Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • Pedofilia: Cile, perquisite due diocesi

    Pedofilia: Cile, perquisite due diocesi

    Sequestrati archivi ecclesiastici a Santiago e a Rancagua

    (ANSA) – SANTIAGO DE CILE, 14 GIU – In una mossa senza precedenti, unità della polizia cilena hanno sequestrato gli archivi ecclesiastici delle diocesi di Santiago del Cile e Rancagua (a sud della capitale), su ordine della Procura locale, che indaga su casi di abuso sessuale di minorenni.

    Secondo fonti della sicurezza citate dai media locali, le autorità giudiziarie intendono esaminare tutte le denunce inviate dalle rispettive diocesi alla Congregazione per la Dottrina della Fede – il dicastero vaticano che si occupa di questi casi – dal 2007 ad oggi, così come le sanzioni decise dalla Chiesa in base al diritto canonico.

  • Papa Francesco accetta le dimissioni dei tre vescovi cileni coinvolti nello scandalo pedofilia

    Papa Francesco accetta le dimissioni dei tre vescovi cileni coinvolti nello scandalo pedofilia

    Accolte dimissioni dei rappresentanti delle diocesi di Osorno, Valparaiso e Puerto Montt

    By Maria Antonietta Calabrò

    Dopo averle respinte negli anni passati per ben due volte (come da lui stesso rivelato sul volo di rientro dal Cile), Papa Francesco ha accettato le dimissioni del vescovo di Osorno, Juan Barros, uno dei preti della fraternità sacerdotale del prete abusatore Fernando Karadima, diventato vescovo durante il Pontificato di Giovanni Paolo II, quando era segretario di Stato Angelo Sodano, in precedenza per dieci anni (dal 1978 al 1988) nunzio apostolico in Cile.

    Buona la terza, insomma.

    Le proteste contro Barros sono state sempre più forti dopo che Francesco lo aveva nominato, nel 2015, vescovo della piccola città dell’estremo sud del Paese, Osorno, visto che le vittime di Karadima lo avevano accusato di aver assistito agli abusi o di averli ignorati, circostanze sempre negate dal vescovo che ha 61 anni e quindi è ben lontano dalla età canonica per il pensionamento. Prima di Osorno, Barros aveva ricoperto ben più importante responsabilità vescovili. Nell’aprile 1995 era stato nominato vescovo ausiliare di Valparaiso da Giovanni Paolo II. Nel novembre 2000 vescovo di Iquique e nel 2004, sempre Giovanni Paolo II lo nominò vescovo castrense (cioè l’ordinario militare del Paese).

    Insieme a Barros sono state accettate le dimissioni di altri due vescovi del Cile: le tre diocesi sono di fatto commissariate con la nomina di un amministratore apostolico.

    Proprio domani, ad Osorno inizierà una missione pastorale dell’arcivescovo di Malta Charles Scicluna e del padre Jordi Bartomeu che in primavera, avevano investigato il caso. “Un nuovo giorno è cominciato per la Chiesa cattolica del Cile”, ha twittato Juan Carlos Cruz, il sopravvissuto agli abusi di Karadima che ha accusato Barros per anni e che davanti alla richiesta del Papa di volere prove ha risposto pubblicamente, lo scorso gennaio, che non avrebbe potuto scattarsi un selfie mentre Karadima lo violentava e, secondo la sua testimonianza, Barros assisteva. “La banda di delinquenti vescovi… è stata disintegrata oggi”, ha commentato Cruz.

    Non è forse casuale che la Sala Stampa della Santa Sede abbia resa nota l’accettazione delle dimissioni di Barros (già pubblicata da due giorni dalla Diocesi locale), durante il primo giorno della venticinquesima riunione del C9, cioè del Consiglio dei cardinali che aiuta il Pontefice nel governo della Chiesa universale. C9 di cui fa parte il cardinale cileno Errazuriz, (consacrato vescovo il 6 gennaio 1995 da Giovanni Paolo II, nel 1996 nominato vescovo titolare di Valparaiso, promosso arcivescovo di Santiago del Cile, e quindi primate della Paese, il 24 aprile 1998, ufficio che ha ricoperto per dodici anni, fino al 15 dicembre 2010, dopo essere stato creato cardinale da Giovanni Paolo II nel concistoro del 21 febbraio 2001). Nel 1985, Karadima, un sacerdote molto influente e vicino all’elite cilena degli anni della dittatura del generale Pinochet, era stato nominato parroco titolare della parrocchia di El Bosque nel comune di Providencia de Santiago de Chile, dove è rimasto fino al 2006. Fu condannato definitivamente dalla Congregazione per la dottrina della fede già nel 2011, per pedofilia. Le associazione delle vittime di Karadima, nel maggio, 2014 denunciarono il cardinale Errazuriz di aver coperto gli abusi del parroco del Bosque, davanti al Comitato contro la Tortura dell’Onu (CAT) a Ginevra, e nonostante questo era stato nominato Francesco nel C9.

    A tutt’oggi, il Vaticano non ha ancora presentato il suo rapporto al CAT sulla revisione delle sue politiche nei confronti della pedofilia del clero che erano state richieste in ben 9 punti nel 2014. Il giudizio del Comitato sul Vaticano e la Sante Sede è atteso tra fine luglio e iniziò di agosto. Intanto sono iniziate le procedure per la nomina di un nuovo cardinale Decano del Sacro Collegio, anche in considerazione del fatto che Angelo Sodano il prossimo novembre compirà 90 anni.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/06/11/scandalo-pedofilia-papa-francesco-accetta-la-rinuncia-di-tre-vescovi-cileni_a_23455842/

  • Il caso don Galli torna a Quarto Grado

    Il caso don Galli torna a Quarto Grado

    Il caso don Galli che ha coinvolto l’Arcivescovo di Milano mons. Delpini torna a Quarto Grado, ora anche il Pontefice Papa Francesco ne è a conoscenza e i familiari gli rivolgono un appello.

    Venerdì 25 maggio 2018, il caso don Galli, ovvero il caso del prete accusato di abuso sessuale ai danni di un minore che portò nel suo letto nel dicembre 2011, è tornato ancora una volta in televisione nella trasmissione di Gianluigi Nuzzi a Quarto Grado.

    (ultimo servizio dal minuto 2:21’:30” al minuto 2:56’:16”)

    I familiari della presunta vittima attendono da più di sette anni che la Chiesa, il Santo Padre, faccia chiarezza sulla loro vicenda ma anche su tutte, le tante vicende analoghe che, purtroppo, vengono gestite dalla gerarchia della chiesa quasi sempre nello stesso identico modo.

    Attendendo l’esito del processo penale attualmente in corso, che stabilirà le responsabilità del sacerdote accusato di abuso sessuale, i familiari si sono rivolti alla Santa Sede ponendo delle semplici domande partendo dai fatti certi riscontrati sin dai primi giorni del lontano 2011.

    Il sacerdote accusato, don Mauro Galli aveva subito ammesso ai suoi superiori, il Parroco don Carlo Mantegazza e il Vescovo Mario Delpini di aver portato in parrocchia, nel suo letto matrimoniale il minore e di aver dormito con lui la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011.

    Il fatto già di per sé assai grave, come lo definì in seguito il Cardinale Scola, all’epoca superiore del Vescovo Delpini, non portò il monsignore ad avviare alcun approfondimento (indagine canonica detta “indagine previa” obbligatoria in questi casi).Mons. Delpini decise di mettere subito a tacere quanto appreso, semplicemente spostando il sacerdote da una parrocchia all’altra, da Rozzano alla vicina Legnano (sempre nel milanese), ancora una volta a contatto con i bambini dell’oratorio nella pastorale giovanile.

