le accuse di abuso contro uno dei suoi membri, arrivando persino a promuoverlo mentre era sotto processo.

    Il nuovo preposito provinciale, padre Adam Marek Kowalczykowski, ha dichiarato di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, ha affermato. Una dichiarazione vaga che non fornisce risposte concrete.

    Le conseguenze sulla vittima

    Mentre padre Aleksander continuava il suo ministero e veniva promosso, Mirco affrontava le conseguenze devastanti di quanto subito. Il percorso terapeutico, la difficoltà di elaborare il trauma, il coraggio necessario per denunciare sapendo che avrebbe dovuto affrontare l’incredulità, il giudizio, l’esposizione mediatica.

    Denunciare un prete non è come denunciare un qualsiasi altro cittadino. C’è il peso della comunità religiosa, spesso solidale con l’accusato. C’è la difficoltà di far comprendere le dinamiche di manipolazione psicologica e di abuso di potere. C’è il rischio di essere considerato la “sedicente vittima”, come recita il comunicato dei Teatini.

    Cosa aspettarsi dal processo

    Il processo a Napoli proseguirà nei prossimi mesi. Mirco, costituitosi parte civile, dovrà ripercorrere davanti al tribunale i momenti più dolorosi della sua vita. La difesa di padre Aleksander continuerà probabilmente a sostenere la tesi del consenso, ignorando la giurisprudenza consolidata sull’impossibilità di un consenso libero e consapevole in situazioni di asimmetria di potere così marcate.

    L’esito del processo sarà importante non solo per Mirco, ma per tutte le vittime di abusi ecclesiastici in Italia. Una condanna potrebbe rappresentare un precedente significativo. Un’assoluzione rischierebbe di scoraggiare altre potenziali denunce.

    Le responsabilità sistemiche

    Quello che emerge con chiarezza da questa vicenda è che il problema non è mai solo individuale. Non si tratta solo di “mele marce” da eliminare. Il sistema stesso è complice quando: trasferisce i sacerdoti accusati invece di sospenderli; li promuove mentre sono sotto processo; minimizza la gravità delle accuse; utilizza espressioni come “sedicente vittima”; agisce solo quando c’è pressione mediatica; e rivilegia la tutela della reputazione dell’istituzione rispetto alla protezione delle vittime.

    L’ordine dei Teatini ha ammesso nel suo comunicato di non avere “alcuno strumento effettivo per lo svolgimento di una efficace indagine interna”. Se è così, è gravissimo. Significa che ordini religiosi che hanno la responsabilità di giovani in formazione non hanno gli strumenti per proteggerli.

    La strada da percorrere

    La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek mostra quanto lavoro ci sia ancora da fare in Italia. Serve una commissione d’inchiesta indipendente, come è avvenuto in altri paesi europei. Serve un registro nazionale degli abusi e delle condanne. Serve formazione specifica per chi lavora a contatto con giovani e persone vulnerabili.

    Serve soprattutto un cambio di cultura: smettere di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, ascoltare chi denuncia invece di etichettarlo come “sedicente vittima”, riconoscere che gli abusi sono facilitati da dinamiche di potere che vanno smantellate.

    Fino a quando questi cambiamenti non avverranno, continueranno ad esserci nuovi Mirco, nuovi Giorgio, nuove vittime che pagheranno il prezzo del silenzio istituzionale. E continueranno ad esserci sacerdoti abusanti che, invece di essere allontanati, verranno trasferiti e persino promossi, perpetuando un sistema malato che tradisce proprio quei valori di carità e misericordia che dovrebbe incarnare.

    Il processo di Napoli è in corso. La giustizia farà il suo corso. Ma la vera domanda è: quando la Chiesa cattolica italiana deciderà di fare davvero i conti con questa piaga invece di limitarsi a gestirne le conseguenze mediatiche?

    Fonti:

    https://www.agensir.it/quotidiano/2025/7/12/religiosi-teatini-ditalia-eletto-il-nuovo-governo-provinciale-guida-affidata-a-p-kowalczykowski/

    https://www.today.it/dossier/societa/abusi-sessuali-prete-promosso.html

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webp2025/09/19/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-riceve-una-promozione-e-viene-eletto-ai-vertici-del-suo-ordine/

    https://teatinos.org/it/comunicado-provincia-teatina-de-italia-bambin-gesu/

  • San Marino, caso pedofilo: chiesto un registro per i reati sessuali

    San Marino, caso pedofilo: chiesto un registro per i reati sessuali

    Cinque istanze d’Arengo per difendere i bambini dai pedofili. Secondo una tradizione che affonda le radici nel passato storico del Titano, la domenica che segue all’insediamento dei capitani reggenti, si consente ai cittadini di presentare richieste, purché di pubblico interesse, consegnandole nelle mani del Segretario agli Interni (in questo caso Andrea Belluzzi) che ne dà lettura davanti alla reggenza.

