Buongiorno a tutti. Ecco in questi giorni coi colleghi abbiamo un po’ discusso le varie situazioni, colleghi di tutto il mondo e abbiamo visto come stanno andando le cose. L’Italia purtroppo risulta il paese con più problematiche dove la piaga della pedofilia chiericale è davvero un cancro e ci sono tre motivi.
Il primo motivo è la stampa italiana che sta producendo da circa quattro anni fake news, in questo senso purtroppo scrivono ciò che esce dal Vaticano ma scorrettamente deontologicamente, non chiedono mai alle vittime se in realtà quanto dice la chiesa è vero, non sento diciamo un contraddittorio delle vittime. Questo deontologicamente è un gravissimo problema perché disinforma anche i lettori.
Il secondo problema è purtroppo la giustizia italiana. Qualche mese fa abbiamo inviato più di 400 casi alla Procura Generale Della Repubblica in un report che poi è stato mandato anche sotto forma di denuncia sia alle Nazioni Unite sia al Parlamento Europeo dove è in corso attualmente è una petizione.
Ebbene in questo caso è stato abbastanza grave anzi piuttosto grave; la Procura Generale Della Repubblica che ha l’obbligo di procedere d’ufficio non ha neanche acquisito i nominativi malgrado i solleciti, cioè ha omesso di fare verifiche. Se pure in Italia abbiamo poche leggi, questa esiste, cioè l’obbligo di procedura d’ufficio quando si tratta di Minori e questo è stato omesso.
Tuttavia presentiamo quest’oggi (poi chi lo vuole possiamo darlo tramite il link) in questa sede un report separato da quello dello Stato italiano. In questo si parla della Conferenza Episcopale Italiana.
Noi abbiamo avuto diversi incontri direttamente con il presidente della CEI, il cardinale Matteo Zuppi, io non so chi di voi era alla prima conferenza stampa, quando intervenni di fronte a Zuppi, mi disse ci vediamo e se avete dei nominativi portateceli. Benissimo ci siamo visti ma i nominativi non li ha voluti. Cioè non c’è stata possibilità di dare questi nominativi.
Parallelamente parlo di zuppi perché in realtà è il capo dei vescovi italiani, il presidente della Conferenza Episcopale. Purtroppo abbiamo decine di casi e qualche d’uno di lo documentiamo nel rapporto che poi vi posso dare, dove anche i vescovi fanno la stessa cosa anzi addirittura, dietro segnalazione al vescovo, come è successo a noi nel caso di Imperia, il Vescovo Suetta, bene lui ha risposto minacciando querela. Gli sportelli diocesani in Italia se cerchi di dargli informazioni spesso e volentieri ti intimidiscono minacciando.
La rete d’abuso non si spaventa di sicuro dietro minacce di quella di un Vescovo. Anche perché non la farà purtroppo.
Ma provate a mettervi un attimo nei panni di una vittima che va a denunciare in uno di questi sportelli diocesani e viene minacciato di querela!
La situazione si va unire gravemente con quella del Governo italiano; cioè conferenza Episcopale e Governo perché un’altra omissione, un altro “permesso” che ha dato lo Stato italiano impunemente, è quello emerso durante la conferenza; la CEI ha chiaramente detto che non darà i nominativi dei preti pedofili alla magistratura.
Cioè in pratica la magistratura ha lasciato facoltà alla conferenza episcopale di insabbiare i casi. Cioè di omettere le denunce di omettere la giustizia alle vittime e via dicendo.
In questo report dove un centinaio di casi erano più che sufficienti, abbiamo trattato invece ben 332 fascicoli.
Spiego il motivo, perché in realtà sono molti di più ma sono 332 casi che l’abuso ha seguito raccolto e documentato nei 13 anni di lavoro in Italia.
Quindi sono casi che ho seguito personalmente, casi di cui so le affermazioni e i contenuti.
Negli altri casi spesso mancano diciamo, gli altri casi italiani che non abbiamo seguito, spesso manca la vittima mancano dei riscontri e c’è solo quello che ha scritto la Stampa, che purtroppo in Italia è spesso totalmente inaffidabile.
Bene in questi 300 e passa casi, un dato che emerge davvero terrificante perché come vediamo in Francia in Spagna, insomma in tutto il mondo, anche se non piacevolmente le conferenze episcopali si sono messe in moto, in Francia addirittura risarcendo le vittime, poco ma lo ha fatto, c’è stata un’attività.
Ecco questo direi che è un fatto abbastanza grave perché di fatto la CEI sta facendo dossieraggio, cioè sta acquisendo dalle vittime i nominativi dei preti pedofili per poi spostarli eccetera eccetera. Come vedrete nel report. Otto pagine che adesso non mi dilungo a spiegare, poi lo leggete.
Di fatto spostando i preti continuando a insabbiare, non facendo proprio nulla.
Ecco vi lascio perché il tempo a disposizione, mi fanno segno che è poco.
P.S. – Nella fretta prima mi sono dimenticato di dire che questo report che poi vi darò, domani sarà depositato come allegato alle Nazioni Unite.
Domani staremo a Ginevra presso il comitato per i diritti dell’infanzia dove la chiesa non ha aderito alla convenzione ONU. li abbiamo depositato già il report sullo Stato italiano e questo allegato va ad aggravare quel report.
Cioè va a dimostrare (per quello che è separato, in questo report non si parla di Stato si parla solo della chiesa e questo deposito sono le prove in pratica) il favoreggiamento alla pedofilia del Governo italiano e della magistratura italiana
Ecco questo è quello che mi sono dimenticato prima di dire nella fretta.
“Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”
Matteo Zuppi
… Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.
Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, quello documentato attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.
EXECUTIVE SUMMARY
Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?
“La grande farsa italiana della CEI”
REPORT SULLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
OSSERVATORIO PERMANENTE della Rete L’ABUSO
Associazione italiana sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
Relatore Francesco Zanardi
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Un’inchiesta durata più di un anno e decine di documenti che delineano un comportamento inequivocabile da parte delle gerarchie ecclesiastiche italiane, anche senza fare il paragone con quanto è invece stato fatto all’estero, in particolare in Europa.
Il campione in esame è di 332 casi, ovvero solo i casi che la Rete L’ABUSO ha trattato direttamente, quelli che abbiamo seguito passo passo al fianco delle vittime. Un campione quantitativamente e qualitativamente eccellente, persino eccessivo in quanto 100 casi sarebbero bastati.
L’arco temporale del campionamento va dal 2010, anno in cui nasce Rete L’ABUSO e inizia la raccolta diretta dei dati forniti dagli stessi sopravvissuti.
Non manca il dato attuale in quanto, dopo l’apertura degli sportelli diocesani, il riscontro aumenta con il ritorno di coloro che in buona fede si sono rivolti a quegli sportelli e poi insoddisfatti e in balia della rievocazione del trauma che ha funto da riattivatore, hanno cercato aiuto alla Rete L’ABUSO, permettendo all’Osservatorio di esporre anche il dato attuale, ovvero l’effetto del Motu proprio, nell’applicazione italiana.
Questo rapporto analizza quanto fatto dalla chiesa italiana nelle sedi giudiziarie canoniche che ricordiamo doverosamente, per quanto vengano chiamati tribunali, non sono equiparabili in alcun modo con i tribunali civili in quanto il parametro di valutazione è differente oltre che incompatibile.
Mentre nel tribunale canonico l’oggetto del procedimento è l’offesa a Dio, le violazioni dottrinali e via dicendo, nel procedimento del tribunale civile l’oggetto è il danno alla persona, cioè la vittima.
Premetto questo per evitare confusioni che potrebbero sorgere nel testo per via delle varie omonimie; quando si parla di condanna penale detentiva e risarcimenti alla vittima, questi vengono dal tribunale civile dello Stato italiano a seguito di una denuncia.
I tribunali canonici non infliggono questo tipo di pene in quanto il reato è “dottrinale”, quindi valuta il sacerdote imputato e la sua integrità nel rappresentare il ministero. In questo caso le pene massime sono di sospensione dal ministero fino alla (successiva) riabilitazione. Nei casi più gravi la riduzione dallo stato clericale.
In questo caso il risarcimento della vittima non è previso in quanto se pur quest’ultima ha subito una violenza, l’oggetto del processo è Dio e la vittima in questo caso è colei che consapevole o meno, ha contribuito all’offesa.
L’invito indispensabile nella lettura di questo rapporto è quello di fare come è doveroso la differenza tra quello che “è stato detto” e quello che “è stato fatto” concretamente.
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Partiamo doverosamente dal 28 maggio 2022 quando, durante la prima conferenza stampa del neoeletto Presidente della CEI Matteo Zuppi, poniamo alcune perplessità sulla “Via italiana” contro gli abusi sessuali del clero illustrata dal Presidente della CEI.
Una Via italiana deludente in quanto qualitativamente e quantitativamente notevolmente inferiore a quella di tutte le Conferenze Episcopali non solo europee, che hanno utilizzato un arco temporale di indagine di 70 anni, sufficiente a prendere in considerazione (con un “trattamento umano”) tutti i casi dei sopravvissuti ancora in vita. La Via italiana invece risulta penalizzante e discriminatoria in quanto tratterà solo i casi dal 2000 a oggi, tagliando fuori migliaia di persone.
Altra anomalia della Via italiana di Zuppi è il fatto che, ancora una volta contrariamente alle altre Conferenze Episcopali, la commissione della CEI non sarà indipendente, perché utilizzerà organi esterni alla chiesa ma dipendenti in realtà da essa, e non si avvarrà né del coinvolgimento dello Stato, né di altri organi di controllo.
In parole povere la Conferenza Episcopale Italiana se la suonerà e se la canterà da sola in un solitario autoreferenziale censimento dei dati “scelti”, come vedremo escludendo persino le stesse le vittime e i moltissimi casi mai denunciati all’autorità ecclesiastica.
