Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • AVERSA (NA); La Congregazione per la Dottrina della Fede archivia don Palmieri, non ascolta vittima e testimoni e dichiara di non trovare riscontri

    AVERSA (NA); La Congregazione per la Dottrina della Fede archivia don Palmieri, non ascolta vittima e testimoni e dichiara di non trovare riscontri

    Dopo il caso di Diego Esposito, chiuso perché secondo la diocesi di Napoli non vi erano riscontri, eppure sarebbe bastato leggere la citazione in giudizio avanzata dal legale della vittima per acquisire persino la lista dei testimoni, anche ad Aversa accade la stessa cosa. Con la differenza che, a Napoli, Esposito almeno è stato convocato e ascoltato, ad Aversa, invece, la chiesa non ha convocato nessuno: neppure la presunta vittima di don Maurizio Palmieri, e ora archivia perché, secondo lei, mancano i riscontri.

    Quasi un insulto all’intelligenza umana anzi, alla stupidità: qui si offendono pure gli stupidi che comprendono con chiarezza che la favola dei tribunali canonici, delle indagini e della giustizia della chiesa che, a questo giro, anziché chiamare “tolleranza zero” è doveroso, fino a prova contraria, definire “affidabilità zero”, è solo uno squallido teatrino che offende le vittime.

    Possiamo prevedere già oggi l’esito dei prossimi casi che le vittime denunceranno alla chiesa, se prescritti la chiesa non troverà riscontri. Se invece denunciati alla magistratura e non prescritti dirà di avviare l’indagine senza dare alcun esito prima che si pronunci la giustizia civile. Se invece i brogli emergono come nel caso cileno o come nel caso dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, dalla Dottrina della Fede diranno che… faranno sapere, ma intanto il prelato resterà al suo posto.

    Insomma, comunque la giri, “quando l’acqua scarseggia, la papera non galleggia”.

    Non so se le responsabilità sono attribuibili alla Dottrina della Fede, o agli inquirenti, o al prelato di turno… nei fatti, Bergoglio continua a fare appelli dando grandi aspettative, la stampa li riporta e li esalta e non li verifica, ma tranne Bergoglio e quel gruppo di giornalisti che, di fatto, anziché favorirlo lo screditano ad ogni articolo, agli uomini di papa Francesco nulla importa… e si vede.

    Anche qui non sappiamo la scusa, se sarà stata la diocesi che ha insabbiato, se non hanno rintracciato più nemmeno la presunta vittima che ha denunciato don Palmieri, insomma, come diceva il famoso ispettore del film “La pantera rosa”, il caso anche questa volta è Clouseau.

    Da persona che si colloca tra quelli “stupidi +++”, data l’assoluzione che questa volta, forse per sbaglio, è stata notificata persino alla presunta vittima, mi aspetto dalla diocesi di Aversa e da don Palmieri una doverosa querela nei confronti del nostro associato e nei confronti della Rete LABUSO: se abbiamo sbagliato esigiamo, ripeto, esigiamo di essere portati di fronte a un giudice e pagare i nostri errori e riabilitare il sacerdote, magari in un tribunale civile, così, almeno lì la presunta vittima potrà, prima della condanna, essere ascoltata da qualcuno.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete LABUSO

  • Il rumore del silenzio sulla pedofilia nella Chiesa, tra il processo Pell e il caso cileno

    Il rumore del silenzio sulla pedofilia nella Chiesa, tra il processo Pell e il caso cileno

    Con un sincrono globale, in Australia rigida secretazione del processo al cardinale, a Roma Francesco incontra i vescovi cileni nel più stretto riserbo

    Anche il silenzio può far rumore. Anche il silenzio ha un suono. Bisognerà attendere per capire se si tratta della quiete prima della tempesta oppure se la consegna del silenzio servirà ancora una volta a coprire. Però un fatto è certo: quasi con un sincrono globale, il silenzio è caduto contemporaneamente su due delle vicende di pedofilia che hanno fatto tremare il trono di Pietro negli ultimi mesi.

    La prima in Australia. Nella udienza del 15 maggio del processo penale contro il cardinale George Pell (uno dei membri del C9 di Francesco), per abusi sessuali su minori che avrebbe personalmente commesso – ma il cardinale ha sempre negato con veemenza le accuse – la procura stessa ha chiesto il completo silenzio stampa e la non pubblicità delle udienze, persino la non pubblicità dell’inizio del processo vero e proprio, o meglio dei due processi distinti cui dovrà essere sottoposto Pell. Tra gli altri lo hanno annunciato l’AFP, la EFE, e il New York Times. E così è avvenuto.

    Il divieto riguarda “ogni resoconto di tutto o di parte di questo procedimento e qualsiasi informazione che derivi da questo procedimento e ogni documento giudiziario associato al procedimento”. Lo scopo è “prevenire un rischio reale e sostanziale di pregiudizio a una corretta amministrazione della giustizia”. I giornalisti che più di tutti hanno seguito il caso hanno dovuto avvertire i loro lettori del cambio di fronte quanto all’informazione, e hanno quindi avvisato che “per motivi legali” non possono più fornire alcun dettaglio. All’uscita dell’udienza del 15 maggio, il cardinale Pell, il più alto in grado nella gerarchia cattolica a finire sotto processo per un reato del genere, non aveva una faccia soddisfatta nonostante il fatto che il regime di non pubblicità lo aiuti a tenerlo lontano dall’accanimento mediatico. C’è infatti un risvolto della medaglia nella non pubblicità delle udienze: lascerà mano libera all’accusa di portare in giudizio tutte le testimonianze e le prove, anche le più scabrose.

    Che la Corte di Melbourne sia determinata a garantire la segretezza è dimostrato dal licenziamento in tronco appena avvenuto di un dipendente amministrativo degli uffici giudiziari che si era intromesso senza aver nessun titolo nel sistema informatico per conoscere quali siano le accuse precise contro Pell. Il sistema informatico infatti è protetto da un sofisticato sistema antintrusione che segnala con immediatezza chi consulta i file elettronici relativi al processo, senza esserne autorizzato.

    La seconda vicenda di pedofilia su cui, almeno temporaneamente, è caduto il silenzio è quella cilena, dove invece è sul banco degli imputati (anche in Tribunale, perché pende un processo civile d’appello da parte di tre vittime) la copertura data dai vertici della Chiesa a un prete pedofilo, Fernando Karadima, già condannato nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, al tempo di Papa Ratzinger. Un caso le cui conseguenze hanno fatto inciampare lo stesso Papa Francesco che, dopo aver difeso strenuamente il vescovo Juan Barros di Osorno (un discepolo di Karadima) dall’accusa di complicità, di ritorno dal suo viaggio in Sudamerica a fine gennaio, è dovuto tornare rapidamente sui suoi passi, inviare un “inquisitore vaticano” sul posto (l’arcivescovo di Malta, Charles Scicluna), convocare a Roma tutto l’episcopato del Paese (36 prelati, tra cui Barros e il cardinale membro del C9 di Francesco, Francisco Errazuriz Ossa) che da due giorni è in Vaticano, quasi in ritiro. Per una sorta di esercizi spirituali penitenziali, cui il Papa ha fornito persino un testo di meditazione e confronto.

    Il papa ha dovuto ammettere pubblicamente di aver compiuto dei gravi errori di valutazione sul caso Barros, indotti da informazioni non corrette che gli erano state fornite. Ha anche ricevuto tre vittime di Karadima che hanno accusato Barros di complicità. Dopo che il Papa aveva ricevuto le vittime, il Vaticano ha tenuto un profilo mediatico basso, anche perché le vittime hanno chiaramente detto che non volevano far parte di un’occasione di Pr, di pubbliche relazioni, per la Santa Sede. Lo stesso portavoce della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke, ha reiteratamente sostenuto nei giorni scorsi che gli incontri del Papa con i vescovi cileni (che finisco la sera di venerdì 18 maggio) devono essere considerati come strettamente privati.

