Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • Papa Francesco “spreta” il parroco che aveva abusato di una bimba a Prato: sorpreso in auto con la vittima

    Papa Francesco “spreta” il parroco che aveva abusato di una bimba a Prato: sorpreso in auto con la vittima

    di Franca Giansoldati

    Papa Francesco ha dimesso dallo stato clericale il prete pedofilo 72enne che era stato condannato dal Tribunale civile di Prato per violenza sessuale su una bambina di dieci anni. La Congregazione per la Dottrina della Fede ha reso noto che Paolo Glaentzer, sacerdote incardinato nella diocesi di Sabina-Poggio Mirteto, in Lazio, già amministratore parrocchiale della parrocchia di San Rufignano a Sommaia, in provincia di Firenze,  è stato giudicato e punito anche dal tribunale ecclesiastico. Un provvedimento canonico arrivato (ancora una volta) solo dopo che l’abuso era stato denunciato grazie al lavoro di magistrati e carabinieri.

    Il tribunale di Prato l’anno scorso aveva condannato a quattro anni e quattro mesi di reclusione don Paolo Glaentzer, accusato di violenza sessuale su una bambina. La sentenza al termine del giudizio, con rito abbreviato, si era svolta davanti al gup di Prato che aveva stabilito anche un risarcimento di 50mila euro per la minore. La procura aveva chiesto una condanna a 5 anni di reclusione.

    Glaentzer era stato arrestato nel 2018 dopo che era stato sorpreso in auto con la piccola. Il parroco era stato messo agli arresti domiciliari nella sua casa a Bagni di Lucca. Il parroco aveva rischiato anche il linciaggio che era stato evitato solo grazie all’intervento dei carabinieri.

    La sentenza civile prevede tra le pene accessorie il divieto di insegnare a minori e quello di avvicinarsi a luoghi di aggregazione giovanili.

    Durante il procedimento il prelato, per il quale la difesa aveva chiesto la richiesta di una perizia psichiatrica per verificare un’eventuale incapacità di intendere e volere, si era difeso dicendo che i suoi erano solo dei gesti d”affetto e che non credeva che la bimba fosse così piccola. Durante il procedimento è emerso che non era la prima volta che si appartava con la piccola, figlia di una famiglia con forti difficoltà.

    La parrocchia dove prestava servizio Glaentzer fa parte della diocesi di Firenze, che si era costituita parte civile nel processo. Resta da capire se la Chiesa in passato aveva avuto segnalazioni sul comportamento di questo ex parroco e perchè qeusto sacerdote era stato spostato da una diocesi all’altra, visto che era stato incardinato a Sabina Poggio Mirteto.

    In passato era prassi frequente trasferire il parroco pedofilo da una parrocchia all’altra, da una diocesi all’altra.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/prete_abusi_prato_papa_francesco_rimuove-5042364.html

  • Il Papa dimette dal clero il prete pedofilo

    Il Papa dimette dal clero il prete pedofilo

    ROMA — Papa Francesco ha deciso: lascia la tonaca Paolo Glaentzer, sacerdote della diocesi suburbicaria di Sabina-Poggio Mirteto e amministratore della parrocchia di San Rufignano a Sommario, condannato nel marzo 2019 a quattro anni e quattro mesi di carcere dal tribunale fiorentino per gli abusi sessuali commessi su una bambina di undici anni (vedi qui sotto gli articoli collegati).

    Ad annunciare la decisione del Papa di imporre a Glaentzer “la dimissione dallo stato clericale” è stata la Congregazione per la Dottrina della Fede e la Diocesi di Firenze ha diffuso la notizia.

    https://www.toscanamedianews.it/roma-il-papa-dimette-il-parroco-pedofilo.htm

  • Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

    Verso il processo le vittime del prete pedofilo libanese. In veste di accusate

    40135 ROMA-ADISTA. Marilène Ghanem e le altre sopravvissute agli abusi di Mansour Labaki, prete maronita incardinato a Beirut e “orco” di bambine e adolescenti, sono ancora lì, a lottare perché sia riconosciuto loro l’onore di donne e di persone, e siano ristabiliti nei loro confronti la giustizia e il pieno diritto a non essere considerate alla stregua di meretrici, come ha lasciato intendere il difensore di Labaki, Antoine Akl, intervenendo telefonicamente durante l’intervista a Ghanem nella trasmissione televisiva, Ana Héik (Sono così, 29/1/20). La loro riabilitazione sociale può venire dal pieno riconoscimento della colpevolezza di Labaki sia all’interno della Chiesa maronita, con la dimissione del prete dallo stato clericale, sia a livello di giustizia civile. Ma, colmo della beffa e della mistificazione, le sopravvissute libanesi il 16 marzo avranno sì modo di comparire davanti ai giudici, ma in un processo intentato (nel maggio 2014) contro di loro da Labaki con l’accusa di complotto ai suoi danni. Adista segue la vicenda dal 2013, n. 34; e poi con i nn. 19/14, 13 e 17/16. Nei nn. 23/16 e 10/19, è Marilène in prima persona a raccontare il dramma della violenza personale e sociale subita e della giustizia negata.

    Eppure il prete maronita, oggi 80enne, è stato riconosciuto «colpevole» dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (sezione di Parigi) di «due capi di imputazione, cioè i delitti contra sextum», abusi sessuali, «verso tre minori» e «il crimen sollicitationis durante la confessione di una della vittime». Il Decreto (protocollo n. 648/2011) della Congregazione, datato 23 aprile 2012 (giudizio confermato il 19 giugno 2013), lo ha condannato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo di ritiro deciso dal Vescovo in accordo con la Congregazione» vaticana; alla «privazione di tutti gli uffici ecclesiastici»; alla «interdizione della celebrazione dei sacramenti coram populo, cioè in pubblico», eucarestia in primis; e alla «interdizione di assumere qualsiasi direzione spirituale, di partecipare a manifestazioni pubbliche o mediatiche (conferenze, apparizioni alla televisione, celebrazioni…), come di prendere contatto con i media o con le vittime». Il Decreto si chiude con una «precetto penale»: «in caso di grave violazione delle pene summenzionate, gli sarà applicata la “scomunica minore” il tempo necessario alla piena osservanza delle pene». Le autorità ecclesiastiche non hanno mai vegliato sull’applicazione delle pene previste: Labaki le ha in vario modo disattese, fino al punto da intentare causa alle sue vittime, pur non avendone facoltà perché sotto punizione.

