Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Diocesi di Savona

  • Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Chiesa e pedofilia: chi ne parla?

    Maria Elisabetta Gandolfi – Un’inchiesta sulla pedofilia del clero e il Vaticano condotta dalla testata investigativa tedesca Correctiv, con la collaborazione della spagnola El País, della statunitense The Boston Globe, della portoghese Observador e della colombiana Casa Macondo è stata resa nota il 19 marzo scorso.

    Ciascuna testata è uscita con una titolazione diversa, ma in generale c’è un doppio focus tematico che accomuna i pezzi pubblicati: da un lato la modalità vaticana di gestione dei dossier relativi ai preti o ai religiosi accusati; dall’altro il caso che a suo tempo interessò Benedetto XVI, relativo a un suo prete mentre era vescovo di Monaco.

    Poi ciascuna testata ha riportato un caso nazionale su cui la propria redazione ha indagato in modo specifico. La vista dell’insieme, naturalmente, è desolante. Anche se nella sostanza non emergono particolari novità.

    Occultamento, regola numero uno

    Il primo dato che emerge è che la linea dell’occultamento dei casi era la regola più che l’eccezione anche se era chiaro il fatto che tra i chierici vi erano comportamenti «immorali» (la prima edizione dell’istruzione Crimen sollicitationis è del 1922).

    In base ai documenti che le testate sono riuscite a procurarsi esse affermano che la linea dell’occultamento emerge sin dal 1936-1938, in piena ascesa del regime nazista: il Vaticano, infatti, nelle persone del segretario di Stato Eugenio Pacelli (futuro Pio XII) e del sostituto Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), raccomandava alla Chiesa in Germania di bruciare i documenti relativi ai preti con comportamenti «immorali» perché non cadessero nelle mani sbagliate: i dossier diffamatori costruiti ad arte per perseguitare la Chiesa venivano spesso imperniati su questa accusa.

    Cosa che – viene fatto notare – successe anche nei tempi della persecuzione delle Chiese dell’Europa dell’Est durante la Guerra fredda.

    Da una gestione centralizzata alla terapeutizzazione dei casi 

    In realtà più che questi documenti, che dimostrano la difesa di una Chiesa sotto attacco, è la ricostruzione storica del contesto che convince sulla linea dell’«occultamento» dei casi di abuso, considerati allora peccati anche per la vittima – lo sappiamo – e non reati, gestiti dall’ex Sant’Uffizio (e solo per delega specifica dalla diocesi in cui i fatti erano avvenuti) fino al 1965. Ma sino ad allora si poteva dire che Roma avesse un filo diretto con le diocesi per questi casi.

    Con il Vaticano II, l’atteggiamento cambia e si passa a un più generale approccio «decentralizzato e “terapeutico”», scrive El País, e la Crimen sollicitationis cade nel dimenticatoio. Sono gli anni in cui i casi lievitano.

    In teoria è con il 2001 che le cose cambiano, anche per il diretto intervento di Joseph Ratzinger, che sotto il pontificato di Giovanni Paolo II normò la materia, in quanto prefetto dell’allora Congregazione per la dottrina della fede. Con il motu proprio papale Sacramentorum sanctitatis tutela e la lettera della Congregazione che l’accompagna (qui nell’archivio de Il Regno, in buona sostanza i casi tornarono a dover ripassare per Roma.

    Ratzinger e il caso Monaco: notizie sin dal 1986…

    Tutto bene? No, perché il fautore di questa che voleva essere una riforma – affermano le testate – era pur sempre parte del sistema che voleva modificare, tanto è vero che nel 2010 la denuncia del New York Times che papa Benedetto, quando era arcivescovo di Monaco, aveva coperto un prete pedofilo, portò da parte sua a una risposta ambigua. Il Regno ne parlò qui e qui.

    I dati nuovi che emergono oggi da questa inchiesta sarebbero due. Il primo: una revisione interna commissionata dalla diocesi di Monaco allo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) nel 2022 aveva messo in luce – ma la notizia era rimasta confinata ai soli media tedeschi – che il vicario generale che era in carica ai tempi dell’episcopato di Ratzinger disse allo WSW di essere stato «costretto a rilasciare la dichiarazione» con la quale scagionava Ratzinger, per «proteggere il pontificato». Il secondo: in realtà esisteva già una lettera firmata nel 1986 da Ratzinger, ma misteriosamente non protocollata, dove si prendeva atto che il sacerdote era un alcolista e affetto da «altri» problemi.