    Così nella giornata di domenica scorsa, il gruppo “Genitori sammarinesi” ha avanzato non una ma sei istanze d’arengo su un totale di 30 con l’obiettivo di tutelare i bambini e i luoghi da loro frequentati. Segnale, questo, che sono lungi dallo smorzarsi le preoccupazioni, dopo il caso di Steven James Raul, cittadino sammarinese condannato in Italia per violenza sessuale aggravata e continuata su minori, peraltro rimasto a contatto con bambini e adolescenti fino al giorno del suo arresto tra incarichi nel mondo del calcio e mansioni nelle mense di un nido.

    Le istanze

    «Confidiamo – commentano dal comitato – che la nuova reggenza (formata da Matteo Rossi e Lorenzo Bugli, ndr) possa aiutarci a ritrovare fiducia nel nostro Stato e sicurezza per i bambini. Ora bisogna agire, basta solo parlare». Ma cosa chiedono nel dettaglio? Istituire due registri, l’uno per reati di pedofilia e l’altro per reati a sfondo sessuale; negare la possibilità di cancellare dal casellario giudiziario tali reati; rendere i bambini capaci di riconoscere il pericolo; obbligare settore pubblico, privato e associazioni di volontariato a verificare l’esistenza di accuse o condanne per reati contro minori a carico dei candidati.

    Commento a caldo

    Proprio ieri è tornato sul vulnus anche Domani-Motus Liberi che, dalle file dell’opposizione, ha ribadito con forza: «Non accetteremo che questa vicenda si concluda con scuse di circostanza o promesse di futuri miglioramenti». E ancora: «San Marino ha ratificato la Convenzione di Lanzarote assumendo impegni precisi per proteggere i minori da abusi e sfruttamento sessuale. Tradire tale spirito rifugiandosi dietro risposte evasive o silenzi complici significa mancare di rispetto non solo a obblighi internazionali, ma soprattutto ai nostri cittadini più vulnerabili». Per questo invocano: «Dimissioni da parte di chi ha mancato riforme urgenti e strutturali del sistema di protezione e un impegno concreto per impedire che fatti simili possano ripetersi. La sicurezza dei bambini deve venire prima di tutto».

    https://www.corriereromagna.it/san-marino/san-marino-caso-pedofilo-chiesto-un-registro-per-i-reati-sessuali-FA1673997

  • Preti pedofili, il report choc: solo nel Milanese ci sono stati 48 casi, in Lombardia 562 vittime

    Preti pedofili, il report choc: solo nel Milanese ci sono stati 48 casi, in Lombardia 562 vittime

    Milano, 2 ottobre 2025 – C’è il nome di don Emanuele Tempesta, ex parroco vicario di Busto Garolfo che dopo la condanna in primo grado a 6 anni e 6 mesi di reclusione punta a “patteggiare“ in appello una pena di 4 anni e a evitare il carcere con lavori socialmente utili, per la gravissima accusa di abusi sessuali su bambini che all’epoca avevano tra 7 e 11 anni. Poi il sacerdote di Rozzano Mauro Galli – anche lui ha evitato il carcere concordando in appello una pena di 3 anni per pedofilia contro un ragazzo di 15 anni – e altri nomi che si perdono nel passato. Violenze sessuali in ambiente ecclesiastico su bambini o adolescenti finite davanti al Tribunale, casi rimasti nel silenzio ed emersi dopo anni, il dramma vissuto dalle vittime e dai loro familiari.

    I numeri dell’orrore  

    Solo in Lombardia, secondo gli ultimi dati raccolti dall’associazione Rete L’Abuso, dal 2000 si contano 174 sacerdoti coinvolti in abusi sessuali, per un totale di 562 vittime: 519 di sesso maschile, e 43 donne. È il numero più alto in Italia, dove l’associazione ha censito incrociando diverse fonti 1.102 casi, una sessantina in più rispetto ai 1.049 dichiarati invece dalla Conferenza Episcopale Italiana, e 4.619 “sopravvissuti”. Gravitavano o gravitano nel Milanese 48 preti pedofili, territorio seguito da Bergamo (23) e Varese (17). 