    Dato che questi fatti sono certi, riscontrati e riconosciuti da tutti, incluso don Mauro, che lo ha ammesso anche davanti ai giudici, e mons. Delpini che lo ha giurato alla Polizia (come da verbale acquisito in tribunale), le semplici domande che pongono insistentemente i familiari sono le seguenti:

    “Chiediamo al Santo Padre Papa Francesco che dall’inizio del suo pontificato in più occasioni ha proclamato la ormai famosa “Tolleranza zero” nell’ambito della lotta alla pedofilia all’interno della chiesa, “tolleranza zero” nei confronti dei sacerdoti che abusano di minori o adulti vulnerabili, “tolleranza zero” nei confronti dei Vescovi che insabbiano questi casi, se:

    1 – E’ tollerabile che un sacerdote si porti a letto, nel proprio lettone matrimoniale, un minore anche fosse solo per dormire in compagnia?

    2 – E’ tollerabile che un Vescovo che sa con certezza che un sacerdote a lui affidato ha portato nel proprio lettone matrimoniale un minore, anche se fosse solo per dormire in compagnia, decida di non denunciare il fatto, di non avviare alcuna indagine canonica per approfondire, ma semplicemente disponga il trasferimento del prete da una parrocchia all’altra ancora a contatto con i minori incaricandolo di seguire la pastorale giovanile?

    Più volte, in questi anni, i familiari e i parenti hanno scritto alla Santa Sede ponendo queste semplici domande, non riuscendo a capire come occorra così tanto tempo per rispondere offrendo l’interpretazione autentica alla proclamata “tolleranza zero”.

    Non si capacitano di questo lungo silenzio quando loro stessi, come probabilmente qualunque genitore che non abbia una preoccupante immaturità affettiva unitamente ad  una rilevante devianza sessuale, non esiterebbero neppure un attimo nel rispondere all’unanimità.

    Nessun papà o mamma a cui capita di sovente di ospitare altri minori, compagni dei propri figli magari per una ricorrenza, una festa, un compleanno, oppure di affidare per il medesimo motivo i propri figli ad altri genitori, si sognerebbe mai di portarsene uno nel proprio letto anche semplicemente per trascorrere la notte in compagnia… si rabbrividisce e inorridisce solo al pensiero…

    Come dunque è possibile che per il Papa, questo Papa, Francesco, sia così difficile rispondere? Come è possibile che in più di sette anni non si abbia ancora una risposta certa, semplice e chiara?

    E lo stesso Papa che nel 2014 diceva:

    … “Chiedo perdono alle vittime di abusi da parte di sacerdoti, dobbiamo dare prova di «estrema severità» verso i preti pedofili. Come può – si chiede il Pontefice – aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato «un sacrificio diabolico», che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa?”. Alcune vittime, ricorda con amarezza il Papa, “sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.

    Massima severità con i preti pedofili e con chi li ha protetti

    Si tratta, ammonisce ancora una volta Francesco, “di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”. Rammenta dunque che nella Lettera Apostolica “Come una madre amorevole” ha esortato la Chiesa a “prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi”. “Abbiamo dichiarato – ribadisce – che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato”.

    (14 febbraio 2017)

    Dunque l’appello dei familiari lanciato a Quarto Grado. Da pochi giorni è finalmente giunta la notizia che ora finalmente il caso è in mano direttamente al Sommo Pontefice.

    In una lettera a loro inviata da parte del Nunzio Apostolico Emil Paul Tscherring, pur non rispondendo alle domande poste nelle diverse precedenti lettere, viene scritto esplicitamente che sono regolarmente giunte le diverse istanze sia al Santo padre che alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    A onor del vero, la Congregazione per la Dottrina Della Fede aveva già risposto, in più occasioni, riferendo di avere già ricevuto correttamente tutte le istanze e la relativa documentazione del caso, incluso le esplicite denunce del comportamento omissivo dei due Vescovi mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada.

    Lo avevano scritto rispondendo già dal 2015 sia direttamente attraverso la segreteria dell’ex Prefetto Cardiale Müller, sia attraverso il precedente Nunzio Apostolico Arcivescovo Adriano Bernardini, sia attraverso il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica Prefetto Dominique Cardinale Mamberti.

    Dunque dal 2015, ben anni prima delle nomine dei due monsignori Delpini e Tremolada, il primo Arcivescovo di Milano e il secondo Vescovo di Brescia, tutti, forse eccetto Papa Francesco, sapevano delle pesanti denunce relative al comportamento dei due monsignori.

    Possibile che nessuno abbia informato adeguatamente Papa Francesco? Per tutti i Vescovi, Arcivescovi e Cardinali, tali comportamenti sono normali, accettabili e comunque TOLLERABILI?

    Ora però è diverso, dall’11 maggio 2018, a distanza di quasi otto anni dai fatti, anche il pontefice è finalmente consapevole, dunque chi meglio di lui può rispondere alle due semplici domande in relazione alla famosa “TOLLERANZA ZERO”?

    Chi può darne l’autentica interpretazione se non chi l’ha concepita?

    1 – E’ dunque tollerabile che un sacerdote si porti a letto, nel proprio lettone matrimoniale, un minore anche fosse solo per dormire in compagnia?

    2 – E’ dunque tollerabile che un Vescovo che sa… disponga il trasferimento del prete, da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori incaricandolo di seguire la pastorale giovanile?

    Se è ritenuto “TOLLERABILE”, allora significa inevitabilmente che non si tratta più di “TOLLERANZA ZERO” ma di “UNA CERTA TOLLERANZA”…

    Se è ritenuto “NON TOLLERABILE”, allora il sacerdote non può continuare a fare il sacerdote e il Vescovo non può continuare a fare il Vescovo, diversamente non si tratta più di “TOLLERANZA ZERO” ma di “CREDIBILITA’ ZERO”.

    Non possono esserci altre vie di mezzo, ZERO è ZERO!

    L’importante è che ci sia una parola chiara, anche se la titubanza nel rispondere forse evidenzia già chiaramente di fatto la risposta: quantomeno nella gerarchia della Chiesa stessa, nelle sue più alte istituzioni come la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Tuttavia è saggio attendere fiduciosi: d’altra parte il Papa lo sa solo da un mese, certamente risponderà a breve, a beneficio di tutti, e sicuramente anche Quarto Grado ne diffonderà il contenuto offrendo un prezioso servizio alla Chiesa stessa per tutti i genitori cattolici, per i parenti che hanno atteso con speranza e trepidazione quasi otto anni, attendere ora il Papa qualche altro giorno non sarà un problema…

    L’importante è che la risposta non si faccia attendere, non sarebbe comprensibile che lo stesso Papa non sappia spiegare i suoi proclami o abbia bisogno di tempo per riflettere, in tal caso non si sarebbe potuto esprimere prima, altrimenti sarebbe una grande presa in giro mondiale di tutte le vittime e loro familiari.

    Infatti è importante che tutti i genitori sappiano se gli oratori in cui mandano i propri figli sono luoghi da considerare sicuri, se possono mandare serenamente ai centri estivi, alle vacanze con la parrocchia i propri figli, se si devono aspettare che possa capitare che il prete scelga il loro figlio per dormire in compagnia in quanto è ritenuto normale o comunque tollerabile dai vescovi loro responsabili…

    I genitori hanno il diritto di poter scegliere liberamente il bene dei loro figli ma con consapevolezza, con una seria e credibile quanto onesta informazione, devono sapere se affidare o meno i loro figli alla chiesa e a quali condizioni.

