Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

    PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

     Il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano ha assolto il parroco di Ponticelli Don Silverio Mura, accusato nel 2010 da Arturo Borrelli di aver abusato sessualmente di lui quando era un bambino. Borrelli ha conosciuto Don Mura tra i banchi di scuola, era il suo insegnante di religione.

    A diramare la notizia è l’avv. Stefano Bartone, difensore di don Mura, che ha anche inviato agli organi si stampa la sentenza definitiva, emessa lo scorso 6 marzo, che assolve pienamente il sacerdote.            

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso, dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede.

    L’assoluzione del sacerdote napoletano arriva dopo quattro anni di istruttoria, gettando nello sconforto le due presunte vittime che a distanza di più di 20 anni, puntano il dito contro il sacerdote.

    Una sentenza che potrebbe essere ribaltata, in ogni caso, in sede civile, dove si svolgerà un altro processo per un eventuale risarcimento dei danni.

    Una vicenda che fin da subito ha diviso l’opinione pubblica e in particolar modo gli abitanti di Ponticelli, la comunità in cui Don Mura ha vissuto e lavorato per tanti anni .

    Uno scenario controverso, dunque, perché se su un fronte il sacerdote ha adottato un comportamento ambiguo, sull’altro i suoi accusatori non si sono rivelati tanto più attendibili.

    Se il sacerdote di Ponticelli non ha commesso gli abusi, infatti, andrebbe chiarito perché venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia, dove gli era consentito di fare catechismo, permettendogli così anche di interagire con i bambini, mentre all’ombra del Vesuvio fu reso noto che era stato mandato in un convento “a curarsi”.

    Così come resta da chiarire se la malformazione al pene alla quale le due presunte vittime fanno riferimento sia stata accertata – rilevabile solo con il pene in erezione – e, in tal caso, in che modo il sacerdote abbia giustificato il fatto che due bambini siano venuti a conoscenza di un particolare tanto intimo.

    Altro interrogativo legato alla figura del sacerdote è l’ingente quantitativo di denaro di cui disponeva e che gli permetteva di elargire di continuo regali costosi alle presunte vittime: completi delle squadre di calcio, biciclette, scooter e molto altro. Un tenore di vita in forte distonia con il suo status di semplice insegnante, proveniente da una famiglia modesta.

    Infine, quando Arturo Borrelli, il principale accusatore del prete, lo incontra a distanza di anni, filmando quell’incontro con una videocamera nascosta, Don Mura non fa nulla per difendersi dalle accuse di pedofilia né tantomeno ha querelato il Borrelli per averlo ingiuriato e diffamato pubblicamente e in più circostanze.

    Sul fronte delle vittime, invece, emergono una serie di fatti che possono concorrere a chiarire il contesto in cui è maturata la decisione del tribunale Ecclesiastico di Milano di assolvere il prelato.

    In una mail inviata alla curia di Napoli, poco dopo lo shock traumatico che gli avrebbe consentito di rielaborare il trauma subito da ragazzino, Arturo Borrelli, che all’epoca lavorava come guardia giurata, minacciava di suicidarsi davanti alla curia partenopea con l’arma di ordinanza. Secondo quanto riferito dalla curia, con l’intento di preservare l’incolumità del Borrelli e della collettività, quella mail fu inoltrata alla Questura di Napoli, determinando il licenziamento della presunta vittima.

    Una condotta mai violenta, ma spesso ingestibile, quella adottata dal Borrelli nel corso degli anni in cui ha portato avanti la sua battaglia per rivendicare giustizia. Una battaglia portata avanti soprattutto sui social e attraverso i social, dove sovente il Borrelli indirizza imprecazioni e maledizioni al cardinale Sepe, giungendo ad additarlo come il responsabile delle sofferenze patite, fino al giorno della morte, dal figlio 18enne, sopraggiunta in seguito ad un incidente stradale avvenuto lo scorso giugno in via Mastellone a Barra. Nonostante la curia partenopea si sia fatta carico di tutte le spese relative ai funerali del giovane, il Borrelli si è guardato bene dal rendere nota questa notizia e anche pochi minuti prima di dare l’estremo saluto al figlio, è salito sul pulpito dell’altare per inveire contro coloro che apostrofa come “gli artefici di tutti i suoi mali”.

    Ben più rilevanti, invece, le incongruenze che emergono dalla testimonianza di Giuseppe Scognamiglio, nome di fantasia della seconda presunta vittima, che accusa Don Mura di essersi servito di lui anche come corriere di armi e droga.

    Nel corso di una lunga intervista registrata lo scorso aprile, infatti, Scognamiglio riferisce che negli anni in cui Don Silverio passò alla parrocchia del comune vesuviano di Pollena Trocchia, oltre ad abusare sessualmente di lui, lo obbligava a recarsi in bici fino a Ponticelli per consegnare ad una donna un misterioso zainetto in cui gli riferiva che fossero contenuti dei libri di religione.

    Un percorso di circa cinque chilometri, complessivamente dieci tra andata e ritorno, che il ragazzino avrebbe compiuto “2 o 3 volte a settimana, per circa due anni” e poi precisa: “lo avrò fatto una decina di volte in tutto”. Pertanto, – se la matematica non è un’opinione – i conti non tornano.

    Da Pollena Trocchia a Ponticelli in bicicletta per raggiungere un luogo ben preciso: il Rione De Gasperi, la roccaforte del clan Sarno, all’epoca dei fatti. In quegli anni, i Sarno, partendo proprio dalla “torre di controllo” costruita nel rione che per anni ha funto da fortino del clan, con una serie di alleanze, unitamente all’utilizzo di metodi camorristici efferati, riuscirono ad imporsi sull’intera periferia orientale di Napoli, oltre che sull’entroterra vesuviano, spingendosi fino al cuore del centro storico partenopeo.

    In quegli anni, i Sarno, non erano “un” clan, ma “il” clan. Tutte le dinamiche malavitose del territorio erano riconducibili alla cosca fondata dai fratelli Giuseppe, Vincenzo, Ciro e Luciano Sarno.

    Scognamiglio riferisce che i suoi viaggi terminavano proprio lì, nella roccaforte del clan più temuto e temibile dell’epoca. Seppure sia in grado di descrivere minuziosamente l’abitazione del sacerdote, nella ricostruzione del percorso compiuto da “corriere inconsapevole”, non è in grado di fornire dettagli altrettanto attendibili, apparendo nervoso e contraddittorio.

    Sostiene che il sacerdote gli avrebbe mostrato nel corso di un viaggio in auto il percorso che avrebbe dovuto compiere, invitandolo a non fermarsi mai lungo la strada, per poi indicargli la donna alla quale doveva consegnare lo zaino.

    Il viaggio sarebbe terminato, dunque, in una zona del rione dove  si rileva la presenza di un grosso spiazzale, attualmente semideserto, in seguito all’avvio del piano di riqualificazione del rione. Negli anni in cui si sarebbero svolti i fatti narrati, invece, il De Gasperi viveva il suo momento di massimo splendore, soprattutto perché nel cuore di quello spiazzale vi erano una scuola ed una chiesa, perennemente frequentate. Allo stato attuale, la scuola è occupata abusivamente da una famiglia che l’ha adibita ad abitazione e la chiesa è stata chiusa e ripetutamente vandalizzata, in quanto rientrante nel piano di abbattimento. Scognamiglio, nella sua ricostruzione, non menziona la presenza di due edifici tanto voluminosi quanto iperfrequentati in quegli anni e quando gli viene fatto notare, sorpreso e stupito chiede: “veramente là ci sta una chiesa!?”

    Quella di Scognamiglio somiglia molto alla ricostruzione di un ragazzino abbastanza informato sulle dinamiche camorristiche del quartiere in cui vive e che da uomo torna a Ponticelli con un enorme gap culturale ed emotivo da colmare: quello relativo al nuovo e caotico disegno criminale consequenziale al pentimento delle figure-simbolo del clan Sarno.

    In effetti, Scognamiglio ha trascorso molti anni lontano da Napoli, non a caso, proprio gli anni in cui i fratelli Sarno decisero di passare dalla parte dello Stato e solo pochi mesi dopo il suo ritorno a Ponticelli, mentre sentiva una giornalista fare domande sul presunto prete pedofilo del quartiere, si è reso conto di essere “la persona che quella giornalista stava cercando”.

    In sostanza, la descrizione geografica e la ricostruzione storica proposte dalla presunta vittima, trovano riscontro nell’epoca contemporanea, come se “a caccia di elementi utili” per rendere credibile la pesante accusa, Scognamiglio effettivamente si sia recato nel rione. Oggi, per l’appunto, e non 20 anni fa.

    La presunta vittima, afferma di aver scoperto per caso, un giorno, il reale contenuto dello zainetto che gli era richiesto di trasportare. Decise di fermarsi, – secondo quanto dichiara – perchè insospettito dall’eccessivo peso dello zaino, quindi ne sbircia il contenuto e così avrebbe rilevato la presenza dei panetti di droga, avvolti in nastro isolante marrone, e delle pistole, avvolte negli asciugamani. Scognamiglio mima anche minuziosamente il modo in cui erano ripiegati gli asciugamani in cui erano occultate le pistole. Come fa a conoscere alla perfezione il verso in cui erano chiuse, se sostiene, invece, di averle aperte e per giunta una sola volta?

    Inoltre, proprio mentre ricostruisce quei fatti, nel corso dell’intervista, Scognamiglio ricorda di aver visto anche una bomba all’interno di quello zaino, asserendo che potrebbe essere verosimile, dato che pochi giorni prima, proprio attraverso le pagine del nostro giornale, aveva appreso del ritrovamento di alcuni ordigni bellici in un arsenale della camorra, provenienti dalla ex-Jugoslavia.

    Infine, Scognamiglio sostiene di ricordare bene l’identità della donna alla quale il sacerdote gli avrebbe indicato di consegnare lo zainetto: la mamma dei “fraulella”, ovvero i fratelli Antonio e Giuseppe D’Amico, reggenti dell’omonimo clan, oltre che di Annunziata D’Amico, la donna-boss giustiziata nell’ottobre del 2015, dopo aver preso il posto dei fratelli al comando dell’organizzazione criminale, in seguito alla loro carcerazione.

    I fratelli “fraulella”, in effetti, intraprendono la carriera camorristica come reclute del clan Sarno, per poi fondare un sodalizio autonomo in concomitanza dei primi segni di cedimento palesati dai fratelli Sarno, quando scelgono di passare dalla parte dello Stato.

    Un nome attendibile, quindi, quello della “mamma dei fraulella”, che potrebbe rivelarsi utile a rafforzare il quadro accusatorio contro Don Mura. Tuttavia, Scognamiglio, ignora un dettaglio tutt’altro che trascurabile: la madre dei fratelli D’Amico non solo non ha mai vissuto nel Rione De Gasperi, ma soprattutto osteggiava fortemente l’ascesa criminale dei figli. Tra madre e figli, infatti, i litigi accesi erano all’ordine del giorno, tant’è vero che i figli Antonio e Giuseppe accusavano la madre di essere una “spia” della polizia, disposta a tutto pur di sottrarli al loro destino, anche “venderli” alle forze dell’ordine. Era la sorella Annunziata a fare da tramite tra madre e figli. Cercava di mediare, “la passillona”, questo il soprannome della donna-boss del clan D’Amico, consegnando ai fratelli i messaggi ricchi di rabbia e paura della madre. Eppure, nemmeno Annunziata è riuscita a sottrarsi al fascinoso richiamo della malavita.

    Inoltre, incrociando le informazioni derivanti da fonti investigative con le testimonianze rese dai collaboratori di giustizia, si delinea uno scenario ben più ampio in termini di traffici illeciti, con il porto di Torre del Greco completamente alla mercè dei Sarno. Informazioni preziose ed attendibili che aiutarono gli inquirenti a scardinare il “sistema Sarno” in tal senso, furono rese da Anna Sodano, collaboratrice di giustizia uccisa dal clan, il cui corpo non è mai stato ritrovato.

    Scognamiglio precisa che anche in altre circostanze si sarebbe recato nel Rione De Gasperi in compagnia di Don Mura: quando il sacerdote veniva convocato per dare l’estrema unzione alle reclute del clan vittime di agguati e pertanto impossibilitate ad entrare in chiesa per la celebrazione liturgica dei funerali.

    La presunta vittima dichiara di non aver mai visto i cadaveri, perché Don Mura entrava da solo, lasciandolo all’ingresso della stanza con il turipolo dell’incenso tra le mani. In merito a questi fatti, non vi è riscontro in chiave investigativa né tantomeno i collaboratori di giustizia confermano l’esistenza di questo rituale, fosse anche solo per le difficoltà insite nel prelevare un cadavere dal luogo dell’agguato. Una ricostruzione che manifesta forti analogie con la scena con la quale si apre la terza serie di “Gomorra”, andata in onda in prima Tv su Sky nel novembre del 2017, quindi pochi mesi prima dell’intervista rilasciataci da Scognamiglio.

    La presunta vittima sostiene anche che il sacerdote, dopo gli abusi sessuali, era solito svolgere due pratiche: regalargli soldi e fumare quella che lui definiva “la sigaretta puzzolente”, ovvero, uno spinello.

    Alle anomalie fin qui elencate, aggiungiamo un altro tassello importante: la stampa nazionale ha definito quello contro Don Mura “il processo più grande della storia della Chiesa per numero di vittime”. Secondo quanto dichiarato dall’avvocato di Arturo Borrelli, sarebbero almeno 10 le “vittime accertate”.

    Perché nella sentenza si fa riferimento solo a due persone?

    In seguito alla risonanza mediatica assunta dal “caso Don Mura”, diverse persone, attraverso messaggi inviati sui social, hanno confidato a “Rete l’abuso” di aver subìto lo stesso trattamento in tenera età dal sacerdote, precisando, però, di non voler testimoniare né di voler essere chiamate in causa in nessun altro modo. Una prova che non può assumere alcun valore giuridico, quindi.

    Lo stesso avvocato del Borrelli, in presenza di altre due persone, chiedeva al direttore di questo giornale, la giornalista Luciana Esposito, di divulgare un comunicato in cui esortava le presunte vittime del sacerdote a contattare la redazione per raccontare la loro storia. Aggiungendo poi che, di lì a poco, avrebbe pubblicato un ulteriore comunicato in cui rendeva noto di aver raccolto le testimonianze di altre otto vittime, così da “spaventare la curia di Napoli”.

    Quanto riportato in questo articolo rappresenta una buona parte della testimonianza resa dalla giornalista Luciana Esposito, ascoltata dalla Curia di Napoli come persona informata dei fatti nel giugno del 2018, e inviata al Tribunale ecclesiastico di Milano.

    Ponticelli: ecco perché il tribunale Ecclesiastico ha assolto Don Silverio Mura dalle accuse di pedofilia

  • Abusi sessuali, il Tribunale ecclesiale assolve il prete di Napoli: vittime sotto choc faranno appello

    Abusi sessuali, il Tribunale ecclesiale assolve il prete di Napoli: vittime sotto choc faranno appello

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il tribunale ecclesiastico della diocesi di Milano ha assolto il sacerdote napoletano, don Silverio Mura dall’accusa di aver molestato a Napoli, circa 25 anni fa, due ragazzi, oggi due uomini che davanti a questa sentenza inaspettata sono letteralmente sotto choc e stanno valutando il ricorso in appello.

    «Adesso tutto il mondo avrà la prova che la giustizia ecclesiale non esiste dopo che due vittime hanno denunciato tutto. Va bene, lasciamo la giustizia ecclesiale e rivolgiamoci a quella penale e civile. La Chiesa di Papa Francesco ha fallito, anche sulla credibilità» scrive Arturo Borrelli, una delle vittime, sulla sua pagina Facebook. I nomi delle due vittime appaiono nell’esito della sentenza diffuso dall’avvocato Stefano Bartone, difensore del sacerdote dinnanzi al tribunale ecclesiale.

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana (nella quale il sacerdote è tuttora incardinato) al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede. L’assoluzione del sacerdote napoletana arriva dopo quattro anni di istruttoria ma lascia l’amaro in bocca a molti e alcuni punti interrogativi ancora aperti. Uno tra tutti, sul perché il sacerdote di Ponticelli venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_abusi_napoli_vittime_sentenza_tribunale-4376588.html

  • Don Silverio Mura assolto – adesso ci quereli tutti per averlo diffamato

    Don Silverio Mura assolto – adesso ci quereli tutti per averlo diffamato

    “Si comunica che :

    è stato ASSOLTO il parroco don  SILVERIO MURA ingiustamente accusato nel 2010 da ARTURO BORRELLI di essere stato un ABUSATORE SERIALE DI MINORI.

    L’avv. Stefano Bartone, quale attuale difensore di don Mura, comunica che il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano (incaricato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede),  ha emesso e il 6 marzo 2019 pubblicato sentenza definitiva che assolve pienamente il sacerdote e insegnante  don Silverio Mura, stimatissimo nella scuola e nella parrocchia, dalla accusa di reiterati abusi sessuali e da tutte le accuse mossegli  dai sigg. Arturo Borrelli e  Giuseppe Scognamiglio (nome di fantasia)  a distanza di oltre 24 anni. ”

    Questo è il contenuto della missiva ricevuta oggi da Arturo Borrelli nella quale si comunica che il sacerdote da lui accusato, è stato ritenuto innocente dal tribunale ecclesiastico.

    Stupiscono soprattutto le prime righe della missiva, dove quasi si inneggia all’assoluzione – su presupposti canonici – di un sacerdote, accusato da più persone di stupro di minore.

    Personalmente non ci trovo nulla di entusiasmante vedendo il fallimento della giustizia canonica ripetersi anche nel caso di Borrelli e Scognamiglio.

    Dico ripetersi perché la fila di processi ecclesiastici che assolvono molestatori sessuali ribaltando le sentenze dei tribunali civili è lunga. Senza andare indietro di molto, poco più di un anno fa, il 22 febbraio 2018, il tribunale canonico di Genova, a fronte di una condanna di terzo grado inflitta dal tribunale italiano, assolveva don Luciano Massaferro.

    Tornando a don Mura e alla sentenza canonica di innocenza, non posso non pensare a questa vicenda, una delle prime che la Rete L’ABUSO portò alla luce ben 10 anni fa, e mi domando: perché da quando denunciammo don Silverio Mura, questo sparì dalla parrocchia ed è stato coperto per 9 lunghi anni, arrivando persino a nasconderlo nel nord Italia sotto falso nome ?

    Perché, in quanto imputato e quindi nella facoltà di richiedere ad un tribunale italiano di togliere la prescrizione e chiarire di fronte alla legge civile la sua posizione, non lo ha fatto?

    Perché non ha querelato la Rete L’ABUSO, e le due presunte vittime, che da anni – sulla base della sua assoluzione canonica – lo avrebbero diffamato da nord a sud d’Italia ?

    Ha forse paura che in un tribunale vero la divina provvidenza potrebbe non essergli così vicino ?

    In questo caso fa bene.

  • Prete napoletano accusato di abusi  assolto dal tribunale ecclesiastico

    Prete napoletano accusato di abusi assolto dal tribunale ecclesiastico

    Il tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano ha assolto il sacerdote napoletano, don Silverio Mura dall’accusa di aver molestato a Napoli circa 25 anni fa, due ragazzi. Lo fa sapere con una nota l’avvocato Stefano Bartone, difensore del sacerdote dinanzi al tribunale ecclesiale. Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana (nella quale il sacerdote è tuttora incardinato) al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede. L’assoluzione del sacerdote napoletano è giunta, si legge sempre in una nota del legale, al termine di una istruttoria durata ben quattro anni.

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/prete_napoletano_accusato_di_abusi_assolto_dal_tribunale_ecclesiastico-4374791.html?fbclid=IwAR28OXiPAe6OSc3ohfyrqoLVJBOkXDe_estXuqyObaXwfueAgSkAWzTDjnY

  • Cile: sacerdoti accusati di abusi nelle diocesi di Mepililla e Chillán. Il vescovo di Arica nega di aver coperto tre presbiteri

    Cile: sacerdoti accusati di abusi nelle diocesi di Mepililla e Chillán. Il vescovo di Arica nega di aver coperto tre presbiteri

    Il vescovo di Arica, mons. Moisés Atisha, delinea i termini della convocazione in tribunale di giovedì scorso, quando la Procura regionale di O’Higgins gli ha contestato di aver coperto tre sacerdoti accusati di abuso sessuale. Il vescovo nella nota spiega di aver saputo dai magistrati soltanto i nomi dei tre accusati, senza alcun particolare sui fatti o sulle cirocostanze della presunta copertura. Da qui “la decisione, conforme al diritto, di avvalersi della facoltà di non rispondere”. Mons. Atisha respinge con decisione le accuse e “riafferma il suo impegno nella condanna di qualsiasi tipo di abuso e particolarmente di quelli di natura sessuale”. La diocesi di Melipilla comunica di aver ricevuto la denuncia per un presunto abuso commesso da padre José Ramón Celestino Gutiérrez Bustos, per il quale è stata disposta la proibizione cautelare di esercitare il ministero sacerdotale, peraltro già in atto da alcuni mesi per lo stesso sacerdote in seguito a comunicazioni ricevute dal vescovado castrense, dove padre Gutiérrez prestava servizio come cappellano. La diocesi di Melipilla, si legge nella nota, esprime “preoccupazione e vicinanza alle vittime” e il desiderio di “collaborare” nel chiarimento dei fatti con le autorità giudiziarie. In un comunicato, la diocesi di Chillán spiega che si è conclusa il 14 marzo l’indagine diocesana previa su Jaime San Martín Solís, dichiarando verosimili i fatti ai quali si riferiscono le accuse di abuso su minori. Il fascicolo è stato inviato alla Congregazione per la Dottrina della fede, mentre si mantiene per il sacerdote la sospensione dall’esercizio del ministero sacerdotale.

    https://agensir.it/quotidiano/2019/3/18/cile-sacerdoti-accusati-di-abusi-nelle-diocesi-di-mepililla-e-chillan-il-vescovo-di-arica-nega-di-aver-coperto-tre-presbiteri/

  • Papa Francesco non accetta le dimissioni del cardinale francese Barbarin, condannato per aver coperto la pedofilia

    Papa Francesco non accetta le dimissioni del cardinale francese Barbarin, condannato per aver coperto la pedofilia

    Tre motivi dietro la decisione di Bergoglio: aspettare la sentenza definitiva (l’arcivescovo di Lione attende il secondo grado di giudizio), impedire che successione apostolica nella Chiesa sia dettata dalla magistratura civile e prendere atto del fatto che l’accusato si è comportato secondo quanto predisposto dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

    di Francesco Antonio Grana

    Papa Francesco non ha accettato le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin da arcivescovo di Lione. Dopo la condanna a 6 mesi con la condizionale per aver coperto la pedofilia padre Bernard Preynat, il primate della Gallia aveva annunciato che avrebbe consegnato le sue dimissioni a Bergoglio. Una dichiarazione di appena 37 secondi davanti ai media francesiper comunicare una scelta sofferta e, come avevano rivelato i suoi più stretti collaboratori, presa già prima della sentenza. Alla Prefettura della Casa Pontificia, infatti, Barbarin si era rivolto prima che i magistrati di Lione pronunciassero la condanna di primo grado chiedendo di poter incontrare urgentemente il Papa. L’udienza era stata subito fissata per il 18 marzo 2019 nella Biblioteca privata del Palazzo Apostolico Vaticano.

    Il faccia a faccia tra Francesco e Barbarin è durato appena venti minuti. Il tempo per il porporato di spiegare le sue ragioni e rassegnare le dimissioni. Il cardinale era accompagnato da uno dei vicari generali dell’arcidiocesi di Lione, monsignor Éric Mouterde, e da Étienne Piquet Gauthier, presidente della Fondazione Saint Irènee. I due, dopo aver salutato il Papa, non hanno assistito al colloquio privato tra Bergoglio e il porporato. Appena 24 ore dopo l’udienza, il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha reso nota la decisione di Francesco. “Posso confermare – ha affermato il portavoce vaticano – che il Santo Padre non ha accettato le dimissioni presentate dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione. Cosciente tuttavia delle difficoltà che vive in questo momento l’arcidiocesi, il Santo Padre ha lasciato il cardinale Barbarin libero di prendere la decisione migliore per la diocesi e il cardinale Barbarin ha deciso di ritirarsi per un periodo di tempo e di chiedere al padre Yves Baumgarten, vicario generale, di assumere la guida della diocesi. La Santa Sede – ha aggiunto Gisotti – tiene a ribadire la sua vicinanza alle vittime di abusi, ai fedeli dell’arcidiocesi di Lione e di tutta la Chiesa di Francia che vivono un momento particolarmente doloroso”.

    Una decisione che ha sorpreso la maggior parte degli osservatori che davano ormai per scontato che il Papa avrebbe accettato le dimissioni di Barbarin, magari nominandolo amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Lione fino alla scelta del successore. Perché Bergoglio, invece, ha respinto le dimissioni? La decisione di Francesco è dettata principalmente da tre motivi. Il primo è che il Papa non vuole che la successione apostolica nella Chiesa cattolica sia dettata dalla magistratura civile. Barbarin ha 68 anni e ha davanti a sé ancora diversi anni prima di lasciare definitivamente la guida dell’arcidiocesi. Il secondo motivo è che il porporato è stato condannato in primo grado e ha presentato subito appello. Rimuoverlo quando non si è in presenza di una sentenza definitiva non appare al Papa corretto. Tanto meno che, al momento, non esiste nessun procedimento canonico contro il cardinale. Terzo motivo è che Barbarin si è presentato sia davanti ai giudici, sia davanti a Francesco, con in mano la lettera del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer, con le indicazioni per affrontare il caso di pedofilia che, secondo i magistrati francesi, è stato coperto da Barbarin.

    Il Tribunale di Lione, infatti, ritiene il porporato colpevole di non aver denunciato gli abusi sessuali su minori perpetrati, negli anni ’70 e ’80 durante i campi scout, da padre  Preynat. Barbarin replica di aver fatto semplicemente ciò che il cardinale Ladaria gli ha indicato di fare per iscritto. Anche se nella vicenda qualcosa non torna. Seppure cercando di farlo con la massima discrezione per evitare la ribalta mediatica, il prefetto dell’ex Sant’Uffizio aveva detto a Barbarin di allontanare padre Preynat dai bambini. Cosa che, secondo quanto emerso nel procedimento di primo grado, sarebbe stato fatto in modo tardivo e poco efficace. Motivo per il quale, Barbarin, ben consapevole che la sua vicenda ha creato uno scandalo non solo nell’arcidiocesi di Lione, ma in tutta la Chiesa francese, ha deciso di affrontare il processo d’appello ritirandosi momentaneamente dal governo della diocesi. È molto prevedibile che il porporato non ritornerà al suo posto fin quando non ci sarà la sentenza di secondo grado. Ma in quel caso, se la condanna fosse confermata, la decisione tornerebbe di nuovo nelle mani del Papa. E allora Bergoglio potrebbe decidere diversamente.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/19/papa-francesco-non-accetta-le-dimissioni-del-cardinale-francese-barbarin-condannato-per-aver-coperto-la-pedofilia/5048303/

  • Il Papa sempre più complice: Zanchetta, denunciato per abusi, è un amico

    Il Papa sempre più complice: Zanchetta, denunciato per abusi, è un amico

    Gustavo Oscar Zanchetta è stato invitato ad un ritiro spirituale con Papa Francesco. Il vescovo è sotto indagine per accuse di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono stati trovati materiali pornografici e selfie in compagnia di giovani.

    Al ritiro spirituale in Vaticano, voluto da Papa Francesco, c’era anche Gustavo Oscar Zanchetta, Vescovo di Oran, località della provincia di Sala, al nord dell’Argentina, sotto indagine per abusi sessuali. Un nome che ha fatto scalpore e che getta buio proprio sulla figura di Bergoglio. Se il Vaticano tenta di coprire gli abusi, la più alta rappresentanza della Chiesa non si fa di certo problemi ad andare in giro con persone di dubbia moralità.

    E se George Pell – condannato a 6 anni di reclusione per abusi su due minori quand’era arcivescovo a Melbourne – sarebbe dovuto essere il consigliere di Papa Francesco, Zanchetta è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa ad Ariccia. Non curante, per nulla, delle cattive voci e accuse che ruotano attorno a lui. Del resto, i due sembrano essere molto amici, tanto che il vescovo argentino venne chiamato a Roma nel 2017 per una nomina ad assessore all’Apsa – Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. La promozione fece storcere il naso e alimentò le dicerie su Papa Francesco, tanto più se Zanchetta, poco prima, aveva rinunciato  al governo della sua diocesi per “problemi di salute”, salvo poi, quattro mesi dopo, accettare la nomina.

    Sul vescovo piovono denunce presentate alla nunziatura di Buenos Aires e riguardano abusi in seminario. Sul suo telefono sono state trovate fotografie pornografiche e selfie in compagnia di giovani, ad avvallare le denunce per abusi sessuali piovute sul suo conto. Attualmente, è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede. Stando a quanto riporta il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Eppure, stando a fonti argentine, diversi preti della diocesi di provenienza di Zanchetta, affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015. Il Papa, dunque, non poteva non sapere.

    La notizia della presenza dell’arcivescovo al ritiro spirituale è circolata su diversi giornali anglosassoni e ha fatto il giro del web. Si discute il ruolo di Papa Francesco in relazione allo scandalo dei preti pedofili che da mesi ormai invade la Chiesa, percepito ormai come un alleato.

  • Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Abusi, al ritiro spirituale con Papa Francesco anche il vescovo argentino sotto indagine

    Città del Vaticano – In Vaticano nominare Zanchetta suscita enormi imbarazzi. Non fosse altro perché l’arcivescovo argentino molto amico di Papa Francesco – chiamato a Roma nel 2017 a ricoprire un importante incarico all’Apsa – è sotto indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede per una serie di abusi sessuali. Sul suo cellulare sono state trovate fotografie porno, selfie in compagnia di giovani. Insomma, un caso scomodo non solo per la faccenda degli abusi, ma perchè getta una luce obliqua persino su Papa Francesco, responsabile della sua promozione nonostante le chiacchiere che in Argentina tutti conoscevano. Zanchetta però è stato invitato ugualmente dal Papa a unirsi agli esercizi spirituali nella Casa del Divin Maestro ad Ariccia. Come se niente fosse. La notizia che inizialmente è circolata su alcuni giornali anglosassoni, tra cui il Catholic Herald, ha inziato a fare il giro del mondo, suscitando sconcerto.

    Le denunce contro Zanchetta sono presentate alla nunziatura di Buenos Aires e indicano abusi in seminario. Per il neo direttore ad interim della sala stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, le notizie sono giunte mesi dopo la nomina da parte del Papa. Ma secondo quanto racconta il giornale El Tribuno di Oran, la diocesi di provenienza di Zanchetta, diversi preti della diocesi affermano che una denuncia era stata presentata già nel 2015, e che di ciò si parlava apertamente nella diocesi e fra i preti. Il Papa, dunque, allude El Tribuno, non poteva non sapere.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_vaticano_papa_francesco_ultime_notizie_oggi-4356465.html?fbclid=IwAR2TLuYL7SFHhLTxlslgNePiyij7eQfaFxMvUOg9JlWYSKxEG0Kze86WakY

  • Testimonianza di Valerio Maj

    Testimonianza di Valerio Maj

    … C’era solo un colpevole: me stesso!

    Residente in Svizzera da quasi quaranta anni, sono nato in provincia di Bergamo, il 15 aprile 1956, secondogenito di quattro figli. La mia famiglia era modesta e mio padre era assente per lunghi periodi a causa del suo lavoro all’estero. Aveva un carattere forte e oppressivo.

    Alla fine degli anni 60, ho voluto entrare in seminario. Dopo un anno e mezzo, ho chiesto a mia mamma di farmi uscire. Con l’aiuto di una famiglia di amici, ho trovato un posto in un altro istituto religioso. Era nel mese di gennaio del 1970.

    Certamente, a causa della mia natura introversa, timido e già scosso dall’abuso del potere di mio padre, per il mio aggressore, Don Mario, è stato il gioco da ragazzi prendermi sotto la sua ala, guadagnare la mia fiducia e abusare sessualmente di un bambino di 13 anni. Il mio aggressore era il mio professore di latino e di canto. Conosceva la famiglia degli amici che mi avevano aiutato a entrare nel nuovo istituto, e in poco tempo ebbe la fiducia anche della mia famiglia. Mi ha visto, solo e senza amici, timido e nuovo nell’Istituto e per lui è stato facile, farmi sentire importante sotto la sua protezione. Ha preso il posto del padre oppressivo e spesso assente, mentre lui era presente, gentile e premuroso. E poi, rappresentava Dio, il Padre su questa terra.

    L’abuso ha avuto luogo nel suo ufficio, specialmente di sera prima di andare nei dormitori. Da notare che gli studi dei sacerdoti avevano le porte vetrate.  Avevo molta paura di poter essere visto da altri sacerdoti, che usavano gli uffici accanto, e mi sentivo in colpa per quello che succedeva.

    Era una pratica comune o chiudevano un occhio sulle pratiche di Don Mario?

    Durante l’abuso, introduceva la sua lingua nella mia bocca, mi toccato i genitali e mi costringeva a toccarlo nelle parti intime. Questo è accaduto più volte durante la mia permanenza, un anno e mezzo, nell’istituto religioso.

    A volte veniva nel dormitorio e si sedeva sul bordo del letto e mi toccava le parti intime. Avevo terrore e imbarazzo di essere visto da altri studenti che dormivano nei letti accanto al mio. Mi chiedevo: cosa diranno di me se mi vedono cosa faccio con don Mario?

    In due occasioni almeno, lui mi ha accompagnato a casa dai miei genitori, a circa 70 km.

    Dormivamo nella stessa camera accanto a quella dei miei genitori. Appena entrati, chiudeva la camera a chiave, e mi costringeva ad entrare nel suo letto nudo… Ancora la sua lingua nella mia bocca, le sue mani sulle mie parti intime e le mie nelle sue. Anche in queste occasioni avevo spavento, turbamento e collera per quello che subivo.

    Perché non ho confessato l’abuso? Per paura delle conseguenze; lui un sacerdote e io… niente.

    La vergogna e la colpevolezza di essere la causa di questa situazione.

    A chi dirlo? Ai miei genitori che hanno messo questo mostro nella mia camera?

    Nel mio paese di 800 abitanti dove tutti erano cristiani praticanti, dove il sacerdote era la persona più influente, nessuno mi avrebbe mai creduto e difeso… sarei stato indicato come un bugiardo, un pervertito! La Chiesa era la Santa Madre, intoccabile!

    Quindi, ho tenuto tutto dentro. Ho seppellito questa ferita nel profondo di me stesso, ho creduto di cancellare questi dolorosi eventi dalla mia memoria.

    Ahimè, quando si crede di cancellare dalla memoria, i grandi traumi subiti nell’infanzia, un giorno o l’altro, riemergono in superfice e causano danni che sono devastanti a livello fisico, affettivo e psicologico.

    l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. L’abuso condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni.

    Ecco, qualche problema causato dall’abuso: carattere instabile e a volte irascibile, non riuscivo a dire di no a nessuno, comportamento autodistruttivo, problemi di ambivalenza, mancanza di fiducia in me stesso, sentirmi niente, inutile e incapace, fingere che tutto va bene anche quando ero sull’orlo del baratro. Un sacco di problemi con l’alcool. E nel 1993 e nel 2007 ho avuto due incidenti d’auto, abbastanza gravi, ma senza conseguenze fisiche, a causa dell’abuso di alcool.

    Nel 2006, dopo tre anni come responsabile di circa cinquanta collaboratori, per mancanza di fiducia in me stesso, ho subito un burn-out (stato di grande stress e fatica) e ho dovuto fermarmi dal lavoro per quattro mesi e per quasi tre anni seguire una terapia psichiatrica. Purtroppo il problema degli abusi non è uscito fuori… Ho perso il mio posto di responsabile e con esso una fetta di salario. Fortunatamente il mio datore di lavoro mi ha dato di nuovo fiducia e ho continuato in un altro reparto.

    Nella primavera del 2010, ho trovato il coraggio di parlarne con un amico, sacerdote ed italiano, che era missionario in Svizzera. Mi ha detto di non dirlo a nessuno! Deluso e stordito ho ingoiato la mia delusione.

    Ma il mio corpo non ha accettato e ha cominciato a somatizzare questo problema a modo suo. Alla fine di agosto dello stesso anno, ho iniziato una polimialgia reumatica, molto dolorosa e che ho dovuto trattare con il cortisone per tre anni. Dopo la polimialgia reumatica si è trasformata in poliartrite che si è protratta per due anni.

    Inizio 2016 mia moglie mi ha fatto due domande: chi sei? Perché cerchi di distruggerti? Ho risposto: ho sempre avuto un comportamento autodistruttivo e ho sempre annientato i miei centri d’interesse.

    Mi ci sono voluti tre giorni per riuscire e dire a mia moglie gli eventi in relazione agli abusi sessuali. Da questo mia moglie ha capito subito che i molti problemi avuti nella mia vita (abuso di alcool, ambivalenza, cambiamenti di umore, burn-out e malattie fisiche) erano collegati agli abusi sessuali e per me è stato un sollievo enorme e un supporto fondamentale.

    Ho iniziato la terapia con una psicologa, che è durata dal marzo 2016 all’agosto 2017. Dopo la confessione, ho avuto un’ulcera allo stomaco e ancora adesso prendo farmaci per curarlo. Ho anche sviluppato delle crisi di angoscia, abbastanza violente e frequenti.  All’inizio credevo fossero dei problemi di cuore, ma poi smentite dalle visite mediche presso il pronto soccorso dell’ospedale.

    Ho attraversato il deserto dei dubbi, cercando il vero Valerio e guardando le esperienze del mio passato ho avuto paura e ho dubitato spesso di riuscire a guarire. Più volte ho pensato alla morte come una liberazione. E in questo periodo che ho capito il significato di sopravvissuto…

    Durante questo periodo ho capito una cosa importante – e la psicologa che ho consultato lo ha sottolineato – asfissiavo di vergogna, senso di colpa e denigrazione di me stesso, pensando che l’unico colpevole ero io!

    Ma chi è questa forza devastatrice? È il bambino abusato, usato e gettato che ti chiama, che ti chiede aiuto, che vuole che tu lo prenda tra le braccia per consolarlo. È il bambino che tu non vuoi prendere per mano, che non vuoi rivelare agli altri e che non vuoi riconoscere come una parte di te stesso.

    È il bambino che ha paura, che ha vergogna, che si sente colpevole, che crede di essere la causa di quanto gli è successo. Ma tu non vuoi e non puoi ascoltarlo. Ascoltarlo significa ricordare e ricordare è doloroso. Allora certe volte, per non ricordare, per non ascoltare quel bambino di 13 anni, ti rifugi nei vizi o in certi comportamenti che possono solo farti del male e distruggere quanto di buono hai fatto attorno a te.

    Ma come liberarsi da questa forza devastante? Dare un nome alla sofferenza. Dare il nome di chi ti ha trasformato la vita in via crucis. Dare il nome di chi ti ha tradito, usato e gettato! Finché non troverai il coraggio di cercarlo, denunciarlo o parlargli, sarai sempre la preda di te stesso. Sempre!

    Ho immediatamente avvisato, il mio datore di lavoro, dei problemi che mi tormentavano e ho avuto un’interruzione del lavoro di due settimane. Ho avuto il sostegno senza riserve del mio responsabile e delle RU. Mi hanno rilasciato un documento dove attestano il loro sostegno alla mia denuncia, anche giuridicamente, e mi hanno lasciato il tempo necessario per riprendermi da questi eventi senza caricarmi di troppe responsabilità.

    Don Mario, dopo delle ricerche in rete l’ho trovato in un oratorio come parroco.

    Gli ho scritto che desideravo parlare con lui degli eventi relativi al nostro soggiorno presso l’istituto religioso della mia giovinezza. Non ha risposto. Ho scritto al suo superiore, mi ha risposto e indirizzato, senza una parola di compassione, al Vicario.

    Con il Vicario, ha corrisposto densamente per e-mail, ho esposto i fatti, l’ho incontrato nel marzo 2016. Poi un silenzio di parecchie settimane.

    Il silenzio è insopportabile quando ci aspetta una risposta, anche per fatti accaduti 46 anni prima! Mia moglie ha avuto l’idea di cercare associazioni di persone abusate e abbiamo preso un appuntamento con Marie-Jo Aeby di SAPEC, una associazione Svizzera che si occupa delle persone che sono state abusate in una relazione di autorità con religiosi. Il miracolo avvenuto. Marie-Jo mi ha ascoltato, ha capito il mio dramma; lei si che ha avuto una vera compassione e mi ha consigliato cosa fare. In un secondo tempo mi ha indirizzato al vescovo Charles che ha avuto lo stesso atteggiamento di Marie-Jo. Finalmente un uomo di Chiesa, che mi ascolta e mi crede! Monsignor Morerod ha scritto una lettera per la Commissione, presieduta dal Vicario, che doveva redigere il verbale dell’udienza preliminare prevista per il 14 maggio 2016. Quel giorno, per più di tre ore, accompagnato da mia moglie, per raccontare e rivivere l’abuso e le sue conseguenze. E alla fine, nessuna copia del verbale…

    Ho provato di tutto per ottenere questo documento, ma niente da fare. Solo le minacce di divulgare il nome del mio aggressore alla stampa ha fatto reagire il Vicario; era pronto a un viaggio in Svizzera per discutere questo punto con l’associazione SAPEC, Monsignor Charles e il sottoscritto, ma non a darmi una copia del processo verbale. SAPEC mi ha sconsigliato di discutere con il Vicario senza processo verbale.

    Nel settembre 2016 la procedura preliminare è completata e il mio dossier è inviato a Roma alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Charles e Monsignor Francesco, un amico che è missionario da 50 anni, hanno inviato una lettera, alla Congregazione della Dottrina della Fede, per sostenermi nella mia denuncia. Ma dal mese di settembre 2016: silenzio assoluto.

    Nel mese di agosto 2017, ho nuovamente inviato una e-mail al Vicario per dirgli che la mia pazienza era ad al limite e che entro la fine di settembre non ricevevo notizie, avrei rimesso la mia storia di abusi ai media. Risposta immediata del Vicario che dice di avere notizie da Roma e desidera incontrarmi.

    L’incontro con il Vicario, accompagnato dall’avvocato della sua congregazione si svolge nel mio paese in Italia. Mi accompagna Monsignor Francesco. Il Vicario comunica che la mia procedura è terminata! Don Mario ha ricevuto restrizioni nel suo ministero come; divieto di celebrare alcuni sacramenti e incontrare i giovani da soli. Ha dovuto firmare una lettera in cui ha riconosciuto le accuse e ha deciso di non presentare ricorso contro tali decisioni.

    Purtroppo come di solito avviene in Vaticano, non ho ricevuto nulla di scritto. Tutto è stato fatto per via orale, così da non lasciare alcuna traccia. Ho manifestato la mia delusione per la mancanza di comunicazione scritta e con me, Monsignor Panfilo, che mi accompagnava

    Don Mario, che aveva accettato di incontrarmi alla fine della procedura canonica, non ha più voluto incontrarmi o scusarsi per il danno che mi ha fatto. Apparentemente, era un po’ depresso dopo la mia confessione e la decisione di Roma. Il poverino!
    Non ho ricevuto neppure le scuse scritte dalla sua congregazione!
    Sì, ho ricevuto una riparazione ma con l’impegno di non dire il nome del mio aggressore e della sua congregazione.
    La Congregazione per la Dottrina della Fede non mi ha permesso di avere:
    – I documenti del procedimento preliminare e finale.
    – Del processo verbale della mia deposizione.
    – Della dichiarazione e della testimonianza del mio aggressore per sapere se ha riconosciuto i fatti o meno.
    – Un documento che attesti le sanzioni inflitte al mio aggressore.
    – Un documento in cui la chiesa di Roma si scusa per il danno che ho subito.

    Ammetto che non ricevere scuse, né documenti della mia procedura, è difficile, molto difficile da sopportare! Questo è inammissibile e qualche volta la rabbia mi prende e vorrei vedere il Vaticano crollare e sprofondare per sempre.

    Se da un lato sono soddisfatto per il risultato di questa procedura, che almeno mi riconosce come vittima, io non capisco come mai il Vaticano tratta in questo modo le vittime di abusi sessuali. Una cosa è chiara: non vogliono lasciare nessuna traccia scritta del comportamento dei loro religiosi e pazienza se le vittime, di questi esecrabili delitti, si sentano ancora una volta vittime dell’abuso di potere e del clericalismo, di questa istituzione, che perde ogni giorno un po’ più della sua credibilità.

    Un’altra realtà che si è aperta a me attraverso questa esperienza è quella dei sacerdoti italiani.

    A parte Monsignor Francesco, che è arcivescovo in Papua, tutti gli altri sacerdoti italiani che ho contattato, in Svizzera e in Italia, non mi ha aiutato nella mia angoscia ma hanno difeso l’istituzione che li mantiene. Non conoscono le conseguenze degli abusi sessuali sui minori e non sono disposti ad aiutare le vittime. Che delusione!

    Ora faccio parte del comitato del Gruppo SAPEC e vorrei aiutare gli altri sopravvissuti di abusi sessuali ad essere riconosciuti come vittime, ricevere le scuse dell’autore del reato e quella dei suoi superiori e pretendere un risarcimento.

    Nel febbraio 2019 ho partecipato a Roma, con altri membri del Gruppo SAPEC, ad una manifestazione di tolleranza zero organizzato da ECA (Ending Clerical Abuse). L’obiettivo è di fare pressioni sulla chiesa per mettere in atto delle disposizioni, per fermare i suoi indicibili crimini, in parallelo con il sinodo convocato da Francesco.

    Ho incontrato diverse persone, donne e uomini, sopravvissuti da abusi sessuali  nella chiesa. Tutti delusi da questa istituzione, ma determinati a continuare questa lotta per far emergere la verità e fermare la piaga che colpisce tanti bambini.

    Dopo la lettura del documento finale di Francesco, che ci ha deluso tantissimo, tutti ci poniamo le stesse domande:
    Perché la chiesa non fa altro che proferire parole e non azioni concrete per fermare questa catastrofe?
    Perché le vittime non sono riconosciute come tali dalla chiesa?

    Queste le parole dei genitori di Alessandro al papa che condivido completamente:
    “Francesco, ma occorre un summit mondiale per rendere consapevoli i Vescovi che abusare, insabbiare non è una cosa buona, questo l’obbiettivo? La consapevolezza? Occorre un ‘vademecum’ per aiutare i presidenti delle conferenze episcopali per far capire a tutti i Vescovi dei loro paesi che violentare un bambino e spostare i preti che si macchiano di tale crimine, da un oratorio all’altro, non risponde esattamente all’obbiettivo che hai dovuto chiarire”?

    Uno dei problemi fondamentali è che nei tribunali ecclesiastici non considerano l’abuso sessuale, sui minori un crimine, ma una violazione da parte di un chierico dei suoi obblighi di celibato. L’abuso sessuale sui bambini è considerato come fattore aggravante.
    Il diritto canonico non si occupa di criminalità, ma dei doveri speciali del religioso.
    Quindi quello che è in gioco è lo statuto religioso del chierico e non quello che è successo alla vittima perché in Vaticano la vittima non ha statuto.

    Eppure c’è un documento che dovrebbe illuminare e affrontare tutti questi problemi e permettere a tutti gli uomini religiosi di vivere secondo il loro impegno: il Vangelo!

    Mi pongo una domanda ancora più seria:
    Perché i religiosi e tutti i cristiani che collaborano fedelmente per trasmettere il Vangelo non fanno nulla per proteggere i loro fedeli, i più fragili e i loro figli? Il cambiamento può avvenire solo all’interno della chiesa, altrimenti non ci sarà più chiesa…

    Non è la chiesa e i suoi membri che soffre, come insiste sempre Francesco, ma milioni di bambini e le loro famiglie che devono convivere con vite umane distrutte o altamente andicappate!

    Non è certamente la colpa di satana, altra scusa di Francesco, se molti religiosi si lasciano andare in certi comportamenti disumani, ma della perversione di queste persone e di chi, a proposito, copre questi orribili crimini per proteggersi (dai loro scheletri nell’armadio) e proteggere questa istituzione ormai marcia.

    Io non voglio fare parte di questa chiesa, ma desidero, cooperare e aiutare la parte sana a prendere coscienza e sradicare il male che l’ha invasa. La chiesa non potrà ricostruirsi senza l’aiuto delle vittime e delle associazioni che le difendono. Solo ascoltando, l’orrore delle storie delle vittime, potrà prendere coscienza del male che ha fatto e prendere le giuste misure per fermare questa piaga insostenibile.

    Valerio

  • Pedofilia, il cardinale George Pell condannato a 6 anni: “Abusi umilianti”. Una macchia sul pontificato di Bergoglio

    Pedofilia, il cardinale George Pell condannato a 6 anni: “Abusi umilianti”. Una macchia sul pontificato di Bergoglio

    Mai prima d’ora un capo dicastero della Curia romana era stato condannato per abusi sessuali su minori. L’uomo chiamato a Roma da Papa Francesco ha presentato appello. Il giudice: “La sua condotta permeata di una sconcertante arroganza”. Da Lione al Cile, la sua vicenda non è l’unica che sta scuotendo la Chiesa cattolica

    Il cardinale George Pell è stato condannato a sei anni di carcere per pedofilia. Nel giorno in cui ricorre il sesto anniversario di pontificato di Papa Francesco, il tribunale australiano ha pronunciato la sentenza nei confronti dell’ex prefetto della Segreteria per l’economia della Santa Sede. Il cardinale è stato ritenuto colpevole di abusi sessuali su due ragazzi, all’epoca di 12 e 13 anni, del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne commessi nel 1996, quando era vescovo ausiliare dell’arcidiocesi. Pell, attualmente elettore in un eventuale conclave, è il più alto in grado nella Chiesa cattolica giudicato colpevole di pedofilia. Mai prima d’ora, infatti, un capo dicastero della Curia romana, seppure in congedo per potersi difendere nel processo, era stato condannato per abusi sessuali su minori.

    Tra l’altro, fino all’ottobre 2018 Pell ha fatto anche parte del Consiglio di cardinali che aiuta Bergoglio nella riforma della Curia romana. Una nomina che il Papa aveva fatto appena un mese dopo la sua elezione al pontificato, chiamando poi Pell a Roma per affidargli il prestigioso incarico di prefetto della Segreteria per l’economia. La condanna arriva poche settimane dopo il summit sulla pedofilia voluto da Bergoglio in Vaticano e al quale hanno partecipato tutti i presidenti delle Conferenze episcopali.

    Il porporato, attualmente detenuto nell’Assessment Prison di Melbourne, dovrà scontare almeno tre anni e otto mesi prima di poter chiedere un’eventuale libertà condizionale. “La sua condotta per crimini efferati – ha affermato nella sentenza il giudice della contea di Victoria, Peter Kidd – è stata permeata di una sconcertante arroganza. Considero la colpevolezza morale in entrambi i casi molto alta. Gli atti erano sessualmente evidenti, entrambe le vittime erano visibilmente e udibilmente angosciatedurate le molestie. Vi è stato un ulteriore livello di umiliazioneche ciascuna delle due vittime deve aver provato nel sapere che l’abuso avveniva in presenza altrui”.

    Pell ha presentato appello e il nuovo processo inizierà a giugno 2019. Intanto il Vaticano ha già annunciato che “dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica”. Un procedimento simile a quanto avvenuto recentemente con l’ex cardinale di Washington, Theodore Edgar McCarrick, ridotto allo stato laicale dal Papa dopo essere stato condannato dall’ex Sant’Uffizio per “sollecitazione in confessione e violazioni del sesto comandamento del decalogo con minori e adulti, con l’aggravante dell’abuso di potere”.

    La parabola di Pell si conclude, dunque, nel modo peggiore possibile con una macchia sul pontificato di Francesco. Già al suo arrivo nella Curia romana, il ranger, come lo aveva ribattezzato Bergoglio per i suoi modi decisi, era stato al centro di numerose polemiche. Pell fece spendere alla Santa Sede per la sua vita a dir poco lussuosa mezzo milione di euro in soli sei mesi. A lui il Papa aveva affidato la regia di tutte le riforme finanziarie del pontificato. Incriminato per pedofilia nel suo paese a metà del 2017, Pell aveva subito rassegnato le dimissioni. Ma Francesco le aveva respinte decidendo di congedare il porporato dai suoi incarichi in Vaticano affinché potesse tornare in Australia e farsi processare.

    Una nomina, quella di Pell nella Curia romana, che fin da subito aveva destato molto scalpore anche per un altro motivo. Nel 2010, infatti, Benedetto XVI aveva pensato proprio all’allora arcivescovo di Sydney per sostituire il cardinale Giovanni Battista Re nel ruolo di prefetto della Congregazione per i vescovi. Ma lo scandalo della pedofilia per Pell era già alle porte e i consiglieri di Ratzinger riuscirono a scoraggiare il Papa tedesco a procedere a questa nomina. All’epoca il sospetto era che il cardinale avesse coperto gli abusi di alcuni preti australiani. Mai che avesse commesso lui stesso reati di pedofilia.

    Le vicende di McCarrick e Pell non solo le uniche che stanno scuotendo la Chiesa cattolica in queste settimane in merito agli abusi sessuali su minori. Il cardinale Philippe Barbarin è stato condannato dal tribunale di Lione a sei mesi con la condizionale per mancata denuncia di abusi sessuali su minori perpetrati, negli anni 70 e 80 durante i campi scout, da padre Bernard Preynat. Il 18 marzo 2019 il porporato sarà ricevuto dal Papa al quale presenterà le sue dimissioni da arcivescovo di Lione. Scenario simile a quello che sta avvenendo in Cile dove il cardinale di Santiago, Ricardo Ezzati Andrello, è stato citato in giudizio per 530mila dollari. Il porporato è accusato di aver coperto le violenze sessuali di un prete, padre Tito Rivera, ai danni di un 40enne. Proprio in Cile, Bergoglio ha dovuto azzerarel’episcopato a causa della pedofilia, rimuovendo diversi vescovi. E non è escluso che in futuro lo scandalo degli abusi possa travolgere altri cardinali.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/13/pedofilia-il-cardinale-george-pell-condannato-a-6-anni-abusi-umilianti-una-macchia-sul-pontificato-di-bergoglio/5032914/