    Risarcimenti col contagocce 

    “Risulta che su 4.619 sopravvissuti da noi censiti – spiega Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso – solo due abbiano ottenuto la giustizia promessa/attesa dai tribunali canonici, solamente una è stata risarcita spontaneamente dalla chiesa, mentre le altre poche che hanno ancora potuto recuperare un indennizzo prima della prescrizione maturata nel tempo intercorso in attesa dell’esito canonico, lo hanno ottenuto tutte grazie ai tribunali italiani”. Il report, di cui ieri è stata pubblicata un’anticipazione, punta a denunciare il fenomeno di fronte “a un dato fornito dalla Cei incredibilmente fumoso, privo di date dei crimini, luoghi dove sono avvenuti, dove la chiesa ha ricollocato l’offender e quali cure abbia affrontato prima del ricollocamento, la loro identità e quante vittime abbiano prodotto”. 

    Casi sommersi 

    Analizzando il focus sulla Lombardia realizzato dall’associazione, emerge che fra i “sopravvissuti agli abusi” ci sono anche 148 sacerdoti, 14 catechisti, 13 adulti vulnerabili, una suora, uno scout e due disabili. Il report cerca anche di fornire uno spaccato degli esiti sul fronte giudiziario: si sono registrate, sempre in Lombardia, solo 28 condanne definitive di sacerdoti o persone dell’ambiente parrocchiale accusate di abusi. Nove casi sono stati dichiarati prescritti, in tre hanno patteggiato, altrettanti sono stati archiviati. Ben 101 casi, secondo l’associazione, sono stati “sommersi dalla Chiesa”, e in tutti questi anni è arrivata una sola condanna canonica.

    Denunciare sempre”  

    Altri episodi sono al centro di segnalazioni arrivate all’associazione che lancia un appello, perché “la tempestività della denuncia è fondamentale” per evitare il rischio di prescrizione. “Per poter fare un paragone tra il dato della Rete L’Abuso e quello della Cei, la Conferenza episcopale italiana, che è privo di sopravvissuti ma che nel numero di offender in abito talare è in linea con il nostro – sottolinea Zanardi – abbiamo utilizzato, a parità di offender, quello dei sopravvissuti censito dall’associazione.

    Parliamo anche in questo caso di un dato in grave difetto che oggi conta sole 4619 vittime sopravvissute: diciamo “sole“ perché il dato è in pesante discordanza con il numero di vittime censite nelle commissioni d’inchiesta governative fatte negli altri stati”. In particolare bambini e adolescenti, divenuti adulti con la vita rovinata dalle violenze sessuali subite.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/preti-pedofili-rete-l-abuso-milano-lombardia-jtnqybj1

  • “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    di Irene Fassini – Si è appena tenuta l’udienza del processo penale a carico di un giovane sacerdote dei Teatini. La presunta vittima è un ragazzo all’epoca 20enne. In Italia i preti abusanti sono più di 1.200, ma c’è un sommerso enorme, tra insabbiamenti e nessuna conseguenza né penale né canonica. Abbiamo raccolto numeri e testimonianze. “Il prete aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”, ci viene detto in un’altra vicenda

    La pandemia. L’isolamento forzato. Gli studi interrotti. E la difficoltà ad accettare la propria sessualità in un contesto familiare poco accogliente. A un certo punto, Mirco ha pensato che la sua omosessualità fosse una malattia e voleva guarire. Mirco è il nome di fantasia di un ragazzo che ha 22 anni quando decide di aggrapparsi alla Chiesa. Deluso dalla tradizione moderna, inizia a partecipare alle messe che seguono il rito antico, in latino, in una basilica del centro storico di una città del Sud. Dietro all’altare c’è padre A., quasi 40 anni, appartenente all’ordine dei Teatini. Da novembre del 2022 fino a Natale, Mirco è in chiesa tutte le domeniche. Non sa ancora quello che lo aspetta. Tutto inizia con l’invito a partecipare alla messa, poi arrivano gli inviti alle cene con la comunità e alla fine la proposta di restare “a tempo indeterminato” nel convento di Napoli. Giorno e notte.

    Gli abusi

    All’epoca Mirco è fragile, ha paura di tutto ed è dilaniato dal senso di colpa. I Teatini diventano la sua famiglia, ma è proprio tra le mura del monastero che subisce abusi fisici e psicologici. Con un consenso che, come sostiene Mirco, spesso gli veniva estorto e dipendeva dalla sua condizione di sottomissione. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – faticava a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Dopo diversi mesi entra in crisi e arriva a pensare al suicidio. Ci metterà del tempo per confidarsi con il suo psicologo e denunciare. Con l’udienza di ieri, davanti al tribunale di Napoli, è iniziata la fase dibattimentale del procedimento penale di primo grado a carico di A. Le accuse sono di violenza sessuale tramite l’abuso della debolezza della vittima.

