Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: conferenza episcopale italiana

  • I vescovi italiani incontrano le vittime degli abusi mentre i sopravvissuti svelano la memoria

    I vescovi italiani incontrano le vittime degli abusi mentre i sopravvissuti svelano la memoria

    ROMA – All’inizio di questa settimana la leadership della Conferenza episcopale italiana ha incontrato un gruppo di sopravvissuti agli abusi clericali e i loro familiari, pochi giorni dopo che il più grande gruppo di difesa delle vittime del Paese aveva inaugurato una nuova memoria.

    In una dichiarazione del 27 febbraio, il cardinale italiano Matteo Zuppi di Bologna, presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), ha affermato: “La voce di coloro che hanno subito abusi rimane essenziale per aiutarci a comprendere in profondità il dolore vissuto dalle vittime e le loro famiglie e le loro ferite, per entrare in autentica comunione con coloro che hanno sofferto”.

    Ascoltare i sopravvissuti è essenziale anche per capire cosa ci si aspetta dalla Chiesa, ha detto, chiedendosi: “cosa è mancato? Cosa si può fare per migliorare?”

    “È anche dalla risposta a queste domande che il percorso di prevenzione e protezione può progredire ogni giorno con passi significativi e significativi”, ha affermato.

    Zuppi ha incontrato nella mattinata il gruppo dei sopravvissuti e dei familiari delle vittime insieme a mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, segretario generale della Cei, e mons. Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna-Cervia, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori.

    L’incontro di martedì, durato circa tre ore, è stato caratterizzato da “un ascolto attivo in cui, nella condivisione e nel dialogo, sono stati valorizzati quegli elementi necessari e sostanziali che possono e devono essere inseriti, migliorati e rafforzati per una prevenzione sempre più efficace e per una ancora più calorosa accoglienza”. evidenziato”.

    Fa seguito a una conversazione simile tenutasi nel maggio scorso, alla quale hanno partecipato anche Zuppi, Baturi e Ghizzoni, oltre ai sopravvissuti, ai loro familiari e agli operatori pastorali impegnati in attività ecclesiali sia nel recente che nel lontano passato.

    Vincenzo Corrado, portavoce della CEI, lo scorso maggio ha affermato che questi incontri hanno segnato un momento importante per le vittime per condividere le loro storie e il loro desiderio di aiutare la Chiesa a garantire “che questi episodi non si ripetano” e che gli enti e le istituzioni della Chiesa siano migliori. in grado di proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili.

    “L’ascolto e l’accoglienza delle vittime costituisce una linea di azione importante per la Chiesa”, ha affermato Corrado.

    Tuttavia, nonostante gli sforzi della CEI per incontrare i sopravvissuti, la Chiesa italiana è stata ampiamente condannata dalle vittime e dai gruppi di pressione per non aver fatto di più per affrontare la questione a livello nazionale e per risarcire le vittime.

    Nel novembre 2022, la CEI ha pubblicato il suo primo rapporto in assoluto sugli sforzi di salvaguardia nazionale, rivelando quasi 100 vecchi e nuovi casi documentati nei due anni precedenti, ma condividendo pochi dettagli su questi incidenti.

    Il rapporto, che riguardava i casi identificati nel periodo 2020-2021, ha rilevato che erano state presentate 89 denunce contro 68 presunti autori di abusi.

    Poco più della metà di questi 89 casi riguardavano abusi recenti o attuali, un numero che molti osservatori considerano un numero significativamente elevato, dato che queste denunce sono state presentate attraverso centri di ascolto gestiti da diocesani, istituiti nelle diocesi di tutta Italia allo scopo specifico di ricevere segnalazioni di abusi.

    Baturi all’epoca aveva detto che negli archivi vaticani del Dicastero della Dottrina della Fede sono custoditi anche 613 fascicoli provenienti da diocesi italiane contenenti denunce di abusi risalenti al 2000.

    A parte alcuni parametri generici sulla forma di abuso, sull’età e sul sesso sia degli abusatori che delle vittime nel rapporto 2022 della CEI, non sono stati forniti altri dettagli sui sacerdoti o sulle persone coinvolte, e nessuna informazione è stata fornita se si tratti di procedimenti civili o canonici. era stato avviato, o quale sarebbe stato l’esito di tali procedimenti, se fossero stati avviati.

    Per mesi prima della pubblicazione del rapporto, una rete di gruppi di difesa dei sopravvissuti, uniti sotto l’hashtag sui social media #ItaliaChurchToo, stava spingendo la CEI a fare un’analisi più approfondita, come hanno fatto altri paesi in tutta Europa e in Occidente.

    Paesi come Stati Uniti, Irlanda, Germania, Francia, Spagna e Portogallo hanno incaricato terzi indipendenti di condurre un’indagine nazionale sugli abusi risalenti a decenni fa, pubblicando rapporti che spesso contengono numeri schiaccianti sia di autori che di vittime, ma l’Italia deve ancora farlo. fare una simile indagine.

    Mentre anche le diocesi di molti altri Paesi hanno iniziato a pubblicare i nomi dei sacerdoti accusati credibilmente di abusi nella loro giurisdizione ecclesiastica, nessuna diocesi italiana ha ancora fatto questo passo.

    In una dichiarazione successiva alla pubblicazione del rapporto 2022, Francesco Zanardi, che ha fondato e dirige la principale associazione italiana delle vittime, Rete L’Abuso , ha definito il periodo di due anni del rapporto “uno scherzo”.

    “Sessantotto autori di abusi in soli due anni indicano che c’è un problema, ma i tempi del rapporto sono una barzelletta ed escludono un mucchio di cifre”, ha detto Zanardi, definendo il rapporto “vergognosamente inadeguato”.

    Zanardi, che ha affermato di essere lui stesso vittima di abusi clericali, non è intervenuto sull’ultimo incontro della CEI con i sopravvissuti agli abusi, ma il 24 febbraio ha inaugurato un nuovo memoriale, una panchina viola, in onore dei sopravvissuti agli abusi clericali nella città italiana di Savona.

    I funzionari civici locali si sono uniti alla cerimonia di inaugurazione, segnando l’installazione della prima di quella che dovrebbe essere una serie di panchine viola in tutta Italia che attireranno l’attenzione sugli abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili.

    Zanardi nella cerimonia ha elogiato la città di Savona per la sua solidarietà con le vittime e i suoi sforzi per proteggere le persone a rischio, tuttavia, ha affermato che occorre fare di più.

    In un comunicato diffuso dopo l’evento, Rete L’Abuso ha affermato che una panchina viola, pur sensibilizzando, “non salva i bambini e non cura coloro che hanno subito abusi”.

    “Deve servire da simbolo per gli adulti, per la società civile, per coloro che possono o devono proteggere i minori o le persone vulnerabili, di non chiudere gli occhi, di non voltarsi dall’altra parte, ma di intervenire”, si legge nella nota.

    Rete L’Abuso ha affermato che l’Italia è ancora “molto indietro” rispetto agli altri paesi nell’agire e nell’affrontare la crisi degli abusi, affermando che le difficoltà nell’affrontare il fenomeno sono perché “ci spaventa, perché ci mette in imbarazzo, perché non Consideriamo nostro problema intervenire nei casi di violenza, dimenticando troppo spesso che noi siamo gli occhi e le orecchie di chi è in difficoltà”.

    “Siamo noi che dobbiamo tutelarci civilmente, a partire dai nostri figli, dai nostri nipoti, dai nostri cari, facendo prevenzione e denuncia”, afferma la rete.

    Non ci si può aspettare che le vittime lo facciano da sole, poiché spesso non hanno né le risorse né la forza per farlo, si legge nella dichiarazione, sottolineando che hanno bisogno dell’aiuto degli altri e di sapere che non sono sole.

    Il progetto della panchina viola è sponsorizzato da Rete L’Abuso , Ending Clergy Abuse Justice Project e progetto di coordinamento di Italy Church Too Italian. Si prevede che nelle prossime settimane verranno installate altre panchine in altre città d’Italia, tra cui Enna in Sicilia e Roma, tra le altre.

    https://cruxnow.com/church-in-europe/2024/03/italian-bishops-meet-with-abuse-victims-as-survivors-unveil-memorial

  • La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali

    La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali

    ROMA — Era il 2002 quando negli Stati Uniti scoppiò lo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici, che spinse la conferenza episcopale del Paese a redigere la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella Chiesa.

    La Carta consentiva di rimuovere i membri del clero colpevoli e alle diocesi – il gruppo di chiese supervisionate da un vescovo – veniva chiesto di collaborare con le autorità civili in casi di violenza contro i minori in nome della trasparenza.

    Ma 20 anni dopo, lo scandalo, che da allora si è diffuso in molti altri paesi, è lungi dall’essere finito.

    Nel frattempo le cose sono cambiate anche in Vaticano . Abbandonando la sua politica di lunga data di negazione e di insabbiamento sistematico, il Vaticano ha introdotto politiche per proteggere le vittime, collaborare con le autorità giudiziarie in diversi paesi e riflettere sulle cause profonde dello scandalo, vale a dire l’abuso di potere e di coscienza, e la tendenza della Chiesa a difendere l’istituzione a tutti i costi.

    Tuttavia, il nuovo approccio del Vaticano va solo fino a un certo punto, perché ogni legge e regolamento emanato da Roma deve essere calato nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutto il mondo, dove la segretezza spesso prevale sulla ricerca della verità.

    In questo senso la Chiesa cattolica italiana sembra essere insuperabile nel mantenere un rigido voto di silenzio. Questa realtà è ovviamente più degna di nota perché il Vaticano si trova in Italia e gran parte del suo personale e della sua leadership sono italiani.

    Negli ultimi anni la Chiesa si è distinta per la tendenza a lasciare le cose come stanno, sperando che i problemi prima o poi svaniscano. Ma alla fine questo non è stato possibile con lo scandalo degli abusi – soprattutto quando divenne chiaro che avrebbe continuato ad allargarsi e a travolgere la Chiesa in molti paesi.

    Il silenzio dei vescovi

    Fuori dall’Italia, in generale, abbiamo assistito a due tipi di reazioni: in primo luogo, in molti casi le stesse autorità ecclesiastiche nazionali hanno deciso di chiedere a terzi di avviare indagini conoscitive. Oppure, in secondo luogo, la gravità dei fatti ha spesso provocato sconvolgimenti all’interno della Chiesa e richieste di grandi cambiamenti.

    Questo è stato il caso di Francia e Germania, e in una certa misura di Australia , Austria , Belgio e altrove.

    Anche la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha dovuto, con riluttanza, farsi carico del problema, pubblicando finalmente a novembre il suo primo rapporto sugli abusi sessuali sui minori da parte dei preti.

    Ma chi sperava in una svolta verso la verità e la giustizia è rimasto deluso: il rapporto tiene conto solo dei casi di abusi denunciati ai centri di ascolto ad hoc nel biennio 2020-2021, escludendo quelli pervenuti alla magistratura o a terzi. partiti. Durante questo periodo di tempo ridicolmente breve, nel pieno della pandemia di COVID-19 , sono stati segnalati 89 casi di abuso da 30 centri.

    Un sistema malato

    La stessa conferenza episcopale, forse rendendosi conto dei limiti del rapporto, ha annunciato una seconda indagine sui casi di abusi sessuali denunciati alla Congregazione per la Dottrina della Fede negli ultimi vent’anni.

    Il problema degli abusi nella Chiesa non può essere ricondotto semplicemente alla presenza di alcune “mele marce”.

    I vescovi dicono di aspettarsi circa 600 casi simili, ma recenti indagini in tutto il mondo suggeriscono che i numeri reali sono molto più alti.

    “L’elevato numero di casi emersi e l’ampiezza del fenomeno mostrano chiaramente che il problema degli abusi nella Chiesa non può essere ricondotto semplicemente alla presenza di poche ‘mele marce’, ma è piuttosto il segno di un sistema malato che deve essere sanato”, ha scritto la funzionaria vaticana Isabelle Cassarà in un rapporto del 2020.

    Ha descritto il problema come più “strutturale” di qualsiasi trasgressione individuale. “C’è una dinamica specifica degli abusi ”, ha scritto Cassarà. Si tratta di “un sistema con regole precise, in cui l’abuso sessuale è favorito e coperto da una lunga successione di altri abusi di potere e di coscienza”.

    Il problema, insomma, non è solo statistico. Piuttosto, la reticenza della Chiesa nasconde un problema più ampio.

    La Chiesa indaga su se stessa

    I funzionari della Chiesa italiana hanno anche detto che non coinvolgeranno investigatori esterni per indagare sullo scandalo degli abusi .

    “Non creeremo una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa, che si qualificano come oggettive solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, come è stato fatto altrove e causato danni”, ha affermato mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili del Consiglio dei vescovi, presentando il rapporto del novembre 2022 sugli abusi.

    Ghizzoni ha aggiunto: “Esamineremo dati reali e cercheremo di trovare modi per prevenire. Ciò che ci interessa non è mettere alla berlina i preti, ma prevenire gli abusi, e questo richiederà un’azione decisiva. Noi come vescovi ci siamo impegnati a collaborare con le forze dell’ordine”.

    In sostanza, la posizione dei vescovi italiani è che gli unici autorizzati o dotati delle competenze necessarie per svolgere indagini sulla Chiesa sono gli stessi chierici. In questa prospettiva la prevenzione, di per sé giusta e necessaria, serve soprattutto come alibi per non fare luce sul passato.

    Incolpare bevande e stress

    Ma c’è un altro passaggio degno di nota, quando Ghizzoni spiega il senso della seconda inchiesta in corso sui preti abusivi in ​​Vaticano: «Chi commette dai 10 ai 50 casi nella sua vita è un abusatore seriale ed è un personaggio molto pericoloso, ma chi ha commesso un solo abuso nella sua vita, un giorno in cui ha bevuto, era sotto stress o si è lasciato provocare, possiamo considerarlo uno psicopatico seriale? Anche per questi dovremo pensare a soluzioni”.

    Chissà cosa pensa la vittima del prete che quel giorno aveva bevuto. Le dichiarazioni del Responsabile della tutela dei minori sembrano una sintesi trasparente, anche se evidentemente inconsapevole, delle motivazioni della Chiesa italiana a difendersi prima di cercare giustizia e verità.

    In definitiva, la questione degli abusi sessuali è diventata una delle questioni chiave su cui verrà misurata la capacità della Chiesa di avere importanza nel mondo di oggi.

    Sessualità, relazioni affettive, celibato obbligatorio, ruolo dei laici e delle donne, clericalismo e segreto istituzionale come metodo di governo: sono solo alcuni dei temi emersi dal dibattito sugli abusi sessuali – e che la Chiesa dovrà inevitabilmente affrontare viso.

    Atti impuri

    Secondo Christine Pedotti, femminista cattolica e direttrice della rivista francese Temoignage Chrétien, le cause dello scandalo vanno ricercate proprio nel rapporto della Chiesa con la sessualità e la democrazia.

    Il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, vengono tutti confusi sotto il termine generico di peccato.

    “Non esiste un legame diretto tra l’astinenza sessuale richiesta ai chierici cattolici e gli abusi, ma esiste un legame indiretto molto potente”, afferma.

    «In primo luogo, quando qualsiasi forma di attività sessuale, inclusa la semplice masturbazione, è considerata sbagliata, disordinata e peccaminosa, non esiste più una gerarchia di trasgressione: il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, vengono tutti confusi sotto il termine generico di peccato, al punto che la differenza tra peccato e crimine diventa sfumata”, dice Pedotti. “Questa confusione è espressa nelle stesse parole dei responsabili, che non smettono mai di parlare di peccato, penitenza e perdono, quando dovrebbero parlare di crimine, colpa, vittima, indagine, giudizio e verdetto”.

