Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • In Francia si riaccende la polemica sul cardinale Barbarin

    In Francia si riaccende la polemica sul cardinale Barbarin

    Le vicende di queste ultime settimane hanno fatto tornare indietro le lancette dell’orologio ad uno periodo burrascoso della Chiesa contemporanea scatenando reazioni polemiche e altrettanto sconcerto. Nel marasma generale affiorano nuove denunce o se ne ripropongono alcune già passate al vaglio della magistratura: è quanto accade in queste ore a Lione con i pesanti attacchi contro il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin, a due anni di distanza dall’archiviazione dell’inchiesta giudiziaria.

    I fatti sui quali era stato messo sotto accusa nel mese di marzo 2016 avevano scosso la diocesi francese di cui Barbarin, 67 anni, era ed è attualmente arcivescovo. L’inchiesta giudiziaria riguardava un prete, Bernard Preynat, accusato a fine gennaio di quell’anno di abusi compiuti in un gruppo di scout tra il 1986 e il 1991 (le vittime all’epoca avevano dagli 8 agli 11 anni), ma i fatti conducevano inevitabilmente ai vertici, all’arcivescovo cardinale, un pastore assai noto soprattutto nell’era pre-Bergoglio per la disinvoltura con cui scendeva in piazza accanto ai manifestanti in difesa della famiglia e per le sue parole chiare contro alcune decisioni del governo. Una vicenda sulla quale far luce diventava oltremodo complicato anche per il fatto che, all’epoca dei fatti arcivescovo di Lione era Albert Decourtray, deceduto nel 1994.

    L’accusa nei confronti del successore Barbarin era quella di «occultamento di crimine», insabbiamento che il cardinale ha sempre negato, consapevole della «gravità della situazione», assicurando immediatamente tutta la sua disponibilità a far luce sulla vicenda (nel corso della Quaresima 2016 aveva anche chiesto scusa alle vittime a nome dell’intera comunità diocesana). Barbarin in un’intervista a La Croix dell’11 febbraio, ammetteva di esserne venuto a conoscenza già negli anni 2007-2008 del caso e di aver allontanato padre Preynat, reo confesso davanti all’autorità giudiziaria, dalla sua parrocchia di Roannais il 29 luglio 2015.

    A maggio l’incontro in Vaticano con Papa Francesco aveva posto fine alle tante voci che chiedevano le sue dimissioni. «Non si abbandona una nave nella tempesta» dichiarava Barbarin su Le Figaro del 21 maggio al rientro. Papa Bergoglio, in un’intervista a La Croix del 17 maggio esprimeva fiducia nella magistratura astenendosi da ogni giudizio. Nel frattempo i vescovi francesi, nel corso dell’assemblea plenaria di primavera a Lourdes, sotto la guida del presidente, l’arcivescovo di Marsiglia George Pontier, avevano introdotto linee guida di ancora maggior fermezza («la violenza subita non va in prescrizione») introducendo le cosiddette «cellule di sorveglianza» per una lotta permanente alla pedofilia.

    Il 1° agosto 2016 l’archiviazione definitiva della vicenda per superamento dei termini della prescrizione. I riflettori da quel momento si erano spenti sulla vicenda e la bufera mediatica sembrava passata. Salvo ritornare poco più di due anni dopo.

    Quali i fatti nuovi? Il 21 agosto il quotidiano Le Monde pubblicava la notizia che, all’indomani della pubblicazione da parte di Papa Francesco dell’appello a tutta la Chiesa sul tema della pedofilia, un prete della diocesi di Valence aveva lanciato una petizione per chiedere le dimissioni del cardinale Barbarin per l’omissione della denuncia di abusi sessuali. «In seguito alla Lettera di Papa Francesco al popolo di Dio […] Le chiedo di dare le sue pubbliche e irrevocabili dimissioni da cardinale e arcivescovo di Lione nel più breve tempo possibile», ha scritto padre Pierre Vignon, che è giudice canonico della sua diocesi, invitando i suoi confratelli a firmarla «così come tutti i membri della Chiesa che sono consapevoli della gravità del danno arrecato alle vittime degli abusi».

    Per la cronaca già nel marzo 2016, una petizione online avviata da un giovane studente in Scienze politiche che chiedeva le «dimissioni immediate» del cardinale Barbarin aveva raccolto in breve tempo oltre 70 mila firme. «Non mi dilungherò sulle tue reticenze riguardo alla conoscenza dei fatti criminali commessi da Bernard Preynat né sul tuo atteggiamento di attesa prima di prendere decisioni. Non insisterò ulteriormente sul fatto che Bernard Preynat è ancora un prete e che non ha ricevuto alcuna condanna in nessuna forma», aggiunge Vignon che ammette che per Barbarin questo passo rappresenterebbe la sua «morte sociale», ma conclude lapidario: «Ti dimostreresti finalmente all’altezza dell’evento».

    L’appello – che ha già superato le 100mila firme – è stato poi esteso e diffuso dai presidenti delle associazioni delle vittime di Francia e d’Europa. Su richiesta degli avvocati delle vittime, Barbarin dovrebbe già comparire (si parla di gennaio 2019) dinanzi al Tribunale penale di Lione in sede di citazione diretta, ma il processo, già rinviato una volta, rischia un nuovo rinvio per motivi procedurali. Le accuse riguardano infatti anche l’attuale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, lo spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer, ma l’udienza è stata posticipata per mancanza di trasmissione, entro i termini, della convocazione a comparire.

    «Questa decisione ci ha sorpreso, ma la rispettiamo» aveva dichiarato Emmanuelle Haziza, una degli avvocati delle vittime all’indomani dell’archiviazione, necessaria per via dei tempi di prescrizione. L’avvocatessa ha sempre sostenuto la richiesta di tener conto della risposta del 3 febbraio 2015 a firma dell’arcivescovo Ladaria, allora segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede che, «dopo aver attentamente studiato il caso di Bernard Preynat» raccomandava «una sanzione adeguata, evitando pubblico scandalo». Di qui l’iter giudiziario in corso.

    Intervistato per il quotidiano Libération , il 22 agosto, il sessantenne Vignon appare tranquillo dichiarando che «dobbiamo porre fine alla cultura dell’occultamento» e giustifica il suo gesto con la venuta alla luce degli scandali «mostruosi» in Cile e negli Stati Uniti. L’ultima goccia sarebbe stata la Lettera del Pontefice così ha deciso di prendere carta e penna anche lui «per non essere considerato complice». «Ammetto di essere incosciente o temerario, ma in coscienza sento di aver fatto il mio dovere», dichiara ricordando il padre decorato con la Legion d’Onore per la sua attività durante la Resistenza e uno zio prete. Da oltre 25 anni Vignon ha lavorato al Tribunale ecclesiastico trattando anche casi di vittime di abusi sessuali: «Nel mio ministero ricevo reclami da parte delle vittime, conosco le relazioni degli esperti sui preti abusatori e sono ben allenato su questi temi». La sua petizione è stata subito sottoscritta anche da alcuni figli delle vittime e da loro amici: «Non l’hanno fatto solo per solidarietà – confessa Mathurin, 19 anni, a La Croix che raccoglie opinioni diverse tra i fedeli – ma perché rifiutano queste istituzioni e sono convinti che la Chiesa potrà cambiare solo dopo aver fatto pulizia».

    Secondo le associazioni che rappresentano le vittime il suo gesto rappresenta un inedito all’interno della Chiesa francese: «Questa è la prima volta che abbiamo sentito parole così forti pubblicamente», dice a Libération all’indomani della petizione François Devaux, presidente di “La Parole libérée”, l’associazione che aiuta le vittime scout abusati da padre Preynat che già nel 2016 aveva chiesto al Papa le dimissioni del cardinale. «Uno tsunami che in solo 24 ore ha raccolto oltre 8mila firme». Su FranceInfo anche Daniel Duigou, 70 anni, prete, giornalista e psicologo della diocesi di Amiens ora a Parigi, attacca violentemente il cardinale: «Non è più degno di guidare la diocesi».

    Il cardinale Barbarin finora tace, come del resto non si è ancora giunta alcuna dichiarazione dal Vaticano, ma in sua difesa si sono levate alcune voci autorevoli. Christian Delorme, 68 anni, prete della diocesi di Lione impegnato nel dialogo interreligioso, ha affermato: «Se entriamo nella logica di Vignon si renderebbero necessarie le dimissioni anche del Papa». Da parte della diocesi la risposta di monsignor Emmanuel Gobilliard, 50 anni,vescovo ausiliare di Lione e teologo morale, che ricorda come il cardinale abbia presentato le sue dimissioni al Papa già nel 2016. «Non ha capito lo spirito della Lettera del Papa» ribatte Vignon. «Se la petizione ha incontrato un tale consenso significa che era quello che tanti si aspettavano. Questo mi dà tanta pace».

    Sul settimanale francese La Croix International il 3 settembre una lunga difesa di Barbarin a firma di Jean-Pierre Batut, vescovo di Blois ed ex ausiliare di Lione, e Pierre-Yves Michel, vescovo di Valence, già vicario generale di Lione, e Pierre Durieux, già a capo della segreteria del cardinale. «Naturalmente, le persone hanno diritto alle proprie opinioni. Possono firmare le loro petizioni e rendere pubblica tutta la loro indignazione su questi crimini vergognosi – affermano gli autori dello scritto – tuttavia, per quanto ci riguarda, abbiamo il diritto di testimoniare alcuni fatti oggettivi nei confronti del cardinale Philippe Barbarin, con il quale abbiamo lavorato rispettivamente per sei, sette e dieci anni. E riconosciamo che è nostro dovere farlo».

    Segue una lunga lista di fatti da loro riconosciuti come emblematici della posizione del cardinale riguardo al contrasto della pedofilia, fatti che, ricordano, sono stati anche pubblicamente elogiati dai rappresentanti delle vittime.

    Sono testimoni del fatto che il porporato ha voluto ascoltare di persona ciascuna delle vittime condividendo la loro immensa sofferenza, che ha sempre mostrato un’opposizione più che severa nella lotta contro la pedofilia, affermando: «Chiunque abbia commesso atti di abuso sessuale su un minore, indipendentemente dalle date dell’abuso e della sua scoperta, sarà definitivamente rimosso da ogni ministero». Ricordano altresì che «fu lui a sospendere padre Preynat dal ministero e lo bandì dalla celebrazione dei sacramenti, anche in privato».

    I firmatari denunciano anche una certa qual scorrettezza giornalistica (una giornalista si era anche fatta passare per vittima) riguardo alle decisioni giudiziarie e sulla cronologia degli eventi «consentendo alle persone di credere che il cardinale Barbarin fosse responsabile della copertura degli eventi». Ma soprattutto affermano; «Siamo testimoni del fatto che, pur in questa situazione, l’arcivescovo è rimasto un uomo di Dio , prega,è concentrato sulla sua missione con la passione di sempre, è impegnato nel dialogo, per intenderci è “creativo, coraggioso e missionario”, come scriveva Francesco».