    Non è un caso isolato. L’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha contato dagli anni Duemila a oggi 1.236 casi di abuso e 840 situazioni insabbiate. Non sono dati esaustivi, ma in Italia non esiste un monitoraggio ufficiale. In alcune regioni, come la Lombardia e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. Spesso i procedimenti che si svolgono davanti ai tribunali ecclesiastici regionali non portano a delle condanne e nel frattempo i sacerdoti accusati vengono promossi oppure trasferiti.

    Lo spostamento di sede e la promozione

    È quello che è successo a padre A. In attesa della conclusione delle indagini, i vertici dell’ordine hanno deciso di spostarlo in un’altra sede nel Nord Italia, dove ha continuato a celebrare l’eucarestia, la messa e la penitenza, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”. Nella nuova sede, gli è stato concesso di continuare gli studi religiosi e le lezioni online con i novizi.

    A luglio del 2025 sarebbe arrivata persino una sorta di promozione. Il governo provinciale dell’ordine dei chierici regolari Teatini d’Italia ha eletto padre A. tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. L’ordine dei Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la riforma protestante. Tra i valori fondanti c’è il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    Padre A. è arrivato in Italia dalla Polonia e ha iniziato a esercitare in una parrocchia del centro. Laureato in liturgia, ha proseguito gli studi post-universitari. Con una profonda ammirazione per Benedetto XVI, è stato ordinato sacerdote da uno degli arcivescovi più vicini a Ratzinger. Avrebbe anche ricevuto in dono il suo zucchetto. Un privilegio unico

    Le accuse di abuso fisico e psicologico

    Padre A. è la prima persona che Mirco incontra durante le celebrazioni della messa, mentre fa i conti con le sue insicurezze e il bisogno di approvazione. Durante gli 8 mesi di iniziazione alla vita relgiosa, padre A. è il riferimento per tutti i giovani novizi. Il loro rapporto si fonda su un’alternanza tra rassicurazioni e umiliazioni. A. sembra consapevole del potere che esercita sul ragazzo.

    Mirco è quasi plagiato da questa figura, spesso idealizzata. Dopo alcuni mesi arrivano gli appuntamenti nella camera del prete, dove Mirco sostiene avvenissero gli abusi sessuali. A novembre del 2022, il ragazzo decide di lasciare la comunità, inizia un percorso con uno psicologo e trova il coraggio di denunciare.

    Il processo, in fase di dibattimento, va avanti dall’autunno del 2024. Il 17 settembre, l’ultima udienza. “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”, riferisce a MilanoToday Dossier l’avvocato Massimo Calò, difensore della vittima, che si è costituita parte civile.

    Padre A. e il suo avvocato, raggiunti da MilanoToday Dossier, non rilasciano dichiarazioni in merito, trattandosi di un processo in corso, ma presumibilmente continueranno a sostenere che ci fosse il consenso da parte della vittima. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, dichiara a MilanoToday Dossier padre Adam Marek Kowalczykowski, il nuovo capo della Provincia dei Teatini, attualmente rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo, che sostiene di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento.

    “Nella comunità teatina padre A. è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale. Allo stato, vista la pendenza di un giudizio penale, riteniamo opportuno non rilasciare alcuna dichiarazione particolare: i processi si fanno nelle aule di giustizia non nella pubbliche piazze o sui giornali, lasciando all’opinione pubblica il compito di giudicare gli imputati”, replica l’ordine dei Teatini a MilanoToday Dossier.

     Dalla Polonia a Milano in fuga dal prete pedofilo

    “Capisco cosa prova Mirco”, dice a MilanoToday Dossier Giorgio Babicz, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita dopo le molestie sessuali di un prete, che gli aveva fatto da padre. La sua storia inizia a Lublino in Polonia, in una famiglia che definisce disfunzionale: madre anaffettiva, padre alcolista e violento. Le sue fragilità erano simili a quelle di Mirco. Anche in  questo caso, la chiesa diventa un riferimento. E quando il sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia, non ci mette molto ad accettare. “Avevo 13 anni e abitavo nella casa canonica di un piccolo paese”.

    Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni volta che Giorgio rifiutava, il sacerdote lo minacciava di rimandarlo in Polonia. “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, dice. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”, sottolinea. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento.

    I fratelli Lucchina

    “A Milano è abbastanza famosa la storia dei fratelli Lucchina”, racconta Francesco Zanardi, presidente dell’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero a MilanoToday Dossier. Entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. “Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato 3 anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a 5 anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, interrompendo qualunque attività con minorenni”, prosegue Zanardi. Eppure è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solamente alcuni mesi dopo. “Nonostante il provvedimento, era rimasto a contatto con dei minori”. Per il fratello invece, c’è stata l’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo. I pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    I ritardi di denunce e processi

    “È un problema ricorrente”, afferma Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare ormai è troppo tardi”.