    Le amicizie che contano

    La condanna non è tornata a vantaggio delle vittime, anche perché non è mai stata resa pubblica. Labaki, considerato il Marcial Maciel del Libano, in riferimento all’abusatore seriale fondatore dei Legionari di Cristo, è d’altronde un abile manipolatore e non si è fatto mettere con le spalle al muro, facendo leva sulle amicizie autorevoli e potenti di cui gode, a partire dal patriarca maronita card. Béchara Boutros Raï; amicizie anche complici, perché – c’è un “vaso di Pandora” colmo di abusi pronto a scoperchiarsi: il primo che denuncia Labaki, sarà denunciato, sintetizza Ghanem. Il quale Labaki può peraltro contare sul “buon nome” che s’è fatto, e sul lustro ricaduto sulla Chiesa libanese, con opere varie, fra le quali l’istituzione del “Foyer Notre-Dame du Sourire”, in Libano, e, in Francia, del “Foyer Notre-Dame-Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani. Foyer, quest’ultimo, che ha fornito all’orco “materiale” per continuare nel tipo di abusi già perpetrati in Libano (qui, anche su una sua nipote quattordicenne), tanto che è in corso in Francia, dal 2011, un processo che lo vede imputato di pedofilia, accusato da varie sopravvissute francesi. I magistrati francesi, non riuscendo ad ottenere mai la sua presenza al giudizio, hanno anche emesso contro l’orco libanese, nell’aprile 2016, un mandato di cattura internazionale. Senza risultato, bisogna dire.

    Il patriarca libanese sta dalla parte del prete pedofilo

    Secondo il cardinal patriarca Raï sarebbe in atto una «campagna diffamatoria» contro Labaki, e sarebbe dimostrata dal carteggio di circa 2mila e-mail intercorse privatamente tra le autorità ecclesiastiche e le vittime in cerca di giustizia. Tale documentazione è stata letteralmente rubata con l’ausilio di esperti hacker ed è servita al prete abusatore per citare in giudizio per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo avevano condannato (uno dei quali è Luis Ladaria, allora segretario della Congregazione della Dottrina della Fede e oggi prefetto della stessa), colpevoli, a dire dell’“orco”, di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe, di volta in volta, nientemeno che la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

    Il “malloppo” di e-mail è stato consegnato, i primi di febbraio del 2016, dal patriarca Raï a papa Francesco «come prova di innocenza di Labaki». Secondo Raï, il prete abusatore sarebbe sotto attacco non per i crimini di pedofilia (il patriarca non ne tiene proprio conto), ma a motivo di una decisione d’autorità non gradita alle persone che l’hanno subita e che perciò avrebbero scatenato la guerra, dando il via, appunto, a una «campagna diffamatoria». Ecco infatti cosa dichiarò l’alto gerarca maronita il 18 marzo 2016, dopo l’incontro con Bergoglio, durante il discorso tenuto nella scuola di San Giuseppe a Aintoura: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche. Tutti i documenti (consegnati al papa, ndr) mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui». Della quale avrebbero evidentemente profittato, per distruggere il “poveruomo”, massoneria internazionale, sionismo e sette sataniche.

    Che in tutta la torbida vicenda papa Francesco sia stato manipolato si desume da un altro episodio: a marzo 2018, l’uscente ambasciatore del Libano presso la Santa Sede, Antoine Andari, ha scattato una foto del momento in cui Francesco dedicava una copia del suo libro Dio è giovane al prete abusatore, scrivendo: «Al padre Mansour Labaki con la mia benedizione. Francesco».

    Un mezzo mea culpa

    Il processo, nella cui udienza del 16 marzo prossimo verranno interrogate varie sopravvissute libanesi per rispondere all’accusa di associazione a delinquere e falsa testimonianza – accusa rivolta anche contro l’allora monsignore o oggi cardinale Luis Ladaria –, non è praticamente mai iniziato: agli appuntamenti fissati dal tribunale, un paio l’anno dal 2014, l’accusa non si è mai presentata, costringendo il giudice a indicare una nuova data. Sicuramente l’accusa punterà al massimo sulla prova che giudca schiacciante, il carteggio delle e-mail.

    La difesa, invece, produrrà fra le prove una lettera del 2003 scritta a mano e firmata da Mansour Labaki, indirizzata a una donna-vittima, una lettera che è un mea culpa ma dai toni decisamente manipolatori: «Carissima XXXX, consapevole della sofferenza che ancora subisci a causa di un atteggiamento ambiguo che ho avuto verso di te 19 anni fa, quando sei venuta per offrire i tuoi servizi al Foyer di XXXX, vengo a chiedere il tuo perdono per la ferita che ti ho causato, quando ero completamente inconsapevole della portata di infelicità di un gesto che volevo paterno. Il mio carattere orientale esuberante può essersi prestato a confusione. Ma, carissima, eri così dolce, così pura, così bella, così sorridente che pensavo di aver visto in te una santa o addirittura la Beata Vergine. Strigendoti al mio cuore, ero certo di abbracciare una Santa-Teresa che tu rappresentavi per me. Come immaginare uno sbandamento? Non riesco ancora a immaginarlo. Stavo oscurando un fiore, tanto era luminoso il profumo della tua purezza! Ma, ecco, ora capisco che queste azioni ti hanno ferito. Oh! come sono dilaniato. E quando XXXX e XXXX sono venuti a chiedermi spiegazioni, diedi loro in coscienza la mia versione delle cose. Il che ha potuto far loro pensare che tu stessi mentendo. No mia cara! Non stavi mentendo. Stavi soffrendo. Ma ero ingenuo e in buona fede. Sono quindi responsabile del male che hai provato e che continui a vivere. Davanti a Dio e davanti a te, chiedo perdono e, dimmi, come vuoi che ripari? Spiritualmente, dirò molte messe e preghiere per te affinché tu possa trovare la pace del cuore, e per me affinché io comprenda e mi converta».

