Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: conferenza episcopale italiana

  • Argentina, la «casetta di Dio»  dove violentavano i bambini

    Argentina, la «casetta di Dio» dove violentavano i bambini

    Si allarga lo scandalo dell’Istituto cattolico Antonio Provolo e del sacedote Corradi. Cinque arresti. «Denunce anche in Italia ma la gerarchia contro di lui non fece nulla»

    di Sara Gandolfi

    Si riapre in Argentina lo scandalo della «casita de Dios». Era chiamata così la piccola cappella con il ritratto della Madonna, sul retro dell’istituto cattolico Antonio Provolo, nella provincia di Mendoza, su cui emergono, giorno dopo giorno, nuovi particolari da brivido. Le bambine e i bambini volevano urlare, disperati, cercando aiuto mentre i due preti cattolici abusavano di loro, ma nessuno poteva sentirli: in quella scuola erano tutti sordomuti e comunque l’edificio di calle Boedo a Luján de Cuyo era molto isolato. Eppure qualcuno si era accorto che qualcosa di strano avveniva là dentro, attraverso le fessure gli altri bambini guardavano i loro amichetti che venivano violentati, ripetutamente. Ma non potevano raccontarlo a nessuno.

    Le testimonianze fra Italia e Argentina
    Le testimonianze raccolte dal giudice inquirente Fabricio Sidoti sugli abusi compiuti tra il 2007 e il 2008 su bambini tra i 6 e i 12 anni sono di per sé agghiaccianti, ma la vicenda è ancor più inquietante perché secondo gli inquirenti — e le denunce delle vittime – il Vaticano conosceva le inclinazioni pedofile di almeno uno di quei preti criminali e non ha fatto nulla per fermarlo. Decine di studenti dell’Istituto Provolo di Verona, in Italia, erano stati abusati per anni e tra i loro aguzzini figurava uno dei religiosi arrestati in novembre in Argentina. «Il Vaticano sapeva almeno dal 2009, quando le vittime italiane raccontarono pubblicamente gli abusi subiti – ricorda l’agenzia Ap -. Nel 2014, scrissero direttamente a Papa Francesco accusando per nome 14 preti e religiosi laici dell’istituti, tra cui il reverendo Nicola Corradi». E’ lo stesso sacerdote, trasferito nelle sedi argentine del Provolo, denunciato ora da 24 ex studenti argentini. Assieme a lui, oggi 82 enne, sono finiti in novembre agli arresti il prete Horacio Corbacho, 56 anni, un ex allievo e due impiegati dell’istituto per «violenze sessuali aggravate e corruzione di minori».

    La commissione d’inchiesta

    Gli ex allievi dell’istituto veronese, che oggi hanno tra i 55 e i 65 anni, hanno convissuto per tutta la vita con il ricordo di quanto subito, fra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Ottanta. Finché, sette anni fa, dopo un tentativo di negoziato fallito con la diocesi di Verona, decisero di denunciare pubblicamente 12 preti e 3 laici. Il Vaticano istituì una commissioni di inchiesta che ha comminato a cinque sacerdoti la pena più lieve, l’ammonizione canonica. Su don Corradi, che nel frattempo si era trasferito in Argentina, nulla. Fino all’esplosione dello scandalo in Argentina. Per la stampa locale, il sacerdote sarebbe stato trasferito all’epoca dai superiori nel Paese sudamericano proprio per allontanarlo dalle voci che lo circondavano in Italia.

    Le lettere a Francesco

    Lo scandalo sfiora anche Papa Francesco che, tra il 1998 e il 2013, era vescovo di Buenos Aires e apparentemente ignorò le lettere inviata dalle vittime italiane. Soltanto lo scorso febbraio monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, ha confermato che il Vaticano ha ricevuto le due missive delle presunte vittime di Verona e di aver girato la loro proposta di una commissione indipendente d’inchiesta alla Conferenza episcopale italiana. «Dal Papa in giù…. tutta la gerarchia della Chiesa cattolica sapeva», ha detto all’Ap una delle vittime argentine, parlando con la lingua dei segni.

    Il giudice Sidoti

    A Luján le bambine e i bambini venivano sedati, con la complicità di un ospite disabile e del giardiniere dell’istituto, e quindi violentati per via vaginale (le bambine) e rettale, costretti a sesso orale e «carezze» in ogni parte del corpo. Alcune testimonianze, riportate dall’Ap, sono talmente dure che preferiamo non riportarle: erano trattati come o addirittura peggio di bambole di gomma. Il giudice Sidoti è sicuro che altre vittime romperanno presto il muro del silenzio. Il Vaticano, per ora, ha rifiutato di commentare. Al contrario dei fatti di Verona, caduti in prescrizione, i presunti abusi in Argentina sono ancora perseguibili per legge e potrebbero portare a condanne fino a 50 anni di carcere.

    http://www.corriere.it/esteri/16_dicembre_23/argentina-casetta-dio-dove-violentavano-bambini-b424c3f0-c91b-11e6-bac6-8c33946b31a6.shtml

  • I vescovi svizzeri e il mea culpa per la pedofilia, la Chiesa a vari livelli è stata complice

    I vescovi svizzeri e il mea culpa per la pedofilia, la Chiesa a vari livelli è stata complice

    Città del Vaticano Le colpe di cui si è macchiata la Chiesa sugli abusi sessuali comprendono diversi livelli: “l’atto criminoso, il silenzio complice, l’assenza di aiuto alle vittime stuprate”. In pratica una catena di delitti, dal più grave, quello commesso dal prete orco, fino al comportamento pilatesco del vescovo che per non creare scandalo nella diocesi ha spesso spostato il parroco da una parrocchia all’altra.

    Perchè è così che in passato venivano gestiti i casi di abusi. Il mea culpa stavolta arriva dai vescovi svizzeri che hanno appena chiuso una giornata di riflessione su come le comunità cattoliche in passato hanno affrontato la piaga della pedofilia. Fino a qualche decennio fa era proibito persino nominare apertamente il tema tabù della pedofilia per non suscitare scandalo e infangare il buon nome della diocesi, preferendo dunque coprire i misfatti con il silenzio . “A differenti livelli noi ci sentiamo responsabili e grati alle vittime per averci aperto gli occhi” hanno sottoscritto i vescovi svizzeri.