    E concludono: «Ogni vescovo, in piena solidarietà con il suo popolo, cui ha dedicato la sua vita, sa di essere chiamato a svolgere la sua missione sino in fondo. Se il cardinale Barbarin rimane l’arcivescovo di Lione o no, è una questione che riguarda lui. La nostra responsabilità è di rimanere nella verità, la “verità che rende liberi” (Giovanni 8,32)».

    Solo i prossimi giorni potranno dire quali sviluppi saranno in grado di riportare serenità in una diocesi ancora una volta scossa dalla bufera mediatica».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/vatican_insider/2018/09/08/ADE5dnaB-riaccende_cardinale_polemica.shtml

  • Preti all’assalto del cardinale Barbarin

    Preti all’assalto del cardinale Barbarin

    Una petizione online per cacciare l’arcivescovo di Lione. Il motivo è sempre il solito: avrebbe insabbiato casi di abusi sessuali avvenuti anni fa

    Roma. Nel caos della chiesa divisa, mentre l’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò chiede le dimissioni del Papa, è del tutto normale che preti dedichino il proprio tempo a raccogliere firme per cacciare i propri vescovi. Non è il Cile, stavolta. Non sono neppure gli Stati Uniti. E’ la Francia, prossima tappa del ciclone che si ripromette di abbattersi sulla chiesa. Un sacerdote, Pierre Vignon, da venticinque anni membro del Tribunale ecclesiastico di Lione, ha lanciato una petizione per fare dimettere il proprio superiore, il cardinale Philippe Barbarin.

    Il motivo è sempre il solito: avrebbe insabbiato casi di abusi sessuali avvenuti anni fa, con processi aperti e chiusi, quindi di nuovo riaperti. La prossima tappa era prevista per gennaio (citato anche il cardinale Luis Ladaria, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede), ma il tutto sarà rinviato. Già nel 2016 la magistratura aveva stabilito che non c’era stato alcun reato da parte di Barbarin, con lo stesso pubblico ministero che aveva constatato come non vi fosse stata “alcuna volontà di ostacolare la giustizia”. Ma l’associazione delle vittime di padre Bernard Preynat (accusato di avere abusato di decine di scout tra gli anni Settanta e Ottanta) è tornata alla carica, attraverso la citazione diretta in giudizio del porporato. Non si aspettava di certo, Barbarin, che a complicare le cose fossero i suoi preti.

    Padre Vignon – la cui petizione in pochi giorni ha già ottenuto centomila firme – si dice ispirato dalla “Lettera al Popolo di Dio” vergata dal Papa nelle scorse settimane dopo la pubblicazione del rapporto sulla pedofilia da parte del procuratore generale della Pennsylvania. Di conseguenza, seguendo le parole di Francesco, Barbarin dovrebbe dimettersi perché ha già “riconosciuto di aver commesso degli errori nella gestione” della faccenda. Un po’ poco per chiedere la rinuncia a un vescovo, ma tant’è. Va detto che padre Vignon rappresenta l’ala “moderata” nell’assalto all’arcivescovo di Lione, anche perché le sue ragioni sono fondate sull’idea che sia necessario rifondare il diritto penale canonico. Ben più duro è un altro sacerdote, Daniel Duigou, che su Franceinfo ha lanciato l’intemerata contro l’arcivescovo di Lione, dicendo che “non può più guidare la diocesi” e che lo scandalo pedofilia è “qualcosa di disgustoso, abominevole. Sembra di essere in un pozzo senza fondo, un vero tsunami che scuote la chiesa”. Padre Duigou ha però una proposta per uscire dalle secche: “Smontare la struttura piramidale della chiesa coinvolgendo uomini e donne, sacerdoti e laici, tutti corresponsabili” nel governo della chiesa. Bisogna, ha aggiunto il sacerdote “uscire dal Medioevo” lasciandosi alle spalle “una struttura che ha nascosto fatti, mentito e forse anche protetto uomini coinvolti in pratiche criminali”.

    Ben pochi finora si sono levati per difendere il primate di Francia e la voce secondo cui il suo mandato sulla cattedra di Lione è destinato a concludersi anzitempo si fa sempre più forte. Resta, per ora, quanto detto in aereo dal Papa: “Se ci sono sospetti o prove o mezze prove, non vedo niente di cattivo nel fare un’indagine, sempre che si faccia sul principio giuridico fondamentale: Nemo malus nisi probetur, nessuno è cattivo se non lo si prova. E tante volte c’è la tentazione non solo di fare l’indagine, ma di pubblicare che è stata fatta l’indagine e perché è colpevole…, e così alcuni media – non i vostri, non so – incominciano a creare un clima di colpevolezza”.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/09/05/news/preti-allassalto-del-cardinale-barbarin-212314/

  • Il cardinale a processo che imbarazza la Chiesa francese

    Il cardinale a processo che imbarazza la Chiesa francese

    Dalla nostra corrispondente

    PARIGI

    È una situazione che sta diventando sempre più imbarazzante per la Chiesa francese. Il cardinale Philippe Barbarin, rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sui presunti abusi avvenuti nella diocesi di Lione, dovrà affrontare presto un processo. Non solo. Da qualche settimana, Barbarin è al centro di un appello a farsi da parte lanciato online da un prete della diocesi di Valence che ha già superato 100mila firme: un record. Barbarin è accusato di essere stato a conoscenza degli abusi di un prete su giovani scout – avvenuti tra gli anni Ottanta e Novanta – ma di averli a suo tempo coperti. Lui ha sempre negato, anche se ha riconosciuto errori nella gestione dello scandalo e chiesto pubblicamente scusa alle vittime. «Se ha riconosciuto l’errore perché restare al suo posto? » , domanda Pierre Vignon, il prete che ha pubblicato la petizione per convincere Barbarin alle dimissioni. «Non voglio essere considerato un complice», tuona Vignon.

    Qualche giorno fa, hanno risposto sul giornale La Croix il vescovo di Blois, Jean-Pierre Batut, e quello di Valence, Pierre-Yves Michel, per sostenere monsignor Barbarin. « Deve continuare la sua missione come arcivescovo di Lione » , hanno scritto i due monsignori. Eppure nell’attuale clima, le voci in difesa del cardinale francese sono poche.

    Le Parisien raccoglieva ieri confidenze anonime che segnalavano un disagio crescente nelle alte gerarchie. Il Papa finora non si è pronunciato sul caso francese e, secondo le associazioni delle vittime, il Vaticano è ancora poco chiaro e collaborativo sull’inchiesta.

    Il processo previsto a gennaio potrebbe essere rinviato proprio a causa della Santa Sede. Da Roma infatti non è ancora arrivata nessuna risposta sulla richiesta di far partecipare al processo Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rinviato a giudizio assieme al cardinale Barbarin e altre cinque persone. Secondo alcune ricostruzioni, Ladaria sarebbe stato messo a conoscenza dello scandalo da Barbarin, avrebbe sollecitato di fare ” pulizia” nella diocesi chiedendo però di minimizzare la vicenda. L’assenza di risposta da Roma sulla sua presenza o meno di Ladaria al tribunale di Lione fa aleggiare incertezza sulla procedura.

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    Sotto accusa

    L’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, 67 anni, è accusato di aver coperto abusi. Affronterà presto un processo

    AFP

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/09/04/il-cardinale-a-processo-che-imbarazza-la-chiesa-francese10.html

  • “Giusto tacere”, dice l’altro Viganò. Quello che fabbricava fake news

    “Giusto tacere”, dice l’altro Viganò. Quello che fabbricava fake news

    Al coro del “silenzio” sui fatti scoperchiati dall’ex-nunzio, si unisce l’esperto di comunicazione del Vaticano famoso per aver taroccato una lettera di Benedetto XVI. Il popolo dei fedeli intanto attende ancora la verità

    di Giorgio Gandola

    Undici campanili. Dalla terrazza a sbalzo sul presepe d’acqua davanti al santuario della Madonna del Soccorso, dove quell’altro ramo del lago di Como diventa magico e silenzioso, se ne contano undici. Piccole pievi dove la fede è ancora pietra angolare. Li ha innalzati il popolo di Dio in duemila anni di cristianità e da qui è più facile osservare l’orizzonte, andare oltre la canea delle polemiche che mettono in imbarazzo la Chiesa.  Non è ai cosiddetti cani mediatici che il Papa nega una risposta, una parola di verità sul memoriale Viganò, ma a questi uomini e donne, a questi fedeli perplessi, che continuano a salire fin qui sotto il sole a picco per confrontarsi con la bellezza assoluta.

    Lobby gay, pedofilia, torbidi maneggi curiali denunciati con puntualità. È troppo facile sbarazzarsi dell’ansia di verità con la formuletta dei benedettini, quel “silenzio e preghiera” fuori dal tempo che oggi – nella società della comunicazione – significa omertà. È troppo comodo lasciare che la violenza continui a scorrere nelle penombre vaticane additando chi solleva il tappeto per mostrare la polvere come nemico da abbattere a colpi di alabarda. È troppo riduttivo seguire il grido indignato di Avvenire, che da giorni fa la lista dei buoni e dei cattivi. I buoni sono coloro che custodiscono il silenzio turbato del Papa, i cattivi sono coloro che chiedono di illuminare il problema, di accendere la luce che lo stesso Pontefice auspica quando apre le imposte di quella finestra a San Pietro, ogni mercoledì.

    Lo scritto di Viganò ha colto nel segno, per il bene della Chiesa. Non si tratta solo di fare luce sull’omosessualità praticata da numerose tonache che si autoassolvono andando contro il dettato di castità, ma di estirpare la mala pianta della pedofilia troppe volte coperta quando si tratta di un nome, una vittima, una storia scabrosa. Mentre i cani da guardia consigliano ai fedeli di guardare altrove, i fatti si ostinano a smentire i princìpi astratti.

    Perché è un fatto che il cardinale Theodore McCarrick abbia imperversato nonostante Francesco. È un fatto che monsignor Battista Ricca, pur con un imbarazzante curriculum coperto dalla lobby gay, continui a far parte del cerchio magico del Pontefice. È un fatto che mille bambini negli Stati Uniti sono stati vittime di violenze sessuali da parte di 300 preti, come ha rivelato il procuratore della Pennsylvania, Josh Shapiro, aggiungendo: “Abbiamo le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi”. È un fatto che, anche in conseguenza di questo, oggi sono molti gli alti prelati americani che sottoscrivono il memoriale Viganò sul sito lifesitenews.com. Vescovi del Texas, Wisconsin, California, Hawaii, Arizona, Illinois, Oklahoma, Colorado, Virginia, Ohio, Rhode Island chiedono trasparenza. Adottare la furbesca arte del silenzio come impone Avvenire significa sfiorare il grottesco, mettersi nei panni di Ugo Tognazzi nel Federale quando, tornato nella Roma liberata, si ostina a ripetere: “Quanti prigionieri americani ci sono in giro!”. La forza della verità è sempre stata il motore del popolo cattolico. Ed è a quel popolo che si devono risposte.