    Peraltro è ben diverso un procedimento che prende il via da una denuncia fatta alla magistratura italiana rispetto al processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure sia i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è a Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, spiega Zanardi. In circa 20 anni, sono emersi oltre mille episodi di violenze sessuali e pedofilia che hanno coinvolto il clero. “In altri paesi d’Europa sono molti meno. Perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”.

    “Tra l’altro non si conosce la portata del sommerso che presumibilmente gonfia i numeri che rileviamo noi come associazione”, precisa Zanardi. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia e oltre 100 episodi insabbiati.

    “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”, prosegue Zanardi. “In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la Politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta”.

    di Irene Fassini (MilanoToday, 18 settembre 2025) Alexander Iwasvczonek

    https://www.milanotoday.it/dossier/sociale/prete-abusi-sessuali-promozione.html

  • San Marino. DOCUMENTI. CASO PEDOFILO STEVEN JAMES. Sintesi della relazione del Segretario Canti (17 settembre 2025)

    San Marino. DOCUMENTI. CASO PEDOFILO STEVEN JAMES. Sintesi della relazione del Segretario Canti (17 settembre 2025)

    Il Segretario ha premesso che il suo intervento vuole essere una ricostruzione tecnica dei fatti, ma anche un atto dovuto come padre e cittadino, condividendo lo smarrimento delle famiglie coinvolte nel caso Steven James Raul, cittadino sammarinese condannato in Italia per violenza sessuale aggravata e continuata su minori.

    1. Solidarietà alle famiglie e chiarimenti alla cittadinanza

    • Il Governo si dichiara vicino alle famiglie colpite e denuncia la campagna mediatica di disinformazione che ha generato confusione.

    • Viene ribadito che la priorità è la tutela dei minori e la massima trasparenza nell’analisi delle falle del sistema.

    2. I fatti principali

    • Il 23 agosto 2025 Steven James Raul è stato arrestato a seguito di una condanna definitiva in Italia (5 anni e 8 mesi, poi ridotti in appello a 4 anni e 6 mesi).

    • I reati riguardano abusi sessuali su quattro minori italiani durante un camp estivo a Carpegna (2021).

    • Altri 22 bambini sammarinesi erano presenti, ma non risultano vittime.

    3. Le procedure giudiziarie ed estradizione

    • San Marino, in base alla Convenzione Europea di Estradizione del 1957, non può estradare i propri cittadini.

    • La richiesta italiana di estradizione è stata respinta dal Giudice d’Appello il 16 luglio 2025.

    • È stata quindi applicata la clausola che consente al condannato di scontare la pena a San Marino.

    • Le autorità sammarinesi hanno ricevuto comunicazioni incomplete e tardive dall’Italia: solo il 18 giugno 2025 è arrivata la documentazione definitiva.

    4. Collaborazione con Interpol e Gendarmeria

    • Interpol San Marino ha subito attivato verifiche e controlli sulla presenza di Raul nel territorio.

    • Le informazioni erano classificate e non potevano essere condivise con altre autorità se non su autorizzazione formale, motivo di ritardi e di mancate comunicazioni al pubblico.

    5. Il caso del lavoro nelle scuole

    • Raul, in attesa di decisioni, ha svolto incarichi precari come cuoco in diversi asili nido di San Marino (aprile – agosto 2025).

    • L’assunzione è avvenuta tramite autocertificazione, in cui dichiarava di non avere procedimenti pendenti.

    • In realtà era già stata emessa la sentenza definitiva italiana (marzo 2025).

    • Il 27 agosto 2025 l’Ufficio del Lavoro ha sporto denuncia per falsa dichiarazione.

    • È stato chiarito che Raul non ha mai avuto contatti diretti con i bambini, operando esclusivamente nelle cucine.

    6. Il casellario giudiziario

    • Non esiste un obbligo convenzionale di scambio automatico delle iscrizioni tra Italia e San Marino.

    • Le comunicazioni periodiche riguardano solo le condanne definitive, non i procedimenti pendenti.

    • La Convenzione di Lanzarote, ratificata da San Marino, rafforza gli impegni di prevenzione contro gli abusi sessuali sui minori, ma non prevede registri speciali né scambio automatico di informazioni sui procedimenti pendenti.

    7. Conclusioni e proposte operative

    Per evitare che casi simili si ripetano, Canti propone:

    1. Istituzione di misure amministrative preventive a tutela della collettività, specie per i casi di estradizione.

    2. Inasprimento delle sanzioni penali e amministrative per chi rilascia autocertificazioni false o incomplete, con obbligo di rinnovo annuale.