Gli impegni pubblicamente assunti dal cardinale Matteo Zuppi in conferenza.
Poche settimane dopo lo incontrerò a Bologna. Due incontri riservati, con spirito diplomatico al fine di tentare di avviare in virtù del Motu proprio un dialogo tra i sopravvissuti e la massima gerarchia a livello italiano. Il Presidente dei vescovi, di fatto coloro che hanno controllo sui singoli territori, le diocesi.
Il risultato fu piuttosto deludente in quanto non solo Zuppi non si spostò di un millimetro da quella linea controcorrente all’Europa e, in realtà anche alla stessa morale cattolica; ovvero la Conferenza Episcopale Italiana sceglie consapevolmente e rinuncia al perdono delle vittime, la maggior parte, quelle antecedenti all’anno 2000, escluse brutalmente dall’indagine interna.
Confermerà anche a differenza degli altri paesi che non ci sarà da parte della chiesa italiana alcun indennizzo ai i sopravvissuti, che a detta del cardinale, indurrebbe soltanto le vittime a denunciare.
Fu invece molto più “garantista” (come lui stesso si definisce) nei confronti dei sacerdoti accusati, della loro difesa e della loro riabilitazione, dimostrando uno squilibrio notevole verso le vittime. L’impressione è stata che la CEI facesse quasi “una cortesia ad interloquire con noi”.
Disattesa anche l’acquisizione di tutti i casi denunciati alla Rete L’ABUSO, malgrado volontà da parte dell’Associazione di accettare la richiesta avanzata in conferenza dallo stesso Presidente della Cei, in virtù della disponibilità offerta e delle stesse parole di Zuppi; l’aspetto morale non si prescrive.
Dopo la promessa di organizzare un incontro con monsignor Lorenzo Ghizzoni che non ci ha mai contattati, nessuno da parte della chiesa ha più voluto quei nomi.
Data l’indisponibilità della CEI a un qualunque possibile spazio di dialogo con i sopravvissuti, restammo disponibili ad una loro convocazione, ma non ritenemmo utile chiedere un terzo incontro.
Tuttavia le strade della Rete e quelle della CEI si incroceranno ancora quando nel 2022 mi reco ad Aversa per incontrare, insieme al padre di un 13nne abusato, il vescovo Angelo Spinillo. I motivi dell’incontro riguardavano in particolare una serie di apprezzamenti molesti fatti sui profili social del ragazzino, successivi alla misura di arresto domiciliare del sacerdote e apparentemente effettuati da un profilo “omonimo” di quello del prete. Le successive indagini della polizia giudiziaria ricondurranno quegli apprezzamenti molesti alla connessione internet della struttura dove il sacerdote è ai domiciliari, ma non venne approfondito dagli inquirenti chi, dei 6 tra ospiti e operatori, dall’interno della struttura avesse materialmente commesso i fatti.
La richiesta del padre del ragazzino era tuttavia banale; accertare i fatti e impedire al sacerdote l’utilizzo di internet, non solo per evitare altri equivoci, ma per una questione di buonsenso in quanto il prete era ai domiciliari con l’accusa di reati sessuali sul minore, quindi degno di un doveroso controllo da parte di chi si era assunto la responsabilità del controllo, al fine di evitare che potesse reiterare il fatto.
La risposta di Spinillo non fu di quelle esemplari per un vescovo, che dovrebbe avere l’autorità sui suoi sacerdoti. Rispose che non sapeva che cosa fare in quanto il sacerdote non riconosceva più l’autorità del vescovo…
Sarebbe stato un buon motivo per avviare un procedimento canonico, ma invece…
Pochi giorni dopo il rientro a Savona decisi di informare della situazione riscontrata ad Aversa il cardinale Zuppi, fiducioso che almeno in quella singola situazione potesse mettere mano con più autorità di quella che il vescovo Spinillo aveva saputo esercitare. Ma non fu così, anzi, fu il padre del ragazzo in fine ad essere definito “un rompiscatole” dalla Curia di Aversa.
Nella primavera del 2023 le strade della Rete L’ABUSO e quelle della CEI si incroceranno ancora quando a seguito di alcune segnalazioni pervenute dalla diocesi di San Remo, scriviamo al vescovo Antonio Suetta, nell’intento di segnalare come previsto dal Motu proprio, quanto in nostro possesso. Una segnalazione preventiva che va accertata e che secondo il Motu proprio può essere anche anonima ed effettuata anche non direttamente dall’interessato.
Ma in questo caso non sarà affatto anonima, anzi è ufficiale, da parte della Segreteria dell’associazione che la manda in copia anche al cardinale Zuppi in quanto i segnalanti lamentavano di aver già informato la chiesa, ma questa non era intervenuta.
La risposta del vescovo Suetta non si fa attendere e francamente è spiazzante.
Qualche giorno dopo anche il cardinale Matteo Zuppi risponderà alla collega (Cristina Balestrini, Segretaria dell’Ufficio di Presidenza), ma come il vescovo non pare per nulla interessato neppure a capire il contenuto delle segnalazioni, ma molto più attento ad “interrogare” la collega che ha inviato la missiva. Tenta di manipolare il dialogo con l’associazione e la invita a scrivergli da un indirizzo mail personale e non da quello della Rete L’ABUSO, sottolineando che preferirebbe un dialogo non ufficiale, cosa che ancora una volta nel contesto generale stride non poco con le dichiarazioni di trasparenza, vicinanza alle vittime e di dialogo con loro.
La collega acconsentirà per cortesia diplomatica solo alla prima richiesta ribadendo l’ufficialità degli scambi epistolari, per poi tornare a scrivere tassativa dalle opportune sedi e con la mail dell’Associazione nel suo ruolo di Segretario.
Le missive saranno diverse, una decina. Anche questa volta in nessuna l’accenno di voler acquisire quei dati, come fermamente affermato da Zuppi in conferenza, anzi, nell’ultima missiva inviata in copia questa volta al cardinale Zuppi ma indirizzata alla Nunziatura apostolica, alla quale segnaliamo l’accaduto, alleghiamo una delle ultime lettere di denuncia ricevute dalla Rete, circostanziata con dati verificabili, ma anonima, ed è proprio per questo che la alleghiamo.
Ma ancora una volta vi è un rifiuto da parte di Zuppi che commenta “io le lettere anonime le cestino”.
Facciamo ora un breve feedback di quanto emerso nella prima parte, in cui vediamo colui che è o almeno dovrebbe essere il maggior “vigile” sui vescovi italiani.
Abbiamo rigorosamente citato solo i vescovi attori nei casi in cui il Presidente della CEI ha interagito direttamente con noi, ma in realtà la mancata vigilanza e la compiacenza da parte della CEI che non contrasta la disapplicazione nonché l’elusione delle norme da parte dei vescovi, emerge come vedremo ovunque nella penisola italiana.
Eppure il Motu proprio prevede almeno sulla carta rigide sanzioni per i vescovi che insabbiano o non affrontano adeguatamente i casi, ma chi controlla e le applica?
…Per questo in premessa ho sottolineato l’importanza di notare la differenza tra quanto viene “detto” e quanto poi in realtà viene “fatto”.
Nella sostanza siamo di fronte a una serie di norme introdotte e rassicuranti per l’opinione pubblica e i fedeli, ma non troviamo un solo caso di applicazione in Italia; al contrario, ne troviamo a decine, tutti in violazione.
Mentre negli altri Stati vediamo come accaduto in Spagna la stessa Conferenza Episcopale acquisire neppure dalle vittime, ma da un quotidiano, i nominativi raccolti, in Italia questo non è stato possibile neppure alla presenza del Presidente dei vescovi italiani.
Mentre vediamo come in Svizzera le istituzioni religiose che denunciano i sacerdoti e cercano le altre vittime, in Italia neppure una associazione di vittime riesce nei fatti a fare una segnalazione, in quanto la chiesa fa ostruzionismo.
Mentre come in Francia la chiesa è disposta a vendere i suoi beni per indennizzare le vittime, in Italia dice Zuppi che sarebbe un incentivo a denunciare gli abusi alla chiesa.
La ovvia domanda è; a che servono quindi gli sportelli diocesani se non si vogliono accogliere denunce
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I DATI SULLE DIOCESI ITALIANE CHE ARRIVANO DALLE VITTIME
Al fine di non ripetere nel corso dell’esposizione questo dato, lo daremo sottointeso nei punti che seguono in quanto emerge sistematico nei 332 fascicoli in nostro possesso e esaminati;
nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana;
nel 100% dei casi la chiesa non ha reso giustizia alla vittima neppure sotto l’aspetto morale;
nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato, in praticamente tutti i casi nessuno ha ricevuto sostegno tranne incontri di natura “spirituale”, non classificabili tuttavia come soccorso o assistenza di carattere medico psicologica;
nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della chiesa, tranne in quei casi (circa l’8-9%) dove c’è stato l’interesse della chiesa ad un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indecorosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare.
nel 100% dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i sacerdoti deceduti o suicidi, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo.
Queste premesse, che emergono sistematiche da tutte le 332 schede, in Italia trovano fondatezza anche sugli organi di informazione, sempre in genere molto favorevoli a queste notizie incensanti verso la chiesa.
Ebbene, nemmeno la cronaca italiana documenta un solo caso contrario.
Tanto meno la Conferenza Episcopale Italiana, che nel caso l’avrebbe strumentalizzata come consuetudine all’inverosimile.
Esporremo ora alcuni tra i casi più significativi tra quelli recenti di insabbiamento da parte dei vescovi, ovvero registrati dopo l’entrata in vigore del Motu proprio, particolarmente espressivi delle gravi inadempienze e delle reticenze delle Gerarchie ecclesiastiche, alle quali come abbiamo visto non è estraneo neppure lo stesso Presidente della CEI.
Utilizzeremo casi di cui ci siamo occupati e noti sui media in quanto offrono la possibilità di essere verificati con facilità da chiunque.