    Il problema, dice Pedotti, è che la Chiesa giudica la sessualità in relazione al sesto comandamento – non commettere adulterio – piuttosto che in termini di consenso.

    «In un rapporto non consensuale è una persona che viene violata, non un comandamento. Ecco perché le vittime vengono regolarmente ignorate”, afferma.

    La democrazia e i principi dello Stato di diritto e della separazione dei poteri dovrebbero anche tutelare dagli abusi, afferma Pedotti.

    “L’indipendenza della magistratura è garantita; sono tutelati i diritti della difesa e dell’imputato. Salvo casi particolari, i procedimenti e, soprattutto, le sentenze sono pubblici”, afferma Pedotti.

    https://worldcrunch.com/culture-society/italy-church-sex-abuse

  • LETTERA APERTA / COMUNICATO STAMPA – Noi siamo Chiesa

    LETTERA APERTA / COMUNICATO STAMPA – Noi siamo Chiesa

    A Sua Eminenza Cardinale

    Matteo Maria Zuppi

    Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

    Ai Rev.mi membri tutti della C.E.I.

    Affrontare il tema degli abusi sui minori e le persone vulnerabili è dirimente per poter parlare degnamente di sinodalità e riforma della Chiesa.

    Prima di “PROTEGGERE, PREVENIRE, FORMARE” è necessario ricercare VERITA’, FARE GIUSTIZIA, ASSICURARE RISARCIMENTI MORALI ED ECONOMICI alle vittime/sopravvissuti.

    Chiediamo di passare dalle parole ai fatti

    I dati rassegnati con la Vostra “ SECONDA RILEVAZIONE” ci appaiono contrastanti e insufficienti per approccio, consistenza ed effettivi contenuti, peraltro privi di riscontri esterni alla realtà ecclesiale.

    Cosa significa “ …chiunque denuncia anche a distanza di anni viene ascoltato, e comunque noi facciamo un procedimento interno. E’ difficile che oggi un vescovo insabbi. Semmai il rischio è quasi il contrario: che per prudenza si avviino procedimenti giuridici anche soltanto per verificare i fatti.”

    Il sistema giudiziario del nostro Paese non è degno di fare verità e rendere giustizia alle numerosissime vittime nascoste e sofferenti ?

    In merito ai vescovi insabbiatori, abbiamo dettagliata conoscenza di casi esistenti che contraddicono tale affermazione.

    Ancora una volta, come parte del Coordinamento ITALYCHURCHTOO contro gli abusi nella Chiesa Cattolica,

    CHIEDIAMO

    LA COSTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE INDIPENDENTE ED ESTERNA

    TOTALE MESSA A DISPOSIZIONE DEGLI ARCHIVI DIOCESANI E DI OGNI ISTITUZIONE DELLA CHIESA E DEGLI ISTITUTI RELIGIOSI

     INDIVIDUAZIONE ED ALLONTANMENTO IMMEDIATO DI CHI HA OMESSO E COPERTO

    DENUNCIA ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA DEI PRESUNTI COLPEVOLI

    Ci pare evidente che nel modo in cui si sta procedendo non si va da alcuna parte.

    Improponibile fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.

    Quale credibilità potrà avere la Chiesa italiana se non pone in essere misure coraggiose al pari di quanto già deciso e posto in essere da altre conferenze episcopali in Europa (tra queste in Germania, Francia, Spagna,Portogallo, Svizzera, Irlanda)

    L’ ASSEMBLEA NAZIONALE DI “NOI SIAMO CHIESA”

    Sezione italiana del movimento internazionale We are Church per la riforma della Chiesa Cattolica.

    Milano, 2 dicembre 2023 Lettera aperta Comunicato Stampa

  • Oggetto: Petizione n. 0354/2023 – AVVISO AI MEMBRI

    Oggetto: Petizione n. 0354/2023 – AVVISO AI MEMBRI

    1. Sintesi della petizione (Petizione integrale UE[337]_signed )

    Il firmatario denuncia la presunta incorretta applicazione della Convenzione di Lanzarote in Italia, in materia di reati sessuali, ratificata con la legge n. 172/2012. Il firmatario sottolinea che in Italia sono esenti dall’obbligo di esibizione del certificato antipedofilia le associazioni di volontariato, tra le quali figurano le cooperative di servizi e le confessioni religiose.

    In particolare, egli sostiene che queste ultime godrebbero al loro interno di una maggiore tutela in riferimento ad eventuali reati sessuali e, sommando questo elemento all’esenzione dal certificato e all’assenza di un obbligo di trasmissione delle denunce alle autorità nazionali, l’insieme rappresenterebbe un incentivo per gli abusanti, con la conseguenza di impunità e di vittime di cui nessuno si fa carico.

    A sostegno delle proprie tesi cita i dati del report sugli abusi sessuali all’interno del clero, rilasciato dalla Conferenza Episcopale Italiana, nel quale la stessa CEI indica che, dai dati dal 2020 al 2021, da soli 30 sportelli delle 166 diocesi italiane che li hanno promossi, i laici denunciati in ambito ecclesiastico sarebbero 23 su un totale di 68 segnalati, corrispondenti al 33,8 %. Egli sostiene inoltre che, nonostante la Chiesa abbia istituito gli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali e le persone vulnerabili, questi risulterebbero inadeguati, rappresentando ulteriori strumenti di violenze contro le vittime. Fa presente che gli esiti di questi processi sono spesso condanne mendaci, con diversi tentativi di accordi tra le parti.

    Ricorda infine che il 28 febbraio 2019, nell’80° sezione, sedute del 23 e 24 gennaio, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite ha sottolineato la propria preoccupazione per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte del personale religioso della Chiesa cattolica in Italia e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana, dichiarando la necessità di un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini basato sull’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale, su indagini trasparenti ed efficaci, sull’obbligo della segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza e infine sulla modifica della legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da includere il volontariato.

    Il firmatario richiede pertanto l’intervento delle istituzioni europee per chiarire le iniziative europee, al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori in Italia ed eventuali iniziative normative per estendere l’obbligo di denuncia a tutti i cittadini e richiedere il certificato antipedofilia alle categorie oggi esenti.

    1. Ammissibilità

    Dichiarata ammissibile il 7 settembre 2023. Informazioni richieste alla Commissione a norma Regola 227(6).

    1. Risposta della Commissione, ricevuta il 17 novembre 2023

    «Le osservazioni della Commissione

    La Commissione è impegnata a combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori. Il 24 luglio 2020, la Commissione ha pubblicato una strategia globale dell’UE per una lotta più efficace contro l’abuso sessuale di minori.

    La strategia definisce otto iniziative concrete per combattere questi crimini online e offline, utilizzando tutti gli strumenti disponibili a livello UE, legislativi e non legislativi, come finanziamenti. In particolare, un’iniziativa chiave della strategia è garantire la completa attuazione della normativa vigente.

    La Direttiva 2011/93/UE2 stabilisce norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni in materia di abuso e sfruttamento sessuale dei minori, materiale pedopornografico e adescamento di minori per scopi sessuali. Essa impone agli Stati membri l’adozione di una serie di misure di prevenzione degli abusi sessuali sui minori, come programmi di intervento per gli autori di reati, nonché campagne educative e di sensibilizzazione. La direttiva stabilisce inoltre norme e obblighi per gli Stati membri in relazione ai procedimenti giudiziari e alle misure di assistenza e sostegno per le vittime minorenni. Gli Stati membri sono tenuti a recepire la direttiva nei rispettivi sistemi legislativi nazionali.

    Per quanto riguarda le segnalazioni dei reati, l’articolo 16 elimina gli ostacoli che potrebbero inibirle, ma non impone alcun obbligo. Le regole di riservatezza imposte dal diritto nazionale non devono costituire un ostacolo a che determinati operatori aventi il compito principale di lavorare a contatto con i minori segnalino ai servizi competenti i casi in cui hanno ragionevole motivo di ritenere che un minore sia vittima dei reati contemplati dalla direttiva. L’articolo impone inoltre agli Stati membri l’adozione delle misure necessarie a incoraggiare chiunque sia a conoscenza di fatti costituenti reato ai sensi della direttiva, o sospetti che tali fatti siano avvenuti, a segnalarli ai servizi competenti. L’imminente revisione della direttiva potrebbe contemplare l’introduzione di un obbligo in tal senso.

    Per quanto riguarda il certificato antipedofilia, per scongiurare il rischio che gli autori di reati possano tornare a contatto con minori nell’ambito di attività lavorative o di volontariato, l’articolo 10 della direttiva autorizza i datori di lavoro a chiedere il casellario giudiziale al momento dell’assunzione di una persona per svolgere attività professionali o di volontariato che comportano contatti stretti con minori. Obbliga inoltre gli Stati membri a fornire casellari giudiziali il più completi possibile in risposta a tali richieste, facendo ricorso al sistema europeo di informazione sui casellari giudiziali, ove opportuno, e ad ogni altra adeguata fonte di informazione.

    Per garantire il rispetto dei suddetti obblighi, la Commissione segue da vicino l’attuazione della direttiva 2011/93/UE negli Stati membri, compresa l’Italia, e continuerà ad avvalersi dei poteri conferitile dai trattati, secondo necessità, per garantirne la piena e completa attuazione.

    La Commissione sta preparando una revisione della direttiva. In tale contesto sta valutando la possibilità di imporre agli Stati membri l’introduzione dell’obbligo, almeno per i professionisti che lavorano a stretto contatto con i minori nei settori dell’istruzione, dell’assistenza all’infanzia e dell’assistenza sanitaria, di segnalare alle autorità competenti i casi in cui hanno ragionevole motivo di ritenere che sia stato commesso o possa essere commesso un reato contemplato dalla direttiva.

    Un’altra potenziale modifica potrebbe mirare a rendere obbligatoria la richiesta del casellario giudiziale da parte dei datori di lavoro che assumono personale per attività professionali e di volontariato che comportano contratti stretti con i minori.

    Conclusioni
    Si raccomanda di comunicare al firmatario che, sebbene il diritto dell’UE non preveda ancora l’obbligo che impone ai singoli di segnalare abusi sessuali sui minori alle autorità competenti, si sta attualmente valutando la possibilità di introdurre tale obbligo giuridico, almeno per le persone che hanno contatti regolari con minori in virtù della loro professione.

    La Commissione sta inoltre valutando la possibilità di effettuare controlli obbligatori dei precedenti per le persone assunte per svolgere attività professionali e di volontariato che comportano contatti stretti e regolari con minori

    Comunicazione ai membri

    Progetto di ordine del giorno 01/12/2023

  • Grazie Francesco

    Grazie Francesco

    Buongiorno a tutte e tutti e buongiorno a te Francesco. Ho appena letto l’articolo sul “triplicamento” dei canali internet della Rete, e ci tengo veramente a farti i miei complimenti e soprattutto a ringraziarti.

    Sei un piccolo GRANDE uomo Francesco, e ti voglio sinceramente un gran bene !

    E pensare che qui in Francia e in Italia mi fanno pure i complimenti, perché hai dichiarato ultimamente (e indebitamente) alla stampa, che sono uno dei “fondatori” della Rete, quando sono invece solo una vittima, umile ma sfegatato sostenitore, che ti chiese il tuo aiuto e aderì a Rete L’Abuso solo nel 2015, quando mi hai dato una mano e fatto un gran bene coi tuoi consigli e le tue lettere.
    E ne avevo veramente bisogno, visto che, solo da qualche mese, avevo subito il doloroso “gran risveglio” della mia amnesia traumatica, e ci son stato talmente male che ho rischiato seriamente l’ospedalizzazione psichiatrica, talmente la scoperta dei dettagli “segreti e segregati” della mia infanzia mi fece vacillare.

    E la Rete sei tu Francesco, tutto poggia sulle tue sole spalle.

    Si, ho aiutato per il logo (è il mio mestiere) e scrivo molto e intervengo per la causa comune come un dannato senza pace, come e quando posso, soprattutto qui in Francia dove vivo da più di 20 anni. Vado anche volentieri con le altre vittime in piazza San Pietro a Roma, o sulle gradinate del Sacro Cuore a Parigi, con striscioni e una valigia di urla per gridare la mia rabbia. Rabbia intatta malgrado più di 8 anni di psicoterapie che non mi hanno certo guarito, perché per me è troppo tardi per “guarire”, ma che mi hanno almeno aiutato a rompere il silenzio e a sopportarmi da “sopravvissuto” (come noi vittime amiamo definirci).

    Per fortuna per i “sopravvissuti” non è più esattamente cosi oggi. Per quei minori che grazie anche all’aiuto dei tanti avvocati volontari della Rete (come Mario Caligiuri) e grazie a quella cultura della verità che hai grandemente influito a far emergere in Italia, riescono finalmente a parlare e soprattutto ad essere ascoltati dagli adulti. E questo, in queste tristi circostanze cambia tutto, se non altro perché il sostegno psicologico immediato, il sentimento di sentirsi finalmente ascoltati e soprattutto la giustizia, evitano che la violenza dello stupro e del diniego finiscano per compromettere per sempre la fragile coscienza di un minore in divenire.

    Quindi si, hai fatto e fai molto per le vittime e la giustizia Francesco. Ma la giustizia esiste in Italia? Purtroppo siamo l’unico paese al mondo tra quelli detti “civili” a negarla, e a non aver creato (come ad esempio qui in Francia), una commissione indipendente d’inchiesta per far luce sui crimini pedofili che i ministri della Chiesa Cattolica Italiana perpetrano da decenni, coperti da una cultura del silenzio e dell’insabbiatura che non solo la rendono responsabile di quanto è accaduto, ma tristemente complice. E purtroppo molto più di qualsiasi altra istituzione a contatto con i bimbi, se non altro perché le leggi del Concordato mussoliniano tra Stato e Chiesa del 1929, tuttora in vigore, le permettono facilmente di eludere le inchieste e gli accertamenti degli inquirenti di giustizia italiani.

    Come se il Concordato non bastasse poi, si fa ancor peggio in Italia. Perché il governo italiano, e solamente per “aiutare” la Chiesa, autorizza l’imputato ad indagare su se stesso. Ed è cosi che è stata creata una commissione fantoccio tutt’altro che indipendente, presieduta dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) mons. Matteo Zuppi, alla quale è stato affidato il compito di indagare su quei crimini e quei criminali che per decenni, di fatto, la Chiesa ha coperto e continua a coprire. E chiamano questa “giustizia”? Solo in Italia è possibile un paradosso del genere.

    Qui in Francia, paese realmente laico non solo sulla carta costituzionale, il popolo in furia sarebbe sceso nelle piazze e avrebbe chiesto ai politici di rendere i conti. E in Italia? Il potere della Chiesa è talmente forte, diffuso e capillare, che quasi tutta la stampa e la classe politica si genuflette di fronte al Papa, e nega ai propri cittadini il più elementare diritto all’informazione e alla giustizia. Diritto negato da quei politici che osano poi qualificare l’Italia come une stato democratico e di diritto!

    È una vergogna tutta italiana che conferma ancora una volta lo sfacelo della nostra società e la perdita di qualsiasi riferimento morale e culturale. E non è una questione di destra o di sinistra, di atei o di credenti, ma di civiltà! Solo di civiltà.

