Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi su gio­vani: la con­danna vati­cana, ma il prete è morto

    “Il Tribunale Penale Speciale istituiti dalla competente autorità della Chiesa” hanno raggiunto la “certezza morale” riguardo alle colpe di padre Carlo Miguel Buela. Ma padre Buela nel frattempo è morto, anche perché ci sono voluti sedici anni prima di arrivare alle condanne.

    “E nel frattempo il sacerdote, nonostante le accuse era stato ospitato in una chiesa di Genova negli anni in cui cardinale era Angelo Bagnasco”, come racconta Francesco Zanardi, portavoce di Rete l’Abuso che da anni si batte per denunciare violenze subite da minori. (altro…)

  • Caso Provolo II: 20 anni di carcere per la suora Kumiko Kosaka, ma rimarrà libera

    Caso Provolo II: 20 anni di carcere per la suora Kumiko Kosaka, ma rimarrà libera

    A seguito della ripresa del processo Próvolo II presso la Seconda Corte Penale Collegiale, i giudici Gabriel Bragagnolo, Federico Martínez e Juan Manuel Pina hanno condannato suor Kumiko Kosaka a 20 anni di reclusione . Non è stata trattenuta in custodia cautelare in attesa della sentenza definitiva (la difesa presenterà ricorso), ma le è stato vietato di lasciare la provincia e il suo passaporto è stato confiscato. Le è stato inoltre interdetto l’esercizio della professione a contatto con minori per 10 anni.

    Lei è una delle protagoniste degli abusi sessuali subiti da minori non udenti all’interno della struttura situata nel dipartimento di Luján de Cuyo.

    La decisione dei giudici è giunta dopo una pausa successiva all’udienza di mercoledì. Durante tale sessione, la Procura, rappresentata da Alejandro Iturbide , e i querelanti, guidati dagli avvocati Sergio Salinas e Lucas Lecour, hanno raggiunto un accordo unanime per richiedere una condanna a 22 anni di reclusione e l’ immediata reclusione della suora giapponese.

    Da parte sua, il team di difesa legale di Kosaka , composto dagli avvocati Carlos Varela Álvarez ed Enoc Ortiz , si era formalmente opposto all’entità della pena richiesta dall’accusa, chiedendo il rigetto della richiesta.

    Tuttavia, dopo aver analizzato le argomentazioni presentate durante l’udienza, svoltasi a porte chiuse poiché riguardava reati contro l’integrità sessuale e un’azione penale privata, il giudice ha infine accolto la richiesta di condanna, ma infliggendo una pena di 20 anni anziché 22.

    Un mese fa, la Corte Suprema di Giustizia di Mendoza aveva condannato Kumiko Kosaka per reati sessuali contro studenti sordi dell’Istituto Próvolo di Luján de Cuyo, in una sentenza che ribaltava l’assoluzione di cui era stata vincitrice nell’ottobre del 2023.

    La suora giapponese è stata condannata come complice in due casi di abusi commessi da padre Horacio Corbacho, condannato nel 2019 a 45 anni di carcere, e come autrice di tre capi d’accusa per abusi sessuali semplici, consistenti in palpeggiamenti inappropriati ai danni di ex studentesse dell’istituto. È stata assolta da un’accusa di abuso sessuale semplice e da un’accusa di intralcio alla giustizia.

    La Corte ha rinviato il caso a un tribunale di primo grado per la determinazione della pena , che è avvenuta durante le udienze tenutesi mercoledì e giovedì di questa settimana.

    Nella sua sentenza di quasi 300 pagine, la Corte ha sostenuto che il tribunale di primo grado che aveva assolto Kosaka nel 2023 aveva valutato le prove in modo frammentario anziché esaustivo, giungendo così a un verdetto inappropriato. Diversi episodi per i quali è stata condannata sono direttamente collegati ad abusi per i quali Corbacho ha ricevuto condanne definitive, confermate sia dal Tribunale provinciale di Mendoza che dalla Corte suprema argentina.

    La stessa sentenza ha confermato l’assoluzione delle altre otto donne processate insieme a Kosaka , tra cui suor Asunción Martínez, l’ex rappresentante legale dell’Istituto Próvolo Graciela Pascual, un’ex direttrice e l’ex cuoca dell’istituto. La Corte ha stabilito che non era stato provato che non avessero denunciato gli episodi.

    Il caso Próvolo è venuto alla luce nel novembre 2016 e ha portato a uno dei più gravi casi di abusi sessuali nella storia della Chiesa in Argentina. Nel primo mega-processo , nel 2019, sono stati condannati i sacerdoti Corbacho (45 anni) e Nicola Corradi (42 anni), l’ex giardiniere Armando Gómez (18 anni) e l’ex chierichetto Jorge Bordón (10 anni, nel 2018). Corradi è morto nel 2021.

    https://www.elsol.com.ar/policiales/caso-provolo-ii-20-anos-de-prision-para-la-monja-kumiko-kosaka-que-quedara-libre/

  • POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

    POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

    Un tribunale polacco ha ordinato alla diocesi cattolica di Kielce di versare 550.000 zloty (circa 128.250 euro) a una donna che da bambina aveva subito abusi sessuali da parte di un sacerdote. Il tribunale ha inoltre stabilito che il sacerdote dovrà riconoscere pubblicamente la propria responsabilità e chiedere scusa alla vittima. Si tratta di una decisione destinata a lasciare un segno, mentre emergono sempre più accuse di abusi sessuali e pedofilia da parte del clero cattolico.

    Il caso

    Iwona Dudzik-Osińska ha reso pubblico il proprio nome e la propria storia, affrontando la secolare omertà che circonda la Chiesa cattolica polacca, istituzione che gode ancora di enorme prestigio e rispetto nel Paese, ma sui cui crimini ci sono sempre meno tolleranza e reticenza. Secondo quanto raccontato, il primo abuso subito dalla donna avvenne nel 1981, quando aveva 12 anni, a Kielce. Il sacerdote, oggi settantaseienne, ha continuato ad abusare di lei per tre anni. Nel 2007 la donna denunciò i fatti alla procura, ma le venne comunicato che i reati erano ormai prescritti. Nel 2019, dopo la diffusione di un importante documentario sugli abusi nella Chiesa cattolica polacca, raccontò quanto accaduto anche al vescovo di Kielce, Jan Piotrowski. Il vescovo, secondo la donna, si mostrò comprensivo ma disse di non poter utilizzare fondi della diocesi per finanziare la terapia psicologica a cui si sottoponeva a causa del trauma subito. Nel frattempo il sacerdote in questione, noto semplicemente come padre Jan, era stato sospeso dalla diocesi di Sosnowiec, dove lavorava dagli anni Novanta, vietandogli qualsiasi contatto con minori. Nel 2023 il tribunale ecclesiastico lo ha infine rimosso dall’esercizio pubblico del ministero sacerdotale. Non è stato però dimesso dallo stato clericale: rimane quindi sacerdote.

    Una giustizia a metà, quella del tribunale ecclesiastico, che ha spinto la donna ad avviare una causa civile contro la Chiesa cattolica polacca. Nel luglio 2026 il tribunale distrettuale di Kielce le ha dato ragione, condannando la Chiesa a un risarcimento di 550mila zloty, ordinando al sacerdote di riconoscere pubblicamente a mezzo stampa, presso un quotidiano locale, la propria responsabilità negli abusi.

    Rossa d’amore per Dio

    Sosnowiec è una citta di provincia situata nella Slesia, sorta attorno alle attività minerarie, storicamente connotata da una forte comunità ebraica e cresciuta attorno alle acciaierie e agli impianti metallurgici, conta oggi poco più di 180mila abitanti. Si tratta di un’area a forte spopolamento, con saldo migratorio negativo, gelosa della propria identità: “rossa d’amore per Dio e per la patria”, come ebbe a dire il vescovo della città, Adam Śmigielski, il 14 giugno 1999, accogliendo papa Giovanni Paolo II a Sosnowiec. Un monumento a Karol Wojtila campeggia in piazza Gwiezdna ricordando che qui la Chiesa cattolica polacca ha uno dei suoi capisaldi. 

    Nell’ottobre 2024 la diocesi locale è stata investita dagli scandali: nello stesso mese, due sacerdoti sono stati accusati di reati sessuali ai danni di minori. L’anno precedente, il vescovo di Sosnowiec, Grzegorz Kaszak, si era dimesso in seguito allo scandalo riguardante una festa a sfondo sessuale, durante la quale erano state assunte droghe, organizzata da un sacerdote del posto con due uomini nel suo appartamento all’interno di una struttura della Chiesa. Le autorità ecclesiastiche hanno così deciso di istituire una commissione per “individuare le cause, l’analisi delle ragioni, della portata e delle conseguenze degli scandali verificatisi nella diocesi di Sosnowiec”.

    Dopo due anni di lavoro, nel febbraio 2026 la commissione ha presentato i risultati della sua indagine. Il presidente della commissione, Tomasz Krzyżak, ha dichiarato che sono state identificate 29 persone (di cui 23 sono membri del clero mentre gli altri sono un catechista, un seminarista, un organista e un responsabile della comunità giovanile) accusate o sospettate di abusi sessuali su minori. Tra le cinquanta vittime identificate, circa due terzi erano ragazze e il 96% aveva meno di 15 anni. La commissione ha anche sottolineato come i vescovi, succedutisi alla guida della diocesi dal 1992 ad oggi, fossero al corrente degli abusi. Ma non abbiano fatto niente.

    Aumentano le denunce

    Negli ultimi anni sono aumentate le denunce contro sacerdoti. Il Vaticano ha preso provvedimenti nei confronti di diversi vescovi polacchi: nel 2024, per esempio, ha annunciato le dimissioni del vescovo di Łowicz, Andrzej Dziuba, citando la sua negligenza nella gestione di casi di abuso di minori. Nel 2018 un tribunale di Poznań aveva ordinato a una congregazione cattolica di pagare 1 milione di zloty più un assegno mensile a vita a una donna abusata da bambina; nel 2022 la diocesi di Toruń era stata condannata a pagare 600.000 zloty a un uomo abusato quando era chierichetto; nel 2025 la diocesi di Bielsko-Żywiec era stata condannata a pagare 400.000 zloty a un’altra vittima.

    Cala la fiducia nella Chiesa

    La fiducia dei polacchi nella Chiesa è calata dal 47% al 35% nell’ultimo anno proprio a causa della perdita di moralità, dell’opacità e delle omertà relative ai casi di pedofilia, e delle visioni politiche reazionarie che ne hanno caratterizzato l’operato negli ultimi anni. La Chiesa cattolica, accusata di aver tradito la democrazia polacca, si trova ad affrontare una profonda crisi, soprattutto nel rapporto con i più giovani: il rifiuto di frequentare l’ora di religione a scuola è in aumento, come anche le apostasie, segno di un dissenso profondo e generalizzato da parte delle generazioni più giovani che trova, a Sosnowiec, una delle sue ragion d’essere.

    POLONIA: Sempre più numerose le accuse di abusi sessuali da parte del clero

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  • Un sacerdote colombiano residente in Italia è accusato di abusi sessuali su minori.

    Un sacerdote colombiano residente in Italia è accusato di abusi sessuali su minori.

    BOGOTÁ (HaciaElUmbral). Jesús Aníbal Ramírez Duque , sacerdote colombiano della congregazione dei Missionari della Divina Redenzione, è stato recentemente denunciato alla Procura Generale per abusi sessuali su minori.

    Secondo Francesco Zanardi, rappresentante dell’associazione italiana dei sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero, il sacerdote risiede attualmente a Torre Annunziata, un comune vicino a Napoli.

    Questa nuova denuncia si aggiunge a quella presentata nel 2019 alla stessa congregazione religiosa, che coinvolgeva anche i sacerdoti Ilde de Jesús Muñoz e Jesús Antonio Ramírez Giraldo . Secondo i Missionari della Divina Redenzione, la denuncia del 2019 è stata archiviata dal Dicastero per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Francesco perché, a quanto pare, “non sono state trovate prove sufficienti per procedere”.

    “La mia vita missionaria”

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    La lunga carriera dell’accusato comprende periodi di servizio in diversi paesi: oltre a Colombia e Italia, Messico, Perù e Repubblica Democratica del Congo.

    Tra il 2003 e il 2006, Ramírez ha lavorato come “educatore legato al governo”, responsabile dell’”erogazione di educazione religiosa, etica e valoriale in tutti gli istituti scolastici della Guainía”, secondo le informazioni ufficiali della sua congregazione religiosa.

    Dal 2012 in poi, ha risieduto in Italia. Il suo ultimo incarico noto è stato quello di viceparroco presso la chiesa di San Michelel Arcangelo a Torre Annunziata, nella giurisdizione della diocesi italiana di Nola.

    Questa testata giornalistica ha contattato il vescovo Francesco Marino , ma non ha ricevuto risposta.

    La traccia digitale:

    negli ultimi anni, Ramírez è stato attivo sui social media, con account su Instagram, Facebook e YouTube.

    Un video del 2017 lo mostra vestito da clown, e una fotografia del 2024 lo ritrae mentre tiene in braccio un bambino. Un’altra foto, dello stesso anno, è un selfie che lo mostra con una bambina che sembra non avere più di dodici anni.

    Il sacerdote colombiano promuove la sua autobiografia, “La mia vita missionaria: Incontri tra culture diverse”, su varie piattaforme. Il libro afferma che è nato nel 1960 nel comune di Carmen de Viboral, in Antioquia.

    Il suo ultimo post su Facebook risale a sei giorni fa. Si tratta di un estratto della sua opera illustrato con un’immagine creata con l’intelligenza artificiale: “Ogni giorno è un dono di Dio. Godetevelo, amate, servite e siate felici”.

    “Tradimento della propria fede”,

    ha dichiarato l’attivista Francesco Zanardi in risposta a questo caso. “L’Italia è un paese eccellente per nascondere i preti pedofili. In primo luogo, perché il Vaticano ha molta influenza sulla polizia e sulle autorità giudiziarie. In secondo luogo, perché le leggi europee sono molto deboli in Italia. È difficile ottenere l’intervento della polizia italiana in casi che coinvolgono atti commessi in Colombia”. “È grave che la Chiesa trasferisca i sacerdoti, nascondendoli e mettendo a rischio la salute di altri bambini che senza dubbio diventeranno vittime di questi pedofili. Questo è il peggior crimine che la Chiesa possa commettere, tradendo la propria fede e le persone che dipendono da essa”.

    Attualmente, i protocolli della Chiesa prevedono che qualsiasi sacerdote accusato di presunti abusi sessuali su minori venga temporaneamente sospeso e allontanato dal contatto con bambini e adolescenti, mentre i suoi superiori conducono le indagini. Il documento vaticano “

    Vos estis lux mundi” , che spiega come un vescovo debba procedere di fronte a una denuncia penale che coinvolga un suo subordinato, fa riferimento anche alla necessaria collaborazione con le autorità civili.

    Questo è ciò che ci si aspetta da Francesco Marino, vescovo di Nola, alla luce della denuncia contro Ramírez attualmente pendente presso la Procura Generale colombiana.

     

    Ubicado en Italia sacerdote colombiano denunciado por abuso sexual de menores

  • Bozano Bressanone – SILENTIUM

    Bozano Bressanone – SILENTIUM

    di Andrej Werth – Deve essere stata una bella festa. Tre settimane fa, nel Duomo di Ratisbona, 21 nuovi “Familiaren” (familiari o marianisti) sono stati solennemente investiti dal Gran Maestro Frank Bayard. Nel contesto dell’Ordine Teutonico, “investire” significa accogliere formalmente i laici che sostengono l’ordine nelle sue attività, pur senza essere frati o suore. Si tratta di una rete esclusiva divisa in baliati e commende; in Alto Adige, che costituisce il baliato “An der Etsch und im Gebirge” (All’Adige e nei Monti), si contano 77 familiari, tutti uomini, sebbene l’investitura sia aperta anche alle donne. Tra i presenti a Ratisbona c’era anche Christian Stuefer, dal 2024 priore della provincia d’Austria-Italia dell’ordine, con sede a Lana. Quella tra l’Ordine Teutonico e l’Alto Adige è una storia lunga.

    Fondata con il nome completo di Ordine dei Fratelli della Casa di Santa Maria in Gerusalemme, la comunità si stabilì a Bolzano nel 1202. Ancora oggi, i frati e le suore gestiscono parrocchie e case di accoglienza, sotto il motto “Aiutare, Difendere, Guarire”. Si tratta di un ordine con ingenti proprietà e rappresenta la più grande comunità religiosa maschile in Alto Adige. È tuttavia anche la comunità che registra il maggior numero di segnalazioni di abusi.

    Tra il 2018 e il 2025 – con Maria Sparber che assume il ruolo di ombudsperson (difensore civico) della Diocesi di Bolzano-Bressanone (altro…)

  • Lo Stato finanzia gli oratori ma non chiede il certificato antipedofilia

    Lo Stato finanzia gli oratori ma non chiede il certificato antipedofilia

    La notizia è passata inosservata e si capisce facilmente perché: qualche giorno fa il governo ha deciso una grande iniezione di denaro pubblico per strutture possedute e gestite dalla Chiesa. Stiamo parlando degli oratori, che hanno ricevuto come finanziamento extra ben 50 milioni del Fondo Sviluppo e Coesione 2021-2027, il principale strumento con cui lo Stato italiano finanzia interventi per ridurre i divari economici e sociali nel Paese, che si vanno ad aggiungere ai 19,5 milioni di euro già previsti per il quadriennio 2025-2028.

    Per sostenere le attività sportive e «valorizzare la funzione educativa degli oratori» nei territori più marginalizzati, infatti, il 1° luglio è stato firmato un protocollo d’intesa tra il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, e il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Maria Zuppi. Questi 50 milioni saranno utilizzati per riqualificare gli impianti sportivi degli oratori e per generiche attività ludiche e ricreative e le parrocchie contribuiranno con una quota trascurabile di cofinanziamento del 15 per cento.

    Nonostante la Cei riceva ogni anno dallo Stato circa un miliardo di euro dal cosiddetto “otto per mille”, il governo ha sentito il bisogno di un’iniezione aggiuntiva di denaro pubblico perché gli oratori, secondo quanto ha dichiarato Abodi, sarebbero centrali nel modello sportivo italiano, «autentici presìdi educativi, sociali e di comunità». Tanto centrali e determinanti che il ministro è fiero di dichiarare che con questo protocollo si stabilisce un record: «Per la prima volta nella storia repubblicana – ha spiegato – destiniamo risorse così significative a questo patrimonio della nostra nazione: investire negli oratori significa investire nei bambini, negli adolescenti e nei giovani, offrendo loro luoghi sicuri e gratuiti dove crescere attraverso lo sport, costruendo relazioni e alimentando il senso di comunità. Insieme alla Conferenza Episcopale e alla rete delle Diocesi trasformiamo il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dello sport, riconosciuto dalla nostra Costituzione, in opportunità concrete per il presente e il futuro delle giovani generazioni e per la coesione nei territori».

    Siamo di fronte al salto di un secolo. Il governo elimina il ruolo dello Stato laico dalla sua prospettiva e delega alla Chiesa il compito di occuparsi di bambini e ragazzi, soprattutto ora che sono liberi dalla scuola, in virtù di un’asserita e non comprovata virtù degli oratori «quali presìdi educativi, sociali e aggregativi», di cui riconosce «il ruolo strategico nel contrasto alla dispersione scolastica, alla povertà educativa e al disagio giovanile, attraverso la promozione della pratica sportiva e dei corretti stili di vita».

    Quasi 70 milioni di euro di fondi pubblici per luoghi di aggregazione confessionali: una cifra significativa per spazi che forse sono gratuiti (o quasi) ma che vengono definiti un po’ troppo sbrigativamente «sicuri». Quello che non viene mai detto, infatti, è che per le migliaia di volontari che animano oratori, campi grest estivi e attività parrocchiali non c’è l’obbligo di richiedere il cosiddetto “certificato antipedofilia”, cioè la garanzia che l’operatore che si sta occupando di tuo figlio ha la fedina penale pulita quanto a reati sessuali.

    Secondo il decreto legislativo 39 del 2014, che recepisce una direttiva europea del 2011, i datori di lavoro sono obbligati a verificare che le persone persone condannate per reati sessuali non possano svolgere attività professionali che comportano contatti con minori. Questo obbligo vale per i dipendenti ma non sussiste per i volontari, che quindi possono fare attività con i minori senza il controllo del certificato penale.

    Eppure i volontari degli oratori e dei grest estivi, che sono a contatto con bambini e bambine tutto il giorno, non sono una componente marginale degli oratori ma l’ossatura, la spina dorsale che regge tutta l’impalcatura delle attività parrocchiali.

    Quanti sono? Difficile dirlo: i numeri del Foi, il Forum oratori italiani, sono un po’ datati ma si stimano circa 150mila volontari impegnati nei seimila oratori italiani, fra animatori adolescenti, giovani educatori, catechisti, allenatori sportivi, accompagnatori, operatori di attività ricreative e altri adulti che collaborano in vario modo alle attività.

    E quanti sono i minori che frequentano gli oratori estivi? Anche qui non è facile fare i conti ma i numeri sono alti: secondo un articolo di Vita, nel 2018 sono stati due milioni i bambini e ragazzi che hanno preso parte alle attività degli oratori estivi, assistiti da 350mila volontari adolescenti.

    Secondo invece quanto riporta Agensir il 1° luglio scorso, lo stesso giorno della firma del Protocollo fra governo e Cei, nella sola diocesi di Milano quest’estate si contano 25mila volontari adulti e un migliaio di altri educatori per 250mila ragazzi:

    un migliaio di oratori aperti fra giugno e luglio per offrire accoglienza, gioco, escursioni, momenti educativi, spiritualità a 250mila ragazzi. 42mila gli animatori adolescenti, 3mila giovani educatori. Ma anche 25mila volontari adulti e circa mille figure educative tra sacerdoti, consacrate ed educatori professionali. Sono i numeri degli oratori estivi della diocesi di Milano.

    Prima di riempire di denaro gli oratori, «autentici presìdi educativi, sociali e di comunità», come ha detto il ministro Abodi ringraziando il cardinale Zuppi, il governo avrebbe fatto bene a garantirne la sicurezza, estendendo il “certificato antipedofilia” anche alla schiera di volontari che li tengono in piedi stando tutto il giorno con i bambini. Il problema è che per la Cei imporre questa regola di buon senso violerebbe «la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa» garantita dall’articolo 2 del Concordato del 1985. Ovviamente la Chiesa potrebbe di sua iniziativa esigere il certificato antipedofilia dai suoi volontari, ma diciamo che non è nello stile della Cei.

    Delegare alle parrocchie, oltre allo sport e alla ricreazione, anche la protezione dei minori da aggressioni pedofile potrebbe rivelarsi imprudente: la cronaca insegna che i precedenti non sono propriamente rassicuranti.

    (Foto di Erika Giraud su Unsplash)

    https://federicatourn.substack.com/p/lo-stato-finanzia-gli-oratori-ma

  • Il Vaticano cerca di proteggersi dal rafforzamento UE sulle norme penali italiane in materia di abusi sessuali

    Il Vaticano cerca di proteggersi dal rafforzamento UE sulle norme penali italiane in materia di abusi sessuali

    In Europa si sta replicando quanto è già accaduto a partire dal 2000 negli Stati Uniti, dove abbiamo visto fallire a decine intere diocesi costrette dai tribunali a risarcire le vittime sopravvissute agli abusi sessuali del clero.

    Se pure al momento in Europa (Italia a parte) i danni economici sono meno gravi di quelli che la Chiesa ha subito negli Stati Uniti, al momento la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, il Belgio, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Irlanda hanno iniziato ad avviare risarcimenti economici alle vittime.

    L’Italia detiene il 43% dei sacerdoti di tutta Europa, il 12,7% nel mondo (dato dell’Osservatorio permanente a cura di Mark Vincent Healy) e il danno economico nella sola Italia è consistente quasi quanto quello che la Chiesa ha subito in Europa. Se pure le cifre dei risarcimenti dati in Europa siano irrisorie confronto a quelle costrette dai tribunali in USA, parliamo di una media di 60.000€ a vittima, Italia esclusa una bella cifra in totale.

    Per fare un esempio, l’Italia che oggi conta di fatto un totale di casi censiti dall’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO (28 giugno 2026) pari a 1.178 casi (ovvero il 3,80% escluso l’indotto laico) con un numero di vittime censito pari a 4.761 vittime sopravvissute. In soldoni varrebbe a dire risarcimenti per un totale solo in Italia pari a 285.660.000 di euro. Una cifra di certo non indifferente, calcolando che il dato del nostro osservatorio è in grave difetto rispetto a quello che produrrebbe una commissione governativa indipendente. Oggi l’Italia è un’autentica bomba pronta ad esplodere dentro la Chiesa.

    Di pochi giorni fa la notizia già anticipata dall’UE dopo la petizione n. 0354/2023 che la Rete L’ABUSO ha depositato il 13 dicembre del 2023, che la Presidenza del Consiglio e i rappresentanti del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio sull’aggiornamento delle norme penali in materia di abusi sessuali e sfruttamento sessuale dei minori.

    Le norme riviste copriranno un maggior numero di reati, prevederanno pene più severe e garantiranno un’azione penale più efficace, anche attraverso l’allungamento dei termini di prescrizione.

    Un “Grosso guaio in Vaticano”, il quale da un po’ di tempo tuttavia ha già messo le mani avanti, cosciente che le connivenze col governo italiano non avrebbero potuto fare più di tanto di fronte alla direttiva UE, quindi l’unica soluzione è quella di intervenire dentro le istituzioni dello Stato, per ritardare e penalizzare più possibile la ratifica della norma UE.

    Esattamente come accadde alla ratifica della Carta di Lanzarote che, grazie alle “distrazioni” del legislatore, in Italia è praticamente inutile. In quel caso riuscirono, a differenza del resto d’Europa, a sollevare dall’esibizione del cosiddetto certificato anti pedofilia l’intera categoria del volontariato, a cui guarda caso la Chiesa appartiene.

    Ma questo non è il solo handicap: il certificato anti pedofilia per funzionare necessita che l’obbligo di denuncia sia applicato a tutti i cittadini. Cosa che invece in Italia è limitato solo ai pubblici ufficiali, penalizzando così questa norma che in realtà sarebbe molto efficace in quanto vieta a chi già pregiudicato per reati sessuali di poter tornare a lavorare con i minori.

    La storpiatura concessa invece dal legislatore non solo permette che i sacerdoti pregiudicati per reati sessuali, scontata la condanna, tornino a contatto con i minori, ma fa sì che in Italia, non solo la Chiesa ma l’intera categoria del volontariato diventi rifugio sicuro per i pedofili.

    Un grosso rischio in Italia in quanto la nuova norma che UE si appresta a inserire, si muove ed ha efficacia qualora le precedenti norme siano state correttamente ratificate. Nel caso italiano è disastrosa, vediamo perché.

    I punti che l’Italia si appresta a valutare sono i seguenti.

    1. “Un canale sicuro e indipendente attraverso il quale i bambini, compresi quelli con disabilità, possano denunciare gli abusi subiti proprio all’interno delle istituzioni deputate a proteggerli.”

    In assenza di un obbligo generalizzato di denuncia per tutti i cittadini, e quindi della possibilità che siano gli adulti a segnalare gli abusi subiti dai minori, questo obiettivo incontra un ostacolo insormontabile. Un bambino, infatti, spesso non è nelle condizioni di comprendere pienamente l’abuso subito, né tantomeno di denunciarlo autonomamente.

    Il fatto che oggi il Governo italiano continui a consentire alla Chiesa di gestire internamente i casi di abuso che si verificano al proprio interno equivale, in sostanza, ad affidare il controllo al soggetto stesso che dovrebbe essere sottoposto a verifica: è come mettere Dracula all’Avis.

    1. “Standard nazionali di supervisione, affinché una persona o un luogo già condannati non possano continuare ad accogliere bambini.”

    Anche questo obiettivo risulta compromesso dalla mancanza di un obbligo di denuncia. Se i reati non vengono denunciati, il responsabile difficilmente sarà processato e condannato; di conseguenza, non entrerà nei registri previsti dalla normativa a tutela dei minori. Ne deriva che il sistema di controllo risulta, nella maggior parte dei casi, inapplicabile.

    1. “Un meccanismo nazionale per riconoscere e risarcire le vittime del passato, indipendentemente dai limiti temporali previsti dalla legge, come hanno già fatto Svizzera, Spagna e Francia.”

    Vale la medesima considerazione. Senza una denuncia, un procedimento giudiziario e una sentenza definitiva di condanna, sarà estremamente difficile per una vittima vedere riconosciuto e dimostrare il proprio status di sopravvissuto agli abusi, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul piano del riconoscimento e dell’eventuale riparazione.

    1. “Un’inchiesta nazionale per dare finalmente al Paese la verità che ancora manca: quanti bambini vengono abusati all’interno delle sue istituzioni.”

    Questo è, probabilmente, il punto più preoccupante, perché rischia di vanificare quanto già realizzato in molti Paesi europei attraverso commissioni d’inchiesta realmente indipendenti.

    Un’inchiesta nazionale affidata a uno Stato che, fino ad oggi, ha mostrato una sostanziale connivenza con il clero difficilmente potrebbe essere considerata indipendente. Al contrario, rischierebbe di cancellare, con un solo atto, il passato e le responsabilità non soltanto della Chiesa, ma anche dello Stato italiano.

    L’Italia è infatti l’unico Paese europeo che, nonostante i ripetuti richiami degli organismi sovranazionali per la violazione di convenzioni internazionali, come la Convenzione di Lanzarote e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, continua a non adottare interventi adeguati. Già nel 2019 le Nazioni Unite avevano evidenziato le gravi carenze del sistema italiano; nel marzo scorso l’ONU è tornata a richiamare il Governo italiano, chiedendo nuovamente conto del mancato rispetto degli obblighi assunti in materia di tutela dei minori.

    Nel 2019 l’ONU, a seguito di una istanza della Rete L’ABUSO, non a caso chiedeva all’Italia di:

    (21) Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:

    (a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;

    (b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;

    (c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;

    (d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;

    (e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;

    (f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;

    (g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;

    (h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.

    Ad oggi nulla di quanto raccomandava l’ONU già nel 2019 è stato attuato dal Governo italiano.

    La Rete L’ABUSO ha scoperto quanto sta attualmente accadendo proprio all’interno del governo, grazie a personaggi facoltosi che tuttavia millantano crediti che non hanno e che verosimilmente si stanno muovendo nelle retrovie vaticane che li ha “assunti”.

  • Emanuela Orlandi, il fratello Pietro e l’ultima novità sulla pista relativa al “coinvolgimento del Vaticano”

    Emanuela Orlandi, il fratello Pietro e l’ultima novità sulla pista relativa al “coinvolgimento del Vaticano”

    Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela scomparsa 43 anni fa, rilancia l’indagine del 2015 su un presunto sistema di pedofilia in Vaticano, sostenendo che fu interrotta e chiedendo l’audizione dell’ex magistrato Giancarlo Capaldo. Intanto la Procura di Roma approfondisce la posizione di Marco Accetti e nuove ipotesi sul sequestro della ragazza.

    Emanuela Orlandi, le novità

    A oltre quarant’anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, il caso continua a far emergere nuovi interrogativi. Nel corso della trasmissione “Storie Italiane”, il fratello Pietro ha riportato l’attenzione su un aspetto che, a suo dire, sarebbe rimasto ai margini del dibattito pubblico.

    Si tratta di un filone investigativo sviluppato durante l’ultima inchiesta della Procura di Roma, poi archiviata nel 2015, che avrebbe riguardato un presunto sistema di pedofilia interno al Vaticano e il possibile movente di un ricatto.

    Cosa ha detto il fratello Pietro

    Secondo il fratello della giovane cittadina vaticana, la circostanza sarebbe stata confermata dall’ex magistrato Giancarlo Capaldo, titolare dell’inchiesta per diversi anni. Pietro Orlandi ha dichiarato:

    C’è una cosa che è uscita di recente, che è stata ripresa da pochissime persone, che riguarda alcune indagini fatte durante l’ultima inchiesta chiusa poi nel 2015. Questa indiscrezione, quella è la cosa importante, non dal fratello, è stata confermata da Capaldo, che era il magistrato che seguiva l’inchiesta, che in quell’inchiesta c’era un’indagine su quella che poteva essere la base del ricatto, che andava a toccare un sistema di pedofilia all’interno del Vaticano e di personalità di alto livello del Vaticano. Indagine che è stata bloccata, fermata.

    Orlandi ha quindi rivolto un appello agli inquirenti e alla Commissione parlamentare d’inchiesta, chiedendo che l’ex magistrato venga ascoltato per chiarire l’origine di quel filone investigativo e comprendere chi avrebbe deciso di interromperlo. A suo avviso, infatti, l’apertura di un’indagine presuppone l’esistenza di elementi concreti che meritano di essere approfonditi.

    Le tre inchieste in parallelo

    Il caso Orlandi è oggi al centro di tre distinti percorsi investigativi. Da una parte proseguono gli accertamenti della Procura di Roma, dall’altra quelli avviati dal promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi, mentre la Commissione parlamentare d’inchiesta continua ad acquisire documenti e testimonianze sia sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sia su quella di Mirella Gregori.

    Intanto emerge nuovamente il nome di Marco Accetti, figura controversa già comparsa più volte nella lunga vicenda. Come ricordato nel corso del programma televisivo, Accetti ha fornito alcuni elementi ritenuti potenzialmente significativi, come il ritrovamento del flauto che la famiglia ha sempre considerato compatibile con quello appartenuto a Emanuela, pur senza conferme scientifiche.

    Tuttavia, allo stesso tempo ha anche rilasciato numerose dichiarazioni mai riscontrate. Per anni, ad esempio, Accetti ha sostenuto la teoria secondo cui il rapimento sarebbe stato collegato all’attentato del 1981 contro Giovanni Paolo II da parte di Mehmet Ali Ağca.

    Perché Accetti è indagato

    Oggi, però, la Procura di Roma starebbe valutando una diversa ricostruzione. Accetti è stato iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di sequestro di persona a scopo di estorsione. L’attenzione degli investigatori si concentrerebbe su una possibile rete che avrebbe adescato giovani ragazze, tra cui la stessa Emanuela Orlandi, destinate ad adulti.

    Gli investigatori starebbero inoltre riesaminando il passato di Marco Accetti alla luce della condanna definitiva per l’omicidio colposo del dodicenne José Garramón, investito nel dicembre 1983 nella pineta di Castel Porziano.

    Il bambino era scomparso dopo essere uscito di casa con la scusa di andare dal barbiere e fu ritrovato a circa venti chilometri di distanza. Oggi gli inquirenti cercano di chiarire come il 12enne sia arrivato fino a Castel Porziano e se quella vicenda possa avere eventuali punti di contatto con le nuove ipotesi investigative sul caso Orlandi.

    https://www.virgilio.it/notizie/emanuela-orlandi-il-fratello-pietro-e-l-ultima-novita-sulla-pista-relativa-al-coinvolgimento-del-vaticano-1765032

  • Il catechista era un orco 9 anni per abusi su minori

    Il catechista era un orco 9 anni per abusi su minori

    Valguarnera. Incassata la condanna a 9 anni e 4 mesi per gli abusi sessuali subiti dalle loro figlie da un catechista, le famiglie delle due vittime, hanno trasmesso gli atti alla curia vescovile di Piazza Armerina chiedendo che si adottino le misure necessarie a impedirgli ogni contatto con minori.

    L’uomo, è stato condannato con pena superiore alla richiesta del pubblico ministero che era di 6 anni e 8 mesi, al termine del processo celebrato con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Enna, Ornella Zelia Futura Maimone, per violenza sessuale aggravata e corruzione di minorenni avrebbe continuato a frequentare quei luoghi.

    Parti civili le famiglie assistite dagli avvocati del foro di Agrigento Arnaldo Faro e Concetta Maria Rosa Bonanno.

    Per l’ accusa l’uomo, un catechista, avrebbe adescato le bambine all’epoca minori di 14 anni in ambienti ecclesiastici. Una sarebbe stata costretta a subire atti sessuali in più occasioni, tra novembre e dicembre 2021, mentre sull’altra, gli abusi sarebbero avvenuti  il 5 gennaio 2022, mentre la bambina era nella sua abitazione e gli era stata affidata.

    Contestato anche  il reato di corruzione di minore: dal gennaio 2022 fino all’aprile 2023, periodo in cui avrebbe compiuto ripetuti atti sessuali in presenza di una delle vittime, costringendola ad assistere attraverso videochiamate su whatsApp, per coinvolgerla e ottenerne apprezzamenti a sfondo sessuale.

    Disposta in sentenza l’interdizione perpetua da qualsiasi incarico legato alla tutela e alla cura di minori, la perdita del diritto agli alimenti, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la sospensione dall’esercizio di professioni o arti. Nel corso del procedimento la difesa aveva chiesto l’accesso ai programmi di giustizia riparativa, ma il giudice ha respinto la richiesta a tutela delle minori.

    Francesco Zanardi presidente di Rete l’Abuso ha cosi commentato  “è sconcertante che, dopo una condanna, le famiglie debbano ancora chiedere alla diocesi di impedire che si possa fare ancora altro male a minori in ambienti ecclesiastici  e che quella persona ancora li frequente.

    È devastante per le coscienze di tutti, non solo a fronte di quanto la Chiesa cattolica dice di volere a parole fare a contrasto della pedofilia ma anche pensando all’impatto che il caso Rugolo avrebbe dovuto generare.

    Ancora una volta le famiglie devono chiedere tutela mentre dovrebbe essere un dovere delle diocesi  a monte garantirlo”.

    Tiziana Tavella

  • Rugolo, la Cassazione spiega perché la condanna è definitiva: ‘Racconto coerente, prove solide’

    Rugolo, la Cassazione spiega perché la condanna è definitiva: ‘Racconto coerente, prove solide’

    La Corte Suprema di Cassazione ha depositato le motivazioni con cui ha chiuso definitivamente il caso Rugolo, il sacerdote ennese condannato a tre anni per abusi sessuali su minori. Sia il ricorso dell’imputato che quello del Procuratore Generale di Caltanissetta sono stati dichiarati inammissibili. Nelle motivazioni emergono le ragioni per cui nessuno dei due ha avuto successo.

    Il racconto di Messina ha retto a tutto

    Il punto centrale riguarda l’attendibilità di Antonio Messina, difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, che ha raccontato pubblicamente la propria vicenda in più occasioni. La Cassazione ha confermato che il suo racconto è rimasto coerente per tutta la durata del processo e ha trovato riscontro in elementi esterni, tra cui messaggi scambiati tra Rugolo e un altro sacerdote, giudicati dai giudici di merito particolarmente rivelatori dell’interesse dell’imputato verso la vittima. L’argomento della difesa, secondo cui Messina sarebbe stato mosso da interessi economici nel denunciare, stato esplicitamente smontato dai giudici di merito e la Cassazione ha confermato quella valutazione. Va ricordato che gli abusi su Messina si sono protratti per anni, quando la vittima era minorenne, e che la condanna definitiva riguarda anche altre persone offese.

    Le eccezioni procedurali respinte una a una

    La difesa aveva costruito il ricorso su sette motivi, puntando soprattutto su questioni tecniche. Tutti respinti. Le registrazioni audio effettuate dal padre di Messina, che agiva come privato cittadino, non nell’esercizio di alcuna funzione ufficiale, sono state giudicate prove documentali pienamente legittime. E comunque, ha precisato la Corte, non erano state determinanti ai fini della condanna. Anche la contestazione sulla notifica degli atti processuali è caduta: Rugolo era presente in aula durante tutto il dibattimento e non poteva sostenere di non essere stato informato.

    Il ricorso della Procura

    Il Procuratore Generale puntava a ottenere una pena più severa, contestando il riconoscimento dell’attenuante della minore gravità, che aveva ridotto la condanna da quattro anni e sei mesi a tre anni. Tale riduzione era stata applicata dalla Corte d’Appello specificamente per due capi di imputazione, sulla base di una valutazione complessiva delle singole condotte.

    La Cassazione ha però stabilito che quella valutazione era logicamente motivata. Per quanto riguarda Messina, i giudici di appello avevano considerato separatamente l’ultimo episodio contestato , avvenuto quando la vittima era già maggiorenne, a distanza di tempo dagli abusi precedenti subiti da minorenne, e avevano rilevato che in quell’occasione non ci fu alcun contatto fisico e che la vittima bloccò tutto con una semplice opposizione verbale. È su questo specifico episodio, e non sull’intera vicenda, che l’attenuante è stata applicata. Una valutazione di merito, ha chiarito la Suprema Corte, che non può essere ribaltata in sede di legittimità se non presenta contraddizioni evidenti. E qui non ne sono state trovate.

    La condanna a tre anni è dunque irrevocabile. Rugolo è stato inoltre condannato a pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende e a rifondere le spese legali delle parti civili, tra cui l’Associazione Rete l’Abuso, che riceverà 2.875 euro.

    Rugolo, la Cassazione spiega perché la condanna è definitiva: “Racconto coerente, prove solide”