    In una lettera al termine dell’incontro il Papa ha ringraziato i vescovi cileni. “Voglio ringraziarvi per aver accettato l’invito affinché, insieme, abbiamo potuto esprimere un franco discernimento sui gravi eventi che hanno danneggiato la comunione ecclesiale e indebolito il lavoro della Chiesa del Cile negli ultimi anni. Alla luce di questi dolorosi eventi riguardanti gli abusi – di minori, di potere e di coscienza – abbiamo approfondito la gravità degli stessi e le tragiche conseguenze che hanno avuto in particolare per le vittime. Ad alcuni di loro ho chiesto perdono di cuore e vi siete uniti in una sola volontà e con la ferma intenzione di riparare i danni causati”.

    Intanto in Cile, alcuni organi di stampa sostengono che 11 vescovi, a partire da Barros, dovranno dimettersi. E che lo stesso accadrà per il Nunzio, cioè l’ambasciatore vaticano, Ivan Scapolo. Vengono tutti accusati di non aver fornito adeguate informazioni al Papa.

    Insomma, una situazione quasi sospesa. Bisognerà attendere per capire se la consegna del silenzio, impedirà, oppure no, a questo silenzio, alla fine, di emettere un suono.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/05/17/il-rumore-del-silenzio-sulla-pedofilia-nella-chiesa-tra-il-processo-pell-e-il-caso-cileno_a_23436998/

  • Pedofilia, Bergoglio riceve cardinali e vescovi cileni per punire chi ha coperto gli abusi sessuali su minori

    Pedofilia, Bergoglio riceve cardinali e vescovi cileni per punire chi ha coperto gli abusi sessuali su minori

    Nelle scorse settimane Papa Francesco ha incontrato alcune vittime: le loro testimonianze minano la stabilità di gran parte dell’episcopato del Paese latinoamericano. E dall’incontro di oggi non si attendono grandi proclami sulla tolleranza zero, ma rimozioni immediate di chi ha occultato e perpetrato le violenze

    La credibilità del pontificato di Papa Francesco sul contrasto alla pedofilia del clero passa dal Cile. Dal 15 al 17 maggio prossimi Bergoglio riceverà in Vaticano i cardinali e i vescovi del Paese latinoamericano per decidere come punire coloro che tra essi hanno coperto per anni gli abusi sessuali dei loro preti sui minori. Una svolta arrivata dopo che il Papa era stato apertamente contestato per le sue dichiarazioni sulla pedofilia durante il suo viaggio in Cile, nel gennaio scorso, prima dalle vittime dell’abusatore seriale padre Fernando Karadima, e poi dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley che Francesco ha chiamato a guidare la Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Da qui il mea culpa di Bergoglio sul volo di ritorno a Roma e la decisione di inviare subito in Cile a indagare monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in materia di pedofilia presso la Congregazione per la dottrina della fede.

    Durante il suo viaggio in Cile il Papa aveva ricevuto alcune vittime di abusi del clero, ma nessuna che fosse stata violentata da padre Karadima. Esse, infatti, hanno sempre puntato il dito contro il vescovo di Osorno, monsignor Juan Barros, accusandolo di aver coperto per anni la pedofilia di questo sacerdote. Francesco, però, ha sempre pubblicamente difeso con forza monsignor Barros. Dopo la rigorosa inchiesta di monsignor Scicluna in Cile, il cui rapporto finale è di 2300 pagine dove sono raccolte 64 testimonianze, lo scenario è cambiato. Bergoglio ha invitato nella sua residenza in Vaticano tre vittime di abusi commessi proprio da padre Karadima: Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo. “Il Papa – precisava un comunicato vaticano – li ringrazia per aver accettato il suo invito: durante questi giorni di incontro personale e fraterno, desidera chiedere loro perdono, condividere il loro dolore e la sua vergogna per quanto hanno sofferto e, soprattutto, ascoltare tutti i loro suggerimenti al fine di evitare che si ripetano tali fatti riprovevoli”.

    Durante il suo viaggio in Cile il Papa aveva ricevuto alcune vittime di abusi del clero

    Due ore di tempo per ciascuna vittima in un colloquio dove per la prima volta Francesco ha potuto ascoltare quella verità che mai prima d’ora le gerarchie ecclesiastiche, sia cilene che vaticane, avevano voluto sentire. Una verità durissima perché mina la stabilità di gran parte dell’episcopato del Paese latinoamericano. Le vittime, infatti, non puntano il dito solo contro monsignor Barros, ma anche contro altri tre vescovi e i due cardinali cileni, ovvero l’arcivescovo di Santiago, Riccardo Ezzati Andrello, che ha ricevuto la berretta rossa proprio dal Papa, e il suo predecessore, Francisco Javier Errázuriz Ossa, nominato da Francesco nel suo “C9”, il consiglio di cardinali che lo aiuta nella riforma della Curia romana. Quest’ultimo è stato indicato dalle vittime come uno dei maggiori insabbiatori della pedofilia del clero cileno. Errázuriz potrebbe lasciare il “C9”, mentre Ezzati ha già superato l’età canonica della pensione, avendo 76 anni, e potrebbe essere presto congedato. Così come si ipotizza che il Papa potrebbe accettare le dimissioni presentate dai quattro vescovi cileni legati a padre Karadima, tra cui monsignor Barros. E potrebbe essere rimosso anche il nunzio in Cile, monsignor Ivo Scapolo.

    Le vittime hanno precisato più volte che, al di là dell’accoglienza paterna ricevuta da Francesco a Casa Santa Marta e della sua richiesta di perdono, ciò che farà fede saranno i provvedimenti concreti che prenderà il Papa. Per questo dall’incontro di Bergoglio con l’episcopato cileno si attendono non grandi proclami sulla tolleranza zero nel contrasto alla pedofilia del clero, ma rimozioni immediate dei cardinali e dei vescovi che per anni hanno coperto tali abusi. “Il Santo Padre, – si legge in un comunicato vaticano – richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienzache si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime”.

    Le vittime hanno precisato più volte che ciò che farà fede saranno i provvedimenti concreti che prenderà il Papa

    Durante gli incontri, ai quali parteciperanno 31 vescovi diocesani e ausiliari e due vescovi emeriti, il Papa sarà affiancato dal prefetto della Congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet. “L’obiettivo di questo lungo ‘processo sinodale’ – precisa ancora il Vaticano – è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del buon pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi”.

    Lo stesso Francesco, in una lettera ai vescovi cileni dopo aver letto il rapporto di monsignor Scicluna, affermava “che tutte le testimonianze raccolte parlano in modo scarno, senza additivi né edulcoranti, di molte vite crocifisse e vi confesso che ciò mi causa dolore e vergogna”. E invitava i vescovi a Roma per aiutarlo “nel discernimento delle misure che dovranno essere adottate a breve, medio e lungo termine per ripristinare la comunione ecclesiale in Cile, al fine di riparare per quanto possibile allo scandalo e ristabilire la giustizia”. “Per quanto mi riguarda, – concludeva il Papa – riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente”. Ora è tempo che i cardinalie i vescovi cileni che hanno coperto gli abusi siano puniti.