    3. Miglioramento dello scambio di informazioni con l’Italia, in attesa della firma dell’Accordo di Associazione UE, anche tramite accordi specifici bilaterali.

    4. Divieto di assumere incarichi nella PA per persone condannate o processate per pedofilia e abusi sessuali.

    In sintesi: la relazione mette in luce gravi carenze nello scambio di informazioni tra Italia e San Marino, la necessità di colmare le lacune legislative e amministrative, e l’impegno del Governo a introdurre nuove norme di prevenzione e tutela dei minori.

    S.e.& o.

    San Marino. DOCUMENTI. CASO PEDOFILO STEVEN JAMES. Sintesi della relazione del Segretario Canti (17 settembre 2025)

  • Ex prete cattolico condannato, denunciato dall’inchiesta Spotlight, muore a 87 anni

    Ex prete cattolico condannato, denunciato dall’inchiesta Spotlight, muore a 87 anni

    PORTLAND, Maine (AP) — È morto James Talbot, ex prete cattolico condannato per aggressione sessuale nei confronti di ragazzi nel Maine e nel Massachusetts, dopo essere stato smascherato dalle indagini del film “Il caso Spotlight”. Aveva 87 anni.

    Talbot, ex gesuita, figurava in una lista fornita dall’ordine religioso dei gesuiti del nord-est, accusato di accuse credibili di abusi sessuali su minore. Talbot è morto il 28 febbraio in un hospice di St. Louis, ha dichiarato Mike Gabriele, portavoce dei Gesuiti USA Est.

    Talbot è stato uno dei soggetti dell’inchiesta del Boston Globe sugli abusi sessuali commessi dai preti, vincitrice del Premio Pulitzer nel 2003 e trasposta nel film “Il caso Spotlight” del 2015. L’inchiesta ha rivelato abusi sessuali diffusi e la loro insabbiatura all’interno della Chiesa cattolica. Jesuits USA East non ha rilasciato dichiarazioni sulla morte di Talbot.

    Nel 2018 si è dichiarato colpevole di violenza sessuale grave e violenza sessuale illecita per aver abusato sessualmente di un bambino di 9 anni in una chiesa del Maine negli anni ’90. È stato condannato a tre anni di carcere.

    Prima della condanna nel Maine, Talbot ha trascorso sei anni in prigione dopo essersi dichiarato colpevole di stupro e aggressione sessuale su due studentesse a Boston. Oltre alle condanne, ha patteggiato con più di una dozzina di vittime.

    https://apnews.com/article/priest-abuse-jesuit-obituary-james-talbot-spotlight-d11d6ba9fca10769f2e3a54c3bb439fc

  • Giustizia: quando la pedofilia è meno grave delle infrazioni stradali

    Giustizia: quando la pedofilia è meno grave delle infrazioni stradali

    La recente condanna a 18 mesi con la condizionale inflitta a Don Rolando Leo lascia sconcertati. Un sacerdote riconosciuto colpevole di atti sessuali su minori non sconterà nemmeno un giorno di carcere.

    Una decisione che non può non scuotere la coscienza collettiva e che apre interrogativi profondi sulla giustizia del nostro Paese. Il paradosso è evidente: chi commette infrazioni stradali può finire dietro le sbarre anche senza aver causato danni a persone o cose, perché lì la severità è assoluta e le attenuanti non esistono.

    Ma quando a essere colpiti sono bambini, quando viene violata la loro integrità fisica e psicologica, allora improvvisamente la giustizia diventa comprensiva, indulgente, persino benevola. Come possiamo accettarlo? Le motivazioni della sentenza parlano di episodi “di basso livello”, di toccamenti fugaci e sopra i vestiti.

    Ma davvero si può ridurre un abuso a una questione di intensità fisica? Davvero si può ignorare che anche un gesto apparentemente “minore” può lasciare cicatrici invisibili e profonde, che accompagneranno una vittima per tutta la vita? Le parole della Corte, più che rassicurare, feriscono ancora una volta chi ha già sofferto.

    E qui entra in gioco la responsabilità della politica. Perché le leggi che permettono condanne così leggere non nascono in tribunale, ma nei palazzi legislativi. Eppure i nostri deputati, tanto attenti a rincorrere gli automobilisti con nuove regole e sanzioni, tacciono di fronte a crimini che devastano esistenze.

    Questo silenzio è assordante, ed è complicità. Il risultato è amaro: mentre le vittime portano sulle spalle il peso del trauma, l’imputato rischia persino di presentarsi come “danneggiato” dal sistema, avendo già trascorso in prigione più del necessario rispetto alla condanna definitiva.

