Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Diego Coletti

  • Un prete arrestato per violenza su una ragazzina

    Un prete arrestato per violenza su una ragazzina

    Un prete arrestato per violenza su una ragazzina
    Succede a Como

    L’economo della diocesi di Como, don Marco Mangiacasale, ex parroco della Chiesa di San Giuliano, e’ stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazzina minorenne. Il sacerdote e’ stato prelevato dagli uomini della polizia giudiziaria della Procura di Como.

    DETENZIONE IN ISOLAMENTO – Per lui e’ stata disposta la detenzione in isolamento almeno fino a quando sara’ interrogato dal giudice preliminare. A far scattare le indagini che hanno portato all’arresto, sarebbe stata la denuncia presentata dai genitori della presunta vittima. Secondo quanto si apprende i presunti abusi sessuali si sarebbero protratti per diversi anni prima che la ragazzina li raccontasse all’attuale parroco di San Giuliano, parrocchia del centro cittadino il quale ha poi raccontato tutto ai famigliari della giovane. Si parla di un periodo compreso fra l’inverno 2008 e pochi giorni fa. Il religioso 48enne e’ stato prelevato nel primo pomeriggio mentre si trovava ad Abbadia Lariana, in provincia di Lecco.

    COSTERNAZIONE – “Apprendiamo con costernazione la vicenda che vede coinvolto il sacerdote don Marco Mangiacasale della Diocesi di Como“. E’ quanto scrive in una nota il vescovo di Como, Monsignor Diego Coletti, in seguito all’arresto dell’economo diocesano con l’accusa di aver abusato sessualmente di una ragazzina minorenne per circa quattro anni, dall’inverno del 2008 fino a pochi giorni fa. Nella nota il capo della Curia lariana spiega che “Don Marco Mangiacasale viene sollevato da ogni incarico diocesano e inoltre, seguendo la prassi richiesta dal codice di diritto canonico, e dai recenti interventi della Santa Sede in materia, sara’ avviato il procedimento giudiziario ecclesiastico nei sui confronti”.

    LA VITTIMA – Il vescovo poi rivolge un pensiero alla presunta vittima degli abusi. “E’ desiderio del vescovo di Como – conclude – seguire con paterna sollecitudine tutti i fattori rilevanti della complessa vicenda, nel rispetto dovuto al lavoro svolto dalla magistratura inquirente e giudicante, e con la doverosa attenzione per tutte le persone implicate nei fatti incriminati, a cominciare da coloro che hanno promosso la causa sporgendo accusa”. (AGI)

    www.giornalettismo.com/archives/210…-una-ragazzina/

    Como, arrestato prete: abusi su minore
    Il vescovo lo ha sospeso da ogni incarico

    COMO – L’economo della diocesi di Como, don Marco Mangiacasale, 48 anni, è stato arrestato per violenza sessuale continuata nei confronti di una minorenne. L’ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita oggi mentre il sacerdote si trovava nel Lecchese. La notizia è stata resa nota, attraverso un comunicato, dal procuratore della Repubblica di Como, Giacomo Bodero Maccabeo. I fatti contestati si riferiscono al periodo compreso tra il 2008 e quest’anno. Don Marco è economo della diocesi dal 2009, mentre dal 2003 era stato parroco di San Giuliano a Como.

    Le confidenze al nuovo parroco. Sono state le confidenze al nuovo parroco della ragazzina, una frequentatrice delle attività della parrocchia, a dare il via all’indagine che ha portato all’arresto del sacerdote. Secondo quanto ha riferito il procuratore della Repubblica di Como, il parroco di San Giuliano, successore proprio di don Marco, ne ha poi parlato ai genitori della ragazza che, il 28 febbraio scorso, hanno presentato denuncia alla magistratura.

    Perquisizioni e sequestri. Nell’ambito dell’inchiesta sono state eseguite attività di perquisizione e sequestro, ha precisato ancora il procuratore, con acquisizione di documentazione anche informatica. La Procura ha inoltre reso noto di avere tempestivamente informato dell’arresto l’Ordinario Diocesano.

    L’intervento del vescovo. Intanto il vescovo di Como, monsignor Diego Coletti, ha sollevato don Marco da ogni incarico diocesano. Lo si legge in una nota ufficiale della Curia comasca che esprime «costernazione per la vicenda che vede coinvolto il sacerdote don Marco Mangiacasale». Nella nota il vescovo informa anche che, sulla base della prassi canonica e dei recenti interventi della Santa Sede in materia, «verrà avviato il procedimento giudiziario ecclesiastico nei confronti del sacerdote». Monsignor Coletti esprime infine il desiderio «di seguire con paterna sollecitudine tutti i fattori rilevanti della complessa vicenda, nel rispetto dovuto al lavoro svolto dalla Magistratura inquirente e giudicante, e con la doverosa attenzione per tutte le persone implicate nei fatti incriminati, a cominciare da coloro che hanno promosso la causa sporgendo accusa».
    Mercoledì 07 Marzo 2012 – 21:41 Ultimo aggiornamento: 21:42

    www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=184745&sez=HOME_INITALIA

  • La madre del ragazzo di Laglio «Feriti dalle parole del vescovo»

    La madre del ragazzo di Laglio «Feriti dalle parole del vescovo»

    La famiglia replica a monsignor Coletti sulla vicenda di don Mauro

    «Quelle parole non me le aspettavo e mi hanno ferito. Soprattutto nel giorno dell’Immacolata, e in vista del Natale. Non vi dico come ha reagito mio figlio e cosa ha detto nel sentire il pensiero del vescovo di Como. Posso però aggiungere che quello che è stato detto non ha fatto bene al ragazzo e nemmeno alla nostra famiglia».

    Parla di getto, con la voce rotta dalla commozione, la madre della presunta vittima di don Mauro Stefanoni. E parla dopo aver udito in televisione, al telegiornale di Etv, le prime parole pronunciate da monsignor Diego Coletti sulla vicenda che ha travolto la famiglia del ragazzo e dalle cui dichiarazioni è partita l’indagine e in seguito i processi all’ex parroco di Laglio, accusato di violenza sessuale ai danni del giovane che, all’epoca dei fatti – che si collocherebbero tra l’agosto del 2003 e l’ottobre del 2004 – era minorenne.

    Coletti, che ereditò la vicenda, al suo arrivo alla guida della Chiesa lariana avvenuto nel gennaio del 2007, dall’allora vescovo Alessandro Maggiolini, prese i primi provvedimenti allontanando don Mauro da Colico (dove era stato spostato) e tenendolo lontano da incarichi pastorali. Poi, cosa mai avvenuta prima, inviò propri emissari in aula a seguire le ultime udienze del processo di primo grado, concluso con la condanna di otto anni poi ratificata anche dal collegio d’Appello lo scorso 23 novembre.

    Mai, però, monsignor Diego Coletti, pur senza far mancare comunicati stampa sulla questione, aveva parlato apertamente della vicenda di don Mauro Stefanoni. Un tabu rotto con l’intervista rilasciata al giornalista di Etv Davide Cantoni, concessa all’emittente cittadina in occasione del Natale per fare gli auguri ai fedeli e alla città. Cinque minuti buoni in cui il presule ha espresso a ruota libera le proprie considerazioni che, tuttavia, non sono state gradite dalla famiglia della vittima che le ha udite al telegiornale della sera. Parole in cui il vescovo, oltre a rimarcare il «rigore con cui vanno affrontate queste vicende», anche per «togliere ogni possibile giudizio di sottovalutazione o occultamento» della vicenda, ha poi aggiunto, «nel concreto», di essere «personalmente vicino all’ex parroco di Laglio, lasciando che faccia le sue scelte in autonomia e libertà ma mettendolo in una condizione in cui non abbia responsabilità pastorali di alcun genere in modo da tenersi fuori da ogni possibile accusa di sottovalutazione della sua posizione».

    «Episodi di cronaca anche molto recente – ha poi proseguito monsignor Coletti – fanno riflettere sulla situazione pesante di persone che magari innocentemente sono state accusate e perseguite per poi accorgersi dopo mesi o anni che per una convergenza di circostanze si è puntato nella direzione sbagliata». Considerazioni che alla famiglia del ragazzo – che ha replicato subito dopo il tg della sera con le parole dell’avvocato Nuccia Quattrone – non sono piaciute.

     «Non posso negare di esserci rimasta molto male – dice la madre del giovane – Non ho più nemmeno la forza di reagire. Nemmeno il secondo grado di giudizio ha chiuso questa vicenda. Non vi dico quello che provo. Quelle parole hanno però fatto male sia a me sia alla mia famiglia, sia soprattutto a mio figlio che le ha ascoltate in televisione».
    «L’incontro con il vescovo c’è stato – conferma infine la madre – Ma siamo stati noi a chiedere di potere parlare con monsignor Coletti e a ottenere l’incontro, che avvenne nel luglio di 2008, dopo più tentativi. Fino a quel momento dalla Curia non avevamo mai ricevuto, in tutta la vicenda, una sola telefonata. E anche dopo allora nessuno si è più fatto sentire»
    . La vicenda processuale attende ora il deposito delle motivazioni dell’Appello – che ha confermato gli otto anni del primo grado – e che dovrebbe avvenire entro 90 giorni dalla lettura del dispositivo, fatta, come detto, il 23 novembre 2010. Poi don Mauro e i suoi avvocati dovranno decidere se fare ricorso o meno in Cassazione. Fino a quel giorno anche il processo canonico rimarrà sospeso.

    Mauro Peverelli

  • «Serve rigore, ma sono vicino a don Mauro»

    «Serve rigore, ma sono vicino a don Mauro»

    Giovedì 09 Dicembre 2010
    Il vescovo di Como Diego Coletti ha parlato per la prima volta su Etv della vicenda giudiziaria

    Quando arrivò alla guida della Diocesi di Como, nel gennaio del 2007, la vicenda che riguarda don Mauro Stefanoni era esplosa da tempo.

    Finendo per coinvolgere anche l’ex vescovo di Como, monsignor Alessandro Maggiolini, iscritto sul registro degli indagati dalla Procura con l’accusa di favoreggiamento personale. Posizione poi archiviata.

    “Don” Diego Coletti, come ama essere chiamato, entrò nella città di Volta in punta di piedi, e tra mille mani da stringere, spalle da abbracciare e volti a cui sorridere, si trovò anche il pesante fardello del processo in corso a carico dell’ex parroco di Laglio, accusato – dalla stessa Procura – di violenza sessuale su un ragazzo dell’oratorio che, all’epoca dei fatti (avvenuti presumibilmente tra l’agosto del 2003 e l’ottobre del 2004) era minorenne.

    Da allora, monsignor Coletti, il nuovo vescovo di Como, prese provvedimenti rimuovendo don Mauro da Colico (dove era stato spostato da Maggiolini), sottraendo all’ex parroco ogni incarico pastorale ma lasciando ai freddi comunicati stampa della Diocesi il compito di commentare la sentenza sia di primo grado, giunta il 29 maggio del 2008, esattamente quattro mesi dopo l’insediamento del nuovo vescovo, sia quella di secondo grado.

    Mai, insomma, la guida della Chiesa lariana aveva parlato direttamente della questione. Almeno fino a queste ore. Perché monsignor Diego Coletti, di fronte alle domande del giornalista di Etv, Davide Cantoni, e in occasione del saluto alla città e ai fedeli per il Natale – l’intervista integrale verrà trasmessa dall’emittente lariana il 25 dicembre – ha affrontato, senza nascondersi e per più minuti, anche il tema di don Mauro Stefanoni e della sua condanna a otto anni anche in secondo grado. Pena inflitta dai tre giudici del collegio d’appello di Milano e che ha ricalcato in tutto e per tutto la decisione presa dai magistrati di Como due anni fa. Un intervento che riportiamo testualmente, parola per parola.

    Partendo, ovviamente, dalla lettura del dispositivo effettuata lo scorso 23 novembre 2010.
    In questa vicenda serve rigore
    «Io distinguerei due piani del discorso sulla vicenda – sono le parole del Vescovo – Il primo sono la serietà e il rigore con cui vanno affrontate queste vicende che, per fortuna, statisticamente sono ridotte. Ma anche fossero ancora più ridotte, ciò non toglie che siano comunque delicatissime e gravissime. Vanno affrontate con grande rigore, anche a vera difesa dell’imputato fino a un giudizio definitivo. Rigore, serietà e impegno per togliere ogni possibile giudizio di sottovalutazione o peggio ancora di occultamento, o scelta di protezione di chi può avere commesso un reato».

    In passato ci sono state smentite
    «Nel concreto però – prosegue monsignor Coletti – io devo anche prendere atto della tenacia, della serietà e della pervicacia con la quale, in questo caso, l’accusato continua a dichiararsi innocente. Io sono convinto che i magistrati facciano il loro lavoro in modo serio, ma anche nel passato recente non sono mancati, in casi simili, clamorose smentite di sentenze fatte in maniera molto accurata e ineccepibile che poi, per il giungere di nuove testimonianze sono state ridimensionate».

    Sono vicino a don Mauro
    «Io in questo caso cerco di essere personalmente vicino all’ex parroco di Laglio, lasciando che faccia le sue scelte in autonomia e libertà ma mettendolo in una condizione in cui non abbia responsabilità pastorali di alcun genere – prosegue il vescovo di Como – in modo da tenersi fuori da ogni possibile accusa di sottovalutazione della sua posizione. La questione è lacerante e dolorosa, sia nell’ipotesi della sua colpevolezza, e questo è evidente, sia nell’ipotesi che la magistratura ha in questi giorni smentito con la seconda condanna, ovvero quella della sua innocenza. Episodi di cronaca anche molto recente fanno riflettere sulla situazione pesante di persone che magari innocentemente sono state accusate e perseguite per poi accorgersi dopo mesi o anni che per una convergenza di circostanze si è puntato nella direzione sbagliata».
    L’incontro con le vittime
    «Ho incontrato i genitori, non il ragazzo – dice ancora monsignor Coletti – I genitori mi hanno ringraziato per l’incontro. Non siamo entrati nel merito ma ho chiesto loro di trovare una strada anche per questo ragazzo, perché possa recuperare serenità e fiducia in chi lo circonda. Non c’è nessun risentimento nei loro confronti. Loro avevano il sacrosanto diritto di fronte ad una ipotesi di reato di chiedere che il caso venisse esaminato da chi di dovere».

    Il processo canonico
    L’ultimo punto toccato dal vescovo di Como, è il processo canonico incardinato dopo la sentenza di primo grado e poi sospeso in attesa dell’appello. Cosa avverrà ora?
    «Confermo che il processo è iniziato. Poi è stato interrotto per evitare indebite sovrapposizioni o sconfinamenti con il processo penale. 
    Adesso vedremo se si andrà in Cassazione e in tal caso aspetteremo. Se invece si dovesse decidere di non andare in terzo grado e la sentenza diventasse definitiva, allora il processo canonico riprenderebbe».
    Non rimane dunque che attendere il deposito delle motivazioni della sentenza – entro 90 giorni – e la successiva volontà o meno di don Mauro e dei suoi avvocati di ricorrere ai giudici della Suprema Corte.

  • Oggi l’Appello per don Mauro

    Oggi l’Appello per don Mauro

    Il processo L’ex parroco di Laglio è stato condannato a otto anni in primo grado
    Il sacerdote è accusato di violenza sessuale su un ragazzo

    Si apre oggi davanti alla Corte d’Appello di Milano il processo di secondo grado a don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio, già condannato dai giudici di Como a otto anni per violenza sessuale su un ragazzo minorenne all’epoca dei fatti.

    Il sacerdote, dopo essere stato spostato a Colico dall’allora vescovo Alessandro Maggiolini, in seguito alla condanna di Como è stato poi rimosso dall’attuale vescovo Diego Coletti.

    EX PARROCO LAGLIO: “NON SONO COME PRETI PEDOFILI” «Non voglio essere paragonato ai preti pedofili, ma non ho paura della condanna, non ho paura di essere condannato per ciò che non ho fatto; esiste un altro giudice di cui bisogna avere paura». Così don Mauro Stefanoni, 41 anni ex parroco di Laglio (Como) nel corso delle sue dichiarazioni spontaneee che ha fatto nell’udienza davanti alla prima corte di Appello di Milano dove è alla sbarra per i reati di violenza sessuale aggravata. In primo grado don Mauro, venne condannato a otto anni di reclusione il 29 maggio dello scorso anno dal Tribunale di Como. Il sacerdote è accusato di aver abusato sessualmente in un ragazzo affetto da disabilità mentale, all’epoca quindicenne, a lui affidato e che frequentava l’oratorio della parrocchia del paese celebre perchè l’attore George Cooney ha comprato una villa sul lago. L’udienza è stata aggiornata per la replica delle difese al 4 giugno prossimo, quando presumibilmente ci sarà la sentenza. Il pg Piero De Petris ha chiesto la conferma della condanna di primo grado: otto anni di reclusione. Don Mauro, maglione blu su un paio di pantaloni grigi, si è rivolto alla Corte spiegando di essere innocente e ricordando ai giudici l’esito di una perizia medica che dimostrerebbe la impossibilitàper il sacerdote ad avere rapporti sessuali. «È stato come se avessi affrontato i tre stadi di una malattia quando questa storia mi è caduta addosso -ha detto il sacerdote – la prima fase è l’incredulità, la seconda è la rabbia, la terza la rassegnazione. Ma come fa un cittadino normale a dimostrare la sua innocenza? Come fa? Che strumenti ha per dimostrare la sua innocenza? l’unica cosa che mi è rimasta è l’orgoglio,una fiammella ancora accesa che mi fa dire che io non sono come i preti pedofili».

    22 Aprile 2010
    18.25 PEDOPORCI: DON MAURO TORNA DAI GIUDICI LAGLIO

    Don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio e Brienno condannato a otto anni di galera il 29 maggio del 2008 domani dovrebbe tornare davanti ai Giudici. È fissato, infatti, in Corte d’Appello di Milano il processo di secondo grado voluto dallo stesso religioso che non ha mai accettato quella condanna tantomeno l’accusa di essere, detta terra a terra, un porco. La vicenda è ben scandalosa nota anche per i colpevoli silenzi della Curia comasca che, anzi, si schierò addirittura contro anche e soprattutto la nostra redazione che ‘osò’ a suo tempo dare notizia dell’arresto del prete quando un mercoledì fu prelevato dalla Squadra Mobile di Como durante un pranzo di nozze e sbattuto dentro con l’accusa di violenze sessuali ai danni di un ragazzino, all’epoca 14enne, con lievi difficoltà mentali fu un processo contorto con anche la drammatica testimonianza della stessa vittima. La linea difensiva era quella di un complotto ordito ai suoi danni dai famigliari del ragazzino perché aveva ‘innovato’ l’oratorio di Laglio mettendo internet e uno schermo tv con abbonamento pay tv per le partite. Questo, stando al don presunto porco, comprometteva gli affari del bar di alcuni parenti del ragazzino. Don presunto porco disse addirittura che Laglio era un paese di ubriaconi.
    Dopo la condanna di primo grado denunciò trenta persone per falsa testimonianza, in pratica tutti i testimoni della difesa a suo avviso raccontarono balle: Da chi ha svolto le indagini su disposizione della Procura, come gli agenti della squadra mobile della Questura, ai genitori e agli amici più stretti della vittima. Don Mauro, assistito dai suoi avvocati Don Mauro rimase per un certo periodo agli arresti domiciliari dai genitori a Cantù e poi l’allora Vescovo di Como, Alessandro Maggiolini, lo mandò come coaudiutore all’oratorio di Colico, paese dell’Alto Lario lecchese che alla notizia si incazzò di brutto con Vescovo Alex che a sua volta si incazzò con Nadirpress per aver osato ancora una volta sollevare la questione che lui sperava finisse in dimenticatoio. In realtà la cosa esplose in modo virulento nelle cronache nazionali e Vescovo Alex finì sotto inchiesta per favoreggiamento insieme a Monsignor Enrico Bedetti e Monsignor Oscar Cantoni, attuale Vescovo a Crema: in sostanza avevano, sicuramente un ‘buonissima fede’ fatto in modo che don presunto porco, venisse a conoscenza delle indagini prima che gli fosse notificato l’avviso di garanzia. Le intercettazioni fecero capire che si rischiava l’inquinamento delle prove e il sostituto procuratore Maria Vittoria Isella ottenne l’ordinanza di sbattetelo dentro. Don Mauro, dunque, domani dovrebbe tornare sul banco degli imputati. Perlomeno è fissata la prima udienza insieme a tante altre e bisogna vedere se ci sarà il tempo necessario per aprire il dibattimento. Già fissate diverse udienze. I motivi d’appello sono contenuti in un memoriale di oltre 300 pagine. La sentenza di condanna in primo grado fu pronunciata attorno alle 13.30 del 29 maggio di due anni fa dal Collegio giudicante presieduto da Alessandro Bianchi. Lui non era presente. C’erano i suoi avvocati, Guido Bomparola e Massimo Martinelli. “Siamo sicuri che in Appello sarà confermata la sentenza l’avvocato di parte civile che assiste il ragazzo e i famigliari, Nuccia Quattrone L’inchiesta su don Mauro e i suoi presunti abusi di natura sessuale è partita nel 2005. Adesso don Mauro svolge attività d’altro genere in un ufficio a Como dopo che Vescovo Coletti, ben più prudente del predecessore, ha preferito sospenderlo in attesa di sentenza definitiva. Una volta arrivata quella, per don Mauro si aprirà il processo canonico che dovrà stabilire se ancora degno di indossare l’abito religioso

    Pedofilia, ex parroco di Laglio a processo: “Sono innocente”

    Don Mauro condannato a 8 anni di reclusione in primo grado per violenza sessuale aggravata su un minorenne con un deficit mentale, rende dichiarazioni spontanee in Corte d’Appello a Milano e respinge le accuse

    Milano, 23 aprile 2010 – “Non voglio essere comparato ai preti chi si sono macchiati di pedofilia. Io sono innocente”. Don Mauro Stefanoni, 41 anni, l’ex parroco di Laglio, in provincia di Como, condannato a 8 anni di reclusione in primo grado per violenza sessuale aggravata su un minorenne con un deficit mentale, rende dichiarazioni spontanee al processo d’appello e respinge le accuse.

    Maglione blu su pantaloni grigi, Don Mauro racconta, talora con voce incerta, il suo stato d’animo di fronte a quella che definisce una “spiacevole storia che mi ha travolto”. “È stato come se mi avessero diagnosticato una malattia – dice il parroco sospeso dalla Curia di Como – all’inizio ho provato incredulità, poi rabbia e adesso rassegnazione. La fiammella di orgoglio che ancora ho dentro è per chi mi vuole bene. Anche ieri sera, ho ricevuto tanti sms da parte di chi continua a seguirmi”.

    Il prete è accusato di aver abusato di un suo parrocchiano di 15 anni dall’agosto del 2003 al 21 ottobre 2004. «Come può difendersi una persona che non ha strumenti per farlo? Perchè cercare una verità giudiziaria quando la verità vera è così palese? – si domanda Don Stefanoni, che poi aggiunge: «Non ho paura di essere condannato perché l’ho sempre detto ai miei parrocchiani che alla fine esiste un giudice».

    Prima delle dichiarazioni, il pg Piero De Petris aveva svolto la requisitoria chiedendo la conferma degli otto anni di carcere inflitti il 29 maggio del 2008 dal Tribunale di Como. Il rappresentante dell’accusa ha parlato di “reiterazione” e “gravità dei fatti”, sottolineando che sono stati commessi su una persona che, anche a causa della sua disabilità, non aveva strumenti per difendersi. I legali di parte civile hanno ricordato che il ragazzino vittima degli abusi, “spontaneo, gentile, e bisognoso di tanto affetto” aveva mentalmente otto anni e non quindici. Nella prossima udienza fissata al 4 giugno spazio alle difese e poi sentenza.

    Fonte Agi

    Don Mauro in appello per ribaltare gli otto anni per la violenza
    giovedì 22 aprile 2010

    Da domani a Milano tocca a don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, condannato in primo grado a Como ad otto anni per violenza sessuale su un ragazzino minorenne. Il via del processo bis è in programma per venerdì mattina davanti ad un collegio composto da tre donne. Saranno loro a giudicare il comportamento del religioso che da parte sua ha sempre respinto con forza e sdegno tutte le accuse rivolte dalla Procura lariana. I suoi legali sono pronti a dare battaglia per cercare di dimostrare la sua estraneità delle pesanti accuse.

    Don Mauro, intanto, ha lasciato la Curia ed è andato a lavorare in un ufficio a Como. Dopo l’appello a Milano, per l’ex parroco di Laglio si aprirà un’altra parentesi importante: il processo canonico per decidere il suo futuro nella Diocesi lariana. Attualmente è sospeso.

  • Il Punto: Presunti innocenti e esercizio di Buona Fede

    Il Punto: Presunti innocenti e esercizio di Buona Fede

    L’omicida di Borghetto ha confessato ma la presunzione di innocenza vale anche per lui. Approfondirne ora profilo e “ragioni” è come dar la stura al mostro della porta accanto, ottusa quanto utile per suscitare curiosità morbosa, e soprattutto per fare copie / ascolti.

    Mercoledì 30 dicembre all’indomani dell’arresto di don Luciano Massaferro, accusato di molestie nei confronti di una minorenne, Savonanews.it pubblicava una nota intitolata: “CAUTELA E TRASPARENZA”, che cominciava così:

    “La presunzione di innocenza dettata dalla Costituzione vale anche per i preti accusati di pedofilia. Anche per i savonesi don Giorgio Barbacini e don Luciano Massaferro. Ma il problema, inutile nasconderselo, esiste. La Santa Sede, cosciente della portata civile e mediatica, si è già più volte espressa su posizioni nette. Più titubanti sembrano le diocesi, che hanno grosse difficoltà a maneggiare direttamente tematiche spinose ed ingestibili come questa, senza dare l’idea di assolvere anzitempo l’indagato (opponendo un coro di solidarietà alle sue buone opere) o quella di metterlo all’indice, con la temuta conseguenza di una auto – delegittimazione.” ( leggi: Alassio: prete arrestato, cautela e trasparenza)

    Una decina di giorni dopo don Luciano è ancora in carcere, ma qualcosa è cambiato. Sia la cautela che la trasparenza, giorno dopo giorno, sembrano venir meno: la nuova linea della difesa vira verso la facoltà di non rispondere, cedendo la parola alla diocesi di Albenga – Imperia, la quale a buon titolo e forse suo malgrado finisce su un autorevolissimo quotidiano come l’Avvenire.

    Tre i punti espressi:

    • Stigmatizzare l’efferata dottrina dello “sbatti il mostro in prima pagina”
    • Ribadire il difficile contesto familiare del minore ed insinuare il fattore “fantasia”
    • Attaccare la procura della repubblica di Savona che non avrebbe convocato i testimoni a favore di Don Luciano Massaferro

    Strano. Da vent’anni al timone della diocesi di Albenga – Imperia monsignor Mario Oliveri è mente troppo fine in diplomazia pontificia per concepire e/o sottoscrivere un intervento a gamba tesa come questo… Strano.

    Ha certamente ragione l’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, quando rimprovera i giornalisti di non conoscere la realtà della Chiesa e rappresentandola con un’informazione distorta. Siamo consapevolmente tra questi, e umilmente ci proviamo.

    Partiamo dal terzo punto: l’anomalo affondo della diocesi di Albenga sulla procura di Savona.

    Un indagine della magistratura è cosa diversa da un televoto. Nel televoto (si) contano le preferenze, in un indagine no.

    Un esempio di cronaca è recentissimo, anzi di oggi: tutti i vicini di casa di un omicida – al momento reo confesso – lo conoscono come ottima persona, ma in preda ad un raptus o per insana abitudine, questi commette reati penali. Ecco che la sua colpevolezza non può e non deve essere stabilita per alzata di mano tra favorevoli o contrari alla sua condotta, ma sulla base di elementi probatori oggettivi e/o di testimonianze giurate, se vogliamo escludere una laica confessione. E’ banale ma non troppo, e vale per tutti come la Legge.

    Non si può procedere per alzata di mano pro / contro l’indagato. Sarebbe come se per un sospettato di furto venissero convocati in procura i suoi amici per essere ascoltati su quanto affabile e generoso sia stato in vita propria l’indagato.

    Secondo punto: che la ragazzina minorenne – PRESUNTA vittima delle PRESUNTE attenzioni – si sia inventata tutto però, lo si può pubblicamente sostenere al tavolo di un bar, un po’ meno sulle pagine dell’Avvenire. Per rispetto alla Chiesa e all’Avvenire, appunto.

    Anche perché altrimenti “non vale”: è troppo autorevole ed influente una Diocesi anche solo per adombrare un sospetto di questo tipo a discredito dell’accusa, prima di un giusto processo. Ha leve troppo poderose sulle coscienze di fedeli e politici, per sparigliare d’anticipo, e lo sa. Perché la fondatezza delle accuse così come le ragioni della difesa – in caso di reato – sono nelle mani di un Giudice. E le regole, anche del gioco – quando in gioco c’è la libertà, la faccia e la vita di persone minorenni e non – valgono per tutti i poteri protagonisti della vicenda.

    Poteri carichi di autorità e degni di rispetto: dunque, se giustamente si protesta contro processi sommari sulle locandine gialle dei giornali, non sono diplomaticamente praticabili alte insinuazioni sull’attendibilità della (presunta) vittima, in fase “istruttoria”.

    Quanto al “mostro in prima pagina”, semplicemente No. Nell’era di internet, non si può più chiosare con “è la stampa, bellezza”.
    Con la notizia non si incarta più il pesce il giorno dopo. I nomi e le fotografie restano, più che nelle coscienze sommerse dal flusso mediatico, nei motori di ricerca. E questi moderni oracoli tra un paio di decenni non saranno ingialliti come la carta, ma pronti a ri-vomitare addosso all’utente un’informazione sbagliata, un processo sommario, un’assoluzione gratis o una mezza gogna buttata lì – a suo tempo – per far copie / ascolti.

    Dopo quella giudiziaria e quella ecclesiastica qui galleggia l’altra responsabilità, quella di giornalisti e giornali, troppo influenti a loro volta per esercitare con insostenibile leggerezza un ruolo conquistato con secoli di lavoro, al servizio dei poteri ma soprattutto dei lettori.

    Ci si conceda un esercizio di ingenuità, che a volte aiuta a capire.

    Normale dunque (ma non giusto) che una diocesi – parlando di abusi – ricordi a contraltare l’altissimo sacrificio dei Missionari di tutto il mondo, non giusto che un giudice ricordi i magistrati ammazzati per giustificare un’errore giudiziario, né che i giornalisti ricordino i colleghi morti (fisicamente o professionalmente) nel tentativo di informare, a legittimare una notizia sbagliata, o non rettificata.

    Come scrivevamo a fine anno nel pezzo “CAUTELA E TRASPARENZA” dopo le vittime di violenze, la Chiesa Cattolica è la prima danneggiata da comportamenti delittuosi (quando accertati) e bene farebbe, piuttosto che contrattaccare in maniera tutto sommato scomposta, a rendersi protagonista di un’ “operazione trasparenza”, che difficilmente vedrebbe contrari fedeli e laici, secondo uno stile consolidato in due millenni, e soprattutto allineato al suo prestigio.

    Vero è che un articolo forse sfuggito tra le calde maglie domenicali dell’Avvenire – tra Imperia e Savona – sta ventilando un vespaio, dal quale Monsignor Mario Oliveri vescovo di Albenga e Imperia non pare dissociarsi, perlomeno stando ai giornali del 11 gennaio 2010.

    Stiamo ai fatti e trascuriamo alcuni recenti servizi televisivi nei quali inconsapevoli prelati invitavano a non denunciare presunti casi di pedofilia, di fronte ad una telecamera nascosta. Troppo facile.

    Se Ansa non mente, ci atteniamo alle condanne.
    In ordine sparso:

    • Il 4 settembre del 1998 a Trapani don A.M. patteggia una pena di un anno e 10 mesi per atti di libidine su alcune minorenni. Dopo il suo arresto i parrocchiani avevano ipotizzato un complotto a suo danno (Gip: Marina Ingoglia)
    • Due anni e 10 mesi e l’interdizione dai pubblici uffici per l’ex cappellano del carcere di Sanremo, per concussione e atti di libidine su alcun carcerati. (A sporgere denuncia gli stessi agenti di custodia, P.M. Paola Calleri, 1998)
    • Un anno e 8 mesi all’ex parroco di Ponza, don S.T. accusato di abusi sessuali su una bambina di 9 anni (P.M. Gregorio Capasso, 1998) Trasferito. Al suo ritorno a Ponza nel 2003 un gruppo di fedeli contestò la sua presenza. Il vescovo chiese per lui “misericordia, carità e giustizia” (Ansa 10 maggio 2003)
    • Due anni di reclusione (con pena sospesa e non menzione) per un sacerdote di Spoleto nel 1999. Applausi a Napoli nel gennaio del 2000 per le esequie di don G.R. anni prima condannato in appello per abusi sessuali su un minore. Nell’omelia il cardinale non menzionerà la condanna ma ricorderà le sue doti spirituali (F.te: Ansa)
    • Sei anni e mezzo di reclusione invece a Foggia per don G.M. per violenza sessuale su minorenni (P.M. Gabriella Tavano, 2000)
    • Quattro anni e mezzo a don M.G. per “contatti a sfondo sessuale con due giovanissimi chierichetti”. I carabinieri trovarono due polaroid dei ragazzi di 11 e 12 anni. Il sacerdote era assai noto e benvoluto (Gip Fabrizia Pironti, Torino – Feb 2001 Ansa)
    • Giugno 2001, San Giuliano Milanese. Rito abbreviato per don R.M. accusato di violenza sessuale su giovani, violenza privata e appropriazione indebita per “aver prelevato parecchi milioni dalle casse della canonica per pagare e fare regali a chi lo ricattava per convincerlo al silenzio” : quattro anni di reclusione (P.M. Ghezzi, G.u.p. Piero Gamacchio, 2001) Nel 2003 il sindaco espresse solidarietà e chiese il suo ritorno.
    • Santa Margherita Ligure, gennaio 2002: don P.C. viene condannato dal tribunale di Chiavari al risarcimento dei danni a favore di una minorenne molestata anni prima. L’equivalente di 30 milioni di lire. Si proclama innocente ma il reato viene riconosciuto, e il parroco trasferito in un paese vicino. La vittima ha deciso di devolvere la somma ad associazioni per il recupero delle vittime della pedofilia.
    • Più pesanti le condanne all’estero. Nel Kentucky (USA) padre L.M. fu condannato a 20 anni per abusi sessuali su minori (2003)
    • Quattordici anni ad un prete brasiliano di origine italiana, don T.T.S. che dichiarandosi innocente ha attribuito le testimonianze delle sue vittime minorenni alla “immaginazione fertile e creativa di due bambini ispirati (…) la cui intelligenza assomiglia molto a quella di un imbecille adulto”

    Stiamo in Italia:

    • Sei anni con rito abbreviato a don P.P. di una parrocchia laziale. Reato: “violenza sessuale ed istigazione ad abuso di sostanze stupefacenti nei confronti di due ragazzini (…) ai quali faceva costosissimi regali” Otto e 14 anni la loro età. Secondo la procura di Roma la madre di uno di loro avrebbe favorito gli incontri (2004)
    • Teramo, giugno 2004: Sei anni di reclusione per don B.T., accusato di pedofilia a danno di 5 ragazzi dal G.u.p. Antonella De Carlo. Uno di loro era disabile.
    • Grosseto, luglio 2004: patteggia due anni e sei mesi don F.C. con l’accusa di molestie sessuali a danno di bambini (G.u.p. Armando Mammone)
    • Tre mesi e venti giorni di pena (sospesa) sono stati patteggiati da un giovane parroco pavese che avrebbe acquistato immagini pedopornografiche nel 2004
    • Nel 2006 il vescovo di Como Mons. Maggiolini condannò l’insistenza delle accuse di violenza sessuale su di un minorenne nei confronti di don M.S. “Prego per don M.S. A lui sono vicino con affetto” Venne condannato a 8 anni di reclusione in primo grado. Il vescovo subentrato nel frattempo, Mons. Diego Coletti decise di non riconfermare l’incarico al parroco condannato non potendosi “considerare irrilevante e senza conseguenze il pronunciamento in primo grado” (Ansa)
    • Era già stato condannato nel 1995 per reati sessuali don T.T.A., arrestato a macerata nel 2006 con le stesse accuse.
    • Don A.R. venne condannato a 15 anni di reclusione per violenza sessuale su un minore dal tribunale di barcellona Pozzo di Gotto (Messina, 2006)
    • Sette anni in Appello per don G.C. nel 2008. Accusa: violenza su una parrocchiana minorenne. Presunzione di innocenza del Vescovo in attesa delle Cassazione, che annulla la condanna per prescrizione nel marzo 2009. Il giudice conferma i risarcimenti per le parti civili.
    • Trentotto (38) gli abusi attribuiti a don P.B. Sedici quelli confessati al magistrato. Quattro riguardano bambini di dieci anni. La provincia è quella di Arezzo. La condanna del G.u.p. Simone Salcerini è ad 8 anni di reclusione. Don P.B. dichiara all’Ansa di sentirsi “liberato”. Già negli anni ’80 aveva confidato la sua attrazione per i bambini. Il vescovo di Arezzo Mons. Gualtiero Bassetti lo sospende a divinis nel 2008.
    • Vicino a Bracciano un sacerdote, M.C. viene condannato a 4 anni e 4 mesi ber abusi su minori. Quando una coppia da lui sposata lo scopre, chiede l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota per “indegnità del celebrante” (Ansa, dic. 2008)

    A Enna lo scorso anno il P.M. Marcello Cozzolino chiede 4 anni per don G.B. che viene condannato dal giudice a sei anni di reclusione per aver abusato di un minorenne disabile. Nel luglio 2009 la IIa sezione del tribunale di Palermo condanna don P.T. a sei anni e mezzo di carcere. Quattro anni e 8 mesi per don G.A. in provincia di Pavia. Patteggiamento a 2 anni e mezzo di reclusione per don F.C. a Grosseto per violenze sessuali su minori.

    L’elenco è amaramente lungo, non solo in Italia. E’ ormai evidente che il problema esiste, e la Santa Sede lo sa. Già nel 2002 il Papa intervenne con poche righe, parlando apertamente dei preti pedofili come di traditori che hanno ceduto al male: “le peggiori manifestazioni del mistero del male – le definì Giovanni Paolo II° – che producono scandali gravi e gettano una pesante ombra di sospetto su tutti i buoni Sacerdoti”

    Vi era anche “la solidarietà per le vittime” in quella lettera del giovedì santo spedita il 21 marzo 2002 ai preti di tutto il mondo. “La Chiesa esprime la propria sollecitudine per le vittime, e si sforza di rispondere secondo verità e giustizia ad ogni penosa situazione”

    Secondo verità e giustizia…

    Nei lanci Ansa le notizie importanti vengono precedute dalla dicitura “++”

    Il 28 luglio 2008 Benedetto XVI° è a Sidney, in Australia. Sono le due di notte in Italia quando le agenzie battono un “++”.

    Il titolo è freddo ma chiaro “PAPA: MISFATTI PRETI PEDOFILI VERGOGNA DELLA CHIESA”

    Poi il Papa aggiunge: “Sono profondamente addolorato per la sofferenza subita dalle vittime e gli assicuro che come loro pastore condivido la loro sofferenza.” Alle 02:20 un altro “++”; è sempre il Papa, da Sydney: i preti pedofili “devono essere portati davanti alla giustizia, e i loro misfatti condannati in modo inequivocabile”.

    Quando leggiamo di una polemica tra Diocesi di Albenga – Imperia e la Procura della repubblica di Savona, dunque, di cosa stiamo parlando?

    Cautela e Trasparenza, sono retoriche o indispensabili come questa domanda?

    Si incrina il muro del “Segreto Pontificio”, se Dio vuole, e per la chiesa e la fede, è un Bene. Ma questa è un’altra storia…

    www.savonanews.it/it/internal.php?news_code=67582

     

  • Don Mauro contro i testimoni Secondo l’ex parroco di Laglio sarebbero state indicate circostanze non veritiere Il sacerdote ha denunciato oltre trenta persone

    Don Mauro contro i testimoni Secondo l’ex parroco di Laglio sarebbero state indicate circostanze non veritiere Il sacerdote ha denunciato oltre trenta persone

    Venerdì 20-02-2009
    Il sacerdote ha denunciato oltre trenta persone

    Tutti denunciati. Oltre una trentina di testimoni dell’accusa che, nei mesi scorsi, sono sfilati in Tribunale a Como nel processo a carico di don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio accusato e poi condannato in primo grado a 8 anni di reclusione per violenza sessuale su un ragazzo del paese, minorenne all’epoca dei fatti.

    Lo si apprende al Tribunale di Como dove, nelle ultime settimane, i fascicoli relativi a questi procedimenti sono sfilati sul tavolo della Procura. Sono stati denunciati tutti coloro che sono stati chiamati dal pm Maria Vittoria Isella a spiegare fatti e circostanze relativi al procedimento a carico del religioso. Da chi ha svolto le indagini su disposizione della Procura, come gli agenti della squadra mobile della Questura, ai genitori e agli amici più stretti della vittima.

    Don Mauro, assistito dai suoi avvocati Guido Bomparola e Massimo Martinelli, avrebbe ravvisato nel loro comportamento qualcosa di irregolare, di non veritiero. Tanto che sono partite, quasi contestualmente alle varie udienze al Tribunale, le denunce. Oltre trenta, in tutto, come detto, di cui parte già in fase di archiviazione visto che il magistrato che si è occupato della vicenda – differente dal pm di udienza – non avrebbe ravvisato alcunché di irregolare né tantomeno con rilievi di natura penale.

    L’inchiesta su don Mauro e i suoi presunti abusi di natura sessuale è partita nel 2005. Quando la vicenda era emersa aveva suscitato molto scalpore a Laglio. Il parroco ha sempre rigettato con decisione ogni accusa. Lo ha fatto davanti agli inquirenti, lo ha ribadito durante il processo che si è svolto tra il 2007 e il 2008 al Tribunale cittadino. Ma al termine di tante e combattute udienze il sacerdote è stato ritenuto colpevole e condannato: 8 anni di reclusione, in primo grado, stessa pena che il pm Isella aveva sollecitato per il religioso.

    «Una congiura contro di lui», hanno sempre tuonato i suoi due legali che hanno già depositato alla Corte di appello di Milano un voluminoso ricorso (oltre 300 pagine) per chiedere un processo bis a don Mauro. Nel frattempo, il prete è stato sospeso dalla Curia di Como da ogni incarico. Da Laglio, infatti, era finito agli arresti domiciliari nella casa dei genitori a Cantù.

    E da qui era stato trasferito dalla Diocesi a Colico, in Altolago. Ma è stato proprio il vescovo Diego Coletti, qualche settimana dopo la sentenza di primo grado, a decidere di intervenire e a mettere l’ormai 30enne religioso in una situazione di aspettativa. Fuori dalla Curia, lontano da impegni o incontri con parrocchiani, in attesa di chiarire il contenuto delle accuse mosse dal ragazzino, minorenne quando sarebbero avvenuti i fatti. A carico di don Mauro è stato avviato anche il processo canonico che ha tempi e modalità decisamente differenti rispetto a quelli della giustizia ordinaria.

    Marco Romualdi

  • «Aiutarono il prete accusato di pedofilia» Vescovi in Procura

    «Aiutarono il prete accusato di pedofilia» Vescovi in Procura

    * * * Faccia a faccia COMO – Monsignori in silenzio davanti alle domande del magistrato che li accusa di favoreggiamento nell’ inchiesta per violenza sessuale che ha portato alla condanna dell’ ex parroco di Laglio.

    Convocati ieri in Procura, il vescovo emerito di Como, Alessandro Maggiolini, il vescovo di Crema, Oscar Cantoni e l’ ex vicario generale della Curia lariana, Enrico Bedetti, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. I tre prelati sono stati convocati in tribunale dal pubblico ministero Maria Vittoria Isella, titolare dell’ inchiesta che ha portato nel maggio scorso alla condanna a 8 anni di don Mauro Stefanoni.

    Nella requisitoria conclusiva, il magistrato aveva puntato il dito contro i massimi vertici della Curia di Como, dichiarando apertamente che l’ allora vescovo monsignor Maggiolini e i suoi più stretti collaboratori avevano ostacolato le indagini, avvisando in anticipo l’ ex parroco di Laglio dell’ inchiesta in corso. Ieri pomeriggio, il magistrato ha convocato in Procura i monsignori indagati. Nessuno dei tre però ha risposto alle domande.

    Il primo ad arrivare al palazzo di giustizia del capoluogo lariano, attorno alle 15, è stato il vescovo emerito di Como monsignor Maggiolini. Seduto su una sedia a rotelle, il presule è entrato da una porta sul retro, accompagnato dagli avvocati Vittorio e Carlo Rusconi, legali di fiducia della Curia lariana. Nell’ ufficio di Maria Vittoria Isella, Maggiolini è rimasto una decina di minuti, senza rispondere ad alcuna domanda.

    Poi si è allontanato velocemente, sempre da un’ uscita secondaria, senza rilasciare dichiarazioni. »Sto bene, grazie», si è limitato a rispondere alle domande dei cronisti. Poco prima delle 16 è stata la volta del vescovo di Crema Oscar Cantoni. Accompagnato dagli stessi legali di fiducia della Curia, l’ ex braccio destro di monsignor Maggiolini è sfilato a sua volta davanti al magistrato lariano, restando però in silenzio davanti alle domande del sostituto procuratore. Il copione si è ripetuto identico un quarto d’ ora dopo, quando è stato il turno di monsignor Bedetti.

    Come gli altri prelati, si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha risposto al magistrato. Silenzio anche all’ uscita dal tribunale di Como. Né il vescovo di Crema, né l’ ex vicario generale della Curia hanno voluto dire nulla ai cronisti. Nessun commento neppure dai legali che li hanno accompagnati dal pubblico ministero. Qualche minuto più tardi, raggiunto mentre tornava a piedi verso casa per le vie del centro storico del capoluogo lariano, monsignor Bedetti si è abbandonato però a uno sfogo amaro. «Non c’ è nessun rispetto per la nostra privacy – ha detto -. L’ inchiesta è ancora in una fase preliminare e non siamo accusati di nulla, ma vediamo i nostri nomi sui giornali.

    Questa è la cosa che mi addolora più di tutto». * * * Il caso L’ inchiesta Il 21 ottobre 2004 i genitori di un ragazzo minorenne di Laglio denunciano il parroco, don Mauro Stefanoni, per presunte violenze sessuali sul figlio. Il pubblico ministero Maria Vittoria Isella apre un’ inchiesta che si conclude il 29 maggio 2008 con la condanna a 8 anni del sacerdote, che nel frattempo era stato trasferito a Colico (Lecco). Solo il mese successivo don Mauro viene sospeso dall’ attuale vescovo di Como monsignor Diego Coletti La curia Nell’ inchiesta vengono coinvolti i vertici della curia lariana, monsignor Alessandro Maggiolini, vescovo all’ epoca dei fatti e i suoi più stretti collaboratori, monsignor Enrico Bedetti e monsignor Oscar Cantoni.

    Secondo l’ accusa, i tre hanno ostacolato le indagini, convocando in curia don Mauro e avvisandolo dell’ inchiesta a suo carico prima che gli inquirenti firmassero l’ avviso di garanzia e potessero concludere gli accertamenti. Secondo l’ accusa, dopo essere stato informato dai suoi superiori, don Mauro diventò «muto» al telefono e guardingo

    Campaniello Anna

    https://web.archive.org/web/20150927215034/http://archiviostorico.corriere.it/2008/settembre/05/Aiutarono_prete_accusato_pedofilia_Vescovi_co_7_080905044.shtml

  • Il vescovo: «Telefonerò presto a don Mauro Stefanoni»

    Il vescovo: «Telefonerò presto a don Mauro Stefanoni»

    Nell’agenda del vescovo di Como, Diego Coletti – almeno in quella ufficiale – non compare ancora alcuna voce che faccia riferimento a un incontro con don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio condannato in primo grado a 8 anni per violenza sessuale su un minorenne.

    Il faccia a faccia era stato fissato per martedì della scorsa settimana, ma è stato annullato all’ultimo minuto e da allora sembra non sia stata stabilita alcuna nuova data. Ieri pomeriggio, in occasione dell’inaugurazione del Museo don Luigi Guanella, però, il vescovo è intervenuto per la prima volta sulla delicata vicenda, seppure con pochissime, misurate parole.

    «Non c’è ancora stato un incontro tra me e don Mauro – ha detto monsignor Diego Coletti – Gli devo telefonare ma non ho ancora deciso nulla».

    L’intenzione del vescovo è di mantenere il massimo riserbo possibile sull’incontro, in modo da evitare ogni anticipazione e indiscrezione sul faccia a faccia. «Gli telefonerò, ma non c’è molto altro da dire – ha tagliato corto monsignor Coletti – È un fatto assolutamente privato, non intendo certo dirlo a voi prima che a lui». Argomento chiuso, dunque, per il vescovo di Como. Il quale, prima di ieri, dell’inchiesta che coinvolge don Mauro Stefanoni aveva parlato una sola volta, il 29 maggio scorso, dopo la condanna in primo grado del sacerdote. «Prendo atto della sentenza di primo grado – aveva detto a caldo Coletti – Non si possono esprimere allo stato valutazioni di merito. In ogni caso si conferma la piena fiducia nell’operato della magistratura».

    Quella che non si è più sentita invece, dal giorno della sentenza, è la voce di don Mauro Stefanoni. Il sacerdote, tuttora ufficialmente in servizio nella parrocchia di Colico (Lecco) non era in aula alla lettura della sentenza e da quel momento si è chiuso in un silenzio assoluto nella casa dei suoi genitori, a Cantù.

    «Sento saltuariamente don Mauro – si limita a dire uno dei suoi legali, Guido Bomparola – Non sono a conoscenza delle decisioni della Curia di Como. Quello che più mi interessa in questo momento è lavorare per preparare in maniera adeguata il processo d’appello, che chiederemo immediatamente non appena saranno state depositate le motivazioni della sentenza. So che dopo la condanna il sacerdote ha ricevuto molti messaggi di solidarietà dai parrocchiani e ora attende l’incontro con il vescovo».

    Anna Campaniello