    Twitter: @FrancescoGrana

  • Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Nell’arco dell’ultimo ventennio, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori ha aperto una crisi drammatica nel cattolicesimo mondiale e prodotto cambiamenti profondi, in parte senza precedenti, nella chiesa di Roma. Da una parte si è affermato un principio di responsabilità – prima negato e occultato – di fronte a delitti considerati gravissimi dall’opinione pubblica e da molte legislazioni civili, allo stesso tempo è entrato in discussione il clericalismo inteso come potere separato e intangibile della chiesa e dei suoi apparati. Su questo secondo aspetto, peraltro, è in corso una battaglia culturale all’interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche tutt’altro che conclusa.

    Il momento di svolta in questa storia è il 2001: quell’anno esplodeva infatti il caso dell’arcidiocesi di Boston portato definitivamente alla luce nei mesi successivi dal Boston Globe attraverso l’ormai storica inchiesta che si è aggiudicata il premio Pulitzer ed è diventata un film da Oscar nel 2016, Il caso Spotlight. Qualcosa di paragonabile – per impatto sull’opinione pubblica e costruzione del mito del giornalismo a stelle e strisce – era avvenuto solo con lo scandalo Watergate, l’evento che contribuì alle dimissioni di Richard Nixon, da cui pure venne tratto un celeberrimo film, Tutti gli uomini del presidente.

    Dopo l’inchiesta circa settanta sacerdoti furono accusati di abusi commessi nel corso di alcuni decenni a Boston. Il cardinale arcivescovo della città, Bernard Law, si dimise nel 2002 e di lì a poco si trasferì a Roma, sfuggendo così ai procedimenti giudiziari nei quali era coinvolto per aver coperto i colpevoli, nascosto i delitti e fatto pressione in vari modi sulle vittime e sulle loro famiglie affinché mantenessero il segreto. Law, tra le proteste delle organizzazioni delle vittime e di molti fedeli, fu nominato da Giovanni Paolo II arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, a Roma, uno dei più importanti luoghi di culto cattolici al mondo. Vi rimase dal 2004 al 2011. Nel 2017 è morto.

    Il processo in Australia
    In questa primavera 2018 altri fatti raccontano, in modo diverso, la stessa storia. Lo scorso 1 maggio il cardinale George Pell è stato rinviato a giudizio da un tribunale australiano relativamente a diversi casi di abusi su minori, che sarebbero avvenuti in due momenti diversi: tra gli anni settanta e ottanta del novecento a Ballarat, paese di origine di Pell, da cui prese il via la sua carriera ecclesiastica; e tra la fine degli anni novanta e il 2000 a Melbourne, città in cui ricopriva la carica di arcivescovo. Altre accuse sono state respinte dalla giudice Belinda Wellington che, dopo aver ascoltato per un mese una cinquantina di testimonianze contro e a favore dell’accusato, ha deciso che il processo poteva avere luogo.

    Il caso Pell ha alcune implicazioni notevoli. Il cardinale infatti era, fino a un anno fa, il prefetto della segreteria per l’economia, ovvero il capo del nuovo superdicastero creato da papa Francesco per mettere ordine nelle opache finanze vaticane. Il porporato, tuttavia, una volta che l’iter giudiziario ha preso il via in Australia, ha lasciato il suo posto – assecondando in tal modo una richiesta dello stesso Bergoglio – e si è presentato davanti al tribunale australiano per difendersi dalle accuse, rivendicando sempre la sua innocenza.

    Per ora, fa sapere la Santa Sede, “resta in congedo”, in attesa della fine del procedimento. Un po’ in omaggio al principio di non colpevolezza fino al pronunciamento della sentenza, un po’ perché nominare un secondo ministro delle finanze dopo un simile passo falso, non è così facile neanche per il papa.

    I problemi di Pell erano noti da tempo. Sia quando era a capo della chiesa australiana sia da prefetto dell’economia in Vaticano, il cardinale aveva dovuto difendersi dalle accuse di abusi sui minori davanti a due commissioni – una dello stato di Victoria e una della Royal commission. In quelle circostanze aveva di fatto ammesso le proprie responsabilità circa silenzi e coperture, adducendo alcune attenuanti tra le quali la scelta – sia pure giudicata a posteriori come un grave errore – di mettere al primo posto la difesa del buon nome dell’istituzione.

    Il processo in corso è stato accompagnato da infinite polemiche pro e contro il cardinale. Pell è stato una personalità chiave della chiesa australiana e dell’establishment del suo paese, un esponente dell’ala più tradizionalista della gerarchia cattolica sul piano dottrinario e un fautore del liberismo in economia. Tra le sue caratteristiche una buona dose di schiettezza, la capacità di lottare per le proprie idee pubblicamente, nonostante i dissensi e le critiche, e la passione – autentica – per le finanze.

    Il cardinale è entrato in conflitto con il papa sui temi etici, sulla concezione della famiglia, sulle aperture ai divorziati risposati e agli omosessuali. Pell è stato anche l’unico alto esponente vaticano ad aver scritto, nero su bianco, quale fosse il risarcimento pagato dalla Santa Sede allo stato italiano per il crac del Banco ambrosiano, ovvero 406 milioni di dollari. Ancora, davanti alla commissione dello stato di Victoria nel 2013, aveva riconosciuto – e si tratta di una rarità nel mondo ecclesiastico – che il celibato obbligatorio poteva essere all’originedi alcuni casi di abuso sui minori. Figura controversa per eccellenza, amico dell’Opus dei e vicino ai circoli finanziari più conservatori, ora dovrà affrontare un procedimento non facile sotto il profilo giuridico.

    Quando si parla di Pell, non bisogna perdere di vista il contesto: l’Australia è stata sconvolta dalle indagini sulla pedofilia che hanno portato alla luce una realtà sconcertante fatta di decine di migliaia di casi avvenuti tra il 1950 e il 2010, il 60 per cento dei quali all’interno di strutture religiose. La vicenda, definita dalle stesse istituzioni australiane “una tragedia nazionale”, ha rotto in modo traumatico il rapporto di fiducia tra la chiesa e le persone, tanto che lo stesso episcopato australiano ha convocato un concilio plenario nel 2020 (l’ultimo si è tenuto nel 1937) per affrontare la situazione; una decisione in linea con quel rilancio del decentramento sinodale, del ruolo e dell’autonomia decisionale delle chiese locali, promosso da Francesco come strategia di riduzione del centralismo romano.

    Cile, abusi, dittature e silenzi
    L’altro grande nodo venuto al pettine in questi mesi riguarda il Cile. La vicenda ha complesse diramazioni, ma il canovaccio centrale lungo cui si snoda contiene già tutti gli elementi essenziali del problema. Un sacerdote, Fernando Karadima, 87 anni, responsabile di decine di abusi sessuali, è stato anche strettamente legato ad alcune figure dell’alta borghesia cilena e a pezzi di establishment reazionario del suo paese, ha avuto frequentazioni con la giunta militare di Augusto Pinochet ed è stato in ottimi rapporti con il cardinale Angelo Sodano, ex nunzio apostolico in Cile e poi a lungo segretario di stato vaticano, uomo chiave del potere wojtyliano.

    Karadima ha inoltre fondato un’organizzazione, la Pia unione sacerdotale, attorno alla quale, tra gli anni settanta e ottanta del novecento, gravitavano politici, ministri della giunta militare, gerarchie ecclesiastiche. Diversi sacerdoti hanno fatto carriera grazie a Karadima, e alcuni sono diventati vescovi.

    Con il passare del tempo però gli abusi di Karadima sono venuti alla luce grazie alle denunce delle vittime. Il sacerdote ha subìto un processo canonico nel 2010, durante il quale è stato riconosciuto colpevole, e la Santa Sed ha respinto ogni appello per modificare la sentenza. Nel frattempo, e parallelamente, è emersa la figura di monsignor Juan Barros Madrid, vescovo della città di Osorno, nel sud del Cile. Barros – ripetevano le vittime di Karadima – aveva assistito agli abusi, ne era a conoscenza, eppure non era stato mai allontanato dagli incarichi che ricopriva, anzi aveva fatto carriera, difeso e tutelato dai più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione nel paese, allontanando moltissimi fedeli dal cattolicesimo.

    Nel gennaio scorso il papa, durante la visita in Cile e Perù, ha difeso a spada tratta Barros, evocando esplicitamente una sorta di complotto di sinistra, laicista e anticlericale, contro la chiesa. Le accuse contro di lui erano infondate. La presa di posizione del papa è esplosa come una bomba sulla stampa di mezzo mondo, suscitando reazioni critiche anche in ambienti cattolici. Francesco ha fatto una prima parziale marcia indietro sul volo di ritorno verso l’Italia, chiedendo scusa alle vittime per le sue parole, senza però cedere sulle responsabilità Barros.

    A quel punto sono cominciate ad arrivare critiche al papa anche dai vertici della chiesa – un altro fatto inedito. Il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, che ha preso il posto di Law a Boston dopo gli scandali, ha dichiarato: “È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”. Dunque, il papa aveva sbagliato.

    Da lì in poi le cose hanno preso un corso imprevedibile: Francesco ha mandato una commissione d’inchiesta fidata e indipendente in Cile, quindi ha fatto sapere di essere stato male informato da alcuni dei suoi collaboratori sul caso Barros. Infine, tra aprile e inizio maggio, le tre vittime più note di Karadima, oggi accusatrici di Barros e dei vertici della chiesa cilena, sono state ricevute in vaticano nella residenza Santa Marta.

    Le vittime in Vaticano
    Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Andrés Murillo hanno parlato a lungo con Francesco, e secondo quanto hanno detto loro stessi non ci sono state censure o paure. Ma hanno anche aggiunto: “Non spetta a noi portare avanti le necessarie trasformazioni nella chiesa per fermare l’epidemia degli abusi e degli insabbiamenti sessuali. Speriamo che il papa trasformi le sue amorevoli parole di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo resterà lettera morta”.

    Il passo successivo sarà l’inevitabile rifondazione della chiesa cilena, anche perché negli insabbiamenti degli abusi sono coinvolti ben due cardinali, Ricardo Ezzati Andrello e Francisco Javier Errázuriz Ossa, entrambi ex arcivescovi di Santiago del Cile. Errázuriz Ossa è stato anche uno dei più stretti collaboratori di Bergoglio.

    Il tema resta quello della governance interna alla chiesa e del messaggio che la Santa Sede sarà in grado di trasmettere al mondo. Dimissioni e prepensionamenti di vescovi e cardinali cileni coinvolti nello scandalo saranno un segno di svolta. L’ammissione del proprio errore – e che errore – da parte del vescovo di Roma, pone le basi per una nuova assunzione di responsabilità da parte della chiesa. La vicenda ha segnato il pontificato, che ha creato un dicastero apposito, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, poi entrato in crisi per il conflitto tra alcune vittime, i componenti laici dell’organismo e alcuni settori della curia refrattari ad accettare il ruolo decisionale del nuovo dicastero, ritenuto tropo laico e con troppe donne al suo interno.

    Marie Collins, irlandese, una vittima, esperta di tutela dei minori, si è dimessa nel marzo 2017 in polemica con il Vaticano e in particolare con la Congregazione per la dottrina della fede. Al centro dello scontro, i poteri reali della pontificia commissione e la possibilità o meno di istituire un tribunale vaticano per processare i vescovi colpevoli di insabbiamento. Nel luglio del 2017, però, anche il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, leader dei conservatori contro Francesco, ha lasciato il suo incarico a causa, tra le altre cose, di una gestione troppo burocratica dei casi di pedofilia.

    Chiesa e società
    Lo scandalo abusi, dunque, ha fatto emergere diverse questioni relative al potere clericale, al rapporto tra giustizia civile e canonica, al celibato e alla sessualità, all’assenza di donne ai vertici della chiesa. In sostanza è entrata in crisi la relazione tra chiesa e società civile.

    Tra i documenti che saranno ricordati e studiati dagli storici ci sono ben due drammatiche lettere aperte scritte dagli ultimi due pontefici proprio dopo gli scandali legati agli abusi sui minori: la prima, di Benedetto XVI, indirizzata nel 2010 ai cattolici d’Irlanda; e la seconda di Francesco ai vescovi del Cile. In quest’ultima si fa riferimento tra l’altro a “tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere” e agli “abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza”.

    Ratzinger esprimeva “la convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro”.

    Anche in Irlanda, il lavoro condotto da una lunga serie di commissioni d’inchiesta governative aveva portato alla luce uno scenario terribile fatto di migliaia di abusi avvenuti in molte istituzioni cattoliche alle quali era stato affidato una parte consistente del sistema scolastico e formativo del paese. All’enormità dello scandalo ha fatto seguito una decisa accelerazione sulla strada della laicità nella sensibilità collettiva del paese e forse una presa di distanza dalla cultura cattolica tout-court; in questa prospettiva può essere letta l’approvazione per via referendaria dei matrimoni gay nel maggio del 2015.

    Da alcuni anni all’università gregoriana di Roma, lo storico ateneo dei gesuiti, è attivo il Centro per la protezione dell’infanzia, che si occupa di studiare gli abusi e lo sfruttamento dei minori dentro e fuori la chiesa, e di formare personale ecclesiastico in grado di gestire un problema così complesso e grave. L’obiettivo è quello di collocare la crisi interna alla chiesa dentro lo spazio più ampio del mondo e delle molteplici tipologie di violenze sui minori. Tuttavia, la rottura del patto di fiducia tra la chiesa e i fedeli, nonché la rottura del silenzio da parte delle vittime, disegnano un quadro specifico che riguarda la chiesa di Roma.

    Casi tenebrosi come quello di padre John Geoghan e Paul Shanley a Boston (autori di decine di violenze su minori, impuniti per quasi un ventennio); del fondatore del gruppo ultrareazionario dei Legionari di Cristo in Messico, Marcial Maciel Degollado (manipolatore, abusatore di minori, finanziato dal miliardario messicano Carlos Slim); e di Lawrence Murphy, sacerdote della diocesi di Milwaukee, considerato responsabile di almeno duecento casi di abuso, descrivono i percorsi di autentici predatori seriali che hanno lasciato una cicatrice profonda nella storia recente della chiesa.

    Dalla capacità di rispondere a questa macro questione – che contiene al suo interno molti dei problemi irrisolti nel rapporto tra istituzione ecclesiale e modernità – dipenderà il futuro del cattolicesimo come religione universale.

    https://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2018/05/15/scandalo-pedofilia-chiesa

  • Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    Scandalo pedofilia, da lunedì il faccia a faccia tra Papa Francesco e i vescovi cileni

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il redde rationem con l’episcopato cileno è arrivato. Al centro della convocazione di lunedì in Vaticano da parte di Papa Francesco (fino al 17 maggio) c’è la mala gestione dei casi di pedofilia da parte di alcuni vescovi e cardinali. Il caso del vescovo di Osorno, Juan Barros scoppiato all’inizio di gennaio, quando era in corso il viaggio del pontefice a Santiago del Cile, e accusato di avere protetto un pedofilo seriale, è stato l’inizio di una valanga. Uno dei due cardinali cileni – Ezzati ed Errazuriz – invitati a fare chiarezza a Roma ha fatto sapere che non si presenterà all’appuntamento, causando ulteriori polemiche in Cile dove la Chiesa è letteralmente spaccata. La testata cilena La Tercera conferma, invece, che il vescovo di Osorno Barros, al centro delle vicende arriverà a Roma in compagnia del gesuita Germán Arana, personaggio chiave nella storia di Barros  subito dopo che nel 2014/2015 è stato costretto a lasciare la carica di Vescovo delle Forze Armate del Cile

    Questo incontro fa seguito alla precedente convocazione dell’episcopato cileno l’8 aprile scorso. Il Papa, richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime. In un comunicato il Vaticano informa che il Papa vuole parlare apertamente con i vescovi dei risultati delle indagini fatte da monsignor Charles Scicluna, Arcivescovo di Malta e da don Jordi Bertomeu, della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviati a fare una inchiesta supplementare in Cile due mesi fa. Intanto il Papa ha continuato a ricevere nelle ultime settimane altre testimonianze di abusi.

    «L’obiettivo di questo lungo processo sinodale – si legge in una nota- è discernere insieme, alla presenza di Dio, la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori che testimonino con la loro vita di aver conosciuto la voce del Buon Pastore e che sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi». Non è previsto che Papa Francesco rilasci alcuna dichiarazione né durante né dopo gli incontri, che si svolgeranno in assoluta confidenzialità.

    Il sito cattolico Il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla che in questi mesi ha seguito con precisione e accuratezza il delicato caso scoppiato tra il Vaticano e il Cile, ha analizzato il «difficile momento: Papa Francesco avrà di fronte un episcopato molto diviso in gruppi e cordate dove, curiosamente, non mancano anche le interferenze esterne, alcune delle quali hanno origine in stanze e palazzi della Santa Sede».

    «Sono gruppi o cordate – scrive Badilla – che normalmente fanno riferimento, e così hanno agito per anni, ad una sorta di leader coordinatore e, in quanto tali, sono cordate che vorrebbero incarnare una propria visione della crisi, della comunità ecclesiale, del rapporto con il clero e con i laici e dei rapporti con la Sede Apostolica. Si tratta di gruppi o cordate che, oltre al loro linguaggio apparentemente fraterno e amichevole, in realtà si  guardano e rapportano con sfiducia e sospetto e ognuno crede di essere interprete e garante dell’opzione ecclesiale migliore per il Cile di oggi, anche se poi – a giudicare dai fatti – nessuno ha un ascolto nazionale rilevante neppure tra i fedeli cattolici.  Poche volte nella storia delle chiese particolari dell’America Latina si era visto un Episcopato, come quello del Cile odierno, così verticistico, staccato dalla realtà, autoreferenziale e arrugginito».

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/scandalo_pedofilia_da_lunedi_il_faccia_a_faccia_tra_papa_francesco_e_i_vescovi_cileni-3726945.html

  • Pedofilia. Diego incontra Sepe e rilancia: “Se don Silverio non è pedofilo mi denunci” (di G. Cesareo)

    Pedofilia. Diego incontra Sepe e rilancia: “Se don Silverio non è pedofilo mi denunci” (di G. Cesareo)

    In seguito al comunicato del 7 aprile scorso della Curia di Napoli, che ufficializzò la riapertura delle indagini ecclesiastiche, da parte di Papa Francesco, sui presunti casi di pedofilia a carico di don Silverio Mura, e quello emesso successivamente per chiedere un “aiuto” sulle indagini, invitando altre vittime a farsi avanti e denunciare, arrivò l’indignazione delle stesse vittime e in particolare di Diego Esposito, primo accusatore proprio di don Silverio, che considerò il secondo comunicato come una sorta di smacco, delegittimizzazione delle accuse e delle prove fornite alla diocesi partenopea.

    Lo stesso Diego, insieme a sua moglie, nel pomeriggio di ieri è stato ricevuto dal card. Crescenzio Sepe e dal cancelliere diocesano padre Luigi Ortaglio. In un incontro molto cordiale, di circa un’ora, Diego ha ribadito le sue accuse, ponendo ai suoi interlocutori diverse domande sulle indagini e l’operato della Curia.

    Questo il suo racconto dell’incontro al Faro di Roma: “Devo dire subito che l’incontro è stato cordiale e che il cardinale è stato molto disponibile e gentile, ma le risposte che mi sono state date non sono state quelle che mi aspettavo. Ho confermato le mie accuse a don Silverio, ribadendo la veridicità delle prove che gli ho fornito, ma dalle risposte che mi sono state date era evidente che si stavano arrampicando sugli specchi. Anzi, a più riprese mi hanno detto che la colpa è di Roma, della Congregazione per la dottrina della fede che non avrebbe accolto la documentazione da loro fornita”.

    “Sono stati in silenzio – ha continuato – quando gli ho chiesto dell’andamento delle indagini e se dalle visite mediche erano riusciti a verificare i particolari intimi di don Silverio, forniti da me all’atto della denuncia. Poi, hanno sostenuto di non sapere dove sta don Silverio in questo momento e che se all’epoca ha cambiato il nome è stata una scelta personale del sacerdote per i suoi precedenti. Io ho consegnato anche due lettere di alcune mamme preoccupate e che vogliono chiarezza su questa storia perchè hanno paura per i loro figli”.

    Diego, poi, è tornato sulla richiesta della testimonianza di nuove vittime: “Mi è stato chiesto di portare altre vittime a testimoniare. Questo significa che tutto quello che ho subito e sto subendo non serve a nulla. Ripeto, il cardinale è stato molto disponibile, ma se non gli bastano queste prove che già ha in mano non so cosa altro possa servire. A tratti, almeno secondo una mia sensazione, mentre parlavo, mi ha dato anche l’impressione di non conoscere tutta la mia vicenda, ma la cosa mi sembra molto strana visto che ormai questa lotta dura da otto anni”.

    Allo stesso Sepe, Diego, ha lanciato il suo appello: “Ho detto al cardinale che se don Silverio non è un pedofilo mi deve denunciare, così davanti ad un giudice, in una causa penale, potrò dimostrare finalmente che ciò che dico è vero. Sono anni che lo denuncio pubblicamente. Un’altra persona se ne sarebbe risentita e mi avrebbe denunciato, ma lui non ha mai fatto nulla, ha pensato sempre e solo a scappare”.

    “Con il cardinale – ha concluso Diego – si è parlato di ulteriori incontri, ma non è stata fissata nessun’altra data. Io attenderò ancora qualche giorno, poi valuterò la possibilità di andare a Roma e iniziare uno sciopero della fame, fino a quando non sarò ricevuto dal Papa, l’unico che secondo me può far luce sulla questione”.

    Giuseppe Cesareo

  • Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Una lettera della Congregazione per la dottrina della fede, datata marzo 2016, dimostra che Roma conosceva la pessima gestione in occasione del caso del sacerdote accusato di molestie. Il pasticcio è stato insabbiato?

    di Giorgio Gandola

    “Codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici”. Protocollo numero 3304/16, lettera su carta intestata della Nunziatura apostolica in Italia, spedita da Roma il 22 marzo 2016 destinazione Rozzano, in provincia di Milano. È la missiva del Vaticano in cui si risponde alle numerose sollecitazioni di due genitori disperati, che vedono il loro figlio in preda a depressione, incubi e volontà autodistruttiva, incapace di metabolizzare la notte più buia della sua vita.

    Era quella in cui, a pochi giorni dal Natale di cinque anni prima, il giovane prete don Mauro Galli lo aveva invitato a casa sua per confessarlo, lo aveva fatto dormire “nel lettone” (pur essendoci nell’appartamento una camera per gli ospiti e un divano letto in soggiorno) e avrebbe tentato di abusare di lui. Il ragazzo aveva 15 anni. La vicenda, oggetto in questi mesi di un processo in tribunale a Milano, ha attirato ancor più l’attenzione per il coinvolgimento dell’arcivescovo milanese Mario Delpini e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, allora rispettivamente vicario di zona e responsabile dei giovani sacerdoti della diocesi. I due alti prelati decisero di non denunciare l’abuso e si limitarono a spostare don Mauro da Rozzano a Legnano, togliendolo dalla pastorale giovanile di due oratori per mandarlo a contatto con gli adolescenti in quattro. Sono nel gennaio 2015, sette mesi dopo la denuncia della famiglia ai carabinieri, partì l’iter dell’indagine previa, conclusa con un processo il cui esito è ignoto.

    La lettera ha un valore particolare perché dimostra che il 7 luglio 2017, quando papa Francesco nominò Delpini arcivescovo di Milano, i suoi uffici erano a conoscenza della gestione censurabile della delicatissima vicenda, che il cardinale Angelo Scola (in uno scritto di scuse alla famiglia della vittima) aveva definito frutto di “scelte maldestre”.

    È il periodo in cui i genitori chiedono giustizia inviando la documentazione al Vaticano senza conoscerne il destino. Un primo contatto avviene via mail il 6 maggio 2015, quando l’ufficio del cardinal Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione, risponde: “Accusiamo ricezione della documentazione relativa alla dolorosa vicenda concernente vostro figlio, che verrà sottoposta in andata odierna al cardinal Müller”. Passa quasi un anno ed ecco che il 22 marzo il nunzio apostolico Adriano Bernardini scrive che le lettere sono arrivate a destinazione e messe agli atti.

    “Le vostre missive sono regolarmente lì giunte (alla Congregazione per la dottrina della fede, ndr), codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici ed essa rimane la suprema istanza decisionale cui si potrà adire nei termini previsti dalla legge”, spiega Bernardini. “Inoltre, circa le accuse da voi mosse a collaboratori dell’arcivescovo, esse saranno debitamente esaminate a tempo debito al termine dell’istanza in corso e raccolte le necessarie informazioni”. Dopo la precisazione procedurale, ecco le rassicurazioni morali: “La Congregazione ha preso a cuore il vostro caso, come fa con tutti i casi che vengono lì quotidianamente presentati. Il vostro dolore è compreso e condiviso e vi si ringrazia per la vostra sincera apertura e il vostro coraggio, mentre ogni giorno le vittime vengono affidate al Signore nella preghiera perché esser e i loro famigliari possano ritrovare equilibrio e serenità”.

    Il Vaticano sa che a Milano c’è una pesantissima accusa di abuso. Sa che Delpini e Tremolada erano stati informati subito dai parroci di Rozzano. Sa che in un interrogatorio alla polizia, Delpini spiega: “E’ stata mia la decisione di spostare don Mauro Galli dopo che don Carlo Mantegazza al telefono mi aveva detto che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”. Il Vaticano sa anche altro. Per esempio che monsignor Tremolada dovette dare una motivazione al decano di Legnano, trovatosi ad accogliere un sacerdote a gennaio, mese inusuale per un trasferimento. Così l’attuale vescovo di Brescia spiega ai genitori della vittima in un colloquio privato: “Gli ho raccontato quello che è successo, però questa cosa ce la teniamo per noi. Questa cosa del letto. Gli ho detto: te la tieni per te. Abbiamo una persona che non può essere buttata in pasto…”. Così a Legnano di diffonde la storia assurda di “una famiglia di disgraziati con un figlio problematico scappato di casa” che don Mauro aveva ospitato, tentando di ricucire i rapporti.

    Nonostante tutto questo il Santo Padre ritiene che non ci siano ostacoli alla promozione di Delpini e Tremolada con un dubbio impossibile da sciogliere: Francesco era stato reso edotto di tutto ciò da chi lo circonda? Proprio lui che negli ultimi anni si è speso contro il silenzio e l’omertà nei casi di pedofilia. Proprio lui che ha inaugurato un tribunale per i vescovi che si macchiano dell’abuso d’ufficio. Proprio lui che nel motu proprio “Come una madre amorevole” definisce cause gravi (passibili di rimozione) anche negligenze e omertà. Proprio lui che il 22 giugno 2017 tuona: “Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi”. Due mesi e mezzo dopo monsignor Delpini celebra la sua prima messa da arcivescovo in Sant’Ambrogio.

    (Trascrizione dal quotidian La Verità, 4 maggio 2018)

  • Il Papa conclude i colloqui con le vittime cilene: “Commossi e soddisfatti, incontri costruttivi”

    Il Papa conclude i colloqui con le vittime cilene: “Commossi e soddisfatti, incontri costruttivi”

    Oggi l’ultimo appuntamento a Santa Marta. L’episcopato del Cile pubblica una nota: «Non è piacevole ricevere un invito del Pontefice perché come Chiesa non stiamo agendo bene»

    Ieri mattina due di loro erano affacciati da una terrazza del Palazzo Apostolico vaticano a seguire il Regina Coeli di Papa Francesco, sorridendo e salutando i fotografi. Già questo un segno che il muro ha iniziato a sgretolarsi, che quella Santa Sede considerata per decenni come un riflesso in scala più ampia di una Chiesa che non ha saputo e voluto ascoltare il loro dolore può essere da oggi una “casa” anche per loro. Juan Carlos Cruz e James Hamilton, due delle tre vittime cilene di padre Fernando Karadima invitate a Roma dal Papa (il terzo, José Andrés Murillo era ieri assente), sembravano a loro agio insieme a padre Jordi Bertomeu, officiale catalano della Congregazione per la Dottrina della fede e “braccio destro” dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna durante la missione speciale di febbraio in Cile.

    Merito dei recenti colloqui con Francesco a Santa Marta, voluti dallo stesso Pontefice che, dopo la lettera “penitenziale” all’episcopato cileno in cui ha chiesto nuovamente perdono e ribadito la sua vergogna per i casi di abuso, ha convocato tutti in Vaticano per provare a chiudere questo drammatico capitolo della Chiesa in Cile, deflagrato a livello internazionale con il viaggio di gennaio.

    Colloqui «positivi», «intensi», «costruttivi», «rispettosi», «sinceri», quelli avvenuti da venerdì sera a domenica tra il Papa e i tre principali accusatori di Karadima e delle gerarchie ecclesiastiche cilene, colpevoli – a loro dire – di aver insabbiato le violenze, a cominciare dal vescovo di Osorno Juan Barros. Almeno in questi termini gli stessi Cruz, Hamilton e Murillo hanno definito i dialoghi con il Papa in dei post (peraltro molto simili fra loro) pubblicati sui profili social.

    Attualmente sono solo questi tweet ad offrire uno scorcio di quanto avvenuto in queste tre giornate. Come informava infatti una nota del portavoce vaticano Greg Burke, non c’è e non ci sarà una versione o un resoconto ufficiale. Le conversazioni sono state private e così resteranno per sempre. Per volontà del Papa, anzitutto, che ha voluto dare ai colloqui un carattere di immediatezza, sincerità, spontaneità, senza alcuna scaletta prestabilita né pressioni esterne. Qualche dettaglio o contenuto, forse, sarà rivelato pubblicamente il prossimo 2 maggio durante la conferenza che si prevede affollatissima nella sede della Stampa Estera a Roma. I tre cileni parleranno allora con i giornalisti; da quando sono giunti nella capitale, nessuno di loro ha voluto rilasciare dichiarazioni e interviste mantenendo un rapporto anche molto cauto con i giornalisti. Soprattutto Cruz, che giornalista è anche lui negli Stati Uniti dove vive da decenni e dove ha pubblicato il libro “La fine dell’innocenza” sulla esperienza di abuso tra il 1981 e il 1995, ha mostrato grande riserbo.

    Probabilmente il più conosciuto fra le vittime considerando il suo impegno per far emergere la verità da oltre otto anni, Cruz era finora l’elemento maggiormente critico nei confronti di Francesco e del suo pontificato, specie dopo il viaggio in Cile e le dichiarazioni del Papa sulle responsabilità di Barros. L’iniziale freddezza con il Pontefice si è tuttavia dissolta già dalla prima stretta di mano. «È durato più di due ore e mezza il mio incontro oggi con il Papa. Sono commosso. Mi ha ascoltato con grande rispetto, affetto e vicinanza, come un padre. Abbiamo approfondito molti argomenti», ha twittato ieri pomeriggio, pochi minuti dopo l’incontro nella Domus vaticana. «Oggi ho più speranza nel futuro per la nostra Chiesa anche se il compito è enorme».

    «È terminato il colloquio con il Santo Padre abbiamo parlato per più di due ore in una conversazione sincera, accogliente ed enormemente costruttiva», scriveva invece Hamilton, apprezzato medico gastroenterologo, la sera di sabato 28, poco dopo un primo stringato cinguettio post udienza: «Molto contento e soddisfatto». Quasi ventiquattr’ore prima c’era stato il tweet di Murillo del venerdì 27 : «Oggi ho parlato per due ore con il Papa in modo molto rispettoso e franco gli ho espresso l’importanza di intendere l’abuso come un abuso di potere. Della necessità di assumersi le responsabilità, la cura e non solo il perdono».

    Le vittime, che fino a qualche tempo fa dimostravano una certa ritrosia alla mano tesa da Bergoglio anche dopo la succitata lettera, tanto da mettere in dubbio la loro eventuale partenza per Roma, tornano oggi tutti insieme a Santa Marta. Con loro probabilmente ci sarà anche monsignor Scicluna che, durante la sua missione di febbraio, li ha incontrati a lungo per dialogare e farsi riportare elementi, dettagli, ricordi, documenti. Tutto materiale che, insieme a quello fornito dalle 60 persone ascoltate durante i circa quindici giorni di indagine, è andato a compilare buona parte del corposo dossier di oltre duemila cartelleconsegnato al Papa una volta tornato a Roma. È probabile pure che all’incontro possano esserci – ma solo per un saluto al Papa – alcuni parenti delle vittime: il figlio di Andrés Murillo, la seconda moglie di James Hamilton e altri amici e familiari.

    Alcuni interlocutori hanno osservato in queste ore che Papa Francesco è apparso sempre molto sereno e rilassato ma al tempo stesso attentissimo e concentrato, e in numerosi momenti dei colloqui ha preso appunti. Affabile, a volte scherzoso, disponibile, Bergoglio si è interessato anche alla vita attuale dei tre uomini, alle loro famiglie, al loro lavoro e alle proposte su come agire di fronte ai casi di abuso e come prevenirli.

    Intanto, mentre le vittime sono a Roma, giunge dal Cile un documento dal titolo “Verso un cammino di rinnovamento ecclesiale”. È una nota dalla Conferenza episcopale cilena, firmata dal presidente dei vescovi, monsignor Santiago Silva Retamales, e pubblicata sul sito dell’episcopato cileno che si prepara anch’esso al viaggio per Roma. «Non è affatto piacevole ricevere un invito del Papa perché come Chiesa in Cile non stiamo facendo bene», si legge nel testo. «Come Vicario di Cristo – osservano i presuli – ci aiuterà a discernere come accompagnare le vittime, come riparare al male causato e le misure da adottare per aiutare a ricostruire la comunione ecclesiale».

    Comunione minata dalla grave «manipolazione delle coscienze», dagli ancor più gravi crimini di pedofilia e gli abusi di potere. «La soluzione non passa attraverso decisioni superficiali o solo con misure a breve termine», scrivono i vescovi, senza nascondere però che la strada verso il rinnovamento sarà lunga ed «una sfida per tutto il popolo di Dio». «Le vittime ci stanno mostrando con la loro testimonianza la sofferenza profonda a causa di questi atti deplorevoli, difficili da curare», affermano. E ribadiscono che, di base, c’è però una nuova consapevolezza: «Che gli abusi di potere e gli abusi sessuali nella Chiesa non possono mai più accadere».

    http://www.lastampa.it/2018/04/30/vaticaninsider/il-papa-termina-i-colloqui-con-le-vittime-cilene-commossi-e-soddisfatti-incontri-costruttivi-WhBAYmdfzgemagm4INBRUL/pagina.html

  • Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco e le vittime di abusi in Cile. Un’autocritica radicale e pubblica, ma è solo un primo passo

    Papa Francesco ha dedicato questo weekend a incontri separati con tre vittime di un noto prete-predatore cileno: Fernando Karadima, carismatico animatore di parrocchia a Santiago del Cile, privato finalmente della tonaca nel 2011 dopo anni di vergognosi insabbiamenti. Per Francesco l’appuntamento con Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Josè Andres Murillo, ospiti nella sua residenza Santa Marta, rappresenta un momento particolarissimo del pontificato. Anche Benedetto XVI ha incontrato nei suoi viaggi vittime di abusi clericali, ma erano storie già concluse e papa Ratzinger per certi aspetti si presentava super-partes, rappresentando “dall’alto” il dolore della Chiesa per i crimini perpetrati.

    Quando si è trattato invece di incontrare vittime che potevano ricordargli insabbiamenti vaticani di cui, come ex prefetto del Sant’Uffizio, era stato personalmente testimone e contro cui non si era battuto – come nel caso del mancato processo ecclesiastico riguardante i crimini di Marcial Maciel leader dei Legionari di Cristo – Ratzinger ha evitato l’incontro.

    I tre cileni, chiamati a colloqui separati da Francesco sono invece testimoni di un caso ancora aperto e su cui papa Bergoglio aveva pubblicamente e ripetutamente negato ci fosse qualcosa da condannare. E’ il caso della “corte” che il prete-predatore Karadima aveva creato intorno a se e dei “discepoli” entusiasti che lo affiancavano. Quattro di essi sono diventati vescovi in Cile. E uno, mons. Juan Barros nominato da Bergoglio vescovo di Osorno nel 2015, è stato direttamente chiamato in causa come testimone oculare e silente delle lascivie di Karadima: un personaggio, quindi, indegno di occupare una cattedra episcopale. “Calunnie”, ha esclamato papa Francesco quando nel 2015 sono scoppiati dure manifestazioni contro Barros nella diocesi di Osorno. Incidenti provocati da sinistrorsi, ha proseguito il pontefice. “Non ci sono prove”, ha dichiarato ancora all’inizio della sua visita in Cile nel gennaio scorso.

    Ma proprio le acute polemiche esplose in occasione di quel viaggio hanno spinto Francesco ad aprire gli occhi, mandando successivamente in Cile l’”investigatore speciale” mons. Scicluna(cresciuto nel Sant’Uffizio e attuale arcivescovo di Malta), che in breve tempo ha portato al pontefice un rapporto serio e completo di 2300 pagine, che porta alla luce molti particolari e descrive le vittime-testimoni-accusatori come persone del tutto credibili.

    Nasce da qui la lettera per certi versi straordinaria, che Francesco ha inviato ai vescovi cileni l’8 aprile, in cui li convoca per maggio e per quanto lo riguarda ammette senza mezzi termini: “Riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate (vittime e testimoni, ndr)”. Un’autocritica radicale e pubblica, con espressioni mai apparse sulla bocca di un pontefice.

    La vicenda non si chiude però con questo colpo di scena, che se da un lato dimostra il coraggio spirituale di Francesco, dall’altro apre interrogativi pesantissimi sulla (non)vigilanza in Vaticano e all’interno della Conferenza episcopale cilena a proposito del caso Barros. La prima questione è strutturale. E’ possibile che ci voglia ogni volta il tocco speciale dell’“investigatore” Scicluna per portare alla luce crimini e complicità, che dovrebbero essere segnalati automaticamente sia dalle gerarchie ecclesiastiche locali sia dagli organismi in Vaticano? Dal 2015 al gennaio 2018 né la Congregazione per i Vescovi né la Congregazione per la Dottrina della fede sembrano aver trovato qualcosa da ridire su Barros. E non risulta nemmeno che i vertici della Conferenza episcopale cilena abbiano avvertito il pontefice che poteva essere imprudente definire “calunnie senza prove” le accuse al vescovo Barros (peraltro fatte pervenire al pontefice da Juan Carlos Cruz tramite una lettera, consegnatagli dal cardinale di Boston O’ Malley già nel 2015).

    Ma l’aspetto più grave della vicenda riguarda il cardinale Francisco Javier Errazuriz, già arcivescovo di Santiago del Cile negli anni dell’insabbiamento del caso Karadima e attualmente nel “consiglio della corona” di Francesco, il Consiglio dei 9 cardinali. Quando il Papa denuncia esservi stata una “mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate”, il cardinale Errazuriz che ruolo ha svolto? Non basterà quindi l’incontro del pontefice a porre la parola fine alla vicenda. Al contrario, dalla prossima riunione tra Francesco e i vescovi cileni dovranno scaturire precise scelte operative e decisioni riguardanti persone. In Cile certamente, ma anche nella dimensione vaticana.

    Non sfugge a nessuna, infatti, che i tre cileni sopravvissuti agli abusi non si presentano a Santa Marta come vittime in attesa di consolazione, ma come persone che chiedono conto al pontefice sulle scelte che farà. “Lo ascolterò”, ha detto Juan Carlos Cruz appena arrivato a Roma. “Ho avuto con il Papa un colloquio rispettoso e franco”, ha dichiarato José Andres Murillo, il primo ad aver reso noto il suo colloquio con Francesco, aggiungendo che è necessario “assumersi delle responsabilità” e che la Chiesa “sia alleata” (delle persone maltrattate) e “non abusatrice”. Parole nette. D’altronde Murillo ha definito il colloquio durato due ore “rispettoso e franco”. Come i diplomatici, quando registrano convergenze e disaccordi.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/29/papa-francesco-e-le-vittime-di-abusi-cile-unautocritica-radicale-e-pubblica-ma-e-solo-un-primo-passo/4323228/

  • Lo scandalo dei preti pedofili: in autunno il processo civile, ma a Napoli nessuna denuncia

    Lo scandalo dei preti pedofili: in autunno il processo civile, ma a Napoli nessuna denuncia

    Il confronto fa una certa impressione. Mette in risalto la distanza. Mentre in questi giorni sono state accolte in Vaticano le tre vittime cilene invitate a Santa Marta dal pontefice per fare affiorare dal loro cuore tutto il dolore, la vergogna e l’emarginazione che in questi anni hanno dovuto subire, aiutandole nell’ascolto e soprattutto chiedendo loro scusa per il silenzio colpevole di tanti cardinali e vescovi che in Cile hanno taciuto o insabbiato casi di violenze da parte di un noto prete pedofilo, padre Karadima, a Napoli il cardinale Crescenzio Sepe – alle prese da anni con la vicenda terribile del parroco di Ponticelli finora si è limitato a un appello piuttosto generico. «Chi sa parli». Eppure si tratta di un caso che è stato riaperto dal Vaticano dopo che a Napoli si era steso sopra un velo.

    Il cardinale ieri ha spiegato che le procedure relative all’indagine previa non hanno portato alla luce nuove vittime, che è stato riascoltato il sacerdote accusato ma che alla Cancelleria della diocesi non è giunta nessuna altra denuncia oltre a quella fatta anni addietro da Diego Esposito, il nome è di fantasia, il primo accusatore di don Silverio Mura. A febbraio Il Mattino aveva realizzato un’intervista raccogliendo la testimonianza di una seconda vittima, un altro ex bambino che negli anni Novanta abitava a Ponticelli. Aveva raccontato nei particolari l’incubo che aveva dovuto subire a causa di quel parroco che nel quartiere tutti rispettavano molto. L’identità della seconda vittima la avevamo indicata con due iniziali – G.S. – un altro nome di fantasia, utilizzato per il suo timore di uscire allo scoperto con la vera identità. A essere precisi più che il timore sembrava la paura a frenarlo. Quell’intervista era arrivata sul tavolo di Papa Francesco che allibito aveva disposto che la Congregazione per la Dottrina della Fede agisse di conseguenza.
     
    G.S. ora è un uomo grande e felicemente sposato, con un buon lavoro, ma sta molto attento a non creare contraccolpi alla sua vita o a quella dei suoi figli che sono ancora piccoli. Ha ben presente il calvario che ha dovuto subire Diego Esposito negli anni passati a causa della denuncia fatta in curia, quando ebbe il coraggio, dopo anni di analisi e di disturbi, di andare a bussare alla sede del vicariato e denunciare il passato e le violenze.

    Voleva avere giustizia, accoglienza, ascolto ma si è trovato di fronte a un percorso quasi ostile, non proprio ospitale. Anzi, all’inizio faticavano a credergli e così dovette pure sopportare l’umiliante posizione di chi vuole creare inutilmente scandalo. Successivamente la curia diffuse un comunicato dando conto dei passi fatti, pubblicando il nome e il cognome reali dell’abusato. Un passaggio che non fu indolore per Diego che, come effetto collaterale indesiderato, gli causò la perdita del lavoro: all’epoca faceva la guardia giurata. La sfortunata storia di Diego è ben nota alle vittime di Ponticelli e così nessuno sembra stupirsi più di tanto se nella sede della curia nessuno si è ancora fatto vivo. Non lo farà G.S. che però potrebbe, invece, farlo in sede civile, nel tribunale di Napoli, in autunno, quando inizierà il processo.

    L’associazione che difende le vittime e ha seguito i casi Rete l’Abuso recentemente ha rintracciato don Silverio Mura in un paesino in provincia di Pavia, Montù Beccaria. Era stato rimosso dal cardinale Sepe e destinato in una struttura sconosciuta.

    Don Mura sembra sia stato spostato a seguito di una comunicazione tra la parrocchia e la curia napoletana, interlocutore un religioso originario del pavese, appartenente alla congregazione dei Missionari della Divina Redenzione. La storia di don Silverio diventa di dominio pubblico nel 2012 quando la sua prima vittima, Diego Esposito, stanco delle denunce alla diocesi rimaste inascoltate, ormai disperato ed in cerca di risposte si rivolge alla Rete l’Abuso. Indirizzando anche una lettera accorata a Papa Francesco per chiedere chiarimenti sulla vicenda-scandalo di Ponticelli. In questi giorni che Papa Francesco è impegnato a cambiare il segno della storia della vittime cilene, sorge la domanda se ora non riceverà le vittime italiane.

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_scandalo_preti_pedofili_processo_civile-3700051.html#