Parlare di pedofilia nella Chiesa rimane difficile e complesso. Lo è anche quando a farlo è una scrittrice e teologa che conosce all’interno quel mondo, ne condivide la dimensione spirituale e decide di affrontarlo non con pamphlet, ma attraverso la letteratura. Mariapia Veladiano lo ha sperimentato presentando in questi mesi “Dio della polvere” (Guanda editore).
Ormai è trascorso un anno dalla sua uscita: s’immaginava che sarebbe stato così complicato parlare di pedofilia, nelle parrocchie, nelle librerie, soprattutto al Sud dove non è mai stata invitata?
Lo sospettavo sì, ma speravo di no perché oggi il tema della violenza del clero sui minori è fondamentale per la credibilità della chiesa. Ci sono teologi come Massimo Faggioli e Hans Zollner convinti che la risposta della chiesa cattolica alla pedofilia dei suoi preti rappresenti un punto di svolta decisivo in questo momento. Nel mondo sono state realizzate indagini indipendenti, sono state adottate procedure di giustizia e verità nei confronti delle vittime di violenza del clero. In Italia ancora no e non è consapevolezza comune quanto tutto questo sia grave. Ma la storia della pedofilia nella chiesa è una storia di potere e abuso che deve convertirsi in storia d’amore per le vittime e lo si può fare se davvero si passa attraverso la giustizia, cioè il riconoscimento dei fatti e la condanna del colpevole.
In alcuni video denuncia il cortocircuito che si è venuto a creare: la signora che la insulta pesantemente, che dice che vuole stare tranquilla quando manda i nipoti a catechismo.
Come se non si volesse parlare di quest’argomento. Oppure il libraio che le ha detto che con romanzi così si va solo in mezzo a grane…
Non so se sia un insulto, ma la signora ha detto, in pubblico, che mi chiamo Mariapia ma di pio non ho niente e che raccontando storie così distruggo la chiesa che lei vuole pensare sicura. Ha concentrato una serie di osservazioni che poi ho incontrato spesso: meglio non sapere; bisogna preservare la chiesa; chi parla di pedofilia del clero oscura il bene che la chiesa fa. Non ci sono le vittime nei pensieri di queste persone e ci si chiede come sia possibile. Ma le vittime sono vite distrutte, famiglie che quando scoprono di non aver saputo proteggere un figlio implodono, si consumano nei sensi di colpa.
Alcuni sacerdoti hanno sostenuto di essere loro le vittime perché se cercano di essere affettuosi con un bambino vengono subito additati come possibili pedofili. Insomma tanta confusione, giusto?
Sì. Anche questo è capitato pubblicamente. È una bella capriola logica, vero? I fatti sono preti che usano violenza ai bambini e alle bambine e questa interpretazione ecclesiastica dice invece che le vittime sono i preti buoni. Un altro tipo di autocommiserazione è uscito quando un prete ha detto: ce l’hanno tutti con noi, mancava anche il fuoco amico. Sono posture vittimistiche che non vedono il dolore delle persone ferite. Vien da dire che manca proprio amore. In realtà non c’è innocenza se si fa parte di un sistema che è colpevole di silenzi, coperture e omissioni. Lo mostrano le indagini, ad esempio quella recente realizzata in Francia proprio dalla Conferenza episcopale francese, il Rapporto CIASE. Lo si può leggere online. Il problema non è che ci sono preti pedofili, purtroppo il male esiste ovunque. È che la chiesa li sposta di parrocchia in parrocchia. In Italia, al contrario di quanto accade in Francia, non c’è obbligo di denuncia del prete pedofilo da parte del vescovo. Ma la chiesa avrebbe strumenti giuridici interni per esercitare una forma di giustizia.
Perché ancora oggi la parola pedofilia associata alla Chiesa suscita reazioni così forti, fino al rifiuto stesso di parlarne?
Per il clericalismo, che Papa Francesco diceva il grande male della chiesa. Clericalismo vuol dire pensare che i preti per il fatto di essere preti sono superiori rispetto ai laici. C’è la dottrina dell’elezione, che alimenta questo pensiero e atteggiamento. E del resto, una decina di canoni del codice di diritto canonico ci definisce “sudditi”, dei Vescovi. C’è da dire che a volte i laici sono più clericali dei preti. Perché sono stati educati così. Il buon cattolico come persona moderata, accomodante, che non denuncia per il bene della chiesa.
Ha incontrato resistenze anche in ambienti in cui non si aspettava accadesse e, al contrario, qualcuno o qualcosa l’ha sorpresa per la capacità di ascolto?
Fra i primi inviti c’è stato quello con la Diocesi di Bolzano-Bressanone dove il vescovo Ivo Muser ha commissionato, unico in Italia, un’indagine scientifica sui casi di abuso e violenza dall’anno della fondazione della Diocesi. Un’indagine esemplare. Poi c’è stata Senigallia e ancora Pinerolo, con il vescovo Derio Olivero che ha voluto dialogare in prima persona. Uno splendido incontro. Resistenze? Sì. Tanti silenzi inattesi.
Dove finisce la responsabilità individuale di chi commette un abuso e dove inizia quella di un’istituzione che per anni può averlo taciuto e minimizzato?
La violenza o l’abuso sono sempre opera di una persona e questa è la responsabile. Ma le indagini mostrano che per uno che fa, dieci vedono, o sospettano e tacciono. L’istituzione è responsabile se non lo ferma una volta che i fatti vengono alla luce, se favorisce un clima che non incoraggia la denuncia. A fine 2025 il Pontificio servizio tutela dei minori – che si occupa di abusi in tutto il mondo – ha scritto nel suo rapporto che «in Italia c’è una notevole resistenza culturale nell’affrontare gli abusi». Questa è una responsabilità dell’istituzione chiesa.
