Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • Cei, primo gruppo di lavoro anti-pedofilia: “Ma non si sa il numero di casi in Italia”

    Cei, primo gruppo di lavoro anti-pedofilia: “Ma non si sa il numero di casi in Italia”

    E’ la prima volta che accade. L’episcopato italiano si dota di “un gruppo di lavoro multidisciplinare” per affrontare la piaga degli abusi sessuali sui minori. In tutti questi anni la Cei non ha mai calcolato e reso noto con esattezza quanti siano i preti pedofili italiani individuati e portati davanti al tribunale della Santa Sede

    E’ la prima volta che accade. L’episcopato italiano si dota di “un gruppo di lavoro multidisciplinare” per affrontare e prevenire la piaga degli abusi sessuali sui minori. La finalità è “accompagnare in maniera sistematica le Diocesi, con orientamenti e protocolli destinati a sacerdoti, genitori, educatori e operatori pastorali, come pure con la sensibilizzazione e formazione dei ragazzi”.

    Non ci sono numeri precisi

    In tutti questi anni la Cei non ha mai calcolato e reso noto con esattezza quanti siano i preti pedofili italiani che sono stati individuati e portati davanti al tribunale della Santa Sede istituito presso la Congregazione per la Dottrina della Fede per essere giudicati. Non ci sono numeri e non ci sono statistiche. Il segretario della Cei, Nunzio Galantino ha suggerito ai giornalisti che chiedevano ieri una “valutazione numerica” sul fenomeno italiano, di svolgere da soli le indagini: “Fate voi le ricerche”.

    Gruppo di lavoro della Cei

    I membri del Consiglio permanente della Cei “avvertono come prioritario concerne la sfera della prevenzione” della pedofilia “e della formazione” in materia di abusi sessuali sui minori. Per questo, ha spiegato in conferenza stampa mons. Nunzio Galantino illustrando il comunicato stampa finale della riunione del “parlamentino” dell’episcopato, la prima sotto la guida del cardinale Gualtiero Bassetti, “hanno salutato con favore la recente costituzione, presso la Segreteria Generale, di un gruppo di lavoro, dal profilo multidisciplinare, attento ad approfondire tanto gli ambiti educativi e organizzativi, quanto quelli di carattere più giuridico e comunicativo.

     

    La finalità è quella di accompagnare in maniera sistematica le Diocesi, con orientamenti e protocolli destinati a sacerdoti, genitori, educatori e operatori pastorali, come pure con la sensibilizzazione e formazione dei ragazzi. I Vescovi hanno evidenziato come da un simile impegno possa venirne beneficiata tanto la Chiesa, in termini di fiducia e credibilità, quanto il più ampio contesto sociale. Su proposta della Presidenza, il Consiglio Permanente ha designato Sua Eccellenza mons. Lorenzo Ghizzoni (psicologo oltre che vescovo, ndr.) quale referente della CEI per la Pontificia Commissione per la tutela dei minori” guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley. La commissione parteciperà al convegno sugli abusi sessuali nella Chiesa ospitato la prossima settimana dalla Pontificia università Gregoriana.

    Cambio di mentalità?

    I Vescovi, si legge ancora nel comunicato finale, “nel presentare tali iniziative, hanno dato voce alla necessità di favorire in maniera decisa un cambio di mentalità e di atteggiamenti, anche sulla scorta dei continui richiami del Santo Padre. Si tratta di un percorso che intendono portare avanti congiuntamente con i referenti del mondo dei religiosi”.

    http://www.today.it/cronaca/cei-gruppo-lavoro-contro-pedofilia.html

     

  • In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    I documenti usciti dalle Mura Leonine sono l’inizio di un’altra faida interna che si combatte a colpi di rivelazioni vere e false. E che partono dall’era Marcinkus e arrivano fino a oggi

    DI EMILIANO FITTIPALDI
    Il documento su Emanuela Orlandi, un presunto resoconto economico per l’“allontanamento domiciliare” della ragazzina scomparsa nel 1983 che l’estensore attribuisce al defunto cardinale Lorenzo Antonetti, apocrifo (come sembra) o totalmente inventato che sia è solo uno dei report che rischiano di agitare il Vaticano nel futuro prossimo venturo. Perché, con l’elezione di Bergoglio al soglio pontificio, le guerre intestine dentro la Santa Sede non sono affatto terminate e molti temono che la pubblicazione di nuovi documenti segreti rischi di infiammare, a breve, una nuova stagione di Leaks.

    La nota spese sulla Orlandi, piena di errori formali ma costruita con mani scaltre da soggetti che conoscevano molto bene uomini, vicende e circostanze del pontificato di papa Giovanni Paolo II, era infatti finita nell’armadio blindato della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, il cui custode era Lucio Vallejo Balda, segretario della Prefettura dal 2011 al 2015. Una cassaforte che fu scassinata a fine marzo del 2014 da misteriosi ladri mai identificati, che portarono via una serie di faldoni su vicende delicate che riguardano, almeno a detta di testimoni oculari che in quelle stanze lavoravano, alcuni episodi significativi, passati e recenti, della storia del Vaticano.

    È stato accertato che parte di quei report trafugati sia tornata in un plico anonimo in Prefettura un mese dopo il furto: dentro ci sarebbero stati fogli su presunti finanziamenti della Chiesa al sindacato polacco Solidarność, carteggi dei banchieri Roberto Calvi e Michele Sindona in merito al crac del Banco Ambrosiano, missive che documentano liti intorno a eredità contese dell’ex nunzio di Francia Mario Tagliaferri, morto nel 1999, e altri dossier economici contenuti nell’armadio di quella che è stata, fino al 2015, la Corte dei Conti della Santa Sede.

    Ma è certo, pure, che nell’autunno del 2015, in concomitanza con l’arresto della pr Francesca Chaoqui e di Balda (entrambi membri di Cosea dal luglio del 2013, sono entrambi stati condannati nel processo vaticano per fuga di notizie riservate), gli uomini della Gendarmeria guidati da Domenico Giani hanno cercato di capire se esistesse o meno una cassa di documenti fotocopiati dall’archivio. E finita nelle mani di uno o più “corvi”.

    Nei faldoni del processo VatiLeaks 2 esistono verbali di interrogatorio secretati che parlano senza giri di parole di un baule pieno di carte (tra queste era presente anche la presunta nota sulla Orlandi), che però – nonostante le ricerche dei poliziotti del papa – non è mai stata ritrovato.

    Ora è possibile che, in un futuro non troppo lontano, coloro che hanno conservato documenti riservati vogliano uscire dall’ombra e colpire ancora tornando a volare sopra il Cupolone. Per svelare misteri mai chiariti, forse. O per mandare nuovi messaggi, prendersi rivincite e chiudere conti in sospeso ancora aperti. «Chi pensa che ci siano solo pesci piccoli dietro i VatiLeaks, si sbaglia di grosso», chiosa un prelato molto anziano: «Ci tengo a far presente che i primi hanno contribuito alle dimissioni di un pontefice dopo secoli: non si crederà davvero che un’operazione di tale entità sia stata messa in piedi solo dal maggiordomo Paolo Gabriele? Ammetto che sono preoccupato».

    È un fatto che il pontificato di Francesco viva, da qualche tempo, un momento difficile. Se Bergoglio è amatissimo dal suo gregge, ed è considerato un papa rivoluzionario dai media laici di tutto il mondo, all’interno della Santa Sede i suoi nemici, invece di diminuire, in questi primi quattro anni e mezzo di pontificato sono cresciuti. Di numero e di forza. Le aperture dottrinarie a favore della comunione ai divorziati risposati, il progressismo audace, almeno a parole, verso gli omosessuali e le famiglie non tradizionali, la lotta (seppur difficile) contro la corruzione dentro le mura leonine, hanno compattato un fronte eterogeneo. Che è sempre più critico verso Bergoglio sia da un punto di vista pastorale («ormai non si capisce più nulla», ripetono gli antipatizzanti) sia per lo stile di governo pugnace. Di sicuro poco incline alla mediazione con l’ala tradizionalista, ancora riottosa al cambiamento portato dall’ex arcivescovo di Buenos Aires.

    I “corvi”, veicolando all’esterno il falso della Orlandi, tornano a volare in un periodo particolarmente complicato. Dopo la pubblicazione del dossier apocrifo oggi molti scuotono ancora la testa inveendo nuovamente contro le nomine di alcuni membri della commissione pontificia Cosea, mentre altri stanno ancora cercando di capire i motivi che hanno portato Francesco a promuovere a capo della segreteria dell’Economia il cardinale George Pell. La scelta di chiamare a Roma “il ranger” australiano fu presa nonostante il porporato fosse già assai chiacchierato in patria e fuori, da quasi un decennio, per essere stato accusato da alcune vittime di aver protetto, quando era vescovo di Sydney e Melbourne, alcuni preti pedofili. All’inizio dell’estate Pell è stato addirittura incriminato dalla polizia dello Stato di Victoria con l’accusa di aver lui stesso abusato, molti anni fa, di cinque minorenni. Così Bergoglio a fine dello scorso giugno, dopo averlo a lungo protetto, è stato costretto ad abbandonarlo al suo destino sospendendo il suo incarico in attesa dell’esito del processo.

    Se coloro che speravano in una riforma dell’economia e degli enti vaticani più incisiva e più aderente alle promesse si sono man mano aggiunti alla schiera dei delusi, il gruppo dei cardinali conservatori è sul piede di guerra da tre mesi, da quando Bergoglio ha deciso di “licenziare” Gerhard Müller, l’ex capo della Congregazione per la dottrina della Fede, a cui non è stato confermato il secondo mandato. Il cardinale è stato silurato, secondo alcuni, per le presunte divergenze che avrebbe avuto con Francesco in merito al contenuto di “Amoris Laetitia”, l’esortazione post sinodale su matrimonio e famiglia. Per altri, invece, ha semplicemente pagato il fatto di aver contrastato troppo blandamente il tema della pedofilia ecclesiastica.

    Insomma il mare, oltretevere, è mosso. Ed è in questo scenario che si agitano le nuove (o, più probabilmente, vecchie) gole profonde vaticane. Non sappiamo se e quando verranno pubblicati, come avvenuto durante gli ultimi due ultimi VatiLeaks, nuovi documenti imbarazzanti. Né se siano in arrivo report veri o altri apocrifi, costruiti ad arte proprio per minare, forse, la credibilità di documenti originali che il Vaticano sa essere in circolazione. È un fatto che nessuna carta pubblicata negli scandali del 2012 e del 2015 sia mai stata smentita dalla Santa Sede, e che le inchieste giornalistiche abbiano costretto la Santa Sede – come nel caso della ristrutturazione dell’appartamento di Tarcisio Bertone pagato con i soldi del Bambin Gesù – ad aprire fascicoli penali per tentare di mettere una pezza agli scandali provocati dai whisteblower.

    Ma i beninformati ipotizzano pure che il rischio di polpette avvelenate sia dietro l’angolo. Se qualcuno, dopo la pubblicazione della nota spese taroccata forse copiando pezzi di documenti reali rammenta il caso di Dino Boffo, dove una velina per delegittimare l’ex direttore di Avvenire venne costruita con un documento giudiziario vero e un report di un anonimo circolato tra i vescovi italiani, altri ricordano come Balda, condannato nel luglio del 2016 a 18 mesi di reclusione per aver diffuso report interni segreti (Chaoqui ne ha avuti 10 con pena sospesa) sia finito nell’occhio della gendarmeria anche per uno strano viaggio a Dubai. «In Medioriente, lo scrisse pure “Repubblica”, il monsignore cercò di incontrare uomini dei servizi segreti cinesi per consegnare loro una falsa cartella clinica del papa, da lui stesso contraffatta attraverso la falsificazione delle analisi dell’anziana madre», attacca l’anziano prelato che ha passato una vita in segreteria di Stato.

    Per la missione, in effetti, Balda si fece accompagnare dall’ex colonnello dei Ros Giuseppe De Donno: i gendarmi scoprirono le velleità spionistiche del monsignore attraverso l’analisi del suo computer, e ipotizzarono che il viaggio avvenne tra il dicembre del 2014 e il gennaio del 2015. Non si è mai capito perché il prelato avesse deciso di mettere in piedi quella messinscena. Il Vaticano non ha mai fatto sapere gli esiti dell’inchiesta d’intelligence, né si è mai capito come mai i corvi di VatiLeaks 2 modificarono un documento (probabilmente originale ma senza intestazioni) su Monte dei Paschi di Siena inserendo una timbratura fasulla.

    A oggi, naturalmente, non sappiamo quali siano i documenti riservati ancora in circolazione. Fonti della Prefettura spiegano che l’archivio aperto tre anni fa con una fiamma ossidrica era stracolmo di dossier di diversi periodi storici, e che i ladri (o altri soggetti che nulla c’entrano con l’effrazione del marzo 2014) potrebbero aver preso (o fotocopiato) di tutto. Sia documenti conservati lì da fine degli anni Settanta, come le lettere scritte a mano del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra nel 1982 (le missive di Calvi sarebbero decine); sia certificazioni di altri dicasteri ottenuti dai membri della Cosea durante il loro lavoro di screening degli enti economici vaticani. Come, per esempio, quelli sui conti all’Apsa da chiudere (dopo una due diligence della società di revisione Promontory l’Apsa ha chiesto ai prelati che avevano un conto personale, come l’ex presidente Agostino Cacciavillan, di spostare i loro denari allo Ior: ne sono nate proteste vibranti perché l’Apsa garantiva interessi migliori); e i conti deposito dell’Istituto delle opere di religione, in passato aperti a favore di laici che non ne avevano alcun diritto. Due anni fa il Vaticano ha annunciato urbi et orbi di averli chiusi tutti, ma non ha mai consegnato – come aveva informalmente promesso all’autorità antiriciclaggio della Banca d’Italia – la lista dei presunti evasori e riciclatori che avevano nascosto i loro soldi dentro il torrione Niccolò V.

    Ma i timori di una nuova fuga di notizie sono stati segnalati anche da ambienti ecclesiastici vicini a Santa Marta, come ha evidenziato lo scorso giugno Massimo Franco sul Corriere della Sera. Subito dopo le dimissioni di un altro uomo novus del corso bergogliano, l’ex primo revisore generale dei conti Libero Milone, qualcuno ha detto al giornalista che per «il papa è un momento delicato, non vogliamo precipitare in un terzo VatiLeaks». Milone era il braccio destro di Pell, finito sui giornali a ottobre del 2015 per aver denunciato alla gendarmeria la violazione del suo computer personale. Anche il suo ufficio era situato al quarto piano del palazzo della Prefettura, e anche di quella vicenda non si è saputo più nulla.

    L’economo, a sorpresa, ha scelto di andare via tre anni prima della scadenza naturale del suo incarico: se qualcuno ipotizzò semplici diatribe sulla retribuzione, la nota della sala stampa spiegò che era stato l’ex presidente di Deloitte chiamato da Pell per mettere mano nei bilanci, segretissimi, della segreteria di Stato, dei dicasteri e dei vari enti della città santa, ad aver dato le dimissioni, subito accettate da papa Francesco. «Ci aspettiamo una nuova mareggiata, da un momento all’altro», conclude una fonte autorevole. In Vaticano credono che la pubblicazione del presunto report sull’allontanamento della ragazzina che suonava il flauto, insomma, sia solo l’inizio di una battaglia a colpi di carte. E di veleni.

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/09/27/news/vaticano-la-fabbrica-dei-dossier-1.310790
  • Pedofilia nella Chiesa, i numeri dello scandalo

    Pedofilia nella Chiesa, i numeri dello scandalo

    Ogni anno quasi 600 denunce all’attenzione del Vaticano. E 900 preti ridotti allo stato laicale in un decennio. Solo la Chiesa Usa spende 3 miliardi tra terapie e spese legali. L’allarme di papa Francesco

    Francesco non ha lasciato spazio a dubbi: «La Chiesa è stata tardiva nell’affrontare il problema della pedofilia». E, ha aggiunto, «da parte mia non ci sarà mai una grazia per i protagonisti di questa vergogna». La piaga degli abusi sui minori all’interno del clero, d’altra parte, si è diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e si è arrivati anche ad 800 denunce in un solo anno in Vaticano. Era il 2004, ma anche negli ultimi anni i casi sottoposti all’ex sant’Uffizio si aggirano intorno ai 600 l’anno.

    L’INTERVENTO DI PAPA RATZINGER. Queste dunque le denunce di tipo “canonico”, secondo i dati forniti dal Vaticano nel 2013, ma restano poi le inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura civile. Uno scandalo enorme, che ha visto oggi il forte intervento di Papa Francesco, è che portò Benedetto XVI, già da cardinale con la responsabilità di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (l’istituzione vaticana che si occupa della materia) ad alzare i tappeti sotto i quali era nascosta la ‘polvere’ e a decidere per la ‘tolleranza zero’.

    NOVECENTO PRETI RIDOTTI ALLO STATO LAICALE. Linea confermata e rafforzata da Bergoglio, che ha assunto in questi anni di pontificato una serie di decisioni molto forti. Anche quella di voler processare in Vaticano un nunzio, un alto esponente della diplomazia, come nel caso di Jozef Wesolowski. In 10 anni, dal 2004 al 2013, sono stati circa 900 i preti ridotti allo stato laicale. Praticamente ‘cacciati’ dalle gerarchie e impossibilitati a proseguire nel loro ministero sacerdotale. Questi sono gli ultimi dati diffusi dallo stesso Vaticano, nel 2014, in occasione dell’inchiesta aperta in sede Onu nel Comitato contro la tortura.

