Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • Scandalo in Vaticano, un vescovo sotto processo canonico per pedofilia

    Scandalo in Vaticano, un vescovo sotto processo canonico per pedofilia

    Per la prima volta il Vaticano potrebbe condannare e ridurre allo stato laicale un alto prelato, monsignor Apuron, accusato di aver molestato dei chierichetti negli anni Settanta.

    Per la prima volta nella storia il Vaticano potrebbe condannare un vescovo accusato di pedofilia: se ritenuto colpevole, potrebbe essere dimesso allo stato laicale, subendo la più grave sanzione per un religioso comminata dalla Chiesa. A finire sotto processo è Anthony S. Apuron, di 72 anni, l’arcivescovo di Guam, una isola dell’Oceano Pacifico. Apuron era, forse, l’uomo più potente dell’isola: “avere problemi con Apuron voleva dire avere problemi con Dio” ha detto uno dei suoi accusatori.

    Le norme canoniche sono chiare: solo la Congregazione per la Dottrina della Fede può indagare su arcivescovi e vescovi, per questo il processo deve tenersi a Roma. Norme che sono state rafforzate, a tutela delle possibili vittime, sotto il pontificato di Benedetto XVI e che vengono seguite anche da papa Francesco. Al momento, non si conosce lo stato né la tempistica della procedura, che avrà conseguenze esclusivamente sotto il punto di vista canonico e non civile, cioè non comporterà una condanna al carcere a danno dell’arcivescovo. La conclusione del processo era attesa per l’inizio dell’estate, ma sembra che i tempi si siano allungati.

    Monsignor Apuron, che tuttora è a capo dell’arcidiocesi di Agana anche se il Vaticano lo ha già privato di ogni potere reale, deve rispondere di decine di accuse di stupro ed abuso sessuale nei confronti di chierichetti, avvenuti soprattutto negli anni Settanta. Oltre cento i casi finora denunciati a Guam, una isola con circa 180mila abitanti, in cui l’85 percento della popolazione è cattolica ed in cui si trovano 26 parrocchie. La Chiesa cattolica, dunque, ha un enorme potere nell’isola pacifica. Quattordici i religiosi coinvolti dalle accuse. Finora monsignor Apuron ha negato ogni implicazione personale, dicendo no a qualsiasi ipotesi di accordo con le presunte vittime o di patteggiamento nelle numerose cause civili che lo riguardano.

    Negli scorsi mesi papa Francesco ha spedito a Guam il cardinale Raymond Leo Burke per effettuare delle investigazioni. E’ evidente che il risultato del processo canonico influirà enormemente nella direzione che prenderanno le cause civili che, in realtà, vanno molto a rilento perchè un giudice dopo l’altro, in un territorio così piccolo, ha dovuto rinunciare a presiedere la corte avendo legami diretti con l’Arcidiocesi, con l’arcivescovo o con le vittime.

    Qualsiasi sia la conclusione del processo, monsignor Michael Jude Byrnes, che sta sostituendo Apuron nelle sue funzioni, ha già spiegato che è impossibile che quest’ultimo torni alla guida della Chiesa di Guam. “Sarebbe un disastro” ha detto, riferendosi al fatto che ormai il danno di immagine all’Arcidiocesi ha raggiunto dimensioni enormi. “Sono convinto – ha continuato – che questa arcidiocesi non riuscirà a trovare pace finchè non sarà chiaro che Apuron non è più il vescovo.” In realtà, i tentativi di far rimuovere Apuron dal Vaticano sono stati infruttuosi: a Roma si pretende che ci sia una formale condanna prima di costringerlo a farsi da parte.

    Intanto, negli scorsi giorni, è scoppiato uno scandalo nello scandalo. Uno degli inviati del Vaticano a Guam per indagare sul caso Apuron, è stato a sua volta accusato di molestie sessuali. Si tratta di padre Justin Wachs, che nel 2014 avrebbe toccato le parti intime di altro uomo e gli avrebbe inviato messaggi dal testo spinto. Padre Wachs, che aveva l’incarico di incontrare gli abitanti di Guam che avevano accusato Apuron si è subito dimesso dall’incarico ed è rientrato a Roma. “E’ una orribile rottura del patto di fiducia, questo potrebbe gettare il processo canonico in uno stato di limbo. – ha detto il rappresentante di una associazione che cura gli interessi di vittime di pedofilia, il Survivor Network of those Abused by Priests – Come si può credere che sia un processo giusto se questi sono gli uomini che se ne devono occupare? Alle vittime era stato detto che gli uomini che li interrogavano in assenza dei loro avvocati erano degni di fiducia.”

    http://www.fanpage.it/scandalo-in-vaticano-un-vescovo-sotto-processo-canonico-per-pedofilia/

  • SAVONA: la diocesi non indennizzerà le vittime. Vaticano non è questa la nostra politica

    SAVONA: la diocesi non indennizzerà le vittime. Vaticano non è questa la nostra politica

    Sembrava ci fosse l’intenzione di chiudere questo capitolo poco edificante, oramai lungo, sgradevole e pieno di dolore, evitando un ulteriore imbarazzante processo civile. Lo stesso vescovo di Savona, Calogero Marino, aveva in più occasioni sottolineato l’importanza di dare alle vittime un’opportunità per poter guardare avanti e dimenticare il passato.

    Nel giugno scorso, dopo una serie di incontri tra il vescovo Marino, i vertici della Rete L’ABUSO e i rispettivi avvocati, la diocesi di Savona si era impegnata a produrre un’offerta per indennizzare cinque delle vittime di don Nello Giraudo.

    Circa un mese dopo quell’ultimo incontro arriva la proposta della diocesi che lascia basite le vittime e i loro avvocati.

    L’offerta della diocesi consisteva nell’istituire un numero verde (gestito dalla chiesa) al quale le vittime potessero telefonare, oltre al sostegno medico: nulla di più di quello che già offre la mutua. Per quanto concerne un indennizzo economico, questo fu da subito escluso a priori in quanto da Roma fanno sapere che questa non è la politica della chiesa.

    Come il vescovo Calogero Marino sa bene, perché ha potuto vedere le relazioni mediche, le vittime sono in molti casi affette da patologie gravi, conseguenti agli abusi, patologie per via delle quali non trovano un lavoro e di conseguenza sono costrette a una vita indecorosa e spesso al limite dell’emarginazione.  È forte la delusione di una proposta indecente che tra l’altro non avrebbe portato alcun beneficio alle vittime: ma la buona volontà delle vittime nel voler raggiungere un accordo costruttivo, ha portato ad una contro proposta sull’unica opzione disponibile, ovvero il numero verde per le vittime.

    La Rete L’ABUSO da anni invita le vittime a denunciare gli abusi alle autorità civili in quanto, da come è ampliamente documentato oramai anche dalla stampa, nel 2017, ai tempi di papa Francesco, la chiesa insabbia ancora sistematicamente i casi, non esiste un solo precedente dove un membro del clero abbia denunciato alle autorità civili un collega criminale.

    Lo stesso neo eletto Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’organo vaticano che si occupa proprio dei casi di pedofilia) Francisco Ladaria Ferrer, come riporta L’ESPRESSO, è accusato di aver coperto il caso di don Gianni Trotta.

    Lo stesso Francisco Ladaria Ferrer si occupò in passato anche del caso savonese di don Giraudo (vedi allegati), ma a quanto ci racconta il carteggio sul caso, non intervenne, fu il prete – dopo essere stato indagato e condannato per abusi commessi nel 2005 – a dimettersi spontaneamente.

    Tenendo conto di quello che è nei fatti lo stato attuale delle cose, la contro proposta delle vittime sull’unica opzione disponibile, ovvero il numero verde, è stata quella di accettare, cercando di trasformare una proposta che nulla portava alle vittime, in qualcosa che invece fosse utile a molti.

    Abbiamo quindi proposto che il numero verde fosse gestito dalla Rete L’ABUSO, la quale tra le altre cose avrebbe dato un credito notevole al servizio. All’interno del call center avrebbero lavorato anche le cinque vittime, risolvendo così almeno il problema del lavoro.

    Al tempo stesso la Rete L’ABUSO garantiva alla chiesa che qualunque segnalazione ricevuta, sarebbe stata immediatamente trasmessa all’Autorità Giudiziaria.

    Ma forse le intenzioni del vescovo Calogero Marino che oggi sentito dai giornali non vuole replicare, non erano così caritatevoli come quelle fatte nelle varie dichiarazioni e tutta la trasparenza offerta dall’associazione, forse era un po’ troppo per una chiesa che vuole riparare i suoi errori con una pacca sulla spalla e qualche scusa di circostanza.

  • Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    Le intercettazioni che rivelano il ruolo del neo eletto arcivescovo di Milano nel caso di don Mauro Galli

    In una serie di intercettazioni telefoniche, effettuate dalla Procura di Milano, emerge il ruolo del neo arcivescovo Mario Delpini nella vicenda che vede coinvolto don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano (MI) accusato da un  giovane parrocchiano  di molestie sessuali ed attualmente sotto processo.

    Le intercettazioni sull’utenza di don Mauro sono rilevanti ma, al di la di quello che sembra, non tirano in ballo solamente monsignor Delpini. Ad un occhio esperto non sfugge il modus operandi della chiesa che, come vedremo, segue uno schema ben preciso e che ha obiettivi ben differenti da quelli che vengono dichiarati pubblicamente.

    Premesso quanto dichiarato da monsignor Mario Delpini (oggi arcivescovo di Milano) il 24 ottobre 2014 negli uffici della questura di milano;

    Per comprendere meglio è necessario fare una breve sintesi dei fatti e una piccola premessa.

    I presunti abusi da parte di don Mauro ai danni di un parrocchiano 15enne sarebbero avvenuti la notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011, immediatamente denunciati e, nei giorni successivi, portati all’attenzione dei vertici della diocesi di Milano.

    Tale diocesi però, come da manuale, approfittando del fatto che la vittima (come tutte del resto) e i suoi familiari fossero cattolici praticanti  , quindi persone che si fidavano della correttezza della chiesa e si sentivano ulteriormente rassicurate dalla tanto acclamata “tolleranza zero” di papa Francesco, prende tempo e riesce a far passare ben due anni e mezzo prima di fare qualcosa. Dopo di che si scoprirà che malgrado la denuncia, i vari incontri con il prelato di turno, i solleciti della vittima, dei familiari e degli stessi sacerdoti della parrocchia di Rozzano, nei confronti di don Mauro non era stato preso alcun provvedimento, nessun processo canonico, neppure una sospensione cautelare a Divinis, e questo malgrado lo stesso don Mauro avesse ammesso i fatti.