Quanto pesa ancora oggi il pregiudizio quando si parla di abusi nella Chiesa e quanto rischia paradossalmente di impedire una discussione seria?
Il teologo Zollner ha scritto che è tutto molto difficile nelle culture che coltivano “il fare bella figura” come valore, potremmo dire le apparenze. E l’Italia così è.
Sostiene che ci può essere un futuro per la Chiesa se smette di insabbiare e nascondere. Se permette indagini indipendenti. Nessuna istituzione può riformarsi da sola. Ci sono stati cambiamenti al riguardo?
In Italia? A parte l’iniziativa del vescovo Muser, no. So che si alzeranno persone a dire che esiste nelle diocesi il Servizio tutela minori per l’ascolto delle vittime e la prevenzione, ma prima di tutto deve venire la giustizia per chi ha subito violenza. Il mio è un romanzo e sono andata soprattutto nelle librerie dove in questi mesi ho incontrato alle presentazioni tante vittime e altrettante mi hanno scritto usando il sito dopo aver letto il libro. Quanto dolore. Non hanno ottenuto giustizia e questo non dà pace alle loro vite. Sempre chiedo alla fine: dov’è il prete colpevole? Le risposte si ripetono: in un’altra parrocchia, in missione nel sud del mondo.
Affronta quest’argomento anche nell’ultimo libro del Post di Luca Sofri che verrà pubblicato a settembre,dedicato alla Chiesa dove lei parlerà di pedofilia. Servirà per raggiungere un pubblico più ampio e per affrontare un tema non solo in termini letterari ma saggistici e giornalistici di approfondimento?
Sì. Il libro fa parte della collana “Cose spiegate bene”. Il titolo è “La più grande organizzazione del mondo”. Il saggio sulla pedofilia è parte di un’indagine molto più ampia che mette a tema le caratteristiche di struttura, potere e servizio della chiesa cattolica.
di Andrej Werth – Deve essere stata una bella festa. Tre settimane fa, nel Duomo di Ratisbona, 21 nuovi “Familiaren” (familiari o marianisti) sono stati solennemente investiti dal Gran Maestro Frank Bayard. Nel contesto dell’Ordine Teutonico, “investire” significa accogliere formalmente i laici che sostengono l’ordine nelle sue attività, pur senza essere frati o suore. Si tratta di una rete esclusiva divisa in baliati e commende; in Alto Adige, che costituisce il baliato “An der Etsch und im Gebirge” (All’Adige e nei Monti), si contano 77 familiari, tutti uomini, sebbene l’investitura sia aperta anche alle donne. Tra i presenti a Ratisbona c’era anche Christian Stuefer, dal 2024 priore della provincia d’Austria-Italia dell’ordine, con sede a Lana. Quella tra l’Ordine Teutonico e l’Alto Adige è una storia lunga.
Fondata con il nome completo di Ordine dei Fratelli della Casa di Santa Maria in Gerusalemme, la comunità si stabilì a Bolzano nel 1202. Ancora oggi, i frati e le suore gestiscono parrocchie e case di accoglienza, sotto il motto “Aiutare, Difendere, Guarire”. Si tratta di un ordine con ingenti proprietà e rappresenta la più grande comunità religiosa maschile in Alto Adige. È tuttavia anche la comunità che registra il maggior numero di segnalazioni di abusi.
Tra il 2018 e il 2025 – con Maria Sparber che assume il ruolo di ombudsperson (difensore civico) della Diocesi di Bolzano-Bressanone (altro…)
«Parlare di “abuso” sessuale è scorretto, perché abuso significa “uso eccessivo” della sessualità e rischia di sottendere che sia lecito farne un uso non eccessivo. Quando parliamo di minori il termine corretto da utilizzare è un altro: crimine sessuale». Parte da questa riflessione linguistica la tesi Questo è il nostro segreto – Vittime, abusatori e omertà, con la quale Chiara Codardini, vicentina, ha ottenuto la Licenza in Scienze Religiose all’Issr Onisto e che successivamente è stata pubblicata nella collana Theology Press della Facoltà Teologica del Triveneto (disponibile gratuitamente online), con presentazione e prefazione di don Flavio Marchesini e Leopoldo Sandonà.
Lo studio di Chiara Codardini è preciso e approfondito. Riferimento continuo sono i documenti e le statistiche della Cei pubblicati nel corso degli anni, segno che «l’attenzione all’argomento c’è, ma non è ancora diventata patrimonio comune e con il mio lavoro vorrei dare un contributo in tal senso», spiega l’autrice.
In primo luogo, Codardini inquadra il fenomeno statisticamente, con una precisazione doverosa: «È inopportuno parlare di pedofilia nella Chiesa, perché i casi di abuso che più si verificano al suo interno riguardano ragazzi e ragazze che hanno superato la pubertà. La pedofilia è una particolare parafilia che si manifesta nella preferenza sessuale verso i prepuberi. È interessante sapere che non tutti i pedofili commettono crimini, ma quando ciò avviene hanno molte vittime e spesso non si pentono. Più diffusa è l’attrazione verso i cosiddetti “teenager”. Ci si chiede se alla base non ci sia uno sviluppo psicoaffettivo incompiuto».
Un altro dato interessante che emerge è che «gli abusi su minori compiuti da preti avvengono mediamente dopo undici anni dall’ordinazione». Un dato che, letto in combinato disposto con l’incompiutezza dello sviluppo psicoaffettivo, lascia supporre che qualcosa non funzioni nella formazione svolta all’interno dei seminari.
