Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Padova: prete posta foto porno sulla chat dei cresimandi. La Diocesi lo rimuove

    Padova: prete posta foto porno sulla chat dei cresimandi. La Diocesi lo rimuove

    Genitori sotto choc. L’ipotesi è che abbia digitato il tasto sbagliato

    PADOVA Una foto «hot», con tanto di santini sullo sfondo, nella chat del catechismo. Grande sconcerto e imbarazzo a Padova tra i fedeli di una delle chiese più frequentate della zona ovest della città, dalla quale è di recente stato allontanato un sacerdote di 73 anni, strettissimo collaboratore del parroco.

    Rimosso per la «disavventura»

    L’anziano religioso, che fino a un paio d’anni fa si occupava della sala di preghiera allestita all’interno di un grande centro d’accoglienza per i profughi della provincia di Venezia, è stato rimosso dal proprio incarico, su decisione del vescovo padovano monsignor Claudio Cipolla, in seguito appunto a una «disavventura» dai contorni piuttosto «hard». La vicenda, sulla quale i vertici della parrocchia e quelli della Diocesi hanno invano provato a mantenere il più assoluto riserbo, risale alla fine di settembre scorso. Ma inevitabilmente, come quasi sempre succede in circostanze del genere, la cosa è venuta a galla. E nel giro di poco più di tre settimane, è giunta alle orecchie di decine di persone. Tanto che da un po’ di giorni, dentro e fuori il quartiere in questione, non si parla d’altro.

    Le immagini dello scandalo

    Teatro dell’«incidente» a luci rosse, come dimostrano gli «screenshot» memorizzati in tanti telefonini, è una chat di WhatsApp creata dallo stesso sacerdote e da due catechiste insieme con i genitori di circa venti bambini di quinta elementare (quindi di nove/dieci anni), prossimi a ricevere i sacramenti della Comunione e della Cresima. Una chat, come ormai capita un po’ in tutti gli ambiti, dalla scuola allo sport passando per il lavoro, che viene adoperata per scambiarsi informazioni e darsi appuntamenti. E proprio questo sta accadendo quando, una sera, tra un messaggio e l’altro, qualcuno pubblica la foto «incriminata». Cioè un pene in primo piano, una mano «tempestata» di anelli e, sullo sfondo, una mensola con appoggiati due santini religiosi. Lì per lì, evidentemente, nessuno fa caso a chi l’ha spedita. Tutti, infatti, si concentrano su altro. Poi però, quando ci si accorge che il mittente è proprio l’anziano prete, mamme e papà stentano a credere ai loro occhi e reagiscono imbufaliti: «Padre, ma cosa fa? E’ impazzito? Cos’è questa schifezza? La tolga immediatamente! Per fortuna che i nostri figli sono già a letto e non invece qui a guardare il cellulare assieme a noi!».

    Catechiste sotto choc

    A quel punto, nel disagio più totale, una delle catechiste tenta di placare gli animi, sostenendo che il telefonino del sacerdote sarebbe stato colpito da un hacker e che, di conseguenza, lo scatto «hard» sarebbe stato inviato da qualche ignoto pirata informatico. Il religioso invece, senza apparentemente mostrare alcun turbamento, si rifà vivo soltanto la mattina seguente: «Carissimi, sono dispiaciuto di quanto successo ieri notte. Stamattina – scrive – ho parlato con il parroco e mi ha consigliato di mettermi in contatto con la polizia postale. Cosa che ho fatto. Ora sono in attesa di avere delle informazioni precise. Vi auguro buona giornata».

    Le scuse

    Nessuno, chiaramente, presta fede alle parole del prete. E più di qualche genitore, sempre più stupefatto e rabbioso, si sente addirittura preso in giro: «Hacker, polizia postale – sbotta un papà – Ma credono forse che siamo tutti scemi?». Indignazione e collera, insomma, crescono a dismisura. A tal punto che poche ore dopo, rispondendo alla sommossa delle famiglie, tocca sempre a una delle catechiste comunicare che «i superiori e la Curia stanno prendendo provvedimenti nei confronti del don, il quale non sarà più presente nella nostra comunità. Vi chiediamo di mantenere riservatezza sull’accaduto, dato che si tratta di una vicenda molto delicata». La storia però, in questa grande parrocchia di Padova, è subito diventata di dominio pubblico. E la foto di quel pene e di quella mano piena di anelli, con quei santini sullo sfondo, ha presto cominciato a fare il giro di tante altre chat di WhatsApp. Preti, sesso e nuove tecnologie. Un mix esplosivo. Da noi contattata, per la cronaca, la Diocesi ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. Almeno per ora.

  • Ozon: «La Chiesa voleva fermare il mio film sulla pedofilia»

    Ozon: «La Chiesa voleva fermare il mio film sulla pedofilia»

    Il regista francese racconta a Il Sole 24 Ore il film «Grazie a Dio», Orso d’argento a Berlino, ispirato a una storia vera, sugli abusi di un sacerdote di Lione sui ragazzi della sua parrocchia

    di Cristina Battocletti

    Grazie a Dio è l’ultimo film di François Ozon, che ha vinto l’Orso d’argento alla scorsa edizione del festival del cinema di Berlino, nei cinema da giovedì, distribuito da Academy Two. La pellicola, che ha fatto un milione di spettatori in Francia, è tratta da una storia vera , accaduta nella diocesi di Lione, in cui decine di bambini, ormai diventati adulti, fanno i conti con l’abuso sessuale subito dal parroco Bernard Preynat (nel film interpretato dal Bernard Verley). Nonostante i molti anni passati, gli ex ragazzi, vittime di pedofilia, nell’accorgersi che il parroco è ancora a contatto con i bambini, decidono di interpellare il responsabile della diocesi, il Cardinale Barbarin (François Marthouret) perché lo scempio non si ripeta.

    Scritto dallo stesso regista francese, il film ha inizio dalla storia di Alexandre Guérin (Melvil Poudad), un uomo che, nonstante abbia una bella e numerosa famiglia, non riesce a dimenticare ancora le ferite di quelle”attenzioni”. Quando si imbatte in un muro di gomma da parte della Chiesa che tenta di insabbiare la vicenda, decide di denunciare padre Preynat, supportato da altre due vittime, François Debord (Denis Ménochet) ed Emmanuel Thomassin (Swann Arlaud).

    Il Sole 24 Ore lo ha incontrato a Milano, Fraçois Ozon.

    È vero che avete girato il film in segreto per paura delle interferenze della Chiesa cattolica?

    Sì, abbiamo utilizzato un titolo diverso durante le riprese, perché se avessi usato quello con cui ora il film esce nelle sale, Grazie a Dio, avrebbero tutti collegato la trama al cardinale Barbarin, che pronunciò quella frase, riferita alla prescrizione della pena, facendo un enorme scalpore in Francia. Il titolo utilizzato era Alexandre e fingevamo fosse la storia di tre amici sulla quarantina che si ritrovavano. Questo ci ha permesso di girare in luoghi che altrimenti non sarebbero stati autorizzati.