    Va detto che in casi come questo, dove la cosa non è di dominio pubblico, la tattica della chiesa è sempre stata, ed è tutt’ora (vedi il servizio de LA7), quella di cercare di tenere nell’ombra l’accaduto e limitare i danni per poi, una volta calmate le acque, reintegrare il sacerdote altrove. Il caso di don Francesco Rutigliano condannato per abuso di minore dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e mai denunciato all’autorità civile è esemplare. (Caso successivamente riportato anche nel libro di Emiliano Fittipaldi)

    Siamo nel luglio del 2014 quando, dopo tre anni, delusi dal comportamento della diocesi che, nei fatti, non era ancora minimamente intervenuta se non in favore del prete accusato “spostandolo” prima in un’altra parrocchia, e poi, con la scusa di valorizzarne i suoi studi, ne ha fatto perdere le tracce, la vittima supportata dai suoi familiari decide di denunciare, questa volta però presso l’autorità civile.

    È il 29 luglio del 2014 quando verrà depositata la denuncia, ma pochi giorni prima, per una pura coincidenza accade qualcosa che successivamente vedremo, spiazzerà la diocesi. Il 26 luglio un sacerdote trova nella cappella dell’ospedale San Giuseppe un bambino abbandonato. Quel sacerdote è don Mauro Galli. La notizia del ritrovamento del bimbo viene battuta da tutti i giornali rivelando anche che don Mauro è ancora a Milano e senza restrizione alcuna.

    Pochi giorni dopo, il 29 luglio, la vittima depositerà come abbiamo detto la sua denuncia e la magistratura si attiverà immediatamente. Già il 18 agosto l’utenza di don Mauro è sotto controllo e il 31 la diocesi sembra già informata della querela.

    Qualcuno si domanderà come abbia fatto la diocesi a sapere in così breve tempo della querela?

    Semplice: glielo potrebbe aver detto la stessa magistratura vincolata da un articolo contenuto nel protocollo addizionale (art.2 punto B) dei Patti Lateranensi che recita “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”. Un privilegio che tutti gli indagati d’Italia vorrebbero avere…

    Al di la di come la diocesi abbia appreso la notizia, tanto sono stati immobili e omertosi quando si trattava di rendere giustizia alla vittima, quanto sono stati rapidi e efficienti nel soccorrere il sacerdote invece.

    La prima intercettazione utile è del 31/8/2014 quando don Mauro parlando al telefono con un collega;

    UT (utente): MAURO  INT (interlocutore): UOMO

    ” UOMO: “pronto?

    MAURO: eccomi qua, scusami ma sono a XXXXX a dormire e avendo la camera di fianco a XXXXX e company ho preferito uscire. Tutto bene?

    UOMO: si io si, te?

    MAURO: eeeh… (ride) la domanda di riserva? No… nel senso che non so niente di che, oggi ho ricevuto alle dodici… dodici e uno una email di Delpini (probabilmente don Mario Delpini ndr) che diceva “sei da queste parti… eh… telefonami, scrivimi che ho bisogno di vederti” e allora io anche se ero all’estero l’ho chiamato subito e ho detto… dice no no dai, fissiamo un appuntamento così ci vediamo giovedì che ho bisogno di dirti delle cose… al che vabbè, non è che sono proprio deficiente, per cui la prima domanda che gli ho fatto è “MI DEVO PREOCCUPARE?” e lui… silenzio, dice “eeeh…” siccome non diceva niente, dico “MA HO COMBINATO ANCORA QUALCOSA?” dice “NO, NO, IL PROBLEMA NON E’ QUELLO CHE HAI COMBINATO TU, MA QUELLO CHE HANNO COMBINATO GLI ALTRI… COMUNQUE NON E’ IL CASO CHE NE PARLIAMO PER TELEFONO, VIENI QUI CHE TI SPIEGO.” (breve pausa) Mi ha detto l’unica frase che ha detto “POI DOBBIAMO STARE MOLTO ATTENTI”, ha chiuso così.”

     La conversazione prosegue con le riflessioni degli interlocutori e ad un certo punto;

    MAURO: eh… cosa ti devo dire… ma io guarda cioè… nel senso che… posso anche immaginare che cappero è successo, (disturbo di sottofondo) LA QUESTIONE E’ QUELLA FAMOSA DEL BAMBINO, FINITO COME EROE DA TUTTE LE PARTI, QUESTA COSA NON CI VA BENE.

    UOMO: ma dici che è quello…?

    MAURO: però.. io spero sia quello, nel senso che se è così vabbeh…”

    È verosimile pensare che i timori di Delpini nel non voler parlare al telefono con don Mauro (che infatti contatta via mail) fossero dovuti alla consapevolezza che potessero esserci delle utenze sotto controllo. Si spiega anche l’irritazione per la vicenda del neonato trovato da don Mauro più di un mese prima, vicenda che a questo punto non era più pericolosa solo per il fatto che avrebbe confermato alla vittima che il sacerdote, malgrado tutto, era ancora a Milano, ma perché con un’indagine aperta sarebbe potuta diventare (come è stato) una delle prove agli atti che la diocesi non ha preso nessun provvedimento restrittivo o cautelativo lasciando don Mauro ufficialmente senza parrocchia, ma libero di girare ovunque… e lo ha fatto credetemi.

    Pochi giorni dopo, il 4 settembre 2014, don Mauro incontra mons. Mario Delpini, non sappiamo cosa si siano detti nell’incontro, anche se possiamo immaginarlo perchè appena uscito don Mauro contatta uno studio legale al quale si presenta a nome di mos. Mario Delpini sottolineando all’interlocutore che il monsignore ha già parlato con  l’avvocato. Si incontreranno il giorno successivo.

    Quanto accade nelle ore successive a quell’incontro è inquietante, tra i messaggi di amici e colleghi preoccupati che pregano per lui, emerge uno scenario di totale omertà, tanti sanno della vicenda e paiono muoversi in favore del sacerdote.

    In un altro stralcio di intercettazione si intuisce anche quanto le gerarchie siano state tolleranti e generose con don Mauro il quale sembrerebbe evidente che malgrado la gravità della situazione avesse accondiscendenza nell’utilizzare un’altra carta offerta dalla diocesi;

    “ MAURO: io guarda… io non ne posso… io davvero non ne posso più nel senso che in tutta questa cosa qui adesso non so cosa salterà fuori, però io piuttosto dico guardi io cambio anche diocesi e non me ne frega niente… però… mi dispiace però a questo punto se deve servire a essere tranquilli io mi (rumori) a Roma, poi nessuno mi vede più, vado in un’altra diocesi e vaffambagno… cioè, cosa devo fare? ”

    Un totale di 1789 intercettazioni nelle quali si ripetono sostanzialmente le stesse argomentazioni, si scoprirà che don Mauro, probabilmente temendo di essere controllato dagli inquirenti, attiverà una seconda sim e in più occasioni verrà chiamato in causa monsignor Delpini che, come sembrerebbe evidente, ha avuto un ruolo attivo nella vicenda.

    Ora, al di la della rilevanza delle intercettazioni che sono un documento eccezionale, più avanti spiegherò il perche, credo sia utile fare alcune riflessioni e vedere le cose in modo un pò più approfondito per capire quale è il meccanismo che la chiesa utilizza ancora oggi sistematicamente per insabbiare e perché questo meccanismo sia civilmente inaccettabile.

    Partiamo da un dato di fatto che potete verificare tutti ovvero, chi di voi sa di un solo precedente dove vediamo un sacerdote o un vescovo denunciare un crimine di pedofilia all’autorità giudiziaria?

    Aiutatevi pure con internet ma vi avviso che non troverete un solo caso, e non mi limito all’Italia.

    Possiamo quindi dire che la chiesa omette sistematicamente la denuncia all’autorità civile?

    Direi proprio di si.

    È vero che la chiesa ha i suoi tribunali, ma è anche vero che questi non sono neppure lontanamente equiparabili a quelli civili, uno perché la massima pena che possono infliggere a un prete criminale è la scomunica, due perché in un processo canonico seduto al banco della vittima non c’è chi ha subito l’abuso, ma Dio, il prete e la vittima invece stanno seduti al banco degli imputati, rei con il loro gesto di aver arrecato un’offesa a Dio e provate a indovinare chi dei due è il “tentatore”… (Leggi l’approfondimento sui tribunali canonici)

    Va anche detto che i tribunali canonici, in più del 90% dei casi (come testimonia oramai persino la cronaca), si attivano non quando la vittima denuncia alla chiesa, ma solo quando la cosa finisce sui giornali o in tribunale, esattamente come nel caso di don Galli. (gennaio 2015, tre anni e un mese dopo la prima denuncia fatta alle autorità diocesane e sei mesi  dopo l’apertura di una indagine della magistratura).

    Ora, per carità, la chiesa ha tutto il diritto di fare i suoi processi ma ne converrete che nei confronti delle vittime e sotto l’aspetto preventivo l’esito di questi processi non ha alcuna utilità, anzi stando a quanto prevede il Trattato di Lanzarote, che l’Italia ha ratificato nell’ottobre del 2013, nei processi canonici si violerebbero anche quelle che sono le regole di base che tutelano i diritti delle vittime di abusi durante i processi.

    Per fortuna esiste la legge civile, certamente più concreta ed efficace che però, come vedremo, da dei privilegi al clero di fronte ai quali i cittadini ne restano pesantemente penalizzati e costretti, loro malgrado, a subire una disparità di trattamento notevole.

    Parlo del Protocollo Addizionale dei Patti Lateranensi (che l’ONU nel 2014 chiese sia allo Stato Italiano, sia alla Chiesa di rivedere) il quale prevede che “La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”.

    Durante un’indagine è fondamentale che gli inquirenti possano investigare nel massimo riserbo e, soprattutto, all’insaputa dell’indagato che, diversamente, starebbe attento a quello che fa e a dove va, a ciò che dice al telefono, insomma prenderebbe tutte le precauzioni per tutelarsi dall’indagine e se possibile inquinerebbe probabilmente anche le prove. Per questo prima dicevo che le intercettazioni a don Galli, al di la del contenuto che è rilevante, mostrano anche verosimilmente quelle che sono state le mosse della chiesa che si muove in un sottobosco decisamente poco rassicurante, come abbiamo visto assolutamente omissivo, pieno di connivenze e complicità.

    Lo stesso Bergoglio che da un lato promette tolleranza zero e punizioni severe nei confronti dei vescovi insabbiatori, dall’altro, senza muoverci di un centimetro dal caso Galli (perché ce ne sarebbero anche altri), promuove un vescovo come Delpini, che al momento è accusato di aver insabbiato, arcivescovo di una delle diocesi più grandi d’Italia, quella di Milano.

    Pensavamo che con Papa Francesco al timone, la Chiesa fosse sulla strada della trasparenza e invece, a quattro anni dalla sua elezione, le vittime lamentano ancora di essere ignorate, due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che hanno coperto gli abusi è mai stato punito.

    Il quadro che emerge è quello di una chiesa che è sbagliato dire non abbia fatto nulla nei confronti della pedofilia clericale, ha fatto moltissimo infatti esistono in Italia ben 5 comunità per preti con devianze. Esiste un supporto legale ai preti accusati spesso fornito direttamente dalle diocesi tant’è che diversi studi in Italia hanno scelto di specializzarsi nella difesa dei preti pedofili.

    Quello che non esiste, è qualcosa per le vittime alle quali la chiesa per ora neppure risponde lasciandole incivilmente senza giustizia e con il supporto legale che “come una madre amorevole” da ai suoi criminali, le mette spesso per non dire sempre in inferiorità perchè non in grado di permettersi una difesa alla pari.

    In tutto ciò è importante e doveroso fare una ulteriore riflessione perché c’è un problema di fondo, la magistratura si muove in base alla legge (fatta dal legislatore) che deve applicare anche quando questa è resa assurda da articoli invalidanti come quello del concordato che abbiamo citato prima, la chiesa, o almeno i suoi vertici, dimostrano di avere una coscienza civile profonda quanto una pozzanghera e non si fanno scrupolo nell’agire anche contro le vittime in modo criminale, d’altra parte lo stato Italiano glielo permette…

    Eccolo il problema, l’assenza più totale del Goveno Italiano, anzi l’atteggiamento omissivo che questo ha avuto in materia negli ultimi 15 anni. Un Governo che è venuto meno ai suoi doveri tradendo di fatto i cittadini italiani ai quali nega una doverosa tutela su fatti ampliamente conclamati.

    A più di 15 anni dallo scandalo iniziato negli USA nel 1998, il Governo Italiano non ha ancora neppure messo in agenda una commissione parlamentare di inchiesta per poter quantificare l’entità del problema, stessa cosa vale per le raccomandazioni fatte al Governo dall’ONU, ignorate in toto.

    L’unica cosa che ha fatto, non per coscienza ma in conseguenza alla ratifica dei vari trattati tra cui quello di Lanzarote, è stata l’applicazione del certificato antipedofilia, che a danno dei cittadini e per non scontentare lo Stato estero del Vaticano al quale i nostri politici sono perennemente genuflessi, nella sua applicazione ha lasciato esente la categoria del volontariato, alla quale tò, appartengono anche i preti, ma anche allenatori di calcio, scout ecc. ecc.

    Oltre al danno la beffa perché adesso i pedofili (non solo quelli in abito talare) sanno dove poter andare a cercare le proprie prede senza bisogno di esibire il certificato.

    Direi geniale …

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO.


    Improbabili verità di “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti”

    Caso mons. Delpini; DIFFIDATO il portale della Chiesa di Milano

  • Violenze sui bambini a Ratisbona, ora la Cei deve imparare la lezione

    Violenze sui bambini a Ratisbona, ora la Cei deve imparare la lezione

    Gli abusi di Ratisbona interpellano la gerarchia ecclesiastica italiana. La Baviera non è una lontana landa esotica. Basterebbe ricordare per l’Italia le denunce di tanti allievi sordomuti dell’Istituto Antonio Provolo di Verona, che hanno reclamato giustizia per le sevizie subite, e la successiva scoperta che una catena di violenze sessuali era stata perpetrata anche in una “filiale” dell’Istituto Provolo a Lujan in Argentina.

    Dunque le nostre autorità ecclesiastiche non hanno nessun motivo di arroccarsi in quella posizione di tenace passività, che fu scelta a suo tempo dalla Conferenza episcopale italiana, quando emanando le Linee-guida sulla materia non solo scelse di non impegnare categoricamente i vescovi a denunciare i crimini di cui fossero venuti a conoscenza, ma decise anche di non mettere in piedi strutture, che facilitassero l’emergere di crimini e monitorassero il fenomeno a livello centrale. C’è anche un altro modo, ampiamente praticato, di lasciare che le cose non cambino.

    E’ quello a cui abbiamo assistito in questi giorni. Dichiarare che “bisogna andare avanti nel fare pulizia”, rimanendo poi fermi. La lezione di Ratisbona è di una chiarezza esemplare. Si rende giustizia alle vittime quando – avvertito di uno scandalo – il vescovo locale cerca attivamente la verità. Il cardinale Mueller prima di essere prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (appena licenziato da papa Francesco) è stato vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012. Diffusesi le denunce sugli abusi nel coro dei ragazzi della cattedrale, se l’era cavata con la formazione di una commissione di esperti e una lettera pastorale in cui sollecitava le vittime a farsi avanti. I risultati non si erano visti.

    La svolta è avvenuta con il nuovo vescovo Rudolf Voderholzer, che ha incaricato una personalità indipendente, l’avvocato Ulrich Weber, a fare un’indagine approfondita. Nell’arco di due anni, ricercando e ascoltando molti testimoni, Weber ha compilato un dossier documentatissimo con il risultato di provare (dal 1945 ai primi anni ’90) oltre cinquecento casi di maltrattamenti punitivi nel convitto aggregato al coro e 67 casi di violenze sessuali. Sono state individuati 49 responsabili.

    Lezione nr.1: si trova la verità sugli abusi solo se l’autorità ecclesiastica si impegna a cercarla attivamente, non stando seduta ad aspettare che le vittime trovino la forza di superare il proprio trauma.

    Lezione nr.2: l’indagine va affidata a una personalità indipendente, dal momento che decenni e secoli di omertà hanno segnato l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche rispetto a questi crimini.

    Lezione nr. 3: le vittime vanno risarcite dalla diocesi, che non ha esercitato la giusta e necessaria vigilanza sul clero e sugli addetti laici, non trincerandosi (come fanno i vescovi italiani) dietro al fatto che la responsabilità penale è personale.

    Lezione nr.4: l’operazione verità deve essere compiuta a prescindere dall’eventuale prescrizione dettata dalle leggi dello Stato e, se qualcuno dei responsabili ecclesiastici è ancora vivo (non sembra essere il caso di Ratisbona), va processato secondo la legge canonica e privato del sacerdozio.

    Perché il punto fondamentale – come chiarì papa Ratzinger nel 2010 nella sua Lettera ai cattolici d’Irlanda – è che la preoccupazione centrale delle gerarchie ecclesiastiche deve essere rivolta alle vittime e non alla tutela del prestigio della Chiesa in nome del quale per secoli sono stati occultati crimini. Occuparsi delle vittime significa in concreto rendere loro giustizia, portando alla luce pubblicamente le responsabilità dei preti criminali e punendoli. Questo è il punto.

    Recentemente è stato documentato che in Sicilia il prete Paolo Turturro, punito con il carcere per atti pedofili e salvatosi invece da un’altra condanna per una violenza provata, ma prescritta, continua tranquillamente a seguire, celebrando messa, una sua comunità frequentata da adulti e da minori.

    La questione Ratisbona interpella dunque la Conferenza episcopale italiana perché se le tante vittime ancora nell’ombra hanno un sacrosanto diritto alla giustizia, allora è il momento che la nuova dirigenza della Cei – rafforzata dalle nuove nomine di vescovi che da Palermo a Bologna a Milano vengono citate per la loro sensibilità di parroci – prenda in mano la situazione con spirito nuovo. Non c’è bisogno di inventare nulla. Le Conferenze episcopali più concrete in Nord- Europa e nel Nord-America hanno già fissato una serie di prassi efficaci.

    1. Creazione nelle diocesi di équipe di sacerdoti e psicologi a cui una vittima può rivolgersi.

    2. Istituzione di un vescovo che a livello nazionale segua le diocesi per verificare che le linee-guida in tema di contrasto agli abusi siano applicate.

    3. Messa in campo di un sistema di risarcimenti.

    4. Pubblicazione di un rapporto annuale sulle azioni intraprese per tutelare e rendere giustizia alle vittime di violenze sessuali.

    5. Apertura di indagini affidate a personalità indipendenti nel caso di denunce su catene di violenze in particolari comunità o istituzioni.

    Non c’è nulla da inventare, solo da mettersi al lavoro. A suo modo è un’occasione storica per la Cei.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/23/violenze-sui-bambini-a-ratisbona-ora-la-cei-deve-imparare-la-lezione/3747625/

  • [L’inchiesta] Il Papa, il prete antimafia condannato per pedofilia e la rivolta dei fedeli: “è stato incastrato da Cosa Nostra”

    [L’inchiesta] Il Papa, il prete antimafia condannato per pedofilia e la rivolta dei fedeli: “è stato incastrato da Cosa Nostra”

    Dopo aver scontato la pena in carcere doveva essere sospeso ma la città di Palermo è divisa sul caso del sacerdote e si aspetta una posizione chiarificatrice dell’arcivescovo che sta esaminando la questione sulla quale dovrà rispondere al Papa

    Don Turturro è un caso difficile da risolvere per la curia di Palermo, o almeno delicato, non tanto perché questo sacerdote,noto per le sue lotte antimafia è finito in carcere per abusi sessuali nei confronti di almeno due minori, quanto piuttosto perché il suo caso continua a dividere la città tra innocentisti e colpevolisti. E perché dopo l’anno e mezzo trascorso all’Ucciardone, uscito di galera don Turturro ha ripreso a dire messa facendo pensare che nessun provvedimento canonico sia stato preso nei suoi confronti. Ciò ha scandalizzato quanti pensano incredibile la lentezza di intervento dell’autorità ecclesiastica nell’applicare le nuove norme di Papa Francesco che nei confronti dei preti pedofili e dei vescovi che li coprono chiede di applicare la tolleranza zero.

    In realtà dicono gli avversari di don Turturro il prete doveva , come minimo, già da tempo essere stato sospeso a divinis mentre, invece, ha continuato indisturbato a celebrare anche dopo la sentenza della Cassazione che confermava la sua colpevolezza. Oppure per don Turturro le norme ordinarie non contano e nel suo caso si può prevedere un’eccezione? I suoi sostenitori pensano proprio questo: la condanna è ingiusta perché colpisce un innocente con l’accusa di un crimine odioso. Si tratterebbeinsomma di un bel capolavoro mafioso per screditare la credibilità del prete che ha tuonato sempre dal pulpito contro la malavita dalla sua parrocchia proprio di rimpetto al carcere Ucciardone. I mafiosi non potevano sopportare più a lungo il lavoro di redenzione sociale portato avanti da don Turturro e farlo accusare di pedofilia da qualche ragazzino non è stata impresa difficile.

