Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • E NON SI CHIEDONO PERCHÉ

    E NON SI CHIEDONO PERCHÉ

    di Baronio

    Dopo gli scandali remoti e recenti che hanno infangato la Chiesa – e la Chiesa italiana – assistiamo in questi giorni ad un altro fatto che conferma lo stato di totale degrado in cui versa il basso Clero. È di ieri la notizia dell’arresto del Vicerettore del Seminario Maggiore di Brescia, don Marco Baresi, accusato di pedofilia e di detenzione di materiale pedopornografico.

    Sappiamo bene con quanta prudenza agisca un pubblico ministero nel nostro Paese, allorché deve firmare un provvedimento di custodia cautelare nei confronti di un ecclesiastico; e la stampa ci informa che l’indagine sui presunti reati di cui si sarebbe reso colpevole don Baresi era in corso già dalla scorsa estate. 

    A questo punto ci si domanda per quale ragione il Vicerettore non sia stato sospeso dall’incarico, e perché nei suoi confronti il Vescovo non abbia nominato un promotore di giustizia, per svolgere un’inchiesta nell’ambito di un regolare processo penale canonico. La posizione ricoperta dal sacerdote bresciano era talmente delicata – per il contatto quotidiano con adolescenti destinati al Sacerdozio – da richiedere sin dalle prime avvisaglie la massima severità, anche alla luce dei documenti promulgati dalla Santa Sede.

    E invece ai telegiornali della sera assistiamo increduli alle attestazioni di solidarietà del Vescovo per il suo Vicerettore, tanto scontate quanto inopportune. Qui non si parla di presunzione di innocenza, ma di protezione dei giovani, oltre che di salvaguardia del buon nome della Diocesi e del Seminario.

    L’impressione che si ricava è che molti Prelati non abbiano alcun interesse ad istruire un processo canonico, perché temono che il reo possa denunciare i suoi confratelli e far emergere scandali ben peggiori.

    Così, anziché agire nel modo più trasparente ed affrontare seriamente la piaga devastante dell’omosessualità del Clero – con tutte le sue implicazioni e deviazioni – nella sede giudiziale più idonea, si ricorre all’insabbiamento, al silenzio omertoso, danneggiando gravemente l’immagine della Chiesa già ampiamente compromessa. Senza ricordare il danno irreparabile che si arreca alle anime semplici, offese nei loro sentimenti più sacri e scandalizzate dal comportamento di molti sacerdoti indegni.

    Non è carità, ma pavidità, se non connivenza e complicità. Perché la carità è amore illuminato dalla Verità e finalizzato al Bene, mentre qui assistiamo ad un silenzio inerte da parte di Pastori costituiti in autorità per pascere il gregge affidato loro, che avrebbero invece il dovere di ammonire e punire. E se si pensa ai severi moniti del Sommo Pontefici e dei Dicasteri romani, si rimane davvero sconcertati a veder disattesi gli ordini dei Superiori, mantenendo le Diocesi nello sfascio ed assistendo imbelli alla catastrofe.

    Non ci si stupisca se i Seminari sono privi di vocazioni: a giudicare dalla diserzione delle chiese nei giorni di precetto e dal numero di pubblici concubinati superiore ai matrimoni religiosi, l’assenza di vocazioni dimostra di essere lo specchio di uno stato comatoso della Religione in un Paese che un tempo si diceva cattolico. Inutile raggruppare le parrocchie per far numero: continuando così i fedeli saranno sempre meno, e sempre meno i Ministri sacri. Se poi le scarsissime vocazioni al sacerdozio devono essere affidate ad un losco individuo perché abusi di loro, c’è già di che rallegrarsi se i fedeli non danno l’assalto al Seminario.

    D’altra parte, l’immagine della Chiesa che emerge dalla cronaca degli ultimi mesi non invoglia certo i pochi genitori cattolici a favorire l’eventuale vocazione del proprio figlio.

    Molti eccellentissimi, troppo presi da riunioni e consigli permamenti, non si chiedono il perché di questa corsa verso la rovina. Se le chiese sono vuote, è perché da troppi pulpiti si è smesso di insegnarvi la Parola di Dio e di darvi esempio di santità con una condotta di vita esemplare; e se sono vuoti i Seminari, è perché li si è trasformati in tristi studentati senza autorità, accogliendovi internet e la televisione ed allontanandovi lo spirito di penitenza e la Croce, via regale del Sacerdozio cattolico; troppe dissertazioni sulla partorale di questo e di quello, e nessuna preparazione teologica e spirituale. E a chi non sa adorare e rispettare il Signore Dio nel Santissimo Sacramento, quale rispetto si potrà sperare per le anime che gli sono state affidate?

    Sia chiaro: queste osservazioni impietose vogliono solo essere un grido d’allarme perché non ci si limiti a prendere atto dello sfacelo, ma si agisca con determinazione. Non basta diagnosticare la cancrena: occorre amputare senza ripensamenti o falsa pietà la parte putrida, per salvare quel poco di sano che è rimasto. E l’amputazione va fatta subito, perché se l’infezione di propaga ulteriormente sarà troppo tardi. La stessa severità dovrebbe essere applicata a chi corrompe lo spirito, al pari di chi corrompe la carne: si caccino dai Seminari e dagli Atenei, dai periodici religiosi e dai giornali diocesani, tutti quei sediziosi che distorcono la Verità cattolica a vantaggio dei settari, che osano attaccare il Santo Padre e disobbedirgli apertamente, opponendo le proprie teorie eterodosse all’ortodossia di cui egli è custode. Se sono fuori dalla Chiesa di fatto, che lo siano anche giuridicamente, per non sedurre i semplici con i loro sofismi. E si ammoniscano pubblicamente anche i Rettori delle Università e dei Seminari, i direttori delle riviste per il clero, i responsabili dell’informazione cattolica, i manutengoli dei movimenti e i portavoce d’ogni antipapa ancorché porporato, per l’appoggio e la collaborazione che dovessero prestare ai nemici interni.

    Se è triste che sia la magistratura a far pulizia nei Seminari, è raccapricciante che si debba giungere alle fattispecie di reato, senza che basti il peccato per esser giudicati indegni di ricoprire uffici ecclesiastici. Finché si continuerà a tacere, a fingere di non vedere, a promuovere anziché rimuovere, ad assegnare incarichi di prestigio agli inetti e ai ribelli per tacitarli, non si farà altro che contribuire all’affossamento di Santa Madre Chiesa, sia sul fronte morale sia su quello dottrinale.

    http://www.papanews.it/dettaglio_approfondimenti.asp?IdNews=4194#a

  • Germania: copri’ prete pedofilo, vescovo Ratisbona sotto accusa

    Germania: copri’ prete pedofilo, vescovo Ratisbona sotto accusa

    BERLINO – Altri preti coinvolti in casi di pedofilia in Germania. Il vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Mueller, e’ stato accusato di aver coperto un prete pedofilo, tornato poi a compiere abusi sessuali sulle sue giovani vittime. Lo rende noto la “Sueddeutsche Zeitung”. Il vescovo avrebbe ignorato il divieto imposto ai “sacerdoti condannati per pedofilia di tornare ad esercitare la loro missione pastorale in ambienti in cui possono venire a contatto con i giovani”. (Agr)

    http://www.corriere.it/ultima_ora/agrnews.jsp?id={75577B3C-6776-4123-89D9-9AAF8A5347BC

  • Germania. I Vescovi proteggevano i preti criminali, Pedofilia anche nel coro di Georg Ratzinger

    Germania. I Vescovi proteggevano i preti criminali, Pedofilia anche nel coro di Georg Ratzinger

    http://www.corriere.it/ultima_ora/agrnews….D9-9AAF8A5347BC}

    13 set 15:51
    Germania: copri’ prete pedofilo, vescovo Ratisbona sotto accusa
    BERLINO – Altri preti coinvolti in casi di pedofilia in Germania. Il vescovo di Ratisbona, Gerhard Ludwig Mueller, e’ stato accusato di aver coperto un prete pedofilo, tornato poi a compiere abusi sessuali sulle sue giovani vittime. Lo rende noto la “Sueddeutsche Zeitung”. Il vescovo avrebbe ignorato il divieto imposto ai “sacerdoti condannati per pedofilia di tornare ad esercitare la loro missione pastorale in ambienti in cui possono venire a contatto con i giovani”. (Agr)

  • Stampa cattolica: “Calano i casi di pedofilia nella Chiesa”

    Stampa cattolica: “Calano i casi di pedofilia nella Chiesa”

    CITTA’ DEL VATICANO – Paga la linea durissima voluta da Joseph Ratzinger (prima da prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede e poi da Papa) per sconfiggere il triste fenomeno dei preti pedofili. Dalla pubblicazione delle nuove norme (2001), nel mondo i nuovi delitti sono stati di molto inferiori rispetto agli anni precedenti, come dimostra uno studio del ”John Jay College” che rileva il ”declino notevolissimo” dei casi denunciati a partire dai primi anni 2000. L’opinione pubblica non se ne e’ accorta perche’ continuano a far notizia i processi in corso. Ad esempio, gli indennizzi milionari decisi due mesi fa dall’Arcidiocesi di Los Angeles riguardano episodi avvenuti diversi anni prima, talvolta decenni. E anche in Italia le nuove inchieste a Torino e Terni partono da denunce di adulti che si dicono abusati in passato. Per Benedetto XVI, come ha detto ai vescovi dell’Irlanda lo scorso 28 ottobre, questo e’ un ”tempo di purificazione” da quella ”sporcizia” da lui denunciata nella drammatica ”Via Crucis” del venerdi’ santo 2005, e che e’ fatta dai ”molti casi, che feriscono il cuore, di abusi sessuali sui minori, particolarmente tragici quando colui che abusa e’ un prete”. Su questo terreno il nuovo Papa e’ molto severo ed esigente, piu’ del suo predecessore Giovanni Paolo II, tanto che non ha esitato a calare la scure anche su potenti uomini di Chiesa fin qui ritenuti intoccabili. Ed e’ stato proprio Joseph Ratzinger, da prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, a codificare la linea della ”tolleranza zero” in pieno accordo con il vertice dei vescovi americani riunito a Roma da Giovanni Paolo II. Ai vescovi il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ”De Delictis Gravioribus”, che definiva le linee guida del motu proprio con cui Papa Wojtyla rafforzo’ l’ex Sant’Uffizio nel giudicare i casi di violenze e molestie, chiese infatti ”non solo di contribuire a evitare un crimine cosi’ grave, ma anche di proteggere con le necessarie sanzioni la santita’ del sacerdozio e la cura pastorale offerta dai vescovi e dagli altri responsabili ecclesiastici”. Da sei anni, dunque, al primo sospetto oggettivo il vescovo e’ tenuto a informare la Congregazione per la Dottrina della fede, che decidera’ se far giudicare la questione a livello locale o avocare il procedimento in Vaticano. Lo stesso documento condanna ogni abuso della confessione per ottenere favori sessuali. E ancora: per scongiurare frettolose archiviazioni, l’allora Cardinale Ratzinger, d’intesa con Wojtyla, prese anche la decisione di modificare i termini di prescrizione dei processi ecclesiastici. I dieci anni necessari per far decadere i procedimenti scattano (dopo la riforma del 2001) soltanto a partire dalla maggiore eta’ della vittima, in modo da garantire a chi e’ stato abusato nel corso dell’adolescenza la piena facolta’ di intervento in giudizio. L’anno successivo il Cardinale Ratzinger partecipo’ al vertice straordinario dell’episcopato americano, convocato a Roma, quando si stabili’ ”tolleranza zero” per i preti pedofili e l’immediato allontanamento di chiunque fosse coinvolto in indagini da incarichi ecclesiali a contatto con minori. I dati del ”John Jay College” sono stati analizzati dal Centro Studi Nuove Religioni (diretto da Massimo Introvigne): nell’ultimo mezzo secolo, i sacerdoti accusati di abusi sessuali negli Stati Uniti sono stati 4.392 su un totale di 110 mila preti diocesani e religiosi, ma solo il 22% delle accuse si riferisce a casi di pedofilia (cioe’ ad abusi su bambini). Da parte sua il Cesnur ha cercato di verificare se la Chiesa Cattolica sia un ambiente particolarmente favorevole alla pedofilia, e il sacerdozio sia dunque uno stato di vita a rischio, confrontando le statistiche sui sacerdoti cattolici a quelle sui pastori protestanti, i rabbini, gli imam e i maestri delle scuole e degli asili statali: ”I dati sulle condanne mostrano che la percentuale e’ simile, e in alcuni casi piu’ alta, rispetto ai preti della Chiesa Cattolica. Tra l’altro, tra le persone sposate c’e’ una percentuale di pedofili condannati analoga o piu’ alta rispetto ai sacerdoti cattolici. I dati confermano anche che il rischio pedofilia e’ maggiore tra gli omosessuali. Nel nostro Paese in totale sono state emesse fino ad oggi tredici condanne a carico di sacerdoti, mentre i due casi piu’ eclatanti non sono arrivati in Aula: quello di don Marco Agostini di Pomezia si e’ infatti concluso con il suicidio del sacerdote, e quello di don Lelio Cantini ha avuto solo conseguenze canoniche in quanto le denunce si riferivano a fatti molto antichi e dunque gia’ prescritti per la legge italiana. La diocesi di Firenze, sentita la Congregazione della Fede, ha deciso, tra l’altro, che il sacerdote fosse allontanato dal suo ambiente, non confessasse, non celebrasse la messa in pubblico e non assumesse incarichi ecclesiali.

  • Don Pierino segreto: un ex detenuto Nel ’69 la prima denuncia e poi la condanna al carcere

    Don Pierino segreto: un ex detenuto Nel ’69 la prima denuncia e poi la condanna al carcere

    Autore: GRIGNETTI FRANCESCO

    Don Pierino segreto: un ex detenuto Nel ’69 la prima denuncia e poi la condanna al carcere

    C’e’ stato un altro DON Pierino prima di DON Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed e’ pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto e’ stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perDONato da Santa Romana Chiesa.

    E’ il DON GELMINI che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accaDONo tra il 1969 e il 1977, quando DON Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al piu’ esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunita’ antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico. Anni che furono in salita per DON Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunita’ Incontro.

    Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E gia’ all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. Lui, DON Pierino, nella sua autobiografia scrive che li’, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, comincio’ a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta.

    «Ed e’ la’ che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunita’ Incontro». All’epoca, GELMINI aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.

    I freddi resoconti di giustizia dicono in verita’ che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E resto’ impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa falli’ mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. DON Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, spari’ dalla circolazione. Si sapra’ poi che era finito nel cattolicissimo VIETNAM del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hue’.

    Ma la storia fini’ di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi e’ il monsignore che raggiro’ la vedova di Presidente VIETNAMita». Dovette rientrare in Italia. Pero’ l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ’71. Li sconta tutti. Come detenuto, non e’ esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare ”promiscuita”’ con gli altri reclusi». Cattiverie. Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi.

    Non cosi’ i giornali dell’epoca. Anche perche’ nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e DON Pierino aveva scontato la sua condanna, nonche’ trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo. Questa volta fini’ in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due GELMINI. Ci fu anche chi esagero’.

    Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella. Passata quest’ennesima bufera, comunque, DON Pierino torno’ all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano cosi’: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera». Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si e’ spopolata. Adocchio’ un rudere in una valletta che li’ chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale.

    Era un casale diroccato. Diventera’ il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunita’. Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. DON Pierino, invece, stava diventando DON Pierino.

  • La vera storia di don Gelmini

    La vera storia di don Gelmini

    “Quattro anni passati in carcere “Francesco Grignetti su La Stampa ricostruisce il passato del prete in lotta contro la droga che in giardino aveva una Jaguar: per due volte finì dietro le sbarre con accuse di truffa e bancarotta fraudolenta

    Milano, 5 agosto 2007 – C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.

    E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.

    Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. 

    Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».

    All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.

    I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. 

    Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

    Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie.

    Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.

    Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.

    Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».

    Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.

    Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino, invece, stava diventando don Pierino.

    http://qn.quotidiano.net/2007/08/05/29205-vera_storia_pierino.shtml

  • Preti pedofili. Si allentano le regole

    Preti pedofili. Si allentano le regole

    LOS ANGELES-ADISTA. L’arcidiocesi di Los Angeles pagherà un risarcimento record a oltre 500 vittime di abusi sessuali commessi da preti, religiosi, diaconi e laici dal 1940 ad oggi: la cifra, pattuita lo scorso 15 luglio, è di 660 milioni di dollari (477,5 milioni di euro, di cui circa il 40% destinato agli avvocati delle vittime), che si vanno ad aggiungere ai 60 milioni concordati in dicembre con altre 45 vittime. Ma l’accordo extragiudiziario – fortemente voluto dall’arcivescovo di Los Angeles, card. Roger Mahony – malgrado la grande rilevanza che gli è stata concessa dagli organi di stampa vaticani non è, come si potrebbe sperare, il segno di una Chiesa cattolica che comincia a ‘chiudere i conti’ con una delle più gravi crisi che l’hanno attraversata negli ultimi decenni.

    Il prezzo del segreto
    Il raggiungimento dell’accordo tra arcidiocesi e vittime, infatti, ha bloccato l’apertura dei primi 15 processi civili per i casi di abuso, che si sarebbero aperti questa settimana con l’imbarazzante prospettiva di un dibattimento pubblico che avrebbe costretto l’arcidiocesi a rendere pubblici molti documenti e lo stesso cardinale all’umiliazione di vedersi chiamato a deporre. Le associazioni delle vittime hanno lungamente contestato l’atteggiamento di Mahony, il cui obiettivo principale, dall’inizio dello scandalo, sarebbe stato quello di tenere segreti i file personali dei preti accusati, custoditi negli uffici dell’arcidiocesi: documenti che il cardinale e i suoi avvocati si sono sempre rifiutati di divulgare, appellandosi, tra l’altro, anche al primo emendamento della Costituzione statunitense, che sancisce la libertà di religione.

    A suo credito, però, va riconosciuto che il card. Mahony – di cui molti hanno invocato le dimissioni, come era già accaduto nel caso del card. Bernard Law di Boston (v. Adista n. 91/02) – ha sempre cercato di stabilire un contatto con le vittime: negli ultimi anni ha intrapreso una serie di approfonditi incontri personali con le vittime e le loro famiglie. “La speranza di tutta la Chiesa di Los Angeles”, ha detto annunciando l’accordo, “è che queste vittime, molte delle quali hanno sofferto in silenzio per decenni, possano, con l’accordo di oggi, trovare un qualche tipo di consolazione e mettere in un certo senso la parola fine a questa vicenda”. Anche se, ha aggiunto alla Radio Vaticana, “molte delle vittime mi hanno detto che pure se gli abusi sono stati condannati” e “pure se sono stati assicurati loro dei risarcimenti, non c’è in realtà alcun modo per tornare indietro e per restituire l’innocenza che è stata loro rubata”. Mahony ha anche rassicurato che, anche se i pagamenti richiederanno molti sacrifici economici all’arcidiocesi (che verserà dalle proprie casse 250 milioni di dollari, 180 milioni di euro, dei 660 dell’accordo), non sarà venduta nessuna proprietà “essenziale”, come parrocchie o scuole: gli edifici già individuati per la cessione sarebbero una cinquantina, compreso quello che ospita gli uffici della Curia. P. Lombardi: ottimismo fuori luogo.

    A dare rilevanza alla notizia proveniente da Los Angeles ha contribuito anche il direttore della Sala Stampa vaticana, il gesuita p. Federico Lombardi, con una dichiarazione – inconsueta per casi del genere – in cui ha sottolineato “l’impegno”, “con i sacrifici che comporta”, della Chiesa cattolica nella lotta alla pedofilia, con la prospettiva “di chiudere una pagina dolorosa per guardare in avanti nella linea della prevenzione e della creazione di un ambiente più sicuro per i bambini”. Lombardi ha anche ripetuto che quello degli abusi non è uno scandalo che coinvolge solo la Chiesa cattolica ma “molte altre istituzioni”: “È giusto che anche queste prendano con decisone i provvedimenti necessari”.

    Una dichiarazione dai toni ottimistici, quella di Lombardi, che è stata subito duramente criticata dall’associazione delle vittime di abusi di preti Snap, che l’ha definita “arrogante e insensibile”: “Lombardi a quanto pare ha seguito il copione già usato da molti vescovi americani nel cercare di distogliere l’attenzione dalla Chiesa e di coprire lo scandalo”. Le denunce calano, il rigore si allentaI dati delle Conferenza episcopale statunitense segnalano che, per il secondo anno consecutivo, le denunce di abusi sessuali da parte di preti sono in calo: un dato interpretato come segno di una crisi ormai in via di risoluzione, malgrado il caso eclatante di Daniel McCormack, condannato a cinque anni di carcere per abusi su minori commessi dopo l’approvazione della “Carta di Dallas” che prevede provvedimenti rapidi e severi per i preti accusati di molestie. Un rilassamento delle regole approvate nel periodo più nero della crisi sembra d’altra parte imminente: in Inghilterra, un Paese dove, grazie a un protocollo rigoroso adottato per tempo, lo scandalo ha avuto dimensioni molte contenute, il Cumberledge Report ha consigliato ai vescovi di allentare le regole, perché i preti, per il timore di essere accusati, hanno paura di lavorare con i bambini. (alessandro speciale)

    Mercoledì, 25 luglio 2007

  • Pedofilia, sesso e violenze in parrocchia. Le protezioni del card. Antonelli, ….ancora una vergognosa storia di protezioni di preti criminali…

    Pedofilia, sesso e violenze in parrocchia. Le protezioni del card. Antonelli, ….ancora una vergognosa storia di protezioni di preti criminali…

    CRONACA Firenze, le vittime scrivono al Papa: “Abusi su donne e bambini per anni”
    di MARIA CRISTINA CARRATU’

    FIRENZE – Anni di violenze, psicologiche e fisiche, di plagi e coercizioni nei confronti di bambini, ragazzi, intere famiglie, abusi e violenze sessuali su bambine e ragazzine minorenni, consumati nell’ombra di una canonica e mai venuti a conoscenza di nessuno fino ad oggi. Famiglie intere convinte di far parte di un progetto di fondazione di una “vera chiesa dello Spirito” contrapposta a quella, corrotta e incapace, “di fuori”, e spinte a devolvere alla parrocchia denaro e beni, “per adempiere alla volontà di Gesù Cristo”. E poi avviamento di ragazzi al seminario, con l’obiettivo di “colonizzare” la struttura ecclesiale attraverso incarichi di primo piano.

    È questo – secondo le vittime dei plagi e degli abusi (così lontani nel tempo da rendere difficile ormai un’azione penale) che solo oggi, dopo tanti anni, hanno trovato il coraggio di parlare e chiedono giustizia appellandosi al Papa – ciò che è avvenuto almeno a partire dal 1975 in una parrocchia della periferia di Firenze, la Regina della Pace. Affidata fino al 2005 a un “carismatico” sacerdote oggi ottantenne, don Lelio Cantini, allontanato dalla città solo un anno fa ma mai privato dell’ordinazione. Con a fianco una donna, presunta “veggente” le cui visioni di Gesù, raccontano le vittime, servivano alla selezione degli “eletti”. Oggetto di punizioni esemplari, privati dell’assoluzione e dell’eucaristia, se non avessero obbedito alle imposizioni del “priore”, come il sacerdote si faceva chiamare. Fra cui quella sistematicamente rivolta a ragazzine di dieci, quindici, diciassette anni, di avere rapporti sessuali con lui, come forma, diceva, di “adesione totale a Dio”. Facendo credere a ognuno di essere il prescelto e intimando il segreto assoluto pena il “castigo divino”. Per questo, vinte le rimozioni e preso contatto con i compagni di allora, solo oggi le vittime hanno scoperto di aver condiviso un passato identico e terribile.

    Ed è innanzitutto alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, che si rivolgono fin dal gennaio 2004, inviando alla Curia di Firenze esposti e memoriali, e ottenendo vari incontri personali – prima con l’allora arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con l’arcivescovo Ennio Antonelli e con l’ausiliare Claudio Maniago. Con l’unico risultato, nel settembre 2005, di un trasferimento del “priore” “per motivi di salute” in un’altra parrocchia della Diocesi. Da qui la decisione di appellarsi al Papa. La prima volta con una lettera del 20 marzo 2006, con allegati dieci dettagliati memoriali di venti vittime di abusi, a cui risponde il cardinale Camillo Ruini, ricordando alle vittime, sentito Antonelli, che il sacerdote sotto accusa dal 31 marzo ha lasciato anche la Diocesi e augurandosi che questo “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”.

    Le vittime però non ci stanno. Il ‘priorè vive con la “veggente” in una città della costa toscana, ha sempre intorno un gruppo di seguaci ed è tuttora ordinato. E a questo punto si muovono, di loro iniziativa, alcuni sacerdoti. “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, spiegano in una nuova lettera al Papa, inviata il 13 ottobre 2006 tramite la Segreteria di Stato. Dove parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane” perseguito da una setta “purtroppo cresciuta dentro una parrocchia cattolica”. E ricordano che a “quasi due anni” dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non sono ancora arrivati né “una decisa presa di distanza” dai personaggi coinvolti nella vicenda, né “una scusa ufficiale”, né “un atto riparatore autorevole e credibile”. A Repubblica, che glielo chiedeva, Antonelli ha risposto ieri di non voler fare alcun commento della vicenda.

    Intanto la storia circola, e sono ora i parroci vicari foranei, responsabili delle zone della diocesi, a chiedere all’arcivescovo di portarla all’assemblea diocesana, davanti a tutto il clero. Antonelli li ha convocati alla fine di febbraio per mostrare una sua comunicazione alle vittime del 17 gennaio, relativa ai “provvedimenti” a carico del sacerdote adottati, scrive, “sulla base delle vostre accuse”, al termine di un “processo penale amministrativo” e sentita la Congregazione per la Dottrina della Fede. Per cinque anni, scrive il cardinale, il “priore” non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna. E quanto alle vittime, l’invito, visto che “il male una volta compiuto non può essere annullato”, è a “rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti”, e a invocare da Dio “la guarigione della memoria”.

    Ma loro, con “stupore e dolore”, annunciano che non si fermeranno. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, “nulla è più escluso”. Nella lettera alla Segreteria di Stato i preti chiedono a loro nome “un processo penale giudiziario”, che convochi testimoni e protagonisti, e applichi “tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico”, che il prete che ha rovinato le loro vite sia “privato dello stato clericale”, anche “a tutela delle persone che continuano a seguirlo”. E che sia ora la Santa Sede a fare davvero luce su tutta la vicenda.

    (8 aprile 2007) http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/scandalo-parrocchia/scandalo-parrocchia/scandalo-parrocchia.html

    CRONACA Le testimonianze
    “Mi fece spogliare in camera
    ero soltanto una ragazzina”
    “Allora ero assolutamente incapace di una scelta libera”

    FIRENZE – Ecco alcune testimonianze raccolte dalle vittime degli abusi avvenuti nella parrocchia fiorentina. “Per vent’anni ho completamente rimosso tutto”, racconta una di loro, oggi quarantacinquenne, sposata con figli, seguita dall’associazione Artemisia per le donne abusate. Le “immagini” di allora le tornano agli occhi solo pochi anni fa, all’improvviso, “durante una terapia”. Il primo abuso comincia quando ha dieci anni. “Il “priore” mi chiamava su, nel suo studio o nella camera da letto, mi faceva spogliare e mi spiegava come, negli atti che mi avrebbe chiesto, si sarebbe realizzata la più piena comunione eucaristica”. Le dice “di pensare alla Madonna, che aveva avuto Gesù a dodici anni, che ero la diletta del Cantico dei Cantici e che quello che avveniva fra noi era lo stesso che avveniva nel giardino dell’Eden”. Ripensandoci, B. dice di provare tuttora “attacchi di vomito”. I rapporti vanno avanti per quindici anni. “Ero assolutamente incapace di una scelta libera e consapevole”.

    Anche D. A., oggi quarantenne, a un certo punto diventa la “diletta” dal “priore”: “Avevo diciassette anni, è andata avanti finché mi sono sposata” ricorda. “Mi diceva che io avevo bisogno di affetto e che lui poteva darmelo. In nome di Gesù cominciò ad abbracciarmi…”. Quando si fidanza, però, D. comincia a chiedersi “perché il priore impedisse a una coppia non sposata anche solo di parlare fra sé, quando con lui si potevano fare quelle cose”. Ma il coraggio di parlare del suo passato lo trova solo nel 2004, incontrando alcune ex compagne di allora.

    L. A., quarantaquattro anni, artigiano, una moglie e un figlio, è uno dei ragazzi prescelti dal sacerdote a far parte del futuro clero della “vera chiesa”. “Prima di una partita di calcio – racconta – mi chiamò e mi disse che “quelli lassù” mi avevano prescelto per fare il sacerdote. Scoppiai in un pianto dirotto, ma il priore disse che se avessi rifiutato mi avrebbe cacciato per sempre dalla parrocchia”. Che voleva anche deludere una famiglia legatissima al sacerdote: “Mio padre lo frequentava fin da piccolo, lui si era offerto di aiutarci. Decideva tutto per noi”. Fino a farsi consegnare beni e denaro da usare, spiegava, “per costruire la futura chiesa. Alla nostra famiglia, diceva che avrebbe pensato Gesù”. L. accetta di entrare in seminario. “Non avevo la forza per oppormi” racconta. La crisi esplode al terzo anno di teologia. Il “priore” lo accusa di essere “una pentola marcia”, ma lui abbandona. E, fra mille difficoltà, si ricostruisce la vita.

    http://www.repubblica.it/2007/04/sezioni/cronaca/scandalo-parrocchia/testimonianza/testimonianza.html

  • Don Dessì, 1.400 foto sul pc

    Don Dessì, 1.400 foto sul pc

    Aveva circa 1.400 fotografie pedopornografiche sul suo personal computer, don Marco Dessì, il sacerdote finito in carcere a Parma con l’accusa di abusi sessuali su minori ospiti della sua missione in Nicaragua.

    All’imputazione di violenza sessuale si aggiunge, dunque, quella di detenzione di queste immagini scaricate da Internet. Il religioso aveva tentato di cancellarle, ma gli esperti informatici della Procura sono riusciti a recuperarle.

    Si aggrava, dunque, la posizione di don Dessì, che era stato arrestato il 4 dicembre scorso a Cagliari, mentre stava per ripartire per il Nicaragua. La denuncia era stata presentata dall’associazione Rock No War, dal Comune di Correggio e dall’associazione cagliaritana Solidando, entrati in contatto con sei giovani che avevano subito le violenze e che sono stati ospitati nella nostra provincia sotto protezione. L’incarico è stato affidato all’avvocato Marco Scarpati.

    Oggi ha consegnato la sua relazione il consulente Lino Rossi, criminologo reggiano nominato dalla procura parmense. A questo punto le indagini della procura, affidate alla dottoressa Lucia Russo, sono chiuse. L’indagato avrà una ventina di giorni di tempo per presentare memorie difensive o chiedere eventuali supplementi di istruttoria, dopo di che il gip dovrà decidere sul rinvio a giudizio. L’udienza preliminare potrebbe essere fissata già ad aprile.

    Don Dessì ha nominato suo difensore l’avvocato reggiano Romano Corsi, che si affianca al legale sardo Pier Luigi Concas. I giovani nicaraguensi sentiti dai magistrati di Parma hanno descritto un quadro agghiacciante delle violenze subite, iniziate negli anni Ottanta-Novanta e che si sono protratte per vari anni.

    http://www.telereggio.it/notizie/31905.html

  • Asilo Sorelli. Assolti in Cassazione don Stefano Bertoni e altri imputati

    Asilo Sorelli. Assolti in Cassazione don Stefano Bertoni e altri imputati

    Processo alle maestre di Brescia
    Abusi all’asilo chiesti 20 anni

    Oltre 125 anni di carcere: è la somma delle pene richieste per otto imputati – sei maestre, un bidello e un sacerdote – sotto processo a Brescia da più di due anni perchè accusati di aver abusato di una ventina di bambini che frequentavano una scuola materna del centro città.
    I capi d’imputazione sono pesantissimi e comprendono anche l’associazione finalizzata alla produzione di materiale pedo-pornografico.
    A pronunciare la requisitoria, durata un’intera settimana no-stop, i titolari dell’indagine, i sostituti procuratori Roberta Licci e Paolo Guidi. Le richieste di pena vanno da un massimo di vent’anni, per una delle insegnanti, a un minimo di 9 anni e sei mesi, per il sacerdote.
    I fatti risalgono all’anno scolastico 2003. La sentenza, attesa per la primavera, sarà pronunciata dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Brescia, presieduta da Francesco Maddalo.
    Secondo l’accusa, i bambini sarebbero stati portati dalle maestre fuori dall’edificio per partecipare a feste mascherate in cui sarebbero stati violentati. Quando scoppiò lo scandalo nel 2003, la città si spaccò in due, tra innocentisti e garantisti. Non era la prima volta che Brescia si trovava al centro di episodi del genere. Nel novembre 2001, la scuola materna Abba finì al centro di indagini per pedofilia. Sul banco degli imputati un ausiliario, due bidelle e la coordinatrice scolastica; cinque i bambini coinvolti. Nel maggio 2003 altri episodi alòa Sorelli. Vengono arrestate due maestre. Una di loro lavorava nella prima scuola al tempo dello scandalo del 2001 ma non era stata coinvolta in nessun modo nell’inchiesta. L’altra, nel 1975 era finita al centro di una vecchia inchiesta per abusi e poi prosciolta. Nel giugno 2004 continua l’inchiesta sulla Sorelli e coinvolge altre 10 persone (4 maestre, 3 bidelli e 3 sacerdoti). Ma solo le 2 maestre arrestate vanno a processo, per il secondo troncone c’è un supplemento d’indagine. I bambini sono 23. Il processo alle due maestre, che intanto sono agli arresti domiciliari, parte nell’ottobre 2004. Ieri, a più di due anni di distanza, le pesanti richieste di pena.

    http://www.corriere.it/ultima_ora/agrnews….78-0641FC6F6813}

    Brescia: pedofilia in scuola materna, tutti assolti
    BRESCIA – Sono stati tutti assolti gli otto imputati accusati di abusi nei confronti di bambini di una scuola materna comunale di Brescia. La sentenza e’ stata letta questa mattina dal presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Brescia, Francesco Maddalo. A processo erano stati rinviati un bidello, un prete e sei maestre. Il pubblico ministero aveva chiesto fino a 20 anni di carcere. Dopo la sentenza, ci sono state scene di tensione da parte delle madri dei bambini coinvolti. (Agr)


    MAESTRE, PRETI E PEDOFILIA E BRESCIA SI SPACCA IN DUE
    L’INCHIESTA. Oggi la prima udienza di un processo che lacera la città. Le accuse dei genitori, l’imbarazzo della Curia.
    lunedì 18 ottobre 2004 , di la Repubblica

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    La parola ai giudici, ma accusa e difesa si scontrano

    da un anno in piazza a colpi di omelie e volantini

    dal nostro inviato DARIO OLIVERO

    BRESCIA – Via San Faustino attraversa come un fiume il centro storico di Brescia e lo divide in due. Da una parte, i palazzi che guardano verso il castello, la parte ricca. Dall’altra, il quartiere popolare del Carmine che qualcuno chiama “Carmen Street” per dargli un’aria da improbabile Bronx padano. La storia che ha lacerato Brescia incomincia qui, nella scuola materna vicino alla chiesa dei Santi Faustino e Giovita che si affaccia sulla via. Il processo che si apre oggi ha come imputate due maestre d’asilo di 52 e 50 anni che devono difendersi dall’accusa di pedofilia. In particolare di aver agito da intermediarie tra uomini governati da istinti inconfessabili e i bambini che loro avevano in custodia.

    Sono stati i bambini a raccontarlo. Prima ai genitori, poi ai magistrati sotto il controllo costante degli psicologi. Ma il dibattimento è solo il primo troncone di un’inchiesta in cui sono indagate altre dieci persone per le quali non è stato ancora decisa l’archiviazione o il rinvio a giudizio: altre quattro maestre, tre bidelli e tre sacerdoti.

    UNA CITTA’ CHE VACILLA. Dodici persone in tutto che rappresentano in un colpo solo tutto quello che Brescia ha sempre portato come modello: il suo sistema educativo, le sue strutture sociali, la sua vocazione di cooperazione e solidarietà, la sua Chiesa che da quindici secoli ne costituisce l’anima istituzionale, politica e spirituale. Una macchina sociale che rischia di collassare per aver tradito i suoi figli. Per questo da più di un anno, da quando questo incubo collettivo è incominciato qualcosa nell’anima della città si è rotto. Difficile pensare che non sia successo nulla, impossibile pensare che sia successo qualcosa. Per questo un processo, il processo, c’è già stato. Ed è avvenuto sulla pubblica piazza. E per questo oggi sono in molti a non voler parlare di questa storia a voler spegnere i riflettori.

    LE PIAZZE CONTRAPPOSTE. Un processo che ha tanti protagonisti: parroci che si difendono dal pulpito, sacerdoti che conducono inchieste parallele, associazioni che denunciano l’esistenza di una grande rete criminale pedofila che ha un nodo a Brescia, fiaccolate di solidarietà per gli indagati, interventi del Garante della privacy e dell’Anm. In tutto questo 23 bambini (quelli del processo odierno sono nove) dai tre ai cinque anni e 21 famiglie sono finiti travolti da una storia troppo grande per loro. Genitori schiacciati tra spese legali e terapeutiche. Mariti che cercano lavoro in altre città, mogli che implorano i mariti di farlo.

    LE MAESTRE SOTTO ACCUSA. Mentre il processo incomincia si sta concludendo il primo grado di un altro dibattimento analogo che vede imputati per accuse di pedofilia quattro maestre, tre bidelli e una coordinatrice di un’altra scuola materna cittadina. Il precedente, oltre che inquietante, è importante perché le due insegnanti sotto processo oggi, lavorarono anche nella prima scuola. Per loro a settembre 2003 si aprono le porte del carcere. Ci resteranno dieci mesi prima di ottenere i domiciliari. Sono state tirate in ballo dalle parole dei bambini che raccontano di essere stati portati fuori dalla scuola e costretti a “giocare” con altri adulti e da questi fotografati. Con il passare delle settimane, sempre più bambini vengono ascoltati. E nei loro racconti emergono sempre più particolari. Altre persone finiscono sul registro degli indagati. Altre quattro insegnati, tre bidelli. E il livello dello scontro si alza quando tre sacerdoti vengono coinvolti nell’inchiesta.

    LA DIFESA PUBBLICA DEI SACERDOTI. Molti bresciani lo ricorderanno fin che vivranno quel 13 luglio del 2004, quando due parroci si difendono dal pulpito rendendo noto ai loro fedeli di aver ricevuto un avviso di garanzia. Molti bresciani ricorderanno che quel giorno ci fu un grande e lungo applauso di solidarietà a partire dai primi banchi dove sedeva il sindaco. E ricorderanno di aver pensato: come possono uomini con un passato e un presente di prima grandezza nel volontariato, negli oratori, nella vita della città essere anche lontanamente coinvolti in accuse così infamanti? “Non voglio essere ricordato come un prete pedofilo, perché non lo sono”, diceva il parroco di San Faustino invocando “una giustizia con le lettere maiuscole che a Brescia spero sia ancora di casa”. Da questo preciso momento Brescia, tutta Brescia, è costretta a schierarsi.

    LA CROCIATA. E c’è chi prende molto sul serio questo appello. Uno dei protagonisti del processo di piazza si chiama don Mario Neva, amico degli indagati, ma soprattutto assistente spirituale all’Università Cattolica e nello stesso tempo prete di frontiera che ha tolto le prostitute dalla strada. La sua crociata per difendere gli indagati passa dalle lettere ai giornali, all’organizzazione di fiaccolate di solidarietà al carcere dove sono rinchiuse le due maestre, alla mailing list che, a detta sua, raggiunge un migliaio di persone, alle interviste. “In questi mesi ho preparato un dossier – spiega – in cui ho ricostruito tutta la vicenda. Una contro-inchiesta. Il primo errore giudiziario è incominciato con il primo processo (quello alla prima scuola ndr). Non nego che ci siano preti pedofili, ma nego che ci siano qui a Brescia”. Ma allora come è potuto accadere? “Alcuni genitori hanno perso la testa, le perizie e gli incidenti probatori fatti sulle testimonianze dei bambini sono stati viziati da prestazioni psicologiche disastrose e qualche forza politica ha cercato di strumentalizzare la vicenda”. Don Neva ha ricevuto anche un richiamo del Garante della privacy per aver fatto pubblicamente i nomi dei genitori di alcuni bambini coinvolti. “Lo sapevo, ma intanto quando mi fermeranno avrò già comunque raggiunto il mio scopo”. Quale? “Dimostrare che a Brescia non è successo nulla, salvare la comunità da una ferita che non si sanerebbe neanche in una generazione”.

    LA CURIA. Don Neva è solo uno dei protagonisti in campo, ma è una presenza vistosa e battagliera. E’ prete di strada ma anche rappresentante di spicco della Chiesa bresciana. Alla domanda: lei non teme che la sua posizione crei imbarazzo alla curia? risponde: “Il mio demone buono, il mio demone socratico, quando ho incominciato una battaglia per la giustizia non mi ha detto fermati. E non me lo ha detto neanche il mio vescovo”. La curia si è espressa ufficialmente una volta sola ma in modo preciso e inequivocabile. Il vescovo, monsignor Sanguineti, ha respinto la richiesta di dimissioni dei tre sacerdoti e di altri che avevano fatto la stessa cosa per solidarietà verso gli indagati. E il vicario generale monsignor Francesco Beschi ha scritto una lunga lettera che i parroci hanno letto nel famoso discorso dal pulpito. Si incoraggia “l’accertamento della verità”, ma nella sostanza la Chiesa difende i suoi preti. “Pur nella massima comprensione per la grande sofferenza che affligge queste persone (le famiglie e i bambini ndr) – si legge nella lettera – il vescovo desidera comunicare alla vostra comunità parrocchiale la sua personale certezza morale relativamente all’innocenza dei suoi sacerdoti e pertanto li riconferma nel loro incarico, accompagnandoli con la sua paterna vicinanza”.

    CLIMA PESANTE. Come la curia, anche le altre istituzioni cercano di tenersi a una distanza siderale dalle urla che si sentono in piazza. O almeno ci provano. Il sindaco (clicca qui per l’intervista) si appella continuamente alla ragione e difende il modello educativo bresciano ma ammette che, “sia in caso di innocenza che di colpevolezza, di fatti accertati o di suggestione collettiva, è chiaro che a Brescia abbiamo un problema serio”. In Procura il silenzio sulla vicenda è blindato. Anche perché gli avvocati difensori non hanno mai nascosto di voler far trasferire il processo in quanto il clima in città non consentirebbe un dibattimento sereno. Un’ipotesi, questa, guardata con terrore, oltre che dai magistrati, anche dai genitori che sarebbero costretti a subire fatiche processuali, fisiche ed economiche aggiuntive. Interviene anche l’Associazione nazionale magistrati per far notare che “ripetere in ogni sede che il clima non è sereno significa semplicemente adoperarsi perché non lo sia”.

    “CACCIA ALLE STREGHE”. Certo il clima proprio sereno non è. Un altro protagonista della vicenda è uno dei bersagli di Don Neva: l’associazione contro la pedofilia Prometeo e il suo responsabile, Massimiliano Frassi. Il gruppo si occupa della vicenda da un anno quando ormai i magistrati hanno già raccolto i racconti dei bambini. Con quale titolo Prometeo viene a Brescia? “Per aiutare i genitori, per ascoltarli, aiutarli a sfogare la rabbia”, dice Frassi. Non tutte le famiglie sono d’accordo ad appoggiarsi a Prometeo. Frassi dice cose difficili da sentire come: “Esiste una casistica di pedofilia fatta da predatori con la complicità di persone a contatto con i bambini”, “A Brescia è in atto un’operazione per far passare i racconti dei bambini come non attendibili”, “Qui c’è un clima da caccia alle streghe contro chi difende le famiglie e invece chi difende i presunti colpevoli viene ascoltato”. Facile, date queste premesse, che la tensione raggiunga le stelle quando Frassi si muove. Come quando all’uscita di un convegno, regolarmente attaccato da Don Neva, un uomo accusa Frassi di averlo colpito con un pugno.

    LE FAMIGLIE. E arriviamo all’ultimo anello della storia, le famiglie, l’anello debole. E’ gente di ogni classe sociale perché la scuola materna è un mappamondo geografico e sociale. Alcuni di loro sono credenti, altri cattolici praticanti o attivi nella vita sociale della chiesa bresciana. Per alcuni la chiesa è tutto, per altri nulla. Alcuni sono benestanti, altri meno. Hanno bambini in terapia. Hanno un disperato bisogno di silenzio e nello stesso tempo di non sentirsi soli. Vorrebbero svegliarsi da quelle poche notti che non passano insonni come i loro figli e scoprire che è stato solo un brutto sogno. Che i loro bambini sono vittima di una spaventosa allucinazione collettiva ma comunque meno spaventosa di questa realtà. Che nessuno a cui avevano affidato i loro figli ha tradito la loro fiducia. Che continueranno a vivere nella città in cui hanno scelto di vivere. Che quelle urla che si sentono venire dalla città nella piccola stanza in cui alcuni di loro tante volte si sono riuniti non li riguardano. Che i processi si fanno in tribunale.