    Per anni e con tutti i ricorsi possibili e immaginabili a vescovi e al Vaticano, le vittime lottano perché sia resa loro giustizia e perché l’opinione pubblica sia resa consapevole della cultura della predazione che vige invitta nel loro Paese (e non solo). Per questo chiedono, fra l’altro, che Labaki sia dimesso dallo stato clericale e che sia pubblicizzato il provvedimento, e che si indaghi sulle autorità ecclesiastiche che hanno coperto i suoi crimini, a partire dai vescovi di Beirut che si sono succeduti negli anni.

    https://www.adista.it/articolo/62887

  • In Vaticano, tabù sugli abusi sessuali nei confronti delle suore

    In Vaticano, tabù sugli abusi sessuali nei confronti delle suore

    Gli abusi, sia sessuali che di potere, commessi contro le suore all’interno della Chiesa cattolica costituiscono una questione spinosa non  ancora doverosamente affrontata dal Vaticano, al contrario di quella riguardante gli abusi sessuali di minori che negli ultimi decenni ha scatenato una delle sue maggiori crisi.
    Il supplemento mensile femminile de L’Osservatore Romano riguarda proprio le condizioni di vita dei religiosi nella Chiesa con un panorama devastante di abusi e sfruttamento del lavoro.

    Vi sono casi da esaurimento per il lavoro e da stress post-traumatico, un problema che fino ad ora era stato un tabù. In un’intervista, il Prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, il cardinale João Braz de Aviz, ammette l’esistenza di casi di abuso di religiosi da parte di sacerdoti e delle relative indagini, attualmente in corso. Se le vittime di questo tipo di crimine sono le religiose, le denunce sono gestite dagli stessi Istituti, a differenza degli abusi su minori, su laici o seminaristi, trattati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Quando si tratta di suore, mancano norme precise su come procedere e protocolli di prevenzione aggiornati.

    Iniziano a emergere casi di abusi sessuali nei confronti delle suore, un fenomeno che è rimasto per moltissimo tempo nascosto. Sull’ argomento papa Francesco ha chiesto “trasparenza totale” nei casi di violenza sessuale contro le suore. Braz de Aviz ha dichiarato: “Quando l’autorità viene interpretata come potere e non come servizio, può portare a situazioni dolorose….. Siamo di fronte a persone ferite con le quali dobbiamo ricostruire un rapporto di fiducia”.

    La rivista vaticana Women, World, Church in passato ha denunciato abusi e sfruttamenti sulle suore, affrontando anche il problema dello stress post-traumatico che colpisce un gran numero di religiosi. La questione è stata discussa durante l’ultima riunione dell’Unione Internazionale dei Superiori Generali (UISG), con la decisione di istituire una commissione internazionale per studiare il fenomeno nei prossimi tre anni e proporre misure per risolverlo.
    Sono allo studio “linee guida” per definire doveri e diritti nei luoghi di lavoro ed ogni religioso dovrà assumere una sorta di codice di condotta. Si dovrà investire nel benessere delle suore e concedere loro due settimane di ferie, una retribuzione, una situazione abitativa dignitosa, l’accesso a internet.
    L’abuso sessuale all’interno delle congregazioni religiose non è un fenomeno nuovo o recente. Cominciarono a essere denunciati negli anni novanta e, già nel 1995, la religiosa Maura O’Donohue presentò un rapporto di un panorama desolante, specialmente in Africa, con casi di novizi violentati da sacerdoti.

  • Come una tanica di rifiuti tossici – benvenuti nella chiesa di Roma

    Come una tanica di rifiuti tossici – benvenuti nella chiesa di Roma

    “Noi siamo un’officina, non siamo uno sfasciacarrozze. Chi vuole rottamare la macchina non ha bisogno di venire da noi”. Così Marco Ermes Luparia, 69 anni, diacono e psicoterapeuta, descrive la sua équipe di 5 persone che da più di 20 anni accoglie e segue a Roma in un percorso di sostegno religiosi colpiti da vari problemi psicologici e comportamentali. Tra questi, quello della pedofilia.
    Marco Ermes Luparia parla del suo lavoro come di un lavoro “di pronto soccorso, in trincea”: opera al Divino Amore, un centro che ospita religiosi che arrivano da varie parti d’Italia e dall’estero. “In venticinque anni abbiamo visto passare centinaia di religiosi. Problemi di burn out, di immaturità, crisi vocazionale: la lista è lunga e ci occupiamo anche di casi di pedofilia” spiega.
    Se il prete finisce in cella, finisce la terapia
    Un percorso che, a prescindere dalla sua efficacia, durante il suo sviluppo incontra un ostacolo. Quando il prete viene condannato e condotto in carcere, la terapia si inceppa. “In prigione non possiamo entrare” spiega Don Luparia. Ad oggi né lo Stato italiano né la Chiesa prevedono una prassi ufficiale per controllare e offrire un percorso psicologico a chi esce dal carcere dopo avere scontato una pena per abusi sessuali sui bambini.
    Dopo il carcere, i preti diventano senzatetto
    “Nella maggior parte dei casi questi preti dopo il carcere diventano senzatetto – spiega Luparia – noi anche dopo cerchiamo di portare avanti la terapia. Certo deve volerlo il prete, e deve essere aiutato dal vescovo. C’è un numero consistente di sacerdoti che hanno fatto terapia con noi e che ora non sono più preti: per loro sogniamo un convento per permettergli di vivere una vita dignitosa e che sarebbe un valore aggiunto per tutta la società; non parleremmo più infatti di possibili schegge impazzite. Vale per i terroristi, vale per gli assassini la possibilità di vivere una vita dignitosa, perché non dovrebbe valere anche per i preti pedofili?” chiede Luparia.
    Estratto dall’articolo “Dove si curano i preti pedofili” – Euronews