    Una beffa che si aggiunge allo schiaffo morale. Se davvero vogliamo credere in una giustizia degna di questo nome, i legislatori devono aprire gli occhi.

    Non è più tempo di voltarsi dall’altra parte. Perché un Paese che punisce più severamente chi supera un limite di velocità che chi abusa di un minore ha smarrito il senso stesso della giustizia.

    https://www.ticinonews.ch/ospiti/giustizia-quando-la-pedofilia-e-meno-grave-delle-infrazioni-stradali-416979

  • PROCESSO BIBBIANO: Tribunale di Reggio Emilia assolve imputati

    PROCESSO BIBBIANO: Tribunale di Reggio Emilia assolve imputati

    Oggi, 9 luglio, il Tribunale di Reggio Emilia ha sancito la fine di una leggenda mostruosa che ha distrutto la vita di decine di imputati. Il Tribunale ha pronunciato sentenza di assoluzione nei confronti degli imputati tranne due risibili condanne, stabilendo l’infondatezza di tutto il cosiddetto “teorema Bibbiano”.

    «È una grande gioia» – ha commentato l’avv. Luca Bauccio, difensore di una delle principali imputate, la psicoterapeuta Nadia Bolognini – «vedere la parola fine a una grottesca gogna che ha visto uniti politicanti in cerca di voti, pseudo-giornalisti, influencer improvvisati, cacciatori di scoop e tutto uno stuolo di avvoltoi che, in questi anni, non si sono fatti scrupolo della dignità e della reputazione degli imputati, né si sono curati di comprendere, analizzare e conoscere.

    La vicenda Bibbiano ha purtroppo distrutto la credibilità di un sistema di aiuto sociale eccellente. È ora giunto il momento di ripartire, di raccontare agli italiani la verità sul caso Bibbiano e di ricostruire la reputazione delle tante persone che sono state messe alla gogna.»

    «Durante il processo abbiamo dimostrato che le prove dell’accusa si fondavano su consulenze prive di fondamento scientifico, una vera e propria stregoneria giudiziaria. Sono state diagnosticate malattie inesistenti a bambini. La psicoterapeuta Bolognini è stata accusata di aver indotto falsi ricordi, ma anche le consulenti della pubblica accusa hanno dovuto ammettere che non vi sono mai stati falsi ricordi.

    La psicoterapia del trauma è stata messa sotto accusa in modo irresponsabile e contro la scienza. Questa accusa ha offeso e minacciato il lavoro di tanti psicoterapeuti che ogni giorno operano per portare aiuto a chi ha subito un trauma. La pretesa di negare il trauma e di rendere “fuorilegge” la cura è la colpa più grave della vicenda Bibbiano.

    Sono stati criminalizzati operatori dei servizi sociali che hanno agito con generosità e professionalità. Sei lunghi anni di gogna mediatica e giudiziaria si concludono nel modo migliore: con la fine della leggenda di Bibbiano e l’affermazione della verità che, mi auguro, i media vorranno contribuire a diffondere, per risarcire quegli amministratori, operatori dei servizi sociali e psicoterapeuti che hanno agito per il bene dei minori e che sono stati immolati in una delle più tragiche e feroci cacce alle streghe degli ultimi tempi.»

    L’avvocato Bauccio, già difensore di Claudio Foti – assolto in via definitiva il 10 aprile scorso e coimputato nel medesimo procedimento – si è detto sicuro che la sentenza di assoluzione «è un punto di non ritorno. Non temiamo né appelli né vendette di quei personaggi da social network che hanno vissuto di rendita sulla pelle di presunti innocenti per sei anni».

  • L’indifferenza mortale

    L’indifferenza mortale

    In Italia Stato e Chiesa non hanno mai preso in considerazione l’idea di realizzare un’indagine su scala nazionale o di delegare una commissione indipendente a farlo.

    Non esistono statistiche ufficiali sulla diffusione della pedofilia in generale, men che meno su quella di matrice clericale.

    Il ministero per le Pari opportunità non rende pubblici i dati dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile contribuendo a far passare l’idea falsa, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno occasionale, circoscritto a determinati ambiti o specifiche realtà di degrado sociale.

    Tra il 2022 e l’inizio del 2023, in assenza di statistiche ufficiali ho realizzato per il sito della rivista Left una lunga inchiesta – lavorando su fonti giornalistiche, documenti, testimonianze, sentenze passate in giudicato, database Rete l’Abuso etc – dalla quale è emerso che in Italia in 23 anni, dal 2000, sono stati denunciati 146 sacerdoti, 113 sono state le condanne definitive per reati di natura pedofila, le vittime accertate minori di 14 anni sono state almeno 516. Dico almeno perché è impossibile anche solo stimare il numero delle vittime di pedopornografia online. Nessuna delle 146 denunce alla magistratura è partita da un vescovo.