    Perché è ancora un fatto che l’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, perseguito per omissione su casi di pedofilia, rischia un processo. È un fatto che il procuratore francese vorrebbe ascoltare sul tema il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per due volte ha inviato Oltretevere l’invito a comparire. Ma per due volte gli è tornato indietro.

    È un fatto – e che fatto – che monsignor Mario Delpini cercò di chiudere lo scandalo di un giovane prete che aveva portato un minorenne “nel lettone” (in seguito il ragazzo tentò più volte il suicidio) mandando il sacerdote a occuparsi di adolescenti in un’altra parrocchia. Delpini è stato nominato arcivescovo di Milano proprio da Francesco nel 2017.

    Eppure Bergoglio, firmando il motu proprio intitolato Come una madre amorevole, aveva sottolineato la possibilità di rimuovere dall’ufficio ecclesiastico vescovi colpevoli di comportamenti omertosi.

    La conferma che una parola di verità fuori dal copione sia liberatoria arriva, per contrapposizione, da un prete chiacchierato, uomo di potere e di curia, il Viganò sbagliato che di nome fa Dario e che proprio ieri ha deciso di rompere il suo doveroso silenzio. “Alimentare questo circolo del detto e non detto è sbagliato, lo stile giusto è silenzio e preghiera”, ha suggerito il presunto esperto di comunicazione della Santa Sede costretto alle dimissioni per quella lettera di sostegno a papa Francesco da parte di Benedetto XVI, poi risultata manipolata.

    Come una madre amorevole. E allora si torna alla fine del bosco in quel centro lago manzoniano, percorso dai pellegrini di ogni nazionalità. Prima di salire al santuario della Madonna del Soccorso si toccano 14 cappelle; la quinta è dedicata alla disputa di Gesù con i dottori del tempio. Con il potere. I fedeli si fermano a tergersi il sudore e pregano. Pregano anche per il Papa, come chiese lui. Per la sua santità e perché quel silenzio finisca.

    (trascrizione da La Verità del 7 settembre 2018)

  • Una mano lava l’altra

    Una mano lava l’altra

    Tra i Paesi più sviluppati, l’Italia è l’unico in cui non c’è mai stata un’indagine governativa sulla pedofilia clericale. Eppure, a livello numerico è molto più diffusa che altrove. Un’inerzia che, oltre ai rischi per i bambini, è valsa una denuncia all’Onu per complicità con la Chiesa

    di Federico Tulli

    “Era lei a prendere l’iniziativa». Così don Paolo Glaentzer ha pensato bene di giustificare la presenza nella sua auto di una bambina di 11 anni. Lui con i pantaloni abbassati, lei con la magliettina alzata. E ancora: «È stata una mia stupidata, mi ha fatto lo sgambetto il demonio, uno sgambetto un po’ pesante, ho commesso un errore, questo lo ammetto, ci penserà il nostro Signore. Lui è in grado». Parole fatue e agghiaccianti che non hanno messo al riparo il parroco 70enne, colto in flagrante, dall’arresto con l’accusa di violenza sessuale. «Con» la stessa bambina, stando a quanto il prete ha dichiarato alla stampa locale, era già «capitato altre poche volte». Infine l’ultima “coltellata”: «È stato uno scambio d’affetto, è stato esagerato, a volte le cose vanno in una certa maniera». Avete letto bene. Con una bimba di 11 anni, per un sacerdote, a volte le cose vanno in questa maniera. Ed effettivamente e tragicamente, è vero. In quei giorni di fine luglio, rimbalzava dal Cile la notizia di un’inchiesta governativa con relativa messa in stato d’accusa di 158 tra vescovi, parroci, sacerdoti e laici dipendenti di associazioni religiose (vedi Antonini a pag. 31). «La stragrande maggioranza dei fatti riportati corrisponde a crimini “sessuali” commessi da sacerdoti, parroci o persone associate a istituti scolastici», scrive la Fiscalia generale cilena nel documento. Nel mirino dei giudici, con l’accusa di aver sistematicamente insabbiato le denunce ricevute e coperto i responsabili, sono finiti anche due ex capi della Conferenza episcopale cilena, mons. Errazuriz e mons. Ezzati, e l’ex arcivescovo di Osorio, mons. Barros. Non si tratta di ecclesiastici qualsiasi. Errazuriz fa parte del cosiddetto C9, il consiglio dei nove cardinali creato da Bergoglio che coadiuvano il papa nella riforma della Curia. Ezzati, che è l’arcivescovo della capitale del Cile, da Bergoglio è stato nominato cardinale nel 2014. Infine Barros, è stato nominato vescovo di Osorio sempre dall’attuale pontefice nonostante fosse ben nota la sua “vicinanza” per oltre 25 anni al “carismatico” e pedofilo seriale padre Fernando Karadima. Il 21 agosto scorso è iniziato il suo interrogatorio in procura, staremo a vedere. Spostandoci dal continente latinoamericano verso Nord segnaliamo brevemente, sempre in agosto, la chiusura di un’inchiesta monstre condotta per 18 mesi dallo Stato Usa della Pennsylvania in sei delle otto diocesi cattoliche (a pag. 31, l’approfondimento).

    Stando ai risultati dell’indagine, circa 300 preti hanno molestato e violentato migliaia di bambini dagli anni Quaranta a pochi mesi fa, e alti prelati, incluso l’attuale arcivescovo di Washington, Donald William Wuerl, hanno coperto gli stupri. L’inchiesta segue quella di un altro grand jury che ha rivelato abusi e insabbiamenti nelle altre due diocesi dello Stato. «I preti hanno violentato ragazzini e ragazzine e i loro superiori non solo non fecero niente, ma hanno nascosto tutto», ha detto il procuratore Shapiro precisando che l’indagine è ancora in corso. Quanto scritto fin qui è accaduto nell’ultimo mese. In Italia, dai primi anni Duemila a oggi, i casi come quello di don Paolo Glaentzer sono stati circa 140 (decine dei quali sono giunti a sentenza definitiva). Contando anche le denunce che non hanno avuto seguito per la prescrizione del reato si arriva velocemente a circa 300 segnalazioni in poco meno di 20 anni. In termini di freddissimi numeri, ciò che è successo in Cile e Pennsylvania segnala l’esistenza di un fenomeno criminale di proporzioni minori rispetto all’Italia.

    Eppure la stima non è frutto di un’indagine governativa ma del capillare lavoro d’inchiesta e monitoraggio degli organi di stampa di una Onlus, Rete L’Abuso, che si occupa di tutela dei diritti di circa 500 sopravvissuti italiani a violenze pedofile di matrice clericale (vedi box a pagina 30). Già perché a differenza di quanto accaduto oltre che negli Usa e in Cile, in Irlanda, Olanda, Belgio, Australia, Germania e Brasile, solo per citare alcuni Paesi (per approfondire, vi invitiamo a consultare l’archivio di Left), da noi a livello nazionale non c’è mai stata un’indagine governativa, né mai alcun esecutivo ha sentito la necessità di farla. Questo, sebbene proprio le esperienze degli altri Paesi dimostrino che almeno in termini di prevenzione – sia di “nuovi” crimini che di recidiva da parte dei pedofili seriali – inchieste di questo tipo sono decisamente efficaci e produttive. In poche parole, è provato che quando uno Stato fa sentire la sua presenza con tutti gli strumenti a sua disposizione, la Chiesa di quel Paese corre velocemente ai ripari. Offrendo collaborazione alle autorità laiche e vigilando con maggiore attenzione sui suoi sacerdoti. In Italia questo non accade. Basti ricordare che nelle Linee guida antipedofilia che la Conferenza episcopale si è data nel 2014 (al tempo guidata da mons. Bagnasco), i vescovi non hanno l’obbligo di denunciare alla magistratura i casi di cui vengono a conoscenza. Attenendosi così rigidamente alla segretezza che prevede la “lettera” De delictis gravioribus emanata nel 2001 dall’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Ratzinger (vedi box a pag. 34).

    A fine giugno, Rete L’Abuso ha presentato un esposto all’Onu per segnalare l’inerzia del governo di Roma e la sua scarsa vigilanza sul modo in cui la Conferenza episcopale affronta e gestisce i casi di pedofilia di cui viene a conoscenza. L’associazione afferma che è stata ripetutamente violata la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Italia ha ratificato quasi 20 anni fa e che la obbliga a presentare ogni cinque anni un rapporto sulla prevenzione dei crimini contro i minori (non solo quelli compiuti da uomini di Chiesa) e sui risultati ottenuti. In sostanza, documenti alla mano, Rete L’Abuso ritiene di poter dimostrare che molto spesso le autorità competenti hanno chiuso un occhio non sui singoli casi di stupro e sui preti responsabili, ma sui loro superiori titolari di diocesi e di alte cariche all’interno della Chiesa di Roma che li avrebbero coperti. Insabbiando le denunce e/o trasferendoli in altre sedi. Contribuendo, di fatto, ad alimentare il fenomeno criminale della pedofilia. L’inchiesta del comitato Onu per i diritti dei minori si conclude il 19 gennaio 2019 e il governo italiano sarà chiamato a presentare le sue controdeduzioni. Spiegando perché pur essendoci gli strumenti e le leggi per intervenire (riducendo ad esempio i rischi di recidiva), pur di fronte a un pericolo incombente, considerando il carattere di serialità del crimine, le misure cautelari per un sacerdote oggetto di indagine sono spesso per non dire sempre quelle meno “intense”. Vale a dire, per esempio l’obbligo di firma, i domiciliari presso strutture della Chiesa o “affiliate” ad essa, e non il carcere.

    E l’Italia dovrà anche spiegare perché un magistrato prima di aprire un fascicolo contro un prete deve avvisare il vescovo titolare della diocesi di cui fa parte il prete. A questo in realtà possiamo rispondere anche noi. Questo notevole vantaggio che nessun altro cittadino italiano ha, è frutto del Concordato con il Vaticano rinnovato nel 1984 da Craxi. Il Concordato, che è inserito nella Costituzione all’articolo 7 alterando il caposaldo della laicità dello Stato, è stato più volte messo in discussione. Ma la risposta è sempre la stessa: è un Trattato internazionale quindi può essere modificato solo per volontà di entrambe le parti. Di recente hanno rivisto i loro accordi persino le due Coree, perché mai Italia e Vaticano non vogliono fare altrettanto? Una possibile risposta ci viene da un fatto avvenuto in questi giorni e che solo apparentemente è scollegato da quanto abbiamo scritto fin qui: perché in Italia Stato e Chiesa si sostengono a vicenda, specie nei momenti di difficoltà. Come è noto, per sbloccare la situazione della nave Diciotti, il ministro Salvini si è rivolto alla Cei. E la Conferenza episcopale non si è sottratta, almeno così ce l’hanno raccontata, prendendo in carico 100 dei 150 profughi “sequestrati” per dieci giorni sulla nave della Guardia costiera bloccata in porto dal ministro dell’Interno e da quello dei Trasporti, Toninelli. «Non era più sostenibile la situazione e per questo la Chiesa italiana ha deciso di aprire le porte, nel rispetto dei principi espressi più volte dal papa» ha spiegato il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis. Peccato che il Centro di accoglienza straordinaria Mondo Migliore di Rocca di Papa, presso cui sono stati trasferiti i 100 ragazzi eritrei, faccia parte della rete italiana di prima accoglienza per richiedenti asilo. Ma questo, Salvini e Maffeis non l’hanno detto. Ciò significa che i profughi eritrei in fuga dalla dittatura di Afewerki presenteranno al governo italiano la loro istanza di diritto d’asilo. Come del resto prevedono la legge e i trattati internazionali. E come ha fatto Salvini a convincere la Cei, fin qui immobile di fronte alle altre “crisi” provocate dal ministro (Aquarius, etc), a prestarsi a questa pantomima? È lecito ipotizzare che una risposta vada ricercata nell’esposto di Rete L’Abuso che chiama in causa la connivenza dello Stato con la Chiesa italiana in materia di pedofilia. E perché è lecito pensarlo? Perché questa denuncia, per conoscenza, è da due mesi sul tavolo del presidente del Consiglio, dei suoi due vice, del ministro della Giustizia e del ministro dell’Interno. Tu dai una mano a me, io do una mano a te.

    Da LEFT del 30agosto 2018

    Leggi la versione completa su LEFT https://left.it/prodotto/left-35-2018-31-agosto/

  • Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    «Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».
    Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
    Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
    «Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
    E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
    La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
    «Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
    Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
    In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
    In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
    Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
    Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
    È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
    È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
    Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
    Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
    Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
    Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
    Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
    Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.
    L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
    Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
    Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
    È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
    Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
    Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
    Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
    A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».
    Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
    «Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».
    «Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
    All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
    Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
    Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
    La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».
    Aldo Maria Valli
    Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

  • “IL PAPA SAPEVA DEGLI ABUSI SESSUALI DEL CARDINALE McCARRICK MA LI HA COPERTI.

    “IL PAPA SAPEVA DEGLI ABUSI SESSUALI DEL CARDINALE McCARRICK MA LI HA COPERTI.

    Testo di Carlo Maria Viganò pubblicato da La Verità

    Arcivescovo di Ulpiana, nunzio apostolico Sin dal 2006 i vertici della Chiesa sapevano degli abusi sessuali del cardinale Theodore McCarrick. Papa Benedetto XVI era intervenuto, confinandolo nel silenzio. Ma la protezione della lobby gay, potentissima in Vaticano, gli ha consentito di diventare uno degli elettori di papa Francesco. Io stesso, 5 anni fa, ho informato Bergoglio della condotta di McCarrick, ma senza esito. Ora che le sue turpitudini sono conclamate, il Papa deve dare l’ esempio e dimettersi.

    In questo tragico momento che sta attraversando la Chiesa in varie parti del mondo, Stati Uniti, Cile, Honduras, Australia, eccetera, gravissima è la responsabilità dei vescovi. Penso in particolare agli Stati Uniti d’ America dove fui inviato come nunzio apostolico da papa Benedetto XVI il 19 ottobre 2011, memoria dei primi martiri dell’ America Settentrionale. I vescovi degli Stati Uniti sono chiamati, e io con loro, a seguire l’ esempio di questi primi martiri che portarono il Vangelo nelle terre d’ America, a essere testimoni credibili dell’ incommensurabile amore di Cristo, Via, Verità e Vita.

    Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero a essere perpetrati.

    Per restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti, se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’ omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia. «Tutto quello che avete detto nelle tenebre sarà proclamato sui tetti» (Luca, 12:3).

    Avevo sempre creduto e sperato che la gerarchia della Chiesa potesse trovare in sé stessa le risorse spirituali e la forza per far emergere la verità, per emendarsi e rinnovarsi. Per questo motivo, anche se più volte sollecitato, avevo sempre evitato di fare dichiarazioni ai mezzi di comunicazione, anche quando sarebbe stato mio diritto farlo per difendermi dalle calunnie pubblicate sul mio conto anche da alti prelati della Curia romana. Ma ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchica della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità di cui, in relazione al caso tristissimo dell’ arcivescovo emerito di Washington, Theodore McCarrick, sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II come delegato per le Rappresentanze pontificie dal 1998 al 2009, e da papa Benedetto XVI come nunzio apostolico negli Stati Uniti d’ America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016.

    Come delegato per le Rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato, le mie competenze non erano limitate alle nunziature apostoliche, ma comprendevano anche il personale della Curia romana (assunzioni, promozioni, processi informativi su candidati all’ episcopato, eccetera) e l’ esame di casi delicati, anche di cardinali e vescovi, che venivano affidati al delegato dal cardinale Segretario di Stato o dal sostituto della Segreteria di Stato.

    Per dissipare sospetti insinuati in alcuni articoli recenti, dirò subito che i nunzi apostolici negli Stati Uniti, Gabriel Montalvo e Pietro Sambi, ambedue deceduti prematuramente, non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’ arcivescovo McCarrick. Anzi, la lettera del padre domenicano Boniface Ramsey datata 22 novembre 2000, secondo quanto scrisse il nunzio Pietro Sambi, fu da lui scritta su richiesta del compianto nunzio Montalvo. In essa padre Ramsey, che era stato professore nel seminario diocesano di Newark dalla fine degli anni Ottanta fino al 1996, afferma che era voce ricorrente in seminario che l’ arcivescovo «shared his bed with seminarians», invitandone cinque alla volta a passare il fine settimana con lui nella sua casa al mare. E aggiungeva di conoscere un certo numero di seminaristi, di cui alcuni furono poi ordinati sacerdoti per l’ arcidiocesi di Newark, che erano stati invitati a detta casa al mare e avevano condiviso il letto con l’ arcivescovo.

    L’ ufficio che allora ricoprivo non fu portato a conoscenza di alcun provvedimento preso dalla Santa Sede dopo quella denuncia del nunzio Montalvo alla fine del 2000, quando Segretario di Stato era il cardinale Angelo Sodano.

    Parimenti, il nunzio Sambi trasmise al cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, una memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti dello stesso Littleton, in cui raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’ allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia e avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede.

    Nel redigere l’ appunto su questi documenti che come delegato per le rappresentanze pontificie mi furono affidati il 6 dicembre 2006, scrissi per i miei superiori, il cardinale Tarcisio Bertone e il sostituto Leonardo Sandri, che i fatti attribuiti a McCarrick dal Littleton erano di tale gravità e nefandezza da provocare nel lettore sconcerto, senso di disgusto, profonda pena e amarezza, e che essi configuravano i crimini di adescamento, sollecitazione ad atti turpi di seminaristi e sacerdoti, ripetuti e simultaneamente con più persone, dileggio di un giovane seminarista che cercava di resistere alle seduzioni dell’ arcivescovo alla presenza di altri due sacerdoti, assoluzione del complice in atti turpi, celebrazione sacrilega dell’ eucaristia con i medesimi sacerdoti dopo aver commesso tali atti.

    In quel mio appunto, che consegnai quello stesso 6 dicembre 2006 al mio diretto superiore, il sostituto Leonardo Sandri, proponevo ai miei superiori le seguenti considerazioni e linea d’ azione: – Premesso che a tanti scandali nella Chiesa negli Stati Uniti, sembrava che se ne stesse per aggiungere uno di particolare gravità che riguardava un cardinale; – e che in via di diritto, trattandosi di un cardinale, in base al canone 1.405 paragrafo 1, punto 2, «ipsius Romani Pontificis dumtaxat ius est iudicandi»; – proponevo che venisse preso nei confronti del cardinale un provvedimento esemplare che potesse avere una funzione medicinale, per prevenire futuri abusi nei confronti di vittime innocenti e lenire il gravissimo scandalo per i fedeli, che nonostante tutto continuavano ad amare e credere nella Chiesa.

    Aggiungevo che sarebbe stato salutare che per una volta l’ autorità ecclesiastica avesse a intervenire prima di quella civile e, se possibile, prima che lo scandalo fosse scoppiato sulla stampa. Ciò avrebbe potuto restituire un po’ di dignità a una Chiesa così provata e umiliata per tanti abominevoli comportamenti da parte di alcuni pastori. In tal caso, l’ autorità civile non si sarebbe trovata più a dover giudicare un cardinale, ma un pastore verso cui la Chiesa aveva già preso opportuni provvedimenti, per impedire che il cardinale, abusando della sua autorità, continuasse a distruggere vittime innocenti.

    Quel mio appunto del 6 dicembre 2006 fu trattenuto dai miei superiori e mai mi fu restituito con un’ eventuale decisione superiore al riguardo.

    Successivamente, intorno al 21-23 aprile 2008, fu pubblicato su Internet – nel sito richardsipe.com – lo Statement for Pope Benedict XVI about the pattern of sexual abuse crisis in the United States, di Richard Sipe. Esso fu trasmesso il 24 aprile dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, al cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, e fu a me consegnato un mese dopo, il successivo 24 maggio 2008.

    Il giorno seguente consegnavo al nuovo sostituto, Fernando Filoni, il mio appunto, comprensivo del mio precedente del 6 dicembre 2006.

    In esso facevo una sintesi del documento di Richard Sipe, che terminava con questo rispettoso e accorato appello a papa Benedetto XVI: «I approach Your Holiness with due reverence, but with the same intensity that motivated Peter Damian to lay out before your predecessor, pope Leo IX, a description of the condition of the clergy during his time. The problems he spoke of are similar and as great now in the United States as they were then in Rome. If Your Holiness requests, I will submit to you personally documentation of that about which I have spoken».

    Terminavo questo mio appunto ripetendo ai miei superiori che ritenevo si dovesse intervenire quanto prima, togliendo il cappello cardinalizio al cardinale McCarrick e infliggendogli le sanzioni stabilite dal codice di diritto canonico, le quali prevedono anche la riduzione allo stato laicale. Anche questo secondo mio appunto non fu mai restituito all’ ufficio del personale, e grande era il mio sconcerto nei confronti dei superiori per l’ inconcepibile assenza di ogni provvedimento nei confronti del cardinale, e per il perdurare della mancanza di ogni comunicazione nei miei riguardi fin da quel mio primo appunto del dicembre 2006.