In ottobre la vicentina sarà tra i pochi selezionati in tutto il mondo per frequentare il corso di safeguarding all’Università Gregoriana
«La stessa Cei ha redatto numerosi documenti che parlano di formazione, affettività e sessualità, con i contributi di studiosi quali Ugolini, Cencini e Deodato. Ma non si tratta di un problema dei seminari in quanto tali. Il tema tocca anche gli ordini religiosi. Il comportamento del singolo non è mai disgiunto dalla struttura, perché ove c’è un abuso c’è sempre un contesto che permette, favorisce e nasconde l’abuso. Dentro e fuori la Chiesa».
Chiara Codardini a settembre discuterà la tesi di Baccalaureato in Teologia e in ottobre inizierà a frequentare l’Istituto di Antropologia della Gregoriana, a Roma. «Si tratta di un corso di “safeguarding” (prevenzione, ndr) a numero chiuso, con persone provenienti da tutto il mondo. Questo tema degli abusi, anzi, dei crimini sessuali, mi ha interrogato molto su cosa può fare la Chiesa. È vero che la maggior parte dei crimini avviene in ambito familiare, ma anche se i casi che si verificano nei contesti ecclesiali sono numericamente inferiori non si giustifica la scarsa considerazione. Ritengo sia necessario avviare indagini retrospettive indipendenti, come già hanno fatto altre Conferenze episcopali o la Diocesi di Bolzano-Bressanone: solo così si mettono realmente al centro le persone vittime e si capiscono gli errori commessi per prevenirli in futuro».
La tesi di Chiara Codardini si conclude con una “Benedizione del corpo profanato”. «Se avviene un omicidio in una chiesa questa deve essere riconsacrata. Anche un corpo profanato ha bisogno di cura spirituale».
È circolata a singhiozzi, emergendo dal silenzio per un giorno o due e poi tornando subito nell’ombra. È la vicenda di padre Sauro De Luca, sacerdote, gesuita e abusatore di giovani donne. Merita di essere raccontata dall’inizio.
Nel settembre di due anni fa il gesuita padre Renato Colizzi, direttore del Movimento eucaristico giovanile, importante organizzazione legata alla Compagnia di Gesù con decine di comunità formate da giovani tra gli 8 e i 23 anni attive in tutta Italia, comunicò a la Repubblica e al giornale dei vescovi Avvenire una notizia scioccante, e cioè di essere stato contattato da tre donne che gli avevano riferito degli abusi subiti, negli anni Novanta, ad opera di Padre Sauro De Luca, morto nel 2012. Costui del Meg era stato il leader indiscusso per ben tre decenni, dal 1967 al 1998.
Padre Colizzi raccontava ad Avvenire nell’ottobre del 2024 di essersi chiesto che cosa fare dinanzi a quelle denunce e infine di aver deciso, dopo una attenta riflessione e d’accordo con i vertici della Compagnia, di compiere una scelta inedita e coraggiosa: invitare tutte le militanti dell’organizzazione che avessero subito degli abusi da De Luca, o anche che solo ne fossero venute a conoscenza, a contattare la dottoressa Villani, una persona specializzata nell’ascolto di storie come queste. A costei Padre Colizzi affidò anche il compito di redigere un dettagliato rapporto sulle violenze di De Luca, precisando che “dovrebbe essere pronto tra un anno e il cui obbiettivo è far emergere, nella sua completezza anche scomoda, la verità dei fatti”.
Sempre ad Avvenire Padre Colizzi aveva dichiarato che “siamo consapevoli che la Compagnia non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato”. Il gesuita si riferiva al fatto che, solo qualche anno prima, le voci e le segnalazioni circolate sul sacerdote non erano state prese sul serio all’interno dell’organizzazione. Nel 2010, dinanzi alla denuncia circostanziata di due vittime e al termine di un’indagine previa, la Compagnia decise infatti di “confinare” padre De Luca in una comunità a Gallarate, senza tuttavia dare alcuna notizia pubblica delle denunce ricevute. L’ex leader del Meg morì due anni dopo.
Pochi mesi fa l’indagine commissionata alla dottoressa Villani si è conclusa. A sorpresa però i gesuiti non hanno dato seguito alle loro promesse e cioè non hanno autorizzato la pubblicazione del report contenente i risultati del lavoro redatto dalla professionista che avevano interpellato (una donna, come le vittime di Padre De Luca), ma hanno preferito subentrare nell’opera affidando il compito al provinciale padre Alessio Ronny (maschio e sacerdote). Ne è risultato un documento di cinque paginette scarse (tanto per dare un’idea il report della commissione indipendente che ha indagato sugli abusi clericali nella Diocesi di Bolzano ne annovera seicentodiciannove!) nel quale non compaiono riferimenti a eventuali responsabilità dei gesuiti e dove gli abusi di padre De Luca sono liquidati in poche righe, con una descrizione che più sommaria e sintetica non si potrebbe. Insomma, più una spiccia memoria difensiva che un omaggio alla verità.
L’elenco delle autogiustificazioni gesuitiche è assai nutrito all’interno della relazione. A proposito della mancata denuncia pubblica degli abusi di De Luca quando emersero per la prima volta quindici anni fa, si cita la circostanza che “l’imputato non poteva più difendersi” e che le vittime chiedevano l’anonimato. In relazione alla protezione di cui Padre De Luca avrebbe goduto si punta il dito sui “laici e le persone che frequentavano il Meg”, presso le quali alcuni “atteggiamenti inappropriati erano noti” mentre si assolvono i gesuiti superiori e collaboratori di De Luca, che hanno dichiarato di non essersi mai accorti di nulla che non andasse. Solo in un passaggio si riconosce “con immenso dolore che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni”, senza tuttavia segnalare il quando, il chi e il come di tali carenze.
Più in generale si accusa il “periodo storico e la cultura del momento che non hanno consentito di prendere le dovute misure”.
Non è difficile trovare in ciascuna di queste affermazioni qualcosa che non torna.
A proposito della mancata denuncia pubblica iniziale ricordiamo che, nel 2010, padre De Luca era ancora vivo e soprattutto non probabilmente così interessato a “difendersi”. Quando Annalisa Corrado, oggi eurodeputata Pd ma da ragazza militante del Meg, si presentò a lui in compagnia del suo terapeuta per chiedergli conto degli abusi che le aveva inflitto padre De Luca ammise le sue responsabilità. È ben possibile immaginare che lo avrebbe fatto anche in pubblico qualora fossero emerse. Seguendo fino in fondo la linea argomentativa presentata nella relazione, di questo argomento non si sarebbe dovuto parlare nemmeno oggi, stante il fatto che De Luca non è più tra noi e non può difendersi. Assecondando questo ragionamento in Francia e nel mondo non si sarebbe dovuto parlare nemmeno dei casi dell’Abbé Pierre e di Jean Vanier (entrambi defunti prima di scoprire che fossero abusatori seriali).
Non si capisce poi cosa c’entri la protezione dell’anonimato delle vittime. Quel che i gesuiti avrebbero dovuto fare è rivelare le violenze di padre De Luca, non i nomi e i cognomi di chi lo accusava. Gli abusi li aveva commessi lui, non loro.
Risulta poco convincente anche aver affermato che nessuno si fosse accorto dei comportamenti abusanti di De Luca. Sempre Annalisa Corrado ha riferito infatti che il gesuita era abituato a effondersi in atteggiamenti impropriamente “affettuosi” verso le ragazze anche in pubblico. Possibile che nessun adulto se ne sia mai accorto? Che nessun collaboratore abbia notato qualcosa che non quadrava?
Quanto, infine, al “periodo storico” e alla “cultura del momento”, a qualcuno può sembrare plausibile sostenere che negli anni Novanta del Novecento non si sapesse cosa fosse un abuso sessuale e quali danni produce nella vita di chi lo subisce? Non è questo un alibi per negare le proprie responsabilità nell’aver sostenuto attivamente all’interno della società italiana una cultura del silenzio che ha protetto i sacerdoti colpevoli di questi crimini?
Infine, nella relazione, i crimini di padre De Luca sono appena accennati in una decina di righe complessive. Leggendole, si apprendono giusto i dati di sfondo, e cioè che sfruttava “la sua posizione d’autorità e l’influenza spirituale per abusare di giovani donne, alcune minorenni”, che si fidava solo di alcune persone “preferite” escludendo tutte le altre, che reagiva in modo rabbioso e aggressivo quando gli veniva chiesto di smettere di abusare, che per commettere le violenze sfruttava i momenti della confessione e degli accompagnamenti spirituali, che gli abusi sono avvenuti in diversi luoghi del territorio nazionale, ovunque il padre svolgesse la sua attività. E nella relazione questo è tutto. Dieci righe per descrivere una sequela di abusi durata trent’anni. Dieci righe nelle quali manca del tutto non solo un’analisi approfondita delle modalità con le quali avvenivano tali abusi e delle eventuali complicità organizzative, ma dalle quali sono completamente assenti i racconti delle abusate, i loro ricordi, gli stati d’animo, le conseguenze piscologiche ed emotive di quei gesti, cioè tutto quello che immagiamo sia stato raccontato alla dottoressa Villani. Dieci righe che assomigliano al referto scarno di un incidente stradale sulle pagine di un quotidiano locale e nelle quali manca tutto quello che serve per capire la dinamica di una vicenda così grave. Tanto più che, leggendo la relazione abbiamo appreso che padre De Luca ha tenuto una sorta di diario nel quale sono stati annotati personalmente dal gesuita non meno di trenta abusi, anche su donne minorenni.
In conclusione, si ha la netta sensazione che la “scomoda realtà dei fatti” promessa da padre Colizzi due anni fa ora interessi molto di meno i gesuiti che sembrano piuttosto ansiosi di sbarazzarsi al più presto di questa “rogna”, contando sulla consueta benevola condiscendenza di molta parte della stampa e dell’opinione pubblica italiana. È legittimo chiedersi e chiedere alla Compagnia cosa sia intervenuto in questi due anni a mutare così radicalmente il suo orientamento. Perché la Compagnia non rende pubblica, come avviene a conclusione dei lavori di tutte, ma proprio tutte, le commissioni indipendenti del mondo, la relazione della dottoressa Villani e anche quella parte dei diari di De Luca in cui il gesuita descrive gli abusi che ha commesso?
Vogliamo solo conoscere la verità e la vogliamo conoscere per intero. Vogliamo che anche i gesuiti prendano sul serio la richiesta che il papa ha rivolto alle comunità cristiane nella sua prima enciclica a “impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti”.
Lo si deve innanzitutto alle ragazze di un tempo che hanno patito quelle violenze e hanno oggi diritto di sapere. Ma lo si deve anche all’opinione pubblica e alla comunità scientifica che hanno anch’esse il sacrosanto diritto di conoscere quel che di profondamente sbagliato avveniva all’interno di un’organizzazione così importante della società italiana. Per rileggerne la storia. Per capire. Perché non si ripeta.
Al Presidente del Consiglio regionale della Sardegna
On. Giampietro Comandini
Spett.le Conferenza Episcopale Sarda
Alla cortese attenzione del Presidente
S.E.R. Monsignor Antonello Mura
e.p.c.
Alla Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Regione Sardegna
Carla Pugligheddu
Gentili Signori
Mi chiamo Francesco Zanardi, ho 56 anni e sono sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete. In qualità di portavoce di una rete composta da vittime e dalle loro famiglie ( Rete L’Abuso ), intendo mettere in evidenza che il problema riguarda non solo le persone direttamente coinvolte, ma anche i nuclei familiari, quindi un numero considerevole di cittadini.
Prendo spunto dall’importante vicenda che ha recentemente coinvolto la Garante regionale dell’infanzia e dell’adolescenza, Carla Puligheddu, il Presidente del Consiglio Regionale Sardo, Piero Comandini, e la Conferenza Episcopale Sarda, rappresentata dal presidente monsignor Antonello Mura, al fine di condividere con i destinatari della lettera alcune considerazioni. Nel mese di gennaio scorso, la Garante ha formalmente invitato la CES a collaborare attivamente con la magistratura italiana per garantire la tutela delle vittime di abusi sessuali commessi da membri del Clero. Dopo quarantotto giorni, la CES ha replicato contestando l’accuratezza dei dati, ritenendoli non fondati. Tuttavia, i dati citati dalla Garante provengono dalle rilevazioni effettuate dalla mia associazione nel corso degli anni e pubblicati online il 24 ottobre 2025.
Premesso che lo scorso ottobre la stessa Commissione Pontificia per la tutela dei minori, nel suo rapporto periodico ha indicato la Conferenza Episcopale Italiana all’ultimo posto in materia di tutela dei minori, vale la pena ricordare, le cifre dichiarate dalla stessa CEI dal 2000 a oggi:
Il 25/05/2010 è il segretario della CEI monsignor Mariano Crociata a dichiarare a margine di una conferenza stampa 100 casi registrati dal 2000 al 2010.
Il 3/02/2022 la diocesi di Bolzano dichiarerà altri 100 casi registrati nella sola diocesi.
Il 28/05/2022 il presidente della CEI monsignor Matteo Zuppi dichiara pubblicamente 613 casi italiani registrati dal 2010, già in possesso del Dicastero per la dottrina della fede. Nella stessa occasione annuncerà anche in Italia la costituzione di una commissione d’inchiesta alla quale aggiungeranno anche i casi registrati dai neonati sportelli diocesani. Commissione d’inchiesta di cui, ad oggi, non si sa nulla.
Il 17/11/2022 la CEI dichiara, nel suo primo report, che gli sportelli diocesani registrano nel solo biennio 2020 – 2021 68 casi.
Il 16/11/2023, nel secondo report CEI, emergono nel solo anno 2022 altri 32 casi registrati dagli sportelli.
Il 20/01/2025 sarà nuovamente la diocesi di Bolzano a dichiarare 41 nuovi casi.
Il 28/05/2025 la Cei rivelerà nel suo terzo rapporto, altri 69 casi riferiti all’anno 2024.
Il 7/11/2025 la diocesi di Bolzano dichiarerà ulteriori 30 casi.
Il totale dei casi dichiarati, in linea con quelli riscontrati dall’Osservatorio di Rete L’Abuso, è quindi pari a 1053 a partire dall’anno 2000.
È tuttavia importante rilevare che i dati nazionali dichiarati dalla CEI risultano incompleti: sono privi di riferimenti alla localizzazione geografica dei casi, dei nominativi degli autori dei reati, dei provvedimenti adottati dalla Chiesa nei confronti degli abusatori, della loro attuale collocazione, nonché delle forme di sostegno e assistenza eventualmente fornite alle vittime. Mentre in quindici anni di attività, Rete L’ABUSO, grazie alle vittime sopravvissute, ha integrato i dati della CEI fornendo informazioni su localizzazione dei casi e provvedimenti adottati, contribuendo a colmare le lacune dei dati ufficiali.
Va quindi riconosciuto il lavoro svolto dall’Associazione dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero Rete L’ABUSO, che CEI e CEF dovrebbero ringraziare anziché offendere e denigrare.
Grazie anche al contributo diretto dei sopravvissuti che ne fanno parte, Rete L’ABUSO ha censito i casi, potendo così dimostrare che quei “numeri e dati senza nessun reale fondamento”, come definiti dalla CEI, risultano attendibili, sebbene con una lieve sottostima di poco meno di cento casi.
L’associazione, infatti, conta in data odierna, sul database pubblico messo a disposizione dei cittadini 1156 casi contro i 1053 dichiarati dalla CEI.
Un’altra riflessione importante che condividiamo con voi è la seguente: non basta realizzare sportelli diocesani per pensare di aver tutelato le vittime, queste vanno soccorse e risarcite, soprattutto alla luce della recente indagine svolta dall’Associazione La Rete proprio sugli sportelli che mette in luce gli scarsi risultati ottenuti dalle iniziative diocesane.
Come non è una garanzia avvalersi di “professionalità formate e competenti”, quando poi i preti denunciati agli sportelli o condannati dalla giustizia italiana, non vengono rimossi ma addirittura reintegrati dopo il carcere, tornando inevitabilmente a contatto con minori. Casi che registriamo anche in Sardegna.
Ho inoltre informato la Garante di due casi di abuso avvenuti in Sardegna sui quali, al momento, non è stato possibile intervenire: in un caso la vittima non si sente ancora pronta a presentare denuncia alla magistratura, mentre nell’altro il reato risulta prescritto secondo la legge italiana. Di fronte a situazioni concrete come queste, ci si chiede quale azione di tutela consiglierebbero i ‘professionisti formati e competenti’.
È evidente che la posizione presa dal Consiglio Regionale sardo, in linea con le critiche espresse dalla CES, nei confronti dei sopravvissuti sardi, delle loro famiglie e della stessa Garante, abbia gravemente ignorato la realtà dei fatti e dei numeri, impedendo alle istituzioni (civili ed ecclesiastiche) di favorire interventi adeguati di tutela.
Proseguo con una ulteriore e importante riflessione: il Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, nel suo ultimo rapporto, esprime preoccupazione per il caso Italia:
“il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:
(a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;
(b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;
(c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;
(d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;
(e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;
(f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;
(g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;
(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.”
A questo proposito segnalo che l’Italia è stata superata da paesi come Francia, Belgio, Spagna e via dicendo che, tramite la costituzione di Commissioni indipendenti atte a svolgere indagini sugli abusi clericali, hanno organizzato strutture idonee all’accoglienza delle vittime e a risarcimenti economici adeguati.
Per esempio, la Francia, che conta un numero di sacerdoti ben inferiore, circa 21.000 contro i 31.000 dell’Italia, ha rilevato che i 3000 sacerdoti pedofili censiti, abbiano prodotto ben 330.000 vittime tra i cittadini francesi.
Restando a completa disposizione del Presidente Comandini, l’Associazione La Rete rinnova la propria fiducia nella Garante Carla Puligheddu, rimasta vittima di pregiudizi e di una strumentalizzazione che ha coinvolto anche il Consiglio Regionale della Sardegna.
Con ossequio
Francesco Zanardi – Portavoce Rete L’ABUSO
Anna Ipata – Referente Coordinamento famiglie sopravvissuti
Ludovica Eugenio – Portavoce Coordinamento Italy Churc Too
La Diocesi di Bolzano valuterà l’applicazione di misure di prevenzione nei confronti del sacerdote, ancora in servizio, accusato di abusi su tre bambini (che sarebbero avvenuti anni fa).
Nel servizio l’intervista al vicario generale della Diocesi Eugen Runggaldier. Sia l’indagine del Vaticano che gli accertamenti della Procura, avvenuti tra il 2024 e il 2025, sono finiti in un nulla di fatto.
di Sylvie Debelyak – “La mia famiglia era molto religiosa”, inizia Christian. “Le visite a domicilio del sacerdote erano un grande onore per la famiglia”.
Queste visite, che per il ragazzo allora dodicenne assumevano ripetutamente una piega le cui piene implicazioni egli comprese solo anni dopo, come lui stesso descrive. Con il pretesto di una visita familiare, il prete si recò a casa loro diverse volte. Era molto rispettato nel villaggio, continua Christian. Molto popolare. E un messaggero di Dio. “Il suo desiderio era un ordine per me. Non avevo voce in capitolo”, dice. Nemmeno quando gli fu detto di “accompagnare rapidamente il prete al piano di sotto”.
Le aggressioni sono iniziate in una piccola stanza in fondo alle scale del condominio a più piani. “Si assicurava sempre che non ci fosse nessuno. E io non avevo la forza fisica per difendermi. Ero paralizzato. Quindi non ho avuto altra scelta che restare immobile e lasciare che accadesse”, ha detto Christian.
All’età di dieci anni, si trasferì con la famiglia da Bolzano in un ambiente più rurale, dove servì come chierichetto per molti anni. Il sacerdote iniziò presto a sfruttare questo stretto rapporto con lui, nel 1988 e nel 1989. Anche durante i mesi estivi trascorsi in un maso, non era al sicuro dalle avances del sacerdote: “Mi seguì e mi offrì un passaggio. Nessuno lo contestò. Ciò che era iniziato in macchina con parole gentili e lusinghe si trasformò rapidamente in ulteriori abusi. Si fermò nell’aia della fattoria poco prima di raggiungere la strada principale”, racconta Christian.
Solo dopo quasi due anni trovò finalmente il coraggio di liberarsi dagli abusi del prete: “In quel momento, provai solo profondo disgusto e repulsione. Tanto che mi strappai di dosso, scappai dalla macchina e tornai di corsa alla fattoria”.
La violenza fisica finì quel giorno. Ma non si sentiva ancora veramente libero. Tornato nel suo ambiente familiare, il prete lo punì con il rifiuto e la costante ignoranza. “Come se fossi invisibile”, dice Christian. “Questo ostracismo sociale è stata l’ennesima punizione per me”.
Inoltre, era tormentato da sensi di colpa: “Mi sentivo in colpa per aver rifiutato l’amicizia. Dopotutto, lui era il braccio destro di Dio per me. Se l’avessi alienato, avrei commesso un errore anche davanti a Dio”. Il peso fu quindi molto pesante nel tempo che seguì.
Invece di confidarsi con qualcuno – “non sarebbe stato comunque possibile” – ha cercato di reprimere l’accaduto, continua Christian: “In una situazione del genere, si è sopraffatti da un forte senso di vergogna. È un sentimento silenzioso ma molto efficace che in ultima analisi protegge solo il pedofilo, mentre la vittima soffre”.
Nel corso degli anni, si è ritirato sempre di più dalla vita sociale. “Ho messo su famiglia, ho una moglie amorevole e solidale e dei figli meravigliosi. Ma in tutti questi anni non sono mai riuscito a ritrovare me stesso”, racconta Christian. Alla fine, ha deciso di cercare un aiuto professionale. Da diversi anni segue regolarmente una terapia psicologica. “Avrei voluto che qualcuno me l’avesse consigliato molto prima. È una bella sensazione perché mi alleggerisce gradualmente il peso di decenni di sofferenza”, spiega Christian. Vuole anche incoraggiare altre persone affette da problemi simili ad aprirsi e ad accettare un aiuto professionale. “Guarire significa anche affrontare il dolore”.
Christian non ha perso la fede, sebbene la sua fiducia nell’istituzione sia stata gravemente scossa: “Sono ancora credente. Ma non ho più bisogno di intermediari”.
Inoltre, nel maggio 2024, contattò ufficialmente per la prima volta la diocesi di Bolzano-Bressanone. Rendere pubblica la notizia fu per lui una sorta di “mossa liberatoria”, ma il risultato fu deludente. Seguì un iter burocratico attraverso le autorità ecclesiastiche e statali: promemoria, e-mail, telefonate tra il Vicario Generale e la Procura. Alla fine, la diocesi stessa presentò una denuncia alla Procura. “Per loro era la via più semplice”, afferma Christian. In questo modo, non poteva sporgere denuncia personalmente e, poiché la prescrizione era comunque scaduta, la diocesi non aveva nulla da temere. Alla fine, il caso fallì per effetto della prescrizione legale. “Ma la prescrizione significa automaticamente che non è successo nulla? Significa che non si è verificata alcuna sofferenza, che non si devono assumere responsabilità, che non sono possibili ulteriori indagini?”, chiede Christian.
Parallelamente, era in corso un procedimento canonico. Nel dicembre 2025, l’autorità vaticana competente annunciò l’archiviazione “pro nunc”, sebbene il sacerdote accusato non fosse stato ascoltato durante l’inchiesta, come di consueto in qualsiasi altro tribunale. Il sacerdote accusato continua a svolgere il suo ufficio fino ad oggi, incluso il suo lavoro con bambini e giovani. Altre due persone hanno presentato dichiarazioni scritte contro il sacerdote in questione, note alla diocesi.
“Dopo due anni, non ho sperimentato né la verità – che ciò che è accaduto venga riconosciuto – né giustizia”, afferma Christian. “La diocesi predica molto, ma non dice la verità alle vittime. Alla fine, succede troppo poco. Questo è paralizzante, e non è appropriato per le persone colpite”.
Chiede pertanto con urgenza che i punti di contatto gestiti dalla Chiesa siano sostituiti da organismi indipendenti. “Il controllo esterno e la trasparenza sono fattori fondamentali per le necessarie indagini sui casi di abusi commessi dal clero”, ha concluso Christian.
Nel frattempo, il suo fascicolo si accumula tra i casi chiusi, tra i tanti che restano invisibili al Dicastero.
Per informazioni
In Italia, negli ultimi anni sono emersi numerosi casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica. Dopo un lungo periodo di limitata attenzione pubblica, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI), sotto la presidenza del Cardinale Matteo Maria Zuppi, ha pubblicato il suo primo rapporto nazionale nel 2022. Questo rapporto ha nominato 613 presunte vittime i cui casi erano stati segnalati alle autorità ecclesiastiche nel 2020 e nel 2021. Tuttavia, questi casi – come il caso dei cristiani e altre recenti segnalazioni di abusi – sono da allora in gran parte scomparsi dalla consapevolezza pubblica.
Lo studio rimane fortemente criticato perché si è trattato di un progetto di raccolta dati interno alla Chiesa, controllato dalla stessa CEI e metodologicamente molto limitato. A differenza di altri Paesi, non è stata nominata alcuna commissione nazionale d’inchiesta indipendente e i dati coprono solo un breve periodo di riferimento e le diocesi partecipanti. I casi sono gestiti canonicamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede del Vaticano; le indagini statali sono condotte separatamente. Ad oggi, non ci sono informazioni sull’effettiva esistenza di un processo canonico per alcuni casi.
Inoltre, i vescovi hanno sottolineato che non si tratta di un problema strutturale, ma piuttosto di singoli “casi isolati”. Critici e gruppi di pressione come Rete L’Abuso accusano quindi la Chiesa di dare priorità alla protezione dell’istituzione piuttosto che a un’indagine approfondita.
Un caso particolare in Italia è il rapporto sugli abusi della diocesi di Bolzano-Bressanone, pubblicato nel gennaio 2025. Redatto da uno studio legale tedesco esterno, è considerato la prima vera indagine indipendente condotta da una diocesi italiana. Nel periodo dal 1964 al 2023, sono stati identificati 67 casi probabili o confermati di abuso. Dopo la sua pubblicazione, altre vittime si sono fatte avanti, quindi i numeri continuano ad aumentare. Tuttavia, secondo Rete L’Abuso (la rete italiana anti-abuso), anche questo studio manca della necessaria implementazione. Lo stesso autore del rapporto ha parlato di “fallimento totale sistemico” in un convegno organizzato dalla diocesi nel novembre 2025.
ROMA – La Rete L’Abuso, che tutela le vittime di pedofilia, ha presentato i risultati ottenuti sugli sportelli diocesani, a seguito di “un viaggio per le diocesi italiane durato quasi due anni“. Attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade. Il dossier è stato illustrato dal portavoce Francesco Zanardi insieme a un sopravvissuto del clero di Bolzano (caso canonicamente chiuso nel 2025) e all’avvocato Mario Caligiuri.
“Quello che abbiamo rilevato è omogeneo, in 32 sportelli diocesani analizzati si riscontrano preti non sanzionati, difficoltà di accesso agli atti, molti sacerdoti che restano ancora anonimi, e soprattutto pratiche di spostamento da una diocesi all’altra” omettendo di “fare in modo che questi non tornino a contatto con minori”.
Pedofilia e sportelli diocesani: la Rete L’Abuso
In alcuni casi, spiega Zanardi, “lo abbiamo fatto anonimamente mentre in altri ci siamo presentati come Associazione, insieme al sopravvissuto, per capire quale fosse il differente approccio”. Attualmente in Italia sono presenti sportelli in 130 diocesi su 226. L’indagine ha toccato Lombardia, Toscana, Calabria, Basilicata, Lazio, Sicilia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Liguria e la diocesi di Bolzano, ritenuta tra le più avanzate nella prevenzione. “Qual era l’aspettativa della vittime? Quella del manifesto di papa Francesco: tolleranza zero, prevenzione e controllo. Ma non è così”.
Il ruolo del vescovo e le procedure
Secondo l’Associazione, quella degli sportelli appare “una estensione di una struttura blindata”. “È lo sportello che comunica i dati al vescovo e così non ci va più la vittima dal vescovo ma i dati mandati appunto attraverso lo sportello. Tuttavia è sempre il vescovo a decidere se fare o no l’indagine previa”.
Le vittime, viene spiegato, devono firmare un consenso informato che non farebbe riferimento ai due procedimenti, quello canonico e quello civile. L’operatore che raccoglie la testimonianza sarebbe spesso un volontario, e la deposizione resterebbe allo sportello senza rilascio di copia.
“Non si chiedono le circostanze dell’abuso”
“Spesso – continua Zanardi – non viene chiesto nemmeno il nome del prete presunto abusatore. Vengono fatte domande come, erano informati i genitori? Quali altre persone sono informate? Mentre non chiedono molto sul fatto in sé, sembra quasi non interessare l’argomento, si chiede quando sono accaduti questi fatti, e viene fatto notare che c’è la prescrizione, quindi che cosa accade psicologicamente alla vittima? Per la vittima che va allo sportello facendosi forte di quello che ha subìto, cambia la situazione psicologica, chi è allo sportello ha il coltello dalla parte del manico”. Zanardi insiste sul fatto che dall’indagine emerge che “non ci sono domande sulle circostanze dell’abuso”.
Supporto psicologico e contributi economici
“Tranne l’accompagnamento alla denuncia, in nessun caso abbiamo visto che sia stato proposto un supporto psicologico o un qualche intervento per la vittima”. Nei casi di richiesta di contributo per spese mediche o psicologiche, in pochi episodi sarebbe stata offerta una somma di cinquemila euro, ma con accordo di riservatezza tra le parti e “a titolo di aiuto per esempio per gli studi non per gli abusi (non come risarcimento)”. Una denuncia che riaccende il dibattito sulla gestione delle segnalazioni di abusi nelle diocesi italiane e sull’effettiva applicazione della linea della “tolleranza zero”.
La diocesi di Bolzano-Bressanone ha annunciato che riaprirà il caso di Christian . La vittima ha raccontato questa settimana, durante una conferenza stampa online organizzata dalla rete italiana “Rete l’Abuso” , le sue esperienze di abusi alla fine degli anni ’80. Il presunto autore è un sacerdote dell’Ordine Teutonico che continua a lavorare per la diocesi in Alto Adige.
“Quando il rappresentante legale del difensore civico ha denunciato il suo caso nel 2024, abbiamo contattato il sacerdote in questione e informato sia la Procura della Repubblica che il Vaticano a Roma”, spiega Eugen Runggaldier, Vicario generale della Diocesi di Bolzano-Bressanone . La Procura della Repubblica ha quindi indagato se il sacerdote rappresentasse attualmente un pericolo per bambini e giovani e ha concluso la sua indagine all’inizio dello scorso anno senza emanare misure di protezione.
Poiché gli abusi subiti dal ragazzo allora dodicenne – come nella maggior parte degli altri casi segnalati nella diocesi – risalgono a tempi così remoti, la Procura non ha approfondito ulteriormente la questione per prescrizione. Anche il Dicastero per la Dottrina della Fede in Vaticano , dopo aver esaminato il caso, ha concluso che i “presunti atti rimanevano al di sotto della soglia di punibilità” e non potevano essere “provati con la necessaria certezza”.
Nuovo approccio per trattare con preti sospettati
A differenza del caso di abusi su don Giorgio Carli, qui non esiste alcun reato accertato. Ciononostante, la protesta pubblica dello scorso autunno ha influenzato il caso attuale. È stato poi rivelato che la diocesi aveva trasferito don Carli, nonostante fosse stato accusato di abusi sessuali su minori all’inizio degli anni 2000. Sebbene il procedimento legale corrispondente sia stato interrotto per prescrizione, numerose persone hanno da allora chiesto un cambiamento nel modo in cui vengono gestite le accuse di abuso. Nel caso di don Carli, il vescovo Ivo Muser ha ceduto; non esercita più i suoi doveri sacerdotali.
Nella primavera del 2025, un rinomato studio legale di Monaco di Baviera ha documentato il caso di Don Carli nel suo rapporto indipendente sugli abusi nella diocesi di Bolzano-Bressanone tra il 1964 e il 2023. Tuttavia, nell’ottobre 2025, l’avvocato di Monaco Ulrich Wastl si è recato nuovamente a Bolzano e ha constatato che si era verificato un “fallimento sistemico totale” all’interno della Chiesa in Alto Adige. “Da allora, stiamo lavorando intensamente per definire più precisamente come trattare i sacerdoti accusati e condannati. Siamo in contatto con diverse vittime e avvocati che ci sostengono in questo sforzo. Inoltre, rivaluteremo tutte le segnalazioni ricevute, come quella di Christian”, ha affermato Runggaldier.
il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.
L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.
Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;
1- la sola vittima;
2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;
3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.
Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.
(N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)
Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;
Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo
-QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?
2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;
Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.
Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico
-Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine
Strutturazione degli sportelli diocesani
Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.
Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.
Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.
In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).
Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.
Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.
Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.
Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.
Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…
-Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.
Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.
Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.
Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.
In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.
Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.
In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.
In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.
Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.
Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.
-Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;
“La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.
Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”
A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:
La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.
Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.
-A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.
Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.
Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.
Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.
Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;
“Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”
Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.
Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.
La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.
Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.
Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?
-Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?
Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.
Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.
Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.
Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.
Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.
Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.
-Le CONCLUSIONI
In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.
Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.
In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.
In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.
Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.
-L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.
Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.
Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente– battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.
Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.
Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.
Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.
La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.
Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.
Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.
Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.
Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.
Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.
Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.
Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.
FINE del report
Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane