Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: conferenza episcopale italiana

  • Lotta alla pedofilia, l’Osservatorio sui Diritti dei Minori chiede la revisione del Concordato tra Stato e Chiesa

    Lotta alla pedofilia, l’Osservatorio sui Diritti dei Minori chiede la revisione del Concordato tra Stato e Chiesa

    Alla pregiata attenzione

    On.le Prof. SERGIO MATTARELLA – Presidente della Repubblica Italiana

    On.le Avv. MATTEO RENZI – Presidente del Consiglio dei Ministri

    Sen. Dott. PIETRO GRASSO – Presidente del Senato della Repubblica

    On.le Dott.ssa LAURA BOLDRINI – Presidente della Camera dei Deputati

    Sua Santità PAPA FRANCESCO I

    S.E. Mons. PIETRO PAROLIN – Segretario di Stato Vaticano

    Oggetto: Proposta di revisione del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato Italiano in merito alla collaborazione per la lotta alla pedofilia e di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici.

    Il recente fatto di cronaca verificatisi nella diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, in Calabria, ha evidenziato che il fenomeno della pedofilia tra i prelati nella Chiesa cattolica è ancora attuale e che tutti gli interventi fino ad ora intrapresi non hanno sortito i risultati sperati.

    Dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare emessa a carico del sacerdote Antonio Tropea emerge che il vescovo della diocesi, S.E. Mons. Francesco Milito, pur essendo a conoscenza delle contestazioni mosse al chierico, non ha collaborato con le istituzioni dello Stato Italiano e non lo ha rimosso dall’incarico di parroco di Messignadi, frazione di Oppido Mamertina.

    Dopo che la bufera mediatica ha coinvolto anche il vescovo, nella sua funzione di autorità morale, questi si è difeso riferendo di aver scrupolosamente adempiuto al proprio dovere comunicando, come gli era imposto dalle leggi canoniche, i fatti appresi ai propri superiori gerarchici all’interno della Chiesa.

    E’ evidente che si rende necessario un immediato intervento legislativo, concordato tra lo Stato del Vaticano e quello Italiano, al fine di coordinare e rendere effettiva la lotta ai fenomeni di pedofilia che si celano all’interno della Chiesa Cattolica.

    Nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” del 28 marzo 2014, la Conferenza Episcopale Italiana ha affermato che: «Nell’ordinamento italiano il Vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida».

    La Legge Italiana, inoltre, pur stabilendo che: «Ogni persona che ha notizia di un reato perseguibile di ufficio può farne denuncia» (art. 333, comma 1 del Codice di Procedura Penale), limita ai «pubblici ufficiali» ed agli «incaricati di un pubblico servizio», allorquando «hanno notizia di un reato» (art. 333, comma 1, c.p.p.), l’obbligo di denuncia, salvo che non si tratti «di un delitto contro la personalità dello Stato» che, invece, impone a chiunque di sporgere denuncia (art. 364 Codice penale).

    Sempre col predetto documento, i Vescovi Italiani hanno ritenuto che pur essendo «importante la cooperazione del Vescovo con le autorità civili», secondo la legge Italiana e il Concordato, «i Vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ufficio» e che la normativa della Santa Sede stabilisce che l’obbligo di leale collaborazione con l’autorità giudiziaria civile, introdotto da Benedetto XVI, deve comunque rispettare il diritto vigente nei singoli Stati.

    Solamente «Qualora il denunciante dovesse decidere di sporgere denuncia in sede civile, la competente Autorità ecclesiastica, nel rispetto della vigente normativa canonica e civile, provvederà a fornirgli tutto l’aiuto spirituale e psicologico necessario, con ogni premura verso le vittime».

    Nessun riferimento specifico, salvo un generico aiuto spirituale e psicologico alle vittime, vi è alle modalità di collaborazione tra lo Stato Vaticano e quello Italiano ed all’obbligo di comunicazione dei risultati dell’indagine interna alla Chiesa, anche quando questi dimostrano in modo incontrovertibile la responsabilità dei preti coinvolti.

    L’Osservatorio sui Diritti dei Minori

    CHIEDE

    alle autorità ed istituzioni, civili e religiose, in indirizzo un intervento immediato finalizzato a rivedere il Concordato tra lo Stato Italiano e la Chiesa Cattolica al fine di riconoscere ai vescovi, oltre alla loro alta funzione morale, quella di pubblici ufficiali e di obbligare loro di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione dei loro uffici.

    Solo attraverso una riforma dei Patti Lateranensi, tesa all’esclusivo interesse del minore abusato, la Chiesa e lo Stato riusciranno a coordinare la lotta alla pedofilia ed a creare le condizioni per sconfiggerla ricordando che Gesù Cristo stesso ha affermato che: «È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! (Luca 17:1-3)».

    Milano, addì 29 dicembre 2015

    Il Presidente 

    Dott. Antonio Marziale

    Il Vicepresidente e Responsabile dell’Ufficio Legale

    Avv. Antonino Napoli

  • Pedopornografia: replica del gruppo ”Manifesto4ottobre” all’Arcivescovo di Brindisi-Ostuni

    Pedopornografia: replica del gruppo ”Manifesto4ottobre” all’Arcivescovo di Brindisi-Ostuni

    La seconda lettera sugli episodi di pedofilia e pedopornografia, recentemente addebitati a due preti della diocesi di Brindisi e Ostuni , ha ricevuto una risposta indiretta da parte di Mons. Caliandro durante una intervista al Nuovo Quotidiano di Puglia del 1 dicembre scorso. Il Gruppo “Manifesto4ottobre” ha  quindi inviato una nuova lettera aperta, indirizzata anche questa a Papa Francesco e al Segretario generale della CEI,  per chiarire alcuni punti toccati dall’Arcivescovo nell’intervista.

    di seguito il testo integrale:

    Gent.mo Arcivescovo,

    qualche giorno fa, dopo l’arresto di un prete ad Ostuni con l’accusa di pedopornografia, Le abbiamo reiterato una proposta già avanzata nel maggio scorso dopo l’arresto di un altro presbitero per abusi su minori: l’istituzione di una Commissione di indagine che, come avvenuto nelle diocesi di Bressanone e Verona, studi il fenomeno per individuarne le cause strutturali, difenda le vittime, non abbandoni nello stigma gli accusati ed i colpevoli. La pedofilia tra il clero non rappresenta un problema di trasgressione individuale e neppure evidentemente solo una questione “interna”.

    Si tratta di un fenomeno che matura in particolari situazioni all’interno di comunità ecclesiali ferendole nel cuore della loro missione per poi investire le intere comunità locali assumendo indubbio carattere sociale.  Avevamo avanzato quella proposta di maggio in spirito di collaborazione, per il bene della chiesa tutta e di tutta la società.

    Nell’ultima lettera ci eravamo chiesti se non fosse più giusto procedere rapidamente, dopo le prescritte verifiche, alla sospensione a divinis dell’ultimo presbitero accusato, anche in considerazione di una sua precedente condanna passata in giudicato per reati simili nel 2000. E ciò per rendere più chiara e rigorosa la posizione della chiesa nei confronti di fatti così gravi. Anche questi argomenti sono stati offerti alla Sua attenzione “restando – come precisammo – a disposizione per ogni colloquio, chiarimento e correzione”.

    A tale lettera Lei ha così indirettamente risposto nel corso di una recente intervista: “Ci sono alcuni laici che credono di essere più santi degli altri. Le persone di Chiesa, sono uomini umili che capiscono che deve essere garantita la dignità delle persone, la dignità dei bambini che non subiscano scandali e non conseguano ferite che possono fare male nella loro crescita”. Una reazione che è per noi motivo di sorpresa e di amarezza perché a chi esprimeva preoccupazione per il grave problema ed in spirito di collaborazione prospettava (a torto o a ragione) ipotesi di possibili interventi, dichiarandosi a disposizione per ogni incontro o “correzione” Lei risponde col rifiuto aprioristico di ogni dialogo e con una accusa (“credono di essere più santi degli altri”) che oltre ad essere irrispettosa e gratuita, rasenta il dileggio. Un’amarezza, la nostra, che si fa più cocente per la considerazione che simile trattamento ci viene riservato alla vigilia del Giubileo della Misericordia.

    Nella stessa intervista Lei afferma “Quando una persona (un prete, ndr.) è inquisita la Chiesa, restringe le facoltà e gli fa conservare il diritto di celebrare Messa in forma privata, senza i fedeli. Quando la situazione va avanti e si arriva al rinvio a giudizio, il prete viene sospeso “a divinis” in attesa della conclusione del processo. Ed in questo caso, quindi non potrà celebrare la Messa”.

    “Nel caso poi il prete, all’esito del procedimento, viene condannato per pedofilia, interviene il Papa che riduce il prete allo stato laicale.” E ancora: “Non esiste (la commissione di inchiesta, ndr), esistono i giudici e l’autorità ecclesiastica nell’ordine canonico. A seguito della condanna civile, quella del diritto canonico appesantisce di più, perché toglie al prete la fiducia al suo servizio”.

    Le cose non sembrano, però, stare proprio così. Le “LINEE GUIDA PER I CASI DI ABUSO SESSUALE NEI CONFRONTI DI MINORI DA PARTE DI CHIERICI” pubblicate dalla Conferenza Episcopale Italiana nel gennaio 2014 (e che avevamo citato nella lettera di maggio) infatti così si esprimono: “Il procedimento canonico per gli illeciti in oggetto è autonomo da quello che si svolga per i medesimi illeciti secondo il diritto dello Stato. Di conseguenza, il Vescovo, da un lato, non può far riferimento ad atti o conclusioni definitive o non definitive del procedimento statale onde esimersi da una propria valutazione e/o per far valere presunzioni ai fini del procedimento canonico. Dall’altro lato, anche se non risulti in atto un procedimento penale nel diritto dello Stato (ricomprendendosi in esso anche la fase delle indagini preliminari), dovrà ugualmente procedere senza ritardo secondo quanto previsto al numero 1 delle presenti Linee Guida, ove abbia avuto notizia di possibili abusi, al giudizio di verosimiglianza e, se necessario, all’indagine previa e all’adozione degli opportuni provvedimenti cautelari”.

    Allo stesso modo ci ha sorpreso la Sua opinione secondo cui il reato in questione “è diventato più grave” perché “sono cambiati i tempi da Giovanni Paolo II in poi”. Non possiamo dimenticare, infatti, che la sofferenza delle vittime, di ieri e di oggi, è sempre uguale e che l’aggravamento delle pene per i reati di abuso in danno di minori voluto da Giovanni Paolo II non fu certo disposto per motivi legati ad una diversa valutazione della gravità di tali reati, ma all’esigenza di accrescerne la prevenzione a fronte della loro diffusione e dei diversi scandali verificatisi in molte parti del mondo.

    Vicende come quelle che hanno sollecitato le nostre lettere aperte provocano, a noi come a tutti, sofferenza e preoccupazione. Lei certamente converrà che il silenzio e le minimizzazioni, specie all’interno della chiesa, non aiutano a prevenire il ripetersi di queste tristi esperienze e a rimuovere le cause che ne sono all’origine.

    Rispettosi saluti.

    Il Gruppo “Manifesto4ottobre”

    http://www.brindisisera.it/news_dettaglio.asp?di=Attualit%E0&articolo=Pedopornografia%3A+replica+del+gruppo+%94Manifesto4ottobre%94+all%92Arcivescovo+di+Brindisi-Ostuni&id_articolo=23091

     

  • Prete arrestato ad Ostuni per pedopornografia: lettera all’arcivescovo e al papa, “ci vuole una commissione di inchiesta”

    Prete arrestato ad Ostuni per pedopornografia: lettera all’arcivescovo e al papa, “ci vuole una commissione di inchiesta”

    Nei giorni scorsi un sacerdote di Ostuni, Francesco Legrottaglie, 67enne, fu arrestato. Secondo l’accusa, aveva il computer pieno di immagini pedopornografiche, con tanto di nomi di santi dati alle cartelle contenenti tali immagini. Di seguito il testo del documento indirizzato dal gruppo Manifesto4Ottobre all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, Domenico Caliandro, documento indirizzato anche a papa Francesco e al segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Nunzio Galantino:

    Gent.mo Arcivescovo,

    nel maggio scorso, qualche giorno dopo l’arresto di un parroco nella città capoluogo con l’accusa di violenza sessuale su minori di 14 anni con l’aggravante dell’abuso di autorità, Le indirizzammo una lettera* a conclusione della quale chiedevamo di istituire una commissione di inchiesta come avevano fatto due diocesi italiane, Verona e Bressanone.

    Purtroppo a pochi mesi di distanza apprendiamo dalla stampa che un altro prete è stato ristretto ai domiciliari in questi giorni con l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico; mentre per il prete arrestato nel maggio scorso la pubblica accusa ha chiesto il rinvio a giudizio sul quale il giudice delle indagini preliminari deciderà il prossimo 12 dicembre.

    Leggiamo anche una Sua dichiarazione secondo la quale “per il sacerdote (arrestato ndr) si determina da subito la limitazione di qualsiasi atto di ministero pubblico fino a nuova disposizione” e “tuttavia da anni non ha alcun incarico e non svolge alcun ruolo in diocesi”.

    I giornali parlano di una Sua dichiarazione secondo la quale il sacerdote arrestato “potrà celebrare solo privatamente”. Un passaggio, quest’ultimo, originato, forse, da un difetto di comunicazione o refuso, che richiederebbe qualche parola chiarificatrice del Suo pensiero dal momento che, per come lo si legge, appare avulso dal senso profondo dell’Eucarestia, fonte e culmine della vita comunitaria, che non potrebbe essere ridotta a pia pratica di pietà individuale.

    I fatti corroborano il nostro convincimento che il problema della pedofilia nel clero non possa continuare ad essere affrontato in maniera episodica e con dichiarazioni rassicuranti verso le comunità e l’opinione pubblica, sempre più insofferenti nei riguardi di questi comportamenti che, secondo Benedetto XVI, “oscurano la luce del Vangelo a un punto a cui non erano giunti neppure secoli di persecuzioni”. Non si tratta di punire e reprimere, ma di avviare una profonda revisione dei metodi di selezione e formazione dei presbiteri, troppo lontani e separati dalla vita quotidiana e dalle comunità. E si tratta anche di promuovere una verifica, libera e sincera, degli stili di vita di tutti.

    Ci chiediamo, allora, se a fronte di certi comportamenti sia sufficiente l’allontanamento dal ministero pubblico dei presbiteri coinvolti o se, invece, nel dare segnali chiari e rigorosi di riprovazione, non sia giusto procedere, rapidamente, dopo le prescritte verifiche, alla sospensione da qualsiasi funzione pastorale e sacramentale in pubblico e in privato (“sospensione a divinis”), almeno fino a quando non risultasse l’innocenza degli accusati.

    Con riferimento all’ultimo arresto ci chiediamo, inoltre, se non sarebbe stato doveroso, dopo la precedente condanna negli anni ’90 per abusi su minori, non permettere all’interessato la prosecuzione del ministero presbiteriale. Per molto meno, e cioè perché il loro amore non rientra nel canone ecclesiastico, non si permette a uomini e donne l’accesso ai sacramenti!

    Torniamo perciò a chiedere di istituire la già proposta commissione diocesana di inchiesta e di procedere alla “sospensione a divinis” dei preti che sono incorsi e che incorreranno in comportamenti che arrecano danno alla libertà ed alla dignità dei minori, al fine sia di assumere conseguenti e più efficaci decisioni preventive e sia per prendere in considerazione comportamenti che possono nuocere più in generale al bene della collettività.

    Offriamo le considerazioni che precedono alla Sua attenzione, restando a disposizione per ogni colloquio, chiarimento e correzione.

    Prete arrestato ad Ostuni per pedopornografia: lettera all’arcivescovo e al papa, “ci vuole una commissione di inchiesta” La chiede il gruppo Manifesto4Ottobre

  • Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

    Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

    Accogliendo una proposta elaborata dalla pontificia commissione per la Tutela dei minori, papa Francesco ha stabilito che è un reato canonico «l’abuso di ufficio episcopale», la prassi cioè, da parte dei vescovi, di non dare seguito alle denunce raccolte su presunti abusi compiuti da sacerdoti appartenenti alle loro diocesi. Al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di eventuali responsabili, il papa ha quindi creato una sorta di commissione ad hoc all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia così come è stato stabilito nel 2010 dalle norme emanate da Benedetto XVI.

    La decisione di Francesco, che colma un vuoto procedurale della Crimen sollicitationis del 1962, è stata annunciata con enfasi dalla sala stampa vaticana e presentata dalla stampa italiana come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio in materia di lotta alla pedofilia clericale. Indubbiamente il messaggio recapitato ai vescovi di tutto il mondo è in sintonia con l’intenzione espressa più volte dal successore di Joseph Ratzinger sin dalle prime settimane di pontificato, di estirpare la pedofilia dalle parrocchie, dagli oratori, dalle scuole e dai seminari cattolici di tutto il pianeta. Quanto però questa mossa potrà rivelarsi efficace (o «rivoluzionaria») è difficile dirlo oggi. In quanto l’obbligo per il vescovo di dare seguito a una denuncia non va inteso come obbligo di denunciare e collaborare con le autorità civili, ma solo di informare la Cdf riguardo eventuali situazioni critiche. Cosa che peraltro era già prevista, solo che in Vaticano mancava un organo giudicante ad hoc per i vescovi.

    Quindi, per fare un esempio, in Italia non cambia nulla. La denuncia di un reato di questo tipo è obbligatoria solo per i pubblici ufficiali, pertanto la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida ha stabilito che i vescovi non sono obbligati a informare l’autorità giudiziaria. Un eventuale abuso compiuto da un sacerdote della diocesi di Crema potrà essere denunciato dal vescovo solo in Vaticano, come del resto è accaduto nel caso di don Mauro Inzoli, ex vice presidente della Compagnia delle opere (il braccio operativo di Comunione e liberazione). Se non lo facesse scatterebbe per lui il processo canonico in Cdf. E qui c’è una seconda criticità da segnalare.

    Il testo del decreto di Bergoglio non è ancora pubblico e quindi al momento si conosce solo quanto riporta dichiarato dalla sala stampa vaticana. Ma è noto che per quanto riguarda i procedimenti canonici in generale e quelli che si occupano della pedofilia in particolare, non c’è trasparenza amministrativa. Nel senso che quanto viene deciso dalla Cdf e soprattutto le motivazioni della sentenza sono coperte dal segreto. Pertantosemmai si venisse a sapere che un vescovo è stato “punito” dall’ex Sant’Uffizio, difficilmente in Italia sapremo di che natura è il “crimine” compiuto. Quindi solo accidentalmente un prelato che si dovesse rendere complice di un sacerdote pedofilo, evitando di segnalarlo alle autorità preposte, finirebbe sotto la lente della magistratura.

    @federtulli

    Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

  • Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Chiesa e pedofilia, lo scandalo pugliese

    Diversi casi in poche settimane scuotono la Puglia. Un gruppo di cattolici brindisini chiede alla Santa sede di istituire una commissione di inchiesta su scala nazionale.

    Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v.Adista Notizie n. 41/14) -, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».

    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».

    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono -, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale».

    Luca Kocci, Adista

    http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=74470&typeb=0

  • BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO  UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    BRINDISI: CATTOLICI INVOCANO UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SULLA PEDOFILIA

    38152 BRINDISI-ADISTA. Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v. Adista Notizie n. 41/14) –, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.

    Il caso don Peschiulli

    Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».
    La Chiesa continua a minimizzare

    «Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

    Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».
    Una Commissione di inchiesta antipedofilia

    «Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono –, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale». (luca kocci)

    http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=55056

  • Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

    Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

    Papa Francesco ha istituito una sorta di ministero per combattere gli abusi. Ma sono ancora tanti che faticano a collaborare con le autorità civili

    Negli Stati e nei casi in cui i reati di abuso sui minori siano caduti in prescrizione e non è quindi possibile un’azione giudiziaria contro un religioso responsabile di simili atti «non è accettabile che le autorità ecclesiastiche sostengano che, se le autorità civili sono state informate ma non possono agire, la Chiesa non è obbligata a rispondere. Se lo stato è incapace di agire, la Chiesa deve investigare e risolvere il caso di abuso attraverso le sue proprie norme e procedure, rimuovendo i colpevoli e prendendosi cura delle vittime quando l’abuso è stato commesso».

    Sono parole estremamente chiare quelle pronunciate lo scorso febbraio dal cardinale Sean Patrick O’ Malley, presidente della Pontificia commissione per la protezione dell’infanzia creata su impulso di papa Francesco. Nel frattempo l’organismo è stato dotato dei necessari Statuti normativi così da entrare in una fase definitivamente operativa; in poche parole, in Vaticano c’è ora un dicastero per combattere la piaga della pedofilia in primo luogo nel clero e poi per difendere i minori in generale.

    Un bel passo avanti, certo, rispetto a un passato fatto di negazioni, insabbiamenti, fughe. E, d’altro canto è stato lo stesso O’ Malley a invocare un principio importantissimo: ovvero quello di mettere a punto «sanzioni» per «le autorità ecclesiastiche» che avessero fallito nel compito di proteggere l’infanzia. Insomma: basta protezioni dai vertici, fine dei segreti e dell’occultamento dei fatti. L’organismo vaticano, del resto, è nato coinvolgendo non solo le vittime degli abusi ma anche le conferenze episcopali sparse per il mondo. Tutto bene dunque? Non esattamente.

    Molti Paesi non sono pronti a recepire in modo automatico una politica di trasparenza su un tema tanto delicato, e – guarda caso – l’Italia rientra in questa sfera. Nei giorni e nelle settimane scorse, diverse indagini dal nord al centro Italia hanno portato alla luce l’ennesima rete di pedofili. In particolare, un prete è stato incastrato ad Alassio, in Liguria; un altro caso invece è emerso a Fiumicino, vicino a Roma. E ancora, un terzo episodio recentissimo riguarda un sacerdote di 73 anni di una parrocchia di Brindisi, in Puglia, una vicenda pure quest’ultima conclusasi con l’intervento delle forze dell’ordine. Un altro prete prete attivo nel quartiere dei Parioli a Roma e in precedenza operativo in Argentina (dove avrebbe commesso i reati), è finito sotto inchiesta – contro di lui è intervenuta l’Interpol – qualche mese fa per violenze, sesso di gruppo, corruzione di minorenni.

    Abusi commessi su chierichetti, su ragazzi che frequentano la parrocchia o adescati per strada, nelle zone della prostituzione minorile, video e fotografie pornografiche, scambio di materiale pedopornografico sul web, violenze filmate e messe in rete. Il catalogo dei reati e delle perversioni conosce ormai dei punti fermi e col passare del tempo si moltiplicano anche in Italia i casi e gli arresti di sacerdoti e religiosi. Se ormai da diversi anni pure nel nostro Paese è crollato il muro dell’omertà grazie alle denunce delle vittime, nelle 225 diocesi che compongono la galassia della Chiesa italiana, si continua a far finta di niente.

    Raramente un ordine religioso, un vescovo, per non dire della conferenza episcopale guidata dal cardinale presidente Angelo Bagnasco e dal Segretario, considerato più vicino a Bergoglio, monsignor Nunzio Galantino, hanno diffuso note di denuncia, prese di distanza, o anche semplicemente di informazione rivolte ai fedeli e all’opinione pubblica. Più raramente ancora si registra qualche parola in favore delle vittime. Si preferisce il silenzio.

    Una delle poche eccezioni ha toccato don Mauro Inzoli, ex pezzo grosso di Comunione e liberazione, “condannato” a una vita di riservatezza e preghiera dal Vaticano il cui provvedimento è stato reso noto dalla diocesi di Crema a cui faceva riferimento il sacerdote (detto don Mercedes). Tuttavia don Inzoli venne poi fotografato in mezzo ad autorità politiche di rango, seduto nelle prime file di un convegno – dedicato neanche a dirlo alla difesa della famiglia tradizionale – svoltosi a Milano. Altri casi, ancora, si sono accumulati negli anni passati, qualcuno finito nel dimenticatoio mediatico, qualcun altro conclusosi con una condanna esemplare come nel caso di don Ruggero Conti, parroco di Selva Candida, vicino Roma, al quale la Cassazione solo un paio di mesi fa, ha dato in via definitiva 14 anni e due mesi; una pena di particolare gravità.

    Dietro queste vicende segnate da omertà, da confessioni indicibili di adulti ex vittime che trovano il coraggio di parlare, di genitori che intuiscono qualcosa, di vescovi che si voltano dall’altra parte, c’è però un nodo istituzionale che riguarda in modo specifico la conferenza episcopale italiana. Quest’ultima negli ultimi anni, ottemperando a fatica alle richieste della Santa Sede, ha cercato di adottare linee guida antipedofilia in sintonia con gli standard richiesti dal Vaticano già prima che venisse creato il nuovo dicastero per la tutela dei minori. Ma nel redigere il documento la Cei ha sempre cercato di negare o attutire un principio fondamentale stabilito nelle norme quadro affermate dal Vaticano: quello della collaborazione con le autorità civili; concetto limitato in tutti i modi nei testi preparati dai vescovi italiani nei quali invece ampio spazio era dedicato alla tutela dell’indagato. Un garantismo che assomiglia un po’ troppo a una difesa della propria corporazione.

    Da ultimo, sui recenti casi di sacerdoti italiani arrestati e coinvolti in indagini relative ad abusi, don Fortunato di Noto, il prete da anni impegnato a combattere la pedofilia (fondatore di Meter), ha affermato: «Chi si macchia di questi reati non può fare il prete. Non possiamo giocare con i termini, sono fatti gravissimi, ancora più se a commetterli sono sacerdoti. Se un padre che abusa del figlio perde la patria potestà, è chiaro che un prete non può continuare a svolgere il suo ministero. Un prete non può permettersi questo scivolone». «È vero – ha aggiunto – che la legge permette percorsi di riabilitazione, va tutto bene. Ma un pedofilo non deve più fare il prete».

    http://www.linkiesta.it/vaticano-lotta-contro-pedofilia

  • Commissione CEI anti-pedofilia, tra i membri forse le vittime

    Commissione CEI anti-pedofilia, tra i membri forse le vittime

    Lo ha reso noto il segretario generale della stessa CEI, mons. Nunzio Galantino. La struttura sarà guidata dal Cardinal Bagnasco su esempio di commissione vaticana. La Conferenza episcopale e il Sinodo: «Con le famiglie misericordia senza scorciatoie»

    CITTÀ DEL VATICANO (askanews) – La Conferenza episcopale italiana creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal cardinale presidente Angelo Bagnasco. Lo ha reso noto il segretario generale della stessa Cei, mons. Nunzio Galantino, in una conferenza stampa che ha concluso il consiglio episcopale permanente (23-25 marzo).

    Il «parlamentino» della CEI ha approvato la proposta di indicare come referente per la Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ente vaticano di prevenzione degli abusi sessuali del clero sui minori guidato dal cardinale statunitense Sean O’Malley, il card. Angelo Bagnasco, presidente della stessa Cei. E sul modello della commissione vaticana dovrebbe nascere la commissione Cei, per la quale non sono ancora stati stabiliti, ha detto Galantino, i criteri per la scelta dei suoi membri. Non è escluso, come per la commissione O’Malley, che ne facciano parte alcune vittime di preti pedofili: «E’ un elemento che non va ignorato», ha detto Galantino.

    La CEI e il Sinodo: Con le famiglie misericordia senza scorciatoie
    E’ necessario «un approccio accogliente e misericordioso, capace – più che di proporre facili scorciatoie – di impegnarsi nella condivisione del cammino» delle famiglie, anche quando esse attraversano il «fallimento matrimoniale»: così la Conferenza episcopale italiana in vista del sinodo ordinario di ottobre prossimo voluto da Papa Francesco sul tema della famiglia.

    Dopo un primo questionario inviato dalla Santa Sede a tutte le diocesi del mondo in vista del sinodo straordinario di ottobre scorso, il Vaticano ha inviato un secondo questionario al fine di consultare ulteriormente la«base» cattolica, prima della assemblea ordinaria (4-25 ottobre 2015), su una ampia serie di questioni, compreso il controverso tema della comunione ai divorziari risposati.

    «Nelle risposte al questionario predisposto dalla Segreteria del Sinodo e inviato dalla Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana a tutte le Chiese locali, si sottolinea che – proprio per l’importanza dell’alleanza tra sacerdoti e sposi – i candidati al ministero ordinato facciano esperienza reale di pastorale familiare», si legge nel comunicato conclusivo del consiglio episcopale permanente che si è svolto da lunedì a mercoledì scorso. Più in generale, «le risposte delle diocesi dimostrano come il cammino sinodale abbia suscitato un notevole entusiasmo sui temi della famiglia, riconoscendo in essa non solo un ambito pastorale, ma una dimensione irrinunciabile per la vita della Chiesa e della società». Inoltre, «in un contesto culturale segnato da relazioni fragili, conflittuali o di tipo consumistico, il questionario fa registrare un nuovo desiderio di famiglia, quale fattore di felicità che dà qualità alla vita. Nel contempo, evidenzia l’importanza di una comunità che di questa possibilità ne sia testimone e sappia porsi con un approccio accogliente e misericordioso, capace – più che di proporre facili scorciatoie – di impegnarsi nella condivisione del cammino: si tratti di itinerari di preparazione alle nozze come di situazioni segnate dal carico della malattia o del fallimento matrimoniale».

    Il consiglio permanente, infine, «ha concordato di proporre anche alla vigilia del prossimo Sinodo una veglia di preghiera in piazza San Pietro: l’appuntamento è per sabato 3 ottobre».

    http://italia.diariodelweb.it/italia/articolo/?nid=20150327_337275

  • Omertà come dalla mafia – la tragica morte di Luisa Bonello

    Omertà come dalla mafia – la tragica morte di Luisa Bonello

    Indigna il tragico suicidio della Dott.ssa Luisa Bonello e dei tentativi da parte della Chiesa Cattolica di coprire gli abusi.

    Sei giorni prima della sua morte la Dott.ssa Luisa Bonello, specialista in medicina generale nella città settentrionale di Savona, ha parlato in una libreria ad alcuni ascoltatori su ciò che aveva distrutto la sua vita.

    “Sono una cattolica praticante, da sempre”, disse all’inizio.

    Nel tempo libero si era dedicata con devozione alle persone della sua comunità, come catechista e come ministro dell’eucarestia, responsabile per la comunione dei malati. Particolarmente importante è stato per lei il cammino di fede con il suo confessore Don Nino Maio, con il quale trovò profondo adempimento.

    In tutta la sua vita la fede cattolica aveva avuto un ruolo centrale. Fino a circa sei anni fa, quando è cambiato tutto.

    Abusi sessuali

    Tutto è iniziato quando alla Dott.ssa Bonello come medico di famiglia, si sono affidati due pazienti, i quali gli hanno parlato delle loro esperienze traumatiche. Erano rimasti vittime di abusi sessuali da parte di preti che prestavano servizio nella diocesi di Savona, sua stessa diocesi. E che, da allora, soffrono dagli effetti gravi, traumatici di questi soprusi.

    Intervista a Luisa Bonello «Io, delusa dal mio vescovo»

    La Dott.ssa Bonello è rimasta talmente sconvolta da queste dichiarazioni, che non solo ha effettuato ulteriori ricerche, per andare a fondo della faccenda, ma si è anche rivolta al vescovo competente. “Sono stata ingenua” ha messo in chiaro nel suo discorso alla libreria savonese. “Ero convinta che avrebbe agito immediatamente.”

    Ma Monsignor Vittorio Lupi non ha fatto nulla del genere, al contrario. “ Ad un certo punto ho capito che lui sapeva già tutto e che nei colloqui con me voleva soltanto scoprire fino a che punto conoscessi i fatti – di cui lui era già totalmente consapevole.”

    Dopo la dichiarazione della Dott.ssa Bonello, il comportamento dell’uomo di chiesa cambiò drasticamente, non appena si rese conto che lei si convertiva da fedele seguace della sua curia, ad una pentita, che non voleva riposare fino a quando non aveva conosciuto tutta la verità. “Sono stata sollevata dai miei incarichi” ha riferito la Dott.ssa Bonello ai media. Anche da minacce mirate, nel suo ultimo discorso, avrebbe trovato una volta dell’alcool sotto la sua auto, ma a questo punto ha interrotto e ha detto che aveva trovato l’incidente strano, ma poteva anche non avere niente a che fare con la Chiesa.

    La cui reazione è stata durissima senz’altro, come dimostrano le parole che il vescovo Monsignor Lupi ha espresso per le sue accuse – che sono: “Non intendo commentare le falsità riferite da una donna che agisce per vendetta”– le parole del vescovo. – “Una persona vendicativa che, per via della revoca del Ministero eucaristico, ha tirato fuori delle menzogne contro la nostra Chiesa”.

    “ [Il vescovo Lupi] è un uomo senza Dio, un uomo che nella sua vita non ha mai avuto pietà di nessuno”, ribatté la Dott.ssa Bonello quel pomeriggio. “Un uomo moralmente veramente infame”.

    Luisa Bonello non ha rinunciato e ha scritto una lettera al Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana CEI e arcivescovo di Genova, capoluogo della Liguria, dove si trova anche Savona. La sua reazione la disturbava fino al punto che lei di fronte al pubblico sei giorni prima della sua morte lo definiva “schifezza”.

    Oltre a pozzanghere di alcool inspiegabili sotto la sua macchina, le calunnie da parte del vescovo Monsignor Lupi, era ovviamente soprattutto una particolare conseguenza del suo coraggio e sincerità che avrebbe dovuto distruggere Luisa Bonello: Le persone in carica del clero le hanno impedito di parlare al suo padre spirituale Don Nino Maio, che era già venuto in contatto con dei casi di abuso sessuale nel passato, ma non come accusato, sino come figura guida di preti condannati.

    Improvvisamente non lo doveva più vedere. La Dott.ssa Bonello cominciò a sospettare che il vescovo Lupi e i suoi superiori la tenessero lontano dal suo padre spirituale per non farle scoprire ulteriori dettagli sugli abusi sessuali. Tuttavia non voleva ammettere la sconfitta, anche se mostrava già tutti i sintomi dello stress fisico e mentale e della depressione, a causa di questo, e di altri fattori che sarebbero emersi nel corso dell’indagine sulla sua morte.

    …si rivolge direttamente al Vaticano e a papa Francesco

    Così ha deciso di rivolgersi direttamente al Vaticano e a papa Francesco. Il Santo Padre a suo avviso è stato molto chiaro circa le accuse di abusi già noti e aveva chiamato i vescovi italiani per una “massima trasparenza”.

    A febbraio di quest’anno la Dott.ssa Bonello ha viaggiato con un dossier di spessore, che ha documentato le accuse di abusi nella diocesi di Savona – sentenze giudiziarie, lettere, testimonianze, tra cui la corrispondenza tra Joseph Ratzinger e i vescovi Savonesi, contenenti istruzioni inequivocabili per coprire gli incidenti – a Roma.

    Lei è stata ricevuta in Vaticano e ha potuto più volte parlare con il Papa stesso, le è stato anche assegnato un prelato di alto rango che si sarebbe dovuto occupare della questione. “Mi hanno fatto delle assicurazioni”, ha detto poi la Dott.ssa Bonello.

    “Non è successo niente. Assolutamente niente”.

    Ma sette mesi più tardi, quel pomeriggio in libreria a Savona, sei giorni prima della sua morte, non è rimasta che questa triste conclusione: “Non è sucesso niente. Assolutamente niente”. Ha parlato di omertà, il voto fatale del silenzio che è comune in clan mafiosi – e a quanto pare anche in Vaticano.

    Un ultimo barlume di speranza lo aveva sempre: “Con le nomine nuove, presumo che [il cardinale Bagnasco] non ci sarà più. Allora a quel punto potremmo forse vedere se il papa farà qualche cosa.”

    Forse è stata la triste idea di quanto questa speranza fosse infondata. La Dott.ssa Bonello, che non soltanto si è prodigata in modo unico per i pazienti Italiani, ma anche per i poveri e gli ammalati in Romania, si è sparata nella notte tra il 18 e il 19 Settembre verso l’una di mattina con un colpo di pistola in bocca.

    Poco prima di morire ha inviato un messaggio al suo ex marito, che semplicemente diceva: Mauro, perdonami. L’ex marito ha letto il messaggio soltanto la mattina seguente ed è andato immediatamente nell’appartamento di Luisa Bonello nel quartiere Valloria, dove si trovò davanti ad uno scenario “che non auguro al mio peggior nemico.”

    La polizia ha stabilito che la Dott.ssa Bonello aveva telefonato un’ora prima di spararsi ad una sua amica, che non aveva notato niente di strano. “Mi è apparsa allegra, stava bene” ha riferito questa alla poliza.

    Poiché la vita della Dott.ssa Bonello si è conclusa soltanto un’ora più tardi, la polizia ha controllato la memoria del telefonino e del suo computer, dopo chiamate o messaggi, che potrebbero averla scossa, al punto che non volesse più vivere. Istigazione al suicidio, secondo le indagini delle autorità.

    L’hanno suicidata

    L’indagine è in corso. I titoli ed i commenti su internet sono più che chiari: L’hanno suicidata, un termine ancorato in lingua italiana – con riferimento alla mafia! – per un omicidio travestito da suicidio. Finora la polizia ha scoperto che un ispettore dei propri ranghi sia coinvolto nel caso: Alberto Bonvicini, capo della polizia postale di Savona, che avrebbe sfruttato la situazione emotivamente instabile di Luisa Bonello per ottenere da lei soldi e favori. Bonvicini è stato allontanato dall’indagine per circonvenzione di incapace e dichiara la sua innocenza ai media.

    Al funerale della Dott.ssa Bonello il 25 settembre, il parroco Don Giovanni Lupino ha pronunciato parole forti per la depravazione morale dei suoi colleghi, che la Dott.ssa Bonello aveva denunciato due settimane prima in modo disperato. Ha chiesto pene detentive e la rimozione della carica di tutti i sacerdoti condannati. Nella Chiesa domini la verità! disse durante il servizio. E’possibile?

    Vorremmo inchinarci davanti ad una donna che ha trovato la forza di pronunciare il suo j’accuse senza mezzi termini, prima che ne rimase spezzata. Vogliamo mantenere vivo il suo lavoro come la sua eredità, e continuarlo.

    E’ ancora necessario per l’ipotesi di istigazione al suicidio seguire le e-mail o chiamate? Quello per cui gli è costata la vita è documentato senza soluzione di continuità nel suo lavoro. Si è aggiunta nel modo più tragico possibile alle vittime della chiesa, cioè dei suoi metodi da criminalità organizzata. È vittima della corruzione morale della chiesa cattolica. Tutto quello che è accaduto in questo caso ci ricorda il famoso scrittore di copioni per la tivù, che vorremmo chiedere di non esagerare di maniera talmente grossa, perché nessuno vorrebbe credere che cose del genere possano mai succedere nella realtà.

    Francesco Zanardi, che per caso porta lo stesso nome come il Pontefice ma è invece presidente dell’organizzazione “Rete l’abuso”, lo dichiarò già rassegnatamente durante il discorso della Dott.ssa Bonello nella libreria a Savona, sei giornate prima della sua morte: “Sarebbe molto semplice, se il papa volesse davvero risolvere la situazione, imporre ai propri vescovi l’obbligo di denuncia. Questa sarebbe la soluzione più semplice. Purtroppo in questo lato che vedo che la chiesa non voglia intervenire.”

    Il 22 settembre 2014, tre giorni dopo la morte di Luisa Bonello e tre giorni prima del suo funerale, il cardinale Angelo Bagnasco, “questa schifezza”, venne confermato nei suoi incarichi da papa Francesco.

    Traduzione: Elisa Ghezzi, Katja Seel

    Fonte: Netzfrauen

  • Prete pedofilo suicida, il Vaticano archivia il caso

    Prete pedofilo suicida, il Vaticano archivia il caso

    Secondo la Santa sede, il vescovo Crepaldi «ha agito per il meglio». Il procedimento giudiziario si è estinto con la morte di don Maks

     di Orazio Larocca

    «Instantia perimitur». Ovvero – detto in parole povere – procedimento penale chiuso per la morte della persona sottoposta ad indagine giudiziaria. E’ questa – sostanzialmente – la formula con cui presso la Congregazione per la Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio), in Vaticano, dovrebbe essere stata archiviata definitivamente la drammatica vicenda di don Maks Suard, parroco 48enne di Santa Croce, della Diocesi di Trieste, trovato impiccato dal suo vescovo, monsignor Giampaolo Crepaldi, per essere stato accusato di aver abusato sessualmente 17 anni fa di una ragazzina di 13 anni.

    Crepaldi, superiore diretto di don Maks, sulla base delle nuove norme varate per contrastare e reprimere la pedofilia nel clero da Benedetto XVI e rese ancora più incisive da papa Francesco, aveva subito informato il sacerdote che lo avrebbe sollevato dall’incarico e comunicato la vicenda alle autorità giudiziarie della Santa Sede. Il suicidio dell’ecclesiastico – che in una lettera ha ammesso la colpa e chiesto perdono – ha messo praticamente fine al caso. Nel senso che, da parte degli organi vaticani e diocesani, la tragica vicenda di don Maks non avrà un seguito giudiziaria. Questo almeno a rigore di Diritto canonico. La giustizia penale sulla carta potrebbe, invece, continuare a fare il suo corso se, ad esempio, l’allora bambina 13enne oggi donna di 30 anni, dovesse avanzare richieste di eventuali risarcimenti per la violenza subita. Ma questo si vedrà in seguito. Dal punto di vista ecclesiale il suicidio del sacerdote ha fermato l’azione giudiziaria canonica che monsignor Crepaldi stava per avviare.

    «Su questa vicenda non mi risulta che ci possano essere ulteriori procedimenti e, tantomeno, non sono stato informato su eventuali altre canoniche avviate da parte vaticana», risponde il portavoce papale, padre Federico Lombardi, in merito a chiarimenti su cosa ora le autorità vaticane intendono fare o potranno fare dopo il suicidio del sacerdote triestino.

    «Non penso che la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’organo giudiziario a cui compete intervenire sui grandi peccati commessi dai sacerdoti a partire dalle colpe per pedofilia, intenda continuare ad indagare sul caso don Maks», spiega l’arcivescovo Gianfranco Girotti, reggente emerito della Penitenzeria apostolica, stretto collaboratore di Joseph Ratzinger da cardinale prefetto dell’ex Sant’Uffizio, da pontefice ed ora punto di riferimento di papa Bergoglio in materia di peccati e morale. Monsignor Girotti ricorda che – di fronte a casi in cui la parte indagata cessa di esistere (per morte naturale o per suicidio) – nel nuovo Codice di Diritto Canonico è contemplata lo stop dell’azione giudiziaria sulla base delle norme previste nel canone 1520 denominate “Instantia perimitur”, che sanciscono la fine dell’atto processuale perchè «cessata la causa, cessa l’affetto».

    Canone che nel vecchio Codice di Diritto Canonico era denominato col titolo “Causa perenta est”, cioè causa cessata per la scomparsa dell’indagato. Il presule indica anche un altro canone, il 1518, nel quale – spiega – è scritto, tra l’altro, che in un processo «se un partecipante muore…a causa ancora non conclusa, l’istanza è sospesa fino a che sia riassunta (eventualmente) la lite dell’erede del defunto, del successore o dell’avente interesse».

    Vale a dire se qualche familiare della persona morta si costituisce in giudizio per chiedere un risarcimento alla memoria o pecuniario. Per la Santa Sede, quindi, si è conclusa, Codice di Diritto Canonico alla mano, la drammatica vicenda del parroco di Santa Croce schiacciato dal rimorso per il male fatto ad una ragazzina? «Penso proprio di sì», risponde monsignor Girotti, secondo il quale la parola fine prevista, “in questi drammatici casi”, dalle norme canoniche non “impediranno mai di dimenticare le sofferenze della ragazzina violentata e le responsabilità del sacerdote che, vinto dal rimorso, si è dato la morte, per il quale non ci resta altro che pregare e invocare la misericordia Divina».

    Grande rispetto – puntualizzano in Vaticano – si deve anche per l’azione del vescovo di Trieste: monsignor Crepaldi «non poteva agire diversamente», spiegano all’ex Sant’Uffizio, ha applicato fedelmente le nuove norme canoniche, ma la drammatica decisione di don Maks non gli hanno permesso di far sentire ancora di più la sua vicinanza al sacerdote nella sua veste di pastore e arcivescovo di Trieste, un incarico a cui è stato chiamato da Benedetto XVI dopo una lunga esperienza maturata alla Cei (Conferenza episcopale italiana) come direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro, e come segretario della Pontificia commissione Giustizia e Pace della Santa Sede. Un arcivescovo, dunque, “sensibile ed esperto” – ricordano in Vaticano – che avrà certamente provato tantissimo dolore per quanto accaduto.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2014/11/23/news/prete-suicida-il-vaticano-archivia-il-caso-secondo-la-santa-sede-il-vescovo-crepaldi-ha-agito-per-il-meglio-1.10359259