Il 4 maggio 2022 la diocesi di Milano comunica a Daniela Cultrera, uno dei legali lombardi della Rete L’ABUSO che difende la vittima del sacerdote reo confesso Alberto Lucchina, a cui il tribunale canonico ha inflitto una condanna pari a cinque anni di sospensione, dalla quale sottolinea la curia, va detratto il periodo di indagine (un anno) in quanto – secondo le dichiarazioni – il sacerdote era stato sospeso, già dall’indagine previa .
Dichiarazioni che scopriremo totalmente mendaci, appurate persino dall’Autorità Giudiziaria, che dopo le indagini, malgrado i riscontri si trovò bloccata dalla prescrizione.
Si scoprirà in realtà che il sacerdote non ha fatto un solo giorno di sospensione e che all’inizio del processo canonico è stato spostato e gli è stata nuovamente assegnata una parrocchia, a Milano nel quartiere Isola. Ma la nostra assistita e vittima di Alberto Lucchina, non sa che Alberto ha un fratello, Maurizio, anche lui sacerdote. Non sa neppure che alla Rete L’ABUSO abbiamo una denuncia di abusi da parte di un’altra donna vulnerabile, con invalidità, che questa volta accusa il fratello di Alberto, Maurizio Lucchina.
Anche la Rete L’ABUSO ignora qualcosa che scopriremo solamente durante le indagini. Nel quartiere Isola ci sono due parrocchie adiacenti in una delle quali la chiesa di Milano ha nascosto dopo la condanna Alberto, nell’altra risiede Maurizio, il quale non è mai stato sottoposto neppure ad un’indagine previa, malgrado ci sia una querela all’autorità italiana e il caso sia uscito sui giornali.
La diocesi e il prete non hanno mai risposto neppure alle richieste di indennizzo avanzate dal legale della Rete L’ABUSO assegnato alla vittima di don Alberto, malgrado sia reo confesso.
Non risulta alcuna indagine per le violazioni a carico della diocesi da parte delle istituzioni ecclesiastiche.
A Enna, nel corso del processo a carico di Giuseppe Rugolo, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di alcuni parrocchiani minorenni, emergono dalle intercettazioni della Procura inequivocabili ammissioni da parte dello stesso vescovo Rosario Gisana; ammette di avere insabbiato il caso. Nel 2020 infatti, Antonio Messina, la vittima, denuncia il prete anche all’autorità giudiziaria, spinto proprio dalle reiterate inadempienze del vescovo Rosario Gisana, che anziché intervenire lo aveva nel frattempo (2019) trasferito a Ferrara, dopo aver tentato inutilmente di comprare il silenzio della vittima con 25.000€ della Caritas e mentendo in parte anche al collega vescovo, mons. Gian Carlo Perego, al quale nella lettera di presentazione rassicura non ci sia “nulla di particolare da segnalare”.
Tuttavia va notato che il vescovo di Ferrara non si è lamentato e che una volta pubblica la notizia che il Rugolo fosse indagato con l’accusa di violenza sessuale su minore, neppure lui intervenne cautelativamente. Il sacerdote è stato arrestato dalla polizia giudiziaria nell’aprile 2021 praticamente “in parrocchia” dove continuava a svolgere attività a contatto con i minori.
Malgrado le omissioni e le leggerezze palesate nell’ampia documentazione, la chiesa non ha anche in questo caso, avviato alcuna indagine nei riguardi dei due vescovi coinvolti.
Malgrado l’indagine previa del vescovo Luigi Testore (che si limitò a Gamalero senza indagare se ci fossero altre vittime, che in realtà l’Associazione documenta) e l’ammissione del Bottero, quando raggiunto dalle telecamere, il sacerdote non pare così affranto, sorride ironico. Risulta sia sempre restato al suo posto, mai sospeso e svolge ancora incarichi a contatto con minori.
Nessun procedimento noto da parte della chiesa né per il prete né per il vescovo.
Neppure in questo caso, malgrado la consapevolezza della chiesa colombiana che lo ha trasferito, la chiesa italiana che lo ha accolto non ha attuato qualora informata, alcuna misura preventiva al fine di evitare reiterasse e non risulta qualora non sapesse abbia avviato indagini per chi ha omesso la grave segnalazione, permettendo altre 2 vittime.
Anche se sono parecchi di più, questi alcuni esempi di casi attuali nei quali vediamo la chiesa italiana non intervenire nei confronti dei vescovi, in assoluta violazione al Motu proprio.
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Va anche notato, come evidenzieremo subito dopo con qualche esempio, che la chiesa si fa in qualche modo carico dei sacerdoti puntualmente difesi dai migliori avvocati sulla piazza, con parcelle che difficilmente un sacerdote può permettersi.
Neppure la vittima!
In alcuni casi abbiamo documentato che quando il prete è indagato, il vescovo attivamente provvede alla scelta del difensore, organizzando l’incontro con l’imputato.
Si fa anche garante quando necessario di una dimora per gli arresti domiciliari (l’inchiesta completa sui 23 centri per preti pedofili in Italia su “Giustizia Divina” Emanuela Provera – Federico Tulli “Chiarelettere”), della loro riabilitazione e del reinserimento nelle parrocchie, che avviene puntualmente senza restrizioni o un adeguato monitoraggio, anche dopo aver scontato il carcere.
Una prevenzione anche qui sulla carta e un altro evidente squilibrio in discriminazione delle vittime che non hanno alcun tipo di assistenza. Questo non solo a fronte delle dichiarazioni di vicinanza e soccorso della chiesa, anche queste solo sulla carta, ma un abominio in quanto la stessa è poi l’organismo che equamente dovrebbe giudicare e spesso a farlo sono gli stessi vescovi che in precedenza hanno coperto il prete.
Qui sarebbe interessante che il Presidente della CEI si pronunciasse e ci spiegasse come applica o dove vede applicato equamente quel “garantismo” di cui si fece tanto forte nei nostri incontri !
A fronte dell’impegno per la difesa dei preti pedofili, nessuna garanzia per le vittime.
Neppure per quelle che hanno ottenuto un risarcimento in sede giudiziaria, verso le quali la chiesa dovrebbe intervenire.
Potrei proseguire con casi come quello di don Luigi Gabbriellini, Don Silverio Mura, Mauro Galli e tanti altri che non elenchiamo in quanto non cambierebbero la palesata gravità della situazione della chiesa italiana, che emerge positivamente solo nei comunicati autoreferenziali ai media, per autoacclamazione e puntualmente senza il contraddittorio dei sopravvissuti o di chi li tutela.
Anche l’editoria non ha certo brillato molto nelle inchieste giornalistiche o negli approfondimenti televisivi, mentre i media stranieri (malgrado la notizia sia per loro “di nicchia”) hanno già prodotto 3 documenti sulla grave situazione della penisola.
Documenti che naturalmente non sono circolati in Italia, ma li proponiamo qui di seguito e sono;
Il terzo è stato prodotto invece per una TV (non italiana) da una troupe belga e sarà pubblicato in Europa nei primi mesi del 2024.
IL SISTEMA DELLE GERARCHIE e le “FACOLTA’” dei gerarchi “privilegiati”
Forse superficialmente quanto detto prima è più che sufficiente ad una valutazione. Vogliamo ancora spendere intellettualmente qualche passaggio rispondendo alla più ovvia e spontanea delle domande; PERCHE’ questo è possibile malgrado il Motu propio ?
E’ vero che il pontefice fa le leggi e le raccomandazioni ma poi le gerarchie hanno una loro autonomia nell’applicarle. Autonomia concessa, in quanto in ogni paese le esigenze della chiesa sono differenti e lo scopo delle gerarchie è proprio quello di gestirle al meglio, in favore del Vaticano.
Cosa che abbiamo visto negli anni, per esempio, nelle varie linee guida emesse dalle Conferenze Episcopali, diverse in ogni nazione, dove la chiesa ha adattato i suoi parametri/esigenze alle leggi degli Stati. In altri come l’Italia invece, controcorrente o quanto meno indifferente anche di fronte agli appelli della Santa Sede, non ha fatto nulla in quanto la carenza legislativa e l’assenza dello Stato italiano glielo hanno permesso.
Un anno abbondante di indagini dell’osservatorio della Rete L’ABUSO ha documentato in Italia, in più occasioni oltre quelle citate sopra, attraverso molte testimonianze anche di sacerdoti oltre che sopravvissuti, quello che accade nel mondo “sommerso” delle diocesi. In questo caso dei vescovi e della stessa Conferenza Episcopale, responsabile degli stessi e dell’applicazione di quanto legiferato dal Pontefice, che tuttavia non si intromette.
“Caro Zanardi, i casi che arrivano in CDF, sono solo quelli coperti da vescovi non più in carica in quella diocesi, un modo per il nuovo vescovo, di togliersi il problema creato dal predecessore facendo bella figura con i fedeli”.
Spiega che “I vescovi in carica, quando hanno un caso lo gestiscono internamente, presso il tribunale diocesano. Di certo non lo mandano alla CDF, anzi, posso dirti che in alcuni casi trattati, come quello di don X (non citiamo per tutela della fonte), di cui ho conoscenza diretta, ebbene il vescovo è stato costretto a ricevermi per conto di CDF, ma al momento in cui ho voluto sentire il prete accusato, il vescovo lo ha impedito ed io non ho potuto oppormi.”
“Devi capire che i vescovi hanno totale autonomia sul territorio della diocesi. Possono impedire anche a CDF di occuparsi dei casi o di accedere ai fascicoli. Malgrado sembrino molti i casi che riceve CDF ogni anno da tutto il mondo, in realtà questi sono la minima parte.”
“Il fatto che molte diocesi non hanno realizzato gli sportelli diocesani è proprio per questo motivo; la loro assoluta autonomia di gestione del territorio”.
Sembrerebbe quindi venire a mancare in molti casi anche la comunicazione da parte delle diocesi alla CDF nonché la stessa collaborazione vantata da Zuppi pubblicamente. Un fatto già appurato alla presentazione del Report della CEI, che dai venti anni annunciati si è ridotto poi a due e senza i dati di CDF.
Report che tuttavia, tenendo conto che i due anni censiti erano durante l’emergenza COVID, che ha limitato l’accesso agli uffici e che i dati provenivano dasoli30 centri di ascolto diocesani su 166 diocesi che li hanno attivati (su un totale di 226), il dato non era proprio insignificante.
In Italia il dato CEI di cui non si conosce neppure la località dove sono avvenuti i fatti, di cui si ignora cosa la chiesa abbia fatto per quelle vittime e per i colpevoli e dal quale sono stati omessi; procedimenti in corso; dati delle diocesi (esclusi i 30 sportelli); dati delle associazioni; dati della CDF e lo dividiamo per i due anni che la CEI ha campionato, fa 34 casi ogni anno, contro i 42 della Francia.
Guardiamo per un solo attimo il risultato ottenuto nel concreto dalla CEI e senza andare troppo lontano lo paragoniamo a quanto hanno fatto le altre Conferenze Episcopali nella sola Europa tra commissioni d’inchiesta indipendenti, ricerca delle vittime dei preti, soccorso ai sopravvissuti e indennizzi economici, prevenzione e allontanamento dei soggetti pericolosi.
…Dire che non è stato fatto nulla dalla CEI, è persino un complimento molto generoso.
Vale sempre la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva ma fatti di questo genere emergono mediamente in Italia almeno una decina di volte l’anno. Trattandosi di pedopornografia il numero delle vittime è imprecisato e mostruoso. Centinaia, forse migliaia di bambini e minori stuprati e “rivenduti” nella rete.
Quello che mi sconcerta non è più tanto l’indifferenza dell’opinione pubblica – ci ho fatto il callo (l’articolo di cronaca su Fanpage*, per dire, condiviso solo una settantina di volte e nessun commento) – quanto quella del governo e delle istituzioni laiche. In particolare, di questo governo e di questo parlamento.
Il silenzio di vetro, l’inerzia dei potenti di turno di fronte ai crimini compiuti in ambito ecclesiastico sono i più grandi alleati dei pedofili in tonaca e di chi li protegge.
L’Italia è rimasto l’unico grande Paese a tradizione cattolica a non aver MAI realizzato un’inchiesta governativa o indipendente sulla pedofilia nella Chiesa nonostante gli allarmi degli esperti (anche da dentro la Chiesa stessa) e le stime raccapriccianti che ogni tanto riescono a bucare la censura vaticana e della Conferenza episcopale italiana.
Allo stesso modo sono complici dei pedofili le parole vuote di circostanza tuonate con cipiglio studiato davanti allo specchio proferite dal celebratissimo papa Bergoglio e dai suoi gerarchi di tanto in tanto per dare l’idea di agire per il bene dei bambini.
Moniti, condanne verbali e buoni propositi farlocchi come l’indignazione della destra cristiana e cattolica (oggi al governo) che anni fa urlava “e allora Bibbiano?!” e che oggi vorrebbe rendere obbligatorio il crocifisso nei luoghi pubblici, come durante il Ventennio.
Di tutto ciò sono ben consapevoli i pedofili preti, liberi di agire pressoché indisturbati. Finché qualche vittima, in completa solitudine, non riesce dopo immane sforzo a far crollare il muro di inaccettabile e disumana ipocrisia e complicità con questi criminali.
Ma vi pare normale?
*
Nei commenti il link all’articolo di cronaca su FP
di Federico Tullli – «Hai commesso atti impuri? Quali? Ti sei toccato? Dove? Quello che hai fatto è un peccato molto grave, difficile da perdonare, lo sai? Se fai quello che ti dico, chiederò io a Dio di perdonarti, sei d’accordo? Sai mantenere un segreto?».
Queste che avete appena sentito sono le domande solitamente utilizzate da preti pedofili per carpire informazioni e per verificare il grado di vulnerabilità della possibile preda. Il dato è emerso dall’indagine conoscitiva della Conferenza episcopale tedesca del 2011-2014 e lo ha reso noto il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann.
«Ogni violenza che abbiamo accertato era premeditata con perfidia. I sacerdoti hanno carpito “pazientemente” la fiducia delle loro vittime e, dopo la manipolazione psicologica, ne hanno abusato in momenti di tranquillità. Durante la preghiera e soprattutto durante la confessione» ha detto mons. Ackermann al quotidiano Rhein Zeitung.
Ackermann nel 2010 è stato responsabile della commissione indipendente d’inchiesta commissionata dalla Chiesa tedesca nelle diocesi di Monaco, Essen, Magonza e Ratisbona. Al termine dell’indagine furono accertate circa 1.200 vittime di sacerdoti pedofili negli anni dal 1950 al 1980.
In Italia non solo non è mai stata realizzata un’indagine approfondita come quella tedesca per realizzare l’identikit del prete pedofilo e di conseguenza organizzare una efficace prevenzione del crimine e tutela dei bambini che frequentano scuole e luoghi religiosi, ma la Conferenza episcopale italiana ha opposto uno sprezzante silenzio a tutti coloro che dall’interno del mondo cattolico chiedono da anni a gran voce di innalzare l’età della comunione da 7 anni almeno a 12-14 come era stato fino a circa un secolo fa. A cosa servirebbe? L’eucarestia è un sacramento strettamente correlato a quello della confessione ed è nel tempo della confessione che notoriamente avviene gran parte delle violenze. Anche perché tutto quel che accade nel confessionale è soggetto al sigillo sacramentale, al segreto che se violato comporta la scomunica. E questo per decenni è stata la matrice dell’impunità per migliaia di preti violentatori. «Nessun abuso è successo per caso» ha detto il vescovo Ackermann nell’intervista citata in precedenza. Ma per i vescovi italiani si tratta di una considerazione irrilevante.
Francesco Zanardi – Carpineto Romano: Padre Carlos Alberto Pérez condannato anche in appello
Si è svolto mercoledì a Piazzale Clodio il processo di appello a padre Carlos Alberto Pérez, un colombiano con una serie di abusi alle spalle e trasferito in Italia, a Carpineto Romano, dove però ha reiterato su più minori gli stessi crimini.
La Corte di appello di Roma ha confermato la condanna, in primo grado otto anni, con la riduzione a 7 in appello..
Il religioso dell’Istituto Missionario colombiano di San Giovanni Eudes, residente a Carpineto Romano da qualche anno, era stato arrestato dai carabinieri pochi giorni prima della Pasqua dell’anno scorso, su ordine del giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Velletri.
Da una lettera in nostro possesso datata 31 agosto 2018, mosignor Humberto Lugo Arguelles – Fondatore del carisma della casita– accusava in un documento di nove pagine, l’ex Responsabile, Jesús Amaya León di una serie di irregolarità, comprese le complicità in casi di pedofilia, tra cui quello di Perez, tuttavia accolto a Carpineto Romano.
La chiesa italiana sembra non abbia mai indagato su chi sia il responsabile del suo trasferimento malgrado i precedenti.
Federica Tourn – La diocesi di Roma riabilita Rupnik
«Emerge con chiarezza che in seno al Centro Aletti è presente una vita comunitaria sana e priva di particolari criticità»: questo il risultato della visita canonica disposta dal cardinale vicario di Roma, il vescovo Angelo De Donatis, sul Centro fondato da Marko Rupnik, l’ex gesuita accusato di aver abusato di almeno una ventina di donne. Non solo: il cardinale vicario ha messo in dubbio la scomunica in cui era incorso Rupnik per aver assolto in confessione una donna con cui aveva avuto un rapporto sessuale e che gli era stata rimessa pochi giorni dopo, molto probabilmente dal papa in persona.
La visita canonica, avviata il 16 gennaio scorso, aveva l’obiettivo di indagare sulle dinamiche interne all’équipe del Centro Aletti, associazione pubblica di fedeli dal giugno 2019, e in particolare, sui rapporti fra l’attuale gruppo dirigente e Rupnik. La relazione finale del visitatore incaricato, don Giacomo Incitti, docente di Diritto Canonico presso la Pontificia Università Urbaniana, attesta che «la vicenda ha aiutato le persone che vivono l’esperienza del Centro Aletti a rafforzare la fiducia nel Signore, nella consapevolezza che il dono della vita di Dio si fa spazio anche attraverso la prova».
Il visitatore canonico non ha avuto nulla da ridire sul fatto che la direttrice del Centro Maria Campatelli – ricevuta qualche giorno fa in udienza privata dal papa – fosse in prima fila il 5 marzo scorso, insieme al resto dell’équipe, quando Rupnik concelebrava nella basilica di Santa Prassede a Roma, violando il divieto dei suoi superiori di esercitare attività ministeriale e sacramentale in pubblico; o sugli esercizi spirituali che Rupnik avrebbe dovuto condurre per il Centro Aletti, in violazione delle restrizioni imposte dalla Compagnia; e, soprattutto, non ha commentato gli abusi che il sacerdote e artista commetteva anche nei locali del Centro, a Roma, approfittando del suo ruolo, come più di una vittima ha testimoniato alla Compagnia di Gesù nel corso dell’indagine avviata lo scorso febbraio.