    Tutte le vittime come me qui in Italia hanno rotto il silenzio solo grazie a te Francesco. Piccolo grande uomo che dedica tutto il suo tempo e tutta la sua vita a questa nobile causa, non certo per vendetta, non certo per anticlericalismo becero, perché la Chiesa Cattolica esiste da duemila anni e esisterà sempre, ma perché umanamente saresti incapace più di qualsiasi altro uomo di continuare a esistere mentre altri bimbi continuano a farsi stuprare dai ministri della Chiesa Cattolica. Esistere mentre altre giovani coscienze appena sbocciate si fanno spezzare in volo e per la vita intera, solo per aver innocentemente frequentato una istituzione, quella cattolica; creata in nome della “giustizia universale”, ma che di fatto, difende invece i criminali pedofili che si sono annidati in massa nel suo seno, visto che non denunciandoli la Chiesa li protegge, fino a trasformarsi nel corso dei decenni in un paradossale “paradiso universale” per pedofili.

    È insopportabile pensare che questo accada ancora oggi e nell’indifferenza. Insopportabile per le vittime, insopportabile per chi come te Francesco, è riuscito come Golia a far vacillare il gigante della menzogna, menzogna che non è certo stata sconfitta, è solo stata scalfita perché in parte resa pubblica. Ma finalmente e giustamente la Chiesa si fa criticare dalla società civile e da tutti quei fedeli scandalizzati da quanto scoprono, e scandalizzati dall’attuale inazione che ne segue. Perché malgrado tutte le parole di scusa e i buoni propositi del Papa, i fatti non seguono.

    Il primo “report” italiano della CEI ci racconta solo l’ennesima campagna di informazione per distrarre e far tacere il popolo. Non si tratta di una vera e oggettiva inchiesta indipendente, ne di veri provvedimenti cautelativi o disciplinari, e le vittime sono tuttora inascoltate e non hanno ricevuto nessun indennizzo, almeno per le loro cure psichiatriche. Penso ad esempio alle vittime degli ignobili pedofili dell’istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona, che malgrado le evidenze raccapriccianti che sono emerse nei tribunali e lo scalpore suscitato dal caso, ancora aspettano giustizia.

    La mortifera cultura clericale che si è impossessata della Chiesa da decenni ha reso tutti complici. Perché i vescovi e i cardinali che non sono direttamente colpevoli di crimini pedofili, sono comunque colpevoli di omessa denuncia di crimini altrui, e i rari non coinvolti si potrebbero purtroppo contare sulle dita di una sola mano. E anche se il Papa fosse pieno di buona volontà, si fa di tutto alle sue spalle per rallentare il processo, perché hanno paura, paura di perdere il loro potere, i loro privilegi e paura della giustizia, quella civile e non quella divina. Quella che non ci stancheremo mai di esigere, noi della Rete, aiutati anche da quei tanti cattolici di buona volontà.

    Si, perche molti credono che la Rete sia una associazione anticlericale, e del resto alcuni fanatici ci trattano pure da “satanisti”, credendo in questo modo di difendere la loro chiesa (che invece contribuiscono a demolire), ma non è vero affatto!

    Attorno e all’interno di Rete l’Abuso ruotano anche preti (quelli veri) e persone profondamente credenti e cattoliche che lottano anche per salvare la Chiesa e scacciare dal suo interno i criminali. Come Cristina Balestrini, madre di una vittima e profondamente cattolica, che fin dall’inizio si è sentita personalmente implicata e ha ricoperto e ricopre tuttora ruoli fondamentali e importanti nella nostra associazione.

    E poi ci sono quelli come me, vittime che purtroppo hanno perso la fede a 9 anni a causa di uno stupro subito proprio in un confessionale (e non ci biasimate) ma anche vittime credenti. Perché credenti o non credenti, di destra o di sinistra, come vi ho già detto, si tratta di una questione di civiltà. E perché il silenzio e la menzogna uccidono, non solo la civiltà, non solo noi vittime, ma anche i nostri figli.

    Mio malgrado e solo perché vivo in Francia, sono diventato da un paio di settimane un caso unico. L’unica vittima italiana di un crimine pedofilo clericale prescritto dalla legge, ascoltata e risarcita (seppur simbolicamente) da una Conferenza Episcopale, ma non quella italiana, la CEI, ma quella francese, la CEF. Anche perché in seguito a l’ennesimo rifiuto per “extraterritorialità”, ho minacciato di incatenarmi sul cancello dell’Arcidiocesi di Lione di fronte alla stampa nazionale e internazionale, di scrivere una lettera alla Corte di Giustizia Europea dei Diritti Umani, e non ultimo, di scriverne una anche Macron (e qui in Francia è possibile farlo) per chiedere al mio Presidente di far pressione sulla Chiesa Cattolica per proteggere uno dei sui cittadini. Se fossi stato solo un “povero cristo italiano” e come è successo in passato, nessuno mi avrebbe mai ascoltato ne risposto. Ebbi solo una “paterna benedizione”. Qui in Italia le mie minacce non sarebbero servite a nulla.

    Spero solo che il mio caso “unico” possa creare un precedente giuridico a favore di tutte quelle vittime italiane che attendono che qualcuno si occupi di loro.

    Quindi come concludere: viva la Francia, viva l’Italia (con qualche riserva), e viva Francesco Zanardi e Rete L’Abuso, prima e unica associazione italiana che difende le vittime di pedofili clericali e mette il dito sulla piaga di questa vergognosa tradizione tutta italiana, di cui personalmente sono poco fiero.

    Piero BROGI
    (una delle tante vittime che ha deciso almeno di non restare anonima e ne di chiudere la bocca. E visto quello che ci ho messo a 9 anni, oggi posso metterci pure la faccia, e senza vergogna. Non sono certo io a dovermi vergognare)
    https://www.facebook.com/groups/retelabuso/permalink/7094139183977622/?mibextid=oMANbw
  • Seconda rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali di tutela minori e adulti vulnerabili

    Seconda rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali di tutela minori e adulti vulnerabili

    È stata presentata oggi, 16 novembre, nel corso dell’Assemblea straordinaria Cei ad Assisi, la seconda rilevazione sulle attività dei Servizi territoriali di tutela minori e adulti vulnerabili promossa dalla Conferenza episcopale italiana attraverso il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, La rilevazione, affidata anche quest’anno agli esperti dell’Università cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza, Paolo Rizzi e Barbara Barabaschi, e riferita al 2022, ha coinvolto i Servizi regionali, diocesani e interdiocesani e i Centri di ascolto diffusi su tutto il territorio nazionale.

    Il primo elemento evidente è l’ampia partecipazione delle diocesi italiane: da 166 sono passate a 186, che corrispondono a 190 diocesi su 206 (escludendo le diocesi accorpate e quelle abbaziali), portando la rappresentatività statistica del campione di indagine al 92,2%. Un dato che conferma la crescente sensibilizzazione sul tema e che si realizza in una raccolta di dati “sinodale”, in cui ogni elemento registrato è frutto del diretto coinvolgimento delle centinaia di persone coinvolte nelle strutture pastorali.

    Scendendo nel dettaglio geografico, l’indagine ha visto la partecipazione di 82 diocesi (pari al 45,1% del campione) dell’Italia meridionale, di 60 diocesi (pari al 32,3% del campione) dell’Italia settentrionale e di 44 diocesi (pari al 23,6% del campione) collocate nel Centro Italia. In termini dimensionali, oltre la metà delle diocesi coinvolte sono di media scala, tra 100 e 250 mila abitanti (104) e solo 29 di piccole entità, al di sotto dei 100 mila abitanti.

    La prima parte del documento è dedicata alle attività dei Servizi diocesani e interdiocesani, i cui referenti, nella maggior parte dei casi sono sacerdoti (46,2%), poi laici o laiche (39,7%) e solo raramente religiosi o religiose (6,5%). Inoltre, delle 186 diocesi indagate, l’82,8% ha un’équipe di esperti a sostegno del servizio. Per le attività specifiche, si nota un incremento significativo rispetto al 2020: è più che triplicato il numero degli incontri proposti (da 272 a 901) e il numero delle persone coinvolte (da 7706 a 23188). Si conferma così una tendenza positiva dove centrale diventa la formazione dei sacerdoti e degli operatori pastorali, tassello di fondamentale importanza per una strategia di prevenzione e lotta agli abusi. Raddoppiano le iniziative e collaborazioni con altri enti non ecclesiali: da 25 nel biennio 2020-2021 diventano 51 nel solo 2022. In deciso aumento, soprattutto nelle regioni del Sud, la partecipazione a tavoli istituzionali civili. Di contro, restano ancora molto basse le iniziative che vedono coinvolti anche gli Istituti religiosi.

    Quando si parla di Centri di ascolto si parte dall’aumento del loro numero che ne presenza capillare sul territorio di questo importante presidio. Sono stati rilevati dati relativi ai 108 Centri di ascolto attivati dai Servizi Diocesani o Inter-diocesani per la tutela dei minori, che fanno riferimento a 160 diocesi (pari al 77,7% delle 206 diocesi italiane).

    La maggior parte dei centri è attiva nel Nord (46), con una incidenza relativa molto superiore a quella delle diocesi che hanno attivato il servizio di tutela minori, seguono i 35 del Sud e i 27 del Centro Italia (le diocesi della Sardegna sono considerate del Sud nonostante come regione ecclesiastica siano Centro). L’attivazione dei centri di ascolto è strettamente correlata alla dimensione delle diocesi, con 40 centri costituiti in diocesi di grandi dimensioni o diocesi che si sono aggregate per questo servizio, 54 centri fanno riferimento a diocesi medie e i rimanenti 14 a diocesi di minori dimensioni.

    Generalmente collocati in altra sede rispetto alla curia diocesana (78% dei casi), sono affidati alla responsabilità, nella maggioranza dei casi, di un laico/a (76%), per lo più con competenze in campo psicologico o educativo. Tra i laici prevalgono nettamente le donne, che rappresentano complessivamente i due terzi dei responsabili dei Centri di ascolto.

    Quasi tutti i centri di ascolto fanno riferimento ad un’équipe di esperti costituita da laici, con competenze in campo psicologico, giuridico, educativo.

    Crescono in modo esponenziale i contatti rilevati dai Centri di ascolto passando dai 38 del 2020 ai 374 del 2022, nella gran parte dei casi telefonici (84,4%) da parte di non vittime (87,7%). Il motivo prevalente dei contatti (81,9%) è per chiedere informazioni, mentre nel 18,1% dei casi per segnalare abusi all’Autorità ecclesiastica. La richiesta di informazioni rende ragione anche del fatto che diversi centri di ascolto si sono messi in rete con enti pubblici e i servizi sociali per fornire informazioni utili ai richiedenti che vengono intercettati e che magari vogliono segnalare un abuso in ambito famigliare, ma non sanno a chi rivolgersi e con quale modalità.

    Sono stati 32 i casi di presunti abusi segnalati: la maggior parte si riferisce al passato (18, pari al 56,8%) rispetto ai casi attuali (14, pari al 43,8%). Prendendo in considerazione la modalità del presunto abuso, emerge che la maggior parte delle segnalazioni fa riferimento a casi reali (29 in valore assoluto, pari al 90,6%), molto meno a casi relativi ad episodi via web (3 casi pari al 9,4%). Dall’analisi del luogo in cui è avvenuto il presunto abuso reale, emerge che nella maggior parte dei casi si tratta della parrocchia (17 su 29, pari al 58,6%).

    Analizzando i casi segnalati per tipologia di abuso, si nota la prevalenza di “comportamenti e linguaggi inappropriati (offese, ricatti affettivi e psicologici, molestie verbali, manipolazioni psicologiche, comportamenti seduttivi, dipendenze affettive, …)”, pari a 20 casi in totale su 74.

    Il numero di vittime di presunti abusi nel 2022 è risultato pari a 54.

    L’età delle presunte vittime all’epoca dei fatti si concentra nella fascia 15-18 anni (25 su 54). Il secondo gruppo rappresentato tra le vittime è quello composto da chi ha più di 18 anni (19 su 54). Il focus sul genere delle presunte vittime rivela una netta prevalenza di femmine (44) rispetto ai maschi (10).

    Il numero di presunti autori dell’abuso è risultato nel 2022 pari a 32.

    L’analisi del profilo dei presunti autori di reato porta a soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni, in oltre la metà dei casi, con una media di 43 anni. Si tratta per la quasi totalità di maschi (31 su 32), chierici per un terzo, religiosi per un terzo e laici (37%). Con riferimento ai laici, il dettaglio relativo al servizio pastorale svolto indica che i presunti autori di reato, al momento della segnalazione, svolgevano i seguenti ruoli: educatore (5 casi), catechista (1 caso), fondatore di associazione ecclesiale, insegnante di religione, seminarista. Per lo più celibi ma anche 2 sposati.

    Per le opzioni offerte dai Centri di ascolto nei confronti delle presunte vittime nel 2022 prevale l’accompagnamento psicoterapeutico (10 casi) e in seconda battuta la fornitura di informazioni e aggiornamento sull’iter della pratica (9 casi). È stata data la possibilità di incontrare l’Ordinario o ancora un percorso di accompagnamento spirituale. Altre opzioni sono la consulenza ai genitori, l’incontro con il vicario episcopale, il supporto nell’incontro con le autorità civili e il supporto al sacerdote dell’oratorio L’offerta dei servizi è stata definita sulla base dei bisogni espressi dalle presunte vittime, sentito il parere degli esperti dell’équipe a supporto dei servizi diocesani per la tutela dei minori.

    Sono anche attivate azioni di accompagnamento agli autori dei presunti reati di abuso, a partire da percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (6 casi).

    Si conferma la strutturazione in ogni regione ecclesiastica di un Servizio regionale con un proprio coordinatore, di solito un sacerdote con competenze psicologiche, un Vescovo delegato e un’équipe di specialisti. Le attività del Servizio sono perlopiù formative. Il numero degli incontri proposti è quasi raddoppiato dal 2020 (anno di avvio del SRTM, in concomitanza con la pandemia da Covid19), passando da 36 incontri nel 2020 a 69 nel 2022. Particolarmente rilevante appare il numero dei partecipanti alle iniziative attivate, più che raddoppiato passando dai 914 partecipanti nel 2020 a 3276 nel 2022.

    Il testo completo della Rilevazione è disponibile in allegato

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 7 del 21 ottobre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 7 del 21 ottobre

    • Francesco Zanardi – Il fascicolo dalla Rete L’ABUSO sulle omissioni dell’Italia in materia di minori, all’esamina dell’UE

    lo scorso venerdì, la Commissione per le Petizioni ha ritenuto ricevibile la denuncia dall’Associazione del 19 aprile scorso, nella quale si lamentano le gravi inadempienze del Governo italiano in materia di prevenzione e tutela di minori e persone vulnerabili.

    Nella sintesi della petizione (0354/2023) pubblicata sul portale UE si rilevano i punti ritenuti di maggiore interesse:

    “Il firmatario denuncia la presunta incorretta applicazione della Convenzione di Lanzarote in Italia, in materia di reati sessuali, ratificata con la legge n. 172/2012.

    Il firmatario sottolinea che in Italia sono esenti dall’obbligo di esibizione del certificato antipedofilia le associazioni di volontariato, tra le quali figurano le cooperative di servizi e le confessioni religiose. In particolare, egli sostiene che queste ultime godrebbero al loro interno di una maggiore tutela in riferimento ad eventuali reati sessuali e, sommando questo elemento all’esenzione dal certificato e all’assenza di un obbligo di trasmissione delle denunce alle autorità nazionali, l’insieme rappresenterebbe un incentivo per gli abusivi, con la conseguenza di impunità e di vittime di cui nessuno si fa carico.

    A sostegno delle proprie tesi cita i dati del report sugli abusi sessuali all’interno del clero, rilasciato dalla Conferenza Episcopale Italiana, nel quale la stessa CEI indica che, dai dati dal 2020 al 2021, da soli 30 sportelli delle 166 diocesi italiane che li hanno promossi, i laici denunciati in ambito ecclesiastico sarebbero 23 su un totale di 68 segnalati, corrispondenti al 33,8 %.

    Egli sostiene inoltre che, nonostante la Chiesa abbia istituito gli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali e le persone vulnerabili, questi risulterebbero inadeguati, rappresentando ulteriori strumenti di violenza contro le vittime.

    Fa presente che gli esiti di questi processi sono spesso condanne mendaci, con diversi tentativi di accordi tra le parti.

    Ricorda infine che il 28 febbraio 2019, nell’80° sezione, sedute del 23 e 24 gennaio, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite ha sottolineato la propria preoccupazione per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte del personale religioso della Chiesa cattolica in Italia e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana, dichiarando la necessità di un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini basato sull’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale, su indagini trasparenti ed efficaci, sull’obbligo della segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza e infine sulla modifica della legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da includere il volontariato.

    Il firmatario richiede pertanto l’intervento delle istituzioni europee per chiarire le iniziative europee, al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori in Italia ed eventuali iniziative normative per estendere l’obbligo di denuncia a tutti i cittadini ed esigere il certificato antipedofilia alle categorie oggi esenti.”

    La stessa Petizione (0354/2023) è stata ritenuta “sostenibile” dai cittadini che lo vorranno, direttamente dal Portale delle Petizioni.

    Un fascicolo simile nei contenuti, era stato parallelamente inviato anche al Comitato per la tutela dell’infanzia dell’ONU, dove pochi giorni fa è stato integrato con il report sulle omissioni al Motu proprio della CEI.

    • REPERTORIO +

    A questo proposito, se pur omessa dagli organi di informazione nazionali, il 15 lug 2022 – (Agenzia Nova) rendeva noto che – La Commissione europea ha deciso di avviare procedimenti di infrazione contro Italia, Irlanda, Spagna e Portogallo, in merito al rispetto della direttiva sulla lotta contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile.

    La Commissione ha inviato una lettera di costituzione in mora all’Irlanda, e lettere di costituzione in mora complementari all’Italia, Portogallo e Spagna, per la mancata attuazione delle disposizioni della direttiva, che impone agli Stati membri di stabilire norme minime relative alla definizione dei reati e delle sanzioni in materia di abuso e sfruttamento sessuale dei minori, pornografia minorile e adescamento di minori per scopi sessuali.

    Essa introduce inoltre disposizioni intese a rafforzare la prevenzione di tali reati e la protezione delle vittime. La Commissione ritiene che i quattro stati membri non abbiano recepito correttamente alcune disposizioni relative alla definizione di determinati reati, alla prevenzione e all’assistenza alle vittime.

    Gli Stati sottoposti a procedimento, dispongono ora di due mesi per rispondere ai rilievi espressi dalla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere motivato.” (Agenzia Nova)

    Mentre tutte le nazioni citate si sono attivate in materia, l’Italia non ha ancora proferito parola.


    • Federica Tourn – Emerge un altro caso di pedofilia durante il processo a don Giuseppe Rugolo

    Più che le presenze, hanno pesato le assenze nell’aula del tribunale di Enna dove si sta celebrando il processo di primo grado con rito abbreviato per violenza sessuale aggravata a danni di minori. Presente l’imputato Giuseppe Rugolo, il prete 40enne che è stato denunciato da un archeologo oggi 28enne ma minorenne all’epoca dei fatti. Assente, invece, il teste chiave dell’udienza chiamato dalla difesa. Anche in questo caso si tratta di un sacerdote, l’ex rettore del seminario diocesano Vincenzo Cultraro, che è anche parroco della chiesa madre di Gela (in provincia di Caltanissetta). La stessa parrocchia dove un catechista di 33 anni a luglio è stato rinviato a giudizio con l’accusa di atti sessuali su un minorenne.

    Due storie distinte e separate che si incrociano quando iniziano le indagini proprio sull’animatore parrocchiale di Gela. A denunciare il catechista è stato un ragazzo che ha raccontato di avere subito violenze ed essere stato indotto a compiere atti sessuali dall’uomo – che è proprietario di un negozio – già da quando aveva 12 anni, abuso continuato nei successivi sei anni. Episodi che sarebbero avvenuti all’interno della parrocchia. Una situazione di cui sarebbero stati a conoscenza il parroco Cultraro, il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana e anche Giuseppe Rugolo. Nessun provvedimento sarebbe stato adottato nei confronti del catechista che, negli anni, è sempre rimasto attivo nella comunità parrocchiale. Stando a quanto riferito dagli avvocati di Rugolo, che lo avevano chiamato sul banco dei testimoni, Vincenzo Cultraro al momento sarebbe «irrintracciabile».

    Per arrivare alla sentenza del processo a Rugolo, arrestato nell’aprile 2021 a Ferrara, si dovrà aspettare il 10 gennaio 2024. Nel corso delle udienze, sono emerse diverse chat erotiche del prete e testimonianze di atteggiamenti intimi con altri giovanissimi che frequentavano il gruppo parrocchiale. Sorprendente una conversazione telefonica intercettata fra Rugolo e Gisana, in cui il vescovo lo rassicura dicendogli «Caro Giuseppe, per te ci sono tutti i presupposti per diventare Santo». All’inizio della vicenda, i genitori della vittima avevano denunciato di avere ricevuto dalla diocesi un’offerta di 25mila euro della Caritas in cambio di una clausola di riservatezza e di silenzio.

    Fonte MeridioNews


    • Alessio Di Florio – Un vescovo minimizza la pedofilia clericale, in passato alcuni preti hanno accusato i bambini vittime

    “I media vorrebbero farci credere che [l’abuso sessuale] esiste solo nella Chiesa cattolica”, e “abbiamo dei media che vogliono fare sensazionalismo e non sanno come riferire”. Sono alcune delle frasi pronunciate da vescovo Steve Lowe delle diocesi cattoliche di Auckland e Hamilton che ha cercato di minimizzare gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. In Nuova Zelanda almeno il 14% di tutti gli abusi sono stati commessi da membri della Chiesa cattolica, probabilmente sono molti di più. Dati che smentiscono Lowe che ha ripetuto quanto già affermato da altri vescovi. Non può essere una coincidenza che i vescovi cattolici di tutto il mondo abbiano seguito lo stesso “playbook” rivelato nel Pennsylvania Grand Jury Report del 2018, che identificava una serie di pratiche “che apparivano regolarmente, in varie configurazioni”, negli archivi diocesani ha sottolineato The Post. Minimizzare, spostare l’attenzione altrove, le linee guida dei vescovi. Nel 2015, intervistato su La7, un prete della diocesi di Trento affermò che “ci sono bimbi che cercano affetto perché non lo hanno in casa e quindi alcuni preti possono anche cedere” rispondendo “In buona parte sì” al giornalista che chiese “sono quindi i bambini a provocare la pedofilia?”. “Ci sono minori che sono consenzienti, che desiderano avere rapporti sessuali e che se non stai attento ti provocano persino” affermò nel 2007 in un’intervista al quotidiano “La Opinion” il vescovo di Tenerife. Entrambi i prelati paragonarono la pedofilia all’omosessualità che condannavano mentre sono apparsi più indulgenti nei confronti di preti pedofili.

    Fonti: The Post, Il Giornale, Quotidiano Nazionale


    • Pierelisa Rizzo – Terzo processo per abusi sessuali all’Istituto Provolo – COMUNICATO STAMPA DI XUMEK LAWYERS

    “Non solo è stato un processo molto lungo (395 udienze in 2 anni, 5 mesi e 15 giorni), ma è stato anche complesso e difficile per le vittime e per quelli di noi che hanno accompagnato la loro richiesta di giustizia”. Lo scrive in un comunicato stampa la Xumek Lawyers, l’Associazione per la promozione e protezione dei diritti umani in argentina , a fianco delle vittime nel terzo processo per gli abusi sessuali avvenuti nell’istituto Provolo, a Lujan de Cuyo.

    Secondo la XUMEK le vittime si sarebbero confrontate con un team di diversi avvocati assunti dalla Chiesa cattolica che hanno attaccato costantemente i giovani del Provolo, denunciando le persone che li aiutavano ad affrontare il dolore degli abusi subiti. Hanno denunciato gli interpreti ufficiali del primo processo, hanno denunciato gli esperti medico legali, gli psicologi e gli assistenti sociali che hanno accompagnato le vittime, e hanno anche denunciato alcuni genitori e la maggior parte degli avvocati di Xumek.

    “Il loro obiettivo non è quello di ottenere una risposta giudiziaria – scrivono i rappresentanti dell’associazione nel comunicato – ma di intimidire le vittime e molestarle per aver osato testimoniare e portare alla luce i costanti abusi sessuali e torture subite all’interno dell’istituzione religiosa ed educativa di Lujan de Cuyo”.

    Un processo sicuramente particolare per il polo giudiziario di Mendoza anche per i continui problemi che ci sono stati con i giudici, con alcuni magistrati ricusati per la loro condotta non etica.

    A questo si è aggiunto il fatto che le vittime hanno dovuto testimoniare di nuovo, nonostante lo avessero già fatto davanti alle telecamere durante l’indagine penale preparatoria, e che le loro dichiarazioni fossero state filmate e tutti i difensori avessero potuto interrogarle.

    Intanto la principale accusata, la suora giapponese Kumiko Kosaka, è stata rimessa in libertà a causa della scadenza dei termini massimi per i quali una persona può essere imprigionata senza condanna

    Ma, nonostante tutto, le vittime sono state sempre a disposizione del Tribunale affinchè si arrivi alla verità.

    Lo scorso 18 ottobre 2023, alle ore 8:30, nell’aula 15 del nuovo Polo Giudiziario Penale di Mendoza gli imputati hanno avuto la possibilità di pronunciare le loro ultime parole, davanti agli occhi di tutte le vittime, presenti in aula.

    D’altro canto in questo processo non viene messa in discussione la veridicità dei fatti denunciati, perché questi sono già stati confermati nel primo e nel secondo processo che si sono svolti nel 2019. Gli abusi sessuali sono stati già confermati anche dalla Corte Suprema di Giustizia di Mendoza e dalla Corte Suprema di Giustizia della Nazione. La sentenza si limiterà a stabilire se gli imputati erano a conoscenza degli abusi e, avrebbero potuto evitarli, ma in nessun modo entrerà nel merito dell’effettiva esistenza degli abusi e dello status di vittime.

    Fonte Xumek Lawyers


    • Federico Tulli – Lo vuole Gesù

    La pedofilia di matrice ecclesiastica ha diverse peculiarità che la distinguono dalle violenze agite sui bambini in altri ambiti. Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendola alla confusione. Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza. C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare ‘padre’ da parte degli ‘educatori’. Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto con il genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità calcolata che apre la strada alla violenza. E non è un caso se numerose vittime siano bambini con tragiche storie familiari alle spalle.

    A tal proposito vale la pena ricordare le considerazioni di uno dei massimi esperti investigativi in Italia, l’ex procuratore aggiunto di Milano, Pietro Forno.

    «Il discorso viene spesso liquidato “solo” come un problema di pedofilia. Ma il prete che abusa di un bambino è più paragonabile a un genitore incestuoso che a un pedofilo di strada che insidia i bambini ai giardinetti. Bisogna partire da un dato di fatto: il sacerdote ha un enorme potere spirituale, tanto che spesso viene chiamato ‘padre’, e questo è significativo. Se guardiamo questi episodi in senso non biologico ma spirituale e morale, ci troviamo di fronte più a una violenza incestuosa che a un classico stupro. Ricordo che anche nelle cronache si parla di atti avvenuti in confessionale. E io mi chiedo: perché proprio in confessionale? Perché proprio in quel luogo e in quel momento? Perché è in quel momento che più intensamente il sacerdote si presenta come rappresentante di Dio. È stato condannato a Milano un sacerdote che nel confessare ragazze di 14 o 15 anni le faceva spogliare e le palpeggiava dicendo: ‘Lo vuole Gesù’. Ecco, il concetto del ‘lo vuole Gesù’ è il punto d’arrivo dell’incesto spirituale». Queste riflessioni rilasciate in una famosa intervista al Giornale nel 2010 sono sicuramente preziose ancora oggi per chi è ha a cuore la tutela e l’incolumità psicofisica dei bambini eppure per queste parole Forno fu sottoposto a un’ispezione ministeriale per accertare che non avesse divulgato segreti d’ufficio. Una vicenda surreale che si concluse con un nulla di fatto ma che rende l’idea di cosa significhi indagare nel nostro Paese quando sotto la lente della magistratura finisce un sacerdote.


    GLI SPECIALI

  • Violenze sessuali del clero sui minori: Protetti gli “abusatori” non le vittime

    Violenze sessuali del clero sui minori: Protetti gli “abusatori” non le vittime

    La presente inchiesta giornalistica ‘inGiustizia Vaticana’, la cui prima parte è stata pubblicata il 14 ottobre scorso (qui), prende le mosse dalla condanna, frutto come abbiamo documentato di una sentenza assurda e ingiusta, inflitta dall’autorità vaticana nell’ambito di un processo canonico a Nello Dell’Agli, teologo e psicoterapeuta, fondatore a Ragusa della fraternità di Nazareth e membro del clero diocesano.

    Cercando la spiegazione è emersa la matrice ritorsiva del provvedimento emesso per punire l’unico vero ‘delitto’ commesso dal sacerdote colpito con la pena massima, la amissio status clericalis: avere testimoniato, in sede ecclesiastica e in un procedimento penale della procura di Roma, su fatti riguardanti Giovanni Salonia, influente frate cappuccino nominato vescovo il 10 febbraio 2017 e poi non consacrato per effetto di rinuncia in seguito alle denunce su tali vicende.

    In proposito, dentro questo tassello del puzzle, nella prima parte dell’inchiesta abbiamo lasciato la cronologia dei fatti al 27 aprile 2017, data della rinuncia di Salonia ampiamente illustrata. Pertanto dovremo analizzare gli accadimenti successivi tra i quali il processo penale a carico di Salonia imputato di violenza sessuale (concluso, dopo la richiesta della procura di rinvio a giudizio, con sentenza di non luogo a procedere il 28 febbraio 2020 per tardiva presentazione della querela), le testimonianze in tale processo tra le quali quella di Dell’Agli e gli sviluppi ulteriori fino alla  sua ‘condanna’: temi oggetto delle prossime puntate dell’inchiesta.

    In questa ci soffermiamo su un altro aspetto perchè la ricostruzione documentale del travisamento della realtà operato dagli organi giudiziari vaticani pervenuti a tale condanna – dalla quale la nostra ricerca prende le mosse – nonché le vicende collegate e certe dinamiche sottostanti, ci hanno fatto conoscere, tra gli altri, il ruolo e gli atti compiuti dall’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice e dal vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana.

    Il primo – abbiamo visto – a febbraio 2017 preme fortemente su papa Francesco per chiedere una commissione chiamata a giudicare la fondatezza di tali denunce, commissione che ottiene il 2 marzo quando il pontefice la istituisce; il secondo la capeggia e la guida al proscioglimento di Salonia: conclusione in palese contrasto con i dati di realtà per ammissione stessa (un anno e mezzo dopo, in sede penale) del prosciolto.

    Successivamente Dell’Agli riceve, da altro ‘tribunale ad hoc’ vaticano, la condanna, infondata e assurda quanto il ‘non luogo a procedere’ canonico sancito dall’invocata commissione a beneficio del vescovo ‘eletto’ Salonia il quale tuttavia, come abbiamo visto, rinuncia alla carica, in apparenza per libera scelta, nei fatti per diktat papale.

    Gisana, Lorefice, Salonia: relazioni, esperienze, carriere

    di tre vescovi nominati, ma solo i primi due ‘consacrati’

    Per la cronaca Gisana, Lorefice e Salonia sono nati in provincia di Ragusa, rispettivamente a Modica, Ispica e Ragusa, dove si sono anche formati, tra le diocesi di Ragusa e Noto.

    Nel tempo, dagli anni ’80 e soprattutto dall’ordinazione sacerdotale dei primi due, rispettivamente nell’86 e nell’87 (il terzo è sacerdote già nel ’71) incrociano personalmente e condividono una molteplicità di esperienze. Gisana e Lorefice per l’attività espletata nella diocesi di Noto – dove tra l’altro in un periodo il secondo è vice del primo nel rettorato del seminario vescovile – e nella chiesa di Modica che ne fa parte. Il terzo, Salonia, nella qualità, di fatto per quasi vent’anni dal ’92 al ‘10, di ministro provinciale dei frati cappuccini con base nel convento di Modica, città che è anche il centro più importante della diocesi netina. La carica di ministro, comunque preceduta e seguita nel tempo, dal ’78 e fino al momento della nomina al soglio episcopale, da incarichi di massima responsabilità nell’ordine religioso fondato sulla regola francescana, riguarda la ‘provincia cappuccina’ di Siracusa, per 448 anni dal 1574 al 2022, una delle tre di Sicilia, comprendente un vasto territorio comprendente le province (politico-istituzionali) di Ragusa, Siracusa, Catania, Enna e Caltanissetta, con una sede importante a Modica.

    Nella storia questa provincia ‘Syracusana’ (le altre due sono Messanensis e Panormitana) a lungo è la più importante al punto da inglobare per un secolo e mezzo anche l’isola di Malta, da mandare i propri frati in servizio nel mondo, da ottenere in affidamento la missione di Rio de Janeiro dove impianta l’ordine, e da elevare diversi propri membri alla carica di ministro generale, nel Seicento ben tre in meno di cinquant’anni: Clemente Di Lorenzo e Giammaria Minniti da Noto, Innocenzo Marcinò, prossimo beato, da Caltagirone. E a un passo dalla carica di ministro generale, vertice dell’ordine, giunge anche durante la sua ‘carriera’ di frate, prima della nomina episcopale, Giovanni Salonia da Ragusa, ma l’ascesa non si concretizza.

    Tornando ai fatti oggetto di quest’inchiesta, egli nel 2017 è responsabile della formazione permanente della ‘provincia cappuccina di Siracusa’, che oggi come abbiamo visto non esiste più, confluita nel 2022 nell’unica provincia siciliana.

    A questo punto dobbiamo soffermarci su Gisana, che abbiamo visto  non solo a capo della commissione che a marzo 2017 scagiona Salonia, ma anche suo vescovo co-consacrante designato, nella celebrazione che Lorefice avrebbe presieduto se il futuro braccio destro dell’arcivescovo di Palermo non si fosse visto costretto a ‘rinunciare’ a tale consacrazione la quale sarebbe dovuta avvenire perentoriamente entro il 10 maggio.

    E ciò perché, sempre per la cronaca, in questo caso ben più nota, Gisana da oltre due anni, e tuttora nella calda attualità di questi giorni, è investito dallo scandalo giudiziario della copertura data alle violenze sessuali commesse da sacerdoti della diocesi di cui da oltre nove anni è vescovo: Piazza Armerina, comprendente parte dei comuni delle province di Enna, compreso il capoluogo, e di Caltanissetta.

    Rosario Gisana di Modica, vescovo di Piazza Armerina

    insabbiatore seriale di scandali e abusi sessuali del suo clero

    Il caso eclatante è quello culminato nell’arresto, il 27 aprile 2021, del sacerdote Giuseppe Rugolo, oggi quarantaduenne, accusato di violenze sessuali su minori e sotto processo dinanzi al tribunale di Enna che il mese prossimo emetterà la sentenza dopo quindici udienze ed una fitta istruttoria dibattimentale. E’ solo uno di tanti casi simili, clamoroso perché l’unico segnalato – alla polizia giudiziaria, con gli sviluppi conseguenti, appunto eclatanti – da una vittima tenace la quale, dopo sette anni di reiterate e inutili denunce alle autorità ecclesiastiche, non si arrende al sistema clericale di menzogna e omertà che protegge i preti abusatori e sacrifica i minori abusati.

    Emerge infatti che quando il sacerdote viene arrestato, il vescovo da cinque anni è a conoscenza dei fatti oggetto d’accusa, dal 2016 quando una delle vittime finalmente può raccontargli tutto dopo averci a lungo provato invano. E’ Antonio Messina, quindicenne nel 2009 al tempo degli abusi nella chiesa di San Giovanni Battista di Enna proseguiti fino al 2013. Infatti già nel 2014, sempre con Gisana vescovo – nominato da papa Francesco il 27 febbraio e ordinato il 5 aprile di quell’anno – il giovane denuncia ad altri sacerdoti le violenze subite, ma trova un muro di gomma. Comincia con l’anziano parroco che l’ha visto crescere, Pietro Spina (vicario parrocchiale della chiesa in cui avvengono gli abusi), il quale non fa nulla. Quindi si rivolge ad un altro prete, Vincenzo Murgano, vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico ed anche responsabile diocesano del ‘servizio di tutela dei minori’: <<non parlarne con nessuno e dimentica>> è la risposta, scioccante se viene da un giudice canonico nonché garante delle vittime in materia. Un terzo parroco, per fortuna diverso dagli altri, informa il vescovo il quale però, dinanzi alla mancata ammissione di Rugolo, fa passare due anni prima di ascoltare la vittima. Solo in seguito Rugolo, nuovamente convocato, questa volta ammette qualcosa, proprio quando sta per insediarsi come parroco della Chiesa di San Cataldo di Enna.

    In proposito fa impressione leggere oggi le notizie e i comunicati della diocesi in quel periodo. Per esempio il 18 settembre 2018 Gisana officia la messa, in una chiesa gremita, per annunciare il nome del nuovo parroco dopo il ritiro del titolare per limiti d’età. Negli articoli che ne riferiscono e nei comunicati riportati leggiamo: << Il vescovo Rosario Gisana ha deciso che a ricoprire la veste di parroco della comunità, nominato dopo accurato discernimento, sarà padre Giuseppe Rugolo, vice parroco della chiesa madre di Enna. La solenne funzione religiosa d’insediamento, con la firma del verbale di nomina, si svolgerà nel mese di novembre>>.

    Da oltre due anni, in quel momento, il vescovo sa delle violenze e degli abusi di cui il vice parroco è accusato. Eppure, ‘dopo accurato discernimento’ (del quale sarebbe interessante conoscere l’oggetto) lo promuove e gli offre un pulpito superiore, insieme a strumenti più potenti ed efficaci di prima per la sua opera: quale che essa sia.

    Dopo quest’annuncio sale la tensione negli ambienti diocesani e la funzione d’insediamento perde la solennità annunciata. Ma Rugolo comunque diventa parroco e può agire forte di questo status. Solo per un anno però, perché, al precipitare degli eventi, Gisana, a ottobre 2019, lo trasferisce nell’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: è questo il suo primo e unico atto compiuto da capo della diocesi ‘contro’ gli abusi, tre anni dopo averne avuto notizia, anni durante i quali addirittura promuove e premia l’accusato rendendolo più forte ed invasivo di prima proprio nell’ambito potenziale delle sue scorribande. Neanche lo sfiora l’idea di segnalare immediatamente i fatti all’autorità giudiziaria, come sarebbe preciso dovere di ogni persona proba e responsabile, laica o clericale, ‘fedele’ o no che sia: tranne che fedele voglia esserlo al male, alla violenza, all’abuso.

    Il caso-Rugolo scopre nella diocesi un verminaio:

    25 mila euro in cambio del silenzio della vittima

    L’omissione prosegue anche dopo l’entrata in vigore, l’1 giugno 2019, del ‘Vos estis lux mundi’, il Motu proprio di Bergoglio che cancella il segreto pontificio sugli abusi sessuali commessi da uomini del clero in danno di minori e di persone fragili.

    Anzi, non solo il vescovo non asseconda le nuove prescrizioni papali, ma da testimonianze processuali si apprende che in quel periodo offre alla vittima (versione da lui contestata) 25 mila euro in contanti, da prelevare, secondo quanto avrebbe detto ai genitori del ragazzo abusato, dai fondi della Caritas (dal 2017, in virtù di una riforma da lui disposta, egli stesso ne è direttore) purchè con falsa causale e con segretezza assoluta sull’affare transattivo in cambio del silenzio tombale. Ma, come vedremo, non se ne fa niente.

    Il vescovo quindi ‘risolve’ il caso, secondo una prassi dura a morire nonostante le nuove disposizioni del Papa, trasferendo il prete pedofilo in altra sede: Ferrara come detto, ‘per motivi di salute’ e senza alcuna inibizione sicchè, sempre secondo prassi consolidata, può tranquillamente svolgere ogni attività, comprese quelle che lo tengono in contatto con minori, tant’è che nell’estate 2020 nella parrocchia di Vigarano Mainarda organizza un campo con centinaia di ragazzi. E’ questa la sua specialità del resto, come sa bene chiunque lo abbia visto all’opera ad Enna dove, giovane prete, nel 2015 fonda un’associazione, ‘Progetto 360’, con centinaia di ragazzi.

    Dopo appena un anno a Ferrara, dove le relazioni sessuali che intrattiene – e delle quali gli inquirenti per effetto delle indagini abbiano notizia – riguardano adulti, il sacerdote, convinto di averla fatta franca, briga per tornare a Piazza Armerina, fa pressioni, vuole organizzare il Grest dell’anno successivo ma il 27 aprile 2021, in terra emiliana, per lui scattano le manette perché la vittima, dopo un settennale calvario di inutili tentativi di farsi ascoltare, finalmente si rivolge alla polizia giudiziaria. Nel seminario dell’arcidiocesi Rugolo vive la condizione di detenuto agli arresti domiciliari, disposti dal giudice delle indagini preliminari per il rischio di reiterazione del reato e <<la tendenza dell’indagato a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata>>: misura convertita dopo tredici mesi in obbligo di permanenza notturna.

    Gisana intercettato: io ho insabbiato questa storia,

    eh vabbè pazienza, vediamo come poterne uscire

    Il processo, in corso da due anni, rivela al mondo e dilata a dismisura l’entità dello scandalo, ben più ampio di quanto si potesse credere. Le vittime sono tante e la condotta di vari componenti del clero diocesano sconcertante. Peraltro Gisana, intercettato, ammette: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Ma le ‘storie’ sono numerose – di abusi sessuali e di sistematiche coperture da parte dei vertici ecclesiali – e proiettano della diocesi di piazza Armerina l’immagine di un luogo, per i preti pedofili, sicuro, ospitale, amico nonchè molto generoso verso le loro pretese di ordinaria impunità.

    In un’altra intercettazione il vicario generale della diocesi Antonino Rivoli si esercita in un turpiloquio, inimmaginabile ma reale (ne omettiamo le espressioni testuali per rispetto delle nostre lettrici e dei nostri lettori) per insultare un collega sacerdote, Giuseppe Fausciana, che apostrofa ‘bestia’ per avere ascoltato la vittima (definita ‘bastardo’) ed essersi fatto portavoce, l’unico, della sua denuncia.

    Dal processo emerge con nettezza lo spaccato di un clero e di un vertice diocesano schierati, con poche eccezioni, nettamente dalla parte dei preti pedofili, e contro le vittime degli abusi delle quali sembra non importare niente agli uomini in abito talare, con o senza zucchetto. Quando Gisana, intercettato, ammette di avere insabbiato la denuncia, neanche per un istante sembra toccato dal pensiero per la vittima, concentrato piuttosto sui rimedi per sè, sulla propria ‘salvezza’: <<eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire>>. Quale sia l’uscita, nei suoi piani, lo rivelano alcune testimonianze: 25 mila euro in contanti da sottrarre alla Caritas, merce di scambio per il silenzio e il salvacondotto giudiziario della rinuncia a denunciare.

    «Dovevano essere in contanti – racconta in udienza il ragazzo abusato, ormai adulto e valente archeologo – il vescovo disse ai miei genitori che li avrebbe presi dai fondi della Caritas. Chiesero di firmare una clausola extragiudiziale di riservatezza in cui, in cambio di questa somma, io mi impegnavo a non parlare più con nessuno di quanto mi era successo. Ho avuto la sensazione di essere comprato». La diocesi nega: «Il riserbo  – dichiara il difensore della curia vescovile – era una richiesta della famiglia, non è stata fatta alcuna offerta di denaro con l’intento di comprare il silenzio della parte offesa. Anzi, la trattativa parte proprio dalla famiglia, in un primo momento come sostegno per le spese sostenute e poi a titolo risarcitorio».

    Su questa circostanza la parte civile chiama a deporre l’avvocato rotale Federico Marti indicato come persona informata dei fatti in quanto avrebbe seguito la trattativa tra la diocesi e la famiglia del minore abusato. Il teste, prima di essere comunque ammesso dal tribunale, comunica la propria indisponibilità per motivi di salute e, in ogni caso, fa presente che si sarebbe avvalso del segreto professionale. Silenzio dunque in udienza, ma il silenzio, come abbiamo visto, spesso racconta più d’ogni esercitazione verbale!

    Gisana al giornalista: a cosa si riferisce? I casi sono tanti! E c’è anche quello

    della bambina abusata in sacrestia dal prete che ha l’età del suo bisnonno

    Finora si sono tenute 15 udienze dibattimentali, alcune anche della durata di 10-12 ore, fino a tarda sera. Il processo verte sui fatti imputati a Rugolo (violenza sessuale aggravata in danno di tre minori) ma fa emergere altri abusi da parte di sacerdoti della diocesi su bambini e ragazzi sia di sesso maschile che femminile. Del resto quando, esploso il caso, il vescovo viene chiamato da un giornalista dell’Ansa che gli chiede degli abusi, non comprende a quale vicenda si riferisca: <<mi scusi, non ho capito di chi si parli, abbiamo tanti casi».>>. Tanti e di sua conoscenza!

    Infatti il lungo dibattimento smaschera una linea diocesana di difesa dei pedofili, di sostanziale allineamento ai loro interessi di impunità e di pretesa di conservazione del loro modus operandi all’interno della chiesa. Per esempio emerge che Gisana sa delle violenze su una bambina di undici anni a Gela ad opera di un anziano prete, Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019. E lo sa anche Murgano che si dice invece ignaro, nonostante il suo ruolo di responsabile del servizio di tutela dei minori, di altri casi noti al vescovo.

    Peraltro è Gisana a settembre 2018 a nominare Iannì, che oggi ha 82 anni, vice parroco della Chiesa di Santa Lucia di Gela, in un quartiere con grave disagio sociale, e a riabilitarlo dopo che il predecessore Michele Pennisi, vescovo a Piazza Armerina da aprile 2002 ad aprile 2013, lo ha allontanato a causa dei suoi precedenti specifici. Inoltre Gisana a maggio 2017, un anno prima di mandarlo a Gela, lo nomina vice cancelliere vescovile.

    Il caso, che troviamo citato nella relazione della corte d’appello di Caltanissetta pronunciata nella cerimonia d’apertura dell’anno giudiziario 2021, è clamoroso. Un prete, Iannì appunto, all’epoca ultrasettantenne, adesca una bambina di undici anni e l’attira in una trappola in canonica, quando non c’è nessuno, approfittando dello stato di grave indigenza della famiglia, nonché di vulnerabilità, di fragilità psicologica, di bisogno e di disperata richiesta d’aiuto della ragazzina la quale ripone fiducia in quell’anziano prete che ha l’età del proprio bisnonno.

    In dibattimento video shock e intercettazioni eloquenti:

    un parroco predatore sessuale tra i minori a lui affidati

    Nel processo-Rugolo in aula vanno in scena la proiezione di video scioccanti e l’ascolto di audio inequivocabili sull’agire quotidiano del sacerdote, anche al di là dei fatti oggetto d’imputazione: spavaldo, eccentrico, temerario, incline al turpiloquio con i ragazzi che dovrebbe educare, privo di scrupoli e mosso da pulsioni sessuali continue e incontrollabili – che ostenta regolarmente ai minori che influenza, coinvolge, irretisce e adesca – affetto da porno-dipendenza compulsiva come attestato dalle migliaia di suoi accessi ai siti web, una media di oltre sessanta al giorno: oltre venti mila in dieci mesi, il periodo marzo 2020-gennaio 2021 oggetto d’indagine.

    In aula la sua difesa fa ascoltare la registrazione di un colloquio con il vescovo Gisana il quale, ignaro di orecchie esterne, sostanzialmente lo assolve e lo ‘beatifica’ (questa almeno è la tesi dell’imputato) dicendogli addirittura: <<caro Giuseppe, per te ci sono tutti i presupposti per diventare santo>>. In una lettera ad organi di stampa i quali riportano la frase, Gisana chiede di rettificare cercando di spiegare di non avere inteso usare alcuna indulgenza né approvazione dei comportamenti sotto accusa ma solo dire che anche nella vita dei beati possono esserci stati momenti oscuri. <<Il colloquio se complessivamente ascoltato appare chiaramente volto ad esortare nel Rugolo una profonda riflessione sui fatti … ricordandogli che anche i santi hanno attraversato e superato momenti in cui hanno peccato o sono stati tentati>>: parole del vescovo il quale inoltre definisce  ‘letteralmente inventata’ l’analogia tra la vicenda di Rugolo e suoi trascorsi personali richiamati in quella conversazione. Il parroco infatti nel colloquio, che registra a propria difesa, invita più volte il vescovo a raccontare la sua vicenda personale, facendo intendere che abbia molti punti di contatto con la sua. Quali punti di contatto? Dal colloquio intercettato non si evince. Gisana comunque nella richiesta di rettifica alla stampa nega ogni analogia.

    Un vertice diocesano compatto a difesa degli abusatori,

    aggressivo contro le vittime e contro l’unico sacerdote che se ne cura

    In un altro brano del colloquio risuonato in udienza, secondo l’imputato il vescovo  dice al prete pedofilo che nella diocesi c’era un altro sacerdote <<che ha fatto cose molto peggiori delle tue, ma non viene fuori. Nessuno lo denuncia e, certo, non posso farla uscire io. Invece tu, un giovane di 38 anni stai passando tutto questo>>.

    In ogni fase della vicenda il ragazzo abusato subisce, da uomini di chiesa e dai loro entourage, una sistematica aggressione intimidatoria, persecutoria e discriminante, volta anche ad estrometterlo dalle attività parrocchiali nelle quali è impegnato. Eloquente la fitta rete di messaggi, emersa in dibattimento, tra l’imputato e Vincenzo Murgano, il vicario giudiziale del tribunale ecclesiastico che di fatto diventa fidato consigliere del prete abusatore nella gestione degli aspetti scabrosi dello scandalo.

    Come si apprende dalle udienze <<mons. Murgano, con cadenza quotidiana, forniva indicazioni e consigli strategici, avallando anche l’attività di controllo attraverso i social attivata da Rugolo ai danni della giovane vittima dell’abuso sessuale, colpevole, a dire dei due, di collaborare con il parroco di Sant’Anna (Fausciana, n.d.r.) nelle attività pastorali, nonché di svolgere attività professionali nel contesto della città di Enna>>. Perciò Murgano suggerisce a Rugolo: <<chiama incazzato il vescovo e fai una foto della schermata e gliela mandi, ma proprio incazzato>>. Il sacerdote posto a tutela dei minori dagli abusi commessi dai preti pedofili aizza uno di questi contro il minore-vittima che lui per primo dovrebbe difendere!

    La verità è come il ‘diavolo’ per gli uomini in abito talare:

    smemorati in udienza, balbettano, si contraddicono, mentono

    In udienza, dinanzi al materiale probatorio che l’inchioda, Murgano tenta di negare fatti documentati, si contraddice, viene più volte ammonito dal tribunale come quando risulta evidente che egli sia a conoscenza di altri casi di abuso su minori ad opera di altri sacerdoti della diocesi nella quale è responsabile del servizio per la tutela dei minori (incarico conservato fino a dicembre 2022) senza avere adottato mai alcun provvedimento.
    Il processo racconta inoltre che Rugolo <<godeva anche del pieno sostegno del monsignore Pietro Spina (il primo sacerdote cui la vittima si rivolge, n.d.r.)  disposto a dargli fiducia anche qualora fosse risultato colpevole, confidando sulla prescrizione del reato e minimizzando gli episodi di abuso>> definiti, al pari di <<ogni atto sessuale diverso dalla penetrazione, semplici, normali e innocenti affettuosità>>, leciti quindi anche se nei confronti di minori e con l’abuso d’autorità dell’abito sacerdotale: è questa la tesi, singolare e ripugnante, illustrata al tribunale con ostentata convinzione dal prete novantenne.

    Tale sostegno in favore di Rugolo e contro la vittima, a parte Fausciana, è corale: rispondendo alle domande della parte civile la quale gli chiede da chi avesse avuto il testo della denuncia ecclesiastica presentata dalla vittima alla diocesi e rinvenuta dagli investigatori nel suo pc, l’imputato spiega di averla ricevuta dalla segretaria del vescovo.

    Ne scrive ampiamente la giornalista Pierelisa Rizzo, autrice di attenti reportages sulla vicenda e sulle oltre cento ore di udienze alle quali non è consentito assistere ma che certo non è vietato raccontare: anzi è preciso dovere dei giornalisti farlo, in nome di quella verità laica e civile alla quale dovrebbero aspirare anche gli uomini di chiesa, mossi da un motivo in più, almeno nella sfera della fede e della testimonianza evangelica: la frase di Gesù, nei vangeli di Giovanni <<… et cognoscetis veritatem, et veritas liberabit vos (…e conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi)>>. E invece qui dalla verità fuggono peones e graduati del clero, e quando loro malgrado essa comunque li raggiunge, la ignorano, la nascondono, la mascherano. Quanto alla libertà, l’unica che sembra loro interessare è quella dalla verità stessa, dal dovere, dalla responsabilità, dal valore del bene.

    Querele contro la verità pubblica, in difesa della menzogna e dell’omertà

    Due elementi vanno tenuti presenti in questa vicenda e in molte altre simili, a proposito di verità: lo strumento della querela e quello della petizione con migliaia di firme per modellarla, forzarla, ribaltarla se necessario, a proprio piacimento.

    Pierelisa Rizzo, giornalista di rigore etico e valore professionale, viene querelata da Rugolo per avere diffuso sul proprio profilo fb alcune chat a sfondo sessuale – materiale processuale – riguardanti il sacerdote e le sue imputazioni. La sua difesa ne domanda, e dal gip ottiene, l’oscuramento. Provvedimento cancellato dalla corte di cassazione, mentre il pubblico ministero chiede l’archiviazione del procedimento per diffamazione: a marzo prossimo sarà un giudice a decidere in seguito all’opposizione dell’imputato.

    Eloquenti le parole della giornalista, il 3 maggio ’21, una settimana dopo l’arresto e cinque mesi prima del via al processo.

    <<Leggo di una petizione ‘solidarietà al vescovo Gisana’, ma solidarietà di che? Che ha offerto 25 mila euro della Caritas alla famiglia della vittima? Che ha ammesso che sapeva delle violenze seppure quando Rugolo era seminarista e, dunque, ampiamente maggiorenne, e la vittima era certamente minorenne? Solidarietà perché ha provato ad insabbiare tutto? Solidarietà perché non avendo sospeso il parroco, come dice invano il ‘Motu proprio’ di Papa Francesco, dopo che era venuto a conoscenza del reato, non ha impedito che altri ragazzi venissero abusati? Mi chiedo perché di fronte a queste prove, che non ho certo costruito io, la Chiesa continui a coprire. Ho atteso ore per incontrare l’avvocato di Rugolo. Ho atteso perché, credo giusto sentire tutti i protagonisti. Ho atteso perché volevo raccontare l’altra faccia della medaglia. Ma mi interrogo a cosa serva raccontare una verità che sembra non incidere. Faccio la giornalista da trent’anni, da oltre trenta lavoro per l’Ansa. Mi sono occupata di tantissimi casi, brutti, pieni di orrore ma mai mi ero imbattuta in un caso in cui le evidenze dei fatti fossero negate così. Per prima cosa c’è un arresto. La procura non chiede, né un giudice dispone, un arresto così, a cuor leggero. Ci vogliono fatti gravi, che siano comprovati. E poi c’è l’inchiesta che racconta l’orrore allo stato puro. Questi i fatti che coinvolgono il vescovo della diocesi di piazza Armerina Rosario Gisana, due monsignori di Enna, e tanti e tantissimi preti ad Enna ed in tutta la diocesi. E questi sono responsabili come e quanto Rugolo. Che si sarebbe potuto fermare e forse aiutare. Dunque cari parroci, animatori parrocchiali, chierici, perpetue, monsignori e quanti altri che state condividendo anche sui gruppi privati la petizione di solidarietà a Rugolo, guardate dentro, interrogatevi sul perché venti o quarant’anni fa anni fa avete indossato quell’abito e provate a servire quel Dio che ora vi guarda con dolore. Non il vostro. Ma quello delle vittime che state sacrificando per il potere, per l’indifferenza, per l’ipocrisia di una Chiesa che, ad Enna, crolla a pezzi>>.

    Le petizioni con migliaia di firme di solidarietà

    al sacerdote abusatore e al vescovo insabbiatore

    In quel periodo scatta una petizione sia in favore del vescovo che dello stesso parroco imputato. Firmano volentieri migliaia di fedeli, sicchè vien da chiedersi: ‘fedeli’ a cosa? Al vescovo ‘insabbiatore’ e al parroco’ abusatore’ arrestato per violenza sessuale in danno di minori? Non certo fedeli alla verità che peraltro, in relazione ai fatti contestati a Rugolo, solo chi non volesse non vedeva: almeno in riferimento ai comportamenti esibiti, al di là della sentenza di colpevolezza o meno che scaturirà dal processo penale.

    Altro che ‘Vos estis lux mundi’, il Motu proprio pontificio entrato in vigore due anni prima dell’arresto di Rugolo e tre anni dopo che Gisana sia a conoscenza delle accuse. E che introduce precise procedure interne alle quali <<i vescovi devono attenersi rigidamente nel caso di una denuncia, anche anonima, che riguardi episodi di molestie sessuali da parte di un sacerdote>>. E qui, stando alle imputazioni, non si tratta di molestie, ma di atti reiterati di violenza sessuale.

    Al contrario Rugolo e Gisana sono impegnati a ricevere attestazioni di solidarietà per la loro condotta: di asserita violenza il primo, di insabbiamento delle denunce il secondo.

    Ovviamente non tutti i ‘fedeli’ sono uguali e tanti altri, al contrario, proprio perché prendono sul serio il provvedimento di papa Francesco, si chiedono, stupiti, perché un pontefice come lui lasci indisturbato quel vescovo al suo posto.

    Petizioni e querele le armi in campo. Delle prime abbiamo detto. Quanto alle seconde Rugolo, con i soldi dell’otto per mille come vedremo, ne scaglia una anche al presidente della rete ‘l’abuso’ ed anche in questo caso la procura (di Savona) chiede l’archiviazione ma il querelante, sempre a spese dei fedeli, si oppone: deciderà il giudice delle indagini preliminari. Presidente dell’associazione, che ha sede in Liguria ed è parte civile nel processo di Enna, è Francesco Zanardi il quale, vittima da bambino di abusi sessuali in parrocchia, da anni si batte contro le violenze compiute da membri del clero. In questa lotta pro o contro la verità c’è poi la ‘giurisdizione interna’ con i suoi tribunali ecclesiastici che dentro la Chiesa hanno sempre la prima e l’ultima parola.

    In Liguria il caso del parroco arrestato e condannato, tornato a dir messa

    proprio laddove aveva violentato una bambina: <<la Chiesa è sovrana>>

    Per esempio, per restare in Liguria, suscita ancora scalpore il caso del sacerdote Luciano Massaferro, riapparso tre anni fa a celebrare la messa in una parrocchia della stessa diocesi (Albenga, considerata refugium peccatorum di preti pedofili, uno dei tanti) in cui aveva violentato una bambina di undici anni. La condanna definitiva, a sette anni e otto mesi di reclusione inflittagli dalla giustizia penale italiana con interdizione perpetua dai pubblici uffici, una volta scontata la pena, non è bastata – vigente il Motu proprio di papa Francesco – ad impedirgli di tornare a celebrare l’eucaristia nello stesso luogo in cui aveva commesso quei turpi crimini. E ciò perché il tribunale ecclesiastico, dopo la sentenza dello Stato italiano, invece lo assolve perché ai giudici in abito talare <<non risulta che don Massaferro abbia commesso i delitti ascritti>>: cinque parole di … motivazione senza motivazioni, punto. Una sorta di aristotelico ipse dixit nelle tesi di Averroè. Con tante lodi allo stupratore, insieme al caldo invito a proseguire.

    Infatti il vescovo, pur dopo una serie infinita di scandali abbattutisi su quella diocesi, spiega: <<Don Massaferro non sarà più parroco perché è interdetto dai pubblici uffici, ma può dir messa perché la Chiesa è sovrana>>.

    L’assoluzione ecclesiastica di questo prete, che per la giustizia italiana è un pericoloso pregiudicato per avere violentato una bambina, all’interno della Chiesa cattolica è l’epilogo ‘regolare’ di vicende di questo tipo. Esiti diversi sono una rara eccezione.

    Rugolo, sentenza penale a novembre ma la ‘giustizia’ ecclesiastica

    lo ha già prosciolto. E i pessimi esempi sono sempre la regola

    Tornando al caso-Rugolo, l’imputato, per la giustizia italiana sarà giudicato dal tribunale di Enna con la sentenza prevista il 7 novembre prossimo. Tale sentenza, se anche fosse di assoluzione, sarebbe comunque la risultante di un dibattimento che, sia rispetto ad un rudimentale e laico ethos morale che soprattutto ai valori della Chiesa (se li prendiamo sul serio), lo ha già condannato con infamia senza appello. Eppure egli è già stato assolto dalla cosiddetta giustizia ecclesiastica. Con una decisione di non luogo a procedere perché i fatti si sarebbero svolti quando era ancora seminarista e dunque ritenuti non di pertinenza della congregazione per la dottrina della fede.  Da rilevare che, come chiariscono in proposito le norme del diritto canonico (qui), l’asseritamente esclusa pertinenza è segno di comprovata sussistenza dei fatti oggetto d’accusa: eppure quel parroco esuberante risulta canonicamente ‘prosciolto’ e rimane libero di dare sfogo alle sue pulsioni sui minori a lui affidati.

    Come chiarisce il testo di cui al link sopra richiamato, la cosiddetta ‘indagine previa’ dà il via al procedimento. Nel caso di quello riguardante Rugolo avviene anche che la sua vittima, come da essa dichiarato in dibattimento, prima di trovarsi costretta a rivolgersi alla magistratura penale italiana, <<sin dai primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa>> segnali <<un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna. Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori». L’ennesima denuncia caduta nel vuoto, come tutte le altre.

    A Gela, la città più popolosa della diocesi, un carabiniere, catechista della chiesa madre – rivela l’inchiesta di Federica Tourn sul tema ‘la violenza nella chiesa’ pubblicata dal quotidiano Domani – è sotto processo per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua 2022, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela>>. Quell’inchiesta esce su Domani il 14 novembre 2022, quattro giorni prima che la Cei (Conferenza episcopale italiana) affronti il tema in occasione della giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Interpellato dal quotidiano nell’occasione Gisana preferisce non rispondere.

    In diocesi e parrocchie tanti nipotini-epigoni del don Gaetano di Todo modo,

    e per Gisana <<è una fortuna che la vittima non abbia denunciato>>

    Il processo-Rugolo porta alla luce una realtà che sembra popolata da tanti nipotini del don Gaetano tratteggiato da Leonardo Sciascia in Todo Modo. Realtà che non è certamente presente solo a Piazza Armerina ma che qui questo accidentale dibattimento fa emergere forse senza troppi veli. Da un’intercettazione letta in aula si apprende che un sacerdote ha abusato di un minorenne, in seguito divenuto prete. Nella telefonata Gisana dice espressamente  <<è una fortuna che la vittima non lo abbia mai denunciato (sic! n.d.r.) perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale>>: la pena massima, come quella comminata all’innocente Nello Dell’Agli il quale però non aveva fatto nulla per essere accusato, né, tanto meno, condannato. Sembra che secondo questi uomini di chiesa investiti d’alta responsabilità debbano essere condannati gli innocenti e prosciolti i colpevoli: meglio se con la minore fatica offerta in dono da una mancata denuncia. E se il dono spontaneo non c’è, pazienza, lo si acquista o lo si ottiene con ogni mezzo.

    Dinanzi al tribunale il ragazzo abusato da Rugolo aggiunge: «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza. La vittima, insomma, premiata per il suo silenzio>>. E alla richiesta di spiegazioni da parte del difensore di parte civile il vescovo si sottrae di scatto: «E questo che c’entra?». E’ l’udienza fiume del 10 ottobre 2022: Gisana esita, si confonde, non ricorda. Di fronte alle contestazioni delle sue dichiarazioni intercettate e rilette in aula si contraddice, annaspa e il procuratore lo richiama più volte ammonendolo «a mettersi d’accordo con sé stesso».

    E’ incredibile come tutto questo emerga unicamente perché in un caso, uno solo dei tanti (altrimenti non sapremmo niente) la vittima non si sia fermata all’uscio della ‘sua’ chiesa, dopo avere bussato per sette anni invano alla porta e abbia finalmente cambiato strada e scelto l’indirizzo giusto: la magistratura penale che in territorio italiano (dove si trovano Enna e Piazza Armerina che, come ogni canonica e sacrestia in Italia e nel mondo, non sono zone franche né repubbliche sovrane) ha competenza esclusiva nell’accertare e perseguire i reati. Da quarant’anni è così anche per il diritto canonico, da quando nel 1983 viene abolito il privilegium fori che, da Costantino in poi per oltre mille e seicento anni, ha sottratto i chierici alla giurisidizione, civile e penale, del giudice statale.

    E senza di quella denuncia all’unico giudice dimostratosi degno, non sapremmo neanche come vengano utilizzati i fondi dell’otto per mille, un miliardo di euro l’anno donati alla Chiesa cattolica dai contribuenti italiani.

    Soldi dell’otto per mille per la difesa del prete imputato di abusi sessuali

    e per l’avvocato del vescovo-testimone (che bisogno ha del legale?)

    Dal processo di Enna si apprende che Gisana <<ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2021 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta>>. Inoltre le spese legali di Rugolo e l’anticipo di quelle per l’avvocato del vescovo: altri venti mila euro, prelevati sempre dai fondi dell’otto per mille, mentre i 25 mila euro per il silenzio della vittima come abbiamo visto, se il supposto accordo fosse andato in porto, sarebbero stati prelevati dalle casse della Caritas e versati in contanti.

    Singolare anche pagare migliaia di euro per un avvocato di cui Gisana non dovrebbe avere bisogno. Egli non è indagato ma solo testimone: se avesse a cuore solo la verità e la tutela delle vittime di eventuali abusi, nonché i giusti interessi della diocesi (i quali non dovrebbero potere risiedere in nient’altro che nella verità e in tale tutela), che bisogno avrebbe di un legale per rendere testimonianza nel processo intentato dallo Stato italiano contro un prete accusato di abusi sessuali su minori?

    Lo scudo della confessione, da sacramento a strumento di omertà

    e menzogna giudiziaria: le istruzioni a Gisana dal consigliori in Vaticano

    Qualche risposta alla domanda ce la dà un altro tema scabroso emerso dal processo: lo scudo giudiziario della confessione, ‘sacramento’ ridotto a strumento di omertà e menzogna giudiziaria. Sentito come persona informata dei fatti nel gennaio 2021, Gisana dichiara di non avere avuto altre segnalazioni a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Antonio Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo già nel 2015 è andato da lui a denunciare abusi ad opera dello stesso don Rugolo.

    Le intercettazioni ci consegnano un vescovo preoccupato per questa sua reticenza, tanto da sentire il bisogno di parlarne con il fidato vicario Rivoli e concordare la strategia più utile per celare la verità: «E quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Ma non si sente totalmente tranquillo e cerca, prima e dopo l’interrogatorio, ulteriori consigli e rassicurazioni. Che trova – documentano le intercettazioni –  in un tale don Paolo il quale risponde da un’utenza del Governatorato di Città del Vaticano. Il prezioso consigliere pontificio prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di quell’ulteriore denuncia del 2015, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore – ricostruisce Federica Tourn nell’inchiesta di Domani –  il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di avere parlato con il ragazzo il quale gli ha segnalato gli abusi ma, appunto, solo in confessione, ma la circostanza è smentita in udienza dall’interessato: <<no, non solo in confessione, anche in un colloquio privato, in curia>>.

    Il campione di lotta alla pedofilia don Fortunato Di Noto invita il vescovo

    a vigilare, non sull’abusatore ma sulla vittima: “traccia i colloqui”

    Le indagini degli inquirenti e l’impietoso bagno di realtà offerto dalle intercettazioni ci consegnano un campione di lotta ai crimini della pedofilia e della pedopornografia come don Fortunato Di Noto, il missionario delle periferie digitali, nella veste di ‘spalla’ del vescovo insabbiatore. Intercettato dice a Gisana <<ti voglio un bene dell’anima>> e gli consiglia << vigilanza>>. A tutela dei minori abusati e contro gli abusatori? Non proprio. E’ lui stesso a spiegare al vescovo su cosa e in che modo debba essere vigile: <<se ci riesci traccia almeno i colloqui (con Messina, la vittima di Rugolo, e la sua famiglia, n.d.r) perché questi qua come stanno montando la cosa, capisci…>>.

    I guai per Gisana sono sempre in agguato, forse al di là delle sue colpe. Ce lo dicono sempre le intercettazioni, pur nel breve periodo in cui esse sono eseguite. Apprendiamo così che un giorno gli chiede udienza, tramite il fido vicario Rivoli, un colonnello dei carabinieri, Saverio Lombardi, all’epoca al vertice del comando provinciale di Enna. Un incontro riservato al quale l’ufficiale si presenta in abiti comuni. Motivo e tema dell’incontro? Lo spiega Gisana agli inquirenti: <<Lombardi venne a suggerirmi di cambiare avvocato in quanto quello che avevo era coinvolto in un’inchiesta per associazione mafiosa>>. Parola di colonnello il quale però – apprendiamo da Gisana – non offre i suoi servigi disinteressatamente ma chiede qualcosa in cambio: i favori del vescovo per entrare nell’ordine dei cavalieri del Santo sepolcro.

    Vero o no che il legale di Gisana, prescelto pare su indicazione di Rivoli, sia coinvolto in indagini per mafia, inquieta la richiesta dell’ufficiale, poi trasferito a causa dell’improvvida missione in curia e processato per corruzione: inquieta non tanto per lui, quanto per il vescovo.

    L’ufficiale dei carabinieri, il vescovo e i cavalieri del santo sepolcro:

    ordine ridotto ad una specie di P2 con affaristi, mafiosi e uomini di chiesa

    La storia e numerosi atti d’indagine, nonché relazioni di commissioni parlamentari antimafia, dicono che, almeno in Sicilia, dagli anni ’70 del secolo scorso e fino a tempi recenti, l’ordine dei cavalieri del Santo sepolcro è una specie di P2, una stanza degli scambi tra affaristi di ogni tipo, alti prelati, mafiosi, politici, uomini dello Stato: a decine colonnelli, generali, questori, prefetti. A lungo ne è luogotenente Arturo Cassina, monopolista quarantennale degli appalti pubblici a Palermo in ‘quota mafia’ ai tempi della Dc di Giovanni Gioia, Salvo Lima e Vito Ciancimino, nonché pilastro a Palermo della rete stesa da Cosa nostra nelle cui trame è possibile imbattersi nel parroco mafioso Agostino Coppola o nel vescovo in odor di mafia (di Cefalù e poi di Monreale) Salvatore Cassisa il quale dei cavalieri del Santo sepolcro ne è all’epoca grand’ufficiale.

    Giovanni Falcone colloca questi improbabili ‘difensori della cristianità’ in un sistema di potere marcio che comandava più d’ogni altro a Palermo. Le sue parole, diversi anni dopo la morte, ispirano alle vedove di mafia Agnese Borsellino e Rita Bartoli Costa, nonché alla sorella Maria Falcone un accorato appello al Vaticano perché ripulisca quell’ordine, chiudendo le porte girevoli del transito interno con la mafia e ciò che rimane della P2, facendone cessare la disinvolta coabitazione: appello inascoltato.

    Non sappiamo cosa Gisana abbia risposto a quella richiesta di raccomandazione dell’ufficiale dei carabinieri, né se l’abbia assecondata, ma certo è che alcuni guai lo raggiungono senza che si possa dire che abbia fatto poi così tanto per procurarseli. Come, c’è da presumere, nella vicenda dell’arresto per corruzione, a maggio 2022, di don Giovanni Tandurella, parroco della cattedrale di Piazza Armerina sede del vescovado, che egli tre anni prima ha nominato e poi, nonostante da tempo si sappia delle indagini, mantenuto nel prestigioso incarico fino all’arresto. Quando viene indagato, quel parroco così importante nella diocesi si dimette solo dalla gestione dell’otto per mille che è nelle sue mani. L’inchiesta ruota intorno alla gestione della casa d’ospitalità ‘Antonietta Aldisio’ di Gela, l’ex Opera pia oggi istituto pubblico d’assistenza e beneficenza, e riguarda quindici indagati, con il parroco in posizione centrale a rispondere, per dei lasciti utilizzati a fini personali, anche di falso, circonvenzione d’incapace, appropriazione indebita, riciclaggio.

    E’ lecito definire relazioni sessuali quelle tra un prete e minori?

    L’inciampo di Gisana che gli costa anche l’accusa di omofobia

    In questa stessa categoria di guai  per così dire ‘preterintenzionali’ possiamo collocare l’effetto di certe dichiarazioni sul conto degli omosessuali. Le riprende Federica Tourn nella sua inchiesta dopo che esse risuonano in dibattimento.

    A differenza delle versioni ufficiali <<al telefono con sacerdoti amici – annota la giornalista – è però tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo. Qui la torbida vicenda assume i toni del più crudo neorealismo. Il vescovo Gisana al telefono spaccia a un altro prete, tale don Angelo, la teoria che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo>>

    E qui torniamo all’intercettazione: «Tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri – dice Gisana – veniamo da Marte, sono fatti così: amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta».

    Una frase detta per minimizzare, forse, la portata del caso che però la vittima di Rugolo segnala al tribunale come discriminatoria: «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omosessuali. Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».
    Omofobia e pregiudizi vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie. Eppure Gisana, alla fine degli anni ’80, quando era un giovane prete ordinato da poco – dà atto Federica Tourn – aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale» testimonia Carmelo Roccasalva, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non ha ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana gli mette a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del ‘Santissimo crocifisso della buona morte’ a Catania. È talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile – conclude Tourn – far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalva con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo vittima di abusi.

    Quante tegole su Gisana: l’arresto del sacerdote, frate francescano

    che in convento nasconde soldi in contanti, armi e passamontagna

    Cinque mesi dopo l’arresto del parroco della cattedrale di Piazza Armerina Giovanni Tandurella, il 13 ottobre 2022 ecco una nuova tegola sulla testa del vescovo: l’arresto di un altro sacerdote della diocesi, Rosario Buccheri, ex carabiniere, francescano dell’ordine dei frati minori conventuali che ad inizio dell’anno Gisana nomina cappellano del carcere di Enna. Proprio in questa funzione viene sorpreso a cedere ad un detenuto un panetto di hashish. E nella sua stanza in convento gli vengono sequestrati un fucile a canne mozze con matricola abrasa, una pistola, tantissime munizioni, un taser, un passamontagna e 35 mila euro in contanti. Difficile pensare che siano il ricavato di elemosina, risorsa naturale e preziosa – fin dalla regola del 1223, esattamente ottocento anni fa – di questo ‘ordine mendicante’ fondato da Francesco d’Assisi.

    Tornando alla linea principale del percorso seguito, riprenderemo nella prossima puntata il filo, anche cronologico, dei fatti del cosiddetto affaire-Salonia. A conclusione di questa digressione dettata dalle figure in campo e – in questo caso soprattutto – dalla bufera giudiziaria del caso-Enna che investe il vescovo Gisana, è giusto ricordare che tutto ciò accade – rectius, continua ad accadere – anche dopo e nonostante i passi importanti compiuti da papa Francesco rispetto ai predecessori. Abbiamo citato il Motu proprio ‘Vos estis lux mundi’ che fa cadere l’obbligo del segreto sugli abusi: ‘semplicemente doveroso’ si deve osservare. Ma come è stato possibile che tale obbligo avesse legittimazione e sanzione pontificia fino al 2019, settimo anno del papato di Bergoglio che comunque ha il merito di averlo rimosso, mentre i predecessori lo hanno sempre pervicacamente mantenuto?

    Da due anni peraltro nelle chiese locali il 18 novembre si celebra la Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili: istituita nel 2021 in corrispondenza della Giornata europea per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale.

    Nel contempo in alcune diocesi si coglie un fermento positivo di cambiamento con iniziative, centri di ascolto, l’uso aperto di parole nuove, sensibilizzazione delle vittime alla denuncia, nonchè del clero a cambiare abitudini, con l’ausilio di dati, dossier statistici, percorsi tracciati e direttive da parte di organismi vaticani in coerenza con il nuovo corso annunciato. Ma in tante altre realtà, centrali e locali, si continua a remare nella stessa direzione di sempre.

    In proposito il focus sulla diocesi di Piazza Armerina risuona impietoso, forte e chiaro, come un allarme angosciante e rivoltante: sarebbe un errore considerarlo una spiacevole eccezione e non, quale invece è, la spia di un fenomeno ordinario, capillare e diffuso in gran parte delle 226 diocesi, delle 25 mila parrocchie e delle cento mila chiese italiane. Esso ci racconta molto anche sul tema generale della vera realtà interna della Chiesa, della sua comunità, delle sue lotte interne tra certe spinte al bene e vecchie, oscure, ciniche logiche di potere capaci di piegarlo con ogni delitto. Tra i più gravi e imperdonabili figura quello delle violenze e degli abusi sessuali su minori e persone fragili, nonchè della sistematica copertura dei responsabili come regola immutabile di vita e di sopravvivenza: ecco perchè si è resa necessaria, sul tema della giustizia (inGiustizia Vaticana), questa tappa nell’inchiesta partita dall’ingiusta condanna canonica di un sacerdote e approdata a quella del giallo intorno alle vicende del ‘quasi vescovo’ costretto a rinunciare al soglio episcopale, proprio per tali vicende, affiorate anche in sede penale, sulle quali il primo testimonia.

    2 – continua

  • Il Parlamento Europeo esamina il fascicolo dalla Rete L’ABUSO sulle omissioni in materia di minori dell’Italia

    Il Parlamento Europeo esamina il fascicolo dalla Rete L’ABUSO sulle omissioni in materia di minori dell’Italia

    La Commissione per le Petizioni ha ritenuto ricevibile lo scorso venerdì, il fascicolo inviato dall’Associazione il 19 aprile nel quale si lamentano le gravi inadempienze del Governo italiano in materia di tutela di minori e persone vulnerabili.

    Nella sintesi della petizione (0354/2023) pubblicata sul portale UE si leggono i punti ritenuti di maggiore interesse:

    “Il firmatario denuncia la presunta incorretta applicazione della Convenzione di Lanzarote in Italia, in materia di reati sessuali, ratificata con la legge n. 172/2012.

    Il firmatario sottolinea che in Italia sono esenti dall’obbligo di esibizione del certificato antipedofilia le associazioni di volontariato, tra le quali figurano le cooperative di servizi e le confessioni religiose. In particolare, egli sostiene che queste ultime godrebbero al loro interno di una maggiore tutela in riferimento ad eventuali reati sessuali e, sommando questo elemento all’esenzione dal certificato e all’assenza di un obbligo di trasmissione delle denunce alle autorità nazionali, l’insieme rappresenterebbe un incentivo per gli abusivi, con la conseguenza di impunità e di vittime di cui nessuno si fa carico.

    A sostegno delle proprie tesi cita i dati del report sugli abusi sessuali all’interno del clero, rilasciato dalla Conferenza Episcopale Italiana, nel quale la stessa CEI indica che, dai dati dal 2020 al 2021, da soli 30 sportelli delle 166 diocesi italiane che li hanno promossi, i laici denunciati in ambito ecclesiastico sarebbero 23 su un totale di 68 segnalati, corrispondenti al 33,8 %.

    Egli sostiene inoltre che, nonostante la Chiesa abbia istituito gli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali e le persone vulnerabili, questi risulterebbero inadeguati, rappresentando ulteriori strumenti di violenza contro le vittime.

    Fa presente che gli esiti di questi processi sono spesso condanne mendaci, con diversi tentativi di accordi tra le parti.

    Ricorda infine che il 28 febbraio 2019, nell’80° sezione, sedute del 23 e 24 gennaio, il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite ha sottolineato la propria preoccupazione per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte del personale religioso della Chiesa cattolica in Italia e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana, dichiarando la necessità di un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini basato sull’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale, su indagini trasparenti ed efficaci, sull’obbligo della segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza e infine sulla modifica della legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da includere il volontariato.

    Il firmatario richiede pertanto l’intervento delle istituzioni europee per chiarire le iniziative europee, al fine di prevenire e reprimere il fenomeno degli abusi sessuali sui minori in Italia ed eventuali iniziative normative per estendere l’obbligo di denuncia a tutti i cittadini ed esigere il certificato antipedofilia alle categorie oggi esenti.”

    La stessa Petizione (0354/2023) è stata ritenuta “sostenibile” dai cittadini che lo vorranno, direttamente dal Portale delle Petizioni.

    Un fascicolo simile nei contenuti, era stato parallelamente inviato anche al Comitato per la tutela dell’infanzia dell’ONU, dove pochi giorni fa è stato integrato con il report sulle omissioni al Motu proprio della CEI.

     

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/07/15/ue-commissione-italia-si-conformi-a-direttiva-su-abuso-sfruttamento-sessuale-dei-minori/

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 6 del 14 ottobre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 6 del 14 ottobre

    • Federica Tourn – Crescono i casi di pedofilia in Bolivia

    La Compagnia di Gesù in Bolivia ha negato la presunta responsabilità istituzionale nei casi di pedofilia commessi da alcuni sacerdoti e per i quali martedì alcune vittime hanno sporto denuncia contro il superiore dell’ordine del paese.

    “I crimini che alcuni gesuiti potrebbero aver commesso sono interamente di loro responsabilità e la Compagnia di Gesù in Bolivia sarà la prima a prevedere le sanzioni che meritano (…) e non vede alcun senso nella causa presentata”, si legge nell’ordinanza.

    Gli ex alunni del collegio Juan XXIII, della città di Cochabamba, hanno presentato una denuncia contro il superiore provinciale dei gesuiti, Bernardo Mercado, ritenendo che la congregazione cattolica avesse una responsabilità “istituzionale” nel caso dei nove gesuiti accusati di pedofilia.

    Ci sono anche otto ex provinciali che, secondo i denuncianti, erano a conoscenza degli abusi commessi dai gesuiti e che devono rispondere come “complici”.

    La denuncia si basa sul fatto che i membri dell’organizzazione religiosa hanno commesso “violazioni sistematiche” nei confronti di una popolazione specifica e sono considerati “contro l’umanità”, quindi non si prescrivono.

    A questo proposito, la Compagnia di Gesù ha sottolineato che i delitti denunciati “sono di carattere personale” e che tali responsabilità individuali “devono essere punite, determinate e sanzionate dalla giustizia”.

    I casi di pedofilia nella Compagnia di Gesù sono venuti alla luce lo scorso maggio quando il media spagnolo El País ha pubblicato in un’inchiesta il contenuto del diario del gesuita spagnolo Alfonso Pedrajas, in cui racconta i presunti abusi da lui commessi contro minori in Bolivia.

    In quel testo, il religioso, morto nel 2009, fa riferimento ai presunti abusi da lui perpetrati su decine di bambini quando era responsabile della scuola Juan XXIII di Cochabamba, dal 1971.

    Nel 2019, è emerso il caso del sacerdote Luis Roma, ora deceduto, attraverso la denuncia di un ex membro della Compagnia di Gesù, che ha chiesto l’anonimato, e che ha basato le accuse su trenta fotografie esplicite in cui affermava di riconoscere l’aggressore di numerosi minori tra i 6 ed i 12 anni.

    In seguito a questi avvenimenti, la Procura boliviana ha avviato un’indagine in diversi dipartimenti del Paese per denunce di pedofilia che coinvolgono soprattutto preti cattolici.

    Lo scorso maggio, il governo del presidente Luis Arce ha presentato un disegno di legge affinché i reati sessuali contro i minori non siano prescritti, progetto respinto dal Parlamento pochi giorni fa tra le proteste di diversi settori che difendono l’infanzia e l’adolescenza.

    Fonte: EFE/La Vanguardia


    • Francesco Zanardi – Comunicato stampa dell’Ufficio di Presidenza in riferimento alle affermazioni diffuse dal blog “Silere non possum” il 3 ottobre scorso

    Il 3 ottobre scorso, sulla pagina Facebook del blog “Silere non possum”, un post recitava testualmente quanto segue, in riferimento al report sulle omissioni al motu proprio della CEI elaborato da Rete L’Abuso, :

    “La Conferenza Episcopale Italiana non ha recepito dossier da parte di associazionuncole idiote perché non hanno alcun fondamento scientifico e probatorio.

    Questo per chiarezza.”

    Non avendo alcun interesse a entrare nel merito dell’affermazione, Rete l’Abuso, associazione italiana che dal 2010 opera in rappresentanza e a sostegno delle vittime della pedofilia clericale, non può esimersi in questa sede da un commento politico sulla triste espressione utilizzata da “Silere non possum” che offende nella dignità una fascia debole, di entità non irrilevante nel nostro Paese e a oggi discriminata, in attesa di una giustizia che ovunque viene ottenuta, tranne che nella nostra penisola, dove il problema, che pure ha radici antiche e costituisce una grave realtà, pare invisibile, persino inesistente.

    L’associazione intende rimarcare come le espressioni utilizzate dal blog (peraltro non nuovo all’uso di offendere pubblicamente anche giornalisti professionisti, per controbattere a posizioni differenti) esprimano, secondo lo schema più classico della rivittimizzazione in ambito clericale, l’intento di far tacere, screditandolo, chi è già vittima di un abuso.

    L’Ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO


    • Ludovica Eugenio – “Abuso dell’autorità spirituale – Come affrontare l’abuso spirituale”

    Un sussidio dedicato all’abuso spirituale è stato presentato il 26 settembre scorso dalla Conferenza episcopale tedesca. Il documento, intitolato “Abuso dell’autorità spirituale – Come affrontare l’abuso spirituale”, elaborato sotto la guida del vescovo di Dresda, del gruppo di lavoro su abusi e violenza, è stato discusso all’assemblea della scorsa  primavera e ha l’intento di mettere a punto gestione e prevenzione del fenomeno. «siamo solo all’inizio dello studio», spiega nella prefazione il vescovo, che appartiene al Movimento dei Focolari, a sua volta non esente da problemi di abusi. Rispetto al versante degli abusi, qui non si risponde a una pressione esterna: «Purtroppo c’era e c’è ancora troppo poco interesse pubblico» per questo versante, spiega il vescovo. Con il sussidio di 47 pagine, ora i vescovi tedeschi intendono fare un ulteriore salto di qualità, definendo il fenomeno dell’abuso spirituale in modo più preciso nelle sue diverse dimensioni e nel suo essere spesso il primo anello di una catena che sfocia nella violenza sessuale, con conseguenze che possono essere psicologiche e fisiche. Le persone colpite, afferma il dossier, devono poter rivolgersi a consulenti indipendenti presso punti di contatto ad hoc per ottenere aiuto, e gli autori dei reati essere ritenuti responsabili.

    Uno dei motivi infatti per il quale l’abuso spirituale è stato finora poco affrontato è che non è stato ancora definito come un crimine né dal diritto canonico né dal diritto penale. Ed è dunque difficile che si avviino procedimenti giudiziari se non si accompagna all’abuso sessuale. Non esiste inoltre alcun obbligo di denuncia ai sensi del diritto canonico; «Le vittime di abusi spirituali continuano ad avere difficoltà a far sentire la loro voce».

    La novità, secondo la teologa Barbara Haslbeck, intervistata da katholisch.de,  «è che finalmente ci sono norme chiare da parte della Conferenza episcopale. Il problema degli abusi spirituali è diventato una “massima priorità”. Ma l’argomento non è nuovo. Le persone denunciano da tempo come sono state manipolate, svalutate e rese dipendenti nelle relazioni pastorali e nelle comunità religiose».

    Uno degli aspetti positivi del sussidio, afferma la teologa, è che si basa sulle esperienze delle persone colpite, che indicando i “segnali” degli abusi spirituali, hanno consentito di redigere una lista di domande che aiutano a identificare e classificare il problema. Ma il fatto che l’abuso spirituale non sia descritto né nel diritto canonico né nel diritto statale è problematico: «Laddove i vertici di una comunità o diocesi non classificano un evento come abusivo, non esistono strumenti per imporre sanzioni. I requisiti per la prevenzione e l’intervento sugli abusi spirituali menzionati nel sussidio sono molto pragmatici, ma diventa presto chiaro alle persone colpite e al loro sistema di supporto quanto poco possono ottenere perché non esistono norme giuridiche e i relativi diritti».


    • Alessio Di Florio – Commissione Orlandi-Gregori, un altro rinvio

    Rinviato tutto alla settimana prossima, agonia infinita. Le prime parole affidate ai social da Pietro Orlandi riassumono quanto sta accadendo intorno all’istituzione della commissione d’inchiesta sulla “scomparsa” della sorella Emanuela e di Mirella Gregori. La discussione in aula al Senato era prevista per martedì 10. Rinviata ad altra data, da fissare, per l’informativa del ministro degli esteri Tajani e il voto sulle mozioni parlamentari sulla guerra tra Israele e Hamas.

    I disegni di legge istitutivi delle Commissioni parlamentari di inchiesta sull’emergenza SARS-CoV-2 e sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, già previsti all’ordine del giorno della seduta odierna, sono rinviati ad altra data. Restano confermati gli altri argomenti previsti in calendario. È la comunicazione del rinvio pubblicata su facebook da Pietro Orlandi. Rinviate queste due discussioni, non c’era tempo. Che c’era invece per “gli altri argomenti”.

    La discussione poteva durare anche solo un’ora, ha sottolineato Pietro Orlandi. Un’ora che “non si trova”. E si dovrà nuovamente riunire la conferenza dei capigruppo per stabilire una nuova calendarizzazione. A quando? Quando finirà questa sconcertante agonia, questo rinvio continuo? Per una commissione che fino alla primavera aveva a favore un’ampia maggioranza trasversale. Aveva, ora? Dopo le parole di Diddi, dopo l’intervento di Mattarella nei mesi scorsi, qualcuno ha cambiato posizione? Almeno lo dica esplicitamente, abbia il coraggio delle proprie posizioni, senza nascondersi dietro continui rinvii…


    • Federico Tulli – Non è un Paese per bambini

    «Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio».

    Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità. L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può violentare e /o uccidere tranquillamente.

    Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia e della protezione riservata ai preti pedofili dai loro superiori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono propagandati anche nel mondo laico, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto. È questo il caso dell’Italia che come è tristemente noto, diversamente da tutti i più grandi Paesi a tradizione cattolica, non ha mai realizzato una indagine sulla pedofilia nella Chiesa. Ma non ha mai nemmeno risposto, per quanto riguarda il governo, alla diffida di Rete L’Abuso, in cui si contesta di non aver mai adottato le misure necessarie per contrastare le violenze su minori di matrice ecclesiastica sul territorio italiano. Violando così la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e la Convenzione di Lanzarote.


    • Pierelisa Rizzo – Escort ricatta frate

    “Riguardo la vicenda che ha coinvolto un religioso dell’Ordine dei Frati Minori, lo stesso Ordine, per mio tramite precisa che il confratello appare rivestire la qualifica di persona offesa e, comunque, verranno svolti tutti i necessari accertamenti e verifiche “. Così l’avvocato Luca Gentili prova a spiegare fatti che però sembrerebbero raccontare altro, suscitando almeno qualche dubbio . Siamo a Perugia , protagonisti di questa storia, un trentenne albanese, un escort che vive di incontri a luci rosse, e un religioso di Assisi . Il frate avrebbe incontrato l’escort e usufruito delle sue prestazioni sessuali prima che il giovane albanese mettesse tutto in chiaro. ”O mi dai altro denaro o diffondo questo video e lo vedranno tutti” avrebbe minacciato l’escort. Così il frate, ob torto collo, è andato dai carabinieri di Assisi a denunciare il tentativo di estorsione che stava subendo. Una scelta non facile per il religioso, l’escort è stato arrestato . Naturalmente sulla vicenda viene mantenuto il massimo riserbo da parte di inquirenti ed investigatori . Ma, secondo indiscrezioni, il rapporto sessuale tra il frate e l’escort si sarebbe consumato tra fine agosto e i primi di settembre di quest’anno. I due si contattano sul web e dopo il loro incontro il giovane escort albanese chiede centinaia di euro al frate, sostenendo di avere filmato il loro appuntamento con un telefono nascosto. Un tentativo di ricatto bello e buono, proprio per evitare che quelle immagini vengano diffuse. Così la denuncia del frate che, su indicazioni dei carabinieri, organizza un secondo incontro, sempre a Perugia. Ed è a questo punto che l’escort viene arrestato in flagranza . L’interrogatorio di garanzia si è svolto, nei giorni scorsi, al carcere di Capanne. L’arresto è stato convalidato ma il trentenne albanese è stato rimesso in libertà con obbligo di firma.

    Fonti Seguo News Caltanissetta

    Pierelisa Rizzo


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