    Al di là di questi sentimenti polarizzati dei palermitani, Tiscali.it ha cercato di saperne di più soprattutto dall’autorità che può fare chiarezza su un sacerdote riconosciuto colpevole di pedofilia. Ma dalla curia palermitana, guidata da poco meno di due anni dall’arcivescovo Corrado Lorefice, ritenuto da tutti un pastore sulla linea di Papa Francesco, si sono chiusi nel massimo riserbo e l’unica cosa certa è stata la conferma che l’arcivescovo sta studiando il caso prima di dire la sua. Nessun altro particolare ufficiale o ufficioso.

    Tante le domande che l’opinione pubblica si pone: don Turturro viene considerato dalla Chiesa colpevole o innocente? Può l’istituzione ecclesiastica ignorare una sentenza di Cassazione senza prenderne atto e comportarsi di conseguenza? C’è stato un procedimento canonico nei confronti del prete e con quale esito? Lasciare che don Turturro possa celebrare indisturbato dopo aver scontato il carcere non è ignorare le disposizioni del papa in materia di pedofilia del clero? La curia durante il precedente governo del cardinale Romeo, predecessore di Lorefice aveva fondati motivi di ritenere innocente don Turturro, contro ogni evidenza giudiziaria e, quindi, obbligata a difendere un innocente accusato ingiustamente?

    Anche alla luce di scandali di pedofilia che vengono continuamente alla luce questi giorni come la storia dei Piccoli cantori del Coro di Ratisbona dove almeno 57 sono stati i ragazzi abusati da ecclesiastici senza che chi sapeva reagisse, o come la delicata questione del cardinale australiano Pell che Francesco ha rinviato in patria a difendersi nel processo che sta per iniziare, l’attesa della pubblica opinione su quanto l’arcivescovo di Palermo potrà decidere circa la posizione canonica di don Turturro, diventa febbrile. Tanto più che ora si punta ad applicare sollecitamente la normativa che controlla l’azione dei vescovi nei confronti del clero accusato di pedofilia.

    Dal mese di giugno dello scorso anno è in vigore  una norma secondo la quale i vescovi che coprono i preti pedofili saranno rimossi. Con un documento intitolato “Come una madre amorevole”, Bergoglio ha stabilito che da quella data in poi i casi di negligenza saranno esaminati dalle 4 congregazioni competenti (Vescovi, Evangelizzazione dei popoli, Chiese Orientali e Istituti di vita consacrata) e poi la decisione finale sulla rimozione del vescovo sarà presa dal Papa che sarà assistito da un apposito Collegio di giuristi costituito da cardinali e vescovi. Esisteva già il canone 193,  dal 1983, ovvero da quando san Giovanni Paolo II riformò e approvò la legge della Chiesa cattolica tuttora in vigore. Ma evidentemente la norma non veniva applicata.

    In un primo tempo Francesco, insieme al Consiglio di cardinali che lo assiste nel governo della Chiesa e nella riforma della Curia romana, il cosiddetto “C9”, aveva ipotizzato di istituire una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i presuli che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza sessuale dei loro preti su minori. Ma alla fine la scelta è stata quella di fare in modo che la legge già in vigore fosse applicata con rigore. A questo punto il futuro di don Turturro dipende dall’arcivescovo.

    http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/prete-anmafia-condannato-pedofilia-rivolta-fedeli/

  • Tutto tace sui preti pedofili, così il demone celebra messa. In tre anni la commissione vaticana ha fatto poco

    Tutto tace sui preti pedofili, così il demone celebra messa. In tre anni la commissione vaticana ha fatto poco

    di Carmine Gazzanni

    Lo Stato tace. Il Vaticano nasconde. E alla fine il demone resta in casa. E in chiesa. Quello degli abusi sui minori perpetrati dai sacerdoti è un problema di cui poco si parla, salvo quando scoppia il caso mediatico che fa ripiombare tutti, fedeli e non, ecclesiastici e laici, dinanzi a una croce di cui Stato e Chiesa dovrebbero farsi carico. Già, perché non c’è solo lo spaventoso caso dei 547 bambini abusati a Ratisbona: le diocesi sono piene di preti pedofili e vescovi “insabbiatori”. Basti questo: “Noi siamo andati indietro di 15 anni e abbiamo ricostruito, solo in Italia, 132 condanne in via definitiva e oltre cento preti indagati attualmente”, ci dice Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, che da anni si occupa del fenomeno. “Il dato però è evidentemente parziale”, precisa ancora Zanardi.

    Le istituzioni tacciono – È evidente che bisognerebbe fare di più. Ed è qui, appunto, che lo Stato italiano sarebbe potuto intervenire. Perché, a differenza della gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, non c’è in Italia una commissione parlamentare ad hoc. Né mai c’è stata. Eppure le richieste sono state avanzate. Quanto ci racconta Zanardi lascia senza fiato: “nel 2013 abbiamo girato un’interrogazione ad Alberto Airola (M5S), affinché la presentasse. Dopo diverse rassicurazioni, alla fine non è mai stata depositata”. L’associazione, però, non si è persa d’animo. E ci ha riprovato, nel 2015, con la senatrice Pd Donatella Albano: “con lei siamo riusciti a depositarla, ma dopo poco tempo ci ha ricontattato dicendo che il suo gruppo in Senato gliel’aveva fatta ritirare”. Ora la palla pare essere in mano a un altro pentastellato, Matteo Mantero, che sta provando a depositare un’interrogazione in cui, tra le alte cose, si chiederebbe anche l’istituzione di una commissione parlamentare. Che servirebbe, eccome: nel 2014, non a caso, gli abusi sui minori dei sacerdoti cattolici sono finiti pure sotto la valutazione del Comitato Onu contro la tortura, che ha chiesto espressamente che il Vaticano avviasse una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi (fornendo tutte le informazioni in possesso della Congregazione per la dottrina della fede), che la sospensione dei sacerdoti accusati avvenga immediatamente, e siano previste sanzioni effettive per i superiori che coprono casi di abuso.

    Ma soprattutto è stata sollecitata la revisione dei Patti Lateranensi, specificatamente nella parte in cui si solleva la gerarchia dall’obbligo di denuncia. In altri termini, parliamo dell’obbligo per la diocesi di denunciare i casi di pedofilia e di quello per il vescovo di rispondere dei casi stessi essendo il diretto superiore dei sacerdoti. Ed è proprio questo uno degli aspetti più controversi. “Bisogna tener sempre presente – continua Zanardi – che i tribunali vaticani possono arrivare al massimo alla scomunica. Non sono contrario al procedimento canonico, ma è necessario che ci sia un procedimento anche giudiziario. Perché altrimenti il rischio è che se prima avevi un sacerdote pedofilo, finisci con l’avere un pedofilo non più sacerdote”. Ma attenzione: ci sono anche casi in cui a una condanna penale non segue alcuna scomunica, con la conseguenza che poi il sacerdote torna a celebrare messa. L’ultimo caso a Palermo: è stato condannato per pedofilia ed ha scontato la pena in carcere. Ed ora don Paolo Turturro, 67 anni, è tornato libero. Vive al Borgo della pace fondato nelle campagne di Baucina e celebra messa nelle chiese della diocesi. Il motivo? Nonostante la condanna definitiva a sei anni, come ricorda il Giornale di Sicilia, la Chiesa non lo ha mai sospeso a divinis.

    Bacchettati – E passiamo proprio al Vaticano. Bisogna ammettere che, appena insediatosi, Bergoglio ha subito pensato ad istituire una commissione specificatamente preposta al monitoraggio del fenomeno. Peccato però che, ad oggi, risultati non se ne sono visti. Anzi, nel giro di pochi mesi i due componente laici, Peter Saunders e Maria Collins, sono usciti dalla stessa commissione, lanciando un duro j’accuse: “Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero”, aveva detto alla Bbc Saunders in una sferzante intervista. Il punto, ci spiega ancora Zanardi, “è che in realtà il fine è diverso da quel che si crede: la commissione Vaticana non lavora per le vittime o per arginare il fenomeno, ma ha il compito di valutare in base al Paese le strategie da mettere in campo per tirarsene fuori”. Pensiamo a cosa è accaduto in Svizzera, dove il governo ha aperto una finestra temporale di sei mesi su tutti gli abusi sessuali e così anche le vittime prescritte hanno potuto denunciare. “La Chiesa – dice ancora Zanardi – ha preso immediatamente i suoi provvedimenti, offrendo risarcimenti alle vittime, per evitare spese legali più ampie ed eventuali condanne”. A differenza di quanto mai fatto in Italia dalla Cei.

    Solo parole – Il punto, però, è che il primo passo non può che essere della Santa Sede. Da più di due anni l’Onu ha chiesto espressamente al Vaticano una revisione del suo assetto normativo, in particolare del Codice di diritto Canonico. Perché? Semplice: esiste una Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, ratificata peraltro nel 1990 dalla Santa Sede. Il documento prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori. Ecco, nel 2014 l’Onu ha chiesto al Vaticano una completa aderenza alla Convenzione: perché “gli abusi sessuali dei bambini non sono un delitto contro la morale ma crimini”. Eppure Bergoglio ha, come detto, sin da subito fatto leva sull’esigenza di affrontare la grana interna. Ma non basta, ci dice ancora Zanardi: “Ogni giorno in cui si rimanda il problema, automaticamente rendi sacrificabili i bambini. Capisco le sue buone intenzioni, ma se ha una corte che gli impedisce di fare, capisci che propagandare dal 2013, non ha senso”. Senza dimenticare che, al di là della vulgata del Papa al telefono, diverse sono state le lettere inviate al Pontefice dalle vittime di abusi di preti: “non è mai arrivata una risposta”, conclude Zanardi.

    Twitter: @CarmineGazzanni

    http://www.lanotiziagiornale.it/preti-pedofili-commissione-vaticano-chiesa-abusi-su-minori/

  • Don Granuzzo, l’abusatore di bambini sordi che è scappato in tempo in Argentina

    Don Granuzzo, l’abusatore di bambini sordi che è scappato in tempo in Argentina

    di Daniel Satur – Giovanni Granuzzo con Gustavo Chamorro (attuale direttore del Provolo de La Plata)

    “Da oggi padre John sarà il legale rappresentante del nostro istituto. Per noi è molto importante perchè, mentre diciamo addio al caro padre Nicola (Nicola Corradi), che sarà il responsabile del nostro nuovo istituto di Mendoza, dove porterà tutta la sua esperienza e l’amore per i bambini sordi”.

    Con questa breve presentazione, gli insegnanti e i docenti dell’istituto Provolo di La Plata annunciarono, un pomeriggio dei primi mesi del 1998 alcuni cambiamenti nel collegio e nella scuola. E ‘stato uno dei momenti di maggior splendore ed espansione dell’Istituto, fondato nella capitale Buenos Aires nel 1914. Quasi nel ventesimo secolo, il trattamento preferenziale ricevuto dal Arcivescovo di La Plata si aggiungeva il prestigio come educatori dei bambini e i giovani con disabilità uditive.

    Padre John non era altri che Giovanni Granuzzo, sessantenne italiano che tornava a La Plata per la seconda volta (la prima è stata negli anni ’80). Sempre sobrio, molto colto, Granuzzo era stato chiamato per sostituire, in qualità di rappresentante legale dell’istituto, suo connazionale Nicola Corradi, che a sua volta era stato chiamato a “espandere l’opera” in altre terre. La sua nuova destinazione era Lujan de Cuyo, dove avrebbe avuto un intero Istituto nelle sue mani.

    Corretto e seduttore

    Tutto il personale dell’istituto aveva un grande rispetto verso di lui. E sebbene non avesse contatto quotidiano con gli studenti, era solito dimostrare che sapeva quasi tutto ciò che succedeva. Sempre un caloroso benvenuto ai professori e insegnanti. Oltre hai suoi doveri amministrativi, Don Granuzzo diceva regolarmente messa nella scuola.

    Alcune delle persone che hanno lavorato vicino lui sono d’accordo sul fatto che una delle sue passioni era quello di “formare i novizi”. Granuzzo guidato in modo eccellente da un gruppo di giovani che vivevano in un’ala esterna dell’istituto, che si trova proprio di fronte alla scuola (quasi all’angolo tra 25 e 47). Non insegnava presso la scuola, ma i novizi li aveva sotto il suo comando.

    “Molti di questi ragazzi venivano dal Paraguay e dall’interno del paese,” ricordano le fonti. E c’è chi assicura che uno di quei novizi è diventato un prete, il suo braccio destro e ora vive in Italia. Probabilmente con lui.

    Da quasi tre anni Granuzzo è tornato nella sua nativa Italia. Nessuno dubita che si sia trattato di un trasferimento obbligato, ma ci sono divergenze sui motivi. Alcuni assicurano che volevano come vice direttore della sede di Verona. Ma ci sono anche quelli che pensano (in particolare tra il personale meno compromesso “nell’opera”) che probabilmente vedevano avvicinarsi il pericolo che esplodesse la situazione degli abusi a Mendoza e quindi la decisione di rimpatriarlo.

    Sulla vicenda parecchi sospetti. Perché, all’inizio degli anni 80 e avevdo preso la cittadinanza argentina (DNI 18.212.849) è dovuto rientrare in Italia abbandondo la sua nuova patria?

    Nessuna delle fonti che ha parlato con questo giornale sa rispondere a questa domanda. Nessuno può credere che padre Giovanni habbia deciso, senza un motivo valido, di lasciare suoi novizi, con i quali aveva un rapporto più che speciale ( si dice di “complicità e molta intesa”).

    “Perché Don Granuzzo doveva cambiare la sua vita così tranquilla facendo un passo così carico di molte altre responsabilità?” Si domanda un’ insegnante che ha trascorso molti anni nella scuola superiore e conosce molte storie.

    Una risposta possibile sarebbe, forse, che la tranquillità non sarebbe durata a lungo. Soprattutto se alcune delle vittime di Granuzzo avessero iniziato a parlare. Così sarebbe stato meglio fuggire in tempo . Anche con 80 anni.

    Oggi “Padre Giovanni” vive a Verona, presso lo stesso istituto che lo ha visto “consacrare” e vale la pena ricordare, è il più sicuro della sua congregazione. Non è noto se il suo ex novizio di La Plata è con lui. Non gli manca di certo la compagnia che lo aiutino a superare nei suoi ultimi anni di vita e la nostalgia per l’Argentina.

    Tuttavia, ogni due per tre si sveglia di soprassalto ed è solito passare giornate intere con un fastidioso timore. Sa che il suo attaccamento a La Plata non era solo sentimentale ma anche una protezione.

    80s: Granuzzo (in alto al centro), Spinelli (lato destro), Primati (in alto a destra) e Corradi (in basso a sinistra) nel Provolo di La Plata

    “Io avevo 12 anni e lui 26”

    Granuzzo non condivide con Nicola Corradi, Giuseppe Spinelli e Eliseo Primati solo nazionalità e religione. I quattro fanno parte di una legione di abusatori sessuali dell’istituto Provolo di Verona che, dopo aver commesso innumerevoli crimini tra gli anni ’50 e ’80, sono stati “trasferiti” ad altre latitudini.

    “Ho subito abusi sessuali da Don Granuzzo e ho assistito alle sue molestie su altri compagni. Mi ha molestato per circa tre anni. Sono stato un allievo dell’Istituto Antonio Provolo di Verona, tra i 9 ei 16 anni. Io avevo 12 o 13 anni e lui circa 26  “, dice Gianni Bisoli a L’Izquierda ufficiale dall’Italia.

    Oggi ha 69 anni e da quasi dieci, insieme ad altri sopravvissuti, si batte per la verità sui crimini sessuali nel Provolo veronese. E nonostante sappia che è molto difficile da Granuzzo e altri preti abusatori vadano in prigione nel suo paese, ritiene importante che in Argentina si sappia la sua storia.

     Ho subito abusi sessuali da parte molti sacerdoti. Da Granuzzo, don Nicola Corradi e monsignor Giuseppe Carraro, che fu Vescovo di Verona 1958-1978.

    Che tipo di abuso?

     Palpamenti e masturbazioni violente. E ‘stato terribile. Mi hanno devastato. Sono arrivato a scappare dall’istituto e correre 40 chilometri fino a casa mia. Ma quando sono tornato al Provolo gli abusi sono continuati.

    Bisoli è uno dei più determinati denuncianti di Verona. Ha saputo abbattere la barriera della vergogna, del terrore e del silenzio. Egli non è solo, ma sa che non tutte le vittime hanno lo stesso coraggio. In molte persone riesce ad avere successo il piano di intimidazione attuato dalla gerarchia ecclesiastica in questi casi.

    Quando ha parlato per la prima volta?

     I miei genitori sapevano degli abusi e violenze subite all’istituto. Ma tacquero, condizionati da una certa mentalità di quell’epoca. Non era come oggi.

    Nel 2009 ho contattato l’Associazione Sordi Antonio Provolo [ un’organizzazione esterna all’Istituto ], che sono gli unici a sostenermi. Poi raccontai la mia storia al giornalista Paolo Tessadri del settimanale L’Espresso , che ha pubblicato le note su questi abusi e violenze, arrivando a raccogliere le testimonianze di 70 ex studenti.

    La curia da quanto sa di questi casi?

     Le autorità ecclesiastiche hanno saputo da noi degli abusi nell’istituto Provolo nel 2006, quando abbiamo avuto un primo incontro con monsignor Franco Fiorio, segretario del vescovo di Verona. Tra il 2006 e il 2008 è stato informato l’attuale vescovo di Verona, Giuseppe Zenti, e il Presidente del Tribunale Ecclesiastico di Verona, Giuseppe Mazzoni, sia personalmente che per lettera.

    E il Vaticano?

     Il Vaticano lo ha saputo dalle nostre lettere raccomandate e un video che gli abbiamo inviato. È per questo che la Congregazione per la Dottrina della Fede ha creato a Verona, nel 2010, una commissione di ricerca esterna alla Chiesa.

    Che cosa ha fatto questa commissione?

     E ‘durata quasi due anni. Nel 2012, il Vaticano ha inviato un rapporto con i risultati delle indagini. Ma anche se alcuni abusi sono stati riconosciuti, il rapporto è molto incompleto. La maggior parte dei preti pedofili denunciati alla Commissione sono scomparsi dalla relazione finale. Infatti Granuzzo e Corradi non sono elencati, nonostante io abbia personalmente dichiarato contro di loro. Il Presidente della Commissione, Mario Samnite, si è recentemente giustificato dicendo che non era stato affrontato il caso Corradi perché era in Argentina.

    Gianni Bisoli 

    Vedi anche Francisco conosceva la stupratori Provolo rifugio e non ha mai fatto nulla

    Gli insabbiatori

    Una delle cose che hanno fatto rabbia a Gianni Bisoli e agli altri sopravvissuti del Provolo di Verona è stato l’agire della gerarchia Veronese e del Vaticano, dopo che le accuse sono state rese pubbliche. Un’agire che supera il semplice disinteresse e comprende, per esempio, la falsificazione di documenti nell’intento distorcere la storia.

     Durante i lavori della Commissione ho chiesto di partecipare alle ispezioni nella Curia di Verona, tra cui la stanza del Vescovo per dimoestrare che io conosco molto bene l’ambiente a tutti inaccessibile. Ma non è stato autorizzato. Nonostante le richieste delle vittime che hanno inviato ben due lettere, il Vaticano si è rifiutato di fornire le copie dei verbali e delle registrazioni audio e video della commissione d’inchiesta.

    Come è avvenuta la falsificazione?

     Durante i lavori della Commissione ho potuto ottenere una copia del mio registro di quando ero studente al Provolo. Era una copia ufficiale dell’Istituto autenticato. Li figura che io vengo promosso come studente nel 1963. E siccome io ho dichiarato di essere stato abusato dal Vescovo di Verona fino al 1964, la Commissione ha ritenuto “inammissibile” la mia testimonianza. Ma recentemente ho trovato la mia pagella originale di quando mi sono diplomato alla scuola superiore. Si dice, in modo inequivocabile, che si è conclusa nel 1964. Così ho presentato una denuncia presso la Procura di Verona per verificarne la contraffazione e individuare i responsabili.

    Bisoli aggiunge, se fosse necessario, che fino ad oggi né l’Istituto Provolo di Verona, né la Curia e il Vaticano hanno dato a lui e al resto dei denuncianti assistenza minima, sia materiale che psicologica. Perché si sente in dovere di dare la sua testimonianza, che, oltre a raccontare le aberrazioni del passato smaschera atrocità del presente.

    Il “trasferimento” come strategia

    Nel 1964, quando aveva 16 anni e stava terminando il suo periodo al Provolo, Bisoli e i suoi compagni hanno ascoltato con attenzione Don Eligio Piccoli annunciare che padre Granuzzo e altri sacerdoti e fratelli laici avrebbero lasciato per l’Argentina. A quei tempi non si è dato alcuna spiegazione del motivo per cui la legione di preti lasciava Verona. Nessuno chiese troppo.

    Nel febbraio di quest’anno, 53 anni dopo le denunce, Bisoli ha visto in un video di don Piccoli dove lui stesso riconoscere che tali trasferimenti sono stati pianificati per scongiurare alcuni degli abusatori di Verona (forse il più compromessi), inviandoli in America. E ‘stato quando il vecchio Don Eligio, oggi in un ospedale cattolico perché pedofilo, ha confessato a un giornalista italiano (che portava una telecamera nascosta), questo ed altri segreti.

    Ci sono zone d’ombra in questa storia. Da un lato, non si sa che cosa hanno fatto Granuzzo, Corradi e il resto di quelli “trasferiti” tra il 1964 e l’80, poiché la maggior parte memorie di La Plata assicura che negli anni ’70 arrivarono presso la sede dell’Istituto. D’altra parte, finora nessun altro caso di abusi da parte di  Granuzzo su studenti sordi o novizi nel Provolo di La Plata è a noi noto.

    Ovviamente, nessuna di queste zone d’ombra impedisce di anticipare alcune risposte. Possono essere stati trasferiti nel 1964 in Argentina ed alloggiati in qualsiasi dipendenza ecclesiastica fino che assumevano ruoli nel Provolo? Sì, certo. E può Granuzzo aver commesso violenze e abusi su minori sotto la loro responsabilità? Sì, è probabile.

    Di fatto, oggi, Nicola Corradi (italiano che condivide con padre Giovanni religione, nazionalità, età e “tentazioni”) è in carcere a Mendoza per le denunce di decine di vittime di abusi avvenute negli ultimi anni. Non ci sono accuse contro di lui per presunti abusi da parte delle vittime di La Plata , dove ha diretto la Provolo per due decenni.

    sede Provolo Institute di La Plata. Jorge “Francisco” Bergoglio e Héctor Aguer

    Leggi anche Le 27 azioni di Francisco per coprire i sacerdoti abusatori

    I favori di Dio

    Con l’impunità garantita dall’intricato istituto, protetto e rispettato dal Vaticano verso i loro stupratori sacerdoti e con la convinzione che molte vittime non possono superare il terrore imposto dalla tonaca, è molto probabile che Granuzzo, Corradi (ora in carcere) Horacio Corbacho (ora prigioniero con Don Nicola), Giuseppe Spinelli (probabilmente morto) ed Eliseo Primati (ancora rinchiuso nella sede di La Plata) abbiano commesso decine o centinaia di abusi senza preoccupare troppo o per niente.

    “Non c’è da stupirsi se mi domandi di Don Granuzzo e nemmeno mi sorprende che sia scoppiato lo scandalo al Provolo in Argentina”, dice Gianni Bisoli. E aggiunge, con un pizzico di ironia, che “la Chiesa dovrebbe vergognarsi: sapevano tutto, questo è innegabile.”

    L’uomo 69enne, non non ha molta speranza che Granuzzo venga toccato dalla magistratura italiana. Ma non mostra rassegnazione. Anche se assicura che la sua vita è stata rovinata dagli abusi ( “Non ho mai potuto avere relazioni sane con le donne o anche baciare sulla bocca una persona”) dice che non si darà pace fino a quando tutti conosceranno la vera storia del Provolo.

    Una storia che Jorge Bergoglio e i suoi vescovi, tra cui Zenti di Verona e Aguer di La Plata, sanno meglio dei sopravvissuti.

    “Il nostro compito mira a rafforzare le capacità di comunicazione e formazione al lavoro (…) in modo che i ragazzi abbiano le stesse opportunità”, ha detto Giovanni Granuzzo in un’intervista con il quotidiano El Dia de La Plata nel maggio 2010. Erano tempi più tranquilli, quando non gli passava per la testa che un giorno sarebbero dovuti tornare, quasi in fuga senza che nessuno sappia molto a la Plata, all’Italia, che li aveva visti partire decenni fa.

    http://www.laizquierdadiario.com/Don-Granuzzo-el-violador-de-ninos-sordos-que-se-fugo-a-tiempo-de-Argentina

  • Abusi sessuali, strane morti e processi: il nodo giustizia in Vaticano

    Abusi sessuali, strane morti e processi: il nodo giustizia in Vaticano

    Pell incriminato per violenze sui minori. Il decesso sospetto nel 2015 di monsignor Wesolowski. Vatileaks e i reati finaziari. Mentre i tribunali ecclesiastici sono a corto di risorse. Tutti i guai irrisolti della Chiesa.

    Quella del 2017 è un’estate rovente anche in Vaticano e non solo per motivi climatici: il groviglio di scandali, processi e riforme è diventato sempre più denso. Le cronache incalzano e a forza di colpi di scena rischia di sfuggire un particolare: la riforma della Curia vaticana e della Chiesa passa anche dalle aule dei tribunali, dal rapporto con la giustizia. E naturalmente il primo banco di prova in tal senso è lo scandalo degli abusi sessuali sui minori da parte del clero.

    SCANDALI DI IMPATTO CLAMOROSO. La vicenda, nel suo insieme, ha superato da tempo la dimensione del fatto da archiviare rapidamente e pare anzi destinata a segnare la vita della Chiesa di questi decenni, sia per l’importanza che ha assunto il fenomeno dal punto di vista dei numeri (le denunce, una volta scoperchiato il vaso di Pandora, si sono accavallate una sull’altra a decine e a migliaia), sia per l’impatto clamoroso che ha avuto sull’opinione pubblica mondiale.

    Così, nel volgere di poco mendo di un ventennio, si è passati dalla negazione o quasi degli eventi e dalla presunta superiorità della legge ecclesiale su quella civile per giustificare silenzi e complicità – campione di queste teorie fu il cardinale colombiano Dario Castrillon Hoyos, a lungo prefetto della Congregazione per il clero in Vaticano – al processo contro George Pell, cardinale australiano, prefetto della segreteria per l’Economia d’Oltretevere, messo in congedo dal papa dopo l’incriminazione ufficiale.

    LA GIUSTIZIA AUSTRALIANA LO INCHIODERÀ? Il 26 luglio il porporato deve cominciare a rispondere alle accuse davanti a una corte di Melbourne: ha abusato di minori quando era un semplice prete nella diocesi di Ballarat, Stato di Victoria? E fatti simili si sono ripetuti successivamente? Tocca però alla giustizia australiana produrre un forte carico di testimonianze credibili per fatti avvenuti decenni fa.

    Pell è stato chiamato in causa anche per aver coperto e insabbiato altri vari casi, eventi che sono stati ammessi sia pure con varie circostanze attenuanti

    Il dato non è scontato: Pell ha sempre dichiarato di essere innocente, e in Australia si è aperto un dibattito infuocato fra difensori e accusatori del cardinale; d’altro canto sempre Pell è stato chiamato in causa anche per aver coperto e insabbiato altri vari casi, eventi che sono stati ammessi, sia pure con varie circostanze attenuanti, da Pell il quale, negli Anni 90, mise a punto un protocollo di risarcimenti da parte della diocesi alle vittime, il “Melbourne response”, che da una parte venne giudicato insufficiente per la scarsa entità economica degli indennizzi, dall’altra rappresentò uno dei primi tentativi di sistematizzare la risposta della Chiesa di fronte al dilagare dello scandalo (i soldi elargiti sono poi diventati la regola nella Chiesa americana).

    MIGLIAIA DI ABUSI SESSUALI SUI MINORI. D’altro canto in Australia, come anche in Irlanda o negli Stati Uniti, è emersa dal passato anche recente una realtà sconvolgente in cui gli abusi sessuali sui minori si erano verificati a migliaia, qualcosa che ha superato le previsioni più negative e scosso le fondamenta dell’istituzione. Riuscirà il cardinale a superare indenne la prova che lo attende? Difficile davvero dirlo almeno fino a quando non si consocerà meglio l’impianto accusatorio, ma certo il suo potrebbe diventare una sorta di processo alla von Bulow in ambito ecclesiale; insomma a oggi l’esito è tutt’altro che scontato.

    PELL NON VERRÀ RICONFERMATO. Sembra comunque improbabile che Pell, di tendenze conservatrici, grande appassionato di finanza e economia, vicino all’Opus dei, possa tornare a ricoprire l’incarico di ministro delle finanze in Vaticano, a meno che non venga scagionato in tempi rapidissimi. Per ora, in ogni caso, non si ha ancora notizia di una sua partenza per l’Australia. D’altro canto la vicenda aveva avuto un importante precedente in Vaticano.

    Atre burrasche avevano scosso i sacri palazzi. A destare scalpore erano state le dimissioni eccellenti di Marie Collins (marzo 2017), membro autorevole della Pontificia commissione per la protezione dell’infanzia, creata dal papa per affrontare al più alto livello lo scandalo abusi e darvi risposte adeguate. La Collins, ex vittima essa stessa, di origine irlandese e impegnata nella difesa dell’infanzia, aveva polemicamente lasciato li suo incarico attaccando duramente la Congregazione per la dottrina della fede, colpevole, secondo lei, di non collaborare con la commissione antipedofilia e di fare resistenza sul tema delicatissimo dei processi contro quei vescovi responsabili degli insabbiamenti e della protezione di tanti preti pedofili.

    IL PUNTO CRUCIALE DELLE COPERTURE. D’altro canto l’ex Sant’Uffizio è proprio l’organismo vaticano preposto ai processi canonici contro i sacerdoti che hanno abusato di un minore e sta trattando migliaia di casi provenienti da tutto il mondo: centinaia sono state le riduzioni allo stato laicale. Il punto toccato dalla Collins era però cruciale perché riguardava le responsabilità delle “coperture”, e a favore di tale impostazione si era espresso lo stesso papa Francesco.

    BERGOGLIO USA ANCHE LA “SCIABOLA”. Di fatto il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gerhard Ludwig Müller – che è pure capofila degli oppositori tradizionalisti del papa – non è stato rinnovato nel suo incarico da Bergoglio che ha forse preferito cominciare a usare anche un po’ la sciabola dopo tanto fioretto, tattiche gesuitiche e moral suasion. E non c’è dubbio che lo scontro fra la Collins e Müller possa essere stato fra gli elementi decisivi a far decidere per l’allontanamento di un cardinale da tempo scomodo per il pontefice.

    Un membro della Pontificia commissione a tutela dell’infanzia ed ex vittima di abusi, Peter Saunders, aveva lasciato il suo posto nel febbraio 2016 in polemica con Pell

    In ogni caso va ricordato che un altro membro della Pontificia commissione a tutela dell’infanzia, anch’egli ex vittima di abusi, Peter Saunders, australiano, aveva lasciato il suo posto (febbraio 2016) in polemica con il cardinale Pell. Ma c’è un altro precedente però che non va sottovalutato, perché può aiutare a capire in che direzione di muove il papa.

    QUELLA MORTE FU DAVVERO NATURALE? Nell’agosto del 2015 veniva trovato morto nella sua abitazione in Vaticano (per causa naturale, fu il verdetto dell’autopsia che parlò di infarto, ma restano dei dubbi sul decesso) monsignor Jozef Wesolowski, di origine polacca, ex nunzio apostolico nella Repubblica dominicana dove era stato accusato dalla giustizia locale di gravissimi reati di abuso sui minori. Non solo: in suo possesso fu trovato un gigantesco archivio di materiale pedopornografico. Bergoglio, da parte sua, superate le resistenze iniziali interne al Vaticano, aveva deciso di processarlo entro le mura leonine; un fatto senza precedenti e, considerata la lunga carriera diplomatica di Wesolowski, tale da mettere in allarme qualcuno.

    Due altri processi poi hanno fatto scalpore e sono noti, ossia quelli per i due Vatileaks; si è trattato di procedimenti con più di una lacuna formale e investigativa e che però allo stesso tempo hanno avuto il merito di mostrare in piena luce alcuni spaccati – non proprio esemplari – della vita interna ai sacri palazzi. Tanto più che, in sostanza, messa da parte la componente mediatica e spettacolare della vicenda, si trattava di procedere contro chi aveva rubato e trasmesso all’esterno documenti riservati o riservatissimi della Santa sede usati poi con varie finalità una volta divulgati.

    UNA REALTÀ IMBARAZZANTE. Ne hanno fatte le spese in buona sostanza due personaggi ben inseriti in alcuni gangli chiave: Paolo Gabriele, aiutante di camera a servizio di Benedetto XVI, e Lucio Angel Vallejo Balda, monsignore esperto di finanza in ascesa Oltretevere che però non aveva visto soddisfatte le sue aspirazioni di carriera. È rimasto invece piuttosto oscuro il contorno che avvolgeva questi personaggi; tuttavia rileggendo le carte processuali con calma, molti nomi e particolari vengono fuori. Nell’insieme dunque anche procedimenti giudiziari non esenti da critiche e limiti evidenti hanno avuto il merito di scostare almeno un po’ le tende e di far emergere una realtà inedita, poco conosciuta e spesso imbarazzante.

    I tribunali vaticani lavorano ormai a pieno regime, anzi avrebbero forse bisogno di più personale e mezzi. Si pensi ai 22 casi di potenziale riciclaggio scovati solo nel 2016

    D’altro canto i tribunali vaticani lavorano ormai a pieno regime, anzi avrebbero forse bisogno di più personale e mezzi. Si pensi ai 22 casi di potenziale riciclaggio scovati solo nel 2016 dall’Aif, l’Autorità d’informazione finanziaria della Santa sede, e trasmessi al promotore di giustizia vaticano; oppure alle rogatorie partite verso l’Italia e viceversa – da ultimo la procura di Savona ha trasmesso gli atti di fine indagine al cardinale Domenico Calcagno, presidente delll’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica), indagato per malversazione ai danni dello Stato per fatti avvenuti quando era alla guida della diocesi ligure. O ancora alle indagini contro un ex presidente dello Ior del calibro di Angelo Caloia – indagato dalla giustizia vaticana nel 2014, ma da allora del procedimento non si è saputo più nulla – o contro un ex segretario di Stato, il cardinale Tarciso Bertone.

    TURBOLENTA TRANSIZIONE. Certo, resta in dubbio che le strutture vaticane siano in grado di portare a termine i tanti processi interni – il che rappresenta un problema anche per il pregiudizio di innocenza degli indagati -, ma è anche vero che una turbolenta transizione è in atto e chiama in causa sia la Chiesa nel rapporto con la giustizia civile sia l’ammodernamento interno delle leggi vaticane e del diritto canonico; un passaggio d’epoca che può far crollare diverse impalcature.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2017/07/11/abusi-sessuali-strane-morti-e-processi-il-nodo-giustizia-in-vaticano/212045/

  • Vaticano: pedofilia, abusi sessuali e accuse gravi sul Cardinale Pell e un Sacerdote vicini a Papa Francesco

    Vaticano: pedofilia, abusi sessuali e accuse gravi sul Cardinale Pell e un Sacerdote vicini a Papa Francesco

    Vaticano ancora sconvolto dagli scandali di pedofilia, droga e party gay; Due membri di alto rango della congregazione sono stati arrestati per i crimini commessi, tra cui uno che ha accuse di abusi sessuali su minori. Il primo e il consulente finanziario di Papa Francesco, il cardinale George Pell, e un altro sacerdote superiore sconosciuto, sono stati arrestati, nuova bufera e indignazione nello Stato Vaticano.

    Pell è accusato di essere in possesso di  materiale pornografico infantile e il sacerdote sconosciuto è accusato di aver partecipato e ospitato un party che in realtà e stato orgia di sesso e droga.

    Il mese scorso, Pell, uno dei cattolici più anziani dell’Australia, è stato accusato più volte di violenze sessuali “storiche” secondo la polizia, ha riferito il reportage.

    “Pell apparirà in un tribunale australiano per affrontare svariate accuse sui reati del suo passato di violenze sessuali”, ha dichiarato il vice commissario Shane Patton dello Stato di Victoria.

    Pell è l’accusato di maggior rango che la chiesa e il vaticano abbiano mai avuto, essendo stato sempre accusato di scandali sessuali e abusi nella chiesa.

    Ha anche precedentemente affrontato le accuse e i casi di abuso del clero quando era arcivescovo di Melbourne e più tardi Sydney. Ora è sotto il microscopio per il suo presunto abuso.

    Le accuse sembrano arrivare da due uomini, ora sulla quarantina, che sostengono che Pell li ha trattati in modo inappropriato a una festa in piscina alla fine degli anni ’70 ha riferito il Telegraph.

    Pell “ha negato con forza tutte le accuse” e “aspetta con ansia la sua udienza in tribunale e difenderà le accuse vigorosamente”, secondo una dichiarazione di stampa dell’Arcidiocesi cattolica di Sydney.

    “Sono innocente da queste accuse. Sono falsi “, ha detto Pell in una conferenza stampa. “Tutta l’idea di abuso sessuale è assurda per me. . . Queste questioni sono state oggetto di indagini da due anni “, ha dichiarato Pell.

    “Da sempre, sono stato completamente coerente e chiaro nel mio totale rigetto di queste affermazioni”, ha aggiunto Pell.

    “La notizia di queste accuse rafforza la mia decisione … e le procedure giudiziarie ora mi offrono un’opportunità per cancellare dal mio nome e poi tornare qui, tornare a Roma, per lavorare”.

    Pell, terzo cardinale di rango più alto nel Vaticano, è tenuto a presentarsi alla magistratura di Melbourne il 18 luglio 2017 per l’udienza.

    La polizia vaticana ha anche fatto indagini su un party di sesso gay alimentato da droga in un appartamento del sacerdote superiore il mese scorso, secondo il quotidiano italiano Il Fatto Quotidiano.

    L’appartamento è stato scoperto dopo che i vicini si sono lamentati di un comportamento insolito tra i molti visitatori notturni frequenti.

    Il quotidiano afferma che la polizia ha trovato droghe e un gruppo di uomini in attività sessuali, quando sono entrati nell’appartamento.

    Il sacerdote funge da segretario al cardinale Francesco Coccopalmerio, consulente personale di Papa Francesco.

    Ironia della sorte, l’appartamento appartiene alla Congregazione per la Dottrina della Fede – il dipartimento che ha il compito di liberare gli abusi sessuali all’interno della chiesa.

    Nel 2014 Papa Francesco si impegnò a sradicare l’abuso sessuale “spregevole” all’interno della chiesa. L’ultimo maggio Papa Francesco ha riconosciuto oltre 2.000 casi di accuse di abusi sessuali nell’ambito della chiesa.

    https://www.webmagazine24.it/vaticano-abusi-sessuali-cardinale/

  • Dietro la tolleranza zero di Bergoglio, l’irrefrenabile passione per pedofili e insabbiatori.

    Dietro la tolleranza zero di Bergoglio, l’irrefrenabile passione per pedofili e insabbiatori.

    Ancora uno scandalo scuote il Vaticano, è il turno del cardinale australiano George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia, membro del C9 (il gruppo di nove cardinali che coadiuvano Francesco nella riforma della Curia) e uomo di fiducia di Bergoglio che lo ha voluto tra i suoi fedelissimi, oggi accusato dalle autorità civili non solo di aver insabbiato casi di pedofilia quando era in Australia, ma addirittura incriminato per aver commesso lui stesso abusi su minori.

    Nello speciale di Federico Tulli che trovate su LEFT di sabato 7 luglio 2017

    Anche se oggi, nell’intento di smorzare quelle che sono state le incoerenti e difficilmente giustificabili scelte di Bergoglio dal Vaticano si grida “al complotto”, va ricordato che le accuse di insabbiamenti nei confronti di Pell non sono una novità recente. Già nel febbraio del 2016 fu ascoltato proprio a riguardo dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child sexual abuse, oggi viene semplicemente formalizzata anche l’incriminazione per pedofilia.

    Definire un papa che ha promesso ai quattro venti di fare pulizia e riforme concrete al grido della “tolleranza zero” contro i pedofili e contro coloro che hanno insabbiato casi, che consapevolmente si circonda di personaggi a dir poco chiacchierati sia vittima di un improbabile complotto è un’offesa all’intelligenza umana, altro che complotto al papa, questo è un complotto contro il diritto dei cittadini a una corretta informazione.

    Vogliamo parlare in modo onesto di complotto?

    Bene parliamo di quello fatto da Bergoglio ai suoi stessi danni allora, perche tra le figure a dir poco ambigue di cui la stampa parla poco stando ben attenta a separare i casi per non dare un quadro troppo completo della situazione, non c’è solo Pell e il nuovo prefetto della C.D.F. Francisco Ladaria Ferrer, altro fidatissimo scelto personalmente da Bergoglio e chissà, magari in futuro oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni dell’operato del pontefice.

    Di Ladaria si è subito detto delle gravi accuse di aver insabbiato un caso, quello di don Gianni Trotta, motivo già più sufficiente se si volesse dare almeno una parvenza di coerenza e di serietà con la “tolleranza zero” tanto acclamata, per non metterlo a capo proprio di quell’organo (la Congregazione per la Dottrina della Fede) che ha il compito di giudicare i preti abusatori. Ma anche qui l’informazione è scarna e incompleta perchè il passato di Ladaria non è stato “valorizzato” quanto si dovrebbe.

    Non si è detto per esempio che Ladaria non è nuovo alla C.D.F., in passato ne fu il segretario e non era la prima volta che aveva a che fare con casi di pedofilia e i relativi silenzi.

    Si occupò nel 2013 del caso di Erik Zattoni, figlio del prete pedofilo don Pietro Tosi. (vedi allegato a sinistra)

    Un altro caso passato anche per le sue mani, è quello del sacerdote della diocesi di Savona, don Nello Giraudo, di cui Ladaria si occupò nel 2010. (vedi allegato a destra)

    In quella occasione il vescovo inadempiente si chiamava Domenico

    Calcagno, oggi promosso cardinale e meglio conosciuto negli ambienti vaticani come il cardinale Rambo, per via della sua passione per le armi.

    Anche lui è un altro fedelissimo di Bergoglio tutt’ora alla presidenza dell’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

    Chissà un domani, anche lui probabile oggetto del prossimo “complotto” della curia romana ai danni del povero Francesco.

    E si, questo è un rischio concreto perché il cardinale non è coinvolto solo nelle inadempienze del caso savonese di don Giraudo, ma è anche indagato – sempre a Savona – per malversazione.

    Tornando a don Nello Giraudo, la lista di nomi coinvolti in quella sola vicenda va ben oltre Ladaria e Calcagno, c’è anche il nome di colui che nel 2003 era il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, tale Joseph Ratzinger (allegato a destra), che non è un omonimo, è proprio lui, il papa emerito non nuovo a simili accuse che nel 2005 lo portarono ad essere citato in giudizio in Texas dove evitò il processo chiedendo l’immunità.

    Come finì poi il caso di don Giraudo?

    Tra parole, opere e omissioni finì che nel 2005, cioè ben 2 anni dopo il carteggio che vedete, don Giraudo abuserà sessualmente dell’ennesimo ragazzino.

    Malgrado ciò, nel 2006, cioè un anno dopo quell’ultimo abuso di minore, Calcagno chiederà a Charles Scicluna – allora Prefetto – di “chiudere un occhio” e superare il giudizio espresso dalla C.D.F. ovvero la riduzione dallo stato clericale.

    Questa volta però verrà denunciato anche all’autorità civile e nel 2012 patteggierà una condanna a un anno e sei mesi – con la condizionale – per quel solo abuso del 2005. Per tutti gli altri invece, anche grazie alle inadempienze di cui sopra, sono intervenuti i termini prescrittivi.

    Ma altre recentissime scelte di Bergoglio stridono maledettamente con quella “tolleranza zero” tanto acclamata.

    Milano, 25 marzo 2017.
    Papa Francesco visita la diocesi di Milano.
    Mons. Mario Delpini e il card. Angelo Scola

    Giusto pochi giorni fa (7-7-17) è stato nominato a Milano il successore del cardinale Scola, monsignor Mario Delpini al quale anche a nome delle vittime della Rete L’ABUSO faccio le mie congratulazioni per la sua importante promozione.

    Delpini è un’altra di quelle davvero tristi scelte di Bergoglio, anche lui è accusato di aver coperto un sacerdote, Mauro Galli, attualmente sotto processo con l’accusa di abusi su un minore di Rozzano (MI).

    Altra vicenda che stride parecchio col termine “tolleranza zero” è il reintegro avvenuto proprio pochi giorni fa a Palermo di don Paolo Turturro, condannato a 3 anni di carcere per abuso di un minore. Per la seconda vittima invece sono intervenuti i termini prescrittivi.

    Ma non sono solo scelte azzardate di Bergoglio e farina del sacco altrui.

    Guarda l’approfondimento “Non abusare. Il comandamento negato nella chiesa di Francesco” il docu-film sul caso argentino del prete italiano don Nicola Corradi

    Francesco ha dato anche del suo, per esempio con il caso del prete pedofilo veronese don Nicola Corradi, denunciato dagli allievi sordi dell’istituto Antonio Provolo di Verona già negli anni 80, nascosto dalla chiesa in Argentina dove nel novembre scorso è stato arrestato per aver reiterato su decine di bambini sordi gli stessi reati che aveva commesso a Verona. (vedi il docu-film argentino)

    Ebbene, proprio questo caso, gli fu segnalato nel 2014 – quando era già papa – e sfatando il mito dei segretari che non consegnano le lettere al pontefice, questa lettera  (a sinistra) contenente il nome di don Corradi e di altri 14 sacerdoti ancora operanti e in vita accusati di abusi, gli fu consegnata direttamente in mano, ci sono persino le foto! (a destra)

    Purtroppo non intervenne ma oggi, solo dopo che la magistratura Argentina ha aperto un’inchiesta arrestando oltre a don Corradi altre 5 persone, Bergoglio manda i suoi ispettori i quali in virtù della “tolleranza zero” e della collaborazione con l’autorità giudiziaria, pretenderebbero dagli inquirenti di accedere al fascicolo, rigettando però l’analoga richiesta della magistratura argentina che vorrebbe accedere a quelli nelle mani degli ispettori papali.

    Ma nell’era della così detta “tolleranza zero” di Francesco quello argentino non è l’unico caso in cui il Vaticano nega alla magistratura la documentazione, per esempio, senza dover andare troppo a ritroso, c’è il caso di don Mauro Inzoli.

    E’ stato detto che la decisione di Bergoglio ricalca quella presa nel 2012 da Ratzinger, ma non si dice che fu proprio papa Francesco a riabilitare don Mauro accettando nel 2014 il ricorso contro il decreto di riduzione dallo stato clericale emesso in precedenza da Ratzinger.(Comunicato diocesi integrale)

    Non si ricorda neppure che il Vaticano rigettò anche in quel caso la richiesta di rogatoria fatta nel 2015 dalla Procura di Cremona.

    Leggendo le notizie di pochi giorni fa, provvidenzialmente divulgate poco prima che venisse annunciato che Pell era stato incriminato in Australia, si da quasi ad intendere che Bergoglio, in linea con le scelte del suo predecessore abbia  cacciato con decisione e pugno duro don Mauro Inzoli.

    Ma la “tolleranza zero” di papa Francesco stride anche rispetto a altre inadempienze. Per esempio quelle che furono nel 2014 le richieste della Commissione Onu per i diritti del bambino, la quale raccomandava non solo di prendersi cura delle vittime, ma di aprire alla magistratura gli archivi contenenti i nomi dei preti denunciati alla chiesa, in modo tale che la giustizia civile potesse fare il suo corso. Chiese anche di inserire uno strumento risolutivo oltre che di semplicissima realizzazione, l’obbligo della denuncia per i vescovi all’autorità civile e per far questo, basterebbe un Decreto che il papa può fare.

    Ma forse questo era troppo risolutivo e semplice, tant’è che come palliativo Bergoglio si inventò la commissione antipedofilia che però stando a quanto denunciano le due vittime che hanno lasciato, Marie Collins e Peter Sunders, sarebbe totalmente inefficace e non farebbe nulla di concreto per le vittime.

    Concordi non solo riguardo all’inefficacia della commissione di Bergoglio ma anche ai progressi della chiesa in materia di contrasto alla pedofilia, decine di migliaia di vittime in tutto il mondo e le associazioni che le tutelano, con le quali il Vaticano, malgrado i proclami, continua ancora oggi a rifiutare qualunque tipo di dialogo compreso rispondere alle loro lettere.

    … continua dopo il video delle vittime al quale Bergoglio non ha mai risposto

    Sono all’incirca 17 anni da quando dopo l’indagine dell’ormai famoso team del Boston Globe chiamato Spottlight, il mondo ha preso atto che tra i preti ci sono molti pedofili e quel che è peggio è che la chiesa, come conferma anche l’ONU, ha procedure interne che permettono sistematicamente di insabbiare i casi e di commettere altri abusi.

    Dopo 17 anni siamo ancora qui, in una situazione forse peggiore non solo perché non c’è stato un minimo cambiamento concreto ma perché a quanto pare non esiste un altro team come Spotlight che abbia voglia di indagare a fondo e dare un’informazione reale raccontando tutto quello che in questi anni non è cambiato affatto.

    Invece, soprattutto sulla stampa italiana, leggiamo continuamente di un papa onnipotente e rivoluzionario che malgrado le vittime di tutto il mondo lamentino la latitanza risolve, licenzia, punisce e processa i vescovi insabbiatori creando un rivoluzionario tribunale, che dopo due anni di propaganda si scopre che quel tribunale tanto osannato non è mai esistito, “era soltanto un progetto” – fa sapere il cardinale Gerhard L. Müller – tra le altre cose sottolinea – inutile – in quanto le norme per processare i vescovi esistono già nel Codice Canonico.

    Un papa onnipotente che quando si trova però di fronte a dover concretizzare quanto osannato da tutti i mezzi di informazione possibili e non, improvvisamente si trasforma in un papa solo, con un’intera curia che lo boicotta impedendogli di concretizzare i suoi buoni propositi che fino al giorno prima la stampa vendeva per concreti e efficacissimi.

    Improvvisamente non è più in grado di sospendere una promozione – almeno fino a quando le cose non saranno chiarite – come nel caso di monsignor Mario Delpini, o come quello del cardinale milionario Jean Zerbo.

    Un papa che non ha più il potere nemmeno di sfrattare dalla sua chiesa che lui stesso dice di volere umile e povera un cittadino Vaticano come il cardinale Tarcisio Bertone o che non è capace di bloccare un pedofilo come don Nicola Corradi o ancora, reintegrando preti condannati per pedofilia come ad esempio nel caso di don Turturro.

    Insomma, dalle stelle alle stalle, un pontefice che da “Superman” diventa quasi incapace li leggere una lettera consegnata a mano o di trovare la finestra dalla quale dice abitualmente l’Angelus…

    Una politica che in questi 17 anni e grazie ai complici di papa Francesco non solo ha agevolato l’immobilità della chiesa ad affrontare il problema, ma quel che è peggio è che ha reso sacrificabili altri bambini innocenti, si perché intanto che se ne parla, come si può vedere dalla nostra mappa che raccoglie gli ultimi 15 anni dei soli casi italiani, sembrerebbe che i pedofili continuino ad abusare producendo altre vittime.

    Sentir dire oggi che papa Francesco è vittima di un complotto della curia romana, è francamente inaccettabile ma potrebbe essere già un buon inizio se qualcuno di quei giornalisti tanto cari a Bergoglio gli andasse a chiedere conto almeno di quanto abbiamo detto sopra.

    Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO