Hanno spiegato anche oggi le loro ragioni contro «la pedofilia clericale» davanti al Duomo di Napoli, dopo la manifestazione di ieri, esponenti della’rete l’Abuso e giovani con la maschera di Anonymous appellandosi a Papa Francesco. Uno dei quattro manifestanti, tutti col volto coperto, che ha denunciato di aver subito abusi da un prete della Diocesi partenopea nel 1989 quando aveva 13 anni, si rivolge al Papa: «Faccio un appello a Papa Francesco – dice all’Ansa – ascolti le nostre grida di sofferenza, di dolore. Vorrei incontrarlo per dirgli di quali nefandezze si sono resi protagonisti alcuni preti, in particolare quello che ha cambiato per sempre la mia vita…».
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In un crescendo di emozioni, tra lo sguardo di fedeli e turisti che raccolgono i volantini, il giovane accusa anche l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, responsabile, a suo dire, «di omissione e indifferenza» rispetto alle denunce: «Non vogliamo altre promesse, vogliamo i fatti; consegni i fascicoli sui preti pedofili alla magistratura». «È mai possibile che chi denuncia un prete pedofilo deve avere paura?» si chiede.
Il sacerdote chiamato in causa dalla rete l’Abuso sarebbe stato visto di recente in provincia di Pavia. I quattro – due ragazze e i due giovani che hanno denunciato abusi – sono stati accompagnati da Francesco Zanardi, presidente delle Rete l’Abuso, che annuncia una diffida alla Congregazione per la Dottrina della fede riguardante il cardinale Sepe. «Domani diffideremo formalmente alla Congregazione il cardinale Sepe nella speranza che il Vaticano si dissoci da questa umiliante e vergognosa vicenda». A parere di Zanardi, Sepe sarebbe responsabile di insabbiamenti, quindi non può essere lui «a rendere giustziia alle vittime, è francamente inaccettabile».
Ieri la Curia è intervenuta sulla vicenda del sacerdote napoletano accusato di aver commesso presunti abusi sessuali. Ha fatto sapere che il Santo Padre «ha deciso la riapertura del caso, incaricando la Congregazione Dottrina della Fede di procedere a tutti gli adempimenti, per cui, poco prima della Pasqua, alla Diocesi di Napoli è stato affidato il compito di effettuare l’indagine previa, che il cardinale arcivescovo ha immediatamente avviata ed è, quindi, in atto»
Il Cardinale Crescenzio Sepe è imputato nel procedimento presso la Santa Sede, procedimento che vede insabbiati da otto anni ormai i casi di don Silverio Mura e don Maurizio Palmieri. Come può essere anche colui che indaga?
Il comunicato stampa rilasciato oggi dalla Diocesi di Napoli suona davvero come l’anticipo dell’ennesima presa in giro alle vittime che, al primo giorno del sit-in di protesta davanti al Duomo di Napoli per gli insabbiamenti commessi proprio dal Cardinale napoletano, apprendono dai mezzi di informazione che il grande insabbiatore, Crescenzio Sepe, sarebbe ancora una volta colui che dovrà rendere giustizia alle vittime.
Una buffonata oltraggiosa e ridicola che offende tutti, dalle vittime alla stessa Chiesa.
Crescenzio Sepe: la cui Diocesi è attualmente imputata nel processo penale per diffamazione aggravata ai danni della vittima Diego Esposito, denunciato formalmente dalle vittime anche alla Santa Sede nel settembre 2016 per aver insabbiato il caso Mura nel 2011, nel 2014 e ancora nel 2018. Giusto un mese fa si è scoperto che il prete sotto indagine – Silverio Mura – anziché essere indagato, esercitava addirittura sotto falso nome a Montù Beccaria. Apprendere oggi che sia ancora lui, dopo queste incivili barbarie, che dovrebbe rendere giustizia alle vittime, è francamente inaccettabile.
Lunedì diffideremo formalmente alla CDF il Cardinale Crescenzio Sepe, nella speranza che il Vaticano si dissoci da questa umiliante e vergognosa vicenda e come è stato per il caso di Milano che vede coinvolto monsignor Mario Delpini, chiederemo l’affidamento dell’indagine canonica ad un tribunale extradiocesano.
E’ stato riaperto, per decisione di Papa Francesco, il caso relativo al sacerdote della Diocesi di Napoli accusato di pedofilia e l’indagine avviata dall’arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, è in atto. Lo ricorda una nota della Curia arcivescovile di Napoli, nel giorno in cui, all’esterno del Duomo di Napoli, si è svolto un sit-in di protesta patrocinato dall’associazione Rete L’Abuso per chiedere conto dell’esito dei procedimenti canonici nei confronti dei preti accusati di violenza su minori.
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“Già lo scorso anno – spiega la nota – dalla Cancelleria diocesana venne precisato che la Congregazione Dottrina della Fede, alla quale la Diocesi di Napoli aveva rimesso tutta la documentazione relativa all’istruttoria fatta in loco, ‘nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale a carico’ del sacerdote in questione”.
All’inizio di quest’anno, dopo una denuncia fatta da un’altra persona direttamente alla Santa Sede, “il Santo Padre – prosegue la nota – ha deciso la riapertura del caso, incaricando la Congregazione Dottrina della Fede di procedere a tutti gli adempimenti, per cui, poco prima della Pasqua, alla Diocesi di Napoli è stato affidato il compito di effettuare l’indagine previa, che il cardinale arcivescovo ha immediatamente avviata ed è, quindi, in atto”. Una volta completata tale indagine, conclude la nota, “verrà tutto rimesso per competenza alla stessa Congregazione Dottrina della Fede per le valutazioni e determinazioni”
(Agenzia Vista) Napoli, 07 aprile 2018
Sit-in contro abusi su minori al Duomo di Napoli, una delle vittime: “Mi hanno rovinato”, speciale
La Rete l’Abuso ha promosso un sit-in davanti al sagrato del Duomo per protestare contro gli abusi sui minori, con particolare riferimento alle indagini che vedono coinvolti alcuni parroci delle diocesi di Napoli e altre città italiane. Tra i partecipanti al sit-in il portavoce della Rete l’Abuso, Francesco Zanardi, una delle vittime, Giuseppe Scognamiglio, e il consigliere della Regione Campania per i Verdi, Francesco Borrelli. AltrimondiNews
Fonte: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev
Il sindaco di Montù Beccaria, Amedeo Quaroni, interviene con una lettera aperta, in merito alla vicenda del sacerdote accusato di pedofilia.
“Il sentimento che ho condiviso con i miei concittadini ed in particolare con i genitori di minori, dal primo momento in cui ho avuto la notizia – scrive Quaroni- che un sacerdote accusato di pedofilia era in mezzo a noi, è stato quello della preoccupazione! Come primo cittadino mi sono attivato immediatamente per trasmettere questa nostra preoccupazione agli organi ecclesiastici ed in particolare al nostro parroco Padre Simone Baggio, che mi rassicurava del fatto che il sacerdote in questione era già stato richiamato dalla sua diocesi di Napoli da dove era arrivato in prestito temporaneo e senza un incarico specifico, in seguito ad una richiesta di aiuto per mantenere il servizio alle numerose parrocchie in capo alla nostra.
L’immediato allontanamento del religioso, la mia conoscenza personale dello stesso, la sua convivenza in comunità parrocchiale a stretto contatto con il Parroco e con altri componenti della parrocchia, la totale assenza anche minima di lamentele in questo lasso di tempo da parte dei cittadini e ancor meno da parte dei genitori di Montù, ancorché la stima che tanti riponevano in lui, mi ha concesso di allentare la morsa della preoccupazione, del resto mai sopita, riponendo la fiducia nella giustizia. Premesso che sono d’accordo sul fatto che la curia di Napoli non abbia agito con la dovuta prudenza mandando in una parrocchia un sacerdote che anche se dichiarato innocente dallo Stato e dalla Chiesa era stato pur accusato di un gravissimo reato. Purtroppo certe accuse infamanti anche se infondate ti segnano per tutta la vita ….e comunque, sono sicuro che se informati per tempo, né il nostro Vescovo di Tortona, né Padre Egidio Pittiglio Superiore dei Missionari della Divina Redenzione, né Padre Simone nostro Parroco si sarebbero accollati l’onere di un rischio simile.
Non posso però condividere gli attacchi che mi sono stati rivolti, gratuiti, ingiustificati ed immeritati, che sono arrivati tramite i social , facebook e tramite gli organi di stampa.
Mi è stato rimproverato di non aver provveduto a consegnare il soggetto alle autorità competenti ma di averlo fatto…. scappare! Cari signori, Don Silverio Mura per lo Stato Italiano è un uomo libero ed innocente fino a prova contraria. Si faceva chiamare Don Saverio ? Sì è vero! Probabilmente sapendo dell’accusa infamante che si portava dietro ha preferito presentarsi ai suoi nuovi confratelli e ai parrocchiani con il nome di Don Saverio anziché Silverio diverso da quello indicato dai suoi documenti che riportano fedelmente Silverio Mura con residenza a Napoli.
In qualità di Sindaco e di cittadino anche se avessi saputo del nome Saverio-Silverio non avrei potuto denunciare nessuno solo perché si fa chiamare con un nome diverso, nel nostro stesso comune ci sono montuesi che si fanno chiamare e sono conosciuti con nomi che non corrispondono alla loro carta di identità ma non per questo sono perseguibili per legge. Tanto meno potevo consegnare all’autorità giudiziaria o trattenere un uomo che non è ricercato da nessuno se non da qualche testata giornalistica o scandalistica.
Ribadisco la mia vicinanza alla comunità montuese, anche se mi hanno fatto male frasi del tipo …”sapevano tutto” …”il Sindaco non poteva non sapere”…”il Sindaco non si interessa perché ha i figli grandi”…. “c’è omertà perché non è periodo di elezioni” …e altre perle ben più gravi, di questo genere!
Ma per questo perdono tutti, perché comprendo che nella foga del momento e della condanna generale di uno dei peggiori crimini che un uomo possa commettere, la pedofilia, si possa perdere anche il lume della ragione e lasciarsi andare a pesanti ed inopportune quanto imperdonabili accuse gratuite anche contro pubblici ufficiali ed autorità, lo capisco!
A proposito di “ omertà” io sono stato il primo a rispondere ai giornalisti su “Il Giorno” che ringrazio per la bellissima foto mai in 30 anni di “carriera politica“ mi avevano riservato una pagina intera con una mia gigantografia….carini vero? Grazie!
Il giorno dopo ho risposto a ”La Provincia Pavese” ed in entrambe i casi ho detto quello che sapevo raccomandando a tutti prudenza nel giudicare e nell’esprimersi….ma non sono stato ascoltato !
Un tornado mediatico ha messo il nostro paese nell’occhio del ciclone per volere stesso di alcuni suoi cittadini che, pur non avendo niente di concreto da denunciare, han pensato bene di fare una bella pubblicità gratuita al loro paese.
Adesso però si sta esagerando .
Ho visto che gli accusatori di Don Silverio: la presunta vittima che si presenta con nome di fantasia senza mai mostrare il suo volto e i suoi avvocati e i suoi collaboratori, accettati inopportunamente nel nostro gruppo di facebook : ….“ sei di Montù Beccaria se…” , costoro stanno mettendo in atto un attacco vero e proprio, teso a minare la tranquillità delle nostre famiglie ed il buon nome del nostro paese!
Montù Beccaria, se Don Silverio sarà giudicato colpevole delle accuse che gli vengono contestate, si augura che gli venga inflitta la peggior condanna che lo Stato Italiano possa commutare!
Ma se qualcuno pensa di strumentalizzarci e di voler utilizzare la serenità dei nostri ragazzi e delle loro famiglie per trovare facili appigli al fine di consolidare un castello accusatorio che scricchiola, prego rivolgersi altrove! La richiesta di indennizzo che chiedono lor signori alla curia di Napoli mi è stato detto essere pari a circa un milione e mezzo di euro, non siamo della partita, grazie!!
Mi avvalerò se necessario anche della tutela di un legale per difendere la nostra immagine. Diffido già da ora chiunque , che in forme diverse, persista nell’infangare il nome di Montù Beccaria, la sua storia, la sua gente, la serenità dei suoi ragazzi e delle loro famiglie .
Siamo nella settimana Santa – conclude Quaroni- credo che mai come adesso dobbiamo tutti insieme trovarci solidali intorno al nostro Parroco, una persona di un’umanità , di una sensibilità e di una bontà straordinaria! Don Simone ha bisogno di noi, del nostro conforto, della nostra solidarietà! Diamogliela!
Da parte mia, come sempre, sapete dove trovarmi, sono disponibile per qualsiasi chiarimento ed aiuto per il bene del nostro paese e dei nostri ragazzi che sono il nostro futuro e la ragione della nostra vita!
In questi giorni su vari quotidiani e on-line si legge, con varie sfumature, la “protesta” delle “mamme di Montù Beccaria”.
In seguito al servizio delle Iene, è esploso il caso di questo sacerdote che, pur essendo accusato di aver abusato di diversi minori, in provincia di Napoli, diversi anni fa, da un anno circa si trovava in provincia di Pavia, ancora a contatto con i minori e con un falso nome.
E’ disarmante pensare che tutto questo non sia “un brutto sogno”.
Ma come è possibile che sia accaduto?
Come mamma di un figlio abusato da un sacerdote, vorrei approfondire cosa significa (per un genitore che, nonostante tutto, non ha perso la Fede), avere ogni volta una ulteriore conferma che QUESTO è il modo di agire della Chiesa:
1) il prete che non viene denunciato dai familiari viene sistematicamente spostato altrove
2) nello “spostamento” non viene presa nessuna precauzione: spesso (sempre?) viene collocato ancora a contatto con i minori
3) finché la famiglia del minore abusato non denuncia alle autorità civili/penali, al prete non succede assolutamente nulla
4) se, ogni tanto, viene aperta una indagine canonica, alla vittima non viene dato nessun riscontro dell’andamento del processo canonico
5) l’attenzione per le vittime, da parte delle Diocesi è pressoché nulla
6) nonostante le raccomandazioni del Card. O’Malley (il Presidente della Pontificia Commissione Tutela dei Minori) circa il dovere morale di denunciare gli abusi alle autorità civili, non risultano casi in cui sia il Vescovo stesso che denunci un prete
7) al Vescovo che insabbia il caso non succede nulla, nonostante i proclami di Papa Francesco
Cosa significa per me tutto questo?
Rispetto alla vicenda di mio figlio non posso tornare indietro, e non serve a nessuno ragionare con il senno di poi.
Il desiderio più grande per un genitore che sta vivendo questo dramma, e lo dico con cognizione di causa perché, attraverso l’Associazione Rete L’ABUSO, sono in contatto con diversi genitori, è quello che “tutto questo non si ripeta ad altri”… è un gran bisogno di fare qualcosa perché ogni prete pedofilo venga fermato!
Quello che abbiamo vissuto sulla nostra pelle non lo auguriamo a nessuno.
Le mamme di Montù Beccaria stanno compiendo un grandissimo atto di civiltà: andare a fondo per sapere chi era a conoscenza del passato di don Silverio Mura e non ha fatto NULLA per metterlo nelle condizioni di non nuocere più.
ANCORA AD INSEGNARE CATECHISMO AI BAMBINI!!!
E se fosse successo ancora? E se fosse successo anche a Montù Beccaria? Il Papa sarebbe intervenuto “chiedendo scusa”?
Non si scherza con la vita delle persone! E ancor meno con la vita di chi è indifeso e andrebbe protetto, anziché violentato e privato degli anni più belli… esagero?
Parlate con qualche mamma di vittima, e giudicherete da soli se esagero…
Questa cosa dà scandalo. Uno scandalo inaccettabile, che non ha scusanti: ancora con i minori, pazzesco!
E proprio proprio tranquilli ai vertici della Diocesi non dovevano essere, visto che gli hanno addirittura fatto cambiare nome…
Le Parrocchie sono ancora luoghi sicuri?
A Montù Beccaria non si può dire di sì con certezza, perché a Napoli era ben chiaro che don Mura fosse un presunto pedofilo… e, nonostante ciò, il Card. Crescenzio Sepe lo ha inviato in provincia di Pavia, confidando magari nel fatto che, a tanti km di distanza, nessuno venisse a saperlo!
Che tristezza!
Da cattolica affermo che questo modo di agire della Chiesa è fondamentalmente proprio CONTRO LA CHIESA.
Che senso ha creare un clima di sfiducia, di rabbia, di paura?
Non ci si rende conto che tutto questo allontana dalla Chiesa?
“Nascondere, coprire, lavare i panni sporchi in casa”: non è efficacie per nessuno, non serve a nessuno… aggiunge solo dolore a dolore.
Sembra talmente ovvio solo a me?
Il tentativo assolutamente goffo di “salvare il salvabile” (il buon nome della Chiesa, forse?) nascondendo tutto, ottiene solo il risultato di peggiorare in credibilità!
E per Diego Esposito (una delle presunte vittime di don Silverio Mura)?
Da otto anni attende notizie del processo canonico… come si sarà sentito in questi giorni scoprendo che don Silverio si occupava ancora di bambini? Come si sarà sentito quando Papa Francesco, recentemente, ha confermato il Card. Sepe a guida della Diocesi di Napoli?
Non è difficile da immaginare, e io posso comunque confermarlo perché sento abbastanza spesso Diego: una pugnalata dietro l’altra…
Conosco Santi Sacerdoti (pochi, per la verità: la maggior parte sono piuttosto mediocri, purtroppo), sacerdoti che, come me, sono indignati per il comportamento dei vertici della chiesa nella gestione del dramma della pedofilia.
Quando si deciderà di affrontare davvero seriamente questo problema?
Sia da parte della Chiesa che dello Stato.
Possibile che per un dramma così grande il tempo della prescrizione siano solo 10 anni?
Si ha una vaga idea di quanto tempo ci vuole affinché una vittima riesca a prendere coscienza di quello che gli è successo, a dirlo a se stesso, a riuscire a dirlo a qualcuno? … forse no …
I proclami del Papa non servono più. I grandi annunci mediatici non servono più. Le “scuse” non servono più. Aggiungono solo dolore a dolore.
Da Napoli a Pavia sotto falso nome: “è uno scandalo fa catechismo”. E lui scappa
Ferruccio Sansa
“È stato il vescovo ausiliario di Napoli a chiederci di ospitare quel sacerdote. Ma non ci ha detto che era accusato di pedofilia. Ha detto solo che aveva un esaurimento nervoso. Per di più quel prete aveva un nome falso”. Don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria (Pavia), giura che non sapeva nulla. E non sapevano niente nemmeno decine di parrocchiani che hanno affidato i loro figli per il catechismo a un sacerdote accusato di abusi sessuali.
Una vicenda che fa tremare la diocesi di Napoli da cui proviene don Silverio Mura che copriva la sua vera identità con il nome di Saverio Aversano (cognome della madre).
Tutto comincia il 7 marzo quando Le Iene trasmettono un servizio sulle accuse a don Silverio. E in paese qualcuno strabuzza gli occhi: “Ma quello è don Saverio, il sacerdote ausiliario che dal 2016 è ospite in parrocchia”. Finalmente la notizia arriva ai genitori dei bambini: “Siamo rimasti di sasso. Tutti i sabati noi affidavamo i nostri figli di otto anni a quel prete. Stava da solo a insegnare catechismo nella canonica di San Michele Arcangelo”, cerca di trattenere la rabbia Simona Cremonesi che con le altre mamme ha creato un gruppo. Tutte insieme hanno cercato don Silverio: “Siamo andate in parrocchia, ma lui era sparito con la sua Punto scura. È scappato, poche ore dopo essere stato nelle nostre case a benedire. Il farmacista dice che la sera prima ha fatto incetta di medicinali”.
Chissà dov’è finito, forse in Sardegna, forse a Milano. “Gli ho detto che non poteva più stare qui. Lui mi ha risposto che era distrutto, che quelle accuse erano false. Ma qui non poteva stare”, racconta don Simone. La voce spezzata, per la disperazione e la rabbia: “Nessuno ci ha detto niente. E neanche i miei superiori sapevano. Perché la richiesta di ospitarlo veniva dal vescovo vicario di Napoli. E lui ha parlato solo di depressione, ci ha chiesto di ospitare quel prete che avrebbe potuto darmi una mano”. Addirittura la posta era indirizzata a don Saverio Aversano, il nome falso.
Fu il Fatto a svelare la storia di Diego E. (il nome è di fantasia), una guardia giurata napoletana oggi quarantenne. Nessuno smentì le sue parole. “Era il 2010 – racconta Diego – un giorno all’improvviso fui preso da un crisi di panico. E dentro di me si riaprì una voragine: rividi gli abusi che avevo subìto dall’insegnante di religione quando avevo 13 anni. E io sono solo una delle vittime, ce ne sono almeno altre dieci”. Diego, che nel frattempo si è fatto una famiglia, decise di denunciare: “Un giorno alla mia porta si presentarono delle persone. Dissero di venire per conto del cardinale Crescenzio Sepe. Mi offrirono una busta bianca, dentro c’erano 250 euro”. Ma Diego è andato avanti: “Non è solo il male che hanno fatto al mio corpo. È il dolore perché la denuncia che ho presentato non è andata avanti per la prescrizione. È l’umiliazione di essere trattato come un pezzente”.
Diego ha scritto al Papa e dalla Segreteria di Stato è arrivata una lettera firmata dall’arcivescovo Angelo Becciu: “Ella ha confidato al Santo Padre una particolare situazione… Sua Santità la ringrazia e invoca su di lei la protezione della Vergine Maria… Quanto è stato da lei comunicato è stato portato all’attenzione del dicastero competente”. Don Silverio non è mai stato processato perché i fatti – se fossero dimostrati – sono prescritti. Ma nei mesi scorsi Papa Francesco ha detto che per il Vaticano il caso è ancora aperto. “Intanto, si diceva, don Silverio era in un convento. Invece era in una parrocchia e diceva messa. Per di più sotto falso nome.
Questo getta delle ombre pesantissime sulla Curia di Napoli e mette in discussione la volontà del Vaticano di combattere la pedofilia”, commenta Francesco Zanardi che con la rete L’Abuso è stato il primo a seguire il caso. Oggi Diego aspetta ancora risposte, mentre la sua vita è devastata: “Ho avuto delle crisi nervose, mi hanno tolto il porto d’armi che per una guardia giurata è tutto. Ogni volta che andavo in Curia loro chiamavano la polizia”. Ma attende risposte anche la gente di Montù: “Il primo contatto dei nostri bambini con la Chiesa è stato un prete accusato di pedofilia. Abbiamo perso la fiducia. Ora devono dimostrarci che possiamo credere in loro”. Ed è rimasto solo anche don Simone, il parroco: “I miei fedeli sono in crisi. E li capisco. Anch’io sono in una crisi profondissima”.
«Rapporti in uno sgabuzzino» Nel 2010 dossier a Ratzinger Benedetto XVI non ha risposto
Franca Giansoldati
CITTÀDELVATICANO «Con prontezza si dovrà ammonire il reverendo». È scritto proprio così. Nei sotterranei della Congregazione per la Dottrina della Fede, dove sono ospitati i chilometrici scaffali degli archivi, giace il fascicolo sul prete di Ponticelli. Il caso è stato archiviato l’anno scorso, dopo tre anni di accertamenti, sulla base della documentazione raccolta dalla diocesi di Napoli a seguito della denuncia di abusi su un minore per fatti avvenuti agli inizi degli anni Novanta. L’iter burocratico si è concluso da parte del Vaticano con il semplice consiglio all’arcivescovo di Napoli di inoltrare una «ammonizione» all’ex parroco di Ponticelli. I referti medici, i documenti ma soprattutto la testimonianza della vittima, Diego Esposito, oggi un uomo sposato, affetto da profonda depressione, non sono bastati per avviare un ulteriore procedimento canonico e punire il prete che, nel frattempo, la curia napoletana aveva provveduto a fare sparire dalla circolazione. Ora vive ospite di una struttura religiosa top secret dove sembra celebri regolarmente la messa e amministrando i sacramenti. Un vistoso caso di insabbiamento? I dubbi affiorano inevitabilmente visto che ad indagine vaticana chiusa e archiviata nei sotterranei dell’ex Sant’Uffizio con la decisione dell’ «ammonimento» per correggere i «comportamenti impropri» del prete, una seconda vittima. G.S., ha scelto nel frattempo di uscire dal silenzio. I vent’anni carichi di vergogna e dolore li ha raccontati anche al Mattino in una intervista in cui emergono non solo gli abusi ma soprattutto un atteggiamento rapace e predatorio da parte del sacerdote verso diversi ragazzini. «Vorrei che la Chiesa capisse la necessità di punire questi sacerdoti e di renderli finalmente incapaci di fare del male ad altri bambini». La denuncia choccante di G.S. in queste 48 ore ha avuto la forza di rompere altri muri, aiutare altre presunte vittime di Ponticelli ad uscire allo scoperto. Evidentemente erano diversi gli adolescenti entrati nel radar del sacerdote e adescati. Nello studio dell’avvocato che difende Diego Esposito, Carlo Grezio, sono arrivate altre carte, documentazione di persone che dopo avere letto l’inchiesta del Mattino lo hanno contattato chiedendo l’anonimato ma mettendo nelle sue mani certificati, lettere, persino una supplica al Papa, in questo caso Papa Ratzinger visto che la denuncia fu inoltrata in Vaticano nel 2010 dalla città di Aversa. Se la giustizia canonica non funziona, se nemmeno il Papa o il Vaticano rispondono alle vittime, allora sarà la giustizia civile a farlo. «Questo è un caso che mi è appena arrivato. Sto ancora leggendo le carte». A corredo ci sono referti medici, la risposta protocollata della Congregazione della Fede che assicura di avere ricevuto il plico con la denuncia e la copia della lettera inviata nel 2010 a Papa Benedetto XVI. La vittima sta volta è un uomo di 38 anni, originario di Aversa, che dal 1992 al 1999 ha frequentato il seminario arcivescovile. All’età di 13 anni avrebbe subito gli abusi di un religioso che insegnava nella struttura. Per costringerlo ad avere rapporti lo chiudeva in una specie di sgabuzzino. I documenti riportano nel dettaglio fatti, circostanze, testimoni. C’è poco margine per la fantasia. «Il caso di Ponticelli ha scoperchiato un verminaio» scuote la testa l’avvocato che non si capacita di tanta desolazione. Su uno dei fogli, scorrendo nella lettura, individua un’altra volta il nome del vescovo Lucio Lemmo, il vicario della diocesi di Napoli, ancora una volta presente nell’iter burocratico di queste denunce anche se si tratta di un caso avvenuto altrove, ad Aversa. Naturalmente nessuno vuole sentire la parola «insabbiamento». Tuttavia alla vittima di Aversa non è mai arrivata nessuna risposta dal Papa di allora, come se la sua vicenda fosse finita in un buco nero, inghiottita e sepolta per sempre.
Quanto sta accadendo a Napoli riguardo al caso del nostro assistito Diego Esposito, malgrado il sottoscritto presiedendo una associazione di vittime sia abituato a sentirne e vederne di tutti i colori, mi ha lasciato particolarmente scosso soprattutto nel vedere quanto i vertici della chiesa napoletana diretta dal cardinale Sepe siano in totale contraddizione con quelle che sono le linee teoriche di tolleranza zero e sostegno alle vittime proposte dalla santa Sede.
In una nota stampa a firma di p. Luigi Ortaglio diramata ieri (6-2-2017) dalla Diocesi di Napoli, si legge già nel titolo e a caratteri cubitali il nome e il cognome del nostro assistito, violandone gravemente la privacy nonché le disposizioni di legge vigenti relative alla tutela dell’identità delle vittime di abusi sessuali. Un gesto che ha messo in difficoltà notevole il nostro assistito e i suoi familiari, soprattutto i figli minori.
Diego Esposito, un uomo che fino ad oggi non si è voluto sottrarre a questa battaglia di civiltà, ma che desiderava come è sempre avvenuto, che il suo vero nome non fosse reso noto. (Circostanza di cui se ne sta occupando per la parte penale l’avvocato Gianfranco Iannone (Napoli) il quale nelle prossime ore depositerà per nostro mandato formale querela).
Nel comunicato stampa della Diocesi si legge che “il sacerdote don Silverio Mura, ascoltato dal Vicario Generale già nel 2010 “fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato da Diego Esposito”.
Questa prima affermazione solleva una serie più che legittima di domande.
-Dato che il sacerdote si dichiara innocente e che quindi sarebbe stato diffamato e calunniato dalla vittima e dalla Rete L’ABUSO , che per tutti questi hanno pubblicato la sua foto e il suo nome (vedi ricerca Google), perché non ha denunciato questi gravi fatti a danno della sua onorabilità alle autorità civili ?
-La stessa cosa vale per la Diocesi di Napoli e per il Cardinale Sepe, anch’essi danneggiati dalla nostra campagna mediatica di denuncia.
-Perché nel video registrato di nascosto dalla vittima, dove don Silverio viene accusato direttamente da chi subì quelle molestie, il sacerdote non si difende negando le accuse, anzi invita la vittima a pregare con lui e a non rivolgersi ai medici?
Nel comunicato si legge ancora di un periodo sabbatico chiesto dal sacerdote, ma sfuggono i motivi e soprattutto manca la data.
Di certo sappiamo che malgrado Diego Esposito avesse denunciato don Silverio per la prima volta alla Diocesi nel 2010, questa si è limitata rimuovere il sacerdote solamente dalla parrocchia, ma malgrado le pesanti accuse gli ha comunque permesso di continuare ad insegnare religione in mezzo ad adolescenti come se nulla fosse.
Nel 2012 infatti don Silverio presta ancora servizio presso l’Istituto Alberghiero C. Russo di Cicciano, dove risulta nell’organico e dal quale fu rimosso solo dopo la pubblica denuncia della Rete L’ABUSO. Ma l’anno successivo prestò ancora servizio, questa volta presso un’altra scuola media del napoletano, l’istituto Serao di Volla.
Inoltre diversamente da quanto afferma p. Ortagli il nostro assistito si sottopose alla perizia psichiatrica il 26 aprile del 2016. Era accompagnato dal suo medico, il dott. Alfonso Rossi.
Quest’ultimo fu costretto a sottrarre il suo assistito da un successivo incontro a causa del clima intollerabile che il medico stesso definì fuori da qualunque parametro civile e pesantemente traumatico per la vittima, la quale ebbe un conseguente crollo psicologico e fu costretta all’ennesimo ricovero ospedaliero.
Lo stesso padre Ortagli che oggi nega nel comunicato della diocesi la consistenza delle accuse rivolte a don Silverio, confermò in un audio registrato dalla vittima, che il sacerdote era affidato ad una delle comunità che si occupano dei sacerdoti con problemi di questo tipo. Successivamente venne segnalato in quella di Città di Castello (PG).
Non possiamo ancora non notare che secondo quanto scrive p. Ortagli il procedimento canonico si è concluso nel 2016 – data e mese ignoti – ma la domanda è perché se il processo era stato archiviato nel 2016 nessuno lo ha mai comunicato a Diego?
E perché prima monsignor Angelo Becciu nel febbraio 2016, poi monsignor Gennaro Acampa nel gennaio 2017 dichiarano che il caso è ancora aperto?
In qualità di legale rappresentante della Rete L’ABUSO, in quanto vittima che ha subito sulla propria pelle non solo le violenze sessuali di un sacerdote, ma anche l’ostracismo del clero dopo aver denunciato mio carnefice, provo vergogna per l’ atteggiamento della diocesi di Napoli nei confronti di Diego Esposito.
Insieme alla vittima Diego Esposito esigiamo serietà e coerenza dopo quel comunicato e chiediamo di essere immediatamente querelati dalla curia di Napoli in quanto, stando alle dichiarazioni di Ortagli, mentiremmo sui fatti.
Malgrado sul caso di Diego Esposito sia maturata la prescrizione ricordiamo alla curia di Napoli che Silverio Mura, al fine di difendere la sua onorabilità ha il diritto di chiedere all’Autorità Giudiziaria la rinuncia alla prescrizione, dando il via ad una indagine e dimostrare così la sua innocenza.
Rendiamo in fine noto che l’avvocato della rete L’ABUSO, Carlo Grezio (Napoli) che si occupa della parte civile, depositerà nei prossimi giorni una richiesta danni di 1 milione di € più l’indennizzo ai familiari, per i danni subiti dal nostro assistito, Diego Esposito.
L’Ufficio Legale della Rete L’ABUSO si riserva altre eventuali azioni nei confronti della diocesi di Napoli.
«Tutti si fidavano di lui». «No, molti sapevano e ora tacciono»
Francesco Lo Dico
Le loro vite erano separate da duecento metri. Giusto cinque minuti a piedi, tra via delle Botteghelle e via Heminghway, nel cuore del rione Incis di Ponticelli. Ma allora, nella seconda metà degli anni 80, nessuno dei due poteva immaginare che tanta vicinanza li avrebbe scagliati in un abisso trent’anni dopo. Da un parte lui, padre S. il presunto carnefice. Dall’altra Diego, presunta vittima dei suoi abusi. Cinque anni di violenze, che Diego Esposito (nome di fantasia) avrebbe subito dal sacerdote tra 1’87
e il 92, quando aveva appena undici anni. E che, denunciati a partire dal 2010 alla Curia di Napoli, sono rimasti dopo sei anni ancora inascoltati. Tanto che nell’esposto scritto al Papa lo scorso novembre, l’uomo ha accusato il cardinale Sepe di aver coperto il sacerdote. Un dolore profondo, quello di Diego, che ancora ieri ha provocato in lui un nuovo sussulto. Il comunicato emesso ieri dalla diocesi di Napoli in risposta alle sue accuse, ha riportato il suo nome autentico. Circostanza che ha spinto la rete L’Abuso, che da anni assiste Esposito nella sua battaglia, a chiedere alla Curia danni per un milione di euro.
A Ponticelli, don S. lo ricordano in molti. «Era alto, snello, sempre in completo scuro», racconta Adriana, titolare della
Pasticceria La Rocca. «Mi colpivano i suoi occhiali: una vistosa montatura dorata, tutta luccicante». Alla fine degli anni 80, insegnante di religione alla scuola media Borsi 2 di Ponticelli, padre S. amava circondarsi di giovani. «Era il mio professore di religione alle medie», racconta Michele, oggi poco più che quarantenne. «Tre di noi lo hanno avuto come insegnante. Siamo otto fratelli. Ma a noi non ha mai torto un capello, mai una parola di troppo». Michele ricorda che padre S. amava intrattenere gli studenti con un gioco. «Nominavamo a turno un qualunque Paese del mondo, e lui ci diceva qual era la Capitale. Un uomo coltissimo». Ma non tutti i quarantenni come Michele, del sacerdote custodiscono un bel ricordo. «Ero un suo chierichetto», sussurra un uomo che chiameremo Davide. Poi abbassa gli occhi, si porta il pugno alla bocca, e la sua rabbia erompe improvvisa: «Quel prete invitava i ragazzi a casa sua. È tutto vero quello che scrivono, è vero quello che ha fatto. Diego lo hanno fatto passare per pazzo. Ma io lo conosco da quand’era bambino. E se ora è pazzo c’è stato qualcuno che lo ha fatto impazzire».
Anche nel piccolo bar a pochi passi dall’abitazione del prete, non sembra esserci grande sorpresa per la denuncia di abusi sessuali lanciata da Diego Esposito. «Qui lo sanno tutti che cosa è successo, ma molti fanno finta di non sapere», spiega una donna alla cassa sui 60 anni. Ma la sorella, qualche anno più grande di lei, interviene pronta. «Don S. era un amico di famiglia, quando Diego andava a casa sua a fare i compiti, i genitori si sentivano tranquilli. Erano altri tempi». In fondo erano duecento metri, da casa di Diego a quella del parroco. Padre S. ha continuato ad abitarci fino a120l5. Ma oggi, in quella casa al primo piano all’interno di un grande stabile, le finestre sono sbarrate. Sul citofono c’è ancora il suo cognome, ma non risponde nessuno. «Padre S. ci abitava con la sorella fino a poco tempo fa», spiega un vicino. «Ma ora è vuota, è stata venduta di recente». Nell’86, Don Ciro Cocozza, ponticellese doc, era il parroco di Santa Maria delle Grazie. Ma a sentire il nome di padre S., suo vice di allora, e delle gravi accuse che gli ha mosso Esposito, sembra scosso da un fremito. «È per me una grave ferita – dice mentre si prepara a dire messa a Maria Santissima della Neve ¬comprenderà che non posso aggiungere altro». Nei dintorni della piccola chiesa di Porchiano, il nome di don S.M. evoca emozioni contrastanti. «Una brava persona, aiutava tutti», ripetono in molti. Ma nelle stradine intorno a Santa Maria delle Grazie, il signor Giuseppe (nome di fantasia) si sporge dal suo cancelletto incuriosito. Ha una settantina d’anni, tra i capelli ancora un po’ di nero. Fa segno di avvicinare i con le dita, poi inizia a parlare. «Oltre a Diego, c’è stato un altro ragazzo. Don S. lo ha cresciuto come un figlio. Da grande gli ha anche trovato lavoro in ospedale. A quel giovane voleva bene. Era buono quel sacerdote, ma aveva quel difettuccio … », dice mentre si guarda intorno. Un altro presunto caso di abusi? «Quella di padre S. era una malattia .
Una volta che si scatena, guarire è impossibile», mormora d’un fiato.
La moglie affiora come un’ombra dal portoncino di casa e tira il marito per un braccio. «Don S. era una brava persona – borbotta mentre agita le braccia. Se il Signore perdona, dobbiamo perdonare pure noi». La porta si richiude dietro di loro come uno schiaffo. A Ponticelli è calato il buio.