    Ma finalmente seppi con certezza, tramite il cardinale Giovanni Battista Re, allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, che il coraggioso e meritevole statement di Richard Sipe aveva avuto il risultato auspicato.

    Papa Benedetto XVI aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e di penitenza.

    Non mi è noto quando papa Benedetto abbia preso nei confronti di McCarrick questi provvedimenti, se nel 2009 o nel 2010, perché nel frattempo ero stato trasferito al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, così come non mi è dato sapere chi sia stato responsabile di questo incredibile ritardo. Non credo certo papa Benedetto, il quale da cardinale aveva già più volte denunciato la corruzione presente nella Chiesa, e nei primi mesi del suo pontificato aveva preso ferma posizione contro l’ ammissione in seminario di giovani con profonde tendenze omosessuali. Ritengo che ciò fosse dovuto all’ allora primo collaboratore del Papa, cardinale Tarcisio Bertone, notoriamente favorevole a promuovere omosessuali in posti di responsabilità, e solito gestire le informazioni che riteneva opportuno far pervenire al Papa.

    In ogni caso, quello che è certo è che papa Benedetto inflisse a McCarrick le suddette sanzioni canoniche, e che esse gli furono comunicate dal nunzio apostolico negli Stati Uniti, Pietro Sambi. Monsingor Jean François Lantheaume, allora primo consigliere della nunziatura a Washington e Chargé d’ affaires ad interim dopo la morte inaspettata del nunzio Sambi a Baltimora, mi riferì quando giunsi a Washington – ed egli è pronto a darne testimonianza – di un colloquio burrascoso, di oltre un’ ora, del nunzio Sambi con il cardinale McCarrick convocato in nunziatura: «La voce del nunzio», mi disse monsignor Lantheaume, «si sentiva fin nel corridoio».

    Le medesime disposizioni di papa Benedetto furono poi comunicate anche a me dal nuovo Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, nel novembre 2011 in un colloquio prima della mia partenza per Washington, fra le istruzioni della medesima Congregazione al nuovo nunzio.

    A mia volta le ribadii al cardinale McCarrick al mio primo incontro con lui in nunziatura. Il cardinale, farfugliando in modo appena comprensibile, ammise di aver forse commesso l’ errore di aver dormito nello stesso letto con qualche seminarista nella sua casa al mare, ma me lo disse come se ciò non avesse alcuna importanza.

    I fedeli si chiedono insistentemente come sia stata possibile la sua nomina a Washington e a cardinale, e hanno pieno diritto di sapere chi fosse a conoscenza, chi abbia coperto i suoi gravi misfatti. È perciò mio dovere rendere noto quanto so al riguardo, incominciando dalla Curia romana. Il cardinale Angelo Sodano è stato Segretario di Stato fino al settembre 2006: ogni informazione perveniva a lui. Nel novembre 2000 il nunzio Montalvo inviò a lui il suo rapporto trasmettendogli la già citata lettera di padre Boniface Ramsey in cui denunciava i gravi abusi commessi da McCarrick.

    È noto che Sodano cercò di coprire fino all’ ultimo lo scandalo di padre Marcial Maciel, rimosse persino il nunzio a Città del Messico, Justo Mullor, che si rifiutava di essere complice delle sue manovre di copertura di Maciel e al suo posto nominò Sandri, allora nunzio in Venezuela, ben disposto invece a collaborare. Sodano giunse anche a far fare un comunicato alla sala stampa vaticana in cui si affermava il falso, che cioè papa Benedetto aveva deciso che il caso Maciel doveva ormai considerarsi chiuso. Benedetto reagì, nonostante la strenua difesa da parte di Sodano, e Maciel fu giudicato colpevole e irrevocabilmente condannato.

    Fu la nomina a Washington e a cardinale di McCarrick opera di Sodano, quando Giovanni Paolo II era già molto malato? Non ci è dato saperlo. È però lecito pensarlo, ma non credo che sia stato il solo responsabile.

    McCarrick andava con molta frequenza a Roma e si era fatto amici dappertutto, a tutti i livelli della Curia. Se Sodano aveva protetto Maciel, come appare sicuro, non si vede perché non lo avrebbe fatto per McCarrick, che a detta di molti aveva i mezzi anche finanziari per influenzare le decisioni. Alla sua nomina a Washington si era invece opposto l’ allora Prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Giovanni Battista Re. Alla nunziatura di Washington c’ è un biglietto, scritto di suo pugno, in cui il cardinale Re si dissocia da detta nomina e afferma che McCarrick era il quattordicesimo nella lista per la provvista di Washington.

    Al cardinale Tarcisio Bertone, come Segretario di Stato, fu indirizzato il rapporto del nunzio Sambi, con tutti gli allegati, e a lui furono presumibilmente consegnati dal sostituto i miei due sopra citati appunti del 6 dicembre 2006 e del 25 maggio 2008.

    Come già accennato, il cardinale non aveva difficoltà a presentare insistentemente per l’ episcopato candidati notoriamente omosessuali attivi – cito solo il noto caso di Vincenzo di Mauro, nominato arcivescovo-vescovo di Vigevano, poi rimosso perché insidiava i suoi seminaristi – e a filtrare e manipolare le informazioni che faceva pervenire a papa Benedetto.

    Il cardinale Pietro Parolin, attuale Segretario di Stato, si è reso anch’ egli complice di aver coperto i misfatti di McCarrick, il quale dopo l’ elezione di papa Francesco si vantava apertamente dei suoi viaggi e missioni in vari continenti. Nell’ aprile 2014 il Washington Times aveva riferito in prima pagina di un viaggio di McCarrick nella Repubblica Centroafricana, per giunta a nome del Dipartimento di Stato. Come Nunzio a Washington, scrissi perciò al cardinale Parolin chiedendogli se erano ancora valide le sanzioni comminate a McCarrick da papa Benedetto. Ça va sans dire che la mia lettera non ebbe mai alcuna risposta!

    Lo stesso si dica per il cardinale William Levada, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per i cardinali Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i vescovi, e Lorenzo Baldisseri, già segretario della medesima Congregazione per i vescovi, e l’ arcivescovo Ilson de Jesus Montanari, attuale segretario della medesima Congregazione.

    Essi, in ragione del loro ufficio, erano al corrente delle sanzioni imposte da papa Benedetto a McCarrick.

    I cardinali Leonardo Sandri, Fernando Filoni e Angelo Becciu, come sostituti della Segreteria di Stato, hanno saputo in tutti i particolari la situazione del cardinale McCarrick.

    Così pure non potevano non sapere i cardinali Giovanni Lajolo e Dominique Mamberti, che, come Segretari per i rapporti con gli Stati, partecipavano più volte alla settimana a riunioni collegiali con il Segretario di Stato.

    Per quanto riguarda la Curia romana per ora mi fermo qui, anche se sono ben noti i nomi di altri prelati in Vaticano, anche molto vicini a papa Francesco, come il cardinale Francesco Coccopalmerio e l’ arcivescovo Vincenzo Paglia, che appartengono alla corrente filo omosessuale favorevole a sovvertire la dottrina cattolica a riguardo dell’ omosessualità, corrente già denunciata fin dal 1986 dal cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali.

    Alla medesima corrente, seppur con una ideologia diversa, appartengono anche i cardinali Edwin Frederick O’ Brien e Renato Raffaele Martino. Altri poi, appartenenti a detta corrente, risiedono persino alla Domus Sanctae Marthae.

    Vengo ora agli Stati Uniti.

    Ovviamente, il primo a essere stato informato dei provvedimenti presi da papa Benedetto fu il successore di McCarrick alla sede di Washington, il cardinale Donald Wuerl, la cui situazione è ora del tutto compromessa dalle recenti rivelazioni sul suo comportamento come vescovo di Pittsburgh.

    È assolutamente impensabile che il nunzio Sambi, persona altamente responsabile, leale, diretto ed esplicito nel suo modo di essere da vero romagnolo, non gliene abbia parlato. In ogni caso, io stesso venni in più occasioni sull’ argomento con il cardinale Wuerl, e non ci fu certo bisogno che entrassi in particolari perché mi fu subito evidente che ne era pienamente al corrente. Ricordo poi in particolare il fatto che dovetti richiamare la sua attenzione perché mi accorsi che in una pubblicazione dell’ arcidiocesi, sulla copertina posteriore a colori, veniva annunciato un invito ai giovani che ritenevano di avere la vocazione al sacerdozio a un incontro con il cardinale McCarrick. Telefonai subito al cardinale Wuerl, che mi manifestò la sua meraviglia, dicendomi che non sapeva nulla di quell’ annuncio e che avrebbe provveduto ad annullare detto incontro. Se, come ora continua ad affermare, non sapeva nulla degli abusi commessi da McCarrick e dei provvedimenti presi da papa Benedetto, come si spiega la sua risposta?

    Le sue recenti dichiarazioni in cui afferma di non aver saputo nulla, anche se all’ inizio furbescamente riferite ai risarcimenti alle due vittime, sono assolutamente risibili. Il cardinale mente spudoratamente e per di più induce a mentire anche il suo cancelliere, monsignor Antonicelli.

    Del resto, già in altra occasione il cardinale Wuerl aveva chiaramente mentito. A seguito di un evento moralmente inaccettabile autorizzato dalle autorità accademiche della Georgetown university, avevo richiamato l’ attenzione del suo presidente, dottor John DeGioia, indirizzandogli due successive lettere.

    Prima di inoltrarle al destinatario, per correttezza, ne consegnai personalmente copia al cardinale con una mia lettera di accompagnamento. Il cardinale mi disse che non ne era al corrente. Si guardò bene però di accusare ricevimento delle mie due lettere, contrariamente a quanto puntualmente era solito fare. Poi seppi che detto evento alla Georgetown aveva avuto luogo da sette anni. Ma il cardinale non ne sapeva nulla!

    Il cardinale Wuerl inoltre, ben sapendo dei continui abusi commessi dal cardinale McCarrick e delle sanzioni impostegli da papa Benedetto, trasgredendo l’ ordine del Papa gli permise di risiedere in un seminario in Washington D.C. Mise così a rischio altri seminaristi.

    Il vescovo Paul Bootkoski, emerito di Metuchen, e l’ arcivescovo John Myers, emerito di Newark, coprirono gli abusi commessi da McCarrick nelle loro rispettive diocesi e risarcirono due delle sue vittime. Non possono negarlo, e devono essere interrogati perché rivelino ogni circostanza e responsabilità al riguardo.

    Il cardinale Kevin Farrell, intervistato recentemente dai media, ha anch’ egli affermato di non avere avuto il minimo sentore degli abusi commessi da McCarrick.

    Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli. Non so se gli sia mai stato chiesto se sapesse dei crimini di Maciel. Se dovesse negarlo, qualcuno forse gli crederebbe, atteso che egli ha occupato compiti di responsabilità come membro dei Legionari di Cristo?

    Del cardinale Sean O’ Malley mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità.

    La mia coscienza mi impone poi di rivelare fatti che ho vissuto in prima persona, riguardanti papa Francesco, che hanno una valenza drammatica, e che come vescovo, condividendo la responsabilità collegiale di tutti i vescovi verso la Chiesa universale, non mi permettono di tacere, e che qui affermo, disposto a confermarli sotto giuramento chiamando Dio come mio testimone.

    Negli ultimi mesi del suo pontificato papa Benedetto XVI aveva convocato a Roma una riunione di tutti i nunzi apostolici, come avevano già fatto Paolo VI e San Giovanni Paolo II in più occasioni. La data fissata per l’ udienza con il Papa era venerdì 21 giugno 2013. Papa Francesco mantenne questo impegno preso dal suo predecessore.

    Naturalmente anch’ io venni a Roma da Washington. Si trattava del mio primo incontro con il nuovo Papa, eletto solo tre mesi prima, dopo la rinuncia di papa Benedetto.

    La mattina di giovedì 20 giugno 2013 mi recai alla Domus Sanctae Marthae, per unirmi ai miei colleghi che erano ivi alloggiati.

    Appena entrato nella hall mi incontrai con il cardinal McCarrick, che indossava la veste filettata. Lo salutai con rispetto come sempre avevo fatto. Egli mi disse immediatamente con un tono fra l’ ambiguo e il trionfante: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina».

    Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il cardinale Bergoglio, e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova university e in un’ intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi.

    Il giorno dopo ebbe luogo l’ udienza con papa Francesco. Dopo il discorso, in parte letto e in parte pronunciato a braccio, il Papa volle salutare uno a uno tutti i nunzi. In fila indiana, ricordo che io rimasi fra gli ultimi. Quando fu il mio turno, ebbi appena il tempo di dirgli «sono il nunzio negli Stati Uniti», che senza alcun preambolo mi investì con tono di rimprovero con queste parole: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati! Devono essere dei pastori!». Naturalmente non ero in condizione di chiedere spiegazioni sul significato delle sue parole e del modo aggressivo con cui mi aveva apostrofato. Avevo in mano un libro in portoghese che il cardinale O’ Malley mi aveva consegnato per il Papa qualche giorno prima, dicendomi: «Così ripassa il portoghese prima di andare a Rio, per la Giornata mondiale della gioventù».

    Glielo consegnai subito, liberandomi così da quella situazione estremamente sconcertante e imbarazzante.

    Al termine dell’ udienza il Papa annunziò: «Chi di voi domenica prossima è ancora a Roma è invitato a concelebrare con me alla Domus Sanctae Marthae». Io naturalmente pensai di restare, per chiarire quanto prima cosa il Papa avesse inteso dirmi.

    Domenica 23 giugno, prima della concelebrazione con il Papa, chiesi a monsignor Battista Ricca, che come responsabile della casa ci aiutava a indossare i paramenti, se poteva chiedere al Papa se nel corso della settimana seguente avrebbe potuto ricevermi. Come avrei potuto ritornare a Washington senza aver chiarito ciò che il Papa voleva da me? Terminata la messa, mentre il Papa salutava i pochi laici presenti, monsignor Fabian Pedacchio, il suo segretario argentino, venne da me e mi disse: «Il Papa mi ha detto di chiederle se lei è libero adesso!». Naturalmente gli risposi che ero a disposizione del Papa e che lo ringraziavo di volermi ricevere subito. Il Papa mi condusse al primo piano nel suo appartamento e mi disse: «Abbiamo 40 minuti prima dell’ Angelus».

    Iniziai io la conversazione, chiedendogli che cosa avesse inteso dirmi con le parole che mi aveva rivolto quando l’ avevo salutato, il venerdì precedente. E il Papa, con un tono ben diverso, amichevole, quasi affettuoso, mi disse: «Sì, i vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra come l’ arcivescovo di Filadelfia (il Papa non mi fece il nome dell’ arcivescovo), devono essere dei pastori; e non devono essere di sinistra», e aggiunse, alzando tutte e due le braccia: «E quando dico di sinistra, intendo dire omosessuali». Naturalmente mi sfuggì la logica della correlazione fra essere di sinistra ed essere omosessuali, ma non aggiunsi altro. Subito dopo il Papa mi chiese con tono accattivante:

    «Il cardinale McCarrick com’ è?». Io gli risposi con tutta franchezza, e se volete con tanta ingenuità: «Santo Padre, non so se lei conosce il cardinale McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i vescovi c’ è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti, e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza». Il Papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi, e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il Papa mi aveva posto quella domanda: «Il cardinal McCarrick com’ è?». Evidentemente voleva accertarsi se fossi alleato di McCarrick o no.

    Rientrato a Washington, tutto mi divenne molto chiaro, grazie anche a un nuovo fatto accaduto solo pochi giorni dopo il mio incontro con papa Francesco. Alla presa di possesso della diocesi di El Paso da parte del nuovo vescovo Mark Seitz, il 9 luglio 2013, inviai il primo consigliere, monsignor Jean François Lantheaume, mentre io quel medesimo giorno andai a Dallas per un incontro internazionale di bioetica. Di ritorno, monsignor Lantheaume mi riferì che a El Paso aveva incontrato il cardinale McCarrick, il quale, presolo in disparte, gli aveva detto quasi le stesse parole che il Papa aveva detto a me a Roma: «I vescovi negli Stati Uniti non devono essere ideologizzati, non devono essere di destra, devono essere dei pastori».

    Rimasi esterrefatto! Era perciò chiaro che le parole di rimprovero che papa Francesco mi aveva rivolto quel 21 giugno 2013 gli erano state messe in bocca il giorno prima dal cardinale McCarrick. Anche la menzione da parte del Papa «non come l’ arcivescovo di Filadelfia» conduceva a McCarrick, perché fra i due c’ era stato un forte diverbio a riguardo dell’ ammissione alla comunione dei politici favorevoli all’ aborto: McCarrick aveva manipolato nella sua comunicazione ai vescovi una lettera dell’ allora cardinale Ratzinger che proibiva di dare loro la comunione. Di fatto, poi, sapevo quanto certi cardinali come Roger Mahony, William Levada e Wuerl, fossero strettamente legati a McCarrick, avessero osteggiato le nomine più recenti fatte da papa Benedetto, per sedi importanti come Filadelfia, Baltimora, Denver e San Francisco.

    Non contento della trappola che mi ha aveva teso in 23 giugno 2013 chiedendomi di McCarrick, solo qualche mese dopo, nell’ udienza che mi concesse il 10 ottobre 2013,papa Francesco me ne pose una seconda, questa volta a riguardo di un suo secondo protetto, il cardinale Donald Wuerl. Mi chiese: «Il cardinale Wuerl com’ è, buono o cattivo?». «Santo Padre», gli risposi, «non le dirò se è buono o cattivo, ma le riferirò due fatti». Sono quelli a cui ho già sopra accennato, che riguardano la noncuranza pastorale di Wuerl per le deviazioni aberranti alla Georgetown university e l’ invito da parte dell’ arcidiocesi di Washington a giovani aspiranti al sacerdozio a un incontro con McCarrick! Anche questa seconda volta il Papa non manifestò alcuna reazione.

    Era poi evidente che, a partire dalla elezione di papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste. In un gioco di squadra con il cardinale Rodriguez Maradiaga era diventato il kingmaker per le nomine in Curia e negli Stati Uniti, e il consigliere più ascoltato in Vaticano per i rapporti con l’ amministrazione Obama. Così si spiega il fatto che, come membri della Congregazione per i vescovi, il Papa sostituì il cardinale Raymond Burke con Wuerl e vi nominò immediatamente Blase Cupich, fatto poi subito cardinale. Con tali nomine, la nunziatura a Washington era ormai fuori gioco per la nomina dei vescovi. Per giunta, nominò il brasiliano Ilson de Jesus Montanari – grande amico del suo segretario privato argentino Fabian Pedacchio – segretario della medesima Congregazione per i vescovi e segretario del Collegio dei cardinali, promuovendolo in un sol balzo da semplice officiale di quel dicastero ad arcivescovo segretario. Cosa mai vista per un incarico così importante!

    Le nomine di Blase Cupich a Chicago e di William Tobin a Newark sono state orchestrate da McCarrick, Maradiaga e Wuerl, uniti da un patto scellerato di abusi del primo e quantomeno di coperture di abusi da parte degli altri due. I loro nominativi non figuravano fra quelli presentati dalla nunziatura per Chicago e per Newark. Di Cupich non può certo sfuggire l’ ostentata arroganza e sfrontatezza nel negare l’ evidenza ormai palese a tutti: che cioè l’ 80% degli abusi riscontrati è stato nei confronti di giovani adulti da parte di omosessuali in rapporto di autorità verso le loro vittime.

    Nel discorso che fece alla presa di possesso della sede di Chicago, a cui ero presente come rappresentante del Papa, Cupich disse, come battuta di spirito, che certo non ci si doveva aspettare dal nuovo arcivescovo che camminasse sulle acque. Sarebbe forse sufficiente che fosse capace di restare con i piedi per terra e che non cercasse di capovolgere la realtà, accecato dalla sua ideologia pro gay, come ha affermato in una recente intervista ad America. Ostentando la sua particolare competenza in materia – essendo stato presidente del Committee on protection of children and young people della Uscb – ha asserito che il problema principale nella crisi degli abusi sessuali da parte del clero non è l’ omosessualità, e che affermarlo è solo un modo per distogliere l’ attenzione dal vero problema che è il clericalismo.

    A sostegno di questa sua tesi, Cupich ha fatto «stranamente» riferimento ai risultati di una ricerca fatta nell’ apice della crisi di abusi sessuali nei confronti di minori dell’ inizio degli anni 2000, mentre ha ignorato «candidamente» che i risultati di quell’ indagine furono totalmente smentiti dai successivi rapporti indipendenti del John Jay college of criminal justice del 2004 e del 2011, in cui si concludeva che nei casi di abusi sessuali l’ 81% delle vittime erano maschi. Infatti, padre Hans Zollner S.J., vicerettore della Pontificia università gregoriana, presidente del Centre for child protection, membro della Pontificia commissione per la protezione dei minori, ha recentemente dichiarato al giornale La Stampa che «nella maggior parte dei casi si tratta di abusi omosessuali».

    Anche la nomina, poi, di Robert McElroy a San Diego fu pilotata dall’ alto, con un ordine perentorio cifrato, a me come nunzio, dal cardinale Parolin: «Riservi la sede di San Diego per McElroy». Anche McElroy ben sapeva degli abusi commessi da McCarrick, come risulta da una lettera indirizzatagli da Richard Sipe il 28 luglio 2016.

    A questi personaggi sono strettamente associati individui appartenenti in particolare all’ ala deviata della Compagnia di Gesù, purtroppo oggi maggioritaria, che già era stata motivo di gravi preoccupazioni per Paolo VI e per i successivi pontefici. Basti solo pensare a padre Robert Drinan S.J., eletto quattro volte alla Camera dei rappresentanti, accanito sostenitore dell’ aborto, o a padre Vincent O’ Keefe S.J., fra i principali promotori del documento The Land o’ lakes statement del 1967, che ha gravemente compromesso l’ identità cattolica delle università e dei collegi negli Stati Uniti. Si noti che anche McCarrick, allora presidente dell’ università cattolica del Portorico, partecipò a quell’ infausta impresa, così deleteria per la formazione delle coscienze della gioventù americana, strettamente associato com’ era all’ ala deviata dei gesuiti.

    Padre James Martin S.J., osannato dai personaggi sopra menzionati, in particolare da Cupich, Tobin, Farrell e McElroy, nominato consultore del dicastero per le comunicazioni, noto attivista che promuove l’ agenda Lgbt, prescelto per corrompere i giovani che si raduneranno prossimamente a Dublino per l’ incontro mondiale delle famiglie, altro non è se non un triste recente esemplare di quell’ ala deviata della Compagnia di Gesù.

    Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti.

    In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 e ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga.

    Quest’ ultimo si sente così sicuro della protezione del Papa che può cestinare come «pettegolezzi» gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario. Ormai i fedeli hanno ben capito la strategia di Maradiaga: insultare le vittime per salvare sé stesso, mentire a oltranza per coprire una voragine di abusi di potere, di cattiva gestione nell’ amministrazione dei beni della Chiesa, di disastri finanziari anche nei confronti di intimi amici, come nel caso dell’ ambasciatore dell’ Honduras Alejandro Valladares, già decano del corpo diplomatico presso la Santa Sede.

    Nel caso del già vescovo ausiliare Juan José Pineda, dopo l’ articolo apparso sul settimanale L’ Espresso nel febbraio scorso, Maradiaga aveva dichiarato al giornale Avvenire: «È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire” il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto». Ora, di Pineda si è pubblicato unicamente che le sue dimissioni sono state semplicemente accettate, facendo così sparire nel nulla qualsiasi eventuale responsabilità sua e di Maradiaga.

    In nome della trasparenza dal Papa tanto conclamata, si renda pubblico il rapporto che il «visitatore», il vescovo argentino Alcides Casaretto, ha consegnato più di un anno fa solo e direttamente al Papa.

    Infine, anche la recente nomina a sostituto dell’ arcivescovo Edgar Peña Parra ha una connessione con l’ Honduras, cioè con Maradiaga.

    Peña Parra infatti dal 2003 al 2007 ha prestato servizio presso la nunziatura di Tegucigalpa in qualità di consigliere. Come delegato per le Rappresentanze pontificie mi erano pervenute informazioni preoccupanti a suo riguardo.

    In Honduras si sta per ripetere uno scandalo immane come quello in Cile. Il Papa difende a oltranza il suo uomo, il cardinale Rodriguez Maradiaga, come aveva fatto in Cile con il vescovo Juan de la Cruz Barros, che lui stesso aveva nominato vescovo di Osorno, contro il parere dei vescovi cileni. Prima ha insultato le vittime degli abusi, poi, solo quando vi è stato costretto dal clamore dei media, dalla rivolta delle vittime e dei fedeli cileni, ha riconosciuto il suo errore e si è scusato, pur affermando che era stato mal informato, provocando una situazione disastrosa nella Chiesa in Cile, ma continuando a proteggere i due cardinali cileni Francisco Errazuriz e Ricardo Ezzati.

    Anche nella triste vicenda di McCarrick, il comportamento di papa Francesco non è stato diverso. Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale. Pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto a oltranza, anzi ha fatto propri i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni né da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti per salvare la sua immagine mediatica.

    Ora negli Stati Uniti c’ è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti: chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si dimettano.

    Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre recuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’ uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale.

    Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa, come ha recentemente scritto Janet Smith, professoressa di teologia morale nel Sacred Heart major seminary di Detroit. «Il problema degli abusi del clero», ha scritto, «non potrà essere risolto semplicemente con le dimissioni di alcuni vescovi, né tanto meno con nuove direttive burocratiche. Il centro del problema sta nelle reti omosessuali nel clero che devono essere sradicate». Queste reti di omosessuali, ormai diffuse in molte diocesi, seminari, ordini religiosi, eccetera, agiscono coperte dal segreto e dalla menzogna con la potenza dei tentacoli di una piovra e stritolano vittime innocenti, vocazioni sacerdotali e stanno strangolando l’ intera Chiesa.

    Imploro tutti, in particolare i vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, di denunciare ai media e alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza.

    Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità San Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Non abbiate paura!».

    Papa Benedetto nell’ omelia dell’ Epifania del 2008 ci ricordava che il disegno di salvezza del Padre si è pienamente rivelato e realizzato nel mistero della morte e risurrezione di Cristo, ma richiede di essere accolto dalla storia umana, che rimane sempre storia di fedeltà da parte di Dio e purtroppo anche di infedeltà da parte di noi uomini. La Chiesa, depositaria della benedizione della nuova alleanza, siglata nel sangue dell’ Agnello, è santa ma composta di peccatori, come scrisse Sant’ Ambrogio: la Chiesa è «immaculata ex maculatis», è santa e senza macchia pur essendo composta nel suo itinerario terreno da uomini macchiati di peccato.

    Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati dagli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di papa Francesco e dall’ omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie.

    Papa Francesco all’ Angelus di domenica 12 agosto 2018 ha pronunciato queste parole: «Ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se questa, giustamente, è da considerarsi una grave responsabilità morale per ogni fedele, quanto più grave lo è per il supremo pastore della Chiesa, il quale nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa!

    Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli.

    Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo.

    In questo momento estremamente drammatico per la Chiesa universale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro.

    Seppur nello sconcerto e nella tristezza per l’ enormità di quanto sta accadendo, non perdiamo la speranza! Ben sappiamo che la grande maggioranza dei nostri pastori vivono con fedeltà e dedizione la propria vocazione sacerdotale.

    È nei momenti di grande prova che la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza.

    Preghiamo tutti per la Chiesa e per il Papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!

    Rinnoviamo tutti la fede nella Chiesa nostra madre: «Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». Cristo non abbandonerà mai la sua Chiesa! L’ ha generata nel suo sangue e la rianima continuamente con il suo Spirito! Maria, madre della Chiesa, prega per noi! Maria Vergine Regina, madre del Re della gloria, prega per noi!

    Roma, 22 Agosto 2018.

     

     

    http://m.dagospia.com/il-papa-sapeva-degli-abusi-sessuali-del-cardinale-ma-li-ha-coperti-ora-si-deve-dimettere-181592

  • Preti pedofili: esplodono scandali in tutto il mondo, ma “Il caso italiano” che fine ha fatto?

    Preti pedofili: esplodono scandali in tutto il mondo, ma “Il caso italiano” che fine ha fatto?

    Il 5 giugno scorso, mentre con i colleghi di ECA venivamo ascoltati da Gianni Magazzeni, il funzionario dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che ci ha ricevuti a Ginevra, nel mio intervento, oltre alle inadempienze dei governi italiani che si sono susseguiti negli ultimi anni, ho sollevato un problema forse maggiore di quello di Governo, quello della Stampa.

    Per chi non lo sapesse, Nell’annuale classifica di Reporters sans Frontieres il nostro Paese perde quattro posizioni, scendendo dal 73° posto del 2015 al77° (su un totale di 180 Paesi) del 2016. L’Italia è il fanalino di coda dell’Ue (che è comunque l’area in cui c’è maggiore tutela dei giornalisti), per quanto riguarda la libertà di stampa, superata addirittura da alcuni paesi che ci ostiniamo ancora a definire del “terzo mondo”.

    Non vi nascondo che quando Gianni Magazzeni, rispondendo alla domanda, ci invitò ad affidarci ai social network, provai un profondo senso di vergogna.

    Ma perché vi parlo della censura della stampa italiana?

    Perché la stampa ha un ruolo di fondamentale importanza nella società civile, ed  è uno strumento fondamentale per il mantenimento della democrazia, non a caso i giornalisti godono di alcuni privilegi come il segreto delle fonti dalle quali apprendono le notizie. Dove non c’è libertà di stampa, non ci può essere democrazia.

    Dopo questa fondamentale premessa torniamo a noi: che fine ha fatto “Il caso italiano”?

    Glisso la domanda “c’è un caso italiano?” perché il caso c’è!  Già nel 2014 lo documenta Federico Tulli nel suo secondo libro (il primo è del 2010) “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”. Sono poi seguite altre pubblicazioni, da quelle di Gianluigi Nuzzi a quelle di Emiliano Fittipaldi e così via.

    Eppure, se leggiamo i giornali italiani, tranne qualche sporadico caso spesso limitato alla cronaca locale, non troviamo quasi nulla sull’Italia, molte notizie invece su ciò che accade all’estero.

    Tutto ciò accade malgrado i casi documentati negli ultimi 15 anni (a mio avviso circa un 20 – 25 % del sommerso) siano all’incirca 300. (vedi mappa italiana)

    Ma perché accuso la stampa italiana?

    Perché come in tanti altri contesti, la censura della stampa italiana porta i cittadini a una mancanza di consapevolezza, quindi a sottovalutare la reale entità del fenomeno e, se non se ne parla, il cittadino è indotto a pensare che il problema non esiste.

    Infatti, mentre all’estero vediamo i cittadini scendere in piazza, la magistratura che fa indagini, i governi che prendono provvedimenti e si mobilitano nel contrastare il fenomeno, quantificando nelle varie commissioni di inchiesta percentuali che fanno rabbrividire, in Italia non vediamo nulla di tutto ciò.

    Sui giornali italiani non leggiamo mai le contestazioni e il disagio delle vittime, quello delle associazioni che le tutelano e, malgrado le indagini che la Rete L’ABUSO documenta in tutta la penisola, nessun giornalista è mai andato a chiedere a papa Francesco per esempio perché, malgrado ne fosse personalmente a conoscenza, ha insabbiato il caso del prete italiano Nicola Corradi e di altri 13 sacerdoti: il Corradi, è oggi agli arresti proprio nella terra natale di Bergoglio, con l’accusa di aver reiterato il crimine.

    Nessun giornalista italiano è andato a chiedere a papa Francesco che fine ha fatto la denuncia sui presunti abusi commessi in Vaticano proprio sui chierichetti del papa e perché, malgrado due precedenti insabbiamenti del caso, il presunto abusatore, don Gabriele Martinelli, non sia neppure stato sospeso dal sacerdozio, proprio come i suoi protettori, i quali non hanno ricevuto neppure un richiamo dalla Santa sede.

    Nessun giornalista è andato a chiedere a papa Francesco perché il Vaticano continua a fare scena muta al pesantissimo report divulgato nel 2014 dalla Commissione ONU per la tutela del Fanciullo, report al quale la Santa Sede avrebbe dovuto rispondere il primo settembre scorso.

    Nessun giornalista è andato a chiedere a papa Francesco perché il tanto acclamato tribunale per punire i vescovi insabbiatori sia svanito nel nulla. Perché, malgrado le promesse fatte al “Popolo di Dio” in questi anni di pontificato, papa Francesco, in totale contrasto con le sue stesse dichiarazioni, non abbia perseguito insabbiatori come il cardinale Crescenzio Sepe o perché, in barba alla documentazione in possesso della Congregazione per la Dottrina della Fede, abbia comunque promosso insabbiatori come monsignor Mario Delpini o Pierantonio Tremolada, entrambi nominati nel luglio 2017, uno niente popò di meno che arcivescovo di Milano, l’altro vescovo di Brescia.

    Se noi leggiamo i giornali italiani, la maggior parte, per non dire tutti, ci racconta quotidianamente che il papa fa solo cose belle, quelle brutte sono colpa della curia romana che, a loro dire, metterebbe il bastone tra le ruote al povero Bergoglio, fatto già martire ancor prima di morire.

    Nessun giornalista italiano vi ha raccontato le numerose iniziative che ci sono in Italia, per esempio non vi hanno detto che lo scorso 27 novembre, grazie alla sensibilità del deputato M5s Matteo Mantero, la Rete L’ABUSO è finalmente riuscita a depositare la prima interrogazione parlamentare sul fenomeno dei preti pedofili.

    Nessun giornalista italiano vi ha detto che sempre la Rete L’ABUSO, lo scorso 19 febbraio, ha diffidato il Governo Italiano per favoreggiamento alla pedofilia.

    Nessun giornalista italiano vi ha detto che lo scorso 5 giugno, anche a seguito di quella diffida, nell’incontro con il funzionario dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra Gianni Magazzeni, lo stesso ha comunicato l’apertura di una indagine sull’Italia il cui report sarà divulgato il 19 gennaio 2019.

    Nessun giornalista italiano è mai andato a chiede al Governo, per esempio, come intende affrontare la situazione, o il perché malgrado dal 2001 siano state introdotte e ratificate leggi che prevedono per esempio, consultori ASL per le vittime di violenza sessuale, ad oggi questi non siano mai stati realizzati oppure perché, malgrado i fondi stanziati nel 2007 dal Governo per realizzare un database nazionale dei sexual offenders, questo non sia mai stato realizzato.

    La pressione della stampa su queste due ultime iniziative (consultori e database) e la loro realizzazione, sarebbe già sufficiente a produrre un dato che quantifichi l’entità dei pedofili, non solo quelli in abito talare, e al tempo stesso quantificherebbe anche quello che, temo, sia un triste primato italiano, il numero delle vittime.

    Il 19 aprile del 2018 la Rete L’ABUSO, il suo Presidente è invitato nella sede romana della Stampa estera in Italiana, incontro motivato dal fatto che i giornalisti esteri, in materia di preti pedofili, volevano capire un po’ quale fosse la situazione in Italia, affermando “troviamo così poche notizie sui giornali italiani”. (A fondo articolo l’intervento integrale)

    Certo se la stampa italiana avesse fatto seriamente il proprio mestiere/dovere, i cittadini avrebbero un pò più di consapevolezza sul “Caso italiano” o, quantomeno, sarebbe sorto qualche ragionevole dubbio sul fatto che, forse, anche in Italia esiste un problema.

    Di Francesco Zanardi

  • Pedofilia, il cardinale Barbarin accusato di aver insabbiato violenze di un prete sugli scout

    Pedofilia, il cardinale Barbarin accusato di aver insabbiato violenze di un prete sugli scout

    Città del Vaticano – «Abbi il coraggio di dimetterti». Mentre in Italia il dossier pedofilia rimane sottotraccia e silente, visto che non è mai deflagrato a livello nazionale nonostante i diversi casi che in questi anni hanno interessato tanti tribunali civili (Savona, Milano, Napoli, Brindisi, Taranto, Potenza solo per citarne alcuni), in Francia esplode con forza e si riapre il caso del cardinale Barbarin, accusato di avere insabbiato il caso di un prete pedofilo. Il dibattito nazionale è stato aperto da un sacerdote, Piere Vignon, della diocesi di Valenza che ha lanciato sui social una petizione per domandare all’arcivescovo di Lione di dare le dimissioni proprio per come in passato ha gestito il caso del pedofilo padre Preynat.

    L’iniziativa di Vignon è la risposta diretta alla lettera che il Papa ha inviato «Al popolo di Dio» due giorni chiedendo maggiore energia per debellare la piaga della pedofilia nella Chiesa. Barbarin è già finito nei guai con la giustizia civile  per non avere denunciato il prete orco, anche se l’arcivescovo si è sempre difeso sostenendo di avere fatto tutto quello che era in suo potere. Barbarin sarebbe venuto a conoscenza delle violenze sugli scout solo nel 2007 anche se i fatti incriminati si riferiscono ad un periodo precedente (tre il 1986 e il 1991). Le associazioni delle vittime non gli risparmiano feroci critiche per come ha  gestito la denuncia.

    Nel 2016 Papa Francesco ha ricevuto in Vaticano il cardinale Barbarin. Pochi giorni dopo l’udienza l’arcivescovo di Lione ha rilasciato una intervista in cui spiegava che il pontefice gli dava fiducia dicendogli che non doveva dimettersi. Barbarin riferiva: «È vero, mi ha detto in generale Francesco,  che non è facile giudicare i fatti decenni dopo, in un altro contesto. La realtà non è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo campo, non può esserci prescrizione».

    Barbarin sarà chiamato a comparire in tribunale assieme al cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Due anni fa il tribunale di Lione aveva archiviato la posizione di Barbarin ma altre vittime hanno presentato un secondo ricorso, con il conseguente passaggio ancora da definire in aula.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/pedofilia_francia_vaticano_barbarin-3927169.html

  • Sopravvissuti del mondo a Papa Francesco: 3 cose deve fare ora per porre fine all’abuso del clero

    Sopravvissuti del mondo a Papa Francesco: 3 cose deve fare ora per porre fine all’abuso del clero

    Le parole richiedono piano e azione. Queste 3 azioni, dice il gruppo, agiranno contro abusi sessuali del clero e insabbiamenti

    Riconosciamo nuovi linguaggi e concetti nella lettera del Papa. L’abuso sessuale è un crimine e non solo un peccato. La copertura e il silenzio dei vescovi e della gerarchia sono complicità e devono essere trattati dalla giustizia criminale locale. Il Papa, per la prima volta, parla dell’importanza dell’eliminazione dei limiti della prescrizione degli abusi sessuali su minori, perché “il dolore e la verità non finiscono”. Questi nuovi concetti nella lettera di un Papa sono un passo, ma non un vero piano per porre fine alla “cultura dell’abuso e della copertura”, come ha affermato in una recente comunicazione all’inizio di quest’anno.

    Tuttavia, nella sua “Lettera al Popolo di Dio” da 2.000 parole, Papa Francesco non menziona né si impegna in un singolo passo concreto per risolvere la crisi degli abusi.

    Annunciando questa mancanza di specificità, l’organizzazione globale ECA (Ending Clergy Abuse), un gruppo di sopravvissuti e attivisti mondiali, provenienti da oltre 18 paesi e 4 continenti, chiede al Papa di impegnarsi immediatamente in un piano d’azione in 3 punti che agirà contro gli abusi sessuali del clero e gli insabbiamenti che sono una epidemia mondiale.

    “Questo è il momento decisivo per Papa Francesco”, ha dichiarato Mark Vincent Healy, membro di ECA e sopravvissuto agli abusi sessuali di due preti irlandesi. “È venuto nel nostro paese nel bel mezzo di un tumulto mondiale per gli abusi sessuali del clero. Non dovrebbe andarsene fino a quando non ci darà un piano per porre fine a questa crisi “.

    Secondo ECA, qualsiasi piano del Papa deve includere queste 3 azioni:

    1. Promulgare nel mondo tolleranza zero per ogni chierico abusatore e per la complicità di ogni superiore. Ciascun atto di abuso o copertura sessuale su minori, indipendentemente da quando si è verificato, comporterà la loro rimozione permanente dal ministero o dall’ufficio.
    2. Creare un registro pubblico mondiale di tutto il clero con accuse fondate di abusi sessuali. Ciò comincerebbe con la pubblicazione immediata dei 3.400 chierici giudicati colpevoli dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF). Questo proteggerà i nostri bambini e le nostre comunità.
    3. Dichiarare l’obbligo di denunciare abusi sessuali su minori attuali e passati alle autorità civili. Non segnalarlo dovrebbe significare la scomunica immediata

    Queste tre misure sono fondamentali per la promessa di non “risparmiare sforzi” per “creare una cultura in grado di impedire che tali situazioni accadano” e “di impedire la possibilità che queste vengano coperte e perpetuate”.

    Nessuna organizzazione può proteggersi da sola. La Chiesa cattolica non è un’eccezione e deve essere ritenuta responsabile. Secondo Matthias Katsch, membro di ECA e sopravvissuto in Germania, “qualunque cosa il Papa faccia internamente, la sua promessa può essere raggiunta solo con l’aiuto delle autorità civili. Una pulizia completa avverrà solo se si intensificheranno indagini e procedimenti a livello internazionale e statale “.

    CHI SIAMO

    Ending Clergy Abuse (ECA) è un’organizzazione mondiale di sopravvissuti e attivisti per i diritti umani che costringe la Chiesa cattolica romana a porre fine all’abuso del clero, in particolare agli abusi sessuali su minori, al fine di proteggere i bambini e cercare giustizia per le vittime. I membri dell’assemblea della Corte rappresentano oltre 18 paesi e 4 continenti. http://ecaglobal.org – @ENDCLERGYABUSE – contactus@ecaglobal.org

    LINK:

    https://www.cbsnews.com/news/vatican-reveals-how-many-priests-defrocked-for-sex-abuse-since-2004/