Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Congregazione per la dottrina della fede

  • Il cardinale inflessibile che proteggeva i preti pedofili

    Il cardinale inflessibile che proteggeva i preti pedofili

    La procura di Lione ha aperto una inchiesta preliminare per «mancata denuncia di un crimine» nei confronti dell’Arcivescovo di Lione Philippe Barbarin

    di Stefano Montefiori

    Molto severo con i comportamenti a lui sgraditi, molto indulgente con atti oggettivamente ignobili. Inflessibile contro i matrimoni gay, comprensivo con un prete reo confesso di pedofilia. Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, tempo fa ha usato toni durissimi per denunciare la minaccia alla civiltà rappresentata a suo dire dal mariage pour tous: disse che i bambini andavano protetti, che presto avremmo conosciuto «unioni formate da tre o quattro persone» e che «un giorno anche il divieto di incesto» sarebbe caduto.

    Tre anni sono passati da quelle frasi, e in Francia poligamia e incesto restano reati. Come la pedofilia, del resto, che sembra però allarmare Barbarin in misura molto minore. La procura di Lione ha aperto una inchiesta preliminare per «mancata denuncia di un crimine» e «messa in pericolo della vita altrui» dopo che alcuni ex boy scout hanno denunciato l’arcivescovo, due responsabili diocesani, il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Gerhard Müller e un suo collaboratore, che non avrebbero fatto quanto in loro potere per fermare il sacerdote Bernard Preynat, autore di molestie e violenze su una quarantina di bambini (tra il 1972 e il 1991).

    In una intervista rilasciata al quotidiano cattolico La Croix, Barbarin spiega di avere convocato il prete pedofilo verso il 2007-2008, di avere raccolto la sua ammissione di colpevolezza, ma di non avere preso provvedimenti perché — «secondo uno specialista» — quella confessione era segno di ravvedimento. Inoltre, i fatti erano «canonicamente prescritti». Così padre Preynat è restato al suo posto. Anzi, qualche anno dopo, nel 2011, il cardinale Barbarin lo ha promosso a responsabile non di una, ma di sei parrocchie, ancora a contatto con i bambini. Lo stesso Barbarin che l’anno successivo, in occasione del mariage pour tous, si sarebbe autoproclamato difensore dell’infanzia.

    http://www.corriere.it/cultura/16_marzo_07/cardinale-inflessibile-che-proteggeva-preti-pedofili-90db0788-e3d4-11e5-aa1e-c06fd7dc1288.shtml

  • Bufera sull’arcivescovo di Lione, avrebbe coperto i pedofili

    Bufera sull’arcivescovo di Lione, avrebbe coperto i pedofili

    Tre ex scout hanno deciso di denunciare gli abusi avvenuti tra il 1978 e il 1991, e vogliono le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin.

    LIONE – Si respira un’aria molto “Spotlight” nella cellula costituita a Lione da tre ex scout che dopo una vita hanno trovato il coraggio di denunciare gli abusi subiti da alcuni sacerdoti fra il 1978 e il 1991. La giustizia francese sospetta le gerarchie cattoliche lionesi, e forse anche più in alto, di aver coperto tutto.

    Come nel film premiato agli Oscar, il gruppo, sostenuto da avvocati, psicologi e anche associazioni cattoliche, mira in alto: vuole le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, primate delle Gallie, accusato di aver coperto il principale colpevole per 7 anni, dal 2007 al 2014.

    Sarebbero già 55 le testimonianze “assolutamente credibili” di adulti che frequentavano tra fine anni Settanta e fine anni Ottanta la diocesi lionese e che si sono imbattuti nei preti pedofili.

    Soprattutto in Bernard Preynat, 71 anni, che il 27 gennaio scorso è finito sotto inchiesta ed ha confessato gli abusi, accusandosi persino di stupri per i quali non era stato chiamato in causa.

    Per uno degli ex scout che è uscito allo scoperto, Bertrand Virieux, 44 anni, diventato cardiologo, padre Preynat “era un vero e proprio predatore, attaccava soprattutto ragazzini fra gli 8 e i 12 anni, biondini e con gli occhi blu. Come me”.

    Il primo a denunciare era stato un suo compagno più giovane, Francois Devaux, 37 anni, che accusa il cardinal Barbarin, il suo capo di gabinetto Pierre Durieux e una serie di altri pezzi grossi della gerarchia cattolica, fra i quali due membri della Curia romana, il cardinal Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il suo segretario, il gesuita Luis Ladaria Ferrer.

    Il caso è più che bollente, il primate delle Gallie è uno dei cardinali francesi più importanti, ha la fiducia del Papa e l’episcopato di Francia fa blocco attorno a lui ripetendo che “non era arcivescovo di Lione al momento dei fatti”.

    Ma Barbarin, nonostante le accuse sui preti di Lione piovessero da anni, in particolare da madri di quegli scout vittime di abusi, non rimosse il “predatore” quando, nel 2007, ebbe pubblicamente conoscenza dei fatti. All’epoca – lo giustificano le gerarchie – “era convinto che il prete avesse rotto con il suo passato”. E gli confermò l’incarico in diocesi, con il rischio che continuasse a venire a contatto con bambini. Soltanto nel 2014 arriva la rimozione, dopo che Barbarin ha avuto “la testimonianza diretta di una vittima” ed ha “consultato Roma”.

    Se l’inchiesta andrà fino in fondo, il cardinale Barbarin e i suoi collaboratori rischiano tre anni di carcere e 45’000 euro di multa per omessa denuncia di violenze sessuali su minori. In un comunicato, l’alto prelato fa sapere di voler cooperare “con serenità e fiducia”.