    LA CHIESA AMERICANA HA SBORSATO 3 MILIARDI. Ma enorme non è solo il numero dei casi e di Paesi coinvolti nello scandalo della pedofilia da parte di uomini di Chiesa. Gigantesche sono state anche le cifre già sborsate in alcune realtà per i reati commessi da ecclesiastici. La sola Chiesa degli Stati Uniti ha già pagato nell’ultimo decennio, quando le denunce sono venute alla luce e sono state coinvolte anche le Corti di Giustizia, quasi 3 miliardi di dollari, tra patteggiamenti, terapie e spese legali. In questo contesto emblematico è proprio il caso di Boston, raccontato nel film Il caso Spotlight che ha vinto l’Oscar.

    IN AUSTRALIA SOTTO ACCUSA IL 7% DEI PRETI. L’attuale cardinale della cittadina americana, Sean Patrick O’ Malley, scelto da papa Francesco per presiedere la Commissione vaticana sulla pedofilia, dopo aver ‘ereditato’ la difficile situazione creata dal suo predecessore, Bernard Francis Law, decise di vendere il palazzo vescovile e scelse per sé una residenza ordinaria, proprio al fine di risarcire le vittime di pedofilia. Anche in Australia – dove è ancora in corso la vicenda che riguarda il cardinale George Pell, il ministro dell’Economia vaticana al momento in ‘congedo’ dall’incarico – il caso ha assunto dimensioni drammatiche: il 7% dei preti cattolici australiani è accusato di aver commesso abusi sessuali su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime, 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto, fra il 1980 e il 2015, 4.444 persone hanno denunciato abusi di preti o religiosi di 93 entità della Chiesa australiana.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/09/21/pedofilia-nella-chiesa-i-numeri-dello-scandalo/213851/

  • Papa Francesco: «Sulla pedofilia la Chiesa ha affrontato crimini in ritardo»

    Papa Francesco: «Sulla pedofilia la Chiesa ha affrontato crimini in ritardo»

    CITTA’ DEL VATICANO “Sulla pedofilia siamo arrivati tardi”. Papa Francesco abbandona il discorso preparato per l’incontro odierno con i membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori. Senza troppi giri di parole affronta il tema più scabroso, relativo all’atteggiamento di protezione che i vescovi spesso accordavano ai preti orchi pur di non creare degli scandali pubblici che avrebbero leso l’immagine complessiva della Chiesa.

    “La pedofilia è una malattia e dobbiamo mettercelo bene in testa”. Bergoglio aggiunge anche che l’organo competente per risolvere il tema degli abusi, fare processi, istruire fascicoli compete alla Congregazione per la dottrina della Fede. Poi ad un tratto sembra dare una risposta indiretta a Marie Collins, una delle vittime che ora fa parte della commissione pontificia. “E’ vero che ci sono stanti casi di abusi che non avanzano alla Congregazione. Vorrà dire che prenderanno più dipendenti per fare fronte al lavoro”.

    Ha anche aggiunto che la sua linea è chiara: “Non ho mai firmato una grazia per ridurre le pene sugli abusi e mai la firmerò”. Anzi. Papa Francesco ha annunciato che se un abuso di minori è provato e ci sono le prove di colpevolezza, questo è sufficiente per non ricevere i ricorsi da parte della difesa. Infine, punta il dito sulle gerarchie ecclesiastiche perché non sembra abbiano “ancora preso coscienza. E’ grave che alcuni nella Chiesa non lo hanno ancora fatto”.

    http://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_crimini_chiesa_vaticano-3253132.html

  • IL VESCOVO DELPINI HA COPERTO UN CASO DI PEDOFILIA? IL VATICANO SAPEVA PRIMA DI NOMINARLO ARCIVESCOVO DI MILANO

    IL VESCOVO DELPINI HA COPERTO UN CASO DI PEDOFILIA? IL VATICANO SAPEVA PRIMA DI NOMINARLO ARCIVESCOVO DI MILANO

    Milano, il caso don Mauro Galli continua a riservare nuove sorprese, a soli pochi giorni dall’udienza fissata dal giudice dott. Ambrogio Moccia del tribunale di Milano prevista per il prossimo 10 ottobre ore 9.30 sezione V aula 5 dove potrebbero essere già sentiti i primi testimoni tra cui non è escluso possa comparire anche il nome di mons. Mario Enrico Delpini appena eletto da Papa Francesco Arcivescovo di Milano, emergono nuovi preoccupanti documenti.

    Mons. Delpini farà appena in tempo a fare il suo ingresso ufficiale nella cattedrale Metropolitana il 24 settembre che già sarà costretto ad occuparsi non tanto della diocesi o dei fedeli ma di una “grana legale”, attraverso lo studio penalista del prof. Mario Zanchetti al servizio della potente curia Milanese e specializzato in reati di pedofilia all’interno del clero.

    Riguardando gli articoli che abbiamo già qui pubblicato si evince la linea omissiva di mons. Delpini: 1) aveva saputo dal parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, pochi giorni dopo il fatto (siamo nel dicembre del 2011) che don Mauro Galli (all’epoca dei fatti prete degli oratori di Rozzano) aveva portato nel proprio letto un minore; 2) aveva personalmente deciso di mettere a tacere la vicenda (non aveva iniziato nessuna Indagine Previa – indagine canonica, ne tantomeno denunciato il fatto alla procura della repubblica) dando invece precise indicazioni e disponendo l’immediato spostamento del don Galli in un altra parrocchia della Diocesi (a Legnano), come responsabile della pastorale giovanile di ben quattro oratori frequentati, come ovvio che sia, da bambini di famiglie che hanno la massima fiducia nella chiesa, esattamente come l’avevano i genitori del minore di Rozzano.

    vedi approfondimenti:

    Tuttavia non ci saremmo certamente aspettati che la Santa Sede e la Congregazione per la Dottrina della Fede che sapevano perfettamente del maldestro operato di mons. Mario Delpini (utilizziamo il termine “maldestro” prendendo in prestito testualmente la definizione offerta e scritta dal Cardinale Angelo Scola che si riferiva appunto all’operato dei suoi collaboratori

    vedi copia del documento originale: Rozzano – Don Mauro Galli: IL CARDINALE SCOLA DEFINISCE MALDESTRE LE SCELTE DEI SUOI COLLABORATORI).

    Non ci saremmo mai aspettati che sia la Santa sede che la Congregazione per la Dottrina della Fede fossero perfettamente al corrente dei fatti, avendo a disposizione documenti, esplicite denunce e testimonianze ben prima di nominare l’ex vicario generale Mons. Delpini quale Arcivescovo di Milano, quando già da tempo il Santo Padre Papa Francesco aveva con forza e in più occasioni proclamato la famosa “Tolleranza Zero” verso la piaga della pedofilia all’interno del clero ed in particolare verso i Vescovi che si macchiano del “peccato” di omissione per questi casi…”

    Scriveva: “meglio la macina di mulino al collo” (vedi citazioni riportate da un parrocchiano di Rozzano PAROLE DI PAPA FRANCESCO: QUANDO I FATTI? – Riflessioni di un lettore cattolico sul caso di Rozzano).

    Il 22 marzo 2016, cioè ben prima della nomina del nuovo Arcivescovo di Milano Mario Delpini, la Nunziatura Apostolica riferisce che la Congregazione per la dottrina della Fede (che ha anche il dovere di giudicare l’operato dei Vescovi), ha ricevuto la missiva relativa alla denuncia del comportamento degli allora collaboratori del Cardinale Angelo Scola, mons. Mario Delpini ex vicario generale e mons. Pierantonio Tremolata ex Vescovo ausiliario oggi Vescovo di Brescia, riferisce di aver preso a cuore la vicenda, ringrazia i famigliari della vittima per la sincera apertura e il coraggio nell’aver esposto denuncia (fornendo ovviamente prova documentale di quanto dichiarato) e si impegna a tempo debito, cioè al termine del processo in corso (riferendosi al processo relativo a don Mauro Galli) di esaminare la denuncia e relativo materiale.

    Nel frattempo tuttavia, evidentemente con scrupolosa coscienza, prima del termine del processo o comunque prima che fosse emanata o resa nota alcuna sentenza la santa sede decide di nominare mons. Delpini Arcivescovo di Milano e mons. Tremolata Vescovo di Brescia.

    Non avendo alcun riscontro rispetto all’esito delle citate “analisi a tempo debito”, non ci resta che seguire con attenzione il corso del Processo che attende la prossima udienza il 10 ottobre presso la quinta sezione penale del tribunale di Milano ore 9.30 aula 5; non ci resta che attendere l’eventuale testimonianza che potrà fornire direttamente Mons. Delpini in una delle prossime udienze: capiremo se confermerà di aver appreso da don Carlo Mantegazza del presunto abuso nei giorni immediatamente dopo il fatto o se viceversa don Carlo ha giurato il falso, capiremo se confermerà di aver acquisito la confessione diretta da parte di don Mauro Galli pochi giorni dopo il fatto (che dichiarava di aver dormito con il minore…), capiremo se confermerà di aver deciso lui lo spostamento di don Mauro ancora una volta a contatto con i minori, come se nulla fosse, non denunciando il caso e liquidando/rassicurando la famiglia circa l’impossibilita che il Galli fosse nuovamente in relazione con i minori; capiremo se confermerà di aver attivato lui personalmente la difesa e tutela legale di don Mauro Galli, capiremo in altre parole esattamente il ruolo, le decisioni, le responsabilità assunte sapientemente e in prima persona da Mons. Delpini tanto da meritarsi di essere elevato ad Arcivescovo di Milano in perfetta sintonia con quanto proclamato dal Papa sul tema specifico nella lotta alla pedofilia e omissione da parte dei Vescovi.

    Nel frattempo trapelano già altre interessanti indiscrezioni, pare ci siano almeno una decina di registrazioni dei colloqui, di cui probabilmente alcune già da tempo a disposizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, la Nunziatura Apostolica e il Santo Padre, oltre che la Magistratura, che possano svelare l’autentico pensiero di Mons. Delpini (e Mons. Tremolada) rispetto alla sua stessa gestione del presunto caso di abuso sessuale.

    In attesa di nuovi elementi, e in funzione del quadro che si andrà a delineare anche attraverso il processo penale, saremo curiosi di vedere come verranno risolte, se verranno mai risolte, le attuali evidenti contraddizioni rispetto a quanto enunciato da Papa Francesco che per altro invita a denunciare con nomi e cognomi come nello specifico caso è stato denunciato esplicitamente al Santo Padre Mons. Delpini e Mons. Tremolata, contraddizioni con le Linee Guida della Cei per i casi di Pedofilia che impongono l’immediato avvio delle indagini da parte del Vescovo anche solo in presenza di un sospetto di abuso e il tassativo divieto di spostare il prete sospettato a svolgere un incarico con i minori almeno fino al termine delle indagini, evidenti contraddizioni rispetto alla prevista sospensione dei Vescovi in caso di comportamento omissivo come quello del Vescovo Delpini e l’attuale sua promozione.

    di Redazione

  • L’arcivescovo di Lione sarà processato per omessa denuncia sui casi di pedofilia di Padre Preynat

    L’arcivescovo di Lione sarà processato per omessa denuncia sui casi di pedofilia di Padre Preynat

    In estate l’archiviazione, poi le vittime hanno fatto ricorso. Philippe Barbarin è accusato di non essere intervenuto nonostante sapesse

    Si riapre il caso dei preti pedofili in Francia. Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, sarà a processo dal 4 al 6 aprile prossimo per il caso della mancata denuncia di aggressioni sessuali su minori commesse da un prete della sua diocesi oltre 25 anni fa. È quanto riferisce la giustizia francese citata da BFM-TV. Il cardinale deve comparire insieme ad altre sei persone.

    Dopo l’archiviazione della scorsa estate, la vicenda sembrava definitivamente chiusa. Ma dieci vittime di Padre Preynat – indagato lo scorso anno per abusi sessuali perpetrati fino al 1991 su un gruppo di scout della regione di Lione – hanno presentato un altro ricorso. Da parte sua, la diocesi di Lione ha subito denunciato un “accanimento”.

    Barbarin, 66 anni, viene accusato di non aver denunciato le azioni di padre Preynat, nonostante sapesse, e di averlo mantenuto al suo posto al fianco dei bambini fino al 2015. La legale delle vittime, Nadia Debbache, sottolinea tuttavia che il caso “non riguarda una persona sola: ognuno al suo livello vi ha partecipato, incluso in Vaticano”.

    Oltre a Barbarin – scrive HuffPost France – sono chiamati a comparire in tribunale l’arcivescovo di Auch, Maurice Gardès, e il vescovo di Nevers, Thierry Brac de la Perrière, ex membri della diocesi di Lione, come anche Luis Ladaria Ferrer, segretario della Congregazione per la dottrina della Fede in Vaticano. Citati anche l’ex capo di gabinetto del cardinale, Pierre Durieux, oggi a Nantes, Régine Maire, incaricata della cellula di ascolto delle vittime, e il vicario Xavier Grillon, all’epoca superiore gerarchico diretto di padre Preynat.

    Ladaria Ferrer è chiamato a comparire in quanto venne consultato sul caso dai prelati francesi. Secondo una lettera sequestrata durante le perquisizioni, assicurò all’arcivescovo di Lione di aver preso “tutte le misure disciplinari adeguate evitando lo scandalo pubblico”. Il che, secondo un altro legale delle vittime Jean Boudot, significava “non rivolgersi alla giustizia”.

    http://www.huffingtonpost.it/2017/09/19/larcivescovo-di-lione-sara-processato-per-omessa-denuncia-sui-casi-di-pedofilia-di-padre-preynat_a_23215036/

  • PAROLE DI PAPA FRANCESCO: QUANDO I FATTI? – Riflessioni di un lettore cattolico sul caso di Rozzano

    PAROLE DI PAPA FRANCESCO: QUANDO I FATTI? – Riflessioni di un lettore cattolico sul caso di Rozzano

    Buonasera, sono un lettore cattolico, praticante, attivo nella vita parrocchiale. Da qualche tempo leggo spesso tutti gli articoli che riguardano la pedofilia clericale perché nella mia Parrocchia vi è stato un caso di abuso su un minore, un caso che la vostra Associazione sta seguendo.

    Anche a nome di tanti amici credenti vi ringrazio per la chiarezza e l’onestà con la quale trattate questo tema così delicato e così drammatico.

    Questa sera mi sono deciso a scrivere perché in questi giorni ho letto sui giornali l’ennesima richiesta di perdono di Papa Francesco a qualche vittima di prete pedofilo, addirittura avrebbe sussurrato al Presidente di una Associazione di vittime “perdonatemi”.

    Così come il 2 febbraio 15 nella “LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI PRESIDENTI DELLE CONFERENZE EPISCOPALI E AI SUPERIORI DEGLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA CIRCA LA PONTIFICIA COMMISSIONE PER LA TUTELA DEI MINORI” Papa Francesco ha  scritto: “…Le famiglie devono sapere che la Chiesa non risparmia sforzi per tutelare i loro figli e hanno il diritto di rivolgersi ad essa con piena fiducia, perché è una casa sicura. Non potrà, pertanto, venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c’è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori…”

    Il 7 luglio 2014 durante la “SANTA MESSA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE
    CON ALCUNE VITTIME DI ABUSI SESSUALI DA PARTE DI ESPONENTI DEL CLERO

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO” Papa Francesco ha detto:

    “…So che le vostre ferite sono una fonte di profonda e spesso implacabile pena emotiva e spirituale e anche di disperazione. Molti di coloro che hanno patito questa esperienza hanno cercato compensazioni nella dipendenza. Altri hanno sperimentato seri disturbi nelle relazioni con genitori, coniugi e figli. La sofferenza delle famiglie è stata particolarmente grave dal momento che il danno provocato dall’abuso colpisce queste relazioni vitali…”

    “…Alcuni hanno anche sofferto la terribile tragedia del suicidio di una persona cara. La morte di uno di questi amati figli di Dio pesa sul cuore e sulla mia coscienza e di quella di tutta la Chiesa. A queste famiglie offro i miei sentimenti di amore e di dolore…”

    “…I peccati di abuso sessuale contro minori da parte di membri del clero hanno un effetto dirompente sulla fede e la speranza in Dio. Alcuni si sono aggrappati alla fede, mentre per altri il tradimento e l’abbandono hanno eroso la loro fede in Dio…”

    “…Davanti a Dio e al suo popolo sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini di abuso sessuale commessi da membri del clero nei vostri confronti e umilmente chiedo perdono…”

    “…Chiedo perdono anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazioni di rischio…”

    “…Non c’è posto nel ministero della Chiesa per coloro che commettono abusi sessuali; e mi impegno a non tollerare il danno recato ad un minore da parte di chiunque, indipendentemente dal suo stato clericale. Tutti i Vescovi devono esercitare il loro servizio di pastori con somma cura per salvaguardare la protezione dei minori e renderanno conto di questa responsabilità…”

    “…Per tutti noi vale il consiglio che Gesù dà a coloro che danno scandalo, la macina da molino e il mare (cfr Mt 18,6)…”

    Il 22 luglio 2017 a Santa Marta il Papa indica le qualità del bravo sacerdote: “Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi”.

    “…Essere appassionato. Saper discernere. Avere la forza di denunciare il male, “con nomi e cognomi”. Sono le tre caratteristiche del buon prete che Papa Francesco indica nella Messa di questa mattina…”

    “…La capacità di denunciare. Un apostolo non può essere un ingenuo: “Ah è tutto bello, andiamo avanti, eh?, è tutto bello… facciamo festa, tutti… tutto si può…”. Perché c’è la fedeltà all’unico sposo, a Gesù Cristo, da difendere. E lui sa condannare: quella concretezza, dire “questo no”…”

    “…Il buon prete sa denunciare, con nome e cognome…”

    “…I preti devono quindi saper denunciare ciò che “va contro la tua vita”. Molte volte perdiamo questa capacità di condanna e vogliamo portare avanti le pecore un po’ con quel buonismo che non solo è ingenuo ma fa male, è un buonismo dei compromessi, finalizzato ad attirarsi l’ammirazione o l’amore dei fedeli lasciando fare…”

    COSÌ IL PONTEFICE DURANTE IL VOLO DI RITORNO DALLA TERRA SANTA, PAPA FRANCESCO: “LA PEDOFILIA COME LE MESSE NERE”

    “…Il prete deve portare il bambino o la bambina alla santità. E questo si fida di lui. Invece di portarlo alla santità, lui lo abusa. È gravissimo, è come fare una messa nera. Invece di portarlo alla santità lo porti a un problema che avrà per tutta la vita…”

    “…Non ci sono privilegi su questo tema di minori. In Argentina dei privilegiati diciamo: questo è un figlio di papà. Ecco – promette il Papa – su questo tema non ci saranno figli di papà. È un problema molto grave. Un sacerdote che compie un abuso, tradisce il corpo del Signore…”

    Il 4 giugno 2016 LETTERA APOSTOLICA IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»

    DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO: COME UNA MADRE AMOREVOLE

    Papa Francesco ha scritto:

    “…Il Diritto Canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani… Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili…”

    “…Il Vescovo diocesano… può essere legittimamente rimosso dal suo incarico, se abbia, per negligenza, posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri…”

    “…Nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave…”

    E potrei continuare a citare tanti altri esempi. Papa Francesco parla molto, dice tante cose interessanti ed importanti. La mia impressione però è che nel campo della pedofilia ad esse non seguano molti atti concreti. Per quanto riguarda la nostra Parrocchia, in tanti sappiamo che il parroco ha segnalato subito il fatto al Vescovo (o meglio al Vicario Episcopale) che ha pensato bene di spostare subito il sacerdote in un’altra Parrocchia ad occuparsi dei minori di 4 oratori.

    Scelta molto discutibile, direi!

    Abbiamo saputo direttamente dai sacerdoti della nostra Parrocchia, che il processo canonico è iniziato dopo 4 anni dalla prima segnalazione e comunque in seguito alla denuncia alle Autorità Civili.

    Che tempismo!

    Nella nostra Parrocchia molte persone conoscono bene i fatti relativi al caso di abuso al quale mi riferisco perché la famiglia del ragazzino è credente e praticante; potete facilmente immaginare come risulti a loro assolutamente incomprensibile vedere nominato a capo della Diocesi il Vescovo che aveva gestito così male tutta la vicenda!

    Premiato con una promozione nonostante il Papa e la Congregazione per la Dottrina della fede fossero stati completamente e tempestivamente informati, e da molto tempo per giunta.

    Mi chiedo invece cosa sia stato fatto per il ragazzino ed i suoi familiari da parte della Diocesi e del Vaticano; a quanto mi risulta assolutamente nulla!

    Il Parroco ha informato anche il Consiglio Pastorale del fatto che sia la Diocesi che la Parrocchia sono state citate come Responsabilità Civile nel Processo, come atto dovuto, e ha chiesto di stare vicino alla famiglia del ragazzino.

    Credo che ciò sia veramente il minimo che ci si possa attendere così come sia da ritenersi doveroso che il Papa chieda perdono.

    Io, pur non essendo né vittima né familiare ma semplice cristiano cattolico praticante, mi aspetto ben altro.

    Commettere un abuso sessuale su un minore è un reato che va assolutamente denunciato affinché possa essere adeguatamente gestito e la giustizia faccia il suo corso. Perché un sacerdote dovrebbe essere impunito e trattato diversamente da qualsiasi altro cittadino? Anzi, riflettendo meglio, che l’abuso sui minori lo commetta un Sacerdote deve essere considerata una cosa ancor più grave perché alla infamia dell’atto si aggiunge l’evidente tradimento della fiducia delle famiglie che gli avevano affidato i loro figli, facendo perciò leva su un’innegabile posizione di forza …..
    Scusate lo “sfogo”, ma è davvero troppa questa ostentazione di grandi manovre nella Chiesa rispetto alla pedofilia, a fronte di un colpevole e consapevole immobilismo.
    E’ inaccettabile questa manifesta ipocrisia: mi chiedo per quale ragione da un lato il Papa proclami di essere intollerante verso i Vescovi che non rispondono in modo adeguato alla denuncia di un reato di pedofilia da parte di un sacerdote, chiedendo perdono egli stesso per questi gravi reati di omissione, e dall’altro, lo stesso Papa che era adeguatamente informato di tale comportamento omissivo del Vicario generale di Milano, lo promuova a Vescovo della stessa diocesi.

    Cosa mi sfugge? C’è qualche elemento che non riesco a capire oppure forse la strada da percorrere è ancora lunga affinché la Chiesa sia considerata la comunità di tutti i battezzati e non la comunità dei soli sacerdoti, religiosi e religiose.

    Io, pur riconoscendo il doveroso diritto alla difesa da parte di coloro che sono accusati di avere commesso abusi, mi sarei aspettato e continuo ad aspettarmi dalla Chiesa una completa ed assoluta vicinanza ed attenzione nei confronti delle vittime.

    Continuo a sperare che le cose possano migliorare e continuo a rimanere ottimista perché credo profondamente che la chiesa si fondi su Gesù.

    Riflessioni di un lettore cattolico

  • Pedopornografia, il Vaticano indaga su un membro dell’ambasciata a Washington

    Pedopornografia, il Vaticano indaga su un membro dell’ambasciata a Washington

    Si tratta di un consigliere diplomatico di 50 anni di Milano. La Santa Sede ha respinto la richiesta degli Usa di farlo processare in un tribunale americano, ha mantenuto l’immunità e ha fatto partire un processo con i giudici Oltretevere

    Un nuovo scandalo di pedofilia nel servizio diplomaticopontificio. “Il 21 agosto scorso – afferma un comunicato della Sala Stampa vaticana – il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha notificato, per via diplomatica, la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di un membro del corpo diplomatico della Santa Sede accreditato a Washington. La Santa Sede, secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione il quale si trova attualmente nella Città del Vaticano. Ricevute le informazioni dal governo statunitense, – prosegue la nota – la Segreteria di Stato le ha trasmesse al Promotore di Giustizia del Tribunale vaticano. Il Promotore di Giustizia ha aperto un’indagine ed è stata già avviata una collaborazione a livello internazionale al fine di raccogliere elementi relativi al caso. Si ricorda che, come è previsto dalle leggi vigenti per tutte le istruttorie preliminari, le indagini del Promotore di Giustizia sono protette dal necessario riserbo istruttorio”.

    Il sacerdote indagato, secondo quanto riferiscono fonti vaticane a ilfattoquotidiano.it, sarebbe monsignor Carlo Alberto Capella, consigliere di nunziatura, 50 anni, nato a Milano ma con origini emiliane, ordinato prete per l’arcidiocesi ambrosiana. Una tegola pesantissima per il nunzio a Washington, monsignor Christophe Pierre, che guida la rappresentanza pontificia negli Usa dall’aprile 2016. Il presule, infatti, è arrivato negli Stati Uniti mentre era in corso la rovente campagna elettorale per le elezioni presidenziali e la sfida tra Donald Trump e Hillary Clinton. Pierre ha ereditato il timone della nunziatura dalle mani di monsignor Carlo Maria Viganò, definito il “moralizzatore del Vaticano” per la sua lotta agli enormi sprechi economici messa in atto con determinazione nei due anni in cui ha ricoperto il ruolo di segretario generale del Governatorato dello Stato più piccolo del mondo. Un’opera che, come hanno rivelato i documenti pubblicati durante lo scandalo Vatileaks 1, si è scontrata con l’allora Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone, e ha costretto Benedetto XVI a spedire Viganò in punizione negli Usa.