    La cerimonia svizzera testimonia il cammino che in questi ultimi dieci anni ha fatto la Chiesa per punire i colpevoli. Benedetto XVI e Papa Francesco hanno inasprito le pene del codice di diritto canonico, usato la mano dura per castigare i responsabili dei crimini, condannato anche i vescovi omertosi, cosa che prima non si faceva. Anzi. Una lettera (resa pubblica agli inizi degli anni Duemila), scritta dall’allora cardinale della Congregazione per il Clero Castrillon Hoyos esprimeva compiacimento verso un vescovo francese che aveva evitato lo scandalo pubblico di un prete pedofilo, invece che denunciarlo e punirlo. Insomma la tolleranza zero è arrivata solo dopo. Un cammino che non è stato semplice per via di tante resistenze interne.

    Ultimamente ha anche portato alla istituzione di una Commissione internazionale per la protezione dei minori guidata da padre Hans Zoellner, un gesuita tedesco che da anni si batte per diffondere un protocollo di intervento armonico tra le diverse conferenze episcopali. Proprio in questi giorni il Vaticano ha annunciato l’avvio di un sito www.protectionofminors.va in cui viene esposto il lavoro svolto e gli obiettivi da raggiungere.

    “Nella nostra epoca è emersa palese una grande colpa a carico della Chiesa, così come delle sue diocesi e comunità. Questa colpa ha delle radici ben precise, individuabili in certe strutture e certi modi di comportamento e di pensiero” ha spiegato ieri il vescovo svizzero Morerod. Le nuove regole che sono state introdotte, frutto degli interventi dei pontificati di Ratzinger e di Papa Francesco, hanno cambiato le prospettive in molti paesi dando maggiore credibilità alla immagine della Chiesa.

    In Svizzera, per esempio, è stato istituito un fondo per gli indennizzi e le statistiche sugli abusi sono state rese pubbliche, aggiornate di anno in anno cose che, invece, manca totalmente in Italia dove è praticamente impossibile ancora avere dei dati dalla Conferenza Episcopale Italiana.

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vescovi_svizzera_pedofilia_vaticano_chiesa_abusi_francesco-2124982.html

  • Preti arrestati per abusi su minori: “La Chiesa sa tutto, non ha fatto nulla”

    Preti arrestati per abusi su minori: “La Chiesa sa tutto, non ha fatto nulla”

    “Non ci aspettiamo più nulla, né dal Vaticano né dalla magistratura.” E’ tagliente il commento di Marco Lodi Rizzini, segretario dell’associazione sordi “Antonio Provolo” onlus di Verona, che raccoglie le vittime degli abusi perpetrati a danni di bambini disabili a partire dagli anni Ottanta. “Abbiamo saputo degli arresti in Argentina. – continua – Ci è sembrato strano che i due sacerdoti continuassero ad operare con i minori, ma fine ad un certo punto. La prassi della Chiesa cattolica e dell’Istituto Antonio Provolo è stata sempre questa, fare il gioco delle tre carte, spostare sacerdoti senza punirli. Sappiamo di sacerdoti allontanati, spostati in Argentina, poi riportati in Italia, in case diverse da quella di Verona.”

    Il tono di Lodi Rizzini è pieno di amarezza, con una punta di rassegnazione. “Conosco padre Corradi. In Italia la magistratura non si è mai mossa perché i reati risultavano caduti in prescrizione. Meno male che ci ha pensato la magistratura argentina. – prosegue – A noi risultano, nel solo istituto di Verona quindici persone abusate dai sacerdoti, a cui si aggiungono altre cinque persone che hanno denunciato gli abusi davanti alla commissione vaticana appositamente costituita negli scorsi anni. Ci sono tanti altri casi, però, e non solo a Verona. In tanti hanno paura o vergogna di denunciare.”

    Il caso dell’istituto Provolo di Verona, al centro di polemiche e denunce da anni, è stato anche portato all’attenzione di papa Francesco. “Ha incontrato mia sorella, vittima di abusi, nell’ottobre del 2015 in Vaticano, in occasione della giornata mondiale dell’handicap. – dice ancora il segretario dell’associazione – Hanno colloquiato per sette minuti. Abbiamo chiesto che il Vaticano istituisse una commissione indipendente per verificare cosa sia effettivamente successo nell’istituto Provolo. Abbiamo chiesto al Papa di aprire gli archivi della Conferenza Episcopale Italiana. Ho notizia che monsignor Angelo Becciu, della segreteria di Stato, ha scritto, per conto del Papa, una lettera in questo senso al presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. Nulla è successo.”

    http://www.fanpage.it/preti-arrestati-per-abusi-su-minori-la-chiesa-sa-tutto-non-ha-fatto-nulla/

  • Quelle orge gay di seminaristi. E la Tv dei vescovi sdogana gli Lgbt

    Quelle orge gay di seminaristi. E la Tv dei vescovi sdogana gli Lgbt

    Il 6 giugno sulla televisione della Conferenza episcopale italiana, durante il programma “Il diario di Papa Francesco”, é successo qualcosa che non ha precedenti. Per la prima volta un’emittente cattolica ufficiale e legata alla gerarchia ecclesiastica, Tv2000, ospitava coloro che già all’inizio di maggio erano stati definiti dal quotidiano della Cei, Avvenire, con l’espressione di «cristiani Lgbt». Un ossimoro non meno grave che se il giornale avesse titolato «cristiani abortisti», indice della grande confusione dottrinale ed esistenziale della Chiesa.

    In studio, tre sedicenti cattolici del gruppo “Ponti Sospesi”, cheraccoglie appunto quanti si definiscono “cristiani Lgbt” e che non solo hanno attrazioni verso persone dello stesso sesso, ma convivono con loro convinti che la Chiesa debba arrendersi all’”amore”. Fra gli ospiti anche una suora senza abito e un sacerdote sicuri che «siccome Dio ci ama» approva qualsiasi cosa facciamo. Così, in appena una ventina di minuti, lo sdoganamento di quello che prima veniva respinto, almeno pubblicamente dagli organi ufficiali della Chiesa, è avvenuto citando l’esortazione apostolica “Amoris Letitia” di papa Francesco. Precisamente al punto 250 che parla di «rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita». Volontà che, non si ricorda mai, è inscritta nella natura ordinata dal Creatore stesso, come dice il Catechismo. E che, se tradita, si ritorce contro l’uomo.

    Ma mentre la televisione dei vescovi parlava dell’omosessualità normalizzandola e nascondendone il dramma esistenziale, in modo affettato e quindi fuorviante, a Roma una voce coraggiosa e importante si è alzata per difendere quello che la Chiesa di Gesù Cristo proclama da 2000 anni attraverso il suo Magistero e le Sacre scritture: la verità sulla pratica omosessuale che è in contrasto con la volontà di Dio (un abominio ai suoi occhi dice san Paolo), innanzitutto perché nuoce alla creatura che la pratica. Colleen Bayer, presidente del “Family Life International” della Nuova Zelanda, ha raccontato durante un incontro di cui circola un video in rete pubblicato sempre il 6 giugno, alcune storie diverse, ma tutte legate all’ideologia gender e all’omosessualità.

    Bayer ha cominciato ricordando «quello che ci hanno detto su Christoph Schönborn  (il cardinale diVienna che ha presentato l’esortazione apostolica, ndr)», il quale ha fatto «un errore enorme parlando di “elementi positivi” dell’omosessualità» e spiegando in un’intervista del 2015 alla Civiltà cattolica che «la Chiesa non deve guardare per prima cosa nella camera da letto, ma in sala da pranzo!». Dire questo, ha continuato Bayer, è «spazzatura, spazzatura», perché «un nostro amico prete ha perso la vita per quello che succede in camera da letto: per favore pregate per la sua anima». La donna ha quindi narrato la vicenda di questo giovane anglicano, convertito al cattolicesimo, che entrò in seminario a Roma, nonostante avesse dichiarato ai superiori le sue angosce e fatiche nelle relazioni, che lo portavano ad avere attrazioni compulsive verso gli uomini.

    Comunque ordinato, venne inviato in Nuova Zelanda, dove cinque anni di ministero non servirono alenirne la disperazione, sebbene continuasse a dare sfogo alle sue compulsioni. Fu allora che, incontrando Bayer e suo marito, il sacerdote si confidò chiedendo loro aiuto: «”Oh Colleen”, mi disse, “non sai cosa facevamo a Roma il venerdì sera, ci incontravamo”…e facevano quello che fanno gli omosessuali». In quel momento, ha spiegato l’attivista pro family, «mi svelò i festini romani del venerdì sera con altri seminaristi», che «si concludevano in orge omosessuali». E «mi si spezzò il cuore. Fino ad allora pensavo che noi tutti adoravamo Dio sotto la cupola di Roma, che venire qui era venire a casa. Ma poi, sapere che nei seminari qui…».

    Il sacerdote gli svelò infatti «la devastazione, la sporcizia e cose avvenute che sono spaventose».Bayer si é poi chiesta chi ha accettato queste persone nei seminari, spiegando l’angoscia del sacerdote poi morto suicida. E ha concluso: «Come, nel nome di Dio, è avvenuto questo sotto la cupola di Roma?…Come un cardinale di Roma, se è vero che ha detto così, può affermare una cosa del genere?». Successivamente, ha ricordato un’altra vicenda, quella di una ragazza incinta malmenata dalla “fidanzata” abortista, descrivendo la relazione sentimentale fra due donne come violenta e possessiva: «Quando vidi il corpo di Jackie mi pianse il cuore per via dei tagli e dei lividi e i pizzicotti, sapendo che nella sua vita era stata terribilmente violentata e ferita». E non è che questo avvenga indipendentemente dal sesso diverso o identico del partner. O che si debba per forza arrivare alla violenza fisica.

    Infatti, per dire quanto la dottrina di Cristo e della Chiesa che deplora l’omosessualità sia piùcaritatevole di ogni melassa mondana spacciata per amore di Dio, basta leggere chi, come Luca Di Tolve, in seguito alla conversione e alla psicoterapia ha trovato il compimento che cercava solo con una donna. Nel suo libro, “Ero Gay. A Medjugorje ho trovato me stesso”, Di Tolve scrive il perché della natura disperante di questi rapporti: «Il movente profondo che spinge ad adottare comportamenti omosessuali è sempre il medesimo: quello di assumere le caratteristiche maschili che non riesci a esprimere in te stesso». Mentre solo «due uomini o due donne scoprono nella diversità gli elementi complementari per cui arrivano a essere, creando una famiglia, dono gli uni per gli altri…due uomini e due donne, invece, non riusciranno mai, mettendosi insieme, ad arrivare alla pienezza di sé, perché non troveranno nel partner dello stesso sesso quegli elementi biologici e psicologici costitutivi dell’altro sesso, che li completa…È forse per questo che, nel praticare sesso con altri uomini, non ho trovato pace. Forse per questo ho avuto poi la forza di reagire e intraprendere un cammino di virilità, utile e autorevole nella mia identità». Quella che Cristo e la Chiesa hanno a cuore e per cui bisognerebbe combattere con forza e coraggio ogni menzogna.

    Invece, pare proprio di assistere a quanto la Madonna predisse nel 1995 a Civitavecchia, conl’ammissione finale dell’allora vescovo della diocesi, monsignor Girolamo Grillo, inizialmente feroce oppositore delle apparizioni: «Figli miei le tenebre di satana stanno oscurando ormai tutto il mondo e stanno oscurando anche la Chiesa di Dio. A Roma le tenebre stanno scendendo sempre di più sulla roccia che mio figlio Gesù vi ha lasciato per edificare, educare e far crescere spiritualmente i suoi figli». Di fronte all’apostasia, Bayer ha spiegato che occorre «essere consapevoli dei tentacoli di satana, cercare le mani di Dio e perseverare», affinché Dio stesso «ci guidi fuori dal fango» attraverso «uomini e donne di Dio», attraverso «l’ortodossia, mettendo al centro la Chiesa e il suo servizio, con un grande senso di urgenza e con pazienza».

    Mentre, come domandò la Madonna a Civitavecchia, invitando alla fedeltà, alla verità, alla preghiera,all’Eucarestia il popolo, toccherebbe anche ai vescovi: «…il vostro compito è di continuare la crescita della Chiesa di Dio, essendo voi gli eredi di Dio, tornate a essere un cuor solo pieno di vera fede… consacratevi tutti a me, al mio Cuore Immacolato, e io proteggerò la vostra Nazione sotto il mio manto ora pieno di grazie».

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quelle-orge-gay-di-seminaristi-e-latv-dei-vescovi-sdogana-gli-lgbt-16426.htm

  • Denunce, abusi e cacciate dei vescovi. Ecco le novità del motu proprio di Bergoglio

    Denunce, abusi e cacciate dei vescovi. Ecco le novità del motu proprio di Bergoglio

    Dal 5 settembre prossimo i vescovi negligenti in tema di protezione dei minori potranno essere rimossi dalla diocesi loro affidata. Ed a cacciarli potranno essere le Congregazioni della Curia Romana, investite di un apposito potere d’indagine. Queste, in sintesi, sono le due innovazioni portate dal motu proprio “Come una madre amorevole”, emanato giorni fa da Papa Francesco ma che entrerà in vigore, come detto, fra 90 giorni.

    A CHI SI RIVOLGE

    Il testo voluto dal Papa chiarisce che “la Chiesa dedica una cura vigilante alla protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”, quindi i primi ad occuparsene e assumersene la responsabilità sono: “I Vescovi diocesani, gli Eparchi (i ‘vescovi’ delle Eparchie, cioè le ‘diocesi’ che in Italia sono di rito greco-cattolico e ammettono i preti sposati, parliamo di Piana degli Albanesi in Sicilia e Lungro in Calabria) e coloro che hanno la responsabilità di una Chiesa particolare”, che vengono chiamati ad “impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”.

    SI AMPLIANO LE “CAUSE GRAVI”

    Già oggi il Codice di Diritto Canonico, voluto da Giovanni Paolo II nel 1983 (quello precedente risaliva al 1917), stabilisce che si può perdere un ufficio ecclesiastico per “cause gravi”. Un esempio? Il canone 696, rifacendosi ai religiosi (i frati), parla di cause “gravi, esterne, imputabili e comprovate giuridicamente” come ad esempio: “l’ostinato appoggio o la propaganda di dottrine condannate dal magistero della Chiesa”. È come se – per fare un esempio banale, ma chiaro – Padre Raniero Cantalamessa, il noto religioso che per anni ha telepredicato il Vangelo agli italiani e oggi è Predicatore della Casa Pontificia, improvvisamente si iscrivesse all’UAAR (Unione Atei, Agnostici Razionalisti) ed entrasse nelle Brigate Rosse. In questo caso potrebbe essere rimosso.

    LA NEGLIGENZA E LA DENUNCIA

    Naturalmente il motu proprio del Papa allarga adesso le gravi cause. E parla espressamente di “negligenza dei Vescovi nel loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili”. Possiamo fare molti esempi di possibile negligenza: il vescovo che trasferisce di parrocchia in parrocchia il prete pedofilo non dando corso alle denunce dei fedeli; oppure il vescovo che omette di denunciare il sacerdote all’autorità civile (e quindi alla magistratura). Questo punto ci sembra suggerito dal testo del documento, e potrebbe anche chiudere le polemiche sulla decisione – quantomeno discutibile – presa dalla Conferenza Episcopale Italiana di non obbligare i vescovi alla denuncia dei preti pedofili alla magistratura italiana. Era il marzo 2014 e il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, si giustificò dicendo che tale norma fosse “a tutela delle vittime” e che un obbligo “morale” fosse più pesante di uno “giuridico”. Posizione quantomeno opinabile.

    COME AVVIENE LA CACCIATA DEL VESCOVO

    La rimozione del vescovo può avvenire se “per negligenza” abbia “posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri” che può essere “fisico, morale, spirituale o patrimoniale”. Nel caso di abuso su minori o adulti vulnerabili basta che “la mancanza di diligenza sia grave” (art. 1, §3). In questo caso “la competente congregazione della Curia Romana” (che nei casi di pedofilia è quella per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio) può agire d’ufficio, iniziando un’indagine e (art. 4) cacciare il vescovo con il decreto di rimozione, o invitarlo a dimettersi entro 15 giorni pena la cacciata d’ufficio. Sempreché (art. 5) il Papa, sentito un collegio di giuristi, approvi la decisione della Congregazione competente.

    Il motu proprio di Francesco segue la linea – prima di Giovanni Paolo II, poi di Benedetto XVI – di massima severità nella gestione dei casi di pedofilia del clero; e richiama infatti il motu proprio emanato da Karol Wojtyla e poi emendato da Joseph Ratzinger Sacramentorum Sanctitatis tutela. Un testo che non ha mancato di suscitare apprezzamento negli ambienti ecclesiastici.

    MA NON C’E’ SOLO L’ABUSO

    Con una precisazione. Il motu proprio parla di danno anche patrimoniale non solo verso il singolo, ma anche verso una comunità. Non è difficile ripensare ai casi di cronaca recente a proposito di presunte malversazioni economiche compiute in alcune diocesi italiane. Come quello di monsignor Francesco Micciché, vescovo emerito di Trapani, rimosso nel 2012 dalla Santa Sede e sotto inchiesta dal 2015 della Procura della Repubblica di Trapani per malversazione (spariti 2 milioni di euro destinati alla diocesi) in relazione ai soldi dell’8 per mille. Dal 5 settembre prossimo, insomma, uno strumento in più in mano alla Santa Sede.

    http://formiche.net/2016/06/06/denunce-abusi-e-cacciate-dei-vescovi-ecco-le-novita-del-motu-proprio-di-bergoglio/

  • Pedofilia, suicida padre Elizondo leader del movimento teologia della Liberazione

    Pedofilia, suicida padre Elizondo leader del movimento teologia della Liberazione

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  • Pedofilia, cardinale Barbarin sotto accusa in Francia. Valls: “Si assuma responsabilità”

    Pedofilia, cardinale Barbarin sotto accusa in Francia. Valls: “Si assuma responsabilità”

    L’arcivescovo di Lione è accusato di aver coperto sacerdoti responsabili di molestie sui bambini. Lui si difende: “Mai nascosto casi”. I vescovi transalpini: “Prioritario fare verità”

    di ANDREA GUALTIERI

    IN Italia avevano imparato a conoscerlo ai tempi del conclave che ha eletto Bergoglio: Philippe Barbarin arrivava alle riunioni plenarie in sella alla sua bici,anche quando pioveva. Ora però, a tre anni di distanza, il cardinale francese arcivescovo di Lione si trova sotto ad un diluvio di polemiche. Su di lui è infatti piombata l’accusa di aver coperto due sacerdoti pedofili: il primo, padre Bernard Preynat, è accusato da un gruppo di ex scout; l’altro, padre Jérome Billioud, è accusato da un uomo da parte del quale è stata sporta ora una denuncia proprio contro Barbarin.

    Entrambi i casi, in realtà, sono avvenuti quando l’attuale cardinale non era alla guida della diocesi. Quello che viene contestato al presule, però, è di non aver rimosso i responsabili delle molestie sui bambini. L’uomo che accusa Billioud, in particolare, dopo anni di silenzio, aveva sporto denuncia a carico del prete pedofilo: era il 2009 e il reato era ormai prescritto, per cui il caso era stato archiviato. In quell’occasione però la vittima aveva incontrato Barbarin, che gli avrebbe detto di conoscere la vicenda e di sapere che il sacerdote aveva già subito una condanna per esibizionismo. Barbarin, racconta Pierre, si era “scusato a nome del prete”, ma non aveva preso nessun altra iniziativa “per proteggere i bambini, lo ha lasciato allo stesso posto”. Per questo, l’uomo ha deciso di denunciare il prelat e ha ottenuto l’apertura di un’indagine preliminare a suo carico.

    L’altra denuncia nei confronti del cardinale, quella relativa al caso di Preynat, arriva da un’associazione di vittime degli abusi che lo accusa di essere stato a conoscenza del fatto che il prete aveva abusato sessualmente di alcuni giovani tra il 1986 e il 1991 e di aver taciuto. Preynat, incriminato a gennaio, ha nel frattempo ammesso molte delle vicende che lo riguardano. Barbarin, invece, si difende in modo deciso: “Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia”. Il porporato, tramite una nota della diocesi, afferma che “pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili in quanto commessi da un sacerdote” non può “non manifestare sua profonda incomprensione di fronte a questa denuncia”. La curia aggiunge che “è evidente che in nessun caso lui ha messo in pericolo la vita di altri né incoraggiato qualcuno a suicidarsi” e “chiede solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità”.

    Le pressioni però sono altissime, tanto che il premier francese Manuel Valls ha inviato il presule ad “assumersi le sue responsabilità”, “Parli e agisca”, ha detto l’esponente di governo che, a chi gli chiedeva se Barbarin debba dimettersi, ha risposto: “È una sua responsabilità, ma deve anche comprendere il dolore. Non mi aspetto parole, ma fatti”. Attacchi davanti ai quali il cardinale ha reagito affermando: “Consiglierei a Manuel Valls di moderare le sue affermazioni. Ma non ha altro da fare che pronunciarsi su un dossier che non conosce, visto che i magistrati non comunicano gli elementi della procedura? Sono stupefatto”.

    Uno scontro che sta creando imbarazzo anche nella Conferenza episcopale francese, riunita proprio in questi giorni: “Voglio dire, a nome di tutti, che i vescovi di Francia hanno una volontà: dire la verità alle vittime. È questa la priorità che deve guidare tutte le nostre azioni di fronte a queste vicende così dolorose”, ha detto monsignor Georges Pontier, presidente dei vescovi transalpini. E un commento è arrivato anche dalla Santa Sede, tramite il portavoce padre Federico Lombardi, che alla Radio Vaticana d’Oltralpe ha sottolineato: “Un tribunale francese ha recentemente aperto un’indagine, è opportuno attendere i risultati”. Nei giorni scorsi il Vaticano era stato scosso da un altro filone d’indagine sulla copertura della pedofilia, quello relativo al cardinale australiano George Pell. Appena ieri, invece, la Conferenza episcopale italiana ha inaugurato la riunione del consiglio permanente che ha all’ordine del giorno la riforma del clero e della sua formazione, perché, ha detto Bagnasco, “alla luce di alcune recenti circostanze ogni volta che si accerta un caso di pedofilia si rinnova in noi il dolore e la vicinanza alle vittime e ai familiari”.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2016/03/15/news/pedofilia_bufera_in_francia_sul_cardinale_barbarin_valls_si_assuma_responsabilita_-135554021/

  • Pedofilia, Bagnasco: “Vescovi italiani tra i primi nel rigore”. Ma la Cei (sbugiardata dal Papa) respinse l’obbligo di denuncia

    Pedofilia, Bagnasco: “Vescovi italiani tra i primi nel rigore”. Ma la Cei (sbugiardata dal Papa) respinse l’obbligo di denuncia

    “Com’è noto, i vescovi italiani sono stati tra i primi a mettere in essere con rigore le indicazioni della Santa Sede in ordine all’accertamento degli addebiti e all’erogazione delle pene”. Così il presidente della Conferenza episcopale italiana. Ma l’organo da lui guidato varò un documento di contrasto difendendo il diritto a scegliere se denunciare o meno. Una posizione sbugiardata recentemente dal Vaticano. Nella prolusione dal Consiglio, nuova condanna della stepchild adoption.

    “Ogni volta che si accerta un caso di pedofilia si rinnova in noi il dolore e la vicinanza alle vittime e ai familiari; insieme ribadiamo la condanna dei colpevoli, mentre cresce la preoccupazione per lo scandalo delle anime”. Risponde così il cardinale Angelo Bagnasco alle recenti critiche sulla gestione dei casi di abuso sessuale dei preti sui minori. “Com’è noto, – ha precisato il porporato nella prolusione della sessione primaverile del Consiglio permanente della Cei, eccezionalmente svoltosi a Genova – i vescovi italiani sono stati tra i primi a mettere in essere con rigore le indicazioni della Santa Sede in ordine all’accertamento degli addebiti e all’erogazione delle pene, e hanno rafforzato le strutture di recupero nonché i criteri di prevenzione. Fermo restando tutto questo, riconosciamo e condividiamo la generosità del nostro clero, che si spende ogni giorno accanto a tutti e a ciascuno con disinteresse e trasparenza”. E in un altro passaggio Bagnasco ha aggiunto: “Qualche ombra, che a volte dolorosamente si constata, non deve oscurare né screditarel’operato limpido e generoso di moltissimi operatori, sacerdoti, consacrati e laici, che servono con gratuità e sacrificio di energie, tempo, denaro”.

    Una difesa d’ufficio, quella del presidente della Conferenza episcopale italiana che ha assicurato “leale obbedienza” al Papa, che non coincide affatto con quanto affermano le linee guida della Cei sul contrasto della pedofilia che non prevedono l’obbligo di denuncia alle autorità civili. Una posizione totalmente opposta a quella ribadita più volte da Francesco e dalla Santa Sede, sia dalla Congregazione per la dottrina della fede, sia della Pontificia Commissione per la tutela dei minori istituita da Bergoglio. Proprio quest’ultimo organismo ha attaccato recentemente le conferenze episcopali, Chiesa italiana in primis, precisando che “abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società”.

    Il testo della Cei, bocciato dal Vaticano una prima volta proprio su questo punto e poi emendato senza recepire la modifica che era stata chiesta, afferma, invece, che “nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida“. Lo stesso Bagnasco aveva affermato che “quello della Cei non è un no alla denuncia alla magistratura civile, ma un’attenzione verso le vittime e risponde a ciò che i genitori ritengono meglio per il bene dei propri figli. Per noi l’obbligo morale è ben più forte dell’obbligo giuridico, e impegna la Chiesa a fare tutto il possibile per le vittime”. Sulla vicenda Bergoglio è sempre stato molto chiaro: “I vescovi che spostano i preti pedofili è meglio che si dimettano“.

    “ACCANIMENTO CONTRO I CRISTIANI” – Nella sua prolusione Bagnasco ha puntato nuovamente il dito contro “il brutale accanimento contro la fede cristiana”, ricordando la recente uccisione in Yemen di quattro suore di madre Teresa di Calcutta, insieme ad altre dieci persone. Al centro della riflessione del presidente della Cei “il tragico esodo di migranti e rifugiati”. “Dall’inizio del 2015 – ha sottolineato il porporato – sono morte 4.200 persone, di cui 330 bambini solo nel Mar Egeo! Che spettacolo dà di sé l’Europa?”. Con un omaggio all’Italia che “ha mostrato da subito generosità e prontezza, pur dentro a situazioni talmente inedite che nessuna Nazione sembra essere capace di affrontare senza rifugiarsi nei soliti slogan irreali”. Mentre in Germania cresce il consenso per la destra populista e anti immigrati, Bagnasco ha ricordato che “nelle nostre comunità sono circa 45mila gli immigrati accolti” aggiungendo “che l’indifferenza globale è qualcosa che grida vendetta al cospetto di Dio”.

    STEPCHILD, “DERIVA INDIVIDUALISTA” – Nuovo appello in favore della famiglia“tesoro da non indebolire e disperdere con omologazioni infondate, trattando nello stesso modo realtà diverse. Da una parte – per il presidente della Cei – si rivendicano le differenze sul piano culturale e, dall’altra, le si negano sul piano normativo, creando di fatto delle situazioni paramatrimoniali”. Parole altrettanto nette sulle adozioni e la gravidanza surrogata: “La deriva individualista, radicale e liberista, non intende fermarsi: mentre riaffermiamo con tantissima gente che avere dei figli è un desiderio bello e legittimo, così è diritto dei bambini non diventare oggetto di diritto per nessuno, poiché non sono cose da produrre. Tanto più che certi cosiddetti diritti risultano essere solo per i ricchi alle spalle dei più poveri, specialmente delle donne e dei loro corpi. Così, fa parte di un umanesimo umano il fatto che l’amore non giustifica tutto, che i bambini hanno diritto a un padre e una madre, come anche recentemente il Tribunale dell’Aia ha affermato”.

    OMICIDIO VARANI: “CULTURA DELLO SBALLO” – Infine, una riflessione sul “raccapricciante delitto” di Luca Varani: “Siamo preoccupati che non si sia aperto un serio, corale dibattito pubblico; che si continui a mostrare colpevole superficialità o vile rassegnazione di fronte alla cultura dello ‘sballo’ con droghe, alcool, azzardo, fino al disprezzo totale della vita propria e altrui”.

    Twitter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/14/pedofilia-bagnasco-vescovi-italiani-tra-i-primi-nel-rigore-ma-la-cei-sbugiardata-dal-papa-respinse-lobbligo-di-denuncia/2545168/

     

  • PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    Via al processo a don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e liberazione, accusato di violenze su otto bambini. Ma il Vaticano continua a essere poco trasparente

    di Federico Tulli

    Ricordate don Mauro Inzoli? Sebbene a giugno 2014 fosse stato «invitato» dalla Congregazione per la dottrina della fede «a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» per gli «abusi su minori» affidati alla sua cura, il 17 gennaio 2015 fu immortalato sorridente al convegno organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale». L’ex parroco di Crema, esponente di spicco di Comunione e liberazione, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della fraternità, si godeva lo spettacolo in seconda fila. Davanti a lui sedevano il governatore Roberto Maroni e il predecessore, Roberto Formigoni, di cui, Inzoli, si dice sia stato il confessore. Condannato – si fa per dire – dalla Santa Sede «alla pena medicinale perpetua» per lo Stato italiano era un uomo libero. Il 9 marzo le cose potrebbero cambiare. È la data fissata dal gip di Cremona Letizia Platè per il processo al prete, sotto inchiesta in Italia solo da ottobre 2014 in seguito a due esposti del senatore Sel Franco Bordo. L’accusa è di quelle pesanti: “Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minori di 12 anni”. A Inzoli sono imputati otto casi, altri 15 sono caduti in prescrizione. Rischia 12 anni di carcere e la pena potrebbe ridursi di un terzo con il rito abbreviato. Ma un eventuale appello allungherebbe i tempi facendo cadere in prescrizione tutti i reati. A dilatare l’iter investigativo ha contribuito la Santa Sede negando alla procura di Cremona gli atti dell’istruttoria e del procedimento canonico perché vincolati dal «segreto pontificio».

    L’avvio del processo penale a don Inzoli coincide con il terzo anniversario del pontificato di Bergoglio. Sin dal 13 marzo 2013, Francesco si è dedicato, almeno a parole, alla lotta contro la pedofilia nel clero cattolico. Ma il gesuita argentino ha poco da festeggiare. I due Oscar vinti da Spotlight di Tom McCarthy (miglior film e miglior sceneggiatura originale) riportano con forza in primo piano l’ineludibile questione della trasparenza come chiave di volta per scardinare il sistema di potere complice dei pedofili in tonaca contro cui lo stesso Bergoglio si è spesso scagliato in nome della «tolleranza zero». Un’idea di trasparenza che si lega a quella di collaborazione con le autorità degli altri Paesi, che evidentemente però non è stata ancora ben assimilata in Vaticano nemmeno dal papa. Lo dicono la rogatoria negata e il “segreto pontificio” sul caso Inzoli. Ma anche, per fare un esempio, la vicenda giudiziaria di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato nei rispettivi libri – Avarizia (Feltrinelli) e Via crucis (Chiarelettere) – notizie vere documentate da fonti certe. Proprio come fecero nel 2002 i colleghi del team Spotlight del Boston Globe, cui invece la tenace inchiesta che smascherò le sistematiche complicità delle istituzioni ecclesiastiche con i pedofili valse il Pulitzer. Ad aumentare la distanza tra gli annunci di Bergoglio e la realtà dei fatti ci si mette anche la Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui creata, sommersa dalle polemiche per l’espulsione di un membro laico, l’avvocato inglese Peter Saunders. Il quale, intervistato dalla Bbc, ha attaccato papa Francesco reo «di non aver fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini», e ha definito «oltraggiosa» la nomina del suo amico monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno in Cile, sospettato di aver protetto padre Karadima condannato per pedofilia nel 2011. La defenestrazione di Saunders va messa in relazione alle sue accuse contro il cardinale George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto, senza però riuscire a evitare di deporre il 28 febbraio scorso di fronte alla Commissione governativa australiana sui crimini pedofili. «Non sono qui per difendere l’indifendibile», ha detto il cardinale, ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini. Troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze», ha osservato tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili», ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione.

    Una responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida. Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per l’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di loro la dimissione dallo stato clericale è probabilmente arrivata dopo una condanna penale “laica”. Per altri invece si è espresso solo il Tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa non risposero alle istanze dell’Onu che anche per questo ha accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. Come nel caso di don Inzoli, i fatti e la trasparenza stanno a zero.

    LEFT del 5 marzo 2016

  • Pedofilia, una spina nel fianco per Papa Francesco

    Pedofilia, una spina nel fianco per Papa Francesco

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    La questione della pedofilia rischia di diventare una spina nel pontificato di Francesco. Bergoglio nei primi anni del suo papato ha imboccato una linea dura nei confronti degli abusi sessuali. Pochi mesi dopo la sua elezione (nel luglio 2013) ha inserito nel codice penale dello Stato vaticano i delitti contro i minori, sottoponendo alla giurisdizione penale tutti i membri della Curia romana e dell’amministrazione della Santa Sede.

    Appena informato delle accuse circostanziate rivolte al nunzio (ambasciatore) vaticano Jozef Wesolowski a Santo Domingo, lo ha richiamato a Roma e lo ha sottoposto ad un processo canonico, al termine del quale Wesolowski è stato spogliato del suo rango di arcivescovo e ridotto allo stato laicale. Di più: il pontefice ha ordinato l’arresto del prelato degradato e ha ordinato che fosse istruito contro di lui anche un processo penale con la partecipazione di una rappresentanza della stampa internazionale.

    La morte per infarto dell’ex nunzio polacco (nella notte fra il 27 e il 28 agosto 2015) gli ha evitato questa vergogna. Ma la svolta di Francesco a riguardo è stata radicale. Mai un arcivescovo, membro del corpo diplomatico della Santa Sede, era stato oggetto di una punizione così esemplare e pubblica. Per fare un paragone basti ricordare che in presenza dei crimini sessuali di Marcial Maciel, fondatore e capo dei Legionari di Cristo, Benedetto XVI lo aveva allontanato dalla guida del movimento e gli aveva imposto una vita appartata, ma non aveva avuto il coraggio di sottoporlo a processo.

    Francesco ha proseguito la sua opera di contrasto agli abusi, creando una commissione pontificia incaricata di elaborare nuove linee guida per la protezione dei minori. La commissione è presieduta dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, che nella sua diocesi funestata per decenni da preti predatori (come racconta con precisione il film Il caso Spotlight) aveva fatto una grande operazione di pulizia. A far parte della commissione – anche questa un’assoluta novità – sono state chiamate due vittime: l’irlandese Marie Collins, abusata a tredici anni da un prete, e l’inglese Peter Saunders che ha fondato nel suo paese la National Association for People Abused in Childhood, un’organizzazione di sopravvissuti all’abuso.
    Infine il papa argentino ha creato recentemente un tribunale speciale presso la Congregazione per la Dottrina della fede per giudicare l’“abuso di ufficio” di quei vescovi che non hanno dato seguito alle denunce di pedofilia loro pervenute. Un nuovo organismo, che in linea di principio dovrebbe permettere a ogni fedele in qualsiasi parte del mondo di portare in giudizio i vescovi insabbiatori o che rimangono inerti a fronte di segnalazioni di abusi.

    Inutile dire che tutta questa strategia in molta parte dell’apparato ecclesiastico, abituato da secoli all’omertà, non ha incontrato entusiastica approvazione né un concreto appoggio. Le difficoltà sono cominciate proprio con la commissione per la tutela dei minori. Nel marzo 2014 il pontefice aveva creato un organismo snello composto di otto persone: quattro donne e quattro maschi, quattro laici e quattro chierici. Il primo segno di resistenza da parte dell’apparato ecclesiastico a Roma e nel mondo è venuto dalle critiche che la commissione sarebbe stata troppo ristretta e non rispecchierebbe l’universalità della Chiesa. Così è stato perso un anno alla fine del quale la commissione è stata ampliata a 17 membri. Ma la battaglia più forte è divampata sul ruolo della commissione stessa. Tra quanti considerano l’organismo uno strumento per fare pulizia all’interno della Chiesa dei preti predatori ancora esistenti e dell’omertà episcopale e per portare alla luce crimini tuttora rimossi e quanti invece puntano a fare unicamente lavoro di prevenzione per il futuro, lasciando di fatto gli scheletri negli armadi.

    Simbolo e vittima di questa battaglia è Peter Saunders, che ha espresso forti critiche per l’inerzia della commissione oltre che su casi specifici come le accuse rivolte in Australia al cardinale George Pell di avere coperto preti pedofili quando era vescovo di Melbourne e Sidney, e per questo a febbraio scorso è stato estromesso dalla commissione con la singolare motivazione che “si prenderò un periodo di aspettativa per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro (del gruppo)”. Al fondo c’è una questione cruciale, che costituisce la cartina di tornasole per giudicare la serietà o meno delle gerarchie ecclesiastiche nell’opera di contrasto agli abusi del clero: il problema delle denuncia alla magistratura. Marie Collins, membro della commissione e vittima, ha sempre dichiarato che si tratta di un “passo decisivo” (se la vittima è d’accordo).

    Ma su questo punto la resistenza di gran parte delle gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo è stata strenua e a tutt’oggi vincente. Tranne nei casi dove lo impone la legge del paese, la maggioranza degli episcopati mondiali non vuole sentire parlare di obbligo di denuncia. Tipico il caso della Conferenza episcopale italiana, che scantona affermando che il “vescovo non è pubblico ufficiale”.

    Il cardinale O’ Malley dinanzi a questo atteggiamento di sabotaggio radicato nell’apparato ecclesiastico è stato costretto a dichiarare che la denuncia alle autorità civili è un “obbligo morale”. Ma è troppo poco.
    L’atteggiamento di resistenza passiva alla strategia di tolleranza zero, che Francesco vorrebbe perseguire, si manifesta inoltre nella realizzazione pratica delle Linee-guida, che già Benedetto XVI aveva chiesto ad ogni conferenza episcopale di elaborare per contrastare efficacemente il fenomeno degli abusi.

    Ci sono paesi dove ogni anno si presentano rapporti che informano sullo stato della questione. Stati Uniti e Svizzera, per citarne alcuni. Ci sono paesi in cui c’è un vescovo incaricato dalla conferenza episcopale di seguire tutto il dossier-abusi a livello nazionale: per esempio in Germania. Ci sono paesi dove è stata creata una commissione di indagine indipendente: vedi l’Austria, dove agisce il cardinale Christoph Schoenborn. E dove sono stati elaborati criteri per i risarcimenti.

    C’è una massa di conferenze episcopali, al contrario, dove regna una voluta passività. L’Italia è in testa a questo esercito di inerti. La Cei non ha impegnato i vescovi a istituire in ogni diocesi centri di ascolto per le vittime. Non si pubblica nessun rapporto su quanto avviene (e molti casi di negligenza vengono segnalati costantemente dalle organizzazioni italiane di contrasto alla pedofilia). Non c’è nessun rappresentante ecclesiastico diocesano né nazionale a cui chiedere conto. Non c’è nessuna direttiva sui risarcimenti. Non c’è nessuna indagine sui crimini del passato ancora nascosti.

    La lotta su un aspetto essenziale del riformismo di papa Bergoglio si svolge su questo terreno. Ed è, dietro le quinte, una lotta accanita. Non a caso la lettera che un gruppo di vittime australiane ha inviato a Francesco, chiedendogli un incontro, accenna alla necessità di un “impegno in favore dei bambini del passato e dei bambini del futuro per attuare misure affinchè ciò non si ripeta mai più”. In altre parole, non è possibile parlare di prevenzione se non si indaga attivamente e non si scoperchiano i crimini del passato.

    E a proposito di passato, resta una ferita aperta il mancato incontro di Francesco in Messico con le vittime di Marcial Maciel, capo dei Legionari di Cristo. Papa Bergoglio ha già incontrato altre vittime in Vaticano e negli Stati Uniti. Tutte le vittime sono eguali, ma non tutte le vicende sono identiche. Il caso messicano è particolare, perché la denuncia degli episodi criminosi era arrivata direttamente in Vaticano ed aveva assunto la forma di un regolare procedimento di fronte alla Congregazione della Dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. E lì, in spregio alla legge canonica, si era arenata. Per quanto si è potuto ricostruire Raztinger ha incontrato ostacoli a suo tempo nella Segreteria di Stato e nella segreteria personale di Giovanni Paolo II. Non si voleva toccare l’immagine di una organizzazione potente e influente come i Legionari di Cristo.

    Benedetto XVI, recandosi in Messico nel 2012, rifuggì dall’incontro che le vittime gli avevano chiesto. La loro richiesta di un colloquio con Francesco a Città del Messico nel febbraio scorso non ha avuto seguito. Ma il loro diritto ad un faccia a faccia con il pontefice resta. Perché si tratta di un insabbiamento avvenuto ai massimi livelli del Vaticano.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/03/pedofilia-una-spina-nel-fianco-per-papa-francesco/2514943/