Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • Rete l’Abuso: “Don Pinetto “ammonito” dalla Congregazione per la Dottrina della Fede”

    Rete l’Abuso: “Don Pinetto “ammonito” dalla Congregazione per la Dottrina della Fede”

    Sul sacerdote era stata aperta un’indagine canonica che si è chiusa per intervenuti termini di prescrizione il 29 maggio del 2015.

    Savona. La Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ordinario diocesano (ovvero il vescovo) ha provveduto come previsto dal Codice Canonico, ad ammonire il sacerdote Pietro Pinetto. E’ quanto emerge da un documento reso pubblico dalla Rete L’Abuso che da anni si batte contro i casi di pedofilia nella Chiesa.

    “Nel 2011 (quando la Rete L’ABUSO sollevò le prime accuse a carico del sacerdote Pietro Pinetto) ad oggi, la curia savonese ha sempre negato il coinvolgimento di don Pietro Pinetto in episodi di molestie a danno di seminaristi – scrive Francesco Zanardi – . L’ultimo pronunciamento in tale senso è stato quello di don Daniele Grillo, parroco di Villapiana il quale nell’ottobre del 2015, durante un incontro con i parrocchiani insorti per la presenza di don Pinetto, ribadì nuovamente che le accuse al sacerdote risultavano infondate. Non della stessa opinione il giudice del tribunale di Savona Fiorenza Giorgi la quale archivia per prescrizione il caso Pinetto, nelle motivazioni però richiama alle sue pesanti responsabilità non solo il sacerdote, ma anche la diocesi accusandola di aver “coperto” le molestie per salvaguardare la propria immagine”.

    Malgrado ciò la curia savonese ha continuato ufficialmente a sostenere l’estraneità di don Pinetto ai fatti di cui era accusato.

    Ora La Rete l’Abuso ha pubblicato un documento datato 1 luglio 2016 estratto da un fascicolo recentemente archiviato emerge un’attestazione indirizzata all’Autorità Giudiziaria e firmata dal vescovo di Savona Vittorio Lupi. “Emergerebbe non solo che nei confronti di don Pietro Pinetto è stata da tempo aperta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede un’indagine canonica, ma anche che questa si è chiusa per intervenuti termini di prescrizione il 29 maggio del 2015, parecchi mesi prima delle stridenti dichiarazioni di don Daniele Grillo – sottolinea Zanardi – Nello stesso documento il vescovo Lupi, pur non scendendo nei particolari di quell’indagine canonica, è suo malgrado costretto ad ammettere non solo che l’indagine c’è stata, ma che in base al decreto emesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ha dovuto ammonire il sacerdote Pietro Pinetto”.

    http://www.ivg.it/2016/08/rete-labuso-don-pinetto-ammonito-dalla-congregazione-la-dottrina-della-fede/

  • Barbarin, fine della bufera mediatica

    Barbarin, fine della bufera mediatica

    Dopo l’archiviazione delle accuse contro il Cardinale Arcivescovo di Lione sulla diocesi si spengono i riflettori.

    TRENTO

    Sono stati mesi di dolorosa attesa quelli vissuti dalla diocesi di Lione a seguito delle denunce di pedofilia presentate nel mese di marzo: l’inchiesta giudiziaria riguardava un prete, Bernard Preynat, accusato a fine gennaio scorso di abusi compiuti in un gruppo di scout tra il 1986 e il 1991, ma i fatti conducevano inevitabilmente ai vertici, all’arcivescovo cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin, un pastore assai noto soprattutto nell’era pre-Bergoglio o se vogliamo pre-Pontier, l’attuale presidente della Conferenza episcopale francese, per la disinvoltura con cui scendeva in piazza accanto ai manifestanti in difesa della famiglia e per le sue parole chiare contro alcune decisioni del governo (tanto che qualcuno sottovoce alludeva a una sorta di rappresaglia tardiva).

    L’accusa nei suoi confronti era quella di «occultamento di crimine», come dire insabbiamento, e non sembrano esserci dubbi sulla consapevolezza della «gravità della situazione», come ha dichiarato all’indomani lo stesso Barbarin che ha subito assicurato piena disponibilità a far luce sulla vicenda che, come si può ben immaginare (le vittime all’epoca avevano dagli 8 agli 11 anni), richiedeva un approccio prudente.

    Una vicenda sulla quale far luce diventava oltremodo complicato anche per il fatto che, all’epoca dei fatti arcivescovo di Lione era Albert Decourtray, deceduto nel 1994.

    Secondo l’avvocato delle vittime, Federico Doyez, «i fatti erano noti alle autorità ecclesiastiche fin dal 1991», anche il portavoce della diocesi di Lione ha sempre dichiarato che «il cardinal Barbarin aveva ricevuto la prima informazione solo nel corso dell’estate 2014» e dal Vaticano si aggiungeva che, di conseguenza, la responsabilità era precedente. Mentre lo scandalo cresceva in tutto il Paese e contemporaneamente l’imbarazzo dei vescovi francesi – determinati ben prima a stroncare sul nascere ogni forma di pedofilia e decisi a denunciare ogni abuso «Stiamo lavorando da 15 anni su questi temi» dichiarava con amarezza monsignor Georges Pontier – Barbarin in un’intervista a La Croix dell’11 febbraio, iniziava ad ammettere di esserne venuto a conoscenza già negli anni 2007-2008 e di aver allontanato padre Preynat, reo confesso davanti all’autorità giudiziaria, dalla sua parrocchia di Roannais a fine agosto 2015.

    L’incontro in Vaticano con papa Francesco a maggio aveva posto fine alle tante voci che chiedevano le dimissioni del Cardinale (qualcuno era determinato a «far saltar la diocesi») o quantomeno un disappunto pontificio nei suoi confronti. Barbarin nel corso della Quaresima 2016 aveva anche chiesto scusa alle vittime a nome della diocesi. Lo stesso Bergoglio, in un’intervista a La Croix del 17 maggio esprimeva fiducia nella magistratura astenendosi da ogni giudizio. «Non si abbandona una nave nella tempesta» dichiarava Barbarin su Le Figaro del 21 maggio al rientro.