    Dalla Casa Bianca trapela grande soddisfazione per la celerità con cui nei sacri palazzi è stata subito presa sul serio la segnalazione che era stata fatta dal Dipartimento di Stato americano. Gli Usa avrebbero voluto, però, processare direttamente il sacerdote accusato. La Santa Sede, invece, ha preferito non togliere l’immunità diplomatica al prelato e indagarlo in Vaticano seguendo la nuova legge per i reati di pedopornografia approvata da Francesco nel 2013. Per il cardinale Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston e presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, “questa è una questione seria. Speriamo che la Santa Sede sarà disponibile a fornire più dettagli. Non conosciamo tutti i fatti, ma coerentemente con la nostra Carta (Charter for the protection of children and young people del 2002, ndr) ribadiamo che quando emergono simili accuse deve essere avviata un’indagine immediata, approfondita e trasparente in collaborazione con le forze dell’ordine e devono essere prese misure immediate per proteggere i bambini. La protezione dei bambini e dei giovani è la nostra responsabilità più sacra”.

    Quello avvenuto a Washington non è il primo caso di pedofilia all’interno della diplomazia vaticana sotto il pontificato di Francesco. Nel 2015, infatti, era finito alla sbarra l’ex nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana, l’arcivescovo polacco Jozef Wesoloski, morto mentre era in corso il processo penale vaticano nel quale era accusato di pedofilia e pedopornografia. Ma il presule, che era stato ordinato prima sacerdote e poi vescovo da Giovanni Paolo II, era già stato ridotto allo stato laicale sia in primo che in secondo grado nel processo canonico svolto dalla Congregazione per la dottrina della fede. Nel 2014, invece, Bergoglio aveva rimandato nella sua diocesi di origine, Taranto, l’allora numero due della nunziatura apostolica in Italia, monsignor Luca Lorusso, che aveva difeso l’ex prete romano Patrizio Poggicondannato in secondo grado dalla magistratura italiana per pedofilia.

    Twitter: @FrancescoGrana

  • Legionari di Cristo: dalla doppia vita di Maciel alla purificazione della Congregazione

    Legionari di Cristo: dalla doppia vita di Maciel alla purificazione della Congregazione

    In principio il dilemma fu uno solo: chiudere o purificare? L’ago della bilancia indicava con forza la prima opzione, senz’altro radicale, ma certamente più facile da attuare. Per i Legionari di Cristo, dopo che la vicenda umana del loro fondatore, padre Marcial Maciel Degollando, era emersa in tutto il suo orrore perverso, sembrava non esserci altra strada che quella di migrare in diocesi o congregazioni che, dopo un’attento esame, avrebbero accolto i loro membri. Una pagina che torna agli onori delle cronache dopo che Francesco ha scelto monsignor Kevin Joseph Farrell per guidare il neonato Dicastero laici, famiglia e vita. Il vescovo irlandese, insieme al fratello Brian che ricopre il ruolo di segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ha fatto il noviziato nei Legionari di Cristo. Attualmente nella Curia romana c’è un terzo presule figlio di questa congregazione ed è il segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, monsignor Fernando Vérgez Alzaga.

    Dopo anni di silenzi e complici coperture negli Stati Uniti e a Roma, Benedetto XVI aveva rotto uno dei tabù più difficili da far crollare. Nel libro intervista Luce del mondo scritto con il suo biografo, il giornalista Peter Seewald, il Papa tedesco affermò: “Purtroppo abbiamo affrontato la questione solo con molta lentezza e con grande ritardo. In qualche modo era molto ben coperta e solo dal 2000 abbiamo iniziato ad avere dei punti di riferimento concreti. Era necessario avere prove certe per essere sicuri che le accuse avessero un fondamento. Per me, Marcial Maciel rimane una figura misteriosa. Da un lato c’è un tipo di vita che, come ormai sappiamo, è al di là di ciò che è morale: un’esistenza avventurosa, sprecata, stramba. Dall’altro vediamo la dinamicità e la forza con cui ha costruito la comunità dei Legionari”.

    Rispondendo alle domande dei giornalisti sul volo verso gli Stati Uniti d’America, nell’aprile 2008, Benedetto XVI disse: “Se leggo i resoconti di questi avvenimenti mi riesce difficile comprendere come sia stato possibile che alcuni sacerdoti abbiano potuto fallire in questo modo nella missione di portare sollievo, di portare l’amore di Dio a questi bambini”. E incontrando i vescovi americani Ratzinger non esitò a evidenziare che lo scandalo dei preti pedofili era stato “talvolta gestito in pessimo modo”. E aggiunse: “Ora che la dimensione e la gravità del problema sono compresi più chiaramente, avete potuto adottare misure di rimedio e disciplinari più adeguate e promuovere un ambiente sicuro che offra maggiore protezione ai giovani”.

    Il terribile scandalo della pedofilia del clero era deflagrato anche negli Stati Uniti con proporzioni impressionanti, in particolare nell’arcidiocesi di Boston oggetto del film Premio Oscar Il caso Spotlight. Durante il suo viaggio negli Usa, il Papa tedesco incontrò privatamente nella nunziatura di Washington cinque persone vittime di molestie sessuali da parte di sacerdoti americani. In quell’occasione, l’arcivescovo di Boston, il cappuccino Sean Patrick O’Malley, dove scoppiò lo scandalo nel 2002 e che vide il trasferimento a Roma del cardinale Bernard Francis Law, consegnò simbolicamente a Benedetto XVI un libretto con i nomi di un migliaio di vittime. Parole e gesti analoghi furono ripetuti da Ratzinger durante numerosi viaggi internazionali e da Francesco proprio negli Stati Uniti durante l’ultima tappa del suo lungo viaggio, a Philadelphia nel settembre 2015.

    Al di là della politica della tolleranza zero messa in atto dalla Chiesa cattolica, restava ancora da decidere cosa fare con i Legionari di Cristo che, a dispetto della vergognosa, per usare un eufemismo, storia del loro fondatore, è tuttora tra le congregazioni religiose che hanno il maggior numero di vocazioni al mondo. Autore di numerosi abusi sui suoi seminaristi, Maciel, come racconta John Thavis, vaticanista di lungo corso, nel suo libro I diari vaticani (Castelvecchi), al momento della sua morte aveva almeno cinque identità diverse. “Come Raúl Rivas – scrive il giornalista – era l’amante di Norma Hilda e il padre di sua figlia a Madrid. Durante i suoi ultimi giorni in Florida – prosegue Thavis – i suoi segretari personali avevano ricevuto istruzioni di liquidare queste identità e i fondi fiduciari, le proprietà e i conti in banca a esse associati e sparsi in tutto il mondo, un patrimonio personale segreto stimabile intorno ai trenta milioni di dollari”.

    Prima che “nuestro Padre”, come Maciel veniva chiamato nella sua congregazione, morisse, al suo capezzale si presentarono la moglie e la figlia che si chiama anche lei Norma come la madre. Maciel non le fece allontanare e disse ai suoi assistenti: “Voglio stare con loro”. “La comparsa dell’amante e della figlia di Maciel – racconta Thavis – allarmò molto i suoi collaboratori, tanto che fu chiamato subito il quartier generale della Legione a Roma, e in breve tempo i dirigenti dell’ordine erano accalcati nella stanza di Maciel, a Jacksonville, assieme alle due Norma. E a un esorcista: qualche assistente di Maciel aveva ritenuto che questo improvviso rifiuto delle cose religiose potesse essere opera del diavolo. Verso la fine, Maciel rifiutò di confessare i suoi peccati disperando del perdono di Dio, e quando un fratello Legionario cercò di ungerlo con l’olio santo, gridò: ‘Ho detto di no!’”.

    “Quando Benedetto XVI ha nominato il delegato pontificio dei Legionari – ha spiegato il cardinale  Velasio De Paolis – aveva già emesso sul bollettino ufficiale un giudizio severo sull’operato del fondatore della Legione, ma non tale da distruggere la stessa realtà: se il Papa nomina un delegato, implicitamente nega che si debba dare un giudizio sostanzialmente negativo sulla stessa Legione. Lui stesso,- ha aggiunto ancora il porporato – all’inizio della bolla di nomina, dice: ‘Vi sono un gran numero di sacerdoti zelanti e impegnati nel cammino di santità’”. Un cammino lungo quello di profondo rinnovamento che ha visto come protagonisti i Legionari, che per sopravvivere nella Chiesa hanno dovuto rinnegare il loro fondatore. Al termine di questo non facile processo di purificazione, durato tre anni e mezzo, è stato redatto il nuovo testo delle costituzioni della congregazione. “Bergoglio – ha sottolineato De Paolis – è stato molto attento, molto vicino e vuole giustamente seguire il cammino che stiamo percorrendo, perché, queste sono le sue parole, ‘sente la grande responsabilità, come successore di Pietro, di accompagnare la vita religiosa e consacrata’”.

    Un processo di purificazione che ha visto anche un importante mea culpa da parte dei Legionari di Cristo: “Chiediamo perdono per gli abusi di padre Maciel. Abbiamo considerato i comportamenti gravissimi e oggettivamente immorali di padre Maciel che hanno meritato le sanzioni che, a suo tempo, la Congregazione per la dottrina della fede giustamente gli ha imposto. Allo stesso tempo, vogliamo esprimere – proseguono i Legionari – il nostro profondo dolore per l’abuso di seminaristi minorenni, per gli atti immorali perpetrati verso uomini e donne, per l’uso arbitrario della sua autorità e dei beni, per il consumo smisurato di sostanze stupefacenti e per l’aver presentato come propri scritti pubblicati da terzi. Ci risulta incomprensibile l’incoerenza di essersi continuato a presentare per decenni come sacerdote e testimone della fede, mentre occultava questi comportamenti immorali. Tutti questi comportamenti noi li condanniamo con forza. Ci dispiace che molte vittime e persone da lui offese abbiamo atteso invano una richiesta di perdono e di riconciliazione da parte di padre Maciel. Noi oggi vogliamo esprimere a tutti loro la nostra solidarietà”.

    Nelle conclusioni del capitolo generale dei Legionari c’è un’altra ammissione importante: “Riconosciamo oggi con tristezza l’incapacità iniziale di credere alla testimonianza delle persone che erano state vittime di padre Maciel, il lungo silenzio istituzionale e, posteriormente, i tentennamenti e gli errori di giudizio al momento di informare i membri della congregazione e le altre persone. Chiediamo perdono per queste deficienze che hanno aumentato il dolore e lo sconcerto di molti”. E, infine, la presa di distanza dal fondatore per il futuro cammino dei Legionari: “La congregazione ha già chiarito che non può proporre padre Maciel come modello, né i suoi scritti personali come guida di vita spirituale”.

    Francesco Antonio Grana

    Twitter: @FrancescoGrana

  • Un tipo sinistro

    Un tipo sinistro

    Nel 2000 Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, si unì al coro dei gerarchi della Chiesa che fecero pubblica penitenza per il sostegno garantito tra il 1976 e il 1983 dalla Conferenza episcopale argentina alla giunta civico-militare responsabile di almeno 30mila sparizioni forzate e di migliaia di altri crimini contro l’umanità. Omicidi, rapimenti, torture e furti di neonati compresi. Il gesto, forse un po’ tardivo, fu un’autoassoluzione dell’istituzione che chiedeva perdono per i preti che avevano “peccato” dando appoggio logistico e materiale oltre che spirituale ai carnefici della generazione scomparsa? Oppure fu un’ammissione di colpa? Sta di fatto che mai durante il regime l’allora capo dei gesuiti argentini, come del resto gran parte dei suoi colleghi di culto, aveva preso pubblicamente posizione contro le violenze di Stato perpetrate nei confronti di chiunque fosse anche solo stato sospettato di essere un “sovversivo”. Cosa che invece nel vicino Cile, per esempio, fece il cardinale di Santiago, Raúl Silva Henríquez, il quale dall’11 settembre 1973 in poi non smise mai di puntare il dito contro le politiche repressive del dittatore fascista Augusto Pinochet e dei suoi guardaspalle. Palesemente diverso rispetto al silenzio mantenuto durante la dittatura è stato l’atteggiamento di Bergoglio nei confronti delle istituzioni democratiche. Nel 2010 quando era capo della Conferenza episcopale argentina si scagliò senza esitare contro il Parlamento reo di aver introdotto nell’ordinamento il matrimonio gay. Definendo la legge frutto della «invidia del demonio» che «vuole distruggere il piano di Dio».

    Con la stessa veemenza, fresco di nomina a capo della Chiesa argentina, si era schierato nel 2005 contro il ministro della Sanità del governo Kirchner, Ginés González García, perché aveva proposto la depenalizzazione dell’aborto. La negazione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza per Bergoglio è un chiodo fisso. La libertà di scelta, l’autodeterminazione, la sessualità della donna nel suo pensiero non sono contemplate. In totale continuità con la misoginia dei suoi predecessori anche da pontefice egli relega la donna entro un recinto predefinito, annullandone l’identità. La donna è tale solo se vergine o madre. «Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, quella che aiuta a crescere la Chiesa» dice da pontefice sull’aereo di ritorno dal viaggio pastorale in Brasile il 28 luglio 2013. «Dio ha creato la donna perché tutti noi avessimo una madre» ribadisce a Santa Marta il 9 febbraio 2017. «Sentir dire che tre figli già sono troppi mi mette tristezza, perché tre figli per coppia sono il minimo necessario a mantenere stabile la popolazione» aveva detto sul volo di ritorno dalle Filippine il 19 gennaio 2015. Madri sì ma con moderazione, per non turbarlo. Tuttavia non si era affatto intristito quando, dieci anni prima, il capo dei cappellani militari argentini, monsignor Antonio Baseotto, affermò che González García, il ministro pro-aborto, avrebbe meritato che gli fosse messa una pietra al collo e fosse buttato in mare. La scelta di questa immagine presa in prestito dal Vangelo di Luca (17, 1-2), che richiama alla memoria i voli della morte e la tragedia che ha segnato il destino di migliaia di suoi connazionali e la vita dei loro familiari, deve aver profondamente colpito Jorge Mario Bergoglio. In positivo. Incurante dell’incidente diplomatico provocato da Baseotto con il governo argentino, e di tutto ciò che a livello emotivo può evocare una frase del genere nei confronti dei familiari di desaparecidos, il pontefice l’ha fatta sua otto anni dopo, l’11 novembre 2013. Durante un’omelia in Vaticano ha auspicato la macina al collo e la fine in mare per «i cristiani e i preti corrotti» dalle tangenti. L’attacco agli evasori suscitò la profonda ammirazione in Italia dell’intero arco costituzionale e della stampa tutta. E poco importa se tra le vittime dei famigerati voli della morte ci sono anche migliaia di nostri connazionali.

    Aborto, donne, diritti umani. Già quanto detto fin qui basterebbe per non vedere mai accostate nella stessa frase “papa Francesco” e le parole “Sinistra” o “Rivoluzione”. Tanto più in un momento storico culturale come quello attuale in cui la donna è al centro di un’offensiva violenta senza tregua. Gli omicidi, le percosse, lo stalking, innumerevoli stupri sono all’ordine del giorno. La negazione e l’annullamento dell’identità femminile spesso porta a un tentativo di coercizione e di annientamento fisico che si oppongono sia al processo di emancipazione cioè al riconoscimento di una uguaglianza giuridica sia alla liberazione, vale a dire alla accettazione di una diversa soggettività della donna. Emancipazione e liberazione della donna sono delicatissimi processi ancora in atto. Affinché siano portati a compimento occorrono fondamentali cambiamenti sul piano culturale e sociale di cui solo la Sinistra in quanto tale se ne può fare carico. Rifiutando in primis i fautori della mentalità patriarcale e religiosa che vogliono la donna inchiodata al ruolo di moglie e madre. Tra questi papa Bergoglio è la punta di diamante. Per essere certi di non lasciare adito a dubbi ricordiamo un altro paio di episodi. Il capo della Chiesa che il 2 febbraio 2014 dal balcone di piazza San Pietro ammoniva la platea affermando: «La vita va difesa dal grembo materno fino alla sua fine», è lo stesso sacerdote che ha militato nella Guardia de Hierro, il settore giovanile del peronismo di destra. La Guardia de Hierro nel 1976, il più cruento dei sette anni di dittatura, propose una laurea honoris causa all’ammiraglio Massera. Il titolo fu poi conferito al genocida della caserma Esma di Buenos Aires, il 25 novembre 1977, dall’Università del Salvador (Usal), della cui amministrazione faceva parte il futuro pontefice. E ancora, a proposito di cappellani militari giova ricordare la vicenda di monsignor Christian Federico von Wernich, l’ex cappellano della polizia di Buenos Aires soprannominato “il prete del diavolo”. Costui sconta l’ergastolo dall’ottobre del 2007 perché il tribunale federale di La Plata lo ha riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità per aver partecipato a 6 omicidi, 31 casi di tortura e 42 sequestri. Di fronte ai familiari delle vittime, dei sopravvissuti e ai giudici, il monsignore si è sempre dichiarato innocente, privo di colpe. Nel senso che lui non aveva mai fatto nulla di male. Commentando la sentenza, nel sottolineare «il dolore che ci provoca la partecipazione di un sacerdote in delitti gravissimi», il cardinale Bergoglio si limitò a sottolineare la necessità di una «riconciliazione», rilevando inoltre che l’Argentina doveva allontanarsi «sia dall’impunità sia dall’odio e dal rancore».

    Come dire, “scordiamoci il passato”. Una indulgenza che vale per un sadico torturatore omicida, e vale ancora oggi poiché von Wernich non risulta né pentito né dimesso dallo stato clericale, ma non per una donna che se decide di interrompere una gravidanza esercita un diritto, tutela la propria salute psicofisica e non uccide nessuno (perché il feto è un feto e chi non è nato non può morire). «Assoluzione dal peccato di aborto solo se c’è pentimento» ha ribadito papa Francesco a novembre 2016 in vista del Giubileo straordinario. Con questo interessante curriculum in tasca, niente affatto ignoto e davvero difficile da annoverare a “sinistra” e nel pantheon della laicità, il 13 marzo 2013 Jorge Mario Bergoglio appena nominato papa si è affacciato al famoso balconcino e ha detto «buonasera» urbi et orbi. Suscitando immediatamente entusiasmi e ottenendo un’apertura di credito incondizionata. L’elenco di genuflessioni parlamentari ed extraparlamentari a sinistra è lunghissimo. Basti in questa sede pensare al recente discorso davanti ai sindacalisti della Cisl durante il quale papa Francesco ha lanciato i suoi anatemi contro «le pensioni d’oro» perché sono «un’offesa al lavoro». Siamo tutti d’accordo che certi assegni mensili siano indecenti ma non un sopracciglio si è alzato per far notare a Bergoglio che lo Stato italiano elargisce queste pensioni sulla base di leggi italiane. Lui che c’entra? Tanto meno – da destra a sinistra, passando per i sindacati – c’è stato qualcuno che abbia avuto l’ardire di ricordare che sempre lo Stato italiano paga profumate pensioni, per dirne una, ai cappellani militari che rispondono agli ordini dei gerarchi vaticani. Anzi.

    A fronte di un (imbarazzante) silenzio tombale sull’ingerenza di un capo di Stato straniero negli affari italiani è via via montata una (altrettanto imbarazzante) marea di osanna dei media e degli opinionisti per la “sensibilità” del pontefice verso i lavoratori sotto pagati. È questa la reazione da quando il gesuita argentino ha pronunciato il fatidico «buonasera» di quattro anni fa. Una reazione che non tiene mai conto dell’inapplicabilità di una visione laica – che parta cioè dal rispetto dei diritti inalienabili della persona e dal pensiero che siamo tutti esseri umani dalla nascita – a un’organizzazione come quella della Chiesa cattolica che per sua natura e cultura si oppone a questi stessi princìpi. Davvero occorre ricordare ai fan progressisti di papa Francesco che costui oltre a essere il capo di una religione monoteista che crede nel peccato originale e nell’esistenza del diavolo, è un monarca assoluto a cui tutti i suoi sudditi devono obbedienza e che detiene i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sulla base di una elezione decisa da una casta di circa 200 persone, tutti uomini? Cosa c’è di sinistra in questo? E di laico? C’è per caso qualcosa di laico e di sinistra cui ispirarsi, nella consueta linea politica di marca gesuita, che consiste nel rimproverare gli sfruttatori e al tempo stesso predicare mansuetudine presso gli sfruttati, egregiamente sintetizzata da papa Francesco nel discorso pronunciato il 4 febbraio 2017 durante un incontro con il movimento dei Focolari? Nel mondo ideale di papa Francesco i ricchi rimangono ricchi e i poveri rimangono poveri. “I poveri vanno accompagnati”. Nulla viene detto o fatto per toglierli dalla condizione di povertà. È questa la nuova idea di uguaglianza a sinistra? Bergoglio lo ha detto chiaramente, basta leggere questa frase. «Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione». Quell’“economia che include i poveri” sta lì a dire che la realtà sociale di queste persone è per il papa immodificabile. Siamo ben lontani da un’economia che produce reddito e redistribuisce equamente ricchezza rimuovendo «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Così c’è scritto nel secondo comma dell’articolo 3 della nostra laica Costituzione. Per ridare slancio alla sinistra queste parole non sono assai più utili di quelle del gesuita papa Francesco? Domanda pleonastica.

    Torniamo infine alla stretta attualità e al modo in cui il papa sta conducendo la sua presunta battaglia contro la pedofilia nel clero. Cosa c’è di laico e di umano nel considerare un delitto contro la morale, cioè un’offesa a Dio, lo stupro di un bimbo di tre anni da parte di un adulto cinquantenne? E sempre a proposito di superamento delle disuguaglianze, è forse laica e di sinistra la frase pronunciata da papa Bergoglio l’8 gennaio 2014? «Un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato» disse nell’udienza generale a Santa Marta. Queste parole possono essere declinate in diversi modi, basti citarne uno per tutti: un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino ebreo. Di fondo c’è l’idea non proprio laica e di sinistra secondo cui l’identità umana è data dal battesimo. Se il battesimo non c’è, non ci sono nemmeno l’identità e l’uguaglianza tra esseri umani. La pretesa che i vari Bertinotti, Pisapia, Renzi, Fassina e tanti altri, hanno di indicarlo come guida morale della nostra società si scontra con questa visione della natura umana che distingue le persone cattoliche da quelle che non lo sono. È una visione figlia di una cultura che attraversa fino a oggi la storia millenaria poco edificante dell’istituzione che papa Francesco rappresenta, segnata da intolleranze verso le altre religioni monoteiste, da inaudite violenze contro le donne e gli eretici e dagli abusi psicologici e fisici su minori affidati alla sua cura.

    A proposito della pedofilia, si diceva, senza dover andare troppo lontano nel tempo ecco uno dei passaggi più significativi del durissimo atto di accusa delle Nazioni Unite contro la Santa Sede per la sua ambiguità nella gestione della pedofilia clericale, elaborato nel 2014 in virtù della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia: «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili».

    La Convenzione cui la Santa Sede aderisce, prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio. Secondo il Comitato Onu sui diritti dell’infanzia, l’essenza della Convenzione è stata ripetutamente e palesemente violata dal Vaticano, come si evince dal rapporto pubblicato il 5 febbraio 2014 al termine di una capillare inchiesta avviata a luglio del 2013. Pur senza citarli, l’Onu ha puntato quindi il dito contro gli ultimi tre capi della Chiesa: Francesco I, Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Il riferimento alle carenze normative non è casuale ed è tuttora valido. Già perché l’acclamatissimo inasprimento delle norme penali attuato da Francesco a cosa può davvero servire se per i “peccatori” la pena consiste nel dover recitare più avemmarie in un convento? Finché in Vaticano si continuerà a considerare le violenze sui bambini un peccato e non un reato, cioè un crimine contro la persona, la “tolleranza zero” contro la pedofilia ecclesiastica che tante volte abbiamo sentito invocare prima da Benedetto XVI e poi da Bergoglio sarà un annuncio fine a sé stesso. Buono solo per convincere parte dell’opinione pubblica che qualcosa effettivamente stia cambiando dopo decenni di complicità con migliaia di pedofili e impegni in serie non mantenuti. È questa la chiave per comprendere come mai papa Francesco abbia prima deciso di affidare a monsignor George Pell la guida del superministero dell’Economia, rimanendo sordo agli avvertimenti ricevuti ovunque, e poi lo abbia lasciato andare quando ormai era diventato indifendibile agli occhi dell’opinione pubblica. In cima ai pensieri di un papa c’è sempre la tutela dell’istituzione. L’obiettivo primario è quello di sostenerne l’immagine e il buon nome. Sempre. Le persone non contano. “Vatican first”, possiamo dire parafrasando Trump. Prima c’è la Chiesa, poi, se c’è tempo e spazio ci si può occupare delle persone (se sono battezzate). Ma anche qui c’è una gerarchia. In cima ai pensieri del papa non ci sono le vittime dei preti pedofili che da 40 anni in Australia attendono giustizia, ma il monsignore chiacchierato cui ha concesso l’aspettativa per andarsi a difendere di persona in Patria. Affinché tenga l’ormai ingombrante ombra lontana dalla Santa Sede. E se ancora siete perplessi, badate bene che lo ha rifatto. Consegnando le chiavi della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf), l’organismo della Santa Sede presso cui sono accentrati i processi più gravi per pedofilia, all’arcivescovo gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer. E cosa c’è nel palmares di questo monsignore? Nel 2012 quando era segretario della Cdf mise la sua firma insieme all’allora prefetto Llevada sulla sentenza di condanna di un prete pedofilo nella quale si intimava di non rendere pubblica la notizia. E che fine fece questo signore? Scontata la penitenza, con il suo bell’abito talare decise di diventare allenatore di una squadra di calcio giovanile. All’insaputa della condanna, tante famiglie gli affidarono i loro bambini. Nel 2015 è stato arrestato, questa volta dalla polizia italiana. Stando alle accuse ne ha violentati almeno dieci. E però Jorge Mario Bergoglio è un rivoluzionario, lava i piedi ai carcerati e ha detto «buonasera» a tutti.

    https://left.it/2017/08/17/un-tipo-sinistro