    Sui social network, intanto, dilagano proteste e petizioni contro Barbarin. Una di queste, firmata da molti cattolici, ne chiede apertamente l’immediata rimozione da parte di Papa Francesco.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Cronaca/1074343/Bufera-sull-arcivescovo-di-Lione-avrebbe-coperto-i-pedofili

  • PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    Via al processo a don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e liberazione, accusato di violenze su otto bambini. Ma il Vaticano continua a essere poco trasparente

    di Federico Tulli

    Ricordate don Mauro Inzoli? Sebbene a giugno 2014 fosse stato «invitato» dalla Congregazione per la dottrina della fede «a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» per gli «abusi su minori» affidati alla sua cura, il 17 gennaio 2015 fu immortalato sorridente al convegno organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale». L’ex parroco di Crema, esponente di spicco di Comunione e liberazione, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della fraternità, si godeva lo spettacolo in seconda fila. Davanti a lui sedevano il governatore Roberto Maroni e il predecessore, Roberto Formigoni, di cui, Inzoli, si dice sia stato il confessore. Condannato – si fa per dire – dalla Santa Sede «alla pena medicinale perpetua» per lo Stato italiano era un uomo libero. Il 9 marzo le cose potrebbero cambiare. È la data fissata dal gip di Cremona Letizia Platè per il processo al prete, sotto inchiesta in Italia solo da ottobre 2014 in seguito a due esposti del senatore Sel Franco Bordo. L’accusa è di quelle pesanti: “Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minori di 12 anni”. A Inzoli sono imputati otto casi, altri 15 sono caduti in prescrizione. Rischia 12 anni di carcere e la pena potrebbe ridursi di un terzo con il rito abbreviato. Ma un eventuale appello allungherebbe i tempi facendo cadere in prescrizione tutti i reati. A dilatare l’iter investigativo ha contribuito la Santa Sede negando alla procura di Cremona gli atti dell’istruttoria e del procedimento canonico perché vincolati dal «segreto pontificio».

    L’avvio del processo penale a don Inzoli coincide con il terzo anniversario del pontificato di Bergoglio. Sin dal 13 marzo 2013, Francesco si è dedicato, almeno a parole, alla lotta contro la pedofilia nel clero cattolico. Ma il gesuita argentino ha poco da festeggiare. I due Oscar vinti da Spotlight di Tom McCarthy (miglior film e miglior sceneggiatura originale) riportano con forza in primo piano l’ineludibile questione della trasparenza come chiave di volta per scardinare il sistema di potere complice dei pedofili in tonaca contro cui lo stesso Bergoglio si è spesso scagliato in nome della «tolleranza zero». Un’idea di trasparenza che si lega a quella di collaborazione con le autorità degli altri Paesi, che evidentemente però non è stata ancora ben assimilata in Vaticano nemmeno dal papa. Lo dicono la rogatoria negata e il “segreto pontificio” sul caso Inzoli. Ma anche, per fare un esempio, la vicenda giudiziaria di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato nei rispettivi libri – Avarizia (Feltrinelli) e Via crucis (Chiarelettere) – notizie vere documentate da fonti certe. Proprio come fecero nel 2002 i colleghi del team Spotlight del Boston Globe, cui invece la tenace inchiesta che smascherò le sistematiche complicità delle istituzioni ecclesiastiche con i pedofili valse il Pulitzer. Ad aumentare la distanza tra gli annunci di Bergoglio e la realtà dei fatti ci si mette anche la Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui creata, sommersa dalle polemiche per l’espulsione di un membro laico, l’avvocato inglese Peter Saunders. Il quale, intervistato dalla Bbc, ha attaccato papa Francesco reo «di non aver fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini», e ha definito «oltraggiosa» la nomina del suo amico monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno in Cile, sospettato di aver protetto padre Karadima condannato per pedofilia nel 2011. La defenestrazione di Saunders va messa in relazione alle sue accuse contro il cardinale George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto, senza però riuscire a evitare di deporre il 28 febbraio scorso di fronte alla Commissione governativa australiana sui crimini pedofili. «Non sono qui per difendere l’indifendibile», ha detto il cardinale, ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini. Troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze», ha osservato tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili», ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione.

    Una responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida. Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per l’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di loro la dimissione dallo stato clericale è probabilmente arrivata dopo una condanna penale “laica”. Per altri invece si è espresso solo il Tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa non risposero alle istanze dell’Onu che anche per questo ha accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. Come nel caso di don Inzoli, i fatti e la trasparenza stanno a zero.

    LEFT del 5 marzo 2016

  • FEDERICO TULLI – Chiesa e pedofilia, la tolleranza di Bergoglio e Pell

    FEDERICO TULLI – Chiesa e pedofilia, la tolleranza di Bergoglio e Pell

    «Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili». Intervistato da Andrea Tornielli su La Stampa, dopo la settimana di passione che lo ha visto protagonista di fronte agli investigatori della Commissione governativa anti-pedofilia australiana, il cardinale Pell ha scelto di seguire la linea  indicata da papa Bergoglio nella presunta battaglia del Vaticano contro la pedofilia clericale. Già, presunta, almeno da un punto di osservazione laico.

    «Tolleranza zero» – la formula tanto esaltata dalla Chiesa e indicata come segnale inequivocabile di svolta dai giornali italiani che le vanno appresso – per il pontefice argentino e per il card. Pell da lui voluto alla guida del superministero dell’Economia della Santa sede, significa infatti che i preti pedofili nella loro Chiesa non ci possono stare perché l’abuso è un’offesa a Dio, cioè un delitto contro la morale.

    Nulla dunque è cambiato dai tempi di Joseph Ratzinger che da papa emerito il 24 settembre 2013 definiva la pedofilia «abuso morale di minorenni da parte di sacerdoti» nel famoso carteggio con il matematico Odifreddi su Repubblica. Nulla è cambiato, dicevamo: la pedofilia per Bergoglio e le gerarchie vaticane rimane un peccato e i preti violentatori di bambini sono prima di tutto dei peccatori.

    Il «crimine odioso» sempre per dirla con Benedetto XVI, è contro Dio. Dunque in chiesa o in parrocchia a portare il Verbo in terra i pedofili non ci possono stare. Ma in società sì, perché in fin dei conti siamo tutti peccatori. Tanto è vero che, come ha fatto notare l’Onu nel 2014 e come insegna il caso di don Inzoli che va a processo il 9 marzo solo in seguito a un esposto del deputato Sel Franco Bordo e dell’associazione di vittime Rete L’Abuso, anche sotto la guida del papa gesuita la Santa sede continua a evitare di segnalare all’autorità giudiziaria i sacerdoti dimessi dallo stato clericale in seguito a una condanna definitiva per abusi su minori emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede (7mila denunce e quasi 900 espulsioni dal 2004).

    Perché le leggi terrene non sono nulla in confronto a quella divina. E poco importa se dei serial killer – ai quali è equiparabile il profilo criminale e la malattia mentale di un pedofilo – se ne vanno indisturbati a spasso in cerca di bambini.

    Federico Tulli

  • Il caso Spotlight, un prete confessa: “Avevo la nausea durante il film”

    Il caso Spotlight, un prete confessa: “Avevo la nausea durante il film”

    “Il caso Spotlight” di Tom McCarty ha vinto l’Oscar come miglior film alla 88esima edizione degli Academy Awards. Racconta l’inchiesta svolta da un gruppo di giornalisti del Boston Globe, che ha portato alla luce un vasto scandalo di pedofilia nella Chiesa. E ora questa pellicola sta scuotendo la comunità cattolica mondiale: molti sacerdoti e molti fedeli condannano gli abusi coperti dall’istituzione ecclesiastica. “Un film choccante, ma necessario”, dicono.

    E così padre Amar, sacerdote della diocesi di Versailles, ha confessato: “Sono andato a vedere questo film con l’abito sacerdotale. Ma non mi sentivo affatto a mio agio. Durante il film avevo la nausea perché la Chiesa è la mia famiglia. Ho pianto alla fine, ma la mia sofferenza non è nulla rispetto a quella delle vittime di pedofilia. Sono fatti abominevoli, una vergogna immane per la Chiesa”, ha detto il prete a una radio locale francese.

    Per l’Osservatore Romano non è un film anticattolico – “Non è un film anticattolico”. Così l’Osservatore Romano ha commentato, a firma di Lucetta Scaraffia e con richiamo in prima pagina, l’Oscar assegnato al “Caso Spotlight” sullo scandalo dei preti pedofili scoperchiato nel 2001 dal Boston Globe. “Spotlight, che ha vinto l’Oscar, ha una trama avvincente. E non è un film anticattolico, come anche è stato scritto, perché riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà. Certo, nel racconto non viene dato spazio alla lotta lunga e tenace che Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e come Papa, ha intrapreso contro la pedofilia nella Chiesa. Ma in un film non si può dire tutto, e le difficoltà che ha incontrato Ratzinger non fanno che confermare la tesi del film, e cioè che troppo spesso l’istituzione ecclesiastica non ha saputo reagire con la necessaria determinazione di fronte a questi crimini”, scrive la storica sul quotidiano della Santa Sede. “Certo, e lo sappiamo tutti, i bambini sono esseri indifesi, e quindi vittime privilegiate di abusi anche nelle famiglie, nei circoli sportivi, nelle scuole laiche. Gli orchi non portano esclusivamente la veste talare. La pedofilia non deriva necessariamente dal voto di castità. Ma ormai è chiaro che nella Chiesa troppi si sono più preoccupati dell’immagine dell’istituzione che non della gravità dell’atto”. Per Scaraffia, “il fatto che dalla cerimonia degli Oscar sia venuto un appello a Papa Francesco perché combatta questo flagello deve essere visto come un segnale positivo: c’è ancora fiducia nell’istituzione, c’è fiducia in un Papa che sta continuando la pulizia iniziata dal suo predecessore già come cardinale. C’è ancora fiducia in una fede che ha al suo cuore la difesa delle vittime, la protezione degli innocenti”.

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  • Pedofilia, una spina nel fianco per Papa Francesco

    Pedofilia, una spina nel fianco per Papa Francesco

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    La questione della pedofilia rischia di diventare una spina nel pontificato di Francesco. Bergoglio nei primi anni del suo papato ha imboccato una linea dura nei confronti degli abusi sessuali. Pochi mesi dopo la sua elezione (nel luglio 2013) ha inserito nel codice penale dello Stato vaticano i delitti contro i minori, sottoponendo alla giurisdizione penale tutti i membri della Curia romana e dell’amministrazione della Santa Sede.

    Appena informato delle accuse circostanziate rivolte al nunzio (ambasciatore) vaticano Jozef Wesolowski a Santo Domingo, lo ha richiamato a Roma e lo ha sottoposto ad un processo canonico, al termine del quale Wesolowski è stato spogliato del suo rango di arcivescovo e ridotto allo stato laicale. Di più: il pontefice ha ordinato l’arresto del prelato degradato e ha ordinato che fosse istruito contro di lui anche un processo penale con la partecipazione di una rappresentanza della stampa internazionale.

    La morte per infarto dell’ex nunzio polacco (nella notte fra il 27 e il 28 agosto 2015) gli ha evitato questa vergogna. Ma la svolta di Francesco a riguardo è stata radicale. Mai un arcivescovo, membro del corpo diplomatico della Santa Sede, era stato oggetto di una punizione così esemplare e pubblica. Per fare un paragone basti ricordare che in presenza dei crimini sessuali di Marcial Maciel, fondatore e capo dei Legionari di Cristo, Benedetto XVI lo aveva allontanato dalla guida del movimento e gli aveva imposto una vita appartata, ma non aveva avuto il coraggio di sottoporlo a processo.

    Francesco ha proseguito la sua opera di contrasto agli abusi, creando una commissione pontificia incaricata di elaborare nuove linee guida per la protezione dei minori. La commissione è presieduta dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, che nella sua diocesi funestata per decenni da preti predatori (come racconta con precisione il film Il caso Spotlight) aveva fatto una grande operazione di pulizia. A far parte della commissione – anche questa un’assoluta novità – sono state chiamate due vittime: l’irlandese Marie Collins, abusata a tredici anni da un prete, e l’inglese Peter Saunders che ha fondato nel suo paese la National Association for People Abused in Childhood, un’organizzazione di sopravvissuti all’abuso.
    Infine il papa argentino ha creato recentemente un tribunale speciale presso la Congregazione per la Dottrina della fede per giudicare l’“abuso di ufficio” di quei vescovi che non hanno dato seguito alle denunce di pedofilia loro pervenute. Un nuovo organismo, che in linea di principio dovrebbe permettere a ogni fedele in qualsiasi parte del mondo di portare in giudizio i vescovi insabbiatori o che rimangono inerti a fronte di segnalazioni di abusi.

    Inutile dire che tutta questa strategia in molta parte dell’apparato ecclesiastico, abituato da secoli all’omertà, non ha incontrato entusiastica approvazione né un concreto appoggio. Le difficoltà sono cominciate proprio con la commissione per la tutela dei minori. Nel marzo 2014 il pontefice aveva creato un organismo snello composto di otto persone: quattro donne e quattro maschi, quattro laici e quattro chierici. Il primo segno di resistenza da parte dell’apparato ecclesiastico a Roma e nel mondo è venuto dalle critiche che la commissione sarebbe stata troppo ristretta e non rispecchierebbe l’universalità della Chiesa. Così è stato perso un anno alla fine del quale la commissione è stata ampliata a 17 membri. Ma la battaglia più forte è divampata sul ruolo della commissione stessa. Tra quanti considerano l’organismo uno strumento per fare pulizia all’interno della Chiesa dei preti predatori ancora esistenti e dell’omertà episcopale e per portare alla luce crimini tuttora rimossi e quanti invece puntano a fare unicamente lavoro di prevenzione per il futuro, lasciando di fatto gli scheletri negli armadi.

    Simbolo e vittima di questa battaglia è Peter Saunders, che ha espresso forti critiche per l’inerzia della commissione oltre che su casi specifici come le accuse rivolte in Australia al cardinale George Pell di avere coperto preti pedofili quando era vescovo di Melbourne e Sidney, e per questo a febbraio scorso è stato estromesso dalla commissione con la singolare motivazione che “si prenderò un periodo di aspettativa per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro (del gruppo)”. Al fondo c’è una questione cruciale, che costituisce la cartina di tornasole per giudicare la serietà o meno delle gerarchie ecclesiastiche nell’opera di contrasto agli abusi del clero: il problema delle denuncia alla magistratura. Marie Collins, membro della commissione e vittima, ha sempre dichiarato che si tratta di un “passo decisivo” (se la vittima è d’accordo).

    Ma su questo punto la resistenza di gran parte delle gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo è stata strenua e a tutt’oggi vincente. Tranne nei casi dove lo impone la legge del paese, la maggioranza degli episcopati mondiali non vuole sentire parlare di obbligo di denuncia. Tipico il caso della Conferenza episcopale italiana, che scantona affermando che il “vescovo non è pubblico ufficiale”.

    Il cardinale O’ Malley dinanzi a questo atteggiamento di sabotaggio radicato nell’apparato ecclesiastico è stato costretto a dichiarare che la denuncia alle autorità civili è un “obbligo morale”. Ma è troppo poco.
    L’atteggiamento di resistenza passiva alla strategia di tolleranza zero, che Francesco vorrebbe perseguire, si manifesta inoltre nella realizzazione pratica delle Linee-guida, che già Benedetto XVI aveva chiesto ad ogni conferenza episcopale di elaborare per contrastare efficacemente il fenomeno degli abusi.

    Ci sono paesi dove ogni anno si presentano rapporti che informano sullo stato della questione. Stati Uniti e Svizzera, per citarne alcuni. Ci sono paesi in cui c’è un vescovo incaricato dalla conferenza episcopale di seguire tutto il dossier-abusi a livello nazionale: per esempio in Germania. Ci sono paesi dove è stata creata una commissione di indagine indipendente: vedi l’Austria, dove agisce il cardinale Christoph Schoenborn. E dove sono stati elaborati criteri per i risarcimenti.

    C’è una massa di conferenze episcopali, al contrario, dove regna una voluta passività. L’Italia è in testa a questo esercito di inerti. La Cei non ha impegnato i vescovi a istituire in ogni diocesi centri di ascolto per le vittime. Non si pubblica nessun rapporto su quanto avviene (e molti casi di negligenza vengono segnalati costantemente dalle organizzazioni italiane di contrasto alla pedofilia). Non c’è nessun rappresentante ecclesiastico diocesano né nazionale a cui chiedere conto. Non c’è nessuna direttiva sui risarcimenti. Non c’è nessuna indagine sui crimini del passato ancora nascosti.

    La lotta su un aspetto essenziale del riformismo di papa Bergoglio si svolge su questo terreno. Ed è, dietro le quinte, una lotta accanita. Non a caso la lettera che un gruppo di vittime australiane ha inviato a Francesco, chiedendogli un incontro, accenna alla necessità di un “impegno in favore dei bambini del passato e dei bambini del futuro per attuare misure affinchè ciò non si ripeta mai più”. In altre parole, non è possibile parlare di prevenzione se non si indaga attivamente e non si scoperchiano i crimini del passato.

    E a proposito di passato, resta una ferita aperta il mancato incontro di Francesco in Messico con le vittime di Marcial Maciel, capo dei Legionari di Cristo. Papa Bergoglio ha già incontrato altre vittime in Vaticano e negli Stati Uniti. Tutte le vittime sono eguali, ma non tutte le vicende sono identiche. Il caso messicano è particolare, perché la denuncia degli episodi criminosi era arrivata direttamente in Vaticano ed aveva assunto la forma di un regolare procedimento di fronte alla Congregazione della Dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. E lì, in spregio alla legge canonica, si era arenata. Per quanto si è potuto ricostruire Raztinger ha incontrato ostacoli a suo tempo nella Segreteria di Stato e nella segreteria personale di Giovanni Paolo II. Non si voleva toccare l’immagine di una organizzazione potente e influente come i Legionari di Cristo.

    Benedetto XVI, recandosi in Messico nel 2012, rifuggì dall’incontro che le vittime gli avevano chiesto. La loro richiesta di un colloquio con Francesco a Città del Messico nel febbraio scorso non ha avuto seguito. Ma il loro diritto ad un faccia a faccia con il pontefice resta. Perché si tratta di un insabbiamento avvenuto ai massimi livelli del Vaticano.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/03/pedofilia-una-spina-nel-fianco-per-papa-francesco/2514943/

  • Preti pedofili, nonostante gli abusi dicono messa

    Preti pedofili, nonostante gli abusi dicono messa

    Incalzato dal giudice McClellan, il cardinale Pell ha sostenuto di essere all’oscuro dei 138 abusi ai danni di 53 vittime commessi dal prete Gerald Ridsale con parole che hanno fatto sobbalzare i giudici: «Una storia triste l’ha definita il prelato – ma che per me non era di grande interesse». Nessuno, ha detto il cardinale, ipotizzò mai che quei sacerdoti «fossero pedofili e che venissero allontanati per questo motivo». Tentare di applicare una giustificazione similare ad alcuni casi italiani, sarebbe tuttavia un autentico funambolismo che sfida il buon senso. Perché nella mappa degli abusi sessuali commessi da religiosi in Italia, non ci sono soltanto i 117 religiosi condannati con sentenza definitiva tra il 2000 e il 2014, e i 67 ancora indagati o in attesa di sentenza. Ma ci sono anche alcuni casi, troppi casi, che sono di certo «storie tristi», e di sicuro interesse per tutti, prelati compresi. Il nostro viaggio parte dalla diocesi di Locri-Gerace, dove nel 2006 approda l’allora 32enne don Francesco Rutigliano. Pugliese di nascita, il giovane è al primo anno di sacerdozio, affidato alle parrocchie di Bivongi e Pazzano. Ma a Riace, provincia di Reggio, qualcosa di brutto accade quasi subito. Perché tra il 2006 e il 2008 don Francesco abusa di una giovane vittima di 14-15 anni, dalla psiche fragile e dal vissuto piuttosto travagliato. I fatti vengono alla luce soltanto nel 2011, quando a sancire la colpevolezza di Rutigliano è il decreto di condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede del 20 giugno 2011.

    Secondo quanto si apprende dal documento dell’ex Santo Uffizio, il procedimento canonico nei confronti del sacerdote è cominciato due anni prima, quando «il 12 giugno 2009 venne accusato davanti a questo Tribunale per abuso su minori avvenuto a danno del Sig (omissis) nel periodo fra il 2006 e il 2008». Le accuse, precisa il decreto, «riguardavano ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni».Pertanto, conclude il Tribunale ecclesiastico, «il Rev. Rutigliano è dichiarato colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio, commesso nei confronti del Sig… (omissis) nel periodo fra il 2006 e il 2008». Le gravissime responsabilità imputate a don Francesco si traducono in una sospensione temporanea di quattro anni dall’esercizio di qualunque ministero pubblico, che fanno salva possibilità di dire messa in forma privata. Il prete pugliese viene trasferito pertanto presso il Santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi, in provincia di Perugia, dove secondo buon senso dovrebbe rimanere appartato per i successivi 4 anni. Ma come documentato da «l’Abuso», associazione di vittime di preti pedofili, don Francesco è ospite nel 2013 dell’ambasciatore di Spagna in occasione della Cerimonia dell’Omaggio floreale alla Sacra Effige dell’Immacolata, in piazza di Spagna a Roma. E nel febbraio del 2014 partecipa al concistoro dei Vescovi indetto da Papa Francesco in piazza San Pietro. «Il responsabile di abusi sessuali su minori», scrive Rete L’abuso, «andava e veniva alle occasioni importanti in Vaticano, sia con Papa Ratzinger (2013) sia con Papa Francesco (2014)».

    Trascorsi i quattro anni di inibizione prescritti dal Sant’Uffizio, arriviamo al luglio del 2015, quando don Rutigliano, incensurato per la magistratura, ma pedofilo per la Chiesa, torna in pista come viceparroco presso la chiesa di San Gordiano Martire di Civitavecchia: proprio nella stessa città dove vive il giovane che lo ha accusato di violenze sessuali anni prima. Ma a questo punto, la Rete l’Abuso pubblica alcuni on line alcuni articoli sulla vicenda che il prete giudica diffamatori chiedendone pertanto la rimozione. Tuttavia la vicenda si trasforma in un boomerang. Il passato di don Rutigliano giunge a conoscenza della comunità di Civitavecchia che vede ruotare attorno alla parrocchia di San Gordiano 260 bambini. Le mamme mostrano grande allarme. Intervistato dai giornalisti de L’abuso, don Francesco si difende e nega le accuse. Ma il 5 dicembre, è costretto a capitolare. Don Francesco, spiega don Ivan Leto, lascia la diocesi «per fare rientro nei prossimi giorni nella sua realtà di provenienza».Per trovare un altro caso emblematico bisogna recarsi a Trapani, in un luogo, Purgatorio, che sembra avere un forte rischiamo simbolico. In questa piccola frazione di Custonaci, nella parrocchia Maria Santissima del Suffragio, dice messa monsignor Angelo Mustazza. Il parroco trapanese, arrestato nel 1998 con l’accusa di violenza sessuale su minore e prostituzione minorile, fu condannato a un anno e dieci mesi di reclusione con il patteggiamento davanti al Gup.

    http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/preti_pedofili_nonostante_abusi_dicono_messa-1584979.html

  • Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Era nudo. Era davanti a Gesù crocefisso. Dietro di lui un’ombra che lo sovrastava. Una voce che rassicurava quel piccolo undicenne che tratteneva le lacrime. «Non avere paura, sono le mani di Dio», gli diceva il frate mentre accarezzava il suo corpicino. Un caso, uno delle centinaia quello di Mario. Che a lezione di catechismo, in un monastero della Toscana, ha perduto la propria innocenza. Molto è cambiato nella Chiesa italiana, da quando papa Ratzinger condannò duramente la pedofilia nella lettera pubblica ai cattolici di Irlanda che nel 2010 invertì definitivamente la rotta prima che giungesse irreparabile lo schianto. Ma molto c’è ancora da fare. La prova è nell’incertezza dei numeri, che sembrano ancora velati da quella stessa «riservatezza», che ha scagliato la Chiesa in un vortice di accuse e di scandali.

    «Oportet ut veniant scandala», dice Marco nel Vangelo. Che tradotto vuol dire: è bene che gli scandali scoppino. Eppure tentare di conoscere le dimensioni del fenomeno italiano, è assai complicato. Innanzitutto perché in Italia non esiste a oggi uno studio ufficiale che renda conto di quanti siano gli abusi su minori consumati in ambienti religiosi. E poi perché tra casi denunciati e casi segnalati, c’è un ampio discrimine. Basti pensare che nel 2010, il Telefono Azzurro raccolse 105 segnalazioni di abusi su minori che nel 3-4 per cento dei casi aveva visto come protagonista un religioso. Segnalazioni che tuttavia non hanno trovato riscontro in sede giudiziaria. A spiegare il discrimine, non è solo la reticenza delle vittime. Ma anche la cornice delle regole.A livello globale, sono state 3420 le denunce che la Congregazione per la dottrina della fede ha ricevuto tra il 2004 e il 2013. Di queste, ben 401 facevano riferimento a fatti accaduti nel 2013. Denunce spesso incanalate nell’alveo canonico, e cioè in un ambito non sempre comunicante con quello dell’autorità giudiziaria che conferisce ai casi e ai reati evidenza pubblica.Secondo quanto previsto dalla legge italiana e dagli accordi concordatari, «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero».

    In forza di ciò, le Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici elaborate dalla Cei nel 2012 non impongono dunque ai vescovi l’obbligo di denunciare i preti pedofili alla magistratura. E la situazione italiana? Tra il 2002 e il 2012 sono emersi in Italia 135 casi di pedofilia tra i sacerdoti, che si sono tradotti in 77 denunce ai magistrati, 22 condanne in primo grado e 17 in secondo, 21 patteggiamenti, 12 archiviazioni, e 5 assoluzioni.Tutto ciò a fronte di 20mila episodi di pedofilia all’anno che secondo il presidente de «La Caramella buona on lus», Roberto Mirabile, si verificano nel nostro Paese a opera di religiosi e non religiosi che mediamente danno luogo a mille processi per reati sessuali ogni 12 mesi. Secondo quanto riferito da monsignor Mariano Crociata nel 2010 «un centinaio di casi sono stati rilevati dal punto di vista dei procedimenti canonici nel corso dell’ultimo decennio».

    Cifre che circoscrivono la responsabilità dei reati commessi da religiosi al 2 per cento del totale. Secondo la Rete L’Abuso, associazione nata da un gruppo di vittime di preti pedofili, sono 65 i sacerdoti attualmente indagati in Italia, in attesa di giudizio o di sentenza definitiva. Tra questi alcuni sono a piede libero, o hanno soltanto obbligo di dimora. Altri, viste le aggravanti, sono custoditi in carcere. Un esempio su tutti il caso di don Dino, prete di Fiumicino finito in cella perché era in possesso di 1686 file ritraenti minori di 18 anni. Gli inquirenti hanno ritrovato nella sua casa un memoriale («frutto di fantasia», si difende il don), che racconterebbe 50 anni di abusi su minori, dal titolo piuttosto esplicito: «Vi ho amato tutti e mai vi scorderò: Cinquant’anni di sesso 1956-2006».

    Altri preti sono stati indirizzati in comunità di recupero nelle more di nuove valutazioni da parte della Congregazione per la dottrina della fede o del giudizio del tribunale. Alcuni di loro sono ospiti di due centri gestiti dalla congregazione dei Padri Venturini, villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento, e affidati alle cure di un terapeuta religioso, padre Franco Fornari. Villa Iride, in particolare, rappresenta per i legali di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali un’importante alternativa in caso di arresti domiciliari per i loro clienti. In questo centro, dal maggio del 2012 è recluso don Marco Mangiacasale, accusato di violenza sessuale a danno di alcuni adolescenti quando era parroco di San Giuliano di Como, in attesa del verdetto definitivo della Cassazione.

    Secondo Rete L’Abuso, sono 117 i sacerdoti che dal 2000 a oggi sono stati condannati in via definitiva o hanno confessato reati sessuali e molestie a danno di minori. Numeri certamente striminziti, rispetto alla portata del fenomeno. «Occorre che gli scandali avvengano», dice San Marco nel Vangelo, «ma guai a colui che li produce». L’ammonimento del Nazareno, dopo duemila anni, ha il suono di una profezia incompiuta.

    Martedì 1 Marzo 2016, 11:42
    http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/preti_pedofili_scandalo_italiano_117_sacerdoti_condannati_le_violenze-1582840.html
  • Pedofilia nella chiesa, 600 denunce l’anno. In 10 anni, espulsi 900 preti

    Pedofilia nella chiesa, 600 denunce l’anno. In 10 anni, espulsi 900 preti

    La piaga degli abusi sui minori da parte del clero si era diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e si è arrivati anche ad 800 denunce in un solo anno in Vaticano.

    La piaga degli abusi sui minori da parte del clero si era diffusa a macchia d’olio in tutto il mondo e si è arrivati anche ad 800 denunce in un solo anno in Vaticano. Era il 2004 ma anche negli ultimi anni i casi sottoposti all’ex sant’Uffizio di aggirano intorno ai 600 l’anno. Queste dunque le denunce di tipo “canonico”, secondo i dati forniti dal Vaticano nel 2013, ma restano poi le inchieste giudiziarie aperte dalla magistratura civile.

    Uno scandalo enorme che portò Papa Benedetto XVI, già da quando era ancora cardinale con la responsabilità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede (l’istituzione vaticana che si occupa della materia) ad alzare i tappeti sotto i quali era nascosta la ‘polvere’ e a decidere per la ‘tolleranza zero’. Linea confermata e rafforzata da Papa Francesco che ha assunto in questi tre anni di pontificato una serie di decisioni molto forti. Anche quella di voler processare in Vaticano, un Nunzio, un alto esponente della diplomazia, come nel caso di Jozef Wesolowski.

    In dieci anni, dal 2004 al 2013, sono stati circa 900 i preti ridotti allo stato laicale. Praticamente ‘cacciati’ dalle gerarchie e impossibilitati a proseguire nel loro ministero sacerdotale. Questi sono gli ultimi dati diffusi dallo stesso Vaticano, nel 2014, in occasione dell’inchiesta aperta in sede Onu nel Comitato contro la tortura.

    Ma enorme non è solo il numero dei casi e di Paesi coinvolti nello scandalo della pedofilia da parte di uomini di Chiesa.

    Gigantesche sono state anche le cifre già sborsate in alcune realtà per i reati commessi da ecclesiastici.

    La sola Chiesa degli Stati Uniti ha già pagato nell’ultimo decennio, quando le denunce sono venute alla luce e sono state coinvolte anche le Corti di Giustizia, quasi 3 miliardi di dollari, tra patteggiamenti, terapie e spese legali. In questo contesto emblematico è proprio il caso di Boston, raccontato nel film Spotlight che ha vinto l’Oscar. L’attuale cardinale della cittadina americana, Sean Patrick O’ Malley, scelto da Papa Francesco per presiedere la Commissione vaticana sulla pedofilia, dopo aver ‘ereditato’ la difficile situazione creata dal suo predecessore, Bernard Francis Law, decise di vendere il palazzo vescovile e scelse per sé una residenza ordinaria, proprio al fine di risarcire le vittime di pedofilia.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2016/03/01/pedofilia-nella-chiesa-600-denunce-lanno.-in-10-anni-espulsi-900-preti_ff7e020c-3aac-429f-a0bf-278700841a1d.html

  • Chiesa e pedofilia: grosso guaio in Vaticano

    Chiesa e pedofilia: grosso guaio in Vaticano

    Il film di Tom McCarthy, “Il caso Spotlight”, arriva in Italia in uno dei periodi più controversi della lotta alla pedofilia clericale annunciata dalla Chiesa di Bergoglio.

    di Federico Tulli

    Massima trasparenza e tolleranza zero. Da tre anni sono le parole d’ordine di papa Bergoglio quando c’è di mezzo la storica e drammaticamente attuale questione della pedofilia nel clero cattolico. Ma queste parole corrispondono a fatti concreti? L’occasione per capire a che punto è l’opera di rinnovamento della Chiesa guidata dal pontefice gesuita è venuta in questi giorni da due vicende scollegate tra loro, almeno in apparenza.

    Della prima è stato protagonista nella totale indifferenza dei media italiani un alto esponente della Compagnia di Gesù, monsignor Tony Anatrella. «I vescovi non sono obbligati a denunciare gli abusi sui minori compiuti da preti» ha tuonato il prelato francese dal pulpito del Pontificio Consiglio per la Famiglia di cui è consulente in qualità di psicoterapeuta. Di fatto negando uno dei capisaldi della Lettera circolare pubblicata il 3 maggio 2011 dalla Congregazione per la dottrina della fede con l’obiettivo di suggerire la traccia da seguire da parte di tutte le diocesi del mondo nelle rispettive Linee guida antipedofilia. «L’abuso sessuale di minori – si legge al punto 1e) della Lettera della Cdf – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile.

    Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».

    L’esternazione di mons. Anatrella è stata rilanciata dalla stampa in (quasi) tutto il mondo occidentale – dal Guardian al Washington post – proprio nelle ore in cui si consumava una clamorosa rottura all’interno della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori creata da papa Francesco nel 2014. Dopo diversi mesi da separato in casa, uno dei membri laici, il britannico Peter Saunders, è stato messo in “aspettativa” per “meditare” sul contributo che può portare alla Commissione. Qual è il compito specifico di questo organismo lo ha spiegato lo stesso Francesco all’atto della fondazione: «…. sarà quello di propormi le iniziative più opportune per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili, sì da realizzare tutto quanto è possibile per assicurare che crimini come quelli accaduti non abbiano più a ripetersi nella Chiesa».

    Come riporta Repubblica, la decisione di allontanare Saunders, che in patria svolge la professione di avvocato di vittime di sacerdoti pedofili, è legata alle sue critiche nei confronti del cardinale George Pell. Dalla scorsa primavera il super ministro vaticano dell’Economia è accusato da Saunders di sottrarsi con dei certificati medici agli interrogatori della Commissione governativa australiana che deve far luce sugli abusi nel suo Paese d’origine, riguardo alla gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di pedofilia nella diocesi di Melbourne, quando Pell ne era l’arcivescovo. Tuttavia l’avvocato inglese non è stato il solo a puntare il dito contro la scarsa propensione di Pell a fare chiarezza sugli scandali pedofili di cui si è macchiata la Chiesa cattolica australiana. Emiliano Fittipaldi nel suo libro inchiesta “Avarizia” (Feltrinelli) racconta di diversi mal di pancia scoppiati nell’entourage di papa Francesco quando il pontefice argentino ha chiamato Pell a ripulire l’immagine internazionale della Chiesa sporcata da decenni di gestione opaca (in alcuni casi criminale) delle finanze vaticane. Data la fama che si porta appresso dall’emisfero australe, per alcuni confidenti di Bergoglio Pell non sembra la persona più indicata a riflettere nel mondo l’immagine di pulizia e trasparenza che richiede un ruolo del genere.

    Tutti elementi inducono a pensare che, sebbene la commissione antipedofilia sia stata presentata urbi et orbi come un chiaro segnale di discontinuità rispetto ai pontificati precedenti, la Santa Sede ha ancora delle notevoli contraddizioni interne da risolvere.

    A cominciare proprio dalla svolta rispetto al passato, come si evince da un’affermazione di Saunders: «Nulla è cambiato in questi anni in termini di trasparenza quando in Vaticano si devono affrontare casi di abusi su minori» ha detto l’avvocato durante la conferenza stampa di “commiato” dalla Commissione che si è svolta a Roma il 6 febbraio.

    Con questo scenario sullo sfondo va sottolineata la tempistica con cui la Bim distribuzione porta nelle sale italiane “Il caso Spotlight”. Candidato a sei Oscar e tre Golden globe, il film di Tom Mc Carthy esce giovedì 18 febbraio. Spotlight era il nome della squadra di giornalisti del Boston Globe che nel 2001 indagarono su alcuni casi di pedofilia segnalati in precedenza anche al giornale e mai finiti nel mirino dell’autorità giudiziaria. Per mesi i coraggiosi giornalisti, guidati da un direttore per nulla intimorito dalle pressioni più o meno velate di illustri abitanti della città più europea e cattolica degli Stati Uniti, intervistarono le vittime, passando in rassegna migliaia di pagine di documenti fino a scoprire anni di insabbiamenti da parte delle gerarchie cattoliche guidate dal potente arcivescovo Bernard Law. Il 6 gennaio 2002 la svolta. Dopo aver sistemato tutti i tasselli, il Globe apre con il primo articolo dall’eloquente titolo a nove colonne: “Church allowed abuse by priest for years”. Alla fine del 2002 si conteranno altri 600 articoli, in cui furono ricostruiti circa 1000 casi di abusi psicofisici nei confronti di altrettanti bambini da parte di 70 preti della diocesi di Boston. Su tutti spicca padre Geoghan, ucciso in prigione nel 2003 dove si trovava per una condanna a dieci anni, al quale sono attribuiti ufficialmente 130 stupri.

    Lo scoop, che nel 2003 fruttò il Pulitzer al Boston Globe, fu per la Chiesa cattolica americana l’equivalente del Watergate. Non solo costò il posto a mons. Law che ammise di aver nascosto per anni gli abusi dei suoi sacerdoti, ma dette la forza a migliaia di vittime rimaste in silenzio e isolate dalla Chiesa di cui si fidavano ciecamente (questo genere di abusi avviene quasi sempre all’interno di ambienti profondamente religiosi) di denunciare quanto subito alle autorità civili. Emerse così che l’insabbiamento delle segnalazioni e il trasferimento dei sacerdoti sospettati di pedofilia erano la norma negli Usa. Ben presto, grazie alla lezione universale di giornalismo realizzata dall’inchiesta Spotlight e magistralmente ricostruita da Mc Carthy, si scoprirà che lo stesso accadeva da decenni anche in Europa, Australia, Sud America e Africa.

    Una lezione ignorata a tutti i livelli in Italia se pensiamo che la Conferenza episcopale in piena sintonia con mons. Anatrella e ignorando il suggerimento della Cdf di cui si è parlato all’inizio, nelle proprie Linee guida antipedofilia stabilisce che i vescovi italiani non sono obbligati a denunciare i sacerdoti pedofili alla magistratura. Perché? «Per tutelare la privacy delle vittime» ha spiegato senza imbarazzo il capo della Cei, card. Bagnasco, il 30 marzo 2014. Una presa di posizione che finalmente la Pontificia commissione antipedofilia si è decisa a criticare, con inspiegabile ritardo, proprio in queste ore. “Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società” si legge in una nota diramata il 15 febbraio dall’organismo presieduto dal cardinale di Boston, il cappuccino Sean Patrick O’Malley.

    A tal proposito, tra i tanti meriti de “Il caso Spotlight”, nel cui cast troviamo Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Stanley Tucci, c’è quello di aver reso con estrema precisione l’idea di quanto sia importante la trasparenza nella gestione dei casi di abusi clericali e al tempo stesso quanto sia distruttiva per la salute psico fisica delle vittime qualsiasi strategia “istituzionale” che non vada in questa direzione. In questo contesto, occorre ribadirlo, la pellicola di Tom Mc Carthy dimostra quanto sia decisivo il ruolo di un’informazione libera e indipendente. Ma non solo.

    La chiave per capire come i giornalisti di Spotlight siano riusciti a sbaragliare il potentissimo avversario sta nel fatto che si sono posti con un approccio laico, affettivo, nei confronti dei loro interlocutori sopravvissuti alle violenze. Vale a dire senza innalzare la barriera del giudizio morale che scatta con il pensiero religioso fondato sulla convinzione violentissima che sia il bambino (cioè il diavolo che sarebbe la sessualità umana) a indurre in tentazione l’uomo di fede. Una idea perversa che annulla la realtà del bambino (che non ha sessualità, la dimensione psicofisica che si realizza nella consapevolezza di sé con la pubertà), e che da un lato ha sempre alimentato il senso di colpa e di oppressione delle vittime riducendole al silenzio e dall’altro ha fornito alla Chiesa cattolica la giustificazione ideologica su cui poggia la garanzia di impunità ai pedofili in tonaca e crocifisso al collo.