Fonte: Domani
Ludovica Eugenio – Lettera delle vittime di Rupnik
E continuiamo a occuparci del caso Rupnik, perché in seguito allo sconcertante comunicato del vicariato di Roma sull’esito della visita canonica al Centro Aletti, 5 vittime hanno rivolto una lettera aperta a papa Francesco, al cardinal vicario De Donatis, al cardinale Zuppi, presidente della CEI e al Cardinal Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per i religiosi. E lo hanno fatto senza nascondere la loro identità: Fabrizia Raguso, Mira Stare, Gloria Branciani, Vida Bernard e Mirjam Kovac. «L’udienza privata concessa dal papa a Maria Campatelli, ex religiosa della Comunità Loyola e attuale presidente del Centro Aletti e il comunicato diffuso oggi – affermano le firmatarie nella lettera, pubblicata sul sito del Coordinamento ItalyChurchToo – ci lasciano senza parole, senza più voce per gridare il nostro sconcerto, il nostro scandalo». Sono due fatti che dimostrano, dichiarano, che “alla chiesa non interessa nulla delle vittime e di chi chiede giustizia; e che la “tolleranza zero sugli abusi nella chiesa” è stata solo una campagna pubblicitaria”. “Non c’è posto in questa chiesa per chi ricorda verità scomode”, aggiungono, “tutta la sofferenza delle vittime l’abbiamo esposta come una ferita aperta, e certo disgustosa…. E le vittime sono perciò state censurate per non essere state discrete, ma aver esposto qualcosa di ripugnante: il loro dolore”. “La manipolazione e gli abusi ne hanno ferito per sempre la dignità. Tutto quello che hanno ricevuto e continuano a ricevere è solo silenzio”.
Il report della visita canonica, che tenta di riabilitare di fatto Rupnik, “ridicolizza – sottolineano le firmatarie ”il dolore delle vittime, ma anche di tutta la chiesa, mortalmente ferita da tanta tracotanza ostentata”.
In questo contesto, continuano, il colloquio concesso dal papa a Campatelli è sbattuto, in faccia alle vittime; un incontro che il papa a loro ha negato, così come non ha mai risposto a quattro lettere a lui recapitate nel luglio 2021. E così, le vittime sono lasciate “nel grido afono di un nuovo abuso”.
Il testo integrale della lettera è pubblicata nella sezione blog del sito www.italychurchtoo.org. Ed è possibile sottoscriverla scrivendo a postmaster@italychurchtoo.org
Alessio Di Florio – Un’agghiacciante storia tra la Sicilia e il Vaticano
La pedofilia e gli abusi da parte di membri della Chiesa sono stati tabù, totalmente censurati per tanti anni. La prima a spezzare l’omertà è stata Sinead O Connor, perseguitata, isolata, boicottata, insultata da allora e persino da morta. Trattata come una pazza o quasi per quella denuncia pubblica. Solo dieci anni dopo arrivò Spotlight, inchiesta giornalista statunitense che scoperchiò il vaso di Pandora negli USA. Uno dei protagonisti, vent’anni dopo, lo ritroviamo in una denuncia di abusi che dalla Sicilia arriva in Vaticano.
Ne hanno scritto Repubblica, intervistando la vittima, e con un’approfondita inchiesta Federica Tourn su Domani. A febbraio dell’anno scorso viene licenziato monsignor John Anthony Abruzzese, originario di Boston e canonico della Basilica papale di Santa Maria Maggiore all’Esquilino. Abruzzese da bambino è stato chierichetto di “Johnny l’Allegro”, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe, da cui è stato tratto il film Spotlight. La vittima invece è stata abbandonata al suo destino dalla Chiesa. Un’ordinaria storia di brutalità ecclesiastica, in cui eminenti personalità ecclesiastiche si premurano di allontanare un sacerdote perché ospita un ragazzo, soltanto quando questi si decide a rivelare al suo vescovo la violenza subìta. Senza preoccuparsi quindi della vittima né di fermare i suoi potenziali abusatori, ma facendo attenzione a non venire coinvolte in scandali di pedofilia, sottolinea Federica Tourn su Domani.
Abusi, manipolazione, stalking: il ragazzo dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisico e mentale che lo ha più volte portato in ospedale in preda a crisi di ansia o in seguito a tentativi di suicidio. Il 22 marzo 2021 il ragazzo si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile, ma ad oggi non si sa nulla dell’indagine. Il ragazzo, esasperato, dopo la denuncia chiede più volte al vescovo di intervenire nei confronti di questo sacerdote, che continua a dire messa e a frequentare le attività parrocchiali anche con i bambini ma senza risultato. Soltanto il 16 novembre 2021, quando la vittima decide di parlare con la stampa, il vescovo comunica in una nota ufficiale che il prete, «residente nella diocesi di Siracusa senza alcun incarico», il 31 ottobre è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero.
Fonte Domani
Federico Tulli – Le domande esca di un prete pedofilo alla sua preda
«Hai commesso atti impuri? Quali? Ti sei toccato? Dove? Quello che hai fatto è un peccato molto grave, difficile da perdonare, lo sai? Se fai quello che ti dico, chiederò io a Dio di perdonarti, sei d’accordo? Sai mantenere un segreto?».
Queste che avete appena sentito sono le domande solitamente utilizzate da preti pedofili per carpire informazioni e per verificare il grado di vulnerabilità della possibile preda. Il dato è emerso dall’indagine conoscitiva della Conferenza episcopale tedesca del 2011-2014 e lo ha reso noto il vescovo di Treviri, Stephan Ackermann.
«Ogni violenza che abbiamo accertato era premeditata con perfidia. I sacerdoti hanno carpito “pazientemente” la fiducia delle loro vittime e, dopo la manipolazione psicologica, ne hanno abusato in momenti di tranquillità. Durante la preghiera e soprattutto durante la confessione» ha detto mons. Ackermann al quotidiano Rhein Zeitung.
Ackermann nel 2010 è stato responsabile della commissione indipendente d’inchiesta commissionata dalla Chiesa tedesca nelle diocesi di Monaco, Essen, Magonza e Ratisbona. Al termine dell’indagine furono accertate circa 1.200 vittime di sacerdoti pedofili negli anni dal 1950 al 1980.
In Italia non solo non è mai stata realizzata un’indagine approfondita come quella tedesca per realizzare l’identikit del prete pedofilo e di conseguenza organizzare una efficace prevenzione del crimine e tutela dei bambini che frequentano scuole e luoghi religiosi, ma la Conferenza episcopale italiana ha opposto uno sprezzante silenzio a tutti coloro che dall’interno del mondo cattolico chiedono da anni a gran voce di innalzare l’età della comunione da 7 anni almeno a 12-14 come era stato fino a circa un secolo fa. A cosa servirebbe? L’eucarestia è un sacramento strettamente correlato a quello della confessione ed è nel tempo della confessione che notoriamente avviene gran parte delle violenze. Anche perché tutto quel che accade nel confessionale è soggetto al sigillo sacramentale, al segreto che se violato comporta la scomunica. E questo per decenni è stata la matrice dell’impunità per migliaia di preti violentatori. «Nessun abuso è successo per caso» ha detto il vescovo Ackermann nell’intervista citata in precedenza. Ma per i vescovi italiani si tratta di una considerazione irrilevante.
Francesco Zanardi – Voci per la giustizia: Sopravvissuti e attivisti di tutto il mondo si riuniscono per la tolleranza zero in vista del Sinodo Papale
Ending Clergy Abuse (ECA), una coalizione globale di leader di sopravvissuti, attivisti e avvocati per i diritti umani, che rappresenta le vittime di 25 Paesi nei 5 continenti, annuncia una serie di eventi a Roma, incentrati sulla richiesta a Papa Francesco di firmare un mandato vincolante e universale di tolleranza zero prima del Sinodo.
Nel frattempo Dieci sopravvissuti e attivisti hanno iniziato una marcia verso Roma, partendo da Montefiascone, portando una croce di legno di 8 piedi con un messaggio di tolleranza zero e distribuendo volantini che esortano i residenti lungo la strada, a denunciare gli abusi del clero alle autorità civili locali e a promuovere il loro messaggio e le attività previste a Roma.
Attraverseranno le città di Viterbo, Caprarola, Sutri, Campagnano di Roma, Isola Farnese fino a Roma.
di Federico Tullli – Dal 2002 i seminari dove i futuri preti si formano al sacerdozio sono sotto stretta sorveglianza della Santa Sede, sull’onda degli scandali che colpirono la Diocesi di Boston in seguito al cosiddetto e ben noto caso “Spotlight”. Da tutte le più grandi inchieste indipendenti sulla diffusione della pedofilia nel clero è emerso che è in questi contesti “chiusi” che si verificano molte delle violenze compiute da sacerdoti o seminaristi adulti nei confronti di minori.
L’Italia non fa eccezione. Basti citare il caso di don Bertagna, reo confesso di 37 “abusi” di cui circa la metà compiuti quando era seminarista.
Per farsi un’idea ancora più precisa del contesto di cui stiamo parlando citiamo alcuni passaggi di un Rapporto della Commissione indipendente sulla pedofilia disposta dalla Conferenza episcopale americana. «Molti testimoni affermano che ai seminaristi è negato un normale sviluppo psicologico. Infatti alcuni, ordinati sui 25 anni, hanno la maturità emozionale di un adolescente. La mancanza di uno sviluppo psico-sessuale “normale” può aver impedito ad alcuni di raggiungere uno stato “celibatario” sano, e si può spiegare come alcuni abbiano ricercato la compagnia di adolescenti. La Commissione è colpita dal gran numero di coloro che lo affermano e ritiene che questo fenomeno sia una causa dell’incidenza degli abusi sessuali. Diverse diocesi Usa hanno chiuso i seminari minori».
Era il 2004 ma, come dicevamo, il problema è tuttora irrisolto anche da noi. Già perché sebbene sia la Santa Sede che l’Italia abbiano ratificato la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia del 1989 – aderendo quindi ai suoi articoli preliminari, laddove si vieta il “reclutamento” di minori fuori dall’ambiente familiare per consentire che si formino una personalità completa in ogni suo aspetto -, ancora oggi come documenta la Conferenza episcopale italiana (Cei) nel nostro Paese ci sono 73 seminari minori, vale a dire 50 in meno rispetto al 2007 ma ben 9 in più rispetto al 2010. In quell’anno il numero dei seminaristi minori, cioè di età compresa tra gli 11 e i 18 anni, «stando a dati ufficiali» della Cei era pari a 2.984. Cosa si aspetta a chiudere i seminari anche in Italia.
Francesco Zanardi – La Procura chiede di indagare a fondo sugli insabbiamenti della Chiesa nei casi di pedofilia
Il Pubblico Ministero presenta il suo rapporto annuale, in cui esorta gli alti procuratori spagnoli a valutare “la portata dell’accusa” ai rappresentanti delle istituzioni religiose
La Procura generale dello Stato solleva la “necessità” di indagare a fondo sulle responsabilità della Chiesa cattolica nei casi di pedofilia commessi da membri dell’istituzione e di valutare “l’estensione dell’accusa a possibili comportamenti di insabbiamento da parte di rappresentanti di religioni, che avrebbero potuto essere eseguite prima della denuncia e da cui potrebbero derivare responsabilità sia penali che civili”.
L’azione della Procura generale sulla questione degli abusi nella Chiesa è iniziata nel gennaio dello scorso anno. Nel dicembre 2021, EL PAÍS ha consegnato al Vaticano e al presidente della Conferenza episcopale spagnola , cardinale Juan José Omella, un dossier con 251 casi di pedofilia, che ha costretto l’istituzione ad affrontare un’indagine interna all’inizio del 2022. L’inchiesta di questo giornale ha confermato che la Chiesa continua a mettere a tacere i casi di abuso di cui era a conoscenza e che il problema è l’opacità e l’inerzia. Pertanto, il 31 gennaio dello stesso anno, la Procura della Repubblica chiese alle procure superiori di tutta la Spagna di trasmettere tutti i procedimenti penali entro un termine di 10 giorni. denunce e denunce in corso di trattamento in materia di violenza sessuale e abuso su minori all’interno di congregazioni, scuole o qualsiasi istituzione religiosa. Il conteggio ammonta a 68 procedimenti aperti, anche se non è specificato quale abbia interessato la Chiesa cattolica e quale abbia interessato altri enti, come la Chiesa evangelica o i Testimoni di Geova.
Un totale di 167 casi negli ultimi anni
In assenza di un database ufficiale, El Pais ha contato 1.021 accusati di abusi all’interno della Chiesa e 2.190 vittime. La Conferenza Episcopale Spagnola attende tra qualche settimana che lo studio legale Cremades & Calvo-Sotelo consegni la verifica sugli abusi all’interno della Chiesa commissionata nel febbraio dello scorso anno. Allo stesso tempo, il Garante, su incarico del Congresso dei Deputati, sta portando avanti un’altra indagine sulla pedofilia ecclesiale, che si concluderà con la consegna dei risultati alla Camera.
Situazione paradossalmente simile a quella italiana, dove però in questo caso, è la Giustizia a favorire non indagando sul clero. Come in Spagna El Pais, lo scorso 15 aprile anche la Rete L’ABUSO ha comunicato ai fini preventivi alla Procura generale della Repubblica l’esistenza di ben 418 casi di sacerdoti potenzialmente pedofili, ma a differenza della Spagna, l’Italia ha omesso persino di acquisire i nominativi.
In attesa dell’indagine della Rete L’ABUSO sulla CEI, durata più di un anno e che sarà presentata prima del Sinodo al quale saremo presenti, ne “Gli speciali” di oggi a fine TG, il contro report delle vittime italiane, a quello CEI.
Fonte: El Pais
Pierelisa Rizzo – Processo per abusi all’Istituto Antonio Provolo
Il pubblico ministero ha chiesto 18 anni di carcere per due ex dipendenti dell’Istituto per bambini sordi e ipoudenti Antonio Próvolo, con sede in una cittadina argentina, accusati di aver facilitato l’abuso sessuale su minori. In quello che è il terzo processo che prova a fare luce su atti criminali commessi nella scuola per bambini con disabilità uditive, il procuratore di Mendoza, Alejandro Iturbe, ha chiesto a fine agosto scorso, che due imputati, l’ex rappresentante legale Graciela Pascual e la suora Asunción Martínez, siano condannati rispettivamente a 18 e 10 anni di carcere.
Lo scorso maggio di questanno il procuratore aveva già chiesto ai giudici della corte di condannare la suora giapponese Kumiko Kosaka a 25 anni di carcere per “abuso sessuale aggravato e corruzione di minori”. Per tutti e tre gli imputati è stata richiesta l’ interdizione dagli incarichi educativi e abitativi in cui siano coinvolti minorenni per almeno 10 anni.
Le accuse si riferiscono alle denunce di 10 ex studenti della scuola, vittime di abusi sessuali per un periodo di 12 anni.
Già nel novembre 2019, nel corso di un altro processo, due preti cattolici sono stati condannati a più di 40 anni di carcere ciascuno per avere abusato sessualmente alcuni bambini sordomuti.
Si tratta del sacerdote italiano Nicola Corradi, condannato a 42 anni di prigione e di quello argentino Horacio Corbacho, condannato a 45 anni di carcere, mentre il giardiniere del Provolo, Armando Gómez, è stato condannato a 18 anni per abusi sessuali.
In questo nuovo processo, sia Pascual che Martínez sono accusati di avere partecipato direttamente agli abusi, violando il dovere di diligenza nei confronti delle vittime.
Durante questo ultimo processo, iniziato il 3 maggio 2021, si sono svolte più di 300 udienze e state ascoltate più di 100 persone.
Il sacerdote Corbacho, riconosciuto colpevole di abuso carnale aggravato, è considerato il principale imputato, a causa del suo status gerarchico nell’istituto che gli avrebbe permesso, approfittando della sua convivenza con minorenni e del dovere di diligenza, di abusare dei ragazzi. Attualmente sta scontando la sua pena, mentre il sacerdote italiano Corradi, condannato a 42 anni, è morto in carcere il 14 luglio 2021, due anni dopo essere stato riconosciuto colpevole di 28 atti di abuso commessi tra il 2005 e il 2016 e più di 11 di violenza sessuale e tortura. Per la condanna di Gómez, il giardiniere del Provolo, condannato a soli 18 anni, ha pesato la sua diagnosi di ipoacusia e il suo analfabetismo, che hanno portato i giudici a concludere che ciò lo avrebbe reso facilmente influenzabile.
Il quarto imputato in quel processo, era il chierichetto Jorge Bordón, che accettò il patteggiamento dopo aver riconosciuto la sua complicità e il suo coinvolgimento in 11 casi di abuso sessuale. È stato condannato a 10 anni di carcere dopo che è stato raggiunto un accordo tra avvocati difensori e pubblici ministeri.
Pierelisa Rizzo
Fonte– TEMPI/PERFIL
Federica Tourn – La Svizzera documenta mille abusi sessuali nella Chiesa cattolica negli ultimi 70 anni
Dal 1950 ad oggi ci sono stati più di mille casi di abuso sessuale nella Chiesa cattolica in Svizzera, come documenta uno studio senza precedenti del dipartimento di storia dell’Università di Zurigo. Si ritiene che questa sia solo la punta dell’iceberg poiché la maggior parte dei casi non è stata denunciata e i documenti sono stati distrutti.
Lo studio, presentato il 12 settembre, costituisce la prima fase di una ricerca commissionata da tre organismi cattolici tra cui la Conferenza dei vescovi svizzeri. Questo progetto pilota ha coinvolto tutte le diocesi, le strutture di diritto ecclesiastico pubblico e le comunità religiose del Paese e per la prima volta i ricercatori hanno avuto accesso a quasi tutti gli archivi ecclesiastici.
I dati parlano di 1002 casi di abuso sessuale. Le vittime sono almeno 921, di cui il 74% minorenni, il 14% adulti e il 12% persone di età sconosciuta. I responsabili delle violenze sono 510, quasi tutti maschi. La stragrande maggioranza degli abusi è stata commessa nel contesto della pastorale. Ciò avveniva soprattutto in situazioni di confessione, di servizio come chierichetti, di insegnamento religioso o anche di attività con gruppi di bambini o adolescenti.
Il secondo ambito interessato dagli abusi sessuali è quello della formazione e dell’assistenza sociale. Pertanto, circa il 30% dei casi ha avuto luogo in case, scuole e collegi cattolici o altri istituti ecclesiastici. Gli ordini religiosi e le nuove comunità costituiscono la terza area con meno del 2% dei casi documentati.
Inoltre, gli storici hanno potuto provare la distruzione di documenti in due diocesi e numerosi casi di insabbiamento; le sanzioni per i responsabili degli abusi erano inesistenti o molto lievi. La Chiesa cattolica trasferiva abitualmente i chierici accusati e condannati, a volte anche all’estero, nel tentativo di evitare procedimenti penali civili e garantire la riassegnazione dei chierici.
L’Università di Zurigo proseguirà e amplierà il suo lavoro dal 2024 alla fine del 2026, per stabilire la reale portata degli abusi, la responsabilità dello Stato nella collocazione dei minori e i legami specifici fra Chiesa cattolica e abusi.
Fonte: Rts (Radio Télévision Suisse)
Ludovica Eugenio – Legionari di Cristo, un “ambiente favorevole agli abusi”: la denuncia di 32 ex consacrate
Due cause sono state intentate in Cile a giugno e ad agosto da due ex studenti, una donna e un uomo, contro i Legionari di Cristo per insabbiamenti e abusi sessuali, di potere e di coscienza avvenuti in due scuole della congregazione religiosa messicana, fondata dal prete pedofilo e tossicomane p. Marcial Maciel, storico amico di papa Wojtyla.
Già dopo l’esplosione del primo caso 32 ex consacrate di Regnum Christi, il movimento di apostolato dei Legionari, hanno diffuso una lettera aperta, pubblicata il 5 settembre dal quotidiano cileno La Tercera, in cui confermano il clima abusante della congregazione.
“Siamo state sottoposte a un ambiente in cui l’abuso di potere e di coscienza era comune e in cui le aggressioni sessuali descritte nella denuncia si sarebbero potute certamente verificare”, affermano le ex consacrate, che provengono da vari Paesi dell’America Latina e si firmano con nome e cognome. Descrivendo un contesto favorevole agli abusi, definiscono le regole imposte dai Legionari “disumane e dannose”, e spiegano di averle rispettate perché convinte dai superiori che “provenissero da Dio stesso”.
Non sarebbero dunque casi isolati quelli denunciati, ma sintomo di un sistema in cui, scrivono,“Il fondatore, sotto le spoglie di un leader carismatico, venerato e indiscutibile, era un noto pedofilo e tossicodipendente, che utilizzava identità multiple attraverso documenti falsi”. E raccontano: a tutti i superiori si doveva venerazione, rinunciando «al proprio giudizio come atto di totale abnegazione, come indicato negli Statuti”; essi monitoravano la gestione del tempo dei membri, controllandone l’attività; vigeva il divieto di condividere con altri i propri pensieri, dentro e fuori la comunità. Avere amici era considerato “essere infedeli a Dio”; era vietato l’accesso alla stampa, ai media e alle pubblicazioni, ad eccezione di notizie selezionate; i documenti personali venivano conservati dai superiori.
“Speriamo che sia fatta giustizia, concludono le ex consacrate, nel rispetto della presunzione di innocenza e dei giusti processi. Ma speriamo anche che il potere non corrompa la giustizia e che la verità – e solo la verità – venga alla luce”.
Federico Tulli – I seminari dell’orrore
Dal 2002 i seminari dove i futuri preti si formano al sacerdozio sono sotto stretta sorveglianza della Santa Sede, sull’onda degli scandali che colpirono la Diocesi di Boston in seguito al cosiddetto e ben noto caso “Spotlight”. Da tutte le più grandi inchieste indipendenti sulla diffusione della pedofilia nel clero è emerso che è in questi contesti “chiusi” che si verificano molte delle violenze compiute da sacerdoti o seminaristi adulti nei confronti di minori.
L’Italia non fa eccezione. Basti citare il caso di don Bertagna, reo confesso di 37 “abusi” di cui circa la metà compiuti quando era seminarista.
Per farsi un’idea ancora più precisa del contesto di cui stiamo parlando citiamo alcuni passaggi di un Rapporto della Commissione indipendente sulla pedofilia disposta dalla Conferenza episcopale americana. «Molti testimoni affermano che ai seminaristi è negato un normale sviluppo psicologico. Infatti alcuni, ordinati sui 25 anni, hanno la maturità emozionale di un adolescente. La mancanza di uno sviluppo psico-sessuale “normale” può aver impedito ad alcuni di raggiungere uno stato “celibatario” sano, e si può spiegare come alcuni abbiano ricercato la compagnia di adolescenti. La Commissione è colpita dal gran numero di coloro che lo affermano e ritiene che questo fenomeno sia una causa dell’incidenza degli abusi sessuali. Diverse diocesi Usa hanno chiuso i seminari minori».
Era il 2004 ma, come dicevamo, il problema è tuttora irrisolto anche da noi. Già perché sebbene sia la Santa Sede che l’Italia abbiano ratificato la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia del 1989 – aderendo quindi ai suoi articoli preliminari, laddove si vieta il “reclutamento” di minori fuori dall’ambiente familiare per consentire che si formino una personalità completa in ogni suo aspetto -, ancora oggi come documenta la Conferenza episcopale italiana (Cei) nel nostro Paese ci sono 73 seminari minori, vale a dire 50 in meno rispetto al 2007 ma ben 9 in più rispetto al 2010. In quell’anno il numero dei seminaristi minori, cioè di età compresa tra gli 11 e i 18 anni, «stando a dati ufficiali» della Cei era pari a 2.984. Cosa si aspetta a chiudere i seminari anche in Italia.
Premessa al REPORT SULLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Abbiamo escluso dal rapporto tutti i casi precedenti al 2010, una trentina.
Non sono completi oltre che sporadici, in quanto antecedenti alla creazione della Rete e documentati indirettamente.
332 casi a campione, un numero eccellente anche a livello statistico che ci ha costretti dopo lo spoglio a questa premessa sui “I DATI CHE ARRIVANO DALLE DIOCESI ITALIANE” attraverso i sopravvissuti.
Al fine di non ripetere nel corso dell’esposizione questo dato, che sarà quindi sistematicamente sottointeso in quanto presente in tutti i 332 fascicoli in nostro possesso e esaminati;
nel 100% dei casi la chiesa non ha reso giustizia neppure alla vittima;
nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana;
nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato;
nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della chiesa, tranne che in quei casi (circa l’8-10%) dove c’è stato l’interesse della chiesa ad un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indignitosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare.
Queste prime premesse che emergono sistematiche da tutte le 332 schede, in Italia trovano fondatezza anche sugli organi di informazione, particolarmente propensi nella penisola a queste notizie incensanti verso la chiesa.
Ebbene, malgrado ciò nemmeno la cronaca italiana documenta un solo caso contrario ai dati in premessa.
SCENA MUTA CEI – Suetta invoca la censura alla stampa locale, subito in “camera caritatis”…
San Remo NEWS, dopo la nostra segnalazione a Pietro Zampedroni si tutela e pubblica un comunicato.
…ma ne omette (come la diocesi) il probabile contesto censurato dai media che imperversa da settimane, per il quale la FAKE è stata prodotta.
Rinuncia persino (per quanto noto al momento) alla querela per diffamazione alle autorità civili, utile a risalire all’autore della FAKE diffamatoria ai danni della Testata e della Diocesi di San Remo. Silente quanto la stampa locale.
Il comunicato costretto dalle circostanze di SanremoNews.
“Paese in rivolta per il trasferimento del parroco: dopo la raccolta di firme ora le fake news”
“Da qualche giorno circola una falsa notizia, con la grafica di SanremoNews, per annunciare una presunta visita del presidente della CEI Matteo Maria Zuppi“
“Dopo la raccolta firme arrivano anche le fake news. Da qualche giorno sta circolando in rete una finta notizia di SanremoNews in merito a una presunta visita del presidente della CEI Matteo Maria Zuppi per dirimere la questione del trasferimento di Don Angelo Moioli. Finta la notizia, finto il titolo, finta anche la “nota” della Santa Sede che viene citata.
Vero è che la decisione del vescovo Antonio Suetta di trasferire il parroco badalucchese ha scatenato la protesta di gran parte degli abitanti, tanto che la raccolta firme ha avuto una grande adesione in paese. Ma nulla c’è di vero nella fake news che sta girando da qualche giorno, è stata creata ad arte.
Il titolo recita “Il Papa invia il cardinale Zuppi a Badalucco: “Una visita per raggiungere il giusto accordo per Don Angelo”” con una grafica identica a quella utilizzata dal nostro giornale.
Nel testo, invece, si legge: “Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, sarà ospite a Badalucco nei prossimi giorni quale inviato del Sano Padre Francesco. Lo ha confermato la Santa Sede in un comunicato diffuso questa mattina. La Diocesi ha riferito che al momento non è previsto un incontro tra Zuppi e il vescovo Mons. Antonio Suetta. ““Si tratta di una iniziativa che ha come scopo principale quello di ascoltare accuratamente la popolazione badalucchese circa le possibili vie per raggiungere un giusto accordo per il trasferimento di Don Angelo Moioli e in questo modo allentare le tensioni”, si legge nella nota della Santa Sede”.
Niente di vero, della notizia non c’è traccia. Giusto, quindi, avvisare i nostri lettori onde evitare che circolino notizie false nel nome di SanremoNews. In merito saranno effettuate tutte le verifiche del caso anche di concerto con l’ufficio stampa della Santa Sede.”
Di Francesco Bertolucci – »Cosa vogliono fare Ue e Onu per fermare la violenza sessuale sui minori da parte degli ecclesiastici in Italia? « È la domanda che si pone Francesco Zanardi di Rete L’Abuso in una petizione presentata ai due organi sovranazionali. In Italia non esiste una commissione indipendente che registri il numero di persone colpite, come accade in Germania, Francia e Portogallo. Potrebbe essere il numero più alto mai registrato al mondo, e lo Stato italiano “farebbe finta di non sapere”, spiega Zanardi. Cosa intendono fare allora le due organizzazioni per “risolvere il problema italiano” e costringere l’Italia a “proteggere i minori dalla violenza sessuale, in particolare dagli abusi nelle chiese”?
A metà febbraio di quest’anno, l’associazione ha inviato un rapporto urgente alla Procura Generale e alla polizia, denunciando la situazione. «L’abbiamo fatto», spiega Zanardi, «perché in Italia non c’è un’inchiesta governativa che renda conto della portata del problema». Secondo il rapporto, in Italia ci sono 418 preti pedofili sparsi nella penisola, che rappresentano un numero potenziale di 30.000 vittime. “Tuttavia, questi dati non sono vincolanti in quanto il periodo di riferimento è di circa 13 anni e si basano sui reclami raccolti. Una possibile stima, basata su calcoli di altre organizzazioni straniere, va da 50.000 a oltre un milione di vittime, il numero più alto mai registrato a livello mondiale”.
Oltre al rapporto di Rete L’Abuso, l’unico altro rapporto ufficiale è quello preparato e pubblicato nel novembre 2022 dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) sulla pedofilia nel clero italiano. Per il periodo dal 2020 al 2021 vi sono state registrate 89 vittime di 68 chierici. «A parte il fatto che più di un quarto delle diocesi non ha fornito dati, è ridicolo e non ha senso riferirsi solo al 2020/21», dice Michelangelo Ventura di Noi Siamo Chiesa, associazione che fa parte di Italy Church Too, un coordinamento contro la violenza nella chiesa. “Dovrebbero rendere accessibili gli archivi degli ultimi 50 anni e affidare le indagini a commissioni indipendenti”, chiede Ventura.
Come è avvenuto, ad esempio, in Germania, Francia e Portogallo. Nei tre Paesi europei commissioni indipendenti hanno indagato su migliaia di casi, anche grazie all’apertura degli archivi da parte della Chiesa. In Portogallo, dove ora ci sono circa 4.000 sacerdoti, la commissione indipendente coordinata dal neuropsichiatra infantile Pedro Strecht ha registrato un “numero minimo” di 4.815 vittime tra il 1950 e il 2022. In Germania, invece, secondo la commissione delle Università di Mannheim, Heidelberg e Giessen, tra il 1946 e il 2014 3.677 minori hanno subito violenze sessuali da parte di 1.670 ecclesiastici, che corrispondono al 4,4 per cento del clero tedesco. La Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa francese (Ciase), presieduta dall’ex vicepresidente del Consiglio di Stato Jean-Marc Sauvé, è giunto alla conclusione alla fine del 2021 che negli ultimi 70 anni il tre per cento del numero totale stimato di preti francesi aveva commesso violenze pedofile. Ciò equivale a circa 3.000 sacerdoti con una media di 72 vittime per sacerdote e un numero potenziale di 216.000 vittime.
Oggi in Francia ci sono circa 14.000 sacerdoti, rispetto ai circa 29.000 del 1995. In Germania, il numero è sceso da circa 18.000 nel 1997 a 12.000 oggi. In Italia, il Paese con più sacerdoti al mondo, il numero è sceso dai circa 50.000 dei primi anni 2000 (compresi sacerdoti diocesani e religiosi) ai circa 43.000 di oggi (compresi i diaconi permanenti). È difficile fare ipotesi sul numero di persone colpite dalla violenza, ma statisticamente c’è poco da accontentarsi. Per ottenere chiarezza, dovresti sollevare il coperchio. “In Germania e in Francia la Chiesa ha istituito un fondo per le vittime rispettivamente di 40 e 20 milioni di euro”, ha proseguito Ventura.
La Chiesa è testarda
Lorenzo Ghizzoni, presidente dell’Ufficio per la tutela dei minori della Cei, ha detto al convegno “Dalla parte delle vittime” del 19 novembre alla Pontificia Università Lateranense che organismi di ricerca indipendenti “hanno fatto del male” e che “non istituiremo una commissione nazionale formata da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa”. Non faranno “proiezioni o campionature di dati, come si fa in altri ambiti ecclesiali, con numeri che fanno piacere a chi vuole seminare zizzania”, e hanno precisato che il caso di “un prete che abusa una sola volta, magari perché ubriaco o perché provocato in situazioni provocatorie, non è così grave come quello di un molestatore seriale”.
La chiesa italiana dovrebbe fare quello che hanno fatto le chiese tedesca, portoghese e francese: aprire gli archivi e consegnarli a una commissione indipendente. La richiesta di un fondo a favore delle vittime e l’introduzione obbligatoria di un certificato antipedofilia anche per sacerdoti e volontari che lavorano nella chiesa, come previsto dalla Convenzione di Lanzarote adottata dal Consiglio d’Europa e ratificata dal governo italiano, sono altri due punti della petizione di Rete L’Abuso.
Inoltre, c’è la richiesta di un’estensione dell’obbligo di denuncia e dell’abolizione della prescrizione, come sta già accadendo in altri Paesi – “uno dei nostri grandi problemi”, spiega Zanardi. Alcuni esperti affermano che solo il dieci per cento delle persone colpite sporge denuncia. Di per sé, questo sarebbe già un numero che lascia spazio a un gigantesco numero potenziale di casi non denunciati. «Aggiungete a ciò il fatto che possono volerci molti anni prima che la persona abusata si renda conto di aver subito abusi», spiega l’avvocato Mario Caligiuri, specializzato in questi casi e che lavora a Rete L’Abuso. Il fatto che in Italia un delitto violento possa cadere in prescrizione se non viene denunciato è una spada di Damocle sospesa sulla testa delle vittime. Poi ci sarebbe il problema dei referenti diocesani, allestito dalla chiesa come luogo di ascolto. “Una buona cosa in realtà”, dice Caliguri. “Ma è una politica che equivale a una scusa per l’efficienza della chiesa, che sola può controllare e affrontare questo fenomeno.” Ma la chiesa non può essere lasciata sola ad affrontare questi crimini. E lo Stato italiano fa “come se non sapesse niente”.
La maggior parte delle denunce delle vittime inizia con “l’ho denunciato alla parrocchia”, come ha detto una ragazza sarda, oppure “mi sono alzata e sono andata al referente diocesano”, come ha messo a verbale un ragazzo siciliano. «Non che sia brutto dirlo alla parrocchia, ma nessuno di loro va direttamente dai carabinieri», puntualizza Caliguri. Una soluzione “interna” che è al vaglio anche del Vaticano: il “Motu proprio Vos Estis Lux Mundi” di papa Francesco del 2019 sancisce l’obbligo di “denunciare immediatamente gli abusi al funzionario ecclesiastico”, ma non alla magistratura italiana. “La chiesa insiste nel non rendere obbligatoria la denuncia alle autorità civili”, ha detto l’avvocato, “ma se vogliono guadagnare credibilità, sarebbe il primo
«Nelle diocesi», aggiunge Zanardi, che ha vissuto in prima persona violenze sessualizzate a undici anni, «le testimonianze vengono raccolte con l’accordo di non pubblicare i dati». “Ci si va in nome di Dio, ma in realtà finisce tutto negli archivi delle diocesi. E non te ne daranno una copia. C’è un avvocato della chiesa nell’archivio che spesso copre tutto o che può quindi utilizzare le tue dichiarazioni in tribunale. Non sei obbligato a segnalarlo, lo stai gestendo internamente.
dopo la violenza
Una denuncia prima alla chiesa e poi ai tribunali viene fatta per motivi psicologici. Il prete è una figura autoritaria di cui la vittima si fida ciecamente, così come si fidano di lui i genitori. “Il trauma derivante dalla violenza sessualizzata”, spiega Sara Simona Racalbuto, psicologa clinica e psicoterapeuta del Poliambulatorio Bambi dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, “trova il suo potere distruttivo nelle relazioni in cui l’uomo tende per natura a fidarsi e affidarsi”. L’aggravante dal punto di vista psicologico è proprio la confusione “che nasce da questo tipo di rapporto, in cui la vittima si sente in colpa ed è emotivamente attaccata all’autore del reato’. Esiste un patto non esplicito per tradire l’autore e anche i genitori o altri tutori adulti che non sono autori.
«Certamente», sottolinea Zanardi, «c’è il problema dei Patti Lateranensi che Mussolini stabilì nel 1929. Esse affermano essenzialmente che interrogato da un giudice su un delitto commesso da un suo sacerdote, il vescovo ha il diritto di non rispondere se ritiene che la questione sia riservata al suo ufficio. Ci dovrebbe essere l’obbligo di terminare e modificare i Patti Lateranensi”.
In particolare, Zanardi fa riferimento all’articolo 4 dei Patti Lateranensi, che testualmente recita: “Gli ecclesiastici non saranno tenuti dai giudici o da qualsiasi altra autorità a fornire informazioni su persone o cose di cui abbiano conoscenza in virtù del loro ministero”. “La Costituzione – precisa Piercamillo Davigo, già Presidente della 2a Sezione di primo grado della Suprema Corte di cassazione ed ex componente del Consiglio superiore della magistratura – affermava che le modifiche consensuali ai Patti Lateranensi non richiedono modifiche costituzionali. Quindi chi non ha un accordo ha bisogno di una procedura di revisione costituzionale”.
Poiché gli ecclesiastici non sono né dipendenti pubblici né incaricati di pubbliche cariche, l’obbligo di denunciare i reati contro la persona non li riguarda. L’ex giudice e sostituto procuratore del tribunale di Milano, Piero Forno, divenuto noto come il “procuratore minori”, ritiene dunque che la violenza sessuale sui minori debba appartenere alla categoria dei reati “che ogni cittadino deve denunciare se ne viene a conoscenza”. Non è come “dobbiamo inventare qualcosa”, spiega. “Non ci resta che modificare l’articolo 364 del codice penale”, che recita: Il cittadino che, dopo essere stato condannato per un delitto contro la personalità dello Stato (delitti diretti a violare la sicurezza dello Stato, l’ordine costituzionale e le forme istituzionali che li attuano,jW ) per i quali la legge prevede la pena di morte o l’ergastolo non lo denuncia immediatamente alle autorità sarà punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 a 1.032 euro.
“Basterebbe aggiungere all’articolo qualcosa come ‘reati contro i minori’, cioè H. violenza o abuso sessuale”, spiega Forno, riferendosi alla Francia. “Il cardinale Philippe Barbarin è stato condannato lì e poi è scaduta la prescrizione per aver coperto un parroco che ha molestato un centinaio di ragazzi nella sua parrocchia. Lo sapeva, lo ha catturato e trasferito. In quanto cittadino, però, aveva il dovere di denunciarlo. In Italia non esiste tale obbligo». Così facendo, non violerebbe nemmeno il cosiddetto segreto professionale, tutelato dall’articolo 200 del codice di procedura penale. Afferma che i sacerdoti non possono essere costretti dalle comunità religiose a testimoniare su ciò che sanno a causa del loro ufficio. Forno quindi vede l’unica via istituire “un principio generale del cittadino”. Perché poi è «difficile per un sacerdote affidarsi al segreto professionale. Il segreto professionale è essenzialmente legato al sacramento della confessione. Non ci sono eccezioni. Se vado a confessare un delitto, per quanto grave, non può dire: vado dai carabinieri. La legge non prevede alcun obbligo». L’unica possibilità sarebbe quella di obbligare tutti i cittadini non solo a denunciare reati contro la personalità dello Stato, ma anche abusi e violenze sessualizzate sui minori.