Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • Vaticano, segnalazioni di abusi come uno tsunami. «Anche da Paesi mai coinvolti»

    Vaticano, segnalazioni di abusi come uno tsunami. «Anche da Paesi mai coinvolti»

    Città del Vaticano – Alla Congregazione per la Dottrina della Fede, dove è stato allestito l’apposito tribunale per valutare i casi di abusi, è stato registrato un record di mille casi segnalati quest’anno da tutto il mondo, persino da paesi dove in precedenza non erano pervenute mai notizie di violenze. I monsignori che sono stati chiamati ad analizzare i casi hanno affermato alla agenzia Ap di essere letteralmente sopraffatti, nessuno si aspettava una valanga simile.

    Il numero dei casi in arrivo nel 2019 è aumentato del quadruplo rispetto a un decennio fa. «So che la clonazione e’ contro l’insegnamento cattolico, ma se potessi davvero clonare i miei funzionari e farli lavorare tre turni al giorno o lavorare sette giorni alla settimana, potrebbero fare il necessario passo avanti», ha detto monsignor John Kennedy, capo ufficio della Sezione disciplinare nella Congregazione, che elabora i casi.

    «Al momento stiamo assistendo effettivamente a uno ‘tsunami’ di casi, in particolare da paesi di cui non abbiamo mai sentito parlare prima», ha affermato monsignor Kennedy, riferendosi alle accuse di abuso verificatesi per la maggior parte anni o decenni fa. Argentina, Messico, Cile, Italia e Polonia si sono uniti agli Stati Uniti tra i paesi con il maggior numero di casi in arrivo. La Congregazione per la Dottrina della Fede conta solo 17 funzionari.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_abusi_vaticano_bambini_pedofilia_italia_casi_segnalazioni-4938950.html

  • Pedofilia nella Chiesa, record di denunce: mille in un anno

    Pedofilia nella Chiesa, record di denunce: mille in un anno

    Dopo la stretta di Francesco, arrivano da tutto il mondo. L’ufficio preposto: “Sopraffatti”

    CITTA’ DEL VATICANO. Dopo le recenti prese di posizione di papa Francesco e l’abolizione del segreto pontificio sulla pedofilia, la nuova stretta ha investito anche i vescovi che denunciano moltissimi casi di pedofilia da tutto il mondo.

    L’ufficio vaticano che riceve le denunce di abusi sessuali da parte del clero ha registrato quest’anno la cifra record di 1.000 casi segnalati da tutto il mondo, anche da Paesi di cui non aveva mai sentito parlare prima, e potrebbe non essere finita qui. John Joseph Kennedy, il capo Ufficio della Sezione Disciplinare nella Congregazione per la dottrina della fede, lo ha detto all’Ap, precisando che l’enorme afflusso di denunce ha “sopraffatto” il personale.

    Per evadere tutti i documenti relativi al 2019, il quadruplo di quanti se ne gestivano un decennio fa, il personale – ha spiegato Kennedy – “dovrebbe lavorare sette giorni alla settimana”. “Stiamo effettivamente assistendo a uno tsunami di casi, al momento, in particolare da Paesi di cui non abbiamo mai sentito parlare prima”, ha detto, riferendosi ai casi più eclatanti emersi in Argentina, Messico, Cile, Italia, Polonia e Stati Uniti.
    “Suppongo che se non fossi un prete e se avessi un bambino maltrattato, probabilmente smetterei di andare a messa”, ha detto Kennedy.

    Ma il Vaticano – ha ricordato – si è impegnato a combattere gli abusi e ha solo bisogno di tempo per esaminare tutti i casi. “Li esamineremo dal punto di vista forense e garantiremo il giusto risultato – ha aggiunto -. Non si tratta di riconquistare la gente, perché la fede è qualcosa di molto personale. Ma almeno diamo alla gente la possibilità di dire: ‘Forse diamo alla chiesa una seconda possibilità di ascoltare il messaggio’

    https://www.repubblica.it/vaticano/2019/12/20/news/vescovi_pedofilia_papa-243934200/?refresh_ce

  • Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    di Giorgio Gandola

    Manca l’ultimo metro. Ma non è un dettaglio, è l’essenza di tutto, il colpo di reni per vincere le Olimpiadi o il pezzo di fibra che serve a far funzionare un wifi. Con l’abolizione del segreto pontificio sui dossier, la rivoluzione di papa Francesco per contrastare la pedofilia in tonaca è finalmente concreta, va ben oltre l’omelia vuota del motu proprio Vos estis lux mundi. Il Pontefice passa dal puro marketing all’azione energica, ma per compiere il definitivo salto di qualità serve ancora il metro che fa la differenza: l’obbligo di denuncia.

    È un gesto semplice, quasi banale: chiedere ai vescovi o ai sacerdoti che vengono a conoscenza di casi di pedofilia di denunciare i reati alla magistratura. Un piccolo passo per lui, ma ci sono duemila anni di consuetudini a impedirlo. Ci si avvicina, si appoggia la mano alla maniglia ma quella porta rimane chiusa. Con l’abolizione del segreto pontificio è crollato un muro, da domani gli atti delle indagini previe (obbligatorie per il diritto canonica a carico di preti accusati di violenza sessuale) non saranno più coperti da sigilli di ceralacca e le famiglie delle vittime sapranno almeno quali sono stati i provvedimenti presi a carico dei responsabili. Una decisione storica che va incontro alle richieste delle associazioni mondiali delle vittime degli abusi del clero. Il problema è che, se nessun carabiniere o nessun pm viene a conoscenza di quelle inchieste, le preziose carte non servono a nulla. Di conseguenza, il metro mancante riguarda anche il Parlamento italiano che dovrà far sua la materia (fin qui lasciata completamente alla Chiesa) e legiferare, adeguandosi all’ordinamento di numerosi Paesi europei. Cioè studiare una legge che obblighi a sua volta il sacerdote, come cittadino italiano, a denunciare il colpevole strappando il sipario dell’omertà scambiata per carità cristiana. Basterebbe copiare Svizzera e Francia, ma l’iter potrebbe essere lungo e accidentato. E presupporre perfino una revisione del Concordato. Campa cavallo.

    IL CASO DON GALLI

    Un’obiezione legittima a questa sottolineatura ce la facciamo da soli: ma non è la famiglia della vittima a dover denunciare il prete pedofilo? Vero, però questo non accade spesso, soprattutto se quella famiglia è molto cattolica, crede profondamente negli insegnamenti della Chiesa e si affida alla gerarchia ecclesiastica per avere giustizia lontano dai procedimenti penali, che sempre costituiscono un trauma psicologico ulteriore per le vittime. Un esempio illuminante è quello di Alessandro Battaglia, giovane abusato da un sacerdote (don Mauro Galli) a Rozzano, in provincia di Milano. Il fatto accadde nel 2011, per anni la famiglia bussò all’arcidiocesi chiedendo giustizia ma si trovò di fronte al classico muro di gomma fatto di lettere consolatorie, di dilazioni con benedizione incorporata, di ipocrisie curiali.

    Solo nel 2014, in assenza di fatti concreti, i genitori si decisero a denunciare ai carabinieri lo scandalo e qualche mese fa don Galli è stato condannato a oltre sei anni di carcere in primo grado. La vicenda non ha impedito che Mario Delpini – allora vicario episcopale che invece di aprire l’indagine previa si limitò a spostare il chiacchierato sacerdote a Legnano, sempre in mezzo agli adolescenti – diventasse arcivescovo di Milano. Con queste nuove norme non solo non sarebbe successo, ma il monsignore sarebbe stato messo sotto inchiesta per omissione d’atti d’ufficio. A questo proposito, la famiglia della vittima è la prima a muoversi dopo la decisione del Papa e chiederà ufficialmente alla Congregazione per la dottrina della fede gli atti del processo canonico a carico di don Galli e il fascicolo riguardante la gestione di Delpini. Un modo concreto per sapere se alle linee di principio seguiranno i fatti.

    ANCHE GENOVA SI MUOVE

    Anche il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, vuole subito “approfittare dell’abolizione del segreto pontificio” per ottenere i dossier relativo a un parroco del quartiere Albaro accusato di abusi su minori e già indagato dalla diocesi nel 1998. L’obbligo di denuncia aiuterebbe inoltre nella realizzazione di un certificato antipedofilia per il sacerdote che viene trasferito in una parrocchia. Sarebbe equiparabile al casellario giudiziario, se ci sono pendenze è giusto saperlo. Ma se l’obbligo non esiste, il certificato risulterebbe forzatamente lacunoso o inattendibile. Senza contare che la Chiesa, per sua natura, si occupa con maggiore profondità dei peccati morali più che dei reati.

    Ecco perché manca l’ultimo metro, nella rivoluzione di Francesco. E manca anche qualcosa di molto cristiano: l’impegno a prendersi cura delle vittime concretamente. “Significa intervenire presto con indennizzi adeguati” spiega Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso. “Parliamo di persone che vivono vite sfasciate a causa delle violenze subite, soffrono di gravi problemi psicosomatici, hanno la necessità di sottoporsi a lunghi percorsi di riabilitazione. E spesso non riescono a reinserirsi, avere un lavoro e relazioni normali, perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere”. L’ultimo metro significa tutto.

    (trascrizione da La Verità del 19 dicembre 2019)

  • Preti pedofili, il Papa cancella il segreto pontificio sui processi

    Preti pedofili, il Papa cancella il segreto pontificio sui processi

    Ferruccio Sansa
    Abolito. Il Papa ha eliminato il segreto pontificio nelle cause canoniche di abusi sessuali sui minori. ‘L’Istruzione sulla riservatezza delle cause’ segna la nuova linea del Vaticano: “Non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni”.

    L’articolo 2 spazza il campo: “L’esclusione del segreto pontificio sussiste anche quando tali delitti siano stati commessi in concorso con altri delitti”. Non solo: “A chi effettua la segnalazione – è scritto nel documento – alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa”.

    Resta il segreto d’ufficio, come nel diritto degli altri stati: “Le informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza… al fine di tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. Ma la riservatezza delle indagini non potrà più, come in passato, essere opposto alle autorità giudiziarie, per esempio italiane, che si trovavano di fronte a difficoltà spesso insormontabili. L’Istruttoria voluta da Francesco in questo non lascia dubbi:  “Il segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili”.

    Sempre ieri il Vaticano ha diffuso un secondo rescritto che raccoglie altre istanze avanzate dalle vittime di abusi: si stabilisce che ricada tra i delitti più gravi riservati al giudizio della Congregazione per la dottrina della fede anche “l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di diciotto anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento”. Finora il limite era fissato a quattordici anni.

    Per questi delitti più gravi si aprono le porte ai laici: “Funge da avvocato e procuratore un fedele, provvisto di dottorato in diritto canonico, che viene approvato dal Presidente del collegio”. Viene ribadito, ma è un discorso ovviamente diverso, il segreto confessionale.

    “Una novità storica”, tenevano a sottolineare ieri in Vaticano. Ma anche le associazioni delle vittime, pur con le dovute cautele, hanno saluto con soddisfazione la novità: “È un grande elemento positivo”, spiega Francesco Zanardi, un passato da vittima e un presente come presidente della Rete L’Abuso, in prima linea nella battaglia contro gli abusi compiute da sacerdoti. Zanardi mesi fa era stato finalmente ricevuto in Vaticano dove aveva avuto un lungo colloquio con Charles Scicluna, segretario della Congregazione per la dottrina della Fede. “Avevamo parlato per due ore – racconta Zanardi – e gli avevamo domandato proprio l’abolizione del segreto.

    È un passo notevole, ma non tutti i problemi sono risolti. Sarebbe importante che le nuove norme avessero effetto retroattivo”. Non solo: “Ora le autorità ecclesiastiche dovranno consegnare la documentazione delle proprie indagini alle autorità giudiziarie (comprese quelle italiane, ndr), ma anche alle vittime. Però sarebbe importante che fosse previsto anche un obbligo di denuncia, quello che in Francia ci ha permesso di arrivare all’incriminazione del cardinale di Lione, Philippe Barbarin che è stato condannato in primo grado per aver coperto abusi. Ma è una questione che riguarda soprattutto la legislazione italiana, perché in Francia è prevista la denuncia obbligatoria, mentre in Italia no”.

    Zanardi punta il dito proprio verso il nostro Stato: “Finora ha lasciato che a gestire la situazione fosse la Chiesa. Non ha fatto niente. Non è un caso se soltanto in Italia le vittime per avere giustizia si rivolgono proprio alle autorità ecclesiastiche”. Un giudizio positivo, che dovrà essere confermato alla prova dei fatti: “Vedremo se la scelta del Papa sarà davvero seguita dalle Curie locali. Lo capiremo subito nell’indagine romana sui chierichetti del Papa e con la denuncia che abbiamo presentato (dopo gli articoli del Fatto) su abusi compiuti da un sacerdote della diocesi di Genova”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/12/18/preti-pedofili-il-papa-cancella-il-segreto-pontificio-sui-processi/5623900/

  • Preti pedofili, Papa Francesco abolisce il segreto pontificio: così agevola la giustizia civile

    Preti pedofili, Papa Francesco abolisce il segreto pontificio: così agevola la giustizia civile

    L’annuncio di Bergoglio nel giorno del suo 83esimo compleanno. I magistrati civili degli altri Paesi potranno finalmente avere accesso agli atti dei processi canonici

    di Gian Guido Vecchi

    La decisione è storica, Francesco ha abolito il segreto pontificio per le cause canoniche di abusi sessuali su minori. «Non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni», si legge nell’Istruzione «Sulla riservatezza delle cause» diffusa nel giorno dell’83esimo compleanno del Papa. Nel testo si legge anche che «a chi effettua la segnalazione, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa». Come spiega il giurista Giuseppe Dalla Torre, già presidente del Tribunale Vaticano, il provvedimento «riguarda sia le procedure che si svolgono in sede locale, sia quelle che hanno luogo a Roma, presso la Congregazione per la Dottrina della Fede». Resta il «segreto d’ufficio», come in ogni ordinamento giuridico, ma l’Istruzione del Papa stabilisce che «il segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo alle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili». Questo significa che i magistrati civili degli altri Paesi potranno finalmente avere accesso agli atti dei processi canonici.

    «Il bene dei bambini prima di qualsiasi segreto»

    «Le denunce, le testimonianze e i documenti processuali relativi ai casi di abuso conservati negli archivi dei Dicasteri vaticani come pure quelli che si trovano negli archivi delle diocesi, e che fino ad oggi erano sottoposti al segreto pontificio, potranno essere consegnati ai magistrati inquirenti dei rispettivi Paesi che li richiedano. Un segno di apertura, di disponibilità, di trasparenza, di collaborazione con le autorità civili», dice Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero vaticano per la comunicazione: «Il bene dei bambini e dei ragazzi deve sempre venire prima di qualsiasi tutela del segreto, anche di quello “pontificio”. Il rescritto, ovviamente, non intacca in alcun modo il sigillo sacramentale, cioè il segreto della confessione, che è tutt’altra cosa dal segreto pontificio sugli atti e le testimonianze. Né significa che i documenti dei processi debbano diventare di dominio pubblico e siano dunque destinati alla divulgazione. La riservatezza per le vittime e per i testimoni dovrà essere sempre tutelata. Ma ora la documentazione dovrà essere messa a disposizione delle autorità civili per le indagini riguardanti i casi già interessati da un procedimento canonico».

    Il segreto pontificio

    La svolta segue quella decisa con il Motu Proprio Vos estis lux mundi, «Voi siete la luce del mondo», firmato da Papa Francesco il 7 maggio contro i crimini pedofili e gli abusi sessuali. Nel «Rescriptum» cui è allegato il testo, tra l’altro, si stabilisce che il reato di pedopornografia, ovvero «l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche», sussiste fino a quando i soggetti ripresi nelle immagini hanno 18 anni, e non solo 14 com’era finora. Anche in questo caso, il testo è la conseguenza dell’incontro planetario sulla protezione dei minori che si è riunito in Vaticano a febbraio. Con il Motu Proprio di dieci mesi fa, il Papa aveva previsto tra l’altro l’obbligo di aprire entro un anno sportelli pubblici in ogni diocesi del pianeta, per raccogliere le denunce di abusi sessuali, e l’obbligo per preti, religiosi e religiose di «segnalare tempestivamente» ogni crimine alle autorità ecclesiastiche. Coperture e insabbiamenti venivano inoltre definiti come categoria specifica di crimine. Restava la questione del segreto pontificio. L’arcivescovo Charles Scicluna, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della fede e uomo di punta del Vaticano nella lotta alla pedofilia, parla di «decisione epocale» e spiega tra l’altro a Radio Vaticana e Vatican News: «Finora la vittima non aveva l’opportunità di conoscere la sentenza che faceva seguito alla sua denuncia, perché c’era il segreto pontificio. Anche altre comunicazioni venivano ostacolate, perché il segreto pontificio è un segreto di altissimo livello nel sistema di confidenzialità nel Diritto canonico. Adesso viene facilitata anche la possibilità di salvaguardare la comunità e di dire l’esito di una sentenza».

    La denuncia del cardinale Marx

    La denuncia era arrivata dal cardinale tedesco Reinhard Marx, uno dei consiglieri più stretti del Papa: «I dossier che avrebbero potuto documentare i terribili atti e indicare il nome dei responsabili sono stati distrutti o nemmeno creati. Invece dei colpevoli, a essere riprese sono state le vittime ed è stato imposto loro il silenzio. Le procedure e i procedimenti stabiliti per perseguire i reati sono stati deliberatamente disattesi, e anzi cancellati o scavalcati. I diritti delle vittime sono stati di fatto calpestati e lasciati all’arbitrio di singoli individui. Sono tutti eventi in netta contraddizione con ciò che la Chiesa dovrebbe rappresentare». Così il cardinale aveva chiesto l’abolizione del «segreto pontificio», definito dal documento «Secreta continere» del 1974: la «trasparenza», aveva detto, si deve accompagnare alla «tracciabilità» delle «procedure amministrative», in modo che chiunque possa sempre sapere «chi ha fatto che cosa, quando, perché e a quale fine, e che cosa è stato deciso, respinto o assegnato». E aveva aggiunto: «Ogni obiezione basata sul segreto pontificio sarebbe rilevante solo se si potessero indicare motivi convincenti per cui il segreto pontificio si dovrebbe applicare al perseguimento di reati riguardanti l’abusi di minori. Allo stato attuale, io di questi motivi non ne conosco».

    https://www.corriere.it/cronache/19_dicembre_17/preti-pedofili-papa-francesco-abolisce-segreto-pontificio-le-cause-abusi-minori-ab58a7be-20bb-11ea-ad99-8e4d121df86f.shtml

  • COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    COME FUNZIONA IL MANUALE DI INSABBIAMENTO DELLA CHIESA CATTOLICA

    Lo scorso lunedì il tribunale di Mendoza commisurò delle pene esemplari a due sacerdoti e ad un giardiniere, per la loro reiterata e accurata azione pedofila. I condannati lavoravano nella scuola per bambini audiolesi conosciuta come “Istituto Provolo”. Il prossimo grado di giudizio sarà a La Plata, dove i testimoni hanno cominciato a moltiplicarsi. In questo articolo si analizza fino a che punto la Chiesa Cattolica non solo pratica sistematicamente abusi, ma li nasconde e garantisce persino la loro ripetizione su scala globale. Fino a quando?

    “Scoprirai cose brutte e molte sono vere”, Robert Frainer avvisò così Gustavo Ariel Chamorro nel 2007. Il primo ha diretto l’Istituto Provolo in tutto il mondo fino al provvedimento del Vaticano nel luglio 2017; il secondo invece era direttore della succursale situata a La Plata. Frainer aveva ragione.

    In seguito alle condanne esemplari pronunciate a Mendoza lo scorso lunedì 25 novembre, il procuratore Cecilia Corfield ha due certezze: le sentenze hanno provocato un effetto domino che ha suscitato nelle vittime il desiderio di testimoniare; e che, tuttavia, l’appoggio del sistema politico di Buenos Aires rimane scostante in questa causa ad alta tensione. “Sono sola” afferma.

    Se sono già state emesse le condanne nel primo dei tre gradi di giudizio in cui è divisa la causa, è in gran parte dovuto al fatto che il vicegovernatore Laura Montero si è resa disponibile personalmente a garantire la sicurezza dei sopravvissuti e dei testimoni.

    A La Plata, sebbene il fascicolo sia stato inviato nella stessa data, il processo è ancora in fase di indagine, in questo caso il governatore Maria Eugenia Vidal ha omesso qualunque riferimento al caso e tanto meno ha contattato le vittime per offrire risorse o supporto.

    Il caso nella capitale di Buenos Aires ebbe un primo procuratore, Fernando Cartasegna, che fu espulso quasi due anni fa a causa di gravi irregolarità. Quando il procuratore Corfield vide le azioni del suo predecessore, la prima cosa che fece fu perquisire l’edificio della 47esima Strada. Stava cercando ciò che il testimone Lisandro Borrelli aveva denunciato: la stanza all’interno del seminterrato dove era stato legato e torturato.

    Borrelli studiò nell’istituto Provolo tra il 1989 e il 1993. Lì era legato per ore ad una ringhiera che era nel seminterrato della cucina. Inoltre lo hanno rinchiuso in una gabbia per conigli.

    Ha aggiunto anche un altro particolare: l’istituto Provolo ha in Valeria del Mar, zona di Pinamar, una casa situata in via Pietro Mendoza 2287, dove Borrelli fu trasferito durante un’estate. Lo hanno costretto a occuparsi delle pulizie e lo hanno legato ad un albero per punirlo.

    Quell’indirizzo fu menzionato anche nella causa di Mendoza e se i due casi non sono correlati, il giudizio rimarrà aperto. Sulla scia dello scandalo internazionale, oggi le case vengono tenute chiuse in stato di abbandono.

    Nel caso di La Plata, l’ex direttore Chamorro ha segnalato nella sua deposizione che il sacerdote italiano Corradi ha portato i bambini nella casa di Valeria del Mar, negando la possibilità di essere accompagnati dai loro genitori. A Mendoza, una delle madri ha affermato che, durante un viaggio in quella località costiera nel 2015, una studentessa ha riferito di aver visto come uno degli insegnanti ha portato un ragazzo a Horacio Corbacho, uno dei sacerdoti condannato a 45 anni di prigione.

    L’altro testimone chiave nel fascicolo platense è Daniel Sgardellis, che vive a Salta. Già nel 2013 ha avuto il coraggio di raccontare, attraverso la lingua dei segni e attraverso un video caricato su YouTube, ciò che aveva subito tra il 1980 e il 1991. In quella registrazione chiede ad altre vittime di denunciare come aveva già fatto lui. Solo tre anni dopo, la seconda testimonianza, quella di Borrelli, giunse alla giustizia nel 2016. Dopo le condanne a Mendoza, ne arrivarono altre due.

    Tuttavia, la procura ha appena riconosciuto che al massimo sarà in grado di portare in tribunale Corradi e il professore di informatica José Britez, dal momento che l’Italia non era disponibile a rispondere alla richiesta di estradizione che pesa sull’ottantenne Eliseo Primatti, che è fuggito quando sono iniziati gli arresti.

    Il manuale di copertura della chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il caso del Provolo non era un’eccezione.

    BIGLIETTO PER L’ARGENTINA

    Nel 2003, l’Istituto Provolo ha ricevuto il premio “Juntos Educar” dall’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio. Il premio è stato assegnato per il suo esemplare lavoro educativo “nell’istruzione, nell’educazione e nell’assistenza ai sordomuti e ai giovani bisognosi”. A quel tempo si parlava poco dell’opera, ma ogni volta che veniva nominata nei media era per la sua nobile missione.

    Fondato nel 1840 a Verona, l’istituto deve il suo nome al vescovo Antonio Provolo, che si dedicò all’educazione dei sordi con i metodi orale e mimico-gestuale. La sede situata nella strada 47 di La Plata, nota come “Casa Provinciale della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordi e dei muti”, fu il primo in Argentina, diretta dal sacerdote Albano Mattioli, un italiano naturalizzato Argentino. Quindi fu aperta la filiale di Mendoza a Luján de Cuyo, che fu ufficialmente inaugurata nel 1998 come “Casa locale della compagnia di Maria” di Mendoza.

    L’Argentina era una delle destinazioni prese da diversi sacerdoti che erano diventati incontrollabili a Verona, dove abusavano di bambini con problemi di udito tra gli anni ‘60-‘70. Il mondo lo ha scoperto il 22 gennaio 2009, attraverso il settimanale L’Espresso, quando Paolo Tessadri ha pubblicato un articolo dal titolo: “Noi, le vittime dei preti pedofili”. L’articolo menzionava che il numero di bambini maltrattati era incalcolabile, gli abusatori hanno agito per tre decenni fino al 1984, ma rilevava anche che una dozzina dei quasi 25 sacerdoti accusati sono rimasti nell’istituto. Tessadri ha fornito un’informazione che spiegava, in parte, il processo di selezione delle vittime: “Il Provolo di Verona accoglie famiglie povere”, principalmente dal nord-est italiano.

    Fu allora che 67 persone furono incoraggiate a inviare una lettera al giornale in cui raccontavano ciò che avevano sofferto. “I sacerdoti e i fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”, hanno detto. Molti furono sorpresi di non aver cercato alcuna soluzione giudiziaria, poiché i crimini erano andati in prescrizione, ma ciò che volevano era che la situazione fosse conosciuta in modo tale che i bambini che erano rimasti nel Provolo non subissero ciò che avevano passato loro. Le testimonianze raccolte sono arrivate il 20 novembre 2008 a monsignor Giampietro Mazzoni, giudice della corte ecclesiastica della diocesi di Verona, che ha ignorato il caso. In quella lettera, tra le altre cose, fu informato che nella stanza usata come confessionale nella Chiesa di Santa Maria del Lamento dell’Istituto Provolo, i sacerdoti facevano masturbare alcune ragazze sorde. Lo hanno anche avvertito che gli abusi, spesso accompagnati da percosse, si sono verificati sistematicamente nelle camere da letto dei sacerdoti, sotto l’altare, nelle docce e nei bagni dell’Istituto.

    Nel tentativo di calmare le vittime, è stata avviata un’indagine interna e il 14 dicembre 2012 è stata rilasciata una risposta. Monsignor Mazzoni era incaricato di inoltrare “un’umile richiesta di perdono” alle vittime, dopo aver comunicato che l’inchiesta era stata ritardata dalla sovrapposizione di denunce, perché alcuni preti accusati avevano già lasciato l’istituto o erano morti. Proprio in quella occasione, la Santa Sede ha condannato alcuni sacerdoti a dedicarsi alla preghiera e alla penitenza, impedendo qualsiasi contatto con i minori. Tuttavia, i sacerdoti che erano in Argentina non hanno ricevuto alcuna sanzione. Il manuale di copertura della Chiesa indica che si deve sempre agire dopo che gli abusi sono stati resi pubblici. Il Provolo non faceva eccezione.

    Da quando fu eletto nel marzo 2013, Papa Francesco è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini con problemi di udito in Italia, sono stati inviati ad altre destinazioni in Argentina.

    Io insabbio, tu insabbi.

    Per anni, attraverso ciascuna delle loro testimonianze, i sopravvissuti hanno rivelato come funziona il manuale di copertura che la Chiesa Cattolica utilizza in tutto il mondo ogni volta che un prete molesta, abusa e/o tortura un bambino.

    Il caso dell’istituto Provolo si adatta perfettamente:

    1. alle prime rimostranze, tende a minimizzare il problema;
    2. zittisce e minaccia la vittima, che di solito è minorenne, ma mettendo in disparte la famiglia;
    3. fa pressione su quelli che potrebbero rompere con questa linea e presentare una denuncia, come nel caso di un altro sacerdote;
    4. se il carnefice diventa ingestibile, lo trasferisce;
    5. se il caso viene reso pubblico, rilascia una dichiarazione che simula dolore e afferma il desiderio di accompagnare la vittima e la sua famiglia, mentre le porte sono completamente chiuse agli stessi che affermano di voler sostenere;
    6. iniziano un processo interno, inutile e senza fine che si chiuderà in un cassetto della Santa Sede.

    Papa Francesco sapeva cosa stesse succedendo all’Istituto Provolo e non ha fatto nulla. Questa è la certezza dell’italiano Francesco Zanardi, presidente della Rete italiana dei sopravvissuti all’abuso ecclesiastico. Su cosa si basa? Da quando è stato consacrato nel marzo 2013, il Sommo Pontefice è stato informato in almeno tre occasioni che quindici sacerdoti italiani, accusati di aver abusato di bambini sordomuti in quel paese, sono stati inviati tra le altre destinazioni in Argentina.

    Nel maggio 2014, Zanardi ha inviato al Segretario di Stato Vaticano un video in cui appaiono 17 vittime che raccontano ciò che avevano vissuto e un elenco di sacerdoti accusati con il luogo in cui risiedevano. In Argentina, inclusi Giovanni Granuzzo, Nicola Corradi, Luigi Spinelli ed Eliseo Pirmati. Non ha avuto risposta.

    Il 20 ottobre dello stesso anno, l’Associazione dei sordi del Provolo di Verona, inviò una lettera indirizzata al vescovo Giuseppe Zenti, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e a Papa Francesco: “In quella lettera – ha detto Zanardi – nuovamente appaiono il nome di Corradi e altri quattordici sacerdoti accusati di abuso, quattro dei quali nascosti in Argentina”. Infine, è stato consegnato, ancora una volta, il 28 ottobre 2015, ora direttamente nelle mani del Papa da una delle vittime del Provolo di Verona, Giuseppe Consiglio, momento che è stato fotografato. Faccia a faccia, nell’aula Paolo VI, Consiglio disse al Papa, come poté, dopo ciò che aveva sofferto, al quale il Papa rispose con una richiesta di scuse e le sue solite “pregate per me”. In nessuno dei casi c’è stata alcuna risposta.

    Solo più di un anno dopo, venerdì 25 novembre 2016, quando si sono esposte le prime vittime argentine, sono state effettuate irruzioni presso la sede di Luján de Cuyo, sono stati arrestati i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho e si è scoperto uno scandalo internazionale, il Vaticano nominò un commissario apostolico e si preoccupò del caso “Provolo”. La prima espressione pubblica della Chiesa fu una menzogna: “Voglio chiarire guardandoli negli occhi, con le mani pulite e una coscienza tranquilla, che mai fummo informati prima delle accuse che pesano su nessuno dei sacerdoti imputati”, ha detto l’arcivescovo di Mendoza, Mons. Carlos Maria Franzini.

    Quello che non sapevano era che avevano appena scoperto il caso che avrebbe dimostrato fino a che punto i meccanismi di insabbiamento all’interno della Chiesa Cattolica sono internazionali. Un altro 25 novembre, questa volta nel 2019, sono state conosciute le condanne (45 anni per Corbacho, 42 per Corradi e 18 per il giardiniere Armando Gómez) e si è conclusa la prima delle tre parti del lungo processo di Mendoza. Contemporaneamente, un senso di sollievo attraversò il corpo dei sopravvissuti di La Plata e Verona. Non per niente: per la prima volta da quando sono iniziati gli abusi nell’Italia degli anni 60, poi a La Plata negli anni 80 e a Mendoza negli anni 90, erano riusciti ad avere credibilità.

    Gli investigatori di La Plata e Mendoza hanno concluso che:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    POETICA DELL’ABUSO

    Nel 2002 Julio García, un membro dell’ordine di La Plata, ha osato chiedere a Nicola Corradi, attraverso una lettera, di “agire sulla questione” per le irregolarità e le perversioni sessuali che stavano accadendo. Questa lettera fu trovata quando furono razziati gli uffici del Provolo di Mendoza, insieme a un fax stampato in cui erano spedite due comunicazioni. Il primo fu inviato al vicario generale in Italia; il secondo a Corradi. In entrambi, Garcia si riferiva a ciò che aveva vissuto all’interno dell’istituto Provolo di La Plata. Ha accusato un novizio ed ex seminarista di nome Gerardo Risso per “comportamenti devianti” e ha segnalato la complicità di altri sacerdoti per proteggerlo, sostenendo queste azioni. Ha anche sottolineato che Risso era stato respinto dall’ordine di Buenos Aires proprio a causa di questo comportamento, al contempo chiedeva a Corradi di non voltare le spalle perché un gruppo di sacerdoti della stessa sede lo proteggeva a spada tratta e sosteneva la possibilità che tornasse al Provolo.

    Garcia ha allegato una copia di una poesia scritta da un interno. “Il cantico di Gerardo” non solo aveva un alto contenuto sessuale nella sua lingua, quando identificava le pratiche dell’ex seminarista nell’intimità del gruppo, ma esponeva anche la naturalizzazione dell’abuso.

    Il cantico di Gerardo
    Sto uscendo con un ragazzo
    L’ho incontrato nella cappella
    Mi ha accarezzato e non ho resistito
    E volevo andare nella sua stanza
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È religioso e di grande ardore
    Quando mi abbraccia mi da calore
    E mi fa esplodere il cuore
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Mi sono sdraiato sul suo letto
    È venuto come un camion
    E in quella notte mi ha consacrato
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Fu molto bello quello che ho sentito
    Mi ha puntato il suo grande cannone
    E l’ho ricevuto nel mio garage
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    È insaziabile nel suo procedere
    Non vuole altro che cogliere
    Ho già il culo come un vaso
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    E ora cammino con un bastone
    Scorreggio e inizio a gridare
    E piango quando vado a cagare
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho promesso di essere sempre fedele
    Mi sono già vestito da religioso
    E di notte gettava le mutande
     
    Sto uscendo con un ragazzo
    Ho già trovato la mia vocazione
    Voglio vivere in congregazione
    Aprire il culo è la mia religione.

    In un altro paragrafo della lettera, l’autore ha anche fatto riferimento a irregolarità nell’amministrazione di indumenti e alimenti che avrebbero dovuto essere date ai bambini che erano nel rifugio di La Plata. Ha accusato le suore, che avevano quel compito, di lasciare 578 pullover immagazzinati per “riempirsi di falene” e “vendere i vestiti che abbiamo donato per 2 o 3 pesos”. Infine, ha sottolineato che ai ragazzi è stato servito cibo ormai scaduto, aggiungendo che “è un miracolo che nessun bambino si sia ammalato”.

    Sebbene il legame tra i poteri giudiziari di Buenos Aires e di Mendoza sia praticamente nullo, sia gli investigatori di La Plata che quelli di Mendoza hanno raggiunto conclusioni simili:

    a) le vittime preferite erano quelle i cui genitori non conoscevano il linguaggio dei segni;

    b) gli amministrativi e i religiosi fungevano come un filtro per misurare attraverso la tortura e giochi di ruolo chi consegnavano;

    c) gli arcivescovi di La Plata e Mendoza hanno voltato le spalle alle denunce internazionali.

    Per comprendere la portata istituzionale del caso Provolo, è necessaria una visione integrale che colleghi ciò che è accaduto a Verona, La Plata e Mendoza. Dopo i processi che hanno rappresentato la prima serie di condanne, il processo di La Plata dovrebbe andare in quella direzione.

    manual de encubrimiento de la iglesia católica


    (traduzione con Google, articolo del 4 dicembre 2019)

  • I gesuiti cileni “cacciano” un gesuita pedofilo di 96 anni. Ma se lo tengono in casa

    I gesuiti cileni “cacciano” un gesuita pedofilo di 96 anni. Ma se lo tengono in casa

    I gesuiti cileni cacciano il gesuita pedofilo. E sperando che non se ne scoprano altri. Perchè questo è uno schifo che non ha fine nella Chiesa. Come, per fortuna, la voglia di giustizia, terrena o divina. Così ecco il burocratese della Compagnia di Gesù del Cile. Si riferisce di due decreti del superiore generale, padre Arturo Sosa. Entrambi su padre Leonel Ibacache, 96 anni. Padre, per dire. Perchè trattasi di viscido verme responsabile di abusi sessuali su cinque minori. Il decreto è successivo al processo penale della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf). Col quale i crimini del pedofilo “sono stati chiaramente accertati dall’indagine e confermati nel processo”. Solo dopo questa pronuncia i gesuiti si sono mossi. Costretti dall’evidenza innegabile. E perchè la Congregazione vaticana ha chiesto al padre generale di imporre sanzioni per questi crimini. Si stabilisce una pena perpetua per il sacerdote, senza un limite di tempo. Niente sacramenti in pubblico o in privato; divieto di esercitare qualsiasi ministero pastorale; divieto di avere contatti con i minori (ma dai!). Il secondo decreto espelle padre Ibacache dalla Compagnia di Gesù. Che comunque -sono gesuiti!- resterà “casa sua”.

    I gesuiti provano a glissare

    I gesuiti cileni poi danno la loro versione dei fatti. Nel febbraio 2018, padre Cristian del Campo, allora provinciale, “ha ricevuto una denuncia per abuso sessuale contro padre Ibacache. Pertanto, ha decretato l’apertura di un’indagine previa, affidata a Waldo Bown. Nell’adempiere a tale incarico, Bown ha ricevuto la testimonianza di cinque denuncianti, che hanno accusato padre Ibacache di gravi crimini contro minori. Le vittime avevano meno di 16 anni al momento degli eventi (tra il 1968 e il 1995)”. Considerando il suo deterioramento mentale e fisico, tipico dei suoi 96 anni, padre Ibacache continuerà a vivere in una casa della Compagnia di Gesù, sotto assistenza medica e rispettando le sanzioni inflitte. “Alla fine di questo processo canonico, e come stiamo facendo in altre situazioni dolorose, la nostra prima priorità sarà quella di mettere a disposizione i mezzi necessari per aiutare le vittime nei processi di riparazione”, conclude la Compagnia di Gesù.

  • Pedofilia, espulso un gesuita per abusi ai danni di cinque minori

    Pedofilia, espulso un gesuita per abusi ai danni di cinque minori

    Un padre gesuita è stato espulso dalla Compagnia di Gesù per abusi ai danni di minori. L’indagine dell’ex Sant’Uffizio ha confermato il quadro delle accuse

    Padre Leone Ibabache, gesuita, è stato espulso perché ritenuto responsabile di abusi ai danni di cinque minori.

    “Il collasso morale” – come lo chiama Benedetto XVI – continua ad interessare le cronache ecclesiastiche. E la “linea della tolleranza zero”, che è stata inaugurata da Joseph Ratzinger e che sta trovando continuità nell’operato di Papa Francesco, non fa eccezioni. Oggi il gesuita al centro di questi accadimenti ha quasi cento anni – novantasei per l’esattezza – ma il superiore generale dei gesuiti, ossia Padre Artur Sosa – ha comunque optato per un provvedimento esemplare: l’espulsione, appunto.

    Stando a quanto si apprende dall’Adnkronos, non si può parlare d’incertezza attorno a questi casi di abuso. Gli episodi, infatti, “sono stati chiaramente accertati dall’indagine e confermati nel processo”. Ad indagare ogni dettaglio è stata la Congregazione per la Dottrina della Fede, ossia l’ex Sant’Uffizio. Ibabache è cileno. La Chiesa sudamericana sta attraversando delle fasi complesse. Ricorderete di quanto emerso all’epoca della visita apostolica del pontefice argentino, con le dimissioni dell’intero episcopato. Ma due viaggi dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna hanno contribuito a far chiarezza. E ora la situazione sembra mutare in nome della sopracitata “tolleranza zero”. In relazione a questo singolo caso, si parla di due distinti provvedimenti: oltre all’espulsione della Compagnia di Gesù, che dipende da Sosa, il Vaticano dovrebbe aver adottato la sospensione a divinis. Ma non si può escludere, tenendo in considerazione la prassi, che Ibabache venga anche spretato.

    Gli abusi ai danni dei minori e degli adulti vulnerabili costituiscono il principale dramma con cui gli ambienti ecclesiastici devono fare i conti. Ma il continente sudamericano è solo uno dei luoghi interessati da questa piaga. Su quanto messo in atto da padre Ibabache, intanto, la Chiesa cattolica è intervenuta con fermezza.

  • Provolo: il Vaticano chiede “perdono”, ma anni fa conosceva gli abusi e li copriva

    Provolo: il Vaticano chiede “perdono”, ma anni fa conosceva gli abusi e li copriva

    Provolo: el Vaticano pide “perdón”, pero hace años sabía de los abusos y los encubrió

    Il vescovo Bochatey, incaricato di “indagare” sui sacerdoti condannati a Mendoza, ha pubblicato una dichiarazione di scusa per le condanne di lunedì. Ma lui stesso ha manipolato le prove a La Plata e nel 2017 ha inviato uno dei sospettati in Italia.

    Il vescovo ausiliare di La Plata, Alberto Germán Bochatey Chaneton, nominato a maggio 2017 come “commissario apostolico” dal Vaticano per “investigare internamente” sui crimini presso l’Istituto Provolo, ha rilasciato una dichiarazione mercoledì cercando di scusarsi per conto di la Chiesa prima delle storiche condanne a 42 e 45 anni per i sacerdoti Nicola Corradi e Horacio Corbacho.

    Il lungo testo è pieno di (incredibili) espressioni di papa Francesco riguardo al “dolore”, alle “ferite profonde” e alla “pace” necessaria per le vittime di abusi e torture da parte di sacerdoti. Le poche parole di Bochatey nella dichiarazione cercano solo di coprire le spalle di una gerarchia cattolica affondata al collo sotto mentite spoglie e complicità con quei crimini.

    Noi Signore? No signore

    Bochatey afferma che la Chiesa “rispetta la decisione giudiziaria di Mendoza” e “si aspetta che porti pace alle vittime”. Il chiarimento sul rispetto della sentenza giudiziaria può sembrare ovvio. Ma non lo è. La Chiesa è un’istituzione abituata a “fare da sé”, dispensando le leggi dello Stato e generando altri parallelismi che prevalgono persino sulle costituzioni e sui codici penali.

    Ad esempio, in Argentina è ancora in vigore il Concordato (firmato nel 1966 tra la dittatura di Onganía e il Vaticano), che offre alla Chiesa ampio spazio di manovra con la propria “giustizia” in casi che non raggiungono mai la giustizia civile, tra questi molti abusi sessuali di sacerdoti su parrocchiani. Casi che non trascendono mai e finiscono sempre nell’impunità. L’annullamento del Concordato è una delle richieste fondamentali della Campagna Chiesa e Stato soggetto separato.

    Nella sua dichiarazione, Bochatey cita Francesco quando afferma che “se in passato l’omissione poteva diventare una forma di risposta, oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo senso più profondo e più stimolante, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futuro”. Quella “omissione” di cui parla il Papa è precisamente quella che lo stesso Bochatey e i suoi colleghi argentini hanno esercitato ampiamente negli ultimi anni.

    Il vescovo ausiliare di La Plata afferma che, quando è stato nominato commissario apostolico con Dante Simón, ha assunto il compito di indagare per “cercare di discernere se le accuse sono credibili o meno e avere una buona certezza morale che gli eventi potrebbero essere accaduti “. Sulla base di ciò, afferma, hanno concluso che “i fatti erano plausibili e avrebbero potuto accadere”. E aggiunge che la curia “non ha mai nascosto informazioni o rimosso la collaborazione” con la magistratura.

    Se è come dice Bochatey, bisognerebbe chiedergli perché crede che nel processo che si è appena concluso a Mendoza, le denunce hanno addebitato direttamente a lui e Simon le coperture degli imputati.

    Il vescovo aggiunge che “la Chiesa non ha mai nascosto i sacerdoti in questione e il processo canonico continua il suo corso nella Congregazione della Dottrina della Fede”. E con ciò crede di poter comunicare alla società e al mondo che tutto è in ordine e che Corradi e Corbacho sono solo un inciampo all’interno dell’istituzione. Ma lo stesso Bochatey è intimamente legato alla copertura di sacerdoti abusatori, e al disprezzo e agli attacchi alle vittime.

    Sì, hai nascosto

    Lo stesso mercoledì l’arcivescovo reazionario emerito di La Plata Héctor Aguer ha dichiarato alla radio che “è un orrore quello che è successo” nel Provolo Mendoza. “Conosco bene questo istituto perché ha una casa qui a La Plata e fortunatamente qui non sono successe cose”, ha aggiunto.

    Ha anche affermato che mentre era a capo dell’arcidiocesi di Platense (fino a giugno 2018) “non c’è mai stata una denuncia presso la sede dell’arcivescovo” e che, sopra, il Provolo “è un’istituzione che non dipende dal vescovo del luogo, quindi che è un problema che deve essere risolto a Roma ”.

    Da giugno 2000 a giugno dell’anno scorso Aguer è stato a capo della Chiesa Platense. E nel marzo 2013 Bochatey ha assunto il ruolo di suo assistente, una posizione che ricopre fino ad oggi, ora sotto gli ordini di Víctor “Tucho” Fernández. Significa che per molti anni Aguer e Bochatey hanno gestito “come una squadra” tutto ciò che riguarda la chiesa regionale.

    Come già riportato in questo giornale, nel 2002 Julio García, un membro anziano del Provolo de La Plata, ha inviato una lettera al Provolo de Mendoza avvertendo dei comportamenti violenti e offensivi del sacerdote Corradi (che era stato inviato a Luján de Cuyo dal Capitale di Buenos Aires per rilevare la sede centrale di Mendoza dell’istituto per bambini non udenti). Mons. Aguer potrebbe dire che non lo sapeva, ma è davvero incredibile, conoscendo il livello di verticalità dell’istituzione religiosa.

    A sua volta, nello stesso edificio del Provolo c’è un ramo dell’Università Cattolica di La Plata, che è sotto l’orbita dell’Arcivescovado e di cui Aguer è stato per anni uno dei suoi massimi referenti. È innegabile che il rapporto tra Provolo e l’Arcivescovado è più che stretto da decenni.

    Ma non è tutto. Quando alla fine del 2016 lo scandalo è saltato nel quartier generale di Mendoza dalla tortuosa e coraggiosa denuncia di famiglie di bambini sordi, a La Plata Aguer ha attivato gli allarmi e ha lanciato la copertura operativa, cercando di non rimanere bloccato verso le destinazioni di Corradi e Corbacho.

    Quando, nel maggio 2017, Jorge Bergoglio ha nominato Bochatey “commissario apostolico” incaricato di “indagare” su ciò che è accaduto nel Provolo de Mendoza, Aguer lo ha immediatamente nominato “controllore” presso la sede di La Plata. Il doppio gioco di essere un “ricercatore” e di avere in mano molte prove incriminanti dell’indagine ha facilitato molte cose.

    A ciò si sono aggiunti i servizi forniti dall’ex procuratore della Repubblica Plata Fernando Cartasegna, che era allora responsabile della causa aperta dalle testimonianze di ex studenti dell’istituzione che, commossi dallo scandalo aperto a Mendoza, hanno denunciati gli stessi sacerdoti per crimini commessi nella sede di Platense anni prima. Cartasegna (oggi in disgrazia e con alcune caratteristiche di follia) non ha indagato su nulla e ha persino approvato ciò che è stato fatto dalla gerarchia cattolica.

    Da luglio 2017 Alberto Bochatey (prima sotto gli ordini di Aguer e poi di Tucho Fernández) ha fatto tutto nel Provolo de La Plata, al punto che oggi quel quartier generale non ha nulla a che fare con quello che era. Oltre a modificare la struttura dell’edificio, cambiare le dipendenze e persino dare un ampio spazio all’UCALP, rimuoveva i sacerdoti che vivevano lì e avevano condiviso anni con Corradi e Corbacho.

    Pagheranno per i loro “peccati”?

    Bochatey ha alterato, falsificato e persino eliminato le prove che non sono state incorporate nel caso, nonostante gli sforzi della procura Cecilia Corfield, che ha ricevuto il fascicolo a metà 2018 dopo il fallimento di Cartasegna. Inoltre, il vescovo ausiliare aveva molto da fare affinché altri due preti abusatori andassero in Italia, cercando di liberarli dalle indagini in Argentina.

    Nel 2014, quando sembrava che al Provolo “non stesse succedendo nulla”, Aguer e Bochatey mandarono a Verona il sacerdote ottantenne Giovanni Granuzzo, che non era ancora stato accusato in Argentina ma era stato accusato in patria da vittime già adulte ( sebbene senza prove aperte).

    E alla fine del 2017 Aguer e Bochatey hanno fatto lo stesso con il sacerdote Eliseo Pirmati. La differenza con il trasferimento di Granuzzo è che era passato un anno da quando Mendoza aveva aperto la causa contro Corradi e Corbacho, la suora Kosaca Kumiko e due impiegati. E anche molto tempo fa  Pirmati era stato menzionato da diverse vittime come membro della banda criminale.

    A metà di quest’anno il procuratore Corfield ha richiesto l’estradizione del “fuggito” Pirmati, che ha perseguito insieme al sacerdote Corradi e un ex insegnante di informatica, José Britez, per i crimini di abuso sessuale aggravato e corruzione di minori.

    Secondo l’indagine di Corfield, le testimonianze delle vittime indicano che i crimini dei sacerdoti e dei loro collaboratori erano sistematici tra i decenni degli anni ’70 e ’90, sfruttando i loro posti di potere e con la copertura totale delle più alte autorità ecclesiastiche di La Plata.

    Il quadro è sufficiente. Aguer, Tucho Fernández, Bochatey e compagnia non solo conoscono i crimini del Provolo da anni, ma hanno fatto tutto il possibile per nascondere i loro protagonisti. Tanto che meritano già di essere accusati e perseguiti per aggravamento occulto dei crimini commessi dai condannati Corradi e Corbacho e da altri protetti.

    E poiché la Chiesa è precisamente un’istituzione in cui la verticalità e la segretezza sono ragioni di Stato, nessuno nel suo corretto giudizio può credere che Bergoglio e i suoi impiegati della Congregazione per la Dottrina della Fede siano ignari delle stesse informazioni (e anche di più) su questi crimini molto gravi commessi nel corso di decenni contro centinaia di ragazze, ragazzi e adolescenti.

    “Non nascondiamo mai informazioni né rimuoviamo la collaborazione”, afferma Bochatey dopo la dura condanna della sua protezione da Mendoza. “La Chiesa non ha mai nascosto i sacerdoti in questione”, aggiunge il vescovo ausiliare di La Plata a nome del Vaticano. Bugie. E ci sono quelli che fingono di dare alle loro parole un bagliore di verità.

    L’anno prossimo Bochatey, Aguer e Fernández saranno nei guai. Il 2020 sarà l’anno in cui due processi rilevanti contro sacerdoti stupratori, corruttori di minori e torturatori avranno probabilmente luogo a La Plata. Uno, per gli eventi accaduti nella sede locale di Provolo. Un altro, per i crimini commessi dal cappellano del servizio penitenziario di Buenos Aires, Eduardo Lorenzo, oggi in attesa di essere perseguito che, secondo fonti giudiziarie, è imminente.

    In entrambe le prove, verranno alla luce testimonianze, prove e perizie che non solo condanneranno Corradi, Pirmati, Britez e Lorenzo, ma dimostreranno il livello di complicità e di copertura dei loro superiori. La magistratura sarà incoraggiata a trattare anche arcivescovi e vescovi ausiliari?

    https://www.laizquierdadiario.com/Provolo-el-Vaticano-pide-perdon-pero-hace-anos-sabia-de-los-abusos-y-los-encubrio
    (traduzione con Google)

  • «Non ha salvaguardato i minori». Il cardinale Nichols nei guai

    «Non ha salvaguardato i minori». Il cardinale Nichols nei guai

    Una nuova porpora nella tempesta. Si tratta del cardinale Vincent Gerard Nichols, primate di Inghilterra e Galles, da giorni al centro di un nuovo scandalo abusi che vede protagonista la Chiesa cattolica nel Regno Unito.

    I legali di quasi 50 presunte vittime di molestie sessuali, che sarebbero state perpetrate da sacerdoti cattolici infedeli, hanno pubblicato una lettera sul settimanale The Tablet, nella quale chiedono le dimissioni dell’arcivescovo di Westminster. “Avendo fallito nei suoi ruoli di leadership sia a Birmingham che a Westminster, in futuro non potrà guidare in modo credibile la Chiesa cattolica su questi temi. I problemi sistemici nella Chiesa cattolica in relazione alla salvaguardia non possono essere risolti da un singolo individuo. Ma la Chiesa ha bisogno di leader che chiedano rispetto su questi temi. Il cardinale Nichols non lo è. È chiaro per noi e per quelli che rappresentiamo che è giunto il momento per lui di dimettersi”. Con queste parole, gli avvocati Richard Scorer e David Enright hanno invocato pubblicamente il passo indietro del porporato britannico, il cui nome è finito nel rapporto dell’Indagine indipendente sugli abusi sessuali su minori (IICSA), annunciata nel 2014 dall’allora segretario agli Interni, Theresa May.

    Il primate d’Inghilterra e Galles è stato ascoltato la scorsa settimana dal team d’inchiesta che sta esaminando 134 casi di abusi. La Commissione ha indagato anche su fatti avvenuti nell’arcidiocesi di Birmingham di cui Nichols fu titolare dal 2000 al 2009: nel mirino è finito il modo in cui i vertici ecclesiastici locali hanno gestito il potenziale rischio molestie per i bambini. Uno dei casi su cui si è concentrata l’indagine è quello di padre John Tolkien, figlio dell’autore de “Il Signore degli Anelli” e scomparso nel 2003 senza condanne penali ma più volte accusato di molestie a partire dagli anni Novanta. I due episodi di molestie sarebbero avvenuti nel 1957 nella zona di Sparkhill a Birmingham e la presunta vittima, Christopher Rooney, li aveva denunciati per la prima volta nel 1993 all’allora arcivescovo Maurice Couve de Murville (1929-2007). Rooney, che nel frattempo aveva cambiato nome in Carrie e scritto un libro sulla sua vicenda, avrebbe ripetuto l’accusa nel 2000 a Nichols, succeduto a Couve de Murville nella guida dell’arcidiocesi.

    L’attuale primate avrebbe avviato un’indagine interna sul conto di padre Tolkien, durante la quale sarebbe emersa l’esistenza di una nota risalente al 1968 nella quale si faceva riferimento ad alcuni comportamenti inappropriati avuti dal sacerdote con un gruppo di boyscout. Pur senza alcuna ammissione di responsabilità dell’accusato, l’arcidiocesi aveva così riconosciuto a Rooney un risarcimento extragiudiziale di 15.000 sterline. In questi giorni la vicenda è riemersa e contro il cardinale Nichols è piovuta l’accusa di aver preferito tenere nascosto il contenuto della nota. Davanti alla Commissione, il porporato britannico si è difeso sostenendo che quanto scritto nella nota su padre Tolkien era stato divulgato alla polizia. Al tempo stesso, il presule ha dichiarato di aver agito dando la priorità al “desiderio di risolvere questa richiesta di risarcimento in modo che queste situazioni certamente difficili per il signor Carrie e per la famiglia Tolkien […] potessero essere chiuse”.

    L’IICSA – più che concentrarsi sul caso in sé, per il quale non ci sono state condanne penali – ha posato la sua lente sul comportamento tenuto all’epoca dall’arcidiocesi nella salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili in una situazione di potenziale rischio. Nel rapporto viene messo in evidenza che “la nota dimostra che la Chiesa era consapevole del rischio che padre Tolkien rappresentava per i bambini e tuttavia l’arcidiocesi ha fatto pochi o nessun passo per proteggere i bambini da quei rischi”. Lo stesso Nichols non ha negato quest’interpretazione dei fatti durante la sua testimonianza al team d’indagine, affermando che “ciò che è accaduto allora non era giusto; era sbagliato” e dichiarandosi “pentito sinceramente”, oltre a scusarsi per questo.

    Non è solo il periodo a Birmingham a creare più di un grattacapo al porporato britannico, bensì in generale il comportamento da lui tenuto di fronte ai casi di abusi addebitati al clero. Secondo quanto riportato dal Guardian, durante l’audizione all’IICSA, l’avvocato Brian Altman, ex procuratore e principale consulente del team, ha criticato il primate d’Inghilterra per la lentezza nell’attuare le riforme di salvaguardia per le vittime e potenziali tali e per aver ignorato le lamentele di una donna che sosteneva di aver subito molestie da un membro del clero. Dal rapporto sembrerebbe emergere che una vittima – indicata con il nome in codice A710 – avrebbe accusato di molestie il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, morto a 85 anni nel 2017. Quest’ultimo, che fu predecessore di Nichols, oltre ad un’inchiesta delle autorità civili poi archiviata, aveva subito anche un’indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Sulle accuse contro Murphy-O’Connor, giudicate infondate già nel 2011 dall’allora prefetto, il cardinale Levada, l’attenzione dell’ex Sant’Uffizio si mantenne almeno fino al 2013. E proprio l’indagine sul porporato inglese scomparso nel 2017 è ritornata d’attualità con il retroscena diffuso dal vaticanista Marco Tosatti – e poi rilanciato successivamente dall’ex nunzio apostolico negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – secondo cui sarebbe stato papa Francesco in persona a chiedere all’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Gerhard Müller, di chiudere il prima possibile l’indagine sull’ex presidente della Conferenza episcopale inglese. Lo stesso Müller avrebbe dato il suo assenso ai responsabili del portale LifeSiteNews a scrivere in una sua intervista che fu il pontefice a chiedere lo stop dell’inchiesta su Murphy-O’Connor.

    La menzione di questa vicenda nel memoriale Viganò è riaffiorata in questi giorni quando, nell’ambito del clamore suscitato dalle conclusioni dell’IICSA, è emersa la testimonianza dei vescovi di Portsmouth e di Northampton ai quali il cardinal Nichols avrebbe suggerito di non fare un intervento pubblico a favore delle vittime di abusi commessi dal clero per non correre il rischio di prestare il fianco ai critici di papa Francesco.

    Durante la sua audizione di fronte alla Commissione, l’attuale arcivescovo di Westminster ha negato questa interpretazione dell’invito fatto ai due vescovi, sostenendo di aver privilegiato la tutela delle vittime e non quella dell’immagine del pontefice. Davanti alle domande incalzanti dell’ex procuratore Altman, il cardinale Nichols ha ammesso che in generale la Chiesa cattolica inglese ha fallito nella gestione dei casi di abusi sessuali e che “le ruote del cambiamento hanno girato lentamente” in questi anni.  Il mea culpa del porporato, però, non è bastato agli avvocati delle vittime, Scorer ed Enright, per i quali “nonostante tutta la retorica, non esiste un approccio unico alla salvaguardia” e “il trattamento dei sopravvissuti è stato costantemente scarso, anche nella diocesi del cardinale Nichols”.

    https://lanuovabq.it/it/non-ha-salvaguardato-i-minori-il-cardinale-nichols-nei-guai