    E ieri, 1 agosto, la conclusione della vicenda con l’archiviazione dell’inchiesta parallela a quella di padre Preynat.

    Evidentemente ai giudici le accuse non erano sufficienti a incriminare l’Arcivescovo attuale, come non era bastata la lettera indirizzata a papa Francesco partita da Lione a fine marzo a firma di tre membri dell’associazione delle vittime, denominata «La Parole libérée» per chiedere a Bergoglio «maggior coerenza di quella espressa dalla Chiesa di Francia» e indurlo a rimuovere Barbarin.

    Se il sito della diocesi di Lione non fa ancora cenno alla notizia dell’archiviazione, il quotidiano Le Monde pubblica invece un’ampia ricostruzione dei fatti sottolineando in particolare la lunga audizione, oltre dieci ore, avuta da Barbarin in procura e dove il cardinale si era mostrato categorico nell’affermare di non aver «mai» coperto atti di pedofilia.

    «Questa decisione ci ha sorpreso, ma la rispettiamo» ha dichiarato Emmanuelle Haziza, una degli avvocati delle vittime. Il fatto è che l’archiviazione era necessaria, da parte dell’autorità giudiziaria, per via dei tempi di prescrizione (sono ormai trascorsi più di 25 anni) e perché i magistrati han dovuto tener conto delle dichiarazioni a loro rese da Barbarin (ossia di esserne venuto a conoscenza solo nel 2014) e non di quanto da lui affermato nell’intervista, non acquisibile agli atti. E tantomeno potevano tener conto della risposta del 3 febbraio 2015 a firma dell’arcivescovo Ladaria, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede che, «dopo aver attentamente studiato il caso di Bernard Preynat» raccomandava «una sanzione adeguata, evitando pubblico scandalo». Di fatto Preynat con decreto del 29 luglio 2015 veniva sospeso da ogni ministero pastorale che comportasse un contatto con minori.

    Secondo l’indagine giudiziaria non si sono ravvisati altri atti penalmente perseguibili compiuti da padre Preynat dal 1991 in qua. All’epoca dei fatti il termine per la prescrizione per atti di violenza sessuale era di 3 anni, quindi, secondo gli avvocati difensori di padre Preynat, le vittime avrebbero dovuto esporre denuncia al più tardi entro il 1994.

    Nel frattempo i vescovi francesi, nel corso dell’assemblea plenaria di primavera dell’aprile scorso a Lourdes avevano introdotto una linea di ancora maggior fermezza dichiarando che «la violenza subita non va in prescrizione» e introducendo le cosiddette «cellule di sorveglianza» per una lotta permanente alla pedofilia.

    Difficile dire se la conclusione della vicenda giudiziaria sarà sufficiente a placare la bufera mediatica e spegnere i riflettori sulla diocesi di Lione in una terra di Francia già scossa dalle dolorose vicende delle scorse settimane.

    http://www.lastampa.it/2016/08/02/vaticaninsider/ita/nel-mondo/barbarin-la-fine-della-bufera-mediatica-pASozJEgrUDReBmdZkI1NK/pagina.html

  • La Chiesa libanese e il sacerdote pedofilo

    La Chiesa libanese e il sacerdote pedofilo

    Le vittime degli abusi sessuali perpetrati dal sacerdote libanese maronita di Beirut Mansour Labaki attendono da anni dignità e giustizia e una riabilitazione sociale che, in Libano, può venire solo se la Chiesa maronita riconosce il prete colpevole. Ciò non sta accadendo, malgrado egli sia stato condannato da un tribunale ecclesiastico per pedofilia su ragazze minorenni e la Congregazione per la Dottrina della Fede (CdF) lo abbia già sanzionato (19 giugno 2013). Ma Labaki gode di autorevoli protettori (si è esposto per lui perfino il patriarca della Chiesa maronita, card. Béchara Boutros Raï, e non è chiaro cosa lo abbia spinto, v. Adista Notizie n. 13/16), tanto che in Libano sono le vittime ad essere sotto accusa, a rischio della loro stessa vita, e denunciate. Abbiamo chiesto a una di loro, Marilene Ghanem, di spiegare quali difficoltà incontrano nel Paese mediorientale e soprattutto perché. Potrà aiutarle il motu proprio di papa Francesco “Come una madre amorevole” (v. Adista Notizie n. 22/16) che prevede la rimozione dei vescovi “negligenti” che nulla hanno fatto per proteggere dagli abusi i piccoli e gli indifesi? Non ci crede molto Marilene, che accusa di “negligenza” anche la Chiesa di Roma.


    Ad oggi, il Libano è forse l’unico Paese in cui la pedofilia perpetrata dai preti non viene riconosciuta come crimine dalla Chiesa locale. Anzi, quest’ultima, non contenta di seguire una stretta politica di protezione del prete pedofilo, attacca le vittime sulle reti televisive e attraverso la stampa, addirittura impegnando il suo capo e guida spirituale, il patriarca di Antiochia Béchara Boutros Raï.

    Le vere motivazioni che spingono le autorità ecclesiali autoctone a reagire in questo modo sono molteplici, ma possono riassumersi in un’unica ragione: evitare lo scandalo. Mentre le ragioni che esse adducono sono ben altre, ovviamente celate dietro riflessioni di alto livello teologico oppure ammantate da scuse demagogiche tipo la salvaguardia della situazione precaria dei cristiani del Medioriente.

    Infatti, coloro che credono alla colpevolezza di Labaki incitano sordidamente i mass media a dissimulare perché, dicono, siamo in una società che convive con l’Islam, per cui non possiamo stendere il bucato sporco dei prelati alla luce del sole. L’invito è a tacere e sopportare per non indebolire la presenza cristiana: meglio, secondo loro, tenere sotto chiave il marcio sordido presente nella Chiesa che esporre la malattia di alcuni di fronte a tutti.

    Coloro che non credono alla colpevolezza di Labaki non riescono ad accettare la contraddizione tra l’immagine e la sostanza, ovvero le opere di bene che questo sacerdote ha compiuto e le gravi colpe, addirittura crimini, che gli sono stati irrevocabilmente imputati dal Vaticano. Eccoli ricorrere allora alla teoria del complotto, motivata secondo loro dall’invidia delle autorità ecclesiastiche altolocate (anche vaticane) nei confronti del successo del sacerdote (autore di libri, cantautore stimato, fondatore di due case per orfani, ecc.) e “dimostrata” dalla corrispondenza per mail intercorsa tra le vittime e le suddette autorità, ottenuta per sottrazione fraudolenta e in seguito abilmente maneggiata e consegnata, dal patriarca stesso, a papa Francesco a prova dell’innocenza del pedofilo Labaki. Dietro a tale “complotto” ci sarebbe di volta in volta la massoneria internazionale, il sionismo ebraico, le sette sataniche.

    Essi non credono alla colpevolezza di Labaki perché incapaci di vedere e accettare l’altra faccia della medaglia, quella oscura. Non era stato così anche per Marcial Macial Degollado, per citarne solo uno a titolo d’esempio? Quest’ultimo era persino amico di Giovanni Paolo II, tanto che il suo caso non è affiorato che dopo il decesso del papa.

    Per screditare le vittime e salvare il “lupo”, la Chiesa maronita, tramite alcuni predicatori su Telelumière e NourSat, mantiene l’ambiguità circa la condanna definitiva di Labaki. Come? Sovrapponendo il tribunale civile a quello ecclesiastico. Il noto sacerdote libanese p. Marwan Khoury sostiene, contro l’evidenza del Diritto canonico e della prassi della Chiesa d’Occidente, che la CdF allontana qualsiasi prete dalle sue funzioni sacre appena lo si accusa di pedofilia, ma si riserva di pronunciarsi definitivamente solo alla fine dell’indagine e di fronte alla condanna da parte dei tribunali civili. Non è vero. Una domanda sorge spontanea: se la Chiesa libanese non chiarisce questo equivoco, perché Roma persiste a tenere sotto silenzio la sentenza definitiva contro Labaki pronunciata nel 2013? Eppure io ho incontrato nel 2013 il numero due della CdF, mons. Ladaria, per metterlo in guardia contro le possibili e future mosse del mostro che, purtroppo, continuano ad avverarsi a danno delle vittime libanesi. Il silenzio vaticano non fa che accrescere il dubbio sulla sincerità delle vittime e la colpevolezza del carnefice.

    E non finisce qui. In Libano, è in atto un processo contro le vittime che sono accusate di falsa testimonianza, diffusione di materiale privato e associazione a delinquere. Questa è la seconda denuncia con questa accusa, giacché quella pronunciata nel 2014 è stata ricusata dal giudice per dichiarazione di incompetenza.

    Questo è il Libano, un Paese dove aleggia una democrazia fantasmagorica ma dove in pratica vige una legge ferrea, quella del confessionalismo religioso. È la mancanza di laicità che ci impedisce di trattare persino le tematiche più gravi da un punto di vita antropologico e ci obbliga a ricorrere sempre alla religione per giustificare l’operato, anche il più becero, degli uomini di dio (sia chiaro, con la lettera minuscola).

    La mia esperienza mi porta a concludere che i discorsi del papa, come il sostegno alle vittime e la sua conclamata affermazione della tolleranza zero, persino l’ultimo suo motu proprio sulla negligenza dei vescovi, lasciano il tempo che trovano e le vittime nella loro disperazione. Ne sono prova le molteplici associazioni pro-vittime che spopolano su internet e accusano l’indifferenza e la negligenza delle alte sfere ecclesiastiche. Io stessa non ho ricevuto nessuna risposta, né dal papa né dal card. Parolin, alle mie lettere in cui espongo dettagliatamente la situazione critica delle vittime libanesi. Ne va della nostra vita, e non sto esagerando. Mansour Labaki a suo carico ne ha una settantina, quelle che hanno avuto il coraggio di sporgere denuncia. Sono sicura che ce ne sono altrettanto nascoste, fagocitate dalla paura e dalla vergogna di denunciare.

    La logica che la Chiesa persegue? Per ora è solo punitiva nei confronti dei sacerdoti pedofili, nell’intento di espellere il male dal suo interno, noncurante della formazione oscurantista dei seminari di cui questi preti sono il frutto; di certo non è riparativa nei confronti delle vittime di abuso: il telefono del Comitato dei 9 che il papa ha istituito per le vittime squilla sempre a vuoto.

    * Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

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  • Preti pedofili: contro i vescovi negligenti, il pugno di ferro di papa Francesco

    Preti pedofili: contro i vescovi negligenti, il pugno di ferro di papa Francesco

    38578 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Chissà quanti sono i vescovi che, alle prese con casi di pedofilia dei sacerdoti nelle loro diocesi, da qualche giorno si sentiranno malfermi sulle loro sedie episcopali. Si potrebbe supporre non siano pochi, dato che il fenomeno degli abusi sembra non aver risparmiato un lembo del globo terracqueo. A segare le gambe delle loro cattedre è intervenuto, com’è ormai noto, un decreto di papa Francesco, con data 4 giugno 2016, un motu proprio dal titolo di velluto, Come una madre amorevole, per un contenuto di ferro: la rimozione forzata dei vescovi che, di fronte agli abusi sessuali dei loro preti, siano o siano stati negligenti nell’intraprendere misure atte a bloccarne la reiterazione e a punire il colpevole.

    «Il Diritto canonico – premette il papa in apertura di decreto (di soli cinque articoli) – già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto» (ovvero i superiori maggiori degli Istituti religiosi e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio). Tutto già codificato nel can. 193 §1 del Codice di Diritto Canonico e nel can. 975 §1 del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, ma non basta: «Con la presente Lettera – motiva con fermezza il pontefice – intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili». E, di nuovo, non basta: rammentando che il «vescovo diocesano o l’eparca può essere rimosso solamente se egli abbia oggettivamente mancato in maniera molto grave alla diligenza che gli è richiesta dal suo ufficio pastorale, anche senza grave colpa morale da parte sua», prescrive che «nel caso si tratti di abusi su minori o su adulti vulnerabili è sufficiente che la mancanza di diligenza sia grave».

    In caso «appaiano seri indizi» di tali manchevolezze, «la competente Congregazione della Curia romana può iniziare un’indagine in merito, dandone notizia all’interessato e dandogli la possibilità di produrre documenti e testimonianze». E «qualora ritenga opportuna la rimozione del vescovo, la Congregazione stabilirà, in base alle circostanze del caso», se «dare, nel più breve tempo possibile, il decreto di rimozione» o «esortare fraternamente il vescovo a presentare la sua rinuncia in un termine di 15 giorni. Se il vescovo non dà la sua risposta nel termine previsto, la Congregazione potrà emettere il decreto di rimozione», la quale tuttavia sarà sottoposta «all’approvazione specifica» del pontefice, assistito da «un apposito Collegio di giuristi, all’uopo designati».

    Cardinali e vescovi sotto indizio di negligenza

    Avrà un bel da fare la «competente Congregazione della Curia» (non specificata; Radio Vaticana la cita aggiungendo fra parentesi «vescovi, Evangelizzazione dei Popoli, Chiese orientali, Istituti di vita consacrata e Società di vita apostolica»), perché «seri indizi» necessari per iniziare un’indagine sono emersi per non pochi prelati, che, se innocenti, è bene primario siano “assolti” da sospetti di negligenza o altro. Qualche nome, fra i casi di cui si è parlato recentemente, anche su Adista, relativamente ad episodi di presunta copertura di reati commessi anni addietro e da tempo riferiti dalla stampa.

    L’australiano card. George Pell ha ammesso davanti alla Royal Commission australiana, nell’inchiesta riguardante fra l’altro il suo ruolo e le sue responsabilità di copertura di casi di pedofilia tra gli anni ‘70 e ‘80, di non aver dato seguito alla denuncia di uno studente che accusava p. Edward Dowlan, prete insegnante in una scuola cattolica, di «comportarsi male con i bambini». «Ne parlò di sfuggita durante la conversazione – ha minimizzato il cardinale – non mi ha chiesto di fare nulla». Dowlan è stato poi condannato per aver abusato di 20 bambini in sei diverse scuole, a partire dal 1971. Ma Pell non pare sentirsi in colpa e ha contestualizzato il suo comportamento: «Con l’esperienza di quarant’anni dopo – ha detto – sono certamente d’accordo che avrei dovuto fare di più». «Non ne feci nulla» (v. Adista Notizie n. 12/16).

    Il patriarca maronita del Libano Béchara Raï ha difeso in pubblico, come peraltro davanti al papa, il sacerdote della diocesi di Beirut, Mansour Labaki (che gode del titolo onorifico di “monsignore”), già condannato il 23 aprile del 2012 per reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su ragazze minorenni. La condanna fu confermata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, nel giugno 2013, rigettando il ricorso presentato dall’“orco” abusatore. Il patriarca libanese ha fra l’altro affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo». Labaki sarebbe vittima, secondo il patriarca, di una «campagna diffamatoria» (v. Adista Notizie n. 13/16). All’inizio di maggio, è stato emesso contro il sacerdote libanese un mandato di cattura internazionale, perché, adducendo motivi di salute, non si è presentato al processo per crimini sessuali commessi in Francia (v. Adista Notizie n. 17/16). L’indagine potrebbe o dovrebbe riguardare anche il vescovo di Beirut, mons. Paul Matar. Il quale per esempio non ha mai pubblicato sul bollettino della diocesi le sentenze ecclesiali contro Labaki.

    Il card. Bernard Francis Law è stato arcivescovo metropolita di Boston dall’11 gennaio 1984 al 13 dicembre 2002, quando è stato costretto a dimettersi in seguito allo scandalo dei preti pedofili per non aver denunciato pubblicamente i sacerdoti coinvolti. In una dichiarazione diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede, il card. Law manifestò la speranza che il suo allontanamento potesse «aiutare l’archidiocesi di Boston a trovare la cura, la riconciliazione e l’unità, di cui ha così disperatamente bisogno. A tutti quelli che hanno sofferto per le mie mancanze ed errori, domando scusa e imploro il loro perdono» (v. Adista n. 91/02). Dal 27 maggio 2004 al 21 novembre 2011 è stato arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore.

    Contro l’arcivescovo di Lione card. Philippe Barbarin è stata recentemente depositata una denuncia con l’accusa di aver coperto due preti pedofili. Il cardinale ha negato qualsiasi addebito: «Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia», ha affermato per mezzo di un comunicato stampa della diocesi. «Pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili perché commessi da un prete», ha spiegato di non poter «non manifestare la sua profonda incomprensione» di fronte alla denuncia sporta contro di lui, chiedendo «solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità» (v. Adista Notizie nn. 8 e 12/16). Il 25 aprile, parlando al clero lionese, ha riconosciuto «errori della gestione e nomina di certi preti», chiedendo comunque perdono alle vittime. L’8 giugno è stato ascoltato per 10 ore nel quadro dell’inchiesta giudiziaria preliminare.

    Il card. Juan Luis Cipriani, arcivescovo di Lima dell’Opus Dei, all’inizio dello scorso aprile, è stato citato in giudizio da un Tribunale provinciale penale peruviano per non aver denunciato gli abusi sessuali sui minori commessi da Fernando Figari, fondatore nel 1971 della Società di vita apostolica Sodalitium Cristianae Vitae, e da altre persone della stessa istituzione. Risultano indagati ancheVíctor Huapaya Quispe, vicario giudiziale e presidente del Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Lima, e Enrique Elías Dupuy, procuratore di Sodalitium. Secondo una denuncia presentata dall’Istituto per la Difesa dei diritti del Minore, il cardinale, in qualità di moderatore del Tribunale ecclesiastico, era a conoscenza, fin dal 2011 (v. Adista Notizie nn. 11, 12 e 71/11), delle violenze sessuali e psicologiche subite da quattro persone e non avrebbe fatto nulla né per investigare né per prevenire che il delitto si ripetesse (v. Adista Notizie n. 15/16).

    Il card. Angelo Sodano ha svolto il ruolo di Segretario di Stato, su nomina di Giovanni Paolo II, dal 29 giugno 1991 al 15 settembre 2006. È stato un sostenitore di Marcial Maciel, il sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, condannato dalla Santa Sede nel 2006 per gli atti di pedofilia compiuti su seminaristi della sua congregazione e per averne successivamente assolti alcuni in confessione, delitto punito dal diritto canonico con la scomunica latae sententiae. Destinatario, negli anni, di donazioni milionarie da parte di Maciel, che cercava protezione a Roma, Sodano, ancora nel novembre 2008, dunque due anni dopo la condanna vaticana, e dopo la morte di Maciel, invitava seminaristi e sacerdoti della Legione, nella sede della direzione generale dei Legionari di Cristo a Roma – in occasione del 64° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Marcial Maciel – a mantenere viva la devozione per il loro fondatore: «Dobbiamo avere grande venerazione per il nostro fondatore, se siamo tutti peccatori… Si può affermare: guarda com’è infangato l’anello del cardinale, ma è stato un momento; un diamante è sempre un diamante, quindi posso concludere che mi pare che il piano di Dio per la Legione è che essa continui». A quell’incontro prese parte, fra gli altri, il card. Franc Rodé, anch’egli estimatore di Maciel. Queste alcune sue frasi: «Non dovete giudicare padre Marcial, verrebbe frainteso, lasciate il giudizio al Signore, spetta a Lui. Un fondatore può avere debolezze, anche difetti sul piano psicologico, intellettuale e persino morale, e in questo caso se vivono debolezze sul piano morale, ciò che si impone è la misericordia, la comprensione».

    E veniamo ad uno dei vescovi più invisi agli stessi suoi fedeli: mons. Juan de la Cruz Barros, vescovo di Osorno, in Cile, accusato di complicità con il prete Fernando Karadima (condannato in sede di giustizia civile e dalla Congregazione per la Dottrina della Fede per abusi sui minori), o quanto meno di averlo coperto (ma, da taluno, anche di aver partecipato ad atti di abuso sessuale su minori; v. Adista Notizie nn. 4, 10, 13, 14, 26 e 35/15). Il papa è però convinto dell’innocenza di Barros: lo ha nominato malgrado la contrarietà di laici e preti della sua diocesi e di cileni di altre diocesi (compresi 51 parlamentari nazionali). In un audio “carpito” a Bergoglio mentre parlava con fedeli sostenitori di Barros, lo si sente dire: «L’unica accusa contro il vescovo è stata screditata giudizialmente, perciò non perdano la serenità». «Io sono il primo a castigare e giudicare qualcuno che ha ricevuto accuse di questo tipo, ma in questo caso non c’è prova, al contrario; ve lo dico di cuore». «Osorno soffre, ma per una sciocchezza, perché non apre il cuore a quello che Dio dice e si lascia trascinare dalle frottole che tutta questa gente dice». E ancora: «La Chiesa ha perso la libertà facendosi riempire la testa da politici, giudicando un vescovo senza alcuna prova, dopo 20 anni che è vescovo».

    * Fotografia di Frang2823, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite

  • Abusi sessuali, don Inzoli risarcirà cinque vittime con 25mila euro a testa

    Abusi sessuali, don Inzoli risarcirà cinque vittime con 25mila euro a testa

    Un risarcimento di 25mila euro a testa per cinque ragazzi che avrebbero subito abusi sessuali. È quanto verserà don Mauro Inzoli, il 66enne ex dirigente di Comunione e liberazione accusato di abusi sessuali e già condannato dal Vaticano a “una vita di preghiera e umile riservatezza”. L’accordo con i minori, che si sono costituiti parti offese, è stato raggiunto nell’udienza preliminare di mercoledì mattina davanti al gup di Cremona Letizia Platè. Il giudice ha anche accolto la richiesta di rito abbreviato – che in caso di condanna assicura lo sconto di un terzo della pena – presentata dai legali del sacerdote: la prima udienza del processo è fissata per il 29 giugno.

    Gli abusi contestati sarebbero avvenuti tra il 2004 e il 2008

    Don Inzoli, in passato soprannominato don Mercedes per il suo stile di vita, è accusato di otto episodi di abusi sessuali compiuti su cinque ragazzini. I fatti contestati dal procuratore di Cremona Roberto Di Martino si sarebbero verificati tra il 2004 e il 2008, quando don Inzoli era rettore del liceo linguistico Shakespeare di Crema e parroco della chiesa della Santissima Trinità, sempre a Crema. A quell’epoca, le presunte vittime del parroco avevano tra i 12 e i 17 anni di età. Gli abusi – palpeggiamenti, carezze e baci secondo i racconti dei ragazzini – sarebbero avvenuti nello studio del religioso, annesso all’oratorio, e nei luoghi di villeggiatura frequentati dai ragazzini, sempre orbitanti negli ambienti legati a Cl. La Congregazione per la dottrina della fede aveva già sospeso il sacerdote, anche se il Vaticano aveva poi deciso di non trasmettere gli atti alla magistratura italiana.

    Nel gennaio 2015 don Inzoli aveva partecipato a un convegno in Regione
    Il caso di don Inzoli era tornato alla ribalta nel gennaio 2015, dopo che il religioso era stato notato tra la platea di un contestato convegno sulla “famiglia naturale” promosso dalla Regione Lombardia, che aveva suscitato critiche per la presenza del patrocinio di Expo nella locandina.

    http://milano.fanpage.it/abusi-sessuali-don-inzoli-risarcira-cinque-vittime-con-25mila-euro-a-testa/

  • Quando l’abuso è in parrocchia

    Quando l’abuso è in parrocchia

    Anche se la stragrande maggioranza dei casi di pedofilia si verifica fra le mura domestiche, il terribile fenomeno è destinato a rimanere eternamente legato agli abusi sui minori commessi dai preti in tutto il mondo. Il caso dei parroci pedofili all’interno della chiesa cattolica esplode nel gennaio del 2002 negli Stati Uniti d’America, quando il quotidiano Boston Globe mette in azione i segugi della sezione speciale “Spotlight” che con la loro inchiesta svelano i “segreti” dell’arcivescovo statunitense Bernard Francis Law, accusato di aver coperto moltissimi casi di pedofilia accaduti in diverse parrocchie (ne è stato tratto un film, “Il caso Spotlight”, che ha vinto l’Oscar come miglior film).

    Ad ereditare le “macerie” lasciate da Law è stato il cardinale Sean Patrick O’ Malley, voluto da Papa Francesco a capo della Commissione vaticana sulla Pedofilia. Negli anni intorno al 2004 le denunce giunte in Vaticano per sospetti, raccapriccianti casi di abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici erano 800 al giorno. Ma anche negli anni successivi e a noi più vicini, alla Congregazione per la dottrina della fede sono state sottoposte circa 600 querele. Il velo d’omertà intorno ai casi di pedofilia nelle parrocchie è cominciato a cadere grazie a Joseph Ratzinger, che già da Prefetto dell’ex Sant’uffizio e poi da Papa ha imposto nuove regole improntate alla “tolleranza zero”.

    Papa Francesco non si è discostato dalla sua linea, fino a processare in Vaticano anche un alto diplomatico religioso. Dal 2004 al 2013 i preti ridotti allo stato laicale, perché accusati di abusi sessuali su minori, sono stati circa 900. Ciò ha comportato non solo un danno d’immagine gigantesco per la Chiesa Cattolica, ma anche un costo economico enorme. La sola chiesa degli Stati Uniti, ad esempio, negli ultimi dieci anni ha dovuto pagare quasi 3 miliardi di dollari per spese legali, terapie e patteggiamenti.

    http://www.iltempo.it/politica/2016/05/01/quando-l-abuso-e-in-parrocchia-1.1534736

  • “Punire severamente gli abusatori”, chiedono Francesco e Mattarella. Ma non sempre i giudici li ascoltano

    “Punire severamente gli abusatori”, chiedono Francesco e Mattarella. Ma non sempre i giudici li ascoltano

    Questa è una tragedia non dobbiamo tollerare abusi sui minori dobbiamo difendere i minori e punire severamente gli abusatori”. Papa Francesco ha aggiunto a braccio questa dichiarazione ferma e severa, che impegna per primi i tribunali ecclesiastici e tutti i vescovi ad abbandonare omertà e perdonismo nei confronti dei preti pedofili, al forte incoraggiamento rivolto oggi all’Associazione Meter presente in piazza San Pietro in occasione della Giornata Nazionale per i bambini vittime. “Saluto – ha detto Bergoglio dopo il Regina Caeli – l’Associazione Meter, che da tanti anni lotta contro ogni forma di abuso sui minori. Grazie per il vostro impegno e continuate con coraggio!”.  “La voce del Pontefice – ha commentato a caldo il fondatore di Meter, don Fortunato Di Noto – si è dunque levata forte e chiara innanzi alla pattuglia di Meter riconoscibile per i cappellini e le magliette gialle indossate per l’occasione. Un giallo che vuole ricordare i colori della primavera, della rinascita, della vita che ritorna. Anche e soprattutto dopo l’abuso. Un impegno chiaro e concreto che l’Associazione porta avanti dal 1989. Noi andremo oltre e non tollereremo il silenzio e la impunità. Siamo commossi e orgogliosi per le parole pronunciate da Papa Francesco”. “Parole chiarissime – ha aggiunto il sacerdote – che stavolta segnano un punto di non ritorno: il Papa ci ha spinto ad andare oltre, ci ha incoraggiati dandoci una carica pazzesca per la nostra missione. Siamo con lei, Santità, al servizio della Chiesa e della società civile per difendere tutti i bambini. E al Papa ed ai bambini del mondo facciamo promessa: non vi deluderemo, saremo sempre pronti a correre in vostra difesa”.

    Espressioni analoghe a quelle di Papa Francesco ha usato anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella che ha chiesto nuovamente ieri  che la giustizia in questi casi sia ”rapida, ampia e severa’‘.

    Nella pratica però accade che la Giustizia italiana tenda a chiudere un occhio in certi casi. Ad esempio, come abbiamo già segnalato alcuni giorni fa, la Corte D’Appello di Ancona ha dimezzando la pena inflitta a don Giangiacomo Ruggeri: un anno, undici mesi e dieci giorni e pena sospesa”. Il parroco di Orciano era stato condannato per atti sessuali su una tredicenne e atti osceni in luogo pubblico ma in secondo grado è stato accolto integralmente il ricorso della difesa riformando la sentenza di primo grado che condannava il sacerdote ad una pena comunque troppo mite: due anni e sei mesi. C’è da chiedersi se questa sia giustizia. Si può ancora sperare che almeno le norme canoniche (che prevedono per questi casi la riduzione allo stato laicale, perché il sacerdozio non serve a salvare l’individuo ma è un servizio agli altri)  siano applicate in modo serio dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, che è competente su questi casi. Riportiamo una dichiarazione dell’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, presidente della Corte d’Appello della CDF, che sembra appropriata a questa situazione: nel caso “in cui un processo civile penale ha trovato il chierico colpevole di abusi sessuali su minori o quando le prove sono schiaccianti, la Congregazione per la Dottrina della Fede può scegliere di portare il caso direttamente al Papa con la richiesta che egli emani un decreto ex officio di dimissione dallo stato clericale. Non vi è alcun rimedio canonico contro tale decreto papale”.

    E Papa Francesco il 27 maggio 2014 sull’aereo che lo riportava da Gerusalemme a Roma fu molto chiaro in proposito: “In Argentina, ai privilegiati noi diciamo: ‘Questo è un figlio di papà’. In questo problema non ci saranno figli di papà. In questo momento, ci sono tre vescovi sotto indagine: sotto indagine, tre, e uno è già condannato e si sta valutando la pena da comminare. Non ci sono privilegi. Questo abuso dei minorenni è un reato tanto brutto, tanto… Noi sappiamo che è un problema grave dappertutto, ma a me interessa la Chiesa. Un sacerdote che fa questo, tradisce il Corpo del Signore, perché questo sacerdote deve portare questo bambino, questa bambina, questo ragazzo, questa ragazza alla santità; e questo ragazzo, questa bambina si fida, e questo invece di portarli alla santità, abusa di loro. E questo è gravissimo! E’ proprio come… farò un paragone soltanto: è come fare una Messa nera, per esempio. Tu devi portarlo alla santità e lo porti a un problema che durerà tutta la vita… Prossimamente ci sarà una messa con alcune persone che hanno subito abusi, a Santa Marta, e poi una riunione con loro: io e loro, con il Cardinale O’Malley che è della Commissione. Ma su questo si deve andare avanti, avanti: tolleranza zero”.

  • “Il Patriarca coprì gli abusi”. Appello al Vaticano delle donne libanesi

    “Il Patriarca coprì gli abusi”. Appello al Vaticano delle donne libanesi

    (Marco Ansaldo) Il capo della Chiesa d’Oriente accusato di proteggere un monsignore già giudicato colpevole. Le vittime attaccano: “Ci trattano come delle prostitute”. Una di loro abita oggi a Torino. La Segreteria di Stato indaga. Il dossier nelle mani del Papa — Le ragazze abusate sessualmente lo chiamavano “l’Orco”. In Libano le aveva sottomesse per tre lunghi anni. Ma secondo il suo superiore, il Patriarca maronita Bechara Rai, la vittima è lui: monsignor Mansour Labaki, fondatore in Libano e in Francia di due centri per l’accoglienza dei bambini. Una trama che adesso tocca l’Italia: perché una delle donne coinvolte, decisa a uscire allo scoperto, abita a Torino.C’è un dossier scottante sul tavolo di Papa Francesco. E il putiferio che sta per deflagrare rischia di contrapporre i cattolici della Chiesa d’Oriente con Roma, in un nuovo, delicato caso di pedofilia. Già il 23 aprile del 2012 il Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovado di Parigi aveva condannato monsignor Labaki, riconoscendolo colpevole di abusi sessuali. E l’anno dopo, a giugno, in Vaticano la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva confermato la sentenza, rifiutando il ricorso fatto dal sacerdote. Ma adesso è il Patriarca libanese a ribellarsi, parlando di «campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere». Una critica dura, e già si parla di un’inchiesta canonica nella Segreteria di Stato vaticana nei confronti del Patriarca per le dichiarazioni pubbliche fatte lo scorso 18 marzo.

    I fatti risalgono al 1984. Le ragazze ripetutamente abusate da Labaki, già vicario apostolico della Chiesa di Beirut, furono tre. Accertate. All’epoca tutte minorenni. Le 17 testimonianze parlano però di un numero superiore di bambine e giovani donne coinvolte. Labaki fu privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresa la «facoltà di confessare », diffidato dal «celebrare i sacramenti » in pubblico, e obbligato a «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa ».

    Patrocinato però da uno dei più rinomati avvocati, Antoine Akl, nel maggio 2014 Labaki si è ribellato citando per diffamazione non solo le vittime, ma i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è monsignor Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime. La documentazione portata in tribunale, come riporta ripercorrendo bene il caso il sito di informazione specializzato sul mondo cattolico Adista, «era però – scrive Eletta Cucuzza – frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte». E i nomi sono usciti ora sui giornali.

    Lo scorso 29 febbraio il Patriarca libanese è andato dal Papa consegnando un fascicolo. Con la richiesta al Sant’Uffizio di revisione della sentenza. In gioco, è chiaro, c’è la reputazione della Chiesa maronita del Libano. Le ragazze abusate allora, però, non ci stanno a passare per reiette e sono furibonde. Pretendono giustizia piena dal Vaticano, affermano di avere passato una vita da vittime (ora hanno più di 40 anni), e dicono che l’Orco non mostra alcun segno di pentimento, anzi. Una delle donne abusate, residente a Torino, dice a Repubblica: «Ci trattano come fossimo delle prostitute. Rifiutiamo di essere una moneta di scambio fra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente. Chiediamo alla Santa Sede di riabilitarci in modo pubblico». Lunedì sera il caso è esploso alla tv libanese.

    http://ilsismografo.blogspot.it/2016/04/libano-il-patriarca-copri-gli-abusi.html

  • Pedofilia, tribunale Vaticano condanna don Chiarenza  «Risarcimento da 50mila euro e divieto di dire messa»

    Pedofilia, tribunale Vaticano condanna don Chiarenza «Risarcimento da 50mila euro e divieto di dire messa»

    La Congregazione per la dottrina della fede ha rigettato il ricorso del prete di Acireale contro la sentenza di primo grado. Adesso, se non dovesse rispettare le sanzioni, rischia la dimissione dallo stato clericale. Il commento della vittima Teo Pulvirenti: «Senso di liberazione». A novembre  la magistratura confermò le accuse.

    Don Carlo Chiarenza, il prete di Acireale accusato da Teo Pulvirenti di abusisessuali, è stato condannato in via definitiva. Sul caso dell’ex rettore della basilica di San Sebastiano si è pronunciata la Congregazione per la dottrina della fede che ha rigettato il ricorso presentato dopo la condanna in primo grado. Era l’estate del 2013, quando il Vaticano aveva stabilito che Chiarenza si era reso responsabile di violenza sull’allora adolescente Pulvirenti.

    Un’accusa che il prete aveva sempre rigettato, affermando la propria innocenza e alludendo al fatto che fosse stata la vittima a ricercare affetto in lui. A tale versione, tuttavia, erano stati in pochi a credere. All’indomani della denuncia di Pulvirenti, comprensiva di un audio in cui Chiarenza ammetteva indirettamente gli avvicinamenti risalenti a fine anni Ottanta, il presunto caso di pedofilia aveva attirato l’attenzione dell’associazione La caramella buona, che da allora segue la vicenda e che ha diffuso una nota ufficiale che riprenderebbe, di fatto, una comunicazione che il vescovo di Acireale, AntoninoRaspanti, ha inviato allo stesso Pulvirenti.

    «A Chiarenza – si legge nel comunicato – vengono comminate le seguenti penecanoniche: obbligo di dimorare fuori dalla Metropolia di Catania per tre anni,divieto per tre anni di celebrare messa, divieto perpetuo di confessare e avere contatti ministeriali che possano comportare contatto con i minori». Il prete, inoltre, dovrà risarcire Pulvirenti con la somma di 50mila euro, da pagare in 24 mesi, e coprire le spese processuali (quattromila euro) al Tribunale ecclesiastico. Qualora il sacerdote si rifiutasse di rispettare tali prescrizioni le conseguenze potrebbero portare anche alla «dimissione dallo stato clericale».

    Questo il commento a caldo di Pulvirenti: «Non riesco a crederci. Avverto un incredibile senso di liberazione, finalmente, insieme agli amici della Caramella buona, abbiamo ottenuto non solo giustizia popolare ma anche quella della Chiesa».

    Don Chiarenza a fine 2015 era finito anche in televisione. Intervistato dalla trasmissione di Rete4 La strada dei miracoli, il prelato aveva dichiarato diessere lui la vera vittima, sottolineando una volta di più come l’intera ricostruzione degli abusi fosse scaturita da un’errata lettura degli eventi da parte di Pulvirenti. Interpretazione che non aveva convinto nemmeno lamagistratura, che negli ultimi anni ha indagato sul caso: infatti, nonostante l’inchiesta si fosse conclusa con la richiesta di prescrizione dettata dalla scadenza dei termini utili per andare a processo, i magistrati avevano sottolineato come le accuse a carico di Chiarenza fossero state«circostanziate e verosimili». Dalle indagini, inoltre, era emerso che i casi in cui il prete si sarebbe macchiato di violenza sessuale erano più di uno. Tra i quali, il presunto stupro di una bambina in canonica.

    «Nessuno dorma sonni tranquilli. Gli abusi sui minori sono reati, crimini, gravissimi peccati. Tolleranza zero». Con queste parole don Fortunato Di Notocommenta la condanna di don Chiarenza. Il sacerdote siracusano che da anni si batte contro la pedofilia ammette di essere infastidito quando gli si chiede che cosa si provi a sapere che il colpevole sia un altro prelato. «Combatto la pedofilia e gli abusi da 25 anni, mi dà fastidio che si dica che è un prete come me. Un prete non compie questi atti sui piccoli, sui prediletti del Signore». Sulla prescrizione. «Hanno applicato la legge italiana che prevede la prescrizione, anche se non sembra accettabile».

    http://catania.meridionews.it/articolo/42516/pedofilia-tribunale-vaticano-condanna-don-chiarenza-risarcimento-da-50mila-euro-e-divieto-di-dire-messa/

  • Pedofilia, rigettato il ricorso  di monsignor Chiarenza

    Pedofilia, rigettato il ricorso di monsignor Chiarenza

    La Congregazione per la Dottrina della Fede ha respinto la difesa del sacerdote di Acireale già condannato in primo grado. La sua vittima oggi è ricercatore negli Usa

    La Congregazione per la Dottrina della Fede ha rigettato il ricorso presentato da Monsignor Carlo Chiarenza di Acireale, già condannato in primo grado nel luglio 2013 per abusi sessuali compiuti ai danni di Teo Pulvirenti, assistito dall’associazione antipedofilia «La Caramella Buona Onlus». «Non riesco a crederci – dichiara commosso Teo Pulvirenti da New York, dove lavora come ricercatore – avverto un incredibile senso di liberazione, finalmente, insieme agli amici della “Caramella Buona”, abbiamo ottenuto non solo giustizia popolare ma anche quella della Chiesa».

    La sentenza

    Dichiarato colpevole, a Chiarenza sono state comminate diverse pene canoniche tra le quali l’obbligo di dimora fuori dalla città metropolitana di Catania per tre anni in un luogo concordato tra il Vescovo di Acireale e il Vescovo ospitante, il divieto per tre anni di celebrare in pubblico la Santa Messa, il divieto perpetuo di confessare ed esercitare la direzione spirituale, e di ricevere in futuro incarichi ministeriali che possano comportare contatto con i minori. Oltre a queste misure il prete dovrà risarcire Teodoro Pulvirenti la vittima all’epoca dei fatti, con la somma di 50mila euro nel tempo massimo di 24 mesi dalla data della notifica di questo Decreto.«Qualora Mons. Chiarenza non ottemperasse alle pene suddette – si legge nel dispositivo – gli si impongano altre pene canoniche espiatorie di cui al CIC can 1336, non esclusa, dietro severo ammonimento e de mandatu Congregationis pro Doctrina Fidei, la dimissione dallo stato clericale».

     http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/catania/cronaca/16_aprile_14/acireale-condannato-sacerdote-pedofilia-dovra-risarcire-vittima-027548c2-027a-11e6-b078-9feb14f0aefb.shtml