    Di Francesco Zanardi

    Sono il fondatore della Rete L’ABUSO, ma sono anche una vittima che nel suo ruolo di Presidente, dopo dieci anni in trincea, ha perfetta conoscenza della situazione delle vittime in Italia. Ho dato un titolo forte a questo articolo “Come una tanica di rifiuti tossici”, ma penso si possa difficilmente contestare, neppure affermando che la chiesa è fatta di tanti bravi preti. Può essere, ma in dieci anni non ne ho ancora visto uno attaccare la chiesa per chiedere giustizia per le vittime che ha prodotto.

    Le parole di Luparia sconvolgono, è triste dirlo, ma qui emerge la cultura criminale della chiesa di Roma, la cui sola preoccupazione si conferma essere, anche nel 2020, quella di salvaguardare la propria immagine e la salute psicofisica dei suoi preti pedofili.

    È altrettanto triste osservare come, a fronte della preoccupazione di Luparia per la “fragilità, il recupero e la dignità” dei sacerdoti pedofili (che in Italia possono godere di ben 23 centri di cura come quello gestito da Luparia – nulla invece per le vittime) neppure un’espressione di rammarico, in favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure di quei sacerdoti e rimasti vittime delle loro attenzioni. Semplice carne da macello.

    Certo, basta ricordare le parole del papa, lo scorso febbraio, quando dichiarò che finalmente la chiesa aveva preso consapevolezza del problema, ma Luparia, afferma nella sua intervista (e noi ne confermiamo la veridicità dell’affermazione, ampiamente documentata nel libro “Giustizia divina” – Chiaralettere) che la chiesa si prende cura di questi “sventurati” da 20 anni, ne viene da sé che, forse, la consapevolezza ce l’ha già da un po’, non solo dopo il summit dello scorso febbraio.

    Nel frattempo, mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale della Cei per la tutela dei minori, lamenta che “I dati sono il vero problema”, quasi come se alla Congregazione per la Dottrina della Fede, fossero incapaci di fare un banalissimo elenco dei preti condannati dalla chiesa. Ma forse il problema è che ne uscirebbero molti nomi che ancora non sono pubblici.

    Ma il problema civile-culturale non è purtroppo solo di Luparia o di Ghizzoni, almeno in Italia, dove la comunità cattolica è la più derisa dai cattolici del pianeta, che la ridicolizzano in quanto l’unica a scendere in piazza e per le strade, mica chiedendo pulizia nella chiesa o giustizia per le vittime, ma per gridare l’innocenza del pedofilo.

    Vedi i casi dal più recente; 1 febbraio 2020 “Aulla: la comunità difende i preti accusati di pedofilia”;  7 novembre 2019 “RANDAZZO: LA PRIMA MESSA DOPO 5 ANNI PER DON ENZO CALA’: «LONTANO SOLTANTO SPIRITUALMENTE» ; 10 marzo 2019 “Serina; prete condannato per molestie. Ma il paese è con lui: mille firme per don Marco”… e tanti altri, don Luciano Massaferro, don Franco Zappella, don Paolo Turturro, dopo il carcere, accolto a braccia aperta dai parrocchiani. Ecc. ecc. ecc.

    Ma si, alla fine non erano mica stati condannati perché dicevano male la messa, stupravano solo i bambini, capita, soprattutto in parrocchia…

    Zanardi

  • Il prete veronese e i presunti abusi. Computer e telefonini al setaccio

    Il prete veronese e i presunti abusi. Computer e telefonini al setaccio

    PRATO Si scava nella memoria di computer, telefonini e anche nelle vecchie agende per trovare le tracce degli abusi su due ragazzi che frequentavano la comunità religiosa fondata dieci anni fa a Prato dal sacerdote veronese don Giglio Gilioli.

    L’ex convento ad Aulla

    Venerdì gli investigatori della squadra mobile di Prato hanno bussato alle porte dell’ex convento ad Aulla, Massa Carrara, con un decreto di perquisizione in cui si ipotizza il reato di violenza sessuale anche di gruppo per nove religiosi che facevano parte dell’associazione «I discepoli dell’Annunciazione» — sciolta dal Vaticano alla vigilia di Natale — e hanno portato via telefoni, hard disk, computer e diversi documenti che adesso dovranno essere passati al setaccio.

    Aveva fatto parte della Comunità dei Servi di Nazareth

    Don Giglio Gilioli, 73 anni, prima di arrivare a Prato nel 2005, a Verona aveva fatto parte della Comunità dei Servi di Nazareth. Nel 2010 aveva fondato alla periferia di Prato l’associazione adesso finita nella bufera, raccogliendo diversi giovani provenienti da ogni parte del mondo che avevano l’aspirazione di diventare sacerdoti. Le prediche di don Giglio finivano anche su internet. Sul web nasce un canale Youtube chiamato «Discepoli annunciazione» in cui, con toni apocalittici, mette in guardia dalle tentazioni del diavolo.

    Il racconto di uno dei due

    Le violenze contestate ai nove — oltre a don Giglio ci sono quattro sacerdoti, un frate e tre religiosi — risalirebbero al 2008 e sarebbero andate avanti per otto anni. I due ragazzi, fratelli, avevano all’epoca 9 e 14 anni. A dare il via all’inchiesta è stato il racconto fatto da uno dei due — oggi ha 21 anni — ad alcuni sacerdoti e poi alla madre. Le scorse settimane i due ragazzi sono stati ascoltati in Procura e i loro racconti potrebbero portare presto a nuovi sviluppi.

    La rete dei rapporti

    L’inchiesta è solo agli inizi ma gli inquirenti stanno adesso cercando di ricostruire la rete dei rapporti della comunità per verificare se ci siano stati episodi di violenza non denunciati. Non si esclude che altri religiosi possano essere coinvolti in questa vicenda, per questo il prossimo passo degli investigatori sarà quello di identificare tutte le persone passate dalla comunità negli anni passati. Alcuni sono diventati sacerdoti, altri hanno lasciato la vita religiosa prendendo altre strade.

    Prime notizie a giugno

    Le prime notizie delle violenze sarebbero emerse lo scorso giugno, quando l’allora vescovo di Prato, monsignor Franco Agostinelli, viene informato che un giovane di 21 anni racconta di violenze fisiche e psicologiche subite quando era un ragazzino e frequentava la struttura. Il vescovo, di fronte a quella notizia, dà immediata comunicazione alla Congregazione per la dottrina della Fede, avviando il procedimento canonico (ancora aperto).

    Servizi sociali

    A dicembre, la Procura di Prato, guidata da Giuseppe Nicolosi, apre l’inchiesta dopo la segnalazione dei servizi sociali che erano stati attivati dalla mamma del ragazzo. Così quando la Curia viene avvertita che c’è un’inchiesta in Procura, il vescovo attuale, Giovanni Nerbini, consegna gli atti dell’inchiesta canonica. «Non nascondo il mio dolore — ha detto il vescovo — vorrei sperare che gli addebiti non risultino veri ma voglio dire chiaramente che il mio primo interesse è la ricerca della verità. Per questo auspico che, nell’interesse di tutti, si concludano quanto prima le indagini». Don Gilioli lo scorso 15 gennaio ha ricevuto le carte dell’accusa del tribunale ecclesiastico ed ora ha poco meno di un mese di tempo per produrre eventuali ricorsi. Lui, comunque, si dichiara «totalmente estraneo» alla vicenda.

    https://corrieredelveneto.corriere.it/verona/cronaca/20_gennaio_31/prete-veronese-presunti-abusicomputer-telefonini-setaccio-abc5be5c-4425-11ea-9e31-bdca61bcbbb1.shtml

  • Prato, nove religiosi indagati per abusi su minori

    Prato, nove religiosi indagati per abusi su minori

    PRATO. Nove religiosi sospettati di abusi sessuali di gruppo. È l’ipotesi per la quale la procura di Prato ha aperto un’inchiesta che coinvolge nove religiosi dell’ex comunità ‘Discepoli dell’Annunciazione’ soppressa dal Vaticano a dicembre in seguito a una visita canonica. Lo riporta il quotidiano La Nazione. Presunte vittime degli abusi due fratelli, minori all’epoca dei fatti, affidati dai genitori alla comunità, dalle cui dichiarazioni a distanza di anni sarebbe nata l’inchiesta. Gli indagati sono 5 sacerdoti, un frate e 3 religiosi. Tra questi figura anche il fondatore della comunità religiosa, don Giglio Gilioli, 73 anni, sacerdote veronese trasferitosi a Prato da oltre dieci anni.

    I reati contestati dalla Procura di Prato sono violenza sessuale su minori e violenza sessuale di gruppo. Bei giorni scorsi la squadra mobile ha effettuato anche perquisizioni nei confronti degli indagati e accertamenti nelle tre sedi della comunità, a Prato, ad Aulla (Massa Carrara) e a Calomini, in provincia di Lucca, dove si sarebbero consumati gli abusi.

    Il vescovo di Prato, monsignore Giovanni Nerbini ha espresso piena fiducia nella magistratura. “Le ipotesi di reato sono gravissime e addolorano l’intera comunità diocesana pratese”, sottolinea il comunicato diffuso dalla Curia. Lo stesso vescovo lo scorso dicembre si era recato, di propria iniziativa, in Procura per riferire i fatti a sua conoscenza dopo le denunce presentate alla Diocesi nei mesi scorsi.

    “Non nascondo il mio dolore e la mia viva preoccupazione e vorrei sperare che gli addebiti mossi non risultino veri, ma voglio chiaramente dire – afferma monsignor Nerbini – che il primo interesse che la Chiesa di Prato ha è quello della ricerca della verità. Per questo auspico che la Magistratura, nell’interesse di tutti, possa portare quanto prima a termine le indagini”.

    La vicenda aveva avuto inizio nel giugno dello scorso anno quando all’allora vescovo di Prato, monsignore Franco Agostinelli, era stata presentata una denuncia da parte di un giovane il quale raccontava che diversi anni prima – all’epoca lui era minorenne – aveva subìto abusi sessuali e psicologici all’interno della comunità in questione. Della notizia il vescovo aveva dato immediatamente comunicazione alla Congregazione per la Dottrina della Fede, la quale nel settembre scorso aveva disposto la celebrazione di un processo amministrativo penale.

    Il vescovo attuale aveva così immediatamente provveduto all’apertura del procedimento – tuttora in corso – secondo le norme del diritto canonico. Senza attenderne le conclusioni, il vescovo diocesano si era recato lo scorso dicembre, di propria spontanea iniziativa presso la Procura della Repubblica di Prato. Fin da subito il vescovo aveva accolto e ascoltato il denunciante.

    Poche settimane fa la Diocesi aveva dato notizia della soppressione, voluta dalla Santa Sede, dell’associazione di fedeli “Discepoli dell’Annunciazione”: questo provvedimento, assunto dalla Congregazione vaticana per la vita religiosa prima e indipendentemente dell’avvio del procedimento penale canonico e delle indagini da parte della Procura pratese, è basato, come già reso noto, “su gravi mancanze riguardanti il carisma e lo svolgimento della vita religiosa all’interno della comunità, oltre che dal venir meno degli aderenti”.

    https://firenze.repubblica.it/cronaca/2020/01/29/news/vescovo_prato_abusi-247048918/

  • Legionari di Cristo, al via il Capitolo generale 2020 tra gli scandali per gli abusi

    Legionari di Cristo, al via il Capitolo generale 2020 tra gli scandali per gli abusi

    Sessantasei sacerdoti riuniti a Roma per eleggere il nuovo superiore e riflettere sul futuro della Congregazione. Una settimana fa spretato padre Martínez, responsabile di violenze su minori negli anni ’90

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTÀ DEL VATICANO. L’ombra degli abusi torna ad avvolgere e travolgere i Legionari di Cristo, a tredici anni dalla condanna al fondatore Marcial Maciel Degollado, il potente e controverso sacerdote messicano dalla doppia vita del quale emersero solo dopo decenni (e anche post mortem) i reati e le malefatte compiute. La Congregazione di diritto pontificio, fondata nel 1941, ha aperto ieri il Capitolo generale ordinario del 2020, il massimo organo di governo di un ordine religioso, per fare il bilancio degli ultimi sei anni, eleggere il nuovo superiore generale ed analizzare le sfide e le questioni urgenti per i prossimi anni. A cominciare dalla «via da seguire nella cura delle vittime di abusi sessuali, possibili insabbiamenti, negligenze o omissioni in relazione ad essi nel passato», come si legge in una nota pubblicata sul sito ufficiale.

    Ai partecipanti al Capitolo – 66 sacerdoti in rappresentanza di nove territori – è stata presentata una indagine interna dal titolo “Radiografia di otto decenni per sradicare gli abusi”, l’inchiesta pubblicata per volontà della Congregazione lo scorso dicembre, nello stesso giorno in cui il Papa aboliva il segreto pontificio per i casi di abusi. I risultati avevano fatto grande scalpore, soprattutto in America Latina dove i Legionari sono proprietari di una rete di istituti, scuole primarie e secondarie, università, presidi sanitari: per la prima volta nella storia la Legione ammetteva gli abusi commessi al suo interno dalla fondazione fino al dicembre 2019.

    In particolare colpivano i numeri: 175 minorenni, di un’età compresa tra gli 11 e 16 anni, vittime di aggressioni sessuali da parte di 33 sacerdoti appartenenti all’organizzazione religiosa (18 dei quali ancora all’interno), dove ricoprivano incarichi di responsabilità. Proprio la posizione di potere ha reso difficile o a volte ha direttamente ostacolato la possibilità di denunciare i crimini e i loro autori, dal momento che nella Congregazione per anni è rimasto in vigore il “quarto voto” che impediva ad ogni appartenente di criticare e commentare i comportamenti negativi di un superiore e tantomeno di parlarne con qualcuno. Motivo per il quale il cardinale Velasio De Paolis, insigne giurista morto due anni fa, nominato da Benedetto XVI nel 2010 commissario dei Legionari, arrivò a dire che trovare la verità «non fosse così semplice».

    È a causa di questo clima di censure e occultamenti che per decenni si è mantenuto in piedi il sistema che ha garantito l’impunità di Maciel, tossicodipendente, abusatore di seminaristi e anche delle mogli e dei figli avuti nel segreto, acclamato invece come un santo da molti, anche all’interno della Curia romana e delle alte sfere del Vaticano. Dei 175 casi di minori abusati resi noti dalla indagine, sessanta sono stati compiuti da Maciel.

    Un’altra vicenda emblematica – forse la peggiore dopo quella del fondatore – è quella di padre Fernando Martínez Suárez, 79 anni, prete messicano abusato e abusatore che circa una settimana fa è stato dimesso dallo stato clericale con un provvedimento della Congregazione per la Dottrina della Fede, a seguito di «un attento studio» sottoposto all’attenzione del Papa. Martínez, vittima di Maciel nel 1954, all’età di 15 anni, è ritenuto colpevole di ripetuti abusi nei confronti di sei bambine tra i sei e i nove anni, all’inizio degli anni ’90, nell’Istituto Cumbres di Cancun, dove insegnava. È accusato anche di altri abusi, tra cui uno a danno di un bambino di circa 4 anni nell’Istituto Cumbres Lomas di Città del Messico nel 1969.

    Lo scandalo è deflagrato a novembre quando i Legionari hanno confermato ogni accusa al sacerdote chiedendo «umilmente perdono» alle vittime. Una di queste, Ana Lucía Salazar, presentatrice televisiva, aveva reso noto tramite i social di essere stata costretta a subire le violenze di Martínez quando aveva solo otto anni, nell’Istituto Cumbres. A ridosso del Capitolo generale ha rilasciato una infuocata intervista tv in cui ha raccontato nel dettaglio come questa scuola privata, frequentata da figli di famiglie facoltose, con rette altissime, si fosse trasformata in un inferno per lei e le compagne che padre Ferdinando faceva chiamare in sagrestia e toccava nelle parti intime mentre leggeva passi della Bibbia. «È chiaro che dopo tutto questo la vita per noi bambine non fu più la stessa. Il passato è passato, ma è difficile dimenticare», ha detto Ana Lucía, oggi 36enne e madre di tre figli.

    Con le altre sopravvissute e le rispettive famiglie oggi chiede giustizia e il risarcimento dei danni. Nei mesi scorsi le donne hanno annunciato anche la presentazione di una denuncia penale collettiva e hanno chiamato in causa padre Eloy Bedia, candidato a vicario capitolare dei Legionari, accusato di aver insabbiato i misfatti di Martinez. Nei mesi scorsi il sacerdote ha ricevuto una lettera in proposito del Tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monterrey. Secondo le vittime, Bedia aveva assicurato di occuparsi del caso, di fornire un accompagnamento ai minori abusati e ai loro familiari, di ritirare il prete pedofilo dal ministero attivo, ma le sue sono state tutte «false promesse». Lo dimostra il fatto che a Martínez, dopo le accuse, fu affidato un altro incarico a Salamanca, sempre a contatto con minori.