    Poi però quando è stato pubblicato il trailer e si è capito quale fosse effettivamente il soggetto del film, immediatamente gli avvocati delle gerarchie ecclesiastiche si sono mossi cercando di impedirne l’uscita, in particolare quelli del sacerdote, di Preynat, chiedendo che venisse rimandata dopo il processo. Il problema è che il processo a tutt’oggi non è stato fatto e chissà mai se mai si farà. Il tentativo evidente era quello di impedire che il film uscisse. I giudici hanno dovuto mettere sul piatto della bilancia la libertà creativa e di espressione di un artista, e dall’altra la presunzione di innocenza dell’imputato. Hanno deliberato a favore della libertà creativa, determinando appunto che il film fosse di pubblica utilità, anche perché Preynat non ha mai negato di aver effettivamente abusato di questi bambini. Tutto questo ci ha procurato molta pubblicità e il film ha fatto un milione di spettatori in Francia.

    Io forse sono stato un po’naif perché la mia scelta è stata quella di mantenere i veri nomi dei rappresentanti della Chiesa esattamente come sono ed è per questo che sono stato attaccato; ma del resto non c’è alcuna rivelazione, alcuno scoop rispetto alle azioni che ha fatto la diocesi di Lione e la Chiesa tutta in merito a questa vicenda. Tutto quello che viene detto nel film da parte loro era già uscito e pubblicato sugli organi di stampa. Gli elementi nuovi che introduce il film riguardano le vittime stesse, il loro privato, i loro rapporti familiari e personalmente mi sarebbe sembrato ipocrita cambiare i nomi del cardinale, del sacerdote. Questo dimostra quanto il cinema faccia paura.

    Che reazioni ha avuto dalla gente comune che si considera cattolica?

    Penso che il successo del film sia dovuto ai cattolici che sono venuti a vedere il film in massa a Lione. È evidente che nessun cattolico può dichiararsi a favore della pedofilia. Alcuni cattolici hanno fatto delle dichiarazioni a favore di Barbarin, dicendo che ha agito bene, nelle sue facoltà. Ovviamente tutti i cattolici sono contro Preynat, ma ce ne sono alcuni a favore del cardinale.

    La gerarchia ecclesiastica era molto inquieta e preoccupata per il film. Una volta che l’ha visto si è rilassata perché ha trovato che fosse un film molto equilibrato e ha avuto la conferma che non è contro il dogma della religione cattolica, ma contro quella parte di istituzione cattolica teatro di queste vicende. Ora la Chiesa cattolica utilizza il mio film per la formazione dei giovani sacerdoti.

    https://www.ilsole24ore.com/art/ozon-la-chiesa-voleva-fermare-mio-film-pedofilia-ACathBs

  • I figli dei preti: il nuovo scandalo che potrebbe travolgere il Vaticano

    I figli dei preti: il nuovo scandalo che potrebbe travolgere il Vaticano

    Gerald Erebon è nato 30 anni fa Archer’s Post, un villaggio del profondo Kenya e da sempre ha un grosso problema: non assomiglia per niente all’uomo che per anni gli è stato raccontato essere suo padre. Ha infatti pelle chiara, capelli ondulati, lineamenti sottili. Differenze che l’hanno costretto a una vita da reietto, da “figlio di un bianco”, come lo chiamavano compagni di scuola e parenti.

    Non era infatti un mistero per nessuno che il suo vero padre fosse un prete italiano allora 50enne, appartenente all’ordine dei Missionari della Consolata, giunto ad Archer’s Post per diffondere la fede tra le tribù semi-nomadi della Rift Valley una trentina di anni prima. Ma il missionario oltre alla parola di Dio ha anche diffuso il (suo) seme, abusando, secondo le accuse presentate anche all’Interpol, di una ragazzina di 15 anni che lavorava nella missione. E quando questa rimase incinta, intervennero le gerarchie ecclesiastiche, che trasferirono il missionario in un’altra parrocchia del Kenya e trovarono un uomo – l’allora autista e catechista della chiesa –  che accettò di sposare la ragazzina, dando il proprio nome al neonato. In cambio, avrebbe avuto un lavoro sicuro per la chiesa e aiuti economici.

    Anni dopo, alla morte della madre, Erebon ha avuto certezza della verità. Ha cercato quel missionario oggi 83enne e ha tentato inutilmente di creare un rapporto con lui. Il missionario ha respinto ogni contatto, e, con l’appoggio del clero keniota, ha rifiutato il test del Dna. Oggi il prete è sotto inchiesta da parte della Congregazione per il clero ed è stato segnalato, come detto, dell’Interpol.

    La vicenda di Erebon – venuta alla luce grazie allo psicoterapeuta Vincent Doyle, il figlio di un prete irlandese che nel 2014 ha fondato l’associazione Coping International per tutelare i diritti dei bambini figli dei sacerdoti – è solo una delle tante storie che spiegano come per decenni la Chiesa cattolica abbia affrontato i casi di sacerdoti accusati di aver abusato giovanissime donne dei Paesi in via di sviluppo e che abbiano poi generato dei bambini in seguito a quelle violenze.

    Storie che solo oggi stanno emergendo ma con difficoltà, visto che in Africa lo scandalo degli abusi sessuali della Chiesa è stato appena sfiorato. Il continente infatti è rimasto indietro rispetto agli Stati Uniti, all’Europa e all’Australia nell’affrontare il problema dei sacerdoti pedofili, perché lì le priorità della chiesa si sono concentrate sulla lotta alla povertà. Per Augusta Muthigani, responsabile dell’istruzione religiosa della Conferenza episcopale keniota, per anni è stata in vigore “una cultura del silenzio e del compromesso” che ha permesso abusi di ogni tipo nella società africana.

    Ma in Africa oltre al tema dell’abuso sessuale, c’è un problema in più: i figli non riconosciuti dei sacerdoti, evidentissimi frutti del peccato, visto che spesso hanno la pelle chiara, come Erebon. Persone destinate a una vita da reietti sociali, sebbene spesso le autorità ecclesiastiche abbiano previsto aiuti economici alle loro famiglie. In pratica ne hanno pagato il silenzio.

    Secondo il reverendo Stephane Joulain, uno dei massimi esperti nella prevenzione dell’abuso del clero in Africa, la maggior parte dei casi di abusi sessuali su minori nel continente africano coinvolgono sacerdoti stranieri. Ma per Joulain esiste anche un significativo problema da parte dei sacerdoti africani che generano figli a causa delle norme culturali: “Diventi uomo solo quando hai avuto figli”, ha spiegato. “Molti sacerdoti soccomberebbero a questa pressione da parte della famiglia o della tribù. Altri”, ha aggiunto, “razionalizzano il loro comportamento dicendo che il celibato è una tradizione “occidentale”, importata, che non ha posto in Africa, dove le ragazze sono spesso considerate adulte quando raggiungono la pubertà, indipendentemente dalla legge”.

    Verità scomode che, declinate sul versante dell’America Latina, in questi giorni stanno infiammando il Sinodo sull’Amazzonia, in corso a Roma. Nell’assise romana si stanno confrontando senza esclusione di colpi l’ala progressista della chiesa, guidata da papa Francesco e quella oltranzista e conservatrice, che si riconosce nel prefetto emerito dell’ex Sant’Uffizio, il Cardinale Gerhard Müller, sul tema del celibato dei sacerdoti.

    La fazione bergogliana ha infatti apertamente messo in discussione il voto di castità, ricordando come non questo non sia un dogma, proponendo che “uomini sposati, anziani e di provata fede” – i cosiddetti viri probati – possano essere ordinati sacerdoti. Dovrebbero essere la risposta alla scarsità di sacerdoti che si regista in alcune terre lontane, dove “gli indigeni non concepiscono il celibato”, come l’Amazzonia. Oppure l’Africa.

    Come evolverà lo scontro dentro San Pietro è difficile da prevedere. Le posizioni sono talmente lontane che alcuni osservatori hanno anche parlato di un possibile scisma. Ciò che è invece sicuro è che esiste un problema su come il vaticano ha gestito fino a oggi i casi dei sacerdoti-genitori e dei loro figli. A oggi non ci sono statistiche ufficiali, tuttavia Dayle sostiene che la sua organizzazione ha avuto contatti con almeno 40 mila persone nel mondo. Non tutti i figli di preti sono frutto di violenze sessuali, molti derivano da “semplici” relazioni clandestine, tuttavia lo stesso Doyle stima che circa il 5% di queste nascite sia il risultato di un abuso su un minore. Figli mai riconosciuti di sacerdoti sono stati scoperti “in Irlanda, Messico, Polonia, Paraguay, in città statunitensi grandi e piccole, virtualmente in ogni luogo dove la chiesa ha una presenza”, riportava nel 2017 l’inchiesta firmata dal Team Spotlight del “Boston Globe”, lo stesso pool giornalistico che fece scoppiare lo scandalo dei preti pedofili nel mondo. Boyle negli ultimi mesi ha ricostruito e trasmesso al Vaticano tre casi: oltre a quello di Erebon, quello di un 17enne del Camerun e di un 15enne nel Regno Unito.

    Formalmente, la posizione del Vaticano nei confronti dei sacerdoti-padri – codificata in un documento segreto che Doyle ha avuto il merito di portare alla luce nel 2017 ­–  è che questi debbano smettere l’abito talare e occuparsi della cura del bambino, il quale deve rappresentare il “focus prioritario”, il centro di interesse. Un orientamento recentemente confermato dal cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, in un’intervista a “Vatican News”.

    https://it.businessinsider.com/i-figli-dei-preti-il-nuovo-scandalo-che-potrebbe-travolgere-il-vaticano/

  • Accusati di pedofilia, ma liberi di insegnare: l’indagine sui preti

    Accusati di pedofilia, ma liberi di insegnare: l’indagine sui preti

    Oltre 1.700 sacerdoti accusati di abusi sessuali, secondo un report, vivono ancora a contatto con i bambini

    Centinaia di preti negli Stati Uniti, pur essendo accusati di abusi sessuali contro i minori, continuano tranquillamente a condurre la loro vita.

    Magari restando anche a contatto con i bambini.

    Sono 1.700 i sacerdoti che proseguono la loro vita con pochi controlli, o addirittura nessuna supervisione, da parte delle autorità religiose o forze dell’ordine, scrive l’Ap: “Ora insegnano o vivono accanto a campi da gioco”.

    Decine di loro, peraltro, hanno commesso altri crimini anche nei casi in cui hanno lasciato la Chiesa, inclusi reati di violenza sessuale.

    Per questo i sostenitori delle vittime di pedofilia hanno lanciato un appello per controllare maggiormente queste persone. Ma non è semplice, perché in molti casi non ci sono state condanne – magari i processi sono in corso – e nei loro confronti non possono essere presi provvedimenti.

    https://www.unionesarda.it/articolo/news/mondo/2019/10/04/accusati-di-pedofilia-ma-liberi-di-insegnare-ai-bambini-indagine-137-935957.html

  • ABUSI IN VATICANO. VIGANÒ HA DETTO LA VERITÀ ANCHE SU QUESTO.

    ABUSI IN VATICANO. VIGANÒ HA DETTO LA VERITÀ ANCHE SU QUESTO.

    Marco Tosatti

    Cari amici e nemici di Stilum Curiae, nei giorni scorsi si è molto parlato sui giornali del fatto che la Procura Vaticana aveva rinviato a giudizio un sacerdote e il rettore del pre-seminario dove vivono a due passi da Santa Marta i “chierichetti del papa”. I provvedimenti datano dal 16 e 17 settembre. Notizia interessante, perché conferma, ancora una volta, l’ennesima, che l’arcivescovo Carlo Maria Viganò racconta cose vere. Infatti qualche mese fa l’’ex Nunzio negli Stati Uniti concedeva un’intervista al Washington Post, e in riferimento al Summit sugli abusi svoltosi in Vaticano a febbraio, e alla real volontà del vertice di combatterli, si diceva molto scettico, dando due esempi; il primo riguardava l’attuale Sostituto alla Segreteria di Stato, Pena Parra. Il secondo era questo, che però il Washington Post ha deciso di non pubblicare (come peraltro il precedente). Diceva Viganò:

    §§§

    Si dice che il primo sia accaduto all’interno delle stesse mura del Vaticano, al Pius X pre-seminario, che si trova a pochi passi dalla Domus Sanctae Marthae, dove vive papa Francesco. Quel seminario forma i minori che servono come chierichetti nella Basilica di San Pietro e nelle cerimonie papali.

    Uno dei seminaristi, Kamil Jarzembowski, un compagno di stanza di una delle vittime, afferma di aver assistito a dozzine di episodi di aggressione sessuale. Insieme ad altri due seminaristi, ha denunciato l’aggressore, prima di persona ai suoi superiori pre-seminario, poi per iscritto ai cardinali, e infine nel 2014, sempre per iscritto, a papa Francesco stesso. Una delle vittime era un ragazzo, presumibilmente abusato per cinque anni consecutivi, a partire dall’età di 13 anni. Il presunto aggressore era un seminarista di 21 anni, Gabriele Martinelli.

    Quel pre-seminario è sotto la responsabilità della diocesi di Como ed è gestito dall’Associazione Don Folci. Un’indagine preliminare fu affidata al vicario giudiziario di Como, don Andrea Stabellini, che trovò elementi di prova che giustificavano ulteriori indagini. Ho ricevuto informazioni di prima mano che indicavano che i suoi superiori hanno proibito che continuasse le indagini. Egli stesso può testimoniare per se stesso, e esorto ad andare a intervistarlo. Prego che troverà il coraggio di condividere con voi ciò che ha così coraggiosamente condiviso con me.

    Insieme a quanto sopra, ho appreso come le autorità della Santa Sede si sono occupate di questo caso. Dopo che le prove furono raccolte da don Stabellini, il caso fu immediatamente nascosto dall’allora vescovo di Como, Diego Coletti, insieme al cardinale Angelo Comastri, vicario generale di papa Francesco per la Città del Vaticano. Inoltre, il cardinale Coccopalmerio, allora presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, che è stato consultato da don Stabellini, lo ha fortemente ammonito di interrompere le indagini.

    Potreste chiedervi come è stato chiuso questo caso orribile. Il vescovo di Como rimosse don Stabellini dalla carica di vicario giudiziario; l’informatore, il seminarista Kamil Jarzembowski, fu espulso dal seminario; i due compagni seminaristi che si erano uniti a lui nella denuncia lasciarono il seminario; e il presunto violentatore, Gabriele Martinelli, è stato ordinato sacerdote nel luglio 2017. Tutto questo è accaduto all’interno delle mura vaticane, e non ne è uscita una parola durante il summit”.

    §§§

    Ma, comunque, il Vaticano è arrivato buon terzo, dopo la denuncia di Viganò e la giustizia civile, come ormai sembra prassi. Infatti Il Messaggero dell’8 agosto scriveva:

    “Violenza sessuale con l’aggravante dell’abuso di autorità. La procura di Roma è pronta a chiudere le indagini nei confronti di Don Gabriele Martinelli. Le accuse mosse dagli investigatori, nei confronti del sacerdote 26enne riguardano presunti episodi di abusi avvenuti dentro la Città del Vaticano. La vittima è un seminarista del Preseminario San Pio X che ospita i chierichetti che prestano il servizio liturgico nella Basilica di San Pietro con il Papa. «Il Preseminario – come è scritto nel sito internet- accoglie ragazzi della scuola media».

    Ebbene lo stesso Don Martinelli, adesso è un sacerdote, era un seminarista. Tuttavia rispetto alla vittima, all’epoca delle presunte violenze, rivestiva un ruolo superiore. Una sorta di capo classe. Martinelli avrebbe sfruttato questa sua posizione per imporsi nei confronti dell’altro seminarista. Da qui l’ipotesi dell’aggravante dell’abuso di autorità. Un’inchiesta delicata portata avanti dai carabinieri e dal pubblico ministero Stefano Pizza. Gli inquirenti hanno potuto lavorare a questo caso, su episodi che riguardano uno stato straniero, anche in virtù di una serie di accordi che derivano dai Patti Lateranensi.

    Gli episodi indicati nella denuncia, sporta dal seminarista, riguardano casi di violenze che si sarebbero consumati intorno al 2012. Tuttavia la vittima ha accusato Don Martinelli di averlo molestato anche in anni precedenti. Quando entrambi erano minorenni, tanto che anche la procura dei minori ha aperto una fascicolo (a carico di ignoti) per fare piena luce sul caso. Oltre alla giustizia italiana si sarebbe interessata del caso anche quella Vaticana. Intanto Gabriele Martinelli, il 10 giugno del 2017, è stato ordinato sacerdote per la diocesi di Como”.

    §§§

    E comunque chi si occupa di abusi, come la Rete, https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2018/07/28/don-martinelli-mai-sospeso-la-finta-tolleranza-zero-di-papa-francesco/, ha i suoi motivi per condividere lo scetticismo di Viganò. Anche perché, come scriveva sempre Il Messaggero, i parametri utilizzati non sembrano gli stessi per tutti:

    Pedofilia, la tolleranza zero di Papa Francesco manca di trasparenza…

    Il secondo caso affiorato è quello di un ragazzino milanese abusato sessualmente da un prete, don Mauro Galli, condannato nel 2018 da un tribunale civile a 6 anni e 4 mesi di reclusione. Un caso di insabbiamento da parte dell’attuale arcivescovo di Milano che, a suo tempo, aveva ammesso davanti alle autorità italiane di essere stato a conoscenza del caso ma di avere agito in quel modo. Probabilmente per non creare scandali. Fatto sta che la mamma, Cristina Battaglia, cattolica praticante, cerca disperatamente giustizia dalla Chiesa e dopo avere scritto a Papa Francesco durante il summit sulla pedofilia (senza mai avere avuto risposta), ha accusato anche il presidente della Cei, Bassetti di essere un «bugiardo», di non voler intervenire per smascherare un caso di insabbiamento. Naturalmente anche a Bassetti aveva inviato a più riprese la documentazione su suo figlio (che ora ha una ventina d’anni).

    L’ultimo passaggio è risultato terribile per tutta la famiglia del ragazzo abusato e riguarda una frase di Bassetti – durante una conferenza stampa – ha pronunciato, affermando di non conoscere affatto quel caso quando, invece, a lui erano arrivati tutti i fascicoli e le lettere di mamma Cristina. Siccome questa signora è una donna coraggiosa, ha inviato di nuovo tutte le vecchie lettere a Bassetti, ricevendo in cambio una risposta «raggelante». A una mamma con il cuore spezzato, il cardinale è riuscito a trovare solo parole burocratiche, terminando la missiva con un le «invio un cordiale saluto», come se fosse una lettera commerciale, ma senza assicurare nemmeno nessun contatto umano (come del resto il cardinale Bassetti assicurava di voler fare).

    Di fatto il caso Delpini è chiaro per tutti che resta avvolto da una nuvola di mistero e di scarsa trasparenza sul perché la Chiesa di Papa Francesco non voglia prendere alcun provvedimento nei confronti di un vescovo che ha insabbiato, come invece è stato fatto altrove (Cile, Irlanda, Francia, Stati Uniti).

    §§§

    Vi alleghiamo alcuni link agli articoli che troverete di sicuro interessanti. Buona lettura.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/vaticano_pre_seminario_chierichetti_papa_abusi_molestie_comastri_lettere_anonime-3383213.html

    §§§

    https://www.ilmessaggero.it/roma/news/molesta_seminarista_sacerdote_don_gabriele_martinelli_violenza_sessuale-4664502.html#

    §§§

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_delpini_sepe_papa_francesco_abusi_vittime_insabbiamento-4573602.html

  • Chiesa, il dramma abusi in un libro

    Chiesa, il dramma abusi in un libro

    La denuncia della madre di un ragazzino violato: una storia milanese divenuta processo con sentenza di condanna. La giustizia laica c’è stata, non ancora quella ecclesiastica

    di Giorgio Gandola

    “Chiesa: perché mi fai male?”. La domanda è urticante, contraddittoria, e anticipa dolore. È quella di una mamma che un giorno scopre l’abuso del figlio da parte di un prete; è quella di una cattolica praticante che si rende conto di come la Chiesa tenda a coprire, dissimulare, fuorviare riguardo a questa violenza; è quella di una donna perseverante e tenace nella fede, che ottiene per il suo ragazzo la giustizia laica ma non ancora quella ecclesiastica. Così, quell’interrogativo che diventa un grido davanti al crocifisso, si trasforma in un volume-denuncia in questi giorni sugli scaffali delle librerie e su Amazon.

    Se il titolo è chiaro, il sottotitolo è illuminante: “Storia di un abuso e ruolo della Chiesa documentato”. L’autrice è Cristina Balestrini, la madre di Alessandro Battaglia, che nel dicembre 2011 (aveva 15 anni) fu invitato da don Mauro Galli, suo educatore e confessore, a trascorrere una notte nel suo appartamento, anzi, “nel lettone”. Il contesto era una parrocchia di Rozzano, periferia di Milano, pochi giorni prima del Natale. La conseguenza fu un abuso sessuale che si trasformò in un incubo e in un’odissea per la famiglia, fra richieste di giustizia all’arcidiocesi, tentativi di insabbiamento, destabilizzazione psicologica del giovane (giunto sull’orlo del suicidio), fino alla denuncia ai carabinieri. La vicenda, contrappuntata da lettere con risposte evasive ai vescovi e al Vaticano, è finita in tribunale a Milano ed è diventata un processo con una sentenza: condanna in primo grado del prete a sei anni e quattro mesi.

    Il libro racconta meticolosamente tutto questo e molto di più. Approfondisce il ruolo della diocesi, sottolinea come l’allora vicario di zona (poi vicario episcopale) decise spontaneamente di non aprire un’indagine previa, di non denunciare quel sacerdote secondo l’iter previsto dal diritto Canonico. Ma semplicemente lo trasferì a Legnano, sempre a contatto con adolescenti, quindi potenzialmente pericoloso. E quel vicario al non era che Mario Delpini, nominato arcivescovo di Milano da papa Francesco quando già la vicenda era stata portata all’attenzione dei suoi uffici Oltretevere.

    La narrazione della cronaca, diluita in alcuni anni di articoli, processo compreso, è già di per sé scioccante, dura. Ma la lettura del documentatissimo testo lo è ancora di più e mostra il volto impietoso, quando non addirittura cinico, di un’istituzione che mentre tende mediaticamente a prendere le distanze dai preti pedofili, in realtà ha come obiettivo primario la difesa di sé stessa. Nel libro non mancano le accuse di depistaggio ad alcune firme di prim’ordine, per esempio ad Andrea Tornielli, oggi responsabile della comunicazione vaticana.

    La dedica in calce al volume è una toccante Spoon River. “Ad ogni singola vittima di abuso sessuale, ad ogni familiare, a chi non c’è più perché non è riuscito a sopravvivere, a chi dedica la propria vita alle vittime, a chi sceglie di girarsi dall’altra parte, a tanti preti che non si rendono conto del disastro che provocano con il loro silenzio colpevole. Perché il grido silenzioso di chi vive questo dramma possa raggiungere il cuore di tutti”. Un viaggio nel dolore e nella speranza che a uno scrittore professionista sarebbe riuscito monco. Per renderlo completo servivano l’amore e la disperazione di una mamma.

    (trascrizione da La Verità del 14 settembre 2019)
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  • Il papa salva il suo ambasciatore in Cile dallo scandalo degli abusi

    Il papa salva il suo ambasciatore in Cile dallo scandalo degli abusi

    Il rappresentante apostolico a Santiago deve affrontare denunce di insabbiamento di abusi sessuali; Francisco lo trasferisce in Portogallo, senza alcun segno di punizione

    Il Vaticano ha detto che la decisione del Papa di trasferire Francisco nunzio apostolico in Portogallo (ambasciatore) in Cile, Ivo Scapolo, accusato di coprire abusi sessuali nel paese latinoamericano.

    Finora, la Chiesa non ha rilasciato dichiarazioni sul fatto che Scapolo sarà soggetto ad alcuna indagine per i casi di cui viene segnalato.

    Juan Carlos Cruz, vittima di abusi su sacerdoti e attivista cileno, ha celebrato il trasferimento di Scapolo su Twitter: “Alla fine lo portano fuori dal Cile”.

    “Uno di quelli che hanno rovinato la Chiesa del Cile parte per il Portogallo, portoghese, occhio con quel demone, discepolo del cardinale Angelo Sodano e malfattore, uno in meno in Cile”, ha twittato.

    Il cardinale 66enne, che rappresentava anche il Papa in Bolivia e Ruanda, è un esperto di diritto canonico, una risorsa con cui diversi preti accusati di abusi su minori hanno saputo proteggersi; Tuttavia, con la riforma promossa da Francisco, la Chiesa può ora denunciare questi casi dinanzi ai tribunali civili.

    Nel dicembre 2018, l’australiano George Pell, diventato il più alto prelato ad essere stato condannato per abuso sessuale di minori, è entrato in prigione lo scorso febbraio; dopo la condanna, papa Francesco gli proibì l’esercizio pubblico del ministero sacerdotale e qualsiasi contatto con i minori; Lo ha anche rimosso dal Ministero dell’Economia della Santa Sede, una posizione che lo ha reso il terzo al comando del Vaticano e un candidato naturale a diventare pontefice.

    Casi di abuso sono stati documentati e denunciati alle autorità civili di diversi paesi. Molti vengono alla luce diversi decenni dopo gli eventi. Le azioni legali sono state anche promosse contro la gerarchia cattolica, che spesso ostacola le indagini.

    https://www.razon.com.mx/mundo/papa-salva-a-su-embajador-en-chile-de-escandalo-de-abuso/

  • GLI ITALIANI SONO I PRIMI AL MONDO PER TURISMO SESSUALE MINORILE. PARLIAMO DI QUESTO.

    GLI ITALIANI SONO I PRIMI AL MONDO PER TURISMO SESSUALE MINORILE. PARLIAMO DI QUESTO.

    “Scimmiette da castigare” e “prede da catturare”. Vengono apprezzate per la loro docilità, anche se qualcuno si lamenta che sono troppo “consumate” o brutte. Nessun problema: ci sono le “pretty”, o “perle”, ragazze giovani, dalla pelle più chiara e dai tratti più occidentali. Qualcuno avanza l’ipotesi: “Le prede siamo noi, che ai loro occhi siamo degli scemi con scritto ATM in testa”, qualcun altro si lamenta dei viaggiatori “del terzo mondo”, che hanno rovinato la qualità delle ragazze: non è più come dieci, vent’anni fa. Qualcuno consiglia di “infilzarle alla brutta da dietro”, anche mentre dormono: non si lamenteranno. Nessuno fa notare che quello non è sesso, nemmeno a pagamento, ma stupro.

    Esaminare lo scambio di informazioni su un forum di turismo sessuale metterebbe alla prova anche la persona più cinica e disincantata. Non che ci si possa aspettare chissà quali ossequi da siti che raccolgono dettagliate recensioni su escort, night club e servizi sessuali, ma l’impressione è che gli utenti siano mossi soltanto dalla peggior misoginia. Non si contano le lamentele nei confronti delle connazionali, che non “la danno”, anche dopo aver preteso cene pagate e regali: è per disperazione che questi gentiluomini spendono le loro vacanze in Paesi in via di sviluppo per consumare rapporti a 10 euro l’ora con delle adolescenti. Anche le stesse sex worker vengono insultate, perché sono arroganti, o perché sembrano poco coinvolte, o perché pretendono di essere pagate la cifra pattuita anche in caso di un rapporto non soddisfacente. Molti insulti sono anche di stampo razzista, specialmente nelle aree del sito dedicate ai viaggi in Africa: le donne vengono chiamate “gazzelle” con “la faccia da babbuini”. Sono cattive e bugiarde “come tutte le africane”.

    Siti come questo sono solo la punta dell’iceberg di tutto il traffico online generato dal turismo sessuale: sono centinaia i forum, i canali YouTube, i siti porno dedicati a questa pratica che si mantengono sul filo della legalità. Se in alcuni Paesi la prostituzione è legale, in molti altri casi gli utenti si scambiano consigli su come sfuggire alla polizia. Di frequente però i reati sono più gravi del mero sfruttamento della prostituzione. Quasi nessuno fa esplicito riferimento al fatto che molte di queste ragazze (e ragazzi) siano spesso bambine (e bambini): adolescenti o pronte per le elementari, nei casi peggiori per l’asilo. Secondo l’Ecpat – End Child Prostitution in Asian Tourism, ogni anno tre milioni di persone viaggiano per turismo sessuale. Circa 250mila sono in cerca di vittime minorenni il cui sfruttamento genera un mercato da 20 miliardi di dollari – e il fenomeno è sottostimato. Il triste primato, con 80mila partenze l’anno, va agli italiani.

    Si tratta di una piaga così diffusa che le schede di molti Paesi sul sito della Farnesina Viaggiare Sicuri si preoccupano di mettere bene in evidenza le pene previste per chi sfrutta la prostituzione minorile. “In alcune strade dell’Africa non è difficile trovare sulla strada cartelli che intimano di non toccare i bambini, scritti in italiano”, denuncia Giorgia Butera, presidente di Mete Onlus. L’associazione, in collaborazione con l’Ecpat, lo scorso anno aveva presentato in Senato il progetto Stop Sexual Tourism, campagna che nel 2016 aveva fatto affiggere in 57 aeroporti italiani un manifesto informativo per scoraggiare le partenze. Tra le mete principali c’è l’Asia con Paesi come la Cina, il Giappone, la Corea e la Thailandia, che hanno visto crescere significativamente anche il turismo per lavoro, spesso strettamente e tristemente collegato allo sfruttamento della prostituzione minorile: il dossier parla dell’usanza sempre più diffusa di intrattenere clienti e manager in visita dall’estero con escort, alcool e droghe per saldare relazioni di lavoro. Zone di confine come il Myanmar, il Vietnam e la Cambogia (dove il mercato delle vergini è particolarmente sviluppato), vengono invece scelte perché più economiche. Poi ci sono i Paesi latino-americani, che soffrono anche situazioni di grande povertà infantile, associata a droga e corruzione. L’Africa sub-sahariana è la meta emergente, con Ghana, Kenya, Sudfrica e Zambia ai primi posti.

    La pedofilia, intesa come condizione clinica, c’entra poco. Secondo l’Ecpat, solo il 5% degli sfruttatori di prostituzione minorile è pedofilo, mentre il 95% è in cerca di “un’esperienza trasgressiva”. Il 60% di chi parte lo fa in modo occasionale e il 35% in modo abituale e non manca chi, pur essendo in viaggio per svago, usufruisce di servizi sessuali qualora gliene si presenti l’occasione. Il fenomeno coinvolge persone mediamente giovani (l’età media è di 27 anni), e non soltanto uomini. In percentuale nettamente inferiore, anche le donne cercano prestazioni sessuali, anche se in questo caso l’età media delle vittime si alza, con una prevalenza di adolescenti nei Paesi caraibici e africani. In quest’ultimo caso, poi, alla pratica criminale si aggiunge anche un certo lassismo nel condannarla, a causa del radicato pregiudizio secondo cui le donne non sarebbero in grado di perpetrare abusi sessuali. Lo scorso maggio, ad esempio, una servizio de Le Iene raccontava in modo goliardico il viaggio di due donne italiane in Kenya “Alla ricerca del Big Bamboo”, parlando di “turismo romantico” con tono scherzoso e indugiando sulle allusioni razziste delle intervistate. Se la puntata avesse mostrato sessantenni in cerca di ragazzine in Thailandia, il mood sarebbe certamente cambiato.

    Il problema si è imposto all’opinione pubblica mondiale grazie alla firma, nel 1989, della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che all’art. 34 prevede che “Gli Stati parti si impegnino a proteggere il fanciullo contro ogni forma di sfruttamento sessuale e di violenza sessuale”. Il nostro ordinamento prevede la reclusione da uno a sei anni e multe fino a 6mila euro per chiunque recluta, induce, sfrutta o favorisce la prostituzione minorile, senza contare che il turista sessuale deve rispondere anche alle leggi del Paese in cui ha commesso il reato. 

    tta della prostituzione provenienti dall’est Europa e dall’Africa, molto spesso minorenni. Nella sola provincia di Roma, interessata dal famoso caso delle “baby squillo” (termine da tabloid che sminuisce la gravità del crimine commesso) tra il 2012 e il 2014 c’è stato un aumento del 516% dei processi per crimini relativi allo sfruttamento dei minori.

    L’aumento di questi abusi è accostato dall’Ecpat all’incremento del turismo (soprattutto se legato a grandi eventi, come hanno dimostrato le Olimpiadi a Rio, dove si è registrato un boom di prostituzione minorile) e alla diffusione di internet, che facilita lo scambio di informazioni e molto spesso permette allo sfruttatore di mettersi direttamente in contatto con la vittima, o con la sua famiglia. Nel 2013 la Ong Terres des Hommes aveva condotto un esperimento, documentato su YouTube, infiltrandosi in chat room pubbliche con l’identità fittizia di una bambina filippina di dieci anni. In dieci settimane, 20.172 persone avevano contattato il profilo chiedendo performance sessuali a pagamento tramite webcam. Secondo Najat M’jid Maalla, relatore delle Nazioni Unite sulla compravendita di bambini, prostituzione minorile e pedopornografia, almeno 75mila persone sono online in qualsiasi momento in cerca di cam show con soggetti minorenni, ma sono soltanto sei le condanne pronunciate per questo reato in tutto il mondo.

    Il turismo sessuale è una piaga che per essere debellata va considerata nell’ottica del colonialismo. All’estero, nei Paesi “esotici”, gli occidentali si sentono svincolati dalle norme sociali che rispetterebbero nei propri Paesi di origine: questo spiega perché i pedofili siano solo una minoranza e perché la maggior parte di chi parte lo faccia per provare “un’esperienza trasgressiva”. Chi va in cerca di soggetti fragili si sente impunito, se non addirittura legittimato, spesso agendo nella convinzione che questi Paesi permettano se non addirittura incoraggino questo sfruttamento. È un approccio di stampo colonialista, che si basa sull’idea che i Paesi del Sud del mondo siano culturalmente meno avanzati, estranei alle nostre salde consuetudini morali, quindi a disposizione del ricco uomo bianco che può acquistare tutto ciò che desidera in cambio di denaro: cibo, alcool, droghe e, ovviamente, corpi. Anche il linguaggio usato sui forum di turismo sessuale lo segnala: si parla con gergo militare, ci si riferisce a cacciatori e prede, bandiere da piantare, nome italiano da tenere alto. Non vi è alcun rispetto o empatia per le vittime, ma spesso solo disprezzo e ripugnanza accompagnati dalla pretesa che queste donne e bambine accolgano i propri clienti con sorrisi, affetto e moine.

    Negli anni del fascismo la pratica di avere schiave sessuali bambine nelle colonie africane si chiamava madamato, ed era una consuetudine talmente diffusa che ancora nel 1986 Indro Montanelli difendeva in tv il suo diritto ad aver avuto rapporti sessuali con una dodicenne, che definiva un “animalino docile”. Oggi le colonie non esistono più, ma il nostro Paese non ha ancora fatto i conti con il suo passato coloniale e il madamato si è trasformato in turismo sessuale. Cambia il nome, ma la matrice è la stessa: esercitare il dominio, che sia economico, razziale o più semplicemente patriarcale, senza il minimo riguardo nei confronti delle persone sfruttate. Persone che in questi casi non ricorrono alla prostituzione per loro libera scelta, ma perché costrette dalle circostanze, dalla famiglia, dalla criminalità organizzata. A maggior ragione, se parliamo di minori e di bambini la scelta non è mai libera.

    Gli effetti sulle vittime della tratta sessuale sono devastanti, anche perché solo una piccola percentuale riesce a uscirne e, anche una volta sottrattasi, spesso non esiste alcun tipo di supporto psicologico, sociale ed economico. Se a chi abusa basterà rientrare in Italia, magari dai propri figli della stessa età delle vittime degli abusi commessi in Kenya o Tailandia, per tornare alla vita normale, alle vittime della prostituzione minorile non basterà una vita intera.

    http://thevision.com/attualita/turismo-sessuale-minorile/

  • Sacerdote abusò di un ragazzino per anni, ma il reato è ormai prescritto

    Sacerdote abusò di un ragazzino per anni, ma il reato è ormai prescritto

    Il prete, che nonostante fosse in pensione continuava ad aiutare regolarmente nella regione di Goldach (SG), è stato immediatamente bandito da ogni attività pastorale

    SAN GALLO – Un sacerdote 78enne della diocesi di San Gallo ha abusato sessualmente di un adolescente tra il 1987 e il 1996. La vittima ha denunciato le violenze dopo decenni, ma il reato è ormai prescritto. Il prete, che nonostante fosse in pensione continuava a prestare regolarmente aiuto nella Chiesa nella regione di Goldach (SG), è stato immediatamente bandito da ogni attività pastorale.

    Il vescovo Markus Büchel è venuto a conoscenza degli abusi lo scorso aprile dopo segnalazione del Comitato di esperti contro le aggressioni sessuali nella Chiesa e ha immediatamente denunciato il sacerdote al Ministero pubblico, indica la diocesi di San Gallo in una nota odierna. «Ciò anche se il reato è prescritto dalla legge e come tale non può più essere perseguito».

    Büchel ha inoltre presentato una denuncia a Roma, poiché l’atto del sacerdote costituisce un reato penale anche ai sensi del diritto canonico. Il procedimento giudiziario ecclesiastico potrebbe portare alla perdita dello status di prete. La vittima, oggi 46enne, aveva solo 13 anni quando sono iniziati i primi abusi. Il 78enne ha ammesso i fatti.

    «Siamo profondamente sconvolti dal fatto che un sacerdote della nostra diocesi abbia inflitto tanta sofferenza a un minorenne», si legge nel comunicato, in cui viene sottolineato che Büchel ha incontrato personalmente la vittima e si è scusato a nome della Chiesa. Fino al rapporto del comitato di esperti, viene aggiunto, il vescovo e la direzione diocesana non hanno avuto indicazioni o segnalazioni in merito a «comportamenti sbagliati» da parte del sacerdote.

    Al momento non sembrano esserci altre vittime, ma ora il sacerdote è stato bandito da ogni attività. L’aggressore sessuale «si pente profondamente delle sue azioni», aggiunge la diocesi. Nel frattempo la vittima è assistita dal comitato di esperti, istituito dal 2002 per proteggere le vittime di abusi nella Chiesa.

    Un fondo speciale, creato nel 2015 per indennizzare le vittime di abusi sessuali commessi da religiosi e caduti in prescrizione, destinerà all’uomo 20’000 franchi a titolo di risarcimento per torto morale. «Naturalmente non si può cancellare un atto del genere con del denaro», indica il vescovo Büchel, contattato dall’agenzia Keystone-ATS.

    Tuttavia, l’attitudine del clero in merito a questo caso, anche se «tardivo», dimostra che «la Chiesa si è avvicinata alle vittime», aggiunge Büchel. In base alle esperienze raccolte, il vescovo ritiene che per le persone vittime di abusi è molto difficile elaborare e parlare di ciò che hanno vissuto. Il fatto che l’uomo abbia rotto il silenzio dopo così tanti anni è anche «un successo» dell’approccio più aperto all’argomento, sostiene l’ecclesiastico, invitando tutti coloro che sono stati vittime di abusi da parte di religiosi a prendere contatto con il Comitato di esperti contro le aggressioni sessuali nella Chiesa.

    https://www.tio.ch/svizzera/cronaca/1388333/sacerdote-abuso-di-un-ragazzino-per-anni-ma-il-reato-e-ormai-prescritto?fbclid=IwAR3Rk9_s8oJGN9t8mFuHtqP_pLwgWUzadA5ymkstQ68fC5EWHRVYkD4VM_U

  • Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    Abusi, respinto in Australia l’appello del cardinale Pell

    L’ex prefetto della Segreteria per l’Economia torna in carcere, i suoi avvocati valutano il ricorso all’Alta Corte. Il Vaticano: prendiamo atto della sentenza, siamo vicini alle vittime di abuso

    IACOPO SCARAMUZZI

    CITTÀ DEL VATICANO. La Santa Sede «prende atto» della sentenza, ricorda che Pell «ha sempre ribadito la sua innocenza» e «conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili», precisando che, per quanto riguarda il processo canonico che il Vaticano può intraprendere autonomamente rispetto alla giustizia australiana, «la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso».

    L’ex prefetto vaticano della Segreteria per l’Economia è tornato in carcere, dove continuerà a scontare la condanna. La libertà vigilata sarà possibile dopo tre anni e otto mesi. È probabile che i suoi legali facciano appello all’Alta Corte, il grado supremo della giustizia australiana. Secondo la stampa australiana, tale ultimo appello non è automatico ma, vista l’importanza del caso, è probabile.

    Il cardinale Pell «è ovviamente deluso dalla decisione odierna», ha dichiarato un suo portavoce presso l’arcidiocesi di Sidney. «Tuttavia i suoi avvocati esamineranno attentamente la sentenza per decidere se chiedere un congedo speciale alla Corte suprema. Nel notare che la decisione è stata presa due a uno, il cardinale Pell continua a protestare la propria innocenza».

    Gli avvocati di Pell avevano fatto appello contestando 13 ragioni per le quali gli abusi sessuali sarebbero stati «fisicamente impossibili» da compiere, sia per quanto riguarda la cronologia, sia perché la violenza sessuale sarebbe avvenuta in sagrestia a conclusione di una messa affollata, sia per l’impossibilità fisica di compiere tale violenza con addosso i pesanti paramenti sacri della messa. Due giudici su tre che componevano il collegio giudicante, Anne Ferguson e Chris Maxwell, hanno respinto l’appello, mentre il giudice Mark Weinberg lo avrebbe accolto. Nel dispositivo di sentenza di oltre 300 pagine si legge che il giudice Weinberg ha trovato che nella testimonianza della vittima ci fossero discrepanze tali da mettere in dubbio la colpevolezza di Pell e che, più in generale, le altre prove portate dalla vittime rendevano il suo racconto «impossibile da accettare». Tuttavia, ha spiegato il giudice Ferguson, «l’appello su base dell’irragionevolezza (dell’accusa, ndr) è stato respinto perché due di noi hanno un diverso punto di vista sui fatti». I giudici hanno invece respinto all’unanimità altri due argomenti della richiesta d’appello relative a presunte irregolarità procedurali del processo di primo grado.

    Pell, ha tenuto a precisare il giudice Ferguson, «non è stato reso il capro espiatorio per alcuna mancanza percepita della Chiesa cattolica o per alcun fallimento relativo all’abuso sessuale dei minori da parte del clero».

    Il primo ministro australiano Scott Morrison ha commentato la sentenza affermando che «i tribunali hanno fatto il loro lavoro, hanno emesso le loro sentenze. E questo è il sistema di giustizia in questo paese e deve essere rispettato» ed ha aggiunto che prevede che a Pell verranno ritirate le onorificenze statali. In una distinta dichiarazione, il governatore generale David Hurley ha affermato che ritirare l’Order of Australia sarà fatto «quando tutte le procedure legali avranno fatto il loro corso».

    L’arcivescovo di Melbourn Peter A. Commensoli ha commentato da parte sua la condanna esprimendo rispetto per la sentenza ma sottolineando che «la complessità della ricerca della verità in questa materia ha messo molti alla prova e continuerà probabilmente a farlo». L’Arcivescovo ha precisato che Pell continuerà a ricevere sostegno pastorale in segno di «carità cristiana» e ha ribadito il proprio sostegno alle vittime di abuso sessuale.

    Una folla di persone ha atteso fuori dalla Corte la sentenza ed ha salutato la condanna con esclamazioni di gioia.

    Gli abusi al centro del processo sarebbero avvenuti a danno di due uomini che nel 1996 e 1997 erano minorenni. Delle due vittime, rimaste anonime, una ha potuto testimoniare in tribunale, la secondo è morta di overdose nel 2014. La vittima sopravvissuta ha commentato oggi la sentenza con un comunicato nel quale si dice «sollevato» dalla sentenza, contesta chi ha messo in discussione le sue motivazioni e rivendica di aver messo a repentaglio la propria privacy, la propria salute e la serenità della propria famiglia: «Il mio viaggio non è stato un viaggio facile», scrive, aggiungendo: «Ora ho bisogno di definirmi lontano da tutto questo. Di recente ho iniziato un nuovo capitolo della mia vita come padre. L’esperienza che ho attraversato mi ha aiutato a comprendere cosa è veramente importante».

    Il processo di Melbourne, va ricordato, è distinto dalle accuse di insabbiamento di abusi compiuti da altri sacerdoti a Ballarat di cui è stato accusato Pell, e che risalgono all’epoca in cui egli era vescovo ausiliare, che hanno portato il cardinale australiano a comparire a marzo del 2016 davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori) in video-collegamento da Roma.

    Quanto al processo attuale, per il quale a giugno del 2017, sentito papa Francesco, Pell, dopo iniziale tentennamento, ha deciso di tornare in Australia per difendersi in tribunale, senza opporre l’immunità diplomatica, già lo scorso febbraio la Sala stampa della Santa Sede aveva reso noto che «dopo la sentenza di condanna di primo grado nei confronti del cardinale Pell, la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà ora del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».

    Il portavoce vaticano Matteo Bruni, oggi, ha commentato così: «Ribadendo il proprio rispetto per le autorità giudiziarie australiane, come dichiarato il 26 febbraio in occasione del giudizio in primo grado, la Santa Sede prende atto della decisione di respingere l’appello del Cardinale George Pell. In attesa di conoscere gli eventuali ulteriori sviluppi del procedimento giudiziario, ricorda che il Cardinale ha sempre ribadito la sua innocenza e che è suo diritto ricorrere all’Alta Corte. Nell’occasione, insieme alla Chiesa di Australia, la Santa Sede conferma la vicinanza alle vittime di abusi sessuali e l’impegno, attraverso le competenti autorità ecclesiastiche, a perseguire i membri del clero che ne siano responsabili».

    «Come per altre vicende, la Congregazione per la Dottrina della Fede attende gli esiti del processo in corso e la conclusione definitiva di tutti i gradi di giudizio prima di occuparsi del caso», ha inoltre precisato Matteo Bruni. «Come dichiarato dalla Sala Stampa il 26 febbraio scorso, il Santo Padre aveva già confermato le misure cautelari disposte nei confronti di George Pell al rientro del cardinale in Australia, ossia, come di norma, la proibizione dell’esercizio pubblico del ministero e il divieto di contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/08/21/news/abusi-respinto-in-australia-l-appello-del-cardinale-pell-1.37366775?refresh_ce