Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: corte d’appello

  • Don Luciano Massaferro confermata la condanna

    Don Luciano Massaferro confermata la condanna

    I 7 anni e 8 mesi di reclusione inflitti in primo grado dal Tribunale di Savona sono stati confermati dalla Corte d’Appello di Genova: don Luciano Massaferro, 46 anni, parroco di San Giovanni e San Vincenzo di Alassio, è stato condannato per molestie sessuali nei confronti di una chierichetta di 12 anni

    di LUCIA MARCHIO’

    Don Luciano Massaferro condannato anche in appello. Il pg Lorenzo Ferretti aveva chiesto la conferma della pena di primo grado per il parroco di Alassio, condannato dal tribunale di Savona a 7 anni e 8 mesi con l’accusa di molestie sessuali nei confronti di una chierichetta di 12 anni. E cosi è stato. Alla lettura della sentenza – decretata dopo sei ore di camera di consiglio poiché la Corte presieduta da Giorgio Odero non ha ritenuto necessari ullteriori supplementi di istruttoria – i parrocchiani amici di “Don Lu” giunti dal ponente savonese nell’Aula della Corte d’Appello del Tribunale di Genova per assistere al verdetto e supportare il prete hanno urlato frasi concitate: “Vergogna, vergogna: questa la giustizia italiana!”, mentre un’altra fedele, in lacrime, ha aggiunto: “Non se lo merita, sono esterrefatta per una sentenza del genere”. Don Massaferro, attualmente agli arresti domiciliari nell’alloggio della canonica della parrocchia alassina di San Vincenzo Ferreri, non era presente al processo. Arrestato il 29 dicembre del 2009 e rinchiuso nel carcere di Valle Armea a Sanremo, aveva poi ottenuto il trasferimento nel convento di suore di clausura a Diano Castello e conseguentemente gli arresti domiciliari. Almeno tre gli episodi di molestie sessuali che gli vennero attribuiti ai tempi verso la ragazzina. Il ricorso al secondo grado di giudizio era stato richiesto dagli avvocati difensori di Don Luciano, Alessandro Chirivì e Mauro Ronco di Torino, i quali avevano depositato un documento di 174 pagine con la ricostruzione

    della vicenda sostenendo la non attendibilità della chierichetta, rappresentata in giudizio dall’avvocato di parte civile Mauro Vannucci. La sentenza di primo grado era stata emessa lo scorso 17 febbraio; oltre alla condanna a sette anni e otto mesi di reclusione al religioso era anche stata inflitta l’interdizione perpetua dall’esercizio dei pubblici servizi e dei servizi a fini educativi, nonché disposto un risarcimento alla vittima di 180 mila euro.
    “La Corte d’Appello non ha potuto fare altro che confermare la sentenza di primo grado, dopo aver analizzato tutti i riscontri emersi nel processo precedente che si era svolto a porte chiuse e che portavano alla colpevolezza dell’imputato”, ha sottolineato l’avvocato Vannucci, che assiste la minore e la mamma di questa. Dal canto loro, i difensori del parroco hanno ribadito di non condividere la sentenza d’appello: “Siamo certi e sicuri dell’estraneità di don Luciano, adesso faremo ricorso in Cassazione per acclarare la verità dei fatti”.

    (18 novembre 2011)

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2011/11/18/news/don_luciano_massaferro_confermata_la_condanna-25242384/

  • Pedofilia, condanna confermata per don Paolo Turturro

    Pedofilia, condanna confermata per don Paolo Turturro

    Ha avuto inflitti sei anni e sei mesi, era accusato di due episodi di pedofilia ai danni di due minorenni avvenuti tra il 2000 e il 2001

    Pedofilia, condanna confermata per don Paolo Turturro
    Condannato a 6 anni e sei mesi don Paolo Turturro, ex parroco di Santa Lucia. La sentenza è della quarta sezione della corte d’appello di Palermo che ha confermato la condanna inflitta in primo grado il 16 luglio del 2009. Il sacerdote era accusato di abusi da due minori di 14 anni che frequentavano la parrocchia. Durante il processo di primo grado, alcuni ragazzini della parrocchia, citati come testimoni del pm avevano ritrattato le accuse. Le due vittime, invece, hanno sempre ribadito la loro versione.
    Per anni considerato un prete antimafia per il suo impegno contro i boss di Palermo che più volte invitò a pentirsi dal pulpito, scortato per difendersi dalla vendetta di Cosa nostra, Paolo Turturro fu travolto dallo scandalo dell’accusa rivoltagli proprio dai bambini della sua parrocchia.
    I fatti si sarebbero verificati tra il 2000 e il 2001. Due bambini tra i dieci e dodici anni dichiararono di essere stati vittima delle attenzioni particolari del sacerdote, uno nei corridoi della parrocchia di Borgo Vecchio, l’altro nella casa adibita a colonia di Baucina dove ha la sua sede estiva l’associazione “Dipingi la pace”, fondata da Turturro. Quando l’indagine del pm Alessia Sinatra e della sezione minori della polizia era arrivata a maturazione, nel 2003, Turturro era stato allontanato dalla provincia di Palermo. Nel dicembre del 2006, dopo la revoca del provvedimento del gip, è tornato in città e gli è stato affidato l’incarico di cappellano ospedaliero. Il processo iniziò poi nel 2005 e durò quattro anni. Il sacerdote, nato a Giovinazzo in provincia di Bari e lontano parente dell’attore italoamericano John Turturro, ha sempre sostenuto di essere stato accusato ingiustamente. “Al Borgo mi chiamavano “sbirro” per la mia vicinanza con i magistrati e le forze dell’ordine e “frocio” per il timbro della mia voce e per il mio modo di esprimermi. Non ero certo uno molto amato, c’erano pregiudizi nei miei confronti, cosa che potrebbe avermi creato questo tipo di fama”.

    (20 ottobre 2011)

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/…turro-23565816/

  • Don Dessì, il processo torna in appello

    Don Dessì, il processo torna in appello

    Monica Tiezzi
    La Cassazione annulla per la seconda volta la sentenza di condanna della Corte d’Appello nei confronti di Marco Dessì, l’ex missionario sardo della Confraternita «Gesù divino operaio», accusato di abusi sessuali su alcuni bambini del Nicaragua, e rinvia di nuovo il procedimento ai giudici di secondo grado.
    Il nuovo colpo di scena nell’intricata vicenda giuridica è arrivato ieri sera dalla quarta sezione penale della Cassazione, chiamata a giudicare la sentenza di appello che, nel luglio 2010, aveva condannato Dessì a sette anni per abusi sessuali su minori.
    La motivazione della Cassazione sarà depositata nei prossimi giorni, ma dal dispositivo della sentenza sembrano essenzialmente tre i punti che, accogliendo le motivazione della difesa, hanno indotto i giudici supremi ad annullare la condanna: il non dovuto risarcimento danni e pagamento delle spese processuali nei confronti di uno dei ragazzi denuncianti, previsto invece dalla sentenza d’appello; la caduta dell’aggravante di atti di violenza su infraquattordicenni; una valutazione errata del computo della pena nella continuazione dei reati.
    Il primo punto fa riferimento alla denuncia di una vittima che aveva sostenuto di essere stata molestata durante un tour del coro fondato dall’ex missionario, a Houston, mentre la difesa ha dimostrato, con documenti doganali, che il ragazzo non si trovava negli Usa quando sarebbero avvenuti i fatti. Le vittime quindi avrebbero tutte compiuto i 15 anni all’epoca degli abusi e, anche in considerazione di questo, cadrebbe un’aggravante e sarebbe sbagliato il computo della pena.
    «Siamo soddisfatti, la Cassazione ci ha dato ragione», ha commentato ieri sera a caldo Massimo Jasonni, legale di Dessì assieme a Pierluigi Concas.
    Marco Dessì, 63 anni, – che nel febbraio 2010 è stato «dimesso dallo stato clericale» da papa Benedetto XVI in seguito all’inchiesta interna del Vaticano – ha atteso la sentenza nella casa di famiglia in Sardegna, dove si trova da circa sei mesi, quando – scaduti i termini della custodia cautelare – ha lasciato il carcere di Saluzzo.
    Resterà libero finchè non sarà messa la parola fine alla sua vicenda processuale.
    L’inchiesta aveva preso le mosse nel 2006 dalla denuncia delle associazione umanitarie «Rock no war» e «Solidando» – rappresentate dall’avvocato reggiano Marco Scarpati – che avevano raccolto, con show e manifestazioni, fondi per la missione «Betania» di Chinandega gestita da don Dessì, e alle quali erano giunte voci inquietanti sul comportamento del sacerdote.
    Le denunce di sei ragazzini – raccolte su dvd da un volontario che si era recato in Nicaragua – erano quindi approdate alla procura di Parma.
    La complessa inchiesta del pm Lucia Russo aveva scoperto, tra l’altro, che Dessì aveva archiviato nel suo pc 1440 file con immagini pedopornografiche, scaricate fino a due giorni prima dell’arresto, il 4 dicembre 2006.
    Il sacerdote era stato condannato in primo grado il 23 maggio 2007 dal gup Roberto Spanò a 12 anni per violenza sessuale su tre ragazzi, ed era stato rinchiuso nel carcere di Saluzzo. Pena ridotta a otto anni in appello.
    La Cassazione però, nel maggio 2009, aveva annullato senza rinvio la sentenza di condanna per tutte le imputazioni relative a fatti avvenuti prima dell’agosto ’98, e stabilito che si doveva tornare al giudizio della Corte d’Appello per i restanti episodi. La seconda sentenza dei giudici di Bologna, nel luglio 2010, aveva ulteriormente ridotto la pena a sette anni.
    Ora, dopo il secondo pronunciamento della Cassazione, il procedimento torna, per la terza volta, in Corte d’Appello.

    http://www.gazzettadiparma.it/primapagina/…n_appello_.html

     

  • La Cassazione: per Don Baresi un appello bis, ma parziale

    La Cassazione: per Don Baresi un appello bis, ma parziale

    IL PROCESSO. Accolto in parte il ricorso della difesa: nuova discussione ma solo sui fatti dopo il dicembre 2004. Gli abusi ci sono stati e anche la diffusione di files hard ma i giudici devono approfondire un determinato periodo
    24/06/2011

    L’ingresso del palazzo romano dove ha sede la Corte di Cassazione

    Un nuovo processo d’appello per don Marco Baresi, l’ex vicerettore del Seminario diocesano condannato in secondo grado a 7 anni e 6 mesi per violenza sessuale su un ragazzino e per diffusione di materiale pedopornografico. Lo ha disposto la Cassazione che l’altro giorno, dopo una infinta camera di consiglio, ha parzialmente accolto il ricorso delle difese, annullando la sentenza con rinvio a una diversa sezione della corte d’appello, ma solamente per i fatti contestati successivi a dicembre 2004. Un «successo» a metà per la difesa, gli avvocati Stefano Lojacono e Luigi Frattini, che sostengono l’assoluta innocenza del sacerdote: l’annullamento solo per un aspetto è, in sostanza, conferma degli abusi (almeno fino al dicembre 2004) e della diffusione di files pedopornografici.
    PER I GIUDICI della Cassazione alcuni aspetti vanno rivisti e proprio su questi si concentreranno i giudici della corte d’appello di Brescia, senza entrare nel merito dei fatti contestati prima del dicembre 2004.
    Don Baresi, che sta ancora scontando gli arresti domiciliari nella comunità delle Suore operaie di Botticino, ha saputo ieri mattina della decisione dei giudici romani e l’ha accolta con serenità.
    Nel primo processo d’appello, il 16 giugno dello scorso anno, il sacerdote era stato condannato a 7 anni e mezzo. I giudici avevano confermato completamente, senza alcuno sconto, la condanna di primo grado del 20 maggio 2009.
    LA VICENDA era iniziata il 27 novembre 2007 creando non poco scalpore: don Marco Baresi era stato prelevato dal Seminario di via Bollani, dove era vicerettore, e portato in isolamento nel carcere di Canton Mombello. Sull’ordinanza di custodia cautelare un’accusa da brivido: violenza sessuale su minore e diffusione di materiale pedopornografico. In cella don Baresi era rimasto solo per una notte, il giorno successivo all’arresto il gip Silvia Milesi aveva accolto la richiesta dei difensori e concesso gli arresti domiciliari. Il sacerdote era tornato a casa dei genitori e aveva atteso il processo con il sostegno dei familiari, ma soprattutto di un gruppo di giovani che aveva creato in Rete il sito «FreeDon» per dimostrare l’innocenza del sacerdote e chiedere la sua assoluzione. Anche ieri il gruppo ha ribadito «Chi condanna don Marco, condanna un innocente».
    A inchiodare don Marco c’erano le accuse di un ragazzo che due anni prima dell’arresto, in cura da una psicologa, si era confidato raccontando di aver avuto rapporti sessuali con il sacerdote quando frequentava le medie al Seminario e non aveva ancora compiuto 14 anni. Dalla scuola del Seminario il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi, ma in precedenza non aveva raccontato nulla. La psicologa, ricevuta la confidenza, aveva subito avvisato i genitori del ragazzino che si erano rivolti alla polizia. La credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti, le accuse avevano retto e il 27 novembre 2007 erano scattate le manette. Dopo l’arresto l’abitazione del sacerdote in Seminario era stata perquisita dagli investigatori della Mobile.
    IL COMPUTER aveva riservato una serie di sorprese. Nell’hard disk del portatile, senza alcuna password d’accesso, in uso al sacerdote – ma utilizzabile anche da altre persone come è stato sostenuto nel corso dei processi dall’imputato e dai difensori – l’esperto aveva trovato traccia di ben seicento files dal contenuto pedopornografico. I files erano stati cancellati, ma in modo non perfetto, nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.
    NEL PROCESSO d’appello la difesa aveva sostenuto che il giorno in cui vennero scaricati 180 files (l’ordine era partito dal computer alle 12.30 del 28 aprile 2007) don Baresi non era al Seminario, ma era ospite a pranzo. A don Marco non è mancato il sostegno della Diocesi. Il giorno della condanna in appello il vescovo monsignor Luciano Monari si era detto fiducioso che don Marco potesse dimostrare la sua innocenza.
    Wilma Petenzi

    http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/264…is_ma_parziale/

  • Pedofilia: abusi su disabile, sacerdote condannato a 6 anni

    Pedofilia: abusi su disabile, sacerdote condannato a 6 anni

    28 aprile, 11:48

    (ANSA) – ENNA, 28 APR – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per padre Giovanni Butera, 44 anni, il sacerdote originario di Menfi accusato di avere abusato di un ragazzo disabile di 15 anni, ospite del Villaggio del Fanciullo di Pergusa.

    Gli abusi, risalenti a 14 anni fa, sarebbero avvenuti proprio nella struttura di accoglienza dove il religioso, appartenente all’ordine dei frati minori, lavorava come educatore. La Corte d’Appello ha anche confermato le pene accessorie quali l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, quella legale per la durata della pena e l’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonche’ da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori. Il tribunale di Enna aveva gia’ condannato l’imputato ad una pena superiore a quella richiesta dal pubblico ministero che aveva sollecitato 4 anni di reclusione; il frate era stato invece assolto ”perche’ il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un altro ragazzo, per la mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane. (ANSA).

    www.ansa.it/web/notizie/regioni/sic…_896778986.html

    PEDOFILIA: ABUSI SU UN DISABILE IN COMUNITA’, 6 ANNI A SACERDOTE

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    11:30 28 APR 2011

    (AGI) – Enna, 28 apr. – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a 6 anni di reclusione per il sacerdote accusato di avere abusato di un minore ospite di una struttura di accoglienza. Il religioso, Giovanni Butera, 44 anni, originario di Menfi (Agrigento), e’ stato ritenuto colpevole di abusi sessuali su un ragazzino di 15 anni portatore di handicap. Le violenze sarebbero avvenute nel “Villaggio del Fanciullo” di Pergusa, vicino a Enna, dove la vittima era ospite e dove padre Butera appartenente all’ordine dei frati minori, prestava la sua opera di educatore. Confermate le pene accessorie dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, di quella legale per la durata della pena e dell’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonche’ da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori. La condanna del Tribunale di Enna era stata superiore anche alla richiesta del Pubblico ministero che per il sacerdote aveva sollecitato una pena a 4 anni di reclusione. Il frate era stato assolto “perche’ il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un secondo ragazzo, per la totale mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane. La vicenda risale a 14 anni fa.

    http://www.agi.it/in-primo-piano/notizie/2…nni_a_sacerdote

    I fatti risalgono a 15 anni fa
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    Abusi su minore disabile,
    sacerdote condannato a 6 anni
    di Redazione
    pedofilia4

    28 aprile 2011 – La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per padre Giovanni Butera, 44 anni, il sacerdote originario di Menfi accusato di avere abusato di un ragazzo disabile di 15 anni, ospite del Villaggio del Fanciullo di Pergusa.

    Gli abusi, risalenti a 14 anni fa, sarebbero avvenuti proprio nella struttura di accoglienza dove il religioso, appartenente all’ordine dei frati minori, lavorava come educatore.

    La Corte d’Appello ha anche confermato le pene accessorie quali l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, quella legale per la durata della pena e l’interdizione perpetua da qualunque ufficio attinente tutela e curatela, da qualunque incarico nelle scuole di ogni ordine e grado, nonchè da ogni servizio in istituzioni, strutture pubbliche o private frequentate da minori.

    Il tribunale di Enna aveva già condannato l’imputato ad una pena superiore a quella richiesta dal pubblico ministero che aveva sollecitato 4 anni di reclusione; il frate era stato invece assolto ”perchè il fatto non sussiste” dall’accusa di abusi su un altro ragazzo, per la mancanza di riscontri probatori alle dichiarazioni del giovane.

  • Corte Usa non si pronuncia sull’immunità Nessun ostacolo per processo al Vaticano

    Corte Usa non si pronuncia sull’immunità Nessun ostacolo per processo al Vaticano

    Corte Usa non si pronuncia sull’immunità
    Nessun ostacolo per processo al Vaticano
    Il ricorso alla Corte era stato presentato dalla Santa Sede invocando il diritto all’immunità degli Stati sovrani, su cui anche l’amministrazione Obama si era pronunciata a favore

    Corte Usa non si pronuncia sull’immunità Nessun ostacolo per processo al Vaticano

    WASHIGTON – Il Vaticano è civilmente responsabile degli atti di un prete accusato di abusi su minori dopo che la Corte Suprema Usa ha rifiutato di pronunciarsi sul diritto all’immunità della Santa Sede. Scegliendo di non esprimersi sul ricorso del Vaticano nel caso di un prete pedofilo dell’Oregon, la massima istanza giudiziaria statunitense ha confermato la precedente decisione di una Corte d’appello di togliere l’immunità alla Santa Sede. Era stata proprio questa decisione che aveva spinto il Vaticano a andare alla Corte suprema, che ora, rifiutandosi di affrontare il caso, ha reso definitiva la decisione della Corte d’appello. Prima che un rappresentante del Vaticano possa essere chiamato a testimoniare, il tribunale dovrà decidere se il Vaticano stesso possa essere considerato “datore di lavoro” del sacerdote abusatore.

    All’origine del caso la denuncia di una vittima, all’epoca dei fatti quindicenne, contro un prete irlandese, il reverendo Andrew Ronan – deceduto nel 1992 – che nel ’65 lo avrebbe molestato a Portland, nell’Oregon. In precedenza il sacerdote era già stato coinvolto in episodi analoghi in Irlanda e a Chicago. La vittima accusa quindi il Vaticano di non avere ridotto allo stato laicale il religioso, o di non averlo quantomeno punito o allontanato. La Santa Sede aveva presentato un ricorso contro la causa mossa dall’anonimo invocando l’immunità che spetta agli Stati sovrani.

    In primavera, quando fu presentato ricorso, la Corte Suprema aveva chiesto il parere del governo Usa, il cui parere era che la Santa Sede godeva di immunità anche in questo caso e che i suoi leader, primo fra tutti il Papa, non potevano essere interrogati. Il diritto all’immunità era stato però respinto nel corso di vari gradi di giudizio fino alla Corte d’Appello di Sacramento secondo cui esistevano sufficienti elementi di connessione tra Ronan e il Vaticano da considerare il sacerdote un dipendente della Santa Sede.

    Ora la Corte Suprema, scegliendo di non pronunciarsi in merito all’immunità, ha deciso di non fermare l’azione legale in cui la Santa Sede è accusata di aver ripetutamente trasferito il prete da città a città nonostante ripetuti casi di molestie sessuali su minori. L’azione legale considera il Vaticano corresponsabile dei suoi abusi perché lo ha spostato dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland nonostante fosse a conoscenza delle accuse contro di lui.

    “Ringraziamo i giudici per il coraggio con cui hanno lasciato che l’azione legale vada avanti”, ha detto Jeff Anderson, l’avvocato che accusa il Vaticano. “L’azione della Corte è una risposta alle preghiere di migliaia di sopravvissuti alle molestie sessuali dei preti che finalmente avranno una chance di avere giustizia, la possibilità di chiudere le ferite”, ha aggiunto.

    L’avvocato del Vaticano, Jeffrey Lena, avrebbe invece preferito risolvere la questione a livello della Corte Suprema, “ma la decisione di oggi non significa che eravamo in errore nella interpretazione della legge”. Lena ha ricordato che su questo punto l’amministrazione Obama aveva dato ragione alla Santa Sede: “I giudici di Washington hanno valutato che il caso non meritava di essere esaminato al loro livello per ora”.

    (28 giugno 2010)
    http://www.repubblica.it/esteri/2010/06/28…ticano-5223874/

  • Abusi in seminario, l’appello al via con una nuova perizia

    Abusi in seminario, l’appello al via con una nuova perizia

    Battaglia sulla parte informatica Per la difesa ci sono prove dell’uso del computer mentre il sacerdote celebrava messa

    Brescia. Don Marco Baresi torna in aula, davanti ai giudici della corte d’appello di Brescia dopo la condanna in primo grado, nel maggio scorso, a sette anni e mezzo per violenza sessuale, per aver abusato di un ragazzino che frequentava la scuola media del seminario diocesano, e divulgazione di materiale pedopornografico, per aver scaricato da eMule centina e centinaia di files dal contenuto inequivocabile archiviati su una memoria esterna e cancellati in maniera maldestra pochi giorni prima dell’arresto.

    E I SUOI SOSTENITORI, il gruppo «FreeDON», non lo lasciano solo nemmeno stavolta e fanno capannello all’esterno dell’ingresso del palazzo di giustizia: ragazzi e ragazze e suore tutti uniti a sostenere il loro don, il sacerdote che per questi giovani è stato condannato ingiustamente.
    In aula, davanti ai giudici Daniela Genalizzi, Enzo Rosina e Umberto Russo, le parti si sono date subito battaglia sulla «parte informatica» della vicenda. I difensori, gli avvocati Luigi Frattini e Stefano Lojacono, hanno chiesto il rinnovamento del dibattimento per quanto riguarda proprio la parte informatica.
    GRAZIE a una consulenza la difesa avrebbe le prove che il computer del sacerdote è stato usato per scaricare files inequivocabili anche mentre don Baresi era altrove: ci sarebbero prenotazioni di files pedopornografici mentre don Marco stava celebrando messa e non poteva essere intento a navigare via Internet per fare ordinazioni a luci rosse. La consulenza confermerebbe quanto dichiarato anche nel processo di primo grado dal sacerdote, che ha sempre sostenuto di non essere l’unica persona (ma non ha fatto altri nomi) che aveva accesso al suo computer.
    Sulla richiesta presentata dalla difesa la camera di consiglio è durata a lungo ed è terminata con un’ordinanza che ha disposto la convocazione per il prossimo 6 maggio del perito Stefano Manfredi del Ris di Roma, che ha effettuato la perizia per il tribunale. Prima di decidere sulla richiesta di rinnovamento del dibattimento, infatti, i giudici vogliono avere alcune risposte tecniche preliminari.

    NELLA PROSSIMA udienza, quindi, al perito verrà conferito un incarico per ottenere risposte e permettere ai giudici di capire se il processo d’appello comprenderà anche una nuova parte dibattimentale.
    In aula anche don Marco Baresi: clergyman grigio, aria serena, il sacerdote ha atteso con i legali l’esito della prima udienza. Il sacerdote era finito nei guai nel novembre del 2007 dopo le accuse di un ragazzino che aveva raccontato di aver avuto rapporti sessuali con don Marco qualche anno prima, quando non aveva ancora 14 anni e frequentava la scuola media del Seminario. Dalla scuola il ragazzo, che nel processo è parte civile, era stato allontanato per alcuni problemi, ma non aveva rivelato nulla ai genitori. Le sue rivelazioni sono state successive. Seguito da una psicologa per altri problemi, il ragazzino (diventato maggiorenne nel corso del primo processo) aveva raccontato l’intera vicenda. La psicologa a quel punto aveva avvisato i genitori che avevano formalizzato la denuncia alla polizia.

    Wilma Petenzi

    Don Baresi: è cominciato l’Appello
    martedì 27 aprile 2010

    E’ iniziato davanti ai giudici Daniela Genalizzi, Enzo Rosina e Umberto Russo della corte d’appello di Brescia il processo di secondo grado a carico di don Marco Baresi, l’ex vice direttore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano, condannato in primo grado a sette anni e mezzo (leggi qui) perché riconosciuto colpevole di violenza e abusi sessuali compiuti nel 2004 ai danni di un ragazzo (14enne all’epoca di fatti) che frequentava la scuola media del seminario, nonché di divulgazione di materiale pedopornografico per aver scaricato dalla rete con il proprio computer centinaia di video porno.
    La difesa, rappresentata dagli avvocati Luigi Frattini e Stefano Lojacono, ha chiesto un nuovo dibattimento sull’aspetto informatico della vicenda, intendendo dimostrare che il computer del religioso sarebbe stato sicuramente usato da qualcun altro in sua assenza.
    Come don Baresi ha sempre sostenuto e come dimostrerebbe l’analisi dei files fatta da un consulente di parte il quale avrebbe scoperto operazioni effettuate mentre il prelato stava celebrando la messa.
    Prima di concedere un nuovo dibattimento, la corte ha disposto la convocazione per il prossimo 6 maggio del perito Stefano Manfredi del Ris di Roma, che ha effettuato la perizia per il tribunale.
    Come si ricorderà, le accuse al sacerdote di Chiari (che è ai domiciliari e lunedì era presente in aula) risalgono all’estate 2007, quando il 14enne che aveva subito le violenze, dopo un lungo periodo di terapia psicologica aveva trovato la forza di parlare denunciando l’accaduto e le pesanti attenzioni sessuali subite. In novembre il religioso era pure stato incarcerato (leggi la notizia).
    Anche all’appello sono presenti fuori dal tribunale i suoi sostenitori del gruppo «FreeDon», che lo considerano perseguitato dalle false accuse di pedofilia.
    Si tratta di famiglie, ragazzi e ragazze, suore che animano un sito internet innocentista pro don Baresi dove si raccolgono adesioni e si firmano appelli in suo favore (vai al sito).

    http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/18093/218/

  • Oggi l’Appello per don Mauro

    Oggi l’Appello per don Mauro

    Il processo L’ex parroco di Laglio è stato condannato a otto anni in primo grado
    Il sacerdote è accusato di violenza sessuale su un ragazzo

    Si apre oggi davanti alla Corte d’Appello di Milano il processo di secondo grado a don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio, già condannato dai giudici di Como a otto anni per violenza sessuale su un ragazzo minorenne all’epoca dei fatti.

    Il sacerdote, dopo essere stato spostato a Colico dall’allora vescovo Alessandro Maggiolini, in seguito alla condanna di Como è stato poi rimosso dall’attuale vescovo Diego Coletti.

    EX PARROCO LAGLIO: “NON SONO COME PRETI PEDOFILI” «Non voglio essere paragonato ai preti pedofili, ma non ho paura della condanna, non ho paura di essere condannato per ciò che non ho fatto; esiste un altro giudice di cui bisogna avere paura». Così don Mauro Stefanoni, 41 anni ex parroco di Laglio (Como) nel corso delle sue dichiarazioni spontaneee che ha fatto nell’udienza davanti alla prima corte di Appello di Milano dove è alla sbarra per i reati di violenza sessuale aggravata. In primo grado don Mauro, venne condannato a otto anni di reclusione il 29 maggio dello scorso anno dal Tribunale di Como. Il sacerdote è accusato di aver abusato sessualmente in un ragazzo affetto da disabilità mentale, all’epoca quindicenne, a lui affidato e che frequentava l’oratorio della parrocchia del paese celebre perchè l’attore George Cooney ha comprato una villa sul lago. L’udienza è stata aggiornata per la replica delle difese al 4 giugno prossimo, quando presumibilmente ci sarà la sentenza. Il pg Piero De Petris ha chiesto la conferma della condanna di primo grado: otto anni di reclusione. Don Mauro, maglione blu su un paio di pantaloni grigi, si è rivolto alla Corte spiegando di essere innocente e ricordando ai giudici l’esito di una perizia medica che dimostrerebbe la impossibilitàper il sacerdote ad avere rapporti sessuali. «È stato come se avessi affrontato i tre stadi di una malattia quando questa storia mi è caduta addosso -ha detto il sacerdote – la prima fase è l’incredulità, la seconda è la rabbia, la terza la rassegnazione. Ma come fa un cittadino normale a dimostrare la sua innocenza? Come fa? Che strumenti ha per dimostrare la sua innocenza? l’unica cosa che mi è rimasta è l’orgoglio,una fiammella ancora accesa che mi fa dire che io non sono come i preti pedofili».

    22 Aprile 2010
    18.25 PEDOPORCI: DON MAURO TORNA DAI GIUDICI LAGLIO

    Don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio e Brienno condannato a otto anni di galera il 29 maggio del 2008 domani dovrebbe tornare davanti ai Giudici. È fissato, infatti, in Corte d’Appello di Milano il processo di secondo grado voluto dallo stesso religioso che non ha mai accettato quella condanna tantomeno l’accusa di essere, detta terra a terra, un porco. La vicenda è ben scandalosa nota anche per i colpevoli silenzi della Curia comasca che, anzi, si schierò addirittura contro anche e soprattutto la nostra redazione che ‘osò’ a suo tempo dare notizia dell’arresto del prete quando un mercoledì fu prelevato dalla Squadra Mobile di Como durante un pranzo di nozze e sbattuto dentro con l’accusa di violenze sessuali ai danni di un ragazzino, all’epoca 14enne, con lievi difficoltà mentali fu un processo contorto con anche la drammatica testimonianza della stessa vittima. La linea difensiva era quella di un complotto ordito ai suoi danni dai famigliari del ragazzino perché aveva ‘innovato’ l’oratorio di Laglio mettendo internet e uno schermo tv con abbonamento pay tv per le partite. Questo, stando al don presunto porco, comprometteva gli affari del bar di alcuni parenti del ragazzino. Don presunto porco disse addirittura che Laglio era un paese di ubriaconi.
    Dopo la condanna di primo grado denunciò trenta persone per falsa testimonianza, in pratica tutti i testimoni della difesa a suo avviso raccontarono balle: Da chi ha svolto le indagini su disposizione della Procura, come gli agenti della squadra mobile della Questura, ai genitori e agli amici più stretti della vittima. Don Mauro, assistito dai suoi avvocati Don Mauro rimase per un certo periodo agli arresti domiciliari dai genitori a Cantù e poi l’allora Vescovo di Como, Alessandro Maggiolini, lo mandò come coaudiutore all’oratorio di Colico, paese dell’Alto Lario lecchese che alla notizia si incazzò di brutto con Vescovo Alex che a sua volta si incazzò con Nadirpress per aver osato ancora una volta sollevare la questione che lui sperava finisse in dimenticatoio. In realtà la cosa esplose in modo virulento nelle cronache nazionali e Vescovo Alex finì sotto inchiesta per favoreggiamento insieme a Monsignor Enrico Bedetti e Monsignor Oscar Cantoni, attuale Vescovo a Crema: in sostanza avevano, sicuramente un ‘buonissima fede’ fatto in modo che don presunto porco, venisse a conoscenza delle indagini prima che gli fosse notificato l’avviso di garanzia. Le intercettazioni fecero capire che si rischiava l’inquinamento delle prove e il sostituto procuratore Maria Vittoria Isella ottenne l’ordinanza di sbattetelo dentro. Don Mauro, dunque, domani dovrebbe tornare sul banco degli imputati. Perlomeno è fissata la prima udienza insieme a tante altre e bisogna vedere se ci sarà il tempo necessario per aprire il dibattimento. Già fissate diverse udienze. I motivi d’appello sono contenuti in un memoriale di oltre 300 pagine. La sentenza di condanna in primo grado fu pronunciata attorno alle 13.30 del 29 maggio di due anni fa dal Collegio giudicante presieduto da Alessandro Bianchi. Lui non era presente. C’erano i suoi avvocati, Guido Bomparola e Massimo Martinelli. “Siamo sicuri che in Appello sarà confermata la sentenza l’avvocato di parte civile che assiste il ragazzo e i famigliari, Nuccia Quattrone L’inchiesta su don Mauro e i suoi presunti abusi di natura sessuale è partita nel 2005. Adesso don Mauro svolge attività d’altro genere in un ufficio a Como dopo che Vescovo Coletti, ben più prudente del predecessore, ha preferito sospenderlo in attesa di sentenza definitiva. Una volta arrivata quella, per don Mauro si aprirà il processo canonico che dovrà stabilire se ancora degno di indossare l’abito religioso

    Pedofilia, ex parroco di Laglio a processo: “Sono innocente”

    Don Mauro condannato a 8 anni di reclusione in primo grado per violenza sessuale aggravata su un minorenne con un deficit mentale, rende dichiarazioni spontanee in Corte d’Appello a Milano e respinge le accuse

    Milano, 23 aprile 2010 – “Non voglio essere comparato ai preti chi si sono macchiati di pedofilia. Io sono innocente”. Don Mauro Stefanoni, 41 anni, l’ex parroco di Laglio, in provincia di Como, condannato a 8 anni di reclusione in primo grado per violenza sessuale aggravata su un minorenne con un deficit mentale, rende dichiarazioni spontanee al processo d’appello e respinge le accuse.

    Maglione blu su pantaloni grigi, Don Mauro racconta, talora con voce incerta, il suo stato d’animo di fronte a quella che definisce una “spiacevole storia che mi ha travolto”. “È stato come se mi avessero diagnosticato una malattia – dice il parroco sospeso dalla Curia di Como – all’inizio ho provato incredulità, poi rabbia e adesso rassegnazione. La fiammella di orgoglio che ancora ho dentro è per chi mi vuole bene. Anche ieri sera, ho ricevuto tanti sms da parte di chi continua a seguirmi”.

    Il prete è accusato di aver abusato di un suo parrocchiano di 15 anni dall’agosto del 2003 al 21 ottobre 2004. «Come può difendersi una persona che non ha strumenti per farlo? Perchè cercare una verità giudiziaria quando la verità vera è così palese? – si domanda Don Stefanoni, che poi aggiunge: «Non ho paura di essere condannato perché l’ho sempre detto ai miei parrocchiani che alla fine esiste un giudice».

    Prima delle dichiarazioni, il pg Piero De Petris aveva svolto la requisitoria chiedendo la conferma degli otto anni di carcere inflitti il 29 maggio del 2008 dal Tribunale di Como. Il rappresentante dell’accusa ha parlato di “reiterazione” e “gravità dei fatti”, sottolineando che sono stati commessi su una persona che, anche a causa della sua disabilità, non aveva strumenti per difendersi. I legali di parte civile hanno ricordato che il ragazzino vittima degli abusi, “spontaneo, gentile, e bisognoso di tanto affetto” aveva mentalmente otto anni e non quindici. Nella prossima udienza fissata al 4 giugno spazio alle difese e poi sentenza.

    Fonte Agi

    Don Mauro in appello per ribaltare gli otto anni per la violenza
    giovedì 22 aprile 2010

    Da domani a Milano tocca a don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, condannato in primo grado a Como ad otto anni per violenza sessuale su un ragazzino minorenne. Il via del processo bis è in programma per venerdì mattina davanti ad un collegio composto da tre donne. Saranno loro a giudicare il comportamento del religioso che da parte sua ha sempre respinto con forza e sdegno tutte le accuse rivolte dalla Procura lariana. I suoi legali sono pronti a dare battaglia per cercare di dimostrare la sua estraneità delle pesanti accuse.

    Don Mauro, intanto, ha lasciato la Curia ed è andato a lavorare in un ufficio a Como. Dopo l’appello a Milano, per l’ex parroco di Laglio si aprirà un’altra parentesi importante: il processo canonico per decidere il suo futuro nella Diocesi lariana. Attualmente è sospeso.

  • Milano, cinque anni a frate laico per abusi sessuali su una dodicenne

    Milano, cinque anni a frate laico per abusi sessuali su una dodicenne

    La madre affidò all’uomo, che stava per prendere i voti, la figlioletta per una preparazione religiosa

    Cinque anni di reclusione: è la condanna che la terza corte d’appello di Milano ha inflitto ad A.C., un frate laico accusato di violenza sessuale e pornografia minorile su una ragazzina di dodici anni.

    Al momento del fatto l’uomo stava per prendere i voti. Secondo la ricostruzione della vicenda, la madre avrebbe affidato all’uomo la figlioletta per una preparazione religiosa. Nella causa i genitori della ragazza erano costituiti parte civile e dovranno essere risarciti del danno. L’imputato, tuttora in stato di detenzione, era stato sottoposto a perizia psichiatrica ma dichiarato capace di intendere e volere.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/03/22/news/milano_cinque_anni_a_frate_laico_per_busi_sessuali_su_una_dodicenne-2826971/?ref=rephp

  • Cassazione: condannato sacerdote che faceva prostituire giovani

    Cassazione: condannato sacerdote che faceva prostituire giovani

    Cassazione: condannato sacerdote che faceva prostituire giovani

    Senza successo il sacerdote ha contestato la condanna emessa dalla Corte d’appello di Bologna il 18 febbraio 2009, chiedendo almeno la concessione delle circostanze attenuanti dal momento che non aveva precedenti penali – Ma la Suprema Corte ha dichiarato ‘inammissibile’ il suo ricorso

    La Cassazione ha confermato la condanna a sei anni e otto mesi di reclusione e 17 mila euro di multa nei confronti di Giuseppe G., un anziano sacerdote che utilizzava l’associazione ‘Arcobaleno’ da lui presieduta per avviare giovani indigenti, tra i quali anche un minore del quale aveva abusato sessualmente, alla prostituzione.

    Senza successo il sacerdote ha contestato la condanna emessa dalla Corte d’appello di Bologna il 18 febbraio 2009, chiedendo almeno la concessione delle circostanze attenuanti dal momento che non aveva precedenti penali.

    Ma la Suprema Corte – con la sentenza 4879 – ha dichiarato “inammissibile” il suo ricorso condannandolo anche a pagare le spese processuali e a versare mille euro alla cassa delle ammende.

    Per i supremi giudici “dagli atti emergono l’assoluta negatività della condotta dell’imputato, il quale ha abusato per lungo tempo della sua posizione all’interno della comunità e della fiducia in lui riposta e il comportamento processuale assolutamente negativo (violazione delle prescrizioni inerenti la misura degli arresti domiciliari, tentativi di contattare i testi)”. Oltre alla testimonianza delle parti offese il quadro accusatorio ha trovato riscontro nelle intercettazioni.

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/cassazione-condannato-sacerdote-che-faceva-prostituire-giovani-247619/