    Padre Bedia continua a ribadire la sua estraneità ai fatti adducendo la colpa del trasferimento ad una decisione dello stesso Maciel. Tuttavia, nel polverone generale, ha chiesto di essere dispensato dalla partecipazione al Capitolo generale per rispetto ai sopravvissuti: «Tramite una lettera mi hanno riferito che la mia partecipazione causerebbe grande dolore… Comprendo che sentano la mia presenza come una nuova ferita», scrive in un comunicato. «Spero con tutto il cuore che la mia richiesta possa alleviare in qualche modo la sofferenza delle vittime e che come Congregazione possiamo andare verso l’incontro con loro e contribuire a una guarigione delle ferite».

    La tensione rimane comunque alta in Messico, patria natale di Maciel, dove, peraltro, la settimana scorsa il capo della Financial Intelligence Unit (FIU) del Ministero delle Finanze, Santiago Nieto, ha rivelato che è in corso un’indagine contro l’organizzazione religiosa per presunti casi di riciclaggio e per i legami con Martha Sahagún, moglie dell’ex presidente Vicente Fox.

    Da Roma i partecipanti al Capitolo recepiscono tutte le preoccupazioni e cercano di tirare le somme per il futuro, riflettendo anche sulla missione e l’identità della Congregazione. In più occasioni, nel passato, si è parlato di una chiusura della Legione che, tuttavia, nonostante gli scandali avvicendatisi quasi ciclicamente negli anni e l’emorragia di appartenenti, ha continuato a mantenere un numero elevato di vocazioni e di appartenenti al ramo laico del Regnum Christi.

    Negli ultimi anni, dopo la riforma avviata dalla Santa Sede, la Congregazione ha iniziato a vivere ed esercitare l’autorità secondo le nuove Costituzioni, ad elaborare un rapporto per rinnovare il processo formativo dei membri, ad attuare politiche di ambienti sicuri per la cura e la protezione dei minori, e la configurazione canonica di tutto il Regnum Christi. Un compito svolto sotto la guida dell’assistente pontificio, il gesuita Gianfranco Ghirlanda.

    Il Capitolo in corso a Roma – al quale undici sacerdoti partecipano per la prima volta – dovrà valutare questi temi nelle prossime settimane. Soprattutto dovrà eleggere il nuovo superiore generale che prenderà il posto di padre Eduardo Robles-Gil, nell’incarico dal 2014, e dei suoi consiglieri.

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/01/21/news/legionari-di-cristo-al-via-il-capitolo-generale-2020-tra-gli-scandali-per-gli-abusi-1.38363768?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook&refresh_ce
  • L’opus Dei si limita ad ammonire un numerario spagnolo che abusò di un giovane e il prete che lo coprì.

    L’opus Dei si limita ad ammonire un numerario spagnolo che abusò di un giovane e il prete che lo coprì.

    L’Opera giustifica la minima condanna affermando che “in conformità con la legge della Chiesa, poiché non era un chierico, l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede non era previsto.

    D’altra parte, considerando le norme civili e le pene canoniche applicabili a un laico, i crimini sono andati in prescrizione per scadenza dei termini”

    L’Opus invita “a pregare specialmente per la persona colpita e, con un atteggiamento di pietà cristiana, per il signor Bueno Montoya (l’aggressore, di nazionalità spagnola), per la fragile e delicata salute clinica e psicologica, in modo che il Signore gli usi misericordia”.

    04.01.2020 Jesus Bastante.

    Un’ammonizione formale. Questa è la “convinzione” che il prelato dell’Opus Dei, Fernando Ocáriz, ha imposto al numerario Juan Pablo Bueno Montoya, ritenuto colpevole di “contatto inappropriato” nei confronti di un minorenne in un centro dell’Opus Dei (di cui era direttore) a Montevideo nel 1984, e “una situazione di molestie sessuali” per lo stesso giovane cinque anni dopo.

    In una nota inviata dall’Ufficio Stampa dell’Opera in Uruguay, l’Opus riporta i fatti “con dolore e tristezza”, nonché l’accusa di un prete, Enrique Doval, a cui il giovane ha comunicato l’accaduto e che “l’ha interpretato come una grave imprudenza, ma non come un crimine, quindi ha invitato la vittima alla discrezione e ha ammonito l’imputato, ma non ha promosso altre misure”. Anche il chierico è stato ammonito, ma non espulso dalla congregazione.

    L’inchiesta è iniziata un anno fa, dopo la denuncia nell’arcivescovado di Montevideo. “Leggendo formalmente la denuncia, Bueno Montoya – dal 1984 residente in Argentina – ha accettato la sua colpa e ha affermato di vergognarsi molto della sua azione, dando prova di pentimento nell’esprimere la sua volontà di chiedere perdono alla vittima – qualcosa che fino a quel momento aveva evitato per paura di causare più danni e di riparare tutto ciò che era possibile”, così recita la comunicazione dell’Opus.

    Non è un chierico e i crimini sono andati in prescrizione.

    La nota giustifica la minima condanna affermando che “in conformità con la legge della Chiesa, poiché non era un chierico, l’intervento della Congregazione per la Dottrina della Fede non era previsto. D’altra parte, considerando le norme civili e le pene canoniche applicabili a un laico, i crimini sono andati in prescrizione per scadenza dei termini.

    Cosa ha fatto l’Opera con l’abusatore?

    L’opus lo riassume in sei punti:

    • Lo ammonisce formalmente;
    • quando il denunciante lo riterrà opportuno, si scusi formalmente e sinceramente (cosa che ha fatto attraverso una lettera personale);
    • gli viene vietato di partecipare ad attività di formazione con minori di 30 anni;
    • non potrà tornare ad alcun compito di gestione o formazione nella Prelatura;
    • dovrà risiedere in case dove non avrà contatti con i giovani;
    • Gli viene consigliato di condurre una vita di preghiera e penitenza, implorando la misericordia di Dio.

    Per quanto riguarda il denunciante, l’Opera si impegna a offrire “accompagnamento pastorale e coprire le spese economiche dell’assistenza terapeutica professionale”.

    Infine, il prelato ordinò che il sacerdote insabbiatore “ricevesse un ammonimento formale per la sua omissione nella dovuta cura pastorale alla persona colpita a partire dalla comunicazione dell’evento del 1989″.

    La nota si conclude con l’invito “a pregare specialmente per la persona colpita e, con un atteggiamento di pietà cristiana, per il signor Bueno Montoya (l’aggressore), per la fragile e delicata salute clinica e psicologica, in modo che il Signore possa avere pietà di lui”.

    https://www.religiondigital.org/america/Opus-Dei-numerario-abusador-amonestar-uruguay-abusos-pederastia_0_2192180762.html
    (traduzione con Google)

  • Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

    Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

    di SANDRO DE RICCARDIS

    “Più di un anno fa abbiamo ricevuto una lettera della Nunziatura apostolica che ci informava che il Papa era stato informato della nostra vicenda, e che a tempo debito saremmo stati informati sull’esito dell’inchiesta in Vaticano. Ma da allora non abbiamo saputo più niente. A questo punto, cadendo il segreto pontificio, intendiamo sicuramente chiedere notizie sull’inchiesta”. Cristina Balestrini è la madre di Alessandro Battaglia, il ragazzo, oggi ventitreenne, che nel 2011 da adolescente venne abusato da don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nel Milanese, condannato a sei anni e quattro mesi nel settembre di un anno fa. Con la richiesta in Vaticano la famiglia di Alessandro intende capire a che punto è il processo canonico, e puntano il dito sull’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che da vicario episcopale, dopo essere stato informato dal parroco di Rozzano sugli abusi di don Galli, non denunciò il sacerdote ma lo trasferì in un altro oratorio, a Legnano.

    Signora Balestrini, cosa si sa del processo canonico sugli abusi subiti da suo figlio?
    “Sappiamo per certo che è stato aperto un procedimento nei confronti di don Mauro Galli, perché siamo stati chiamati anche noi a testimoniare, nel gennaio 2016, e in quella sede avevamo chiesto di essere informati sugli ulteriori sviluppi”.

    Quando c’è stata la vostra prima denuncia?
    “La prima, rivolta al Vaticano, l’abbiamo fatta nel dicembre 2011. L’indagine è stata aperta con un ritardo incredibile, nel 2015, e il processo si è aperto un anno dopo. Non rispettando, con questa tempistica, nemmeno le norme di diritto canonico in vigore allora. Noi abbiamo chiesto più volte, per iscritto, come mai monsignor Delpini, il primo ad essere venuto a conoscenza, già nel 2011, di quello che era successo ad Alessandro, non aveva avviato le procedure canoniche nei confronti di don Galli. Aveva invece deciso di trasferire il prete, lasciandolo ancora a contatto con minori. Le lettere erano indirizzate alla Congregazione per la dottrina della fede e al Papa, e indicavamo monsignor Delpini come la persona che aveva omesso di occuparsi della vicenda. Comunque l’aveva sottovalutata in modo evidente”.

    Cosa avete ottenuto in seguito alle vostre denunce?
    “Abbiamo ricevuto una lettera del Nunzio apostolico Emil Paul Tscherrig che ci informava che avevano preso in considerazione le nostre rimostranze e che, a tempo debito, avrebbero agito. Da allora non ne abbiamo saputo più niente. Per questo ora faremo istanza per avere accesso agli atti del procedimento canonico. La indirizzeremo anche a Papa Francesco”.

    Come giudica questa svolta del Pontefice?
    “Sicuramente è una cosa positiva, ma parziale. Finché non ci sarà l’obbligo di denuncia da parte dei religiosi che vengono a sapere di abusi, praticamente non cambia nulla. Abolire il segreto pontificio è una cosa molto rilevante, perché era uno scoglio enorme. E’ una vittoria parziale, ma che può anche essere inutile, perché nell’atto del Papa non viene specificato cosa succede se dopo le richieste delle vittime, non si ha effettivamente l’accesso agli atti”.

    In questi anni siete entrati in contatti con altre famiglie che hanno vissuto la vostra stessa esperienza?
    “Abbiamo conosciuto l’associazione “Rete l’abuso” e come madre di vittima ho dato la disponibilità a formare un gruppo e siamo in contatto su una chat di Whatsapp in cui ci supportiamo e ci aiutiamo tra mamme. E come famiglia abbiamo partecipato al summit di febbraio a Roma, insieme a tutte le associazioni mondiali di vittime, dove ho avuto modo di conoscere tante storie”.

    Tutte lamentano la mancanza di un’interlocuzione con il Vaticano?
    “Tutti lamentano la mancanza di giustizia, anche se le situazioni sono diverse nei vari stati, perché è importante ricordare che oltre il diritto canonico, c’è quello civile penale, che presenta delle differenze infinite. A noi è andata bene, in primo grado dopo sette anni, per l’Appello non c’è ancora una data. Il sacerdote è ancora un libero cittadino. E’ stato riconosciuto la colpevolezza di don Galli e data credibilità a nostro figlio, ma la verità processuale è ancora fragile”.

    Sapete se il religioso esercita ancora?
    “Noi abbiamo una lettera dell’allora il cardinale Scola che ci ha scritto per comunicarci che era stato sospeso cautelarmente, anche se con sette anni di ritardo. Però non ne abbiamo la certezza, né sappiamo dove sia”.

    https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/12/20/news/pedofilia_chiesa_rozzano_don_mauro_galli_cristina_balestrini-243918946/amp/?fbclid=IwAR2PErzWG4ymYY1F9SQ-WgGxFwW_Frm_Few1b6ZVZHHQMcZib0cWXwGsQW4