    Quello che è certo, almeno ad oggi, che per la chiesa di Milano guidata dall’attuale Arcivescovo mons. Mario Delpini, come quella di Brescia, guidata dall’attuale Vescovo mons. Pierantonio Tremolada, è normale e “tollerabile” che un prete porti a letto un minore per dormire in compagnia, al massimo se proprio i genitori si dovessero lamentare, il prete verrà spostato in un altro oratorio dove ci saranno altri bambini e genitori inconsapevoli!!!

    Nel frattempo, in attesa di conoscere l’interpretazione ufficiale del Santo Padre, il processo penale procede, indipendentemente dalla tolleranza o tolleranza zero che sia, con una certa celerità ed estrema  professionalità, un’udienza dopo l’altra.

    Ci sono state le indagini, le intercettazioni, gli interrogatori, le testimonianze, i riscontri…

    Nel mondo reale purtroppo non ci sono adulti normali che, ingannando i genitori di un minore, riescono ad escogitare una strategia premeditata, tale per cui portano nel proprio lettone un ragazzino estraneo al proprio nucleo familiare per dormire in compagnia o perché hanno paura del buio o ancora per una semplice leggerezza…

    Nel mondo reale questo non accade, ed evidentemente anche l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini lo sapeva e lo sa perfettamente: diversamente non si sarebbe scomodato precipitandosi la vigilia di Natale del 2011 (96 ore dopo la fatidica notte delle leggerezze) a spostare il prete immediatamente, di fatto cercando di insabbiare il caso, senza nemmeno sentire l’esigenza di voler chiarire quello che si vuol far credere un semplice malinteso tra il prete, il ragazzino e i genitori.

    In un mondo reale, una leggerezza si poteva tranquillamente spiegare e giustificare… lo stesso sacerdote non avrebbe pagato 150.000 euro, prima ancora della sentenza, per grande generosità (non avendo peraltro soldi) e per il semplice fatto di aver dormito con il consenso preventivo dei genitori… In aula ha spiegato che anche i suoi parenti, gli zii, la nonna sono stati così generosi nei confronti del ragazzino che nemmeno conoscevano…

    …Chissà se anche questo, nel mondo reale, troverà riscontro oppure una mano occulta ha messo mano al portafoglio con i magistrali passaggi di denaro…L’accusa formulata dal Pubblico Ministero che ha indagato approfonditamente non parla di leggerezza ma di abuso sessuale aggravato.

    Purtroppo questo è il mondo reale e speriamo che anche il Santo Padre ne prenda dolorosamente atto rapidamente.

    Redazione

  • Papi incartati e Papi a processo. In Cile un pericoloso vaso di Pandora

    Papi incartati e Papi a processo. In Cile un pericoloso vaso di Pandora

    Nello sprofondo della chiesa cilena si chiede di fare luce sull’operato di Giovanni Paolo II. Il prossimo obiettivo è Francesco?

    Roma. Le prime molotov contro le chiese, in Cile, erano state scagliate a gennaio, alla vigilia del viaggio papale. Era l’avvertimento per Francesco, che aveva difeso a lungo – e l’avrebbe fatto anche durante la permanenza in loco, pentendosene in seguito – i vescovi del club di padre Fernando Karadima, pedofilo seriale che la congregazione per la Dottrina della fede già da anni ha costretto al silenzio e alla solitudine come forma di espiazione dei tanti peccati accertati. Tra giovedì e venerdì, tre bombe sono state lanciate contro la chiesa di Nostra Signora delle Americhe a Conchalí. “Porci stupratori, non vogliamo i vostri sermoni” si leggeva sullo striscione issato in coda all’attacco intimidatorio.

    Un episodio che chiarisce come meglio non si potrebbe il clima che si respira nel Cile rimasto senza vescovi dopo le dimissioni corali presentate al Papa e da questi pretese. Niente vescovi, cattolici sempre meno – le statistiche, per quel che valgono, testimoniano un crollo continuo –, parroci col fiato sospeso mentre dalle diocesi arrivano i decreti di sospensione precauzionali per sospetto di far parte di qualche congrega dedita all’abuso di minori. Il vescovo di Rancagua, tornato in patria dopo la tre giorni di udienza papale, ha dato il benservito a quindici dei suoi sessantotto parroci: il 22 per cento dei sacerdoti in attività. Tutti sospettati a vario titolo di condotte improprie legate a diverse situazioni di abuso sessuale di minorenni.

    Di ieri, poi, la notizia delle dimissioni del cancelliere della curia di Santiago del Cile, autodenunciatosi per abusi sessuali. Piccolo particolare: era lui che raccoglieva e protocollava le testimonianze delle vittime (vere o presunte) di abusi da parte di membri del clero. La grana cilena è grossa e rappresenta un problema drammatico per il Vaticano, che ora si trova nell’imbarazzante situazione di dover decidere quali dimissioni episcopali accettare e quali respingere. I vescovi, non troppo ingenuamente dicono gli osservatori cileni, hanno messo Francesco all’angolo: le colpe sono individuali, non collettive. Decida lui chi rimuovere. Ed è il Papa a essere finito, suo malgrado, in mezzo alla slavina che ha travolto la chiesa cilena, un tempo non troppo lontano perla del cattolicesimo latinoamericano.

    Il New York Times, capofila insieme al Boston Globe della pattuglia liberal che tenta di sferrare il ko alla chiesa di Roma cavalcando l’orrore per gli abusi su minori (metodo Spotlight), non a caso qualche giorno fa ha pubblicato un solenne editoriale del Board in cui si esprimeva soddisfazione perché finalmente “il Papa ha aperto gli occhi”. Il giorno dopo, sulle stesse pagine, un altro editoriale (firmato da Patricio Fernández) metteva in luce proprio il ruolo di Jorge Mario Bergoglio, la cui visita in Cile “è stata un disastro” e le cui contraddizioni sul tema sono destinate a lasciare traccia per chissà quanto tempo – “Secondo il Papa non c’era una sola prova che incolpava Barros. Più tardi fu chiaro che le aveva, e ne aveva molte”.

    Improvvide erano state le dichiarazioni di Francesco ai giornalisti in Cile, la difesa a oltranza di mons. Barros, vittima a suo dire di “calunnie”, “son todas calumnias!”. Perfino un cardinale, il cappuccino Sean O’Malley, aveva preso formalmente le distanze dal Papa, con tanto di comunicato stampa. Da allora però, la situazione anziché migliorare è peggiorata e a dominare è il caos. Mentre i vescovi vengono convocati a Roma, con il Pontefice che alterna gli interrogatori ai vescovi con i colloqui privati con le vittime, in Cile vanno in scena le ribellioni dei sacerdoti contro quei vescovi. In un incontro con il clero, mons. Horacio Valenzuela – uno dei discepoli di Karadima – è stato invitato “ad andarsene” da parte di un suo parroco. Lo stesso che ha definito il nunzio, mons. Ivo Scapolo, “un bandito”. La chiesa cilena è una barca che fa acqua e nessuno sa come rimetterla a galla. Non basteranno le sostituzioni dei vescovi, i mea culpa davanti al Papa. La falla, anziché richiudersi, s’allarga sempre di più. Soprattutto se è vero, come ha scritto l’informato sito il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla e molto vicino al Vaticano, che più di un vescovo apparso contrito davanti a Francesco, una volta tornato in patria ha accusato il Pontefice di usare la vicenda cilena “per occultare altre crisi del suo pontificato”.

    E’ una crisi che rischia di creare un precedente, un modello d’esportazione, con il rischio altissimo di effetti à la Me Too, con vittime (vere o presunte) che davanti a qualche schermo televisivo accusano un parroco, un vescovo, un cardinale di aver commesso abusi sessuali. Qualcosa s’è già visto in Australia, con i racconti – sovente al limite del romanzo, come i presunti stupri in sagrestia dopo la messa. Bernadette Sauvaget l’ha scritto su Témoignage Chrétien: la “spettacolare resa dell’episcopato cileno è un segnale forte inviato ai vescovi di tutto il mondo”. Come a dire che dopo il Cile il focus si potrà spostare su qualche altra realtà.

    Sul banco degli imputati è finito pure Giovanni Paolo II e a firmare il j’accuse contro Karol Wojtyla è stato sempre il New York Times, che ha fatto derivare tutti i problemi della chiesa cilena dal cambiamento imposto negli anni Novanta dalla curia guidata dal Papa polacco. Giovanni Paolo II, ha scritto ancora Patricio Fernández, ha voluto sostituire una gerarchia vicina alla Teologia della liberazione con presuli conservatori – “elitisti e distanti dal loro gregge” – che non sarebbero stati in grado di accompagnare l’ingresso del paese nella contemporaneità e nella democrazia dopo la dittatura di Augusto Pinochet. Concetto non troppo dissimile da quello firmato dal teologo gesuita Jorge Costadoat: “Nel corso degli anni 60 e 70, Paolo VI aveva nominato in Cile una generazione di vescovi eccezionali. Giovanni Paolo II, a partire dagli anni Ottanta, in Cile e nel resto dell’America latina nominò vescovi con poca libertà di interpretare la dottrina della chiesa, dottrina che, in casi come la Veritatis splendor, significò un regresso; sono stati uomini senza i lumi della generazione precedente, timorosi, strettamente fedeli al governo del Papa”. Il problema si fa quindi ancora più delicato per il Vaticano: non si tratta solo di valutare i singoli casi di abuso sessuale da parte di membri del clero né di processare un’intera conferenza episcopale. La richiesta finora implicita di media, ecclesiastici e opinione pubblica cilena è di passare al setaccio anche l’operato di un Papa, per di più santo.

    https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/05/26/news/chiesa-pedofilia-cile-papa-francesco-giovanni-paolo-ii-196970/

  • Si autodenuncia per abusi il cancelliere della diocesi di Santiago

    Si autodenuncia per abusi il cancelliere della diocesi di Santiago

    SANTIAGO DEL CILE-ADISTA. Il Cancelliere dell’arcivescovado di Santiago del Cile, don Óscar Muñoz Toledo (56 anni), prete dal 2000, si è autodenunciato per abusi davanti alle autorità ecclesiastiche dell’arcidiocesi. Il fatto emerge solo ora, ma risale al 2 gennaio scorso. La notizia dell’autodenuncia è stata data il 24/5  sul sito web dell’arcivescovato della capitale cilena che precisa che il sacerdote, che era anche parroco, è stato subito sospeso, allontanato e interdetto dall’esercizio pubblico del suo ministero. Tutti gli atti relativi sono stati trasmessi al dicastero vaticano competente, la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Particolarmente grave, osserva Il Sismografo, il sito diretto da Luis Badilla, è che don Óscar Muñoz, in quanto cancelliere, è colui che ha ricevuto le dichiarazioni di Juan Carlos Cruz, José Andrés Murillo, James Hamilton ed altri in merito alle loro denunce contro Fernando Karadima, il prete pedofilo seriale. Sarà stato lui a distruggere documenti relativi alle denunce, fatto reso noto da papa Francesco nella sua lettera ai vescovi cileni a chiusura dell’incontro avuto con loro in vaticano dal 14 al 17 maggio (v. Adista online, 18/5/18 e Adista online 18/5)?

    https://www.adista.it/articolo/58898
  • Papa Francesco, a fine giugno 14 nuovi cardinali. Nell’elenco non c’è l’arcivescovo di Milano Mario Delpini

    Papa Francesco, a fine giugno 14 nuovi cardinali. Nell’elenco non c’è l’arcivescovo di Milano Mario Delpini

    Non si tratta di una defezione di poco conto innanzitutto se si considera che quella ambrosiana è la diocesi più grande d’Europa. E che capita quando il presule di Milano è nell’occhio del ciclone con l’accusa di aver coperto un prete pedofilo, nel 2011, quando era vescovo ausiliare del capoluogo lombardo e vicario episcopale per la zona di Melegnano

    Porpora per Roma, ma non per Milano. Papa Francesco ha, infatti, annunciato che il 29 giugno prossimo nominerà 14 nuovi cardinali, di cui 11 elettori in un eventuale conclave, ovvero con meno di 80 anni di età. Tra essi ci sono ben tre italiani: Angelo De Donatis, vicario di Bergoglio per la diocesi di Roma; Giovanni Angelo Becciu, attualmente sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, che voci molto insistenti danno come nuovo prefetto della Congregazione per la cause dei santi; eGiuseppe Petrocchi, arcivescovo de L’Aquila. Una nomina quest’ultima che sorprende e che sottolinea ancor di più la vera notizia di questo nuovo concistoro di Bergoglio, ovvero l’assenza tra i nuovi cardinali dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini.

    Non si tratta di una defezione di poco conto innanzitutto se si considera che quella ambrosiana è la diocesi più grande d’Europa con un’importantissima tradizione di pastori, alcuni divenuti Papi e santi. Oltretutto, da parte di Bergoglio, sarebbe stato un segno di stima importante la porpora per Delpini il giorno dopo l’annuncio della canonizzazione di Paolo VI che fu arcivescovo di Milano dal 1954 al 1963, ovvero fino all’elezione al pontificato. Ma non è tutto. Da alcune settimane, infatti, Delpini è nell’occhio del ciclone con l’accusa di aver coperto un prete pedofilo, nel 2011, quando era vescovo ausiliare di Milano e vicario episcopale per la zona di Melegnano.

    Un’accusa pesantissima della quale Fq MillenniuM si è occupato accuratamente nel numero di aprile 2018 sottolineando come essa sia stata abbastanza taciuta da altri giornali per non infastidire il presule ambrosiano. Secondo quanto emerso, infatti, la Curia milanese era al corrente della pedofilia commessa da un giovane prete, don Mauro Galli, all’epoca vicario parrocchiale di Rozzano, in provincia di Milano, ai danni di un giovane di 15 anni. Nessuno dei vertici ecclesiastici, però, ha preso alcun provvedimento. Anzi, nell’istruttoria interna aperta dall’arcidiocesi ambrosiana sarebbe stato evidente il ruolo di Delpini che, informato dell’accaduto, si sarebbe semplicemente limitato a spostare il prete in un’altra parrocchia.

    Ma non è tutto. La Curia ambrosiana avrebbe sborsato ben150mila euro di risarcimento alla vittima perché ritirasse laquerela contro don Galli. A far siglare l’accordo sarebbe stato Mario Zanchetti, difensore dell’arcivescovado. Tra le clausole imposte alla famiglia ci sarebbe stata anche quella di non rivelare la provenienza dei soldi. Delpini ha sempre smentito tutto sostenendo che si tratta di una “ricostruzione parziale e non del tutto corretta”, corredata da “giudizi arbitrari e traendo conclusioni non rispettose della verità e delle persone citate”. Una vicenda sulla quale evidentemente ancora si deve fare chiarezza e, forse anche per questo, Francesco ha preferito sospendere il giudizio in un momento cui i vescovi cileni si sono dimessi in blocco proprio per essere stati accusati di aver coperto per anni la pedofilia del loro clero.

    Oltre ai tre italiani, il Papa ha deciso di nominare cardinali anche: Louis Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei; Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede; Konrad Krajewski, elemosiniere apostolico; Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi; António dos Santos Marto, vescovo Leiria-Fátima; Pedro Barreto, arcivescovo di Huancayo; Desiré Tsarahazana, arcivescovo di Toamasina; e Thomas Aquinas Manyo, arcivescovo di Osaka. I tre cardinali non elettori in un eventuale conclave, invece, sono: Sergio Obeso Rivera, arcivescovo Emerito di Xalapa; Toribio Ticona Porco, prelato emerito di Corocoro; e il prete claretiano Aquilino Bocos Merino.

    @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/20/papa-francesco-a-fine-giugno-14-nuovi-cardinali-nellelenco-non-ce-larcivescovo-di-milano-mario-delpini/4369240/

  • Preti pedofili, 34 vescovi cileni lasciano  La Curia di Napoli invece temporeggia  sugli abusi subiti da Diego a Ponticelli

    Preti pedofili, 34 vescovi cileni lasciano La Curia di Napoli invece temporeggia sugli abusi subiti da Diego a Ponticelli

    di Dario Striano


    La Chiesa cilena ha chiesto perdono, quella italiana e quella napoletana ancora vacillano. Venerdì i 34 vescovi sudamericani – 31 in servizio e 3 emeriti -, accolti da Papa Francesco in Vaticano – durante un vertice straordinario a porte chiuse -, hanno cercato di ‘riparare’ allo scandalo pedofilia che ha travolto il loro Paese, annunciando le loro dimissioni; la Curia di Napoli di fatti non ha ancora preso alcun provvedimento nei confronti del parroco don Silverio Mura, il prete di Ponticelli accusato di aver abusato di almeno 12 ragazzini della periferia est di Napoli, e scoperto recentemente a insegnare, sotto falsa identità, catechismo ai ragazzini di Montù Baccaria, nel Pavese.

    Le scuse cilene
    e le coperture napoletane
    Se i vescovi clienti hanno chiesto «perdono per il dolore causato alle vittime, al Papa, al popolo di Dio» e al Cile per «i gravi errori e omissioni» da loro commessi, nulla di nuovo invece si è mosso in questi giorni sul fronte napoletano, dove Diego Esposito, il 40enne partenopeo che più di tutti ha denunciato gli abusi subiti da don Mura in età adolescenziale, attende ancora Giustizia. E nonostante sia stato ricevuto la settimana scorsa dal cardinale Crescenzo Sepe, attende ancora di sapere che fine abbia fatto il suo ‘orco’. «In questo momento don Mura potrebbe insegnare ancora catechismo altrove sotto falso nome – così Diego Esposito al termine dell’incontro con la Curia di Napoli di qualche giorni fa – Noi volevamo precisazioni. Ma la Curia di Napoli ci ha detto di chiedere al Vaticano. Che loro non sanno niente».

    Il ‘dialogo onesto’ cileno e
    il processo civile al tribunale di Napoli
    Da un lato dunque, quello che i monsignori Fernando Ramos e Juan Ignacio Gonzales hanno definito «il dialogo onesto» della Chiesa Sudamericana con i vescovi che non solo hanno ammesso le loro colpe ma hanno ‘addirittura’ ringraziato le vittime «per la loro perseveranza e il loro coraggio nonostante le enormi difficolta’ personali, spirituali, sociali e famigliari». Dall’altro invece, il silenzio della Curia napoletana, accusata da Diego Esposito, anche in manifestazioni pubbliche, non solo di «aver insabbiato le molestie e gli abusi sessuali», ma anche di aver «coperto la falsa di identità di don Silverio Mura». Di averlo «nascosto al Nord Italia». Circostanza che ha spinto Rete l’Abuso, associazione da anni in trincea contro i preti pedofili, a presentare una denuncia al tribunale di Pavia, supportata dalla perizia della criminologa Luisa D’Aniello, la consulente di parte nel processo civile scaturito dalle denunce di Diego Esposito che inizierà nel 2019.

    Lo scandalo del Cile
    e il ruolo di Papa Francesco
    Eppure vi sono alcune similitudini tra i due scandali pedofilia. Anche in Cile il ‘terremoto’ partì dagli abusi compiuti da un singolo sacerdote Fernando Karadima, oggi ultra ottantenne, responsabile della parrocchia El Bosque di Santiago, condannato nel 2011 dalla Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede per abusi sessuali sui minori. E anche in Sudamerica alcune vittime accusarono il clero di aver coperto e insabbiato le molestie per anni. Puntando il dito non solo contro il vescovo Juan Barros, uno dei più stretti collaboratori di Karadima, ma anche contro Papa Francesco che durante la sua visita in Cile aveva provato a prendere le difese di Barros. Prima di fare dietrofront, e di inviare sul posto Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l’esame di ricorsi in materia di delicta graviora alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, per ascoltare le vittime e raccogliere un dossier sulla dolorosa vicenda. Dopo il report di monsignor Scicluna, 2mila 300 pagine in cui sono raccolte 64 testimonianze, Bergoglio ha chiesto scusa alle vittime e ha voluto con l’incontro di questi giorni fare chiarezza sulla vicenda.

    La speranza di Diego
    e l’incontro con Bergoglio
    Anche con il caso Diego Esposito il primo dietrofront a far riaccendere i riflettori sulla vicenda è stato fatto dal Papa che a inizi febbraio 2018 ha chiesto di aprire nuovamente le indagini su don Silverio, forse archiviate con troppa fretta qualche anno fa, quando il 40enne fu ascoltato dalla Curia. Lo stesso Papa Francesco che Diego spera presto di vedere dal vivo. «Ho parlato con la prima sezione del Vaticano – così Diego il 15 maggio – mi hanno promesso che non appena il Sommo Ponte si sarà occupato del caso di pedofilia che coinvolge i preti cileni, mi riceverà privatamente e mi parlerà. Speriamo bene. Spero nella Giustizia. Che chi abbia sbagliato chieda perdono e paghi per i suoi errori». Come pare stia avvenendo con il caso dei vescovi cileni su cui Francesco ha già annunciato di voler fare «rimozioni», dopo la loro richiesta di dimissioni.

    Preti pedofili, 34 vescovi cileni lasciano La Curia di Napoli invece temporeggia sugli abusi subiti da Diego a Ponticelli

  • Accuse di pedofilia nella Chiesa, il cardinale Sepe in una lettera: “Accanimento mediatico”

    Accuse di pedofilia nella Chiesa, il cardinale Sepe in una lettera: “Accanimento mediatico”

    Delusione e rabbia nella reazione delle madri che avevano scritto: “Avrei preferito una non risposta a questo punto – dice a Fanpage Simona Piccolini – perché è un rimbalzare la palla a qualcun altro. Avevo chiesto com’era possibile che questo prete fosse mandato in giro in contesti diversi, in parrocchia a contatto coi bambini, perché non venisse svelata la sua colpevolezza o innocenza, perché questo cambiargli il nome difendendolo, avevo chiesto spiegazioni in merito all’atteggiamento che si era creato nei confronti della parrocchia di Montù dove era stato mandato sia nei confronti nostri ma non ho ricevuto la risposta che mi aspettavo”

    Nuova evoluzione sul caso di don Silverio Mura, ex parroco di Ponticelli accusato di pedofilia, che per anni – dopo l’accusa nel 2010 – ha continuato a esercitare il ministero sacerdotale in vari luoghi anche a contatto con i bambini e, come nell’ultimo caso a Montù Beccaria (Pavia), sotto falso nome: il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, ha risposto alla lettera inviata dalle mamme di Montù, nella quale chiedevano, tra l’altro, chiarimenti circa la presenza di un religioso accusato di così gravi reati a contatto con i bambini e per giunta sotto falso nome. Sul punto, però, il cardinale rimanda le eventuali responsabilità ad altri. E, nell’incipit della lettera, parla senza mezzi termini di accanimento mediatico.  “Gentili signore – scrive nella lettera che Fanpage ha letto in esclusiva – (…) Comprendo il Vostro rammarico e la situazione di smarrimento spirituale nella quale Vi trovate. L’accanimento mediatico, poi, distoglie lo sguardo dalla realtà, e troppe volte genera giudizi affrettati e generalizzati sulle persone, e in particolar modo sui sacerdoti, molti dei quali, operano instancabilmente per il bene dei fedeli loro affidati”.

    C’è poi un passaggio sull’indagine aperta a Napoli già una prima volta sul caso e che, nonostante gli elementi portati da Diego Esposito che aveva denunciato di essere stato vittima di terribili violenze (tra i quali un video nel quale don Silverio non nega di aver abusato di lui quando era un bambino), è stata sospesa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede: “Dopo che la Congregazione per la Dottrina della Fede – si legge – ritenne di sospendere il processo canonico per la insufficienza di prove a carico e dopo che per volere di papa Francesco la stessa Congregazione ha riaperto il caso, attualmente è in corso una nuova fase delle indagini per verificare, in piena verità, le accuse rivolte a don Silverio”.  Sulla permanenza del religioso a contatto con i bambini, addirittura sotto falso nome, poi il cardinale rimanda le responsabilità ad altri e afferma: “In merito alle Vostre legittime perplessità circa la presenza e l’attività di don Silverio nel Vostro paese di Montù Beccaria, potrà e dovrà essere il Vostro stesso Parroco a dirVi, rassicurandoVi se ne è convinto, della correttezza comportamentale o meno d don Silverio che, fin dal primo momento dell’accusa, nel 2010, fu affidato alla Congregazione dei Padri Missionari della Divina Redenzione. Ci può essere stato un deficit di comunicazione, ma certamente non lo si è lasciato libero, allora come oggi, di girare per l’Italia e svolgere senza controllo il ministero sacerdotale”.

    Delusione e rabbia nella reazione delle madri che avevano denunciato questa situazione: “Avrei preferito una non risposta a questo punto – dice a Fanpage Simona Piccolini – perché è un rimbalzare la palla a qualcun altro. Avevo chiesto com’era possibile che questo prete fosse mandato in giro in contesti diversi, in parrocchia a contatto coi bambini, perché non venisse svelata la sua colpevolezza o innocenza, perché questo cambiargli il nome difendendolo, avevo chiesto spiegazioni in merito all’atteggiamento che si era creato nei confronti della parrocchia di Montù dove era stato mandato sia nei confronti nostri ma non ho ricevuto la risposta che mi aspettavo”. Le mamme avevano chiesto chiarimenti anche sull’aspetto delle indagini:”Nella lettera dice che hanno fatto tutte le indagini del caso, raccolto le prove, ma il caso è stato sospeso per insufficienza di prove. Per la serie “io il mio dovere l’ho fatto ma è stata la Dottrina della Fede”. Poi è emerso che il prete è stato mandato prima a contatto con i bambini una prima volta e una seconda volta a Montù, il nostro parroco dice di essere stato inconsapevole di tutto e il risultato è stato che don Silverio Mura era di nuovo a contatto con i bambini. Un presunto pedofilo normalmente viene isolato e invece in questo caso no”. La vera identità di don Silverio, che lì si è presentato con altro nome, è venuta alla luce solo dopo alcuni servizi apparsi su tv e media nei quali veniva mostrata la sua fotografia. Dopo questo, è sparito anche da Montù e non si sa dove sia. “Mi viene poi a dire  – si sfoga Simona Piccolini – che dalla prima denuncia, don Silverio è stato assegnato sotto la responsabilità della Congregazione del nostro parroco di Montù, e quindi quello che lui ha fatto da allora è stato supervisionato da loro. Ma noi abbiamo chiesto a don Simone e lui dice di essere stato sempre all’oscuro e tra l’altro questo prete era sotto la Curia di Napoli: nonostante questo,  mi sembra che il cardinale se ne sia lavato le mani”. Ancora, si riferisce a quello che l’arcivescovo chiama accanimento mediatico: “Lui forse pensa che il mio stato d’animo sia dovuto a un clamore mediatico: mi sono informata, ho passato giornate a ricostruire la storia, ci sono delle prove che io da profana vedo e sento, quelle che ha reso disponibili Diego Esposito, la vittima, che mi sembrano esplicite e non campate per aria. Mi riferisco al video in cui non nega gli abusi, alla testimonianza di un’altra vittima, la malformazione intima che Diego ha riferito e che pare sia stata verificata. Il clamore mediatico lo si fa per far vedere il volto di questo prete alla gente in modo che come noi non gli venga un coccolone. A Sepe vorrei dire che apprezzo il fatto che abbia considerato, non è all’ordine del giorno ricevere una risposta. Allo stesso tempo non ho chiesto di indirizzarmi a chi deve darmi le risposte, perché so per certo che le risposte me le deve dare lui”.

    Non nasconde la delusione anche Diego Esposito, il primo a denunciare pedofilia: “Non risponde sul fatto che il prete sia andato lì e usava nome e cognome falso, e loro glielo hanno chiesto. Poi continua dire che a Roma hanno sospeso il caso una prima volta, a mio parere il caso è stato chiuso anche perché le prove non sono state raccolte nel modo giusto, compresa una perizia psichiatrica fatta su di me nella quale mi veniva chiesto insistentemente perché da bambino avessi accettato di andare a casa di don Silverio, che all’epoca era il mio insegnante di religione. Ora scaricano le colpe su altri, questa lettera è una presa in giro, tutto questo deve finire. Poi ha parlato di accanimento mediatico. Ma quale accanimento? Solo adesso stanno iniziando a rispondere, grazie al fatto che ci siamo rivolti ai media, altrimenti non avremmo avuto nemmeno ascolto”.

    https://napoli.fanpage.it/accuse-di-pedofilia-nella-chiesa-il-cardinale-sepe-in-una-lettera-accanimento-mediatico/

  • PRETI PEDOFILI/ Vescovi cileni, quelle dimissioni che non piacciono al Papa

    PRETI PEDOFILI/ Vescovi cileni, quelle dimissioni che non piacciono al Papa

    Un colpo di teatro l’ultimo atto nella dolorosissima e controversa vicenda cilena. Ieri 32 vescovi si sono dimessi, ma sembra una mossa contro il papa. CRISTIANA CARICATO

    Un coup de théâtre l’ultimo atto nella dolorosissima e controversa vicenda cilena. Ieri mattina, alla fine della tre giorni di confronto in Vaticano su quanto accaduto negli ultimi decenni nella Chiesa del paese latino-americano, tutti i 32 vescovi del Cile hanno rassegnato le dimissioni. Un fatto senza precedenti, un’azione commisurata a quella che Papa Francesco in una lettera resa nota da Antenna 13, emittente cilena, consegnata dal pontefice dopo il primo incontro con l’episcopato sotto accusa, ha definito “ferita aperta, dolorosa e complessa”, una ferita “che per lungo tempo non smette di sanguinare nella vita di così tante persone e, quindi, nella vita del popolo di Dio”.

    Toni durissimi che non si limitano al caso iniziato negli anni 80, quando uno dei sacerdoti più popolari e carismatici del Cile, padre Fernando Karadima, iniziò ad abusare di ragazzi fragili, per lo più adolescenti, nella parrocchia del Sacro Cuore di El Bosque di Santiago. Le sue malefatte, a lungo coperte o insabbiate grazie all’influenza e alla fama di cui godeva presso le gerarchie ecclesiali e l’alta borghesia della capitale, sono all’origine del più grave scandalo che abbia mai investito la chiesa cilena. Una tempesta che ha dissipato il credito di autorevolezza e moralità costruito eroicamente da parte del corpo ecclesiale durante gli anni della dittatura e che ha finito per investire anche il recente viaggio di Francesco nel paese.

    E’ proprio nella visita di gennaio che il bubbone, coperto e da connivenze e ipocrisie, è scoppiato. La presenza di Francesco ha fatto da detonatore ad una situazione già gravemente compromessa. Nonostante le denunce delle vittime fossero iniziate nel 2003, portando anche ad una condanna nel 2011 del sacerdote che ha formato almeno due generazioni di preti cileni da parte della Congregazione per la dottrina della fede, alti esponenti ecclesiali e almeno 4 vescovi cresciuti sotto la sua ala protettrice continuavano a minimizzare la vicenda, informando in maniera parziale e scorretta il Papa sulla verità dei fatti.

    Ma Francesco non è uno che si possa gabbare. L’isolamento avvertito durante la visita in Cile, le proteste di piazza, l’esperienza traumatica vissuta nei tre giorni passati nel paese lo hanno portato a prendere l’iniziativa. Un’indagine sullo scandalo affidata a mons. Charles Scicluna, l’arcivescovo di Malta, ex promotore di Giustizia vaticano oggi presidente del Tribunale dei Ricorsi, il più duro esponente della lotta alla pedofilia, insieme alla richiesta di perdono alle vittime per aver sostenuto mons. Juan Barros Madrid, vescovo di Osorno, collaboratore e figlio spirituale di Karadima, trasferito proprio dal pontefice alla diocesi nel sud del Cile nonostante le tante accuse di complicità e connivenza.

    Poi la cronaca dei giorni scorsi. La convocazione in Vaticano, la richiesta di riflessione e preghiera, le dichiarazioni dei vescovi cileni, contriti e preoccupati, finalmente disposti all’autocritica e consapevoli degli errori e omissioni compiute. E poi il finale, che si spera sia un inizio. Le dimissioni di massa. Che non convincono completamente. Perché hanno il sapore di una resa interessata, di un’azione collettiva che supera le profonde divisioni del corpo episcopale per scaricare sul povero Francesco la responsabilità di scelte e misure. Il rischio è che tutti siano colpevoli e allo stesso tempo innocenti, vittime di “un sistema”, che proprio Francesco mette sotto accusa, di ricatti, bugie e complicità. Rimettersi alla decisione del pontefice dopo anni di miopia sulle reali condizioni della Chiesa cilena sembra un modo per fuggire ancora una volta davanti al problema. Un segno ulteriore, semmai ce ne fosse bisogno, di immaturità.

    L’aspetto positivo è che al di là delle sincere o meno intenzioni, tutto questo va nella linea del papa: Francesco “commissaria” la Chiesa cilena, assumendo su di sé una croce pesantissima e il carico di decisioni e scelte che segneranno il futuro della testimonianza cristiana nel paese latinoamericano. Tutto riparte da lui.

  • Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Il muro di omertà all’interno della diocesi si è sgretolato, forse più di una “talpa” non ce la fa più a convivere con troppi compromessi tra bugie e verità, valori, fede, vangelo e “omertosa” obbedienza…

    “Siamo stati imprudenti”… “se c’è qualcuno con cui prendersela è Delpini!”.

    Don Carlo Mantegazza parroco di Rozzano all’epoca dei fatti (dicembre 2011), fatti che riguardano l’ipotesi di reato di abuso sessuale aggravato, ai danni di un minore, da parte di don Mauro Galli sacerdote a lui affidato e oggi sotto processo, non usa mezzi termini, accusa chiaramente il suo Vescovo, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini:

    “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini perché è Delpini che primo, ha preso molto superficialmente la vicenda“.

    D’altra parte don Carlo lo sa bene, è lui che ha chiamato per primo mons. Delpini, ha telefonato il giorno seguente il presunto abuso parlando direttamente con il Vescovo, lo ha incontrato immediatamente nei giorni successivi, gli ha spiegato bene cosa era successo la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 a casa di don Mauro Galli, il neo sacerdote suo collaboratore a cui aveva appena affidato la pastorale giovanile.

    Don Mauro ha portato a letto un ragazzino, a casa sua, a pochi passi dall’abitazione di don Carlo, nella stessa parrocchia di Rozzano, ingannando i genitori facendo loro credere che fosse un’attività di tutto il gruppo di ragazzini che si stava preparando a vivere cristianamente bene il Natale.

    Li aveva ingannati in modo da ottenere il loro consenso per il pernottamento in oratorio senza destare sospetti.

    È don Carlo che racconta personalmente a Delpini la vicenda del presunto abuso sessuale come poi dichiarerà il Vescovo stesso alla polizia quando nel 2014 verrà interrogato.

    “…don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che il minore aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano…”

    Don Carlo Mantegazza sapeva ovviamente bene ciò che aveva detto al suo superiore: la questione era seria tanto da dover intervenire subito (Delpini si precipita a Rozzano il 24 dicembre, la vigilia di Natale nonostante i fitti impegni in diocesi per la veglia e la messa di mezzanotte che si sarebbe celebrata poche ore dopo).

    Il Parroco non poteva rimanere altro che sbalordito dalla superficialità con cui Delpini aveva deciso, in pochi giorni, di insabbiare il caso, non riusciva e non poteva rendersi conto, in quel momento, che la fretta di Delpini non era dettata dallo scrupolo di affrontare personalmente la questione seria del presunto abuso da lui segnalato, quanto invece la strategica velocità di mettere a tacere il caso prima che potessero trapelare informazioni scomode da gestire.

    Il parroco era rimasto incredulo e basito (come dirà poi, e in Tribunale riferirà: che il solo fatto di portarsi a letto un minore “…è una cosa un po’ più grave, parecchio più grave” della “leggerezza” rubricata superficialmente da Delpini), non poteva capacitarsi della decisione del suo Vescovo.

    Non era concepibile spostare semplicemente don Mauro in un’altra parrocchia (Legnano), ancora a contatto con i bambini come se nulla fosse, non era accettabile in particolare proprio per don Carlo, perché lui sapeva bene che Delpini era stato adeguatamente informato, lo sapeva con certezza perché lo aveva informato lui personalmente (non potevano esserci scuse o fraintendimenti, don Carlo lo sapeva!).

    Per questo don Carlo non ha dubbi, il responsabile con cui prendersela è sicuramente Delpini, non vi è dubbio.

    Grazie al servizio di Fanpage.it si scopre che don Carlo lo esplicita chiaramente già nel 2015 in presenza anche dei familiari, ben prima che mons. Delpini fosse nominato Arcivescovo di Milano: chissà se aveva informato anche il Vaticano, chissà se nel procedimento canonico a carico di don Mauro, il parroco di Rozzano avrà riferito della grave gestione del suo superiore mons. Delpini.

    Eppure nel 2016, nel processo canonico a carico di don Mauro, vengono ascoltati, oltre al parroco, lo psichiatra del minore (lo ha rivelato spontaneamente la scorsa udienza), i genitori della presunta vittima che, in quella circostanza, già denunciarono il comportamento dei due Vescovi mons. Delpini e mons. Tremolada, o meglio anche in quella sede denunciarono alla “Gerarchia della Chiesa” il comportamento omissivo dei due Vescovi: infatti, in realtà, avevano già presentato formale denuncia anche nel 2015 direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina Della Fede.

    Al procuratore don Desiderio Vajani viene consegnato il materiale comprovante la gestione maldestra dei due Vescovi ma non solo: lettere, documenti, registrazioni audio, una chiavetta USB con tutto quanto a loro disposizione, una documentazione corposa a disposizione, quindi, anche del Vaticano, probabilmente ben più ricca di quella consegnata nel 2014 alla procura della repubblica quando, durante le indagini preliminari, venivano ugualmente interrogati.

    Gli audio inediti riprodotti nel servizio di fanpage, infatti, risalgono al 2015, diversamente da quelli del 2012 acquisiti in aula giudiziale nelle scorse udienze.

    Sarebbe interessante capire “l’anello debole” del sistema, auspicabile che ciascuno avesse il coraggio di contribuire per il proprio ruolo e responsabilità nella ricerca della verità, e sarebbe un forte segnale di cambiamento che lo facessero o potessero fare pubblicamente nella massima trasparenza e coscienza.

    Tuttavia ben venga ugualmente che ci siano sacerdoti che, pur nell’anonimato, in coscienza non riescono più a rimanere indifferenti e compromessi nel terribile silenzio omertoso “imposto” per obbedienza.

    Sacerdoti magari non coraggiosi al punto di uscire allo scoperto, ma comunque combattuti interiormente che si domandano cosa possono/devono fare e cercano di darsi una risposta (certamente non incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche fatta eccezione, per quanto dichiarato da Papa Francesco, che delinea l’identikit del buon prete, quello che sa denunciare con nomi e cognomi).

    Esattamente come è avvenuto, per esempio, con la segnalazione del caso don Mauro alla trasmissione di Quarto Grado, partita appunto da un sacerdote che conosce don Mauro, forse uno dei pochi veri amici che, probabilmente, ritengono sia più utile, cristiano e giusto affrontare la realtà piuttosto che nasconderla e far finta di nulla, magari grazie ad un semplice trasferimento da una parrocchia all’altra come disposto da mons. Delpini.

    Don Carlo rappresenta “il buon prete” descritto dal Pontefice che sa esporsi raccontando la verità?

    Certo è che in Tribunale, nel corso del procedimento penale, solo poche settimane fa, don Mantegazza non aveva fornito la versione svelata dalle registrazioni, non aveva denunciato con nomi e cognomi affermando che “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini”: in quella occasione, viceversa, si era limitato a dire che aveva avvisato i suoi superiori e che aveva saputo subito della nuova destinazione decisa da Delpini, precisando la relativa identica mansione del don Galli, a beneficio del giudice rispondendo alla precisa domanda: (DOMANDA) “Sempre in ambito parrocchiale?” (RISPOSTA) “Sempre in ambito di Pastorale Giovanile come si dice con i ragazzi…”.

    A dispetto di quanto esortato dal Santo Padre, si è quindi guardato bene dal riferire che: “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini…”

    Lo ha omesso perché non gli è stata fatta una precisa domanda nel merito???

    (GIURAMENTO) “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”.

    Cosa significa “non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”???

    Non erano importanti i particolari di ciò che sapeva don Carlo tanto da ritenere Delpini MOLTO SUPERFICIALE?

    L’arcivescovo di Milano è dunque molto superficiale? Chissà se emergeranno nuove illuminanti conferme inconfessabili?

    Fortunatamente però ci sono anche altri sacerdoti meno visibili, ma più autentici, che non ce la fanno più a nascondere, ad insabbiare, a omettere, a non dire o far sapere, a non…

    Speriamo dunque che, grazie a queste persone, questi uomini “veri” ancor prima che preti, si possa riempire il puzzle di tutti i tasselli mancanti (se ancora ne mancano) di questa triste vicenda che probabilmente ci riserverà altre sorprese, altre rivelazioni inedite?!?

    Se don Carlo non ha voluto rivelare al giudice i dettagli da lui riferiti a Delpini che lo hanno indotto a non avere dubbi sulla leggerezza del Vescovo stesso, motivo per cui è con lui che bisogna prendersela… perché non gli è stata posta l’esplicita domanda, allora speriamo che lo faccia almeno per dignità…

    Certo comunque non sarebbe ne il primo, ne l’unico a non dire “tutta” la Verità, a non riferire se non esplicitamente domandato, come se non fosse importante o pertinente.

    Emblematico infatti quanto dichiarato da mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo: “…è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: «MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?»”

    Forse anche a mons. Tremolada che ha gestito insieme a Delpini l’insabbiamento, non è mai stato chiesto: “MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?”

    Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che il Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni.

    Chi si credono di essere i genitori della vittima? Non sanno che i Vescovi non si devono giustificare? Come osano chiedere? Come si permettono di voler sapere? Di volere spiegazioni? “PARLERANNO SE MAI QUALCUNO GLI DOMANDERÀ: MA PERCHÉ, PERCHÈ AVETE DECISO DI INSABBIARE IL CASO”???

    Che fortuna per i due vescovi, nessuno di “quelli” evidentemente titolati per chiedere spiegazioni, ha mai posto la fatidica domanda prima che fossero nominati: lui stesso, Tremolada Vescovo di Brescia e Delpini Arcivescovo di Milano….

    Ma ora la domanda nasce spontanea… ma cosa aspettano a chiederglielo? Cosa aspetta la Santa sede a chiedere: “MA PERCHÉ LO AVETE FATTO?”

    Ci permettiamo dunque di suggerire, esortando papa Francesco, di chiederlo a mons. Tremolada: pare che già del 2015 fosse disposto a spiegarlo ma nessuno si preoccupa di chiedere!!! Forse era più opportuno saperlo prima di nominare i due Vescovi per cariche così importanti, fare un passo indietro è sempre fastidioso… possibile che nessun’altro, per esempio la Congregazione per la Dottrina della Fede, o don Carlo Mantegazza stesso, abbia voluto offrire questo servizio al papa e alla Chiesa come lo stesso Pontefice esorta (“nomi e cognomi”, “evidenze”… il Cile insegna, 34 Vescovi dimissionari!)?

    Speriamo che anche Delpini e Tremolada sappiano cogliere positivamente l’umile suggerimento dei loro colleghi d’oltre oceano… a quel punto potrebbero anche non spiegare… sarebbe già abbastanza “evidente”!!!

    Redazione