    E ancora, il 17 dicembre del 2022 mons. Baturi, segretario generale della Conferenza episcopale, ha rivelato che dal 2010 al 2020 sono stati «613 i fascicoli trasmessi dalle diocesi italiane al dicastero per la Dottrina della fede», cioè alla Santa sede. Altri 100 fascicoli erano stati trasmessi tra il 2000 e il 2010. Sommando questi numeri viene fuori che tra il 2000 e il 2023 in Italia sono stati denunciati almeno 146+613+100 (cioè 859) casi di pedofilia nella Chiesa. Nemmeno i 713 fascicoli della Cei sono mai stati condivisi con la magistratura, sempre in virtù del “diritto” a non collaborare sancito dall’articolo 4 del Concordato.

    Solo per fare un paragone veloce: Spotlight del Boston Globe nel 2001 ha dato il via alle inchieste negli Usa che hanno portato alla bancarotta 15 diocesi, partendo da 89 casi; la commissione Ciase in Francia, di cui tanto si è parlato qui da noi nel 2021, ha scoperchiato un’orrenda situazione molto simile a quella statunitense partendo dalla denuncia di 70 casi. Qui da noi, dopo 859 casi e chissà quante migliaia di vittime ancora non si muove nulla.

    La mia indagine giornalistica conferma quanto scoperto e accertato dall’associazione Rete L’abuso, una onlus che è anche l’unica realtà della società civile nel nostro Paese che si occupa di tutela dei diritti delle vittime di preti violentatori.

     

  • Massimiliano Mulas, lo stupratore seriale era libero perché «non socialmente pericoloso». I precedenti: una volta decapitò un cane

    Massimiliano Mulas, lo stupratore seriale era libero perché «non socialmente pericoloso». I precedenti: una volta decapitò un cane

    Come può un uomo con svariate condanne per violenza sessuale essere ancora in libertà e capace di compiere nuovi reati? È questa la domanda che scuote l’opinione pubblica dopo la violenza di Mestre, dove Massimiliano Mulas, 45 anni, ha aggredito una ragazzina di 11 anni nell’androne della sua abitazione. Nonostante un passato criminale segnato da numerose condanne per violenze sessuali, Mulas era tornato in libertà già dal 2021, come conferma al Corriere della Sera il suo avvocato difensore Ignazio Ballai, che sottolinea come il suo assistito non sia mai stato dichiarato «socialmente pericoloso».

    Cosa dice la legge

    La legge italiana, infatti, consente di applicare misure di sicurezza preventive solo se un individuo viene dichiarato socialmente pericoloso.

    Tali misure possono includere la libertà vigilata, l’assegnazione a una casa di lavoro o a una struttura sanitaria in casi di infermità psichica. In assenza di questa dichiarazione formale, nessuna misura può essere adottata dopo che il condannato ha terminato di scontare la sua pena, anche se, come nel caso di Mulas, i precedenti sono gravi e ripetuti.

    I precedenti

    Massimiliano Mulas, 45 anni, originario di Tempio Pausania (Sassari), ha una lunga lista di precedenti, e non solo per violenze sessuali. Il suo primo episodio noto risale addirittura al 1998 a Nuoro, quando decapitò un cane e ne inviò la testa in un contenitore di detersivo a una ragazza per minacciarla. Nel 2006, a Padova, tentò di violentare due studentesse sotto la minaccia di un coltello: per questi fatti venne condannato a otto anni e tre mesi di carcere. Prima ancora, nel 2002, era stato arrestato a Cavalese per un tentato stupro di una turista, sempre con minacce e violenza fisica. Recentemente, era stato coinvolto in una presunta aggressione sessuale ai danni di una minorenne a Perugia, accuse poi cadute. Dopo ogni condanna, tornato in libertà, Mulas è sempre tornato a colpire.

    Salvini: «Castrazione chimica»

    Durissima la reazione politica, con Matteo Salvini che torna a proporre con forza la castrazione chimica per stupratori e pedofili: «È una soluzione già adottata in altri Paesi europei, e risolverebbe definitivamente il problema», afferma il leader della Lega. Anche il governatore veneto Luca Zaia e il patriarca di Venezia Francesco Moraglia intervengono indignati: «Come è possibile che un individuo con tali precedenti resti libero di commettere crimini così efferati?».

    https://www.ilmessaggero.it/italia/massimiliano_mulas_stuoratore_seriale_perche_libero_socialmente_pericoloso_cosa_sappiamo-8780649.html