    Gli altri parlano di noi

    In Italia la notizia di questa uscita ha circolato molto poco e chi ne ha scritto (un breve lancio ciascuno per Dagospia, RAI news e Il fatto quotidiano) ha ripreso solo una sintesi molto generale.

    La cosa è tanto più sorprendente se si considera il fatto che El País come caso locale ne sceglie uno dall’Italia, mentre allo stesso tempo nessuna testata del Belpaese firma l’inchiesta.

    Non è un caso nuovo. Riguarda un prete delle diocesi di Savona, don Nello Giraudo. Una delle sue vittime è Francesco Zanardi, fondatore e animatore della «Rete L’Abuso», associazione di vittime che cura anche un vasto database di casi italiani (il fatto che sia più o meno preciso, qui non interessa).

    Scrive El País: «Sebbene la diocesi di Savona lo avesse segnalato a Roma nel 2003, la storia delle accuse di abusi contro questo sacerdote risaliva a molto tempo prima. Lo ammette il rapporto allegato alla lettera: “il primo grave episodio” risale al 1980 e in seguito fu allontanato. Ciononostante, “per superare la sua dolorosa solitudine” gli fu permesso di aprire una casa di accoglienza per minori e di organizzare campi estivi per giovani».

    Alla lettera firmata dal vescovo mons. D. Calcagno la Congregazione per la dottrina della fede rispose solo nel 2006. Osserva il quotidiano spagnolo: «La cosa sorprendente è che, nonostante la narrativa ufficiale di quel momento e il teorico cambiamento normativo, la soluzione proposta al sacerdote era la solita: chiedere la sospensione o affrontare un processo canonico. Ma poiché il sacerdote non voleva lasciare i paramenti, la diocesi semplicemente non ha fatto nulla. Né lo ha denunciato. Si è dedicata all’accompagnamento spirituale e psicologico del sacerdote. E il vescovo, Domenico Calcagno, è stato nominato cardinale».

    E le vittime?

    Il caso venne reso pubblico da Zanardi nel 2010. Giraudo venne denunciato per abusi commessi tra il 1986 e il 1994, che quindi erano ormai prescritti. In seguito a un’altra denuncia, ha patteggiato una pena di un anno e mezzo di carcere. Nell’archiviare il primo caso, nel 2012, la Procura scrisse che era pacifico che ben tre vescovi avessero insabbiato la vicenda. Lo riporta El País: «Risulta, è triste dirlo, che l’unica preoccupazione dei responsabili della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori».

    Nel 2010 il nuovo prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo spagnolo Luis Ladaria, «ha scritto a Savona per chiedere, quattro anni dopo l’ultima comunicazione, che fine avesse fatto il caso. E solo allora il sacerdote ha chiesto la dispensa, dopo “un periodo di riflessione sulla propria vocazione”».

    Lapidaria la conclusione di El País: «L’Italia è l’unico grande paese cattolico in cui lo scandalo non è stato ancora affrontato, nessun media ha intrapreso un’indagine approfondita».

    Maria Elisabetta Gandolfi

    Caporedattrice Attualità per “Il Regno”

    https://re-blog.it/2026/03/21/chiesa-e-pedofilia-chi-ne-parla/

  • 5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

    5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

    Nel 2005, Ratzinger divenne Benedetto XVI. Perfezionò la legislazione contro la pederastia, ma l’inerzia di decenni continuò. La priorità era ancora data alla salvaguardia dell’immagine dell’istituzione e alla copertura dei casi. Molte diocesi ancora oggi non le comunicano a Roma, senza conseguenze. Nel 2010, il Vaticano ha annunciato un passo fondamentale: quando un vescovo o un superiore religioso veniva a conoscenza di un caso, doveva segnalarlo alle autorità. In effetti, la Santa Sede ha assicurato che questa regola era già stata comunicata internamente ed era applicata dal 2003, anche se non ha chiarito perché non fosse stata resa pubblica in precedenza. In ogni caso, la disobbedienza continuò. Inoltre, la mentalità tradizionale resistette anche a Roma, come dimostrano documenti inediti di un caso in Colombia, quello di questa lettera del 2010 della Dottrina della Fede al vescovo di Pereira, Tulio Duque: Questa lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede a un vescovo colombiano è di settembre 2010,  Ma il numero del protocollo indica che il file è stato aperto nel 2004, sei anni (altro…)

  • Morto S.E. Giulio Sanguineti, vescovo di Savona che coprì per primo il pedofilo don Giraudo

    Morto S.E. Giulio Sanguineti, vescovo di Savona che coprì per primo il pedofilo don Giraudo

    Nato a Santa Giulia di Centaura, nel comune di Lavagna il 20 febbraio 1932, era stato ordinato presbitero il 29 maggio 1955 da mons. Francesco Marchesani.

    Laureato in Diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, aveva prestato servizio come Presidente del Tribunale ecclesiastico diocesano. Tra gli altri incarichi quello di Cancelliere e di Canonico della Cattedrale.

    Eletto Vescovo di Savona-Noli il 5 dicembre 1980, era stato consacrato il 6 gennaio 1981 in San Pietro da Giovanni Paolo II.

    Fu il primo di quattro vescovi a gestire nella diocesi di Savona – Noli, il caso di don Nello Giraudo, ordinato proprio in concomitanza con la sua nomina a vescovo.

    Proprio quell’anno, il sacerdote che aveva appena preso i voti esternò le sue tendenze pedofile ai danni di un ragazzino, Massimiliano.

    Sanguineti, raggiunto dai genitori del ragazzo che minacciavano querela alla polizia, si limitò a spostarlo quindici chilometri più in la, a Spotorno dove oggi documentiamo decine di vittime.

    Ripreso da “LE IENE” proprio sul caso savonese che coprì per primo, non si risparmiò di attaccare le stesse vittime sopravvissute.

    QUI I DUE SERVIZI de LE IENE

  • Abusi sessuali del clero, in Liguria 69 casi in 25 anni: in 5 condannati in via definitiva

    Abusi sessuali del clero, in Liguria 69 casi in 25 anni: in 5 condannati in via definitiva

    Negli ultimi 25 anni i casi di abusi sessuali per mano del clero in Liguria sono stati 69, di questi 24 nella provincia di Imperia; 20 in quella di Savona; 15 nell’area metropolitana di Genova; 10 in quella di La Spezia. E’ questo il risultato dell’analisi effettuata dall’Osservatorio permanente della Rete “L’Abuso” da inizio secolo.

    I numeri in Liguria

    Nel report si legge che in Liguria “le vittime sopravvissute, prevalentemente minorenni, sono un totale di 209 di cui 25 donne e 184 uomini. Di queste 9 sono adulti vulnerabili e 200 sono minorenni”. L’analisi approfondisce anche chi sono gli autori di abusi: in 59 casi si è trattato di sacerdoti, in otto casi di laici e in due di scout.

    L’analisi portata avanti dall’associazione fa emergere che su 69 casi rilevati, 50 sono sirsultati sommersi alla giustizia, in tre casi invece ci sono delle denunce ancora in corso, sono due inve e le persone indagate al momento dall’autorità giudiziaria italiana; si registra poi una condanna in primo grado mentre sono cinque, tra sacerdoti e laici, condannati in via definitiva. Il repor riporta anche tre casi di sopravvenuta prescrizione e una condannato in sede civile. Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano: in sei casi risultano avviati, in cinque invece non è stato preso alcun provvedimento mentre per i restanti 58 casi non si hanno dati spiega la Rete “L’Abuso”.

    I condannati in via definitiva

    Sono cinque i condannati in via definitiva per abusi. Si tratta del laico Domenico Soldano di Genova condannato a un anno e nove mesi. Soldano aveva convinta la sua vittima offrendole delle caramelle, la vittima si era poi confidata con i genitori. La vicenda è sempre rimasta segreta e il religioso era finito ai domiciliari. Da tempo Soldano ha lasciato Genova.

    Altro condannato in via definitiva è Giorgio Barbacini, sacerdote della diocesi di Savona-Noli condannato a 3 anni e 5 mezzi per aver compiuto atti sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario con l’aggravante di averne avuto la custodia e la tutela. Latitante fino al 2015. Poi è stato arrestato. La diocesi lo ha spretato.

    A Pietra Ligure il sacerdote Italo Casiraghi è stato condannato in via definitiva. Arrestato a Gondola, nel Canton Ticino in flagranza di reato, con l’accusa di atti sessuali e molestie sui fanciulli, in particolare su una ragazzina di 14 anni.Condannato a 6 mesi con sospensione condizionale della pena.Segnalato in attività sacerdotale in provincia di Varese, a Sesto Calende dopo la condanna. Casirachi è stato spostato dalla diocesi di Albenga-Imperia.

    E’ stato condannato in via definitiva anche il sacerrdote di Albenga Luciano Massaferro. Per lui 7 anni e 8 mesi di carcere per abusi su una bimba. La diocesi di Albenga-Imperia non ha adottato misure nei suoi confronti.

    L’ultimo dei condannati in via definitiva in questi ultimi 25 anni in Liguria è il sacerdote Riccardo Seppia della diocesi di Genova. E’ stato condannato a 4 anni, dieci mesi e venti giorni per tentativo di violenza sessuale su bambini di sesso maschile, tentata induzione alla prostituzione minorile, offerte plurime di droga e cessione di cocaina di modica quantità.

    Ecco chi ha patteggiato

    Poi ci sono anche i casi di chi ha patteggiato. Si tratta del sacerdote di Sanremo Alessandro Ghersi della diocesi di Ventimiglia-Sanremo. Don Ghersi “veniva condannato in tribunale per aver inviato e-mail a luci rosse a una ragazzina di diciott’anni”.

    Il sacerdote Nello Giraudo ha patteggiato per abusi sessuali su numerosi bambini di sesso maschile al di sotto dei 14 anni. Ha ammesso la colpa e patteggiato una condanna pari a un e sei mesi di carcere. La diocesi di Savona-Noli lo ha spretato.

    La situazione a livello nazionale

    Sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. Sono i dati che emergono dal nuovo Rapporto nazionale 2025 di Rete L’Abuso – associazione promossa dai sopravvissuti ad abusi -, che segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57 per cento dei 31.000 sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento.

    Sui circa 31 mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi. La Rete L’Abuso rileva una grave carenza di strumenti di prevenzione e di tutela dei minori nel Paese ed evidenzia che la Chiesa Cattolica è da tempo al corrente del problema, “endemico e noto al Vaticano almeno dal 1962”, quando fu regolamentato segretamente con la direttiva ‘Crimen sollicitationis’. In ogni caso, prosegue l’associazione, “ciò non toglie nulla alla gravità della situazione”, e mostra quanto sia urgente “un intervento deciso del Garante nazionale e dei Garanti regionali” per coinvolgere cittadini e politica in un’azione di responsabilità collettiva.

    Sempre secondo il Rapporto, è la Lombardia la regione con il maggior numero di casi censiti dalla Rete L’Abuso: 174 sacerdoti e laici coinvolti e 562 vittime, in gran parte minori. Seguono Veneto (88 casi e 572 vittime), Toscana (81 e 292) e Sicilia (103 e 270). Il Molise e la Valle d’Aosta risultano invece le regioni meno colpite, rispettivamente con 16 e quattro casi.

    Più del 75 per cento dei sacerdoti coinvolti in abusi sessuali non è mai stato denunciato alla magistratura italiana. Secondo la Rete L’Abuso, il “sommerso” ammonta a 839 casi su 1.106 sacerdoti segnalati. Molti episodi, si legge nel rapporto non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o perché affidati a procedimenti interni della Chiesa.

    https://www.primocanale.it/cronaca/59532-abusi-sessuali-clero-minori-liguria-2025-report.html

  • Abusi su minori in cambio di regali, un prete arrestato a Genova

    Abusi su minori in cambio di regali, un prete arrestato a Genova

    Regali che arrivavano dopo gli abusi sessuali. Con questa accusa un prete è stato arrestato dai carabinieri di Genova. Dalle indagini, coordinate dal pm Federico Panichi, sarebbe emerso che la vittima era un ragazzino che faceva il chierichetto.

    Il sacerdote, come anticipato dal Secolo XIX, avrebbe anche tentato di baciare due giovani, dopo avere regalato loro una sigaretta elettronica.

    Agli arresti domiciliari in una comunità del levante genovese è finito padre Andrea Melis, sessant’anni, originario di Cagliari ma da anni trapiantato in Liguria. La Curia lo ha sospeso dopo che nei giorni scorsi era stato perquisito l’alloggio dove viveva.

    Appartenente all’Ordine dei Padri Scolopi, era direttore della Scuola elementare e della Fondazione Assarotti nel capoluogo ligure, in salita San Bartolomeo degli Armeni; ed era presidente di Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie) oltre che parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure in provincia di Savona.

    Le accuse sono di violenza sessuale su minorenne, prostituzione minorile e tentata violenza aggravata. La misura cautelare è scattata solo per il primo reato, gli abusi reiterati ai danni di un dodicenne. Sulle altre due accuse a carico del religioso, il gip ha in sostanza rimandato la valutazione a ulteriori sviluppi investigativi. Melis è difeso dagli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino. Nella sua abitazione gli investigatori hanno sequestrato farmaci per la stimolazione sessuale ma anche capi di abbigliamento griffati e una fornitura di sigarette elettroniche.

    L’Arcidiocesi di Genova: ‘Vicinanza alle vittime di padre Melis’ 

    Monsignor Silvio Grilli, coordinatore Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Genova, interviene sul caso del prete arrestato con l’accusa di abusi su minori. “In merito a quanto riportato su mass media circa l’arresto di Padre Andrea Melis, dei Padri Scolopi, accusato di abusi su minori, si esprime il dolore per i fatti denunciati e la vicinanza a chi ne è stato vittima e ai loro familiari”.

    “Quando a suo tempo si è avuto notizia dei fatti poi denunciati, l’Arcidiocesi di Genova, la Diocesi di Savona e l’Ordine Religioso hanno prontamente avviato la procedura canonica prevista in questi casi, informando il competente Dicastero Vaticano. Nei confronti del religioso sono stati presi da tempo i provvedimenti previsti dalla legge canonica e si è collaborato con le forze dell’ordine”.

    https://www.ansa.it/liguria/notizie/2024/08/03/abusi-su-minori-in-cambio-di-regali-prete-arrestato-a-genova_09d034eb-b4fd-42d9-82c6-fe85f2caf9c4.html

  • SAVONA; i due Papi pedofili; la Rete L’ABUSO e una panchina viola.

    SAVONA; i due Papi pedofili; la Rete L’ABUSO e una panchina viola.

    La storia di Savona, piccola città ligure del nord Italia, dalla seconda metà del 1400 al centro tuttavia di curiosi casi, alcuni riconducibili ancora oggi alle crociate tra cui la leggenda di don Bertolotti. Una serie di coincidenze, compreso il fatto che nasca proprio a Savona nel 2010 – oltre alla Rete L’ABUSO – il primo focolaio italiano di sopravvissuti che riuscirà a dare a tante vittime in tutta Italia, il coraggio di uscire allo scoperto.

    Una serie di situazioni che negli anni ha portato tanti cattolici a pensare che in qualche modo l’associazione, fosse la mano della volontà divina contro il dramma della pedofilia nella chiesa. Questo per una serie fortuita di fattori indubbiamente rilevanti, che hanno popolato la storia di questa piccola città.

    Ma partiamo dalla fine… la panchina viola contro gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili impiantata a Savona il 24 febbraio 2024 in piazza Giulio II.

    Come dissi allora “ Una panchina colorata di viola non salva i bambini e non cura chi è stato abusato…è la società che deve farlo”.

    Questa è tuttavia in Italia la prima panchina contro l’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili. Ne abbiamo cercate invano altre per aggregarci dando per palesemente scontato ci fosse già un’iniziativa.

    Invece nulla! Inverosimile che nessuno ci abbia mai pensato, ma i fatti sono questi, per ciò l’iniziativa ha avuto ancora più valore.

    Il fatto che si sia voluta impiantare proprio nella piazza che porta il nome di Papa Giulio II, non è affatto una casualità invece, ed è da qui che parte la nostra storia e la visione mistica ti tanti cattolici che negli anni la Rete ha soccorso e aiutato.

    “ Tutta la storia della Chiesa è attraversata da episodi di abusi e violenze sui bambini di cui si sono resi protagonisti anche numerosi pontefici. Dal 366, con Damaso I, fino al 1550, con Giulio III, se ne contano diciassette .”

    Due di questi sono savonesi oltre che parenti. Parliamo di “ Sisto IV, papa dal 1471 al 1484, noto alle cronache dell’epoca per la sua relazione con un dodicenne. “

    “ Scrive di Sisto IV il cronista suo contemporaneo Stefano Infessura: «Costui, come è tramandato dal popolo, ei fatti dimostrarono, fu amante dei ragazzi e sodomita, infatti cosa ha fatto per i ragazzi che lo servivano in camera lo insegna l’esperienza; a loro non solo donò un reddito di molte migliaia di ducati, ma osò addirittura elargire il cardinalato e importanti vescovati. Infatti fu forse per altro motivo, come dicono certi, che abbia prediletto il conte Girolamo, e Pietro, suo fratello e poi cardinale di san Sisto, se non per via della sodomia? E che dire del figlio del barbiere? Costui, fanciullo di nemmeno dodici anni, stava di continuo con lui, e lo dotò di tali e tante ricchezze, buone rendite e, come dicono, di un importante vescovato; costui, si dice, voleva elevarlo al cardinalato, contro ogni giustizia, anche se era bambino, ma Dio vanificò il suo desiderio».”

    Sisto IV era lo zio di Giulio II che diventerà papa nel 1503 e soprannominato “ il papa guerriero ”.

    Di Giulio II, “nel 1511, si documenta la storia con il piccolo Gonzaga di dieci anni”.

    Siamo nel 1550 e una pasquinata di allora recita:

    Ama Del Monte con uguale ardore

    la scimmia e il servitore.

    Egli al vago femmineo garzoncello

    ha mandato il cappello: [nda l’ha nominato cardinale]

    perché la scimmia, a trattamento uguale,

    non fa pur cardinale?»

    *Testo tratto da “ Chiesa e pedofilia ” di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010, pp. 19-21)

    Certamente ora apparirà più chiaro il motivo e l’importanza simbolica di una panchina contro l’abuso, promossa per la prima volta in Italia dall’unica associazione che si occupa nello specifico di vittime del clero. Per questo si è scelta come primo impianto italiano piazza Giulio II. Quella dedicata allo zio Sisto IV è priva di panchine e perciò esclusa.

    Ma un altro papa toccherà la storia di Savona. In questo caso non si ha di lui notizia su eventuali tendenze pedofile. Tema che tuttavia riprenderemo immediatamente dopo in quanto la chiesa cattolica come vedremo, nel savonese lascia una storia sanguinosa e decine di vittime fino ai giorni nostri.

    Parliamo di Pio VII , prigioniero di Napoleone Bonaparte dal 1809 al 1812 proprio a Savona, per l’esattezza prima in via Pia, dove però la possibilità di scarso controllo da parte dei soldati, ben presto richiese un luogo più adeguato. La sua cella divenne la Diocesi di Savona dove ancora oggi, visitando le lussuose stanze dove era prigioniero , si conservano nelle scale interne della servitù gli spioncini, attraverso i quali era sorvegliato a vista.

    Come si può ammirare ancora oggi invece nel salone dell’ingresso di Villa Cambiaso, l’anomala installazione di una fontana attribuita al Bernini , il quale notoriamente fece quasi unicamente sculture per i papi e il clero. Anomalia che si spiega e direttamente collegata alla prigionia savonese di Pio VII il quale, una volta rinchiuso in diocesi e controllato a vista, trovò la difficoltà di poter fare arrivare in Vaticano i pizzini con i quali trasmettere gli ordini e così, con la complicità della Famiglia genovese Cambiaso, fece costruire dentro la villa una cappella, dove poter celebrare la messa e nel tragitto, trasmettere a chi di fiducia gli ordini da mandare a Roma.

    Il potere ecclesiastico è più volte passato da Savona e in Liguria non solo con Sisto IV, Giulio II e Pio VII, ma da tantissimi odierni potenti del Vaticano come il card. Bagnasco; il card. Calcagno e tanti altri.

    La storia recente ci racconta anche di un presunto tesoro templare nascosto sopra a Savona, dentro delle grotte, nell’entroterra.

    E qui appare la storia di un altro sacerdote savonese, mons. Giuseppe Giovanni Bertolotti . Figlio di contadini che improvvisamente viene in possesso di enormi ricchezze . Se pur la storia in sé è molto vaga sul come ne entrò in possesso e su di chi fossero, parallelamente, in Francia accade la stessa cosa ad un altro prete…

    Ma torniamo alla pedofilia e al caso di Varazze, luglio 1907 che ci racconta Gian Pietro Lucini nel libro “Messe nere sulla riviera” .

    “Mentre sui quotidiani italiani divampa lo scandalo degli abusi sulle piccole ospiti dell’Asilo della Consolata di Milano, di cui furono accusati due sacerdoti, il Collegio dei Salesiani della cittadina ligure è investito dalle clamorose rivelazioni del diario di Alessandro Besson, uno studente quattordicenne che descrive messe nere e riti orgiastici tra monache, preti e giovani convittori.

    In due giorni il caso Besson dalle gazzette locali passa ai quotidiani nazionali e fa scoppiare in tutto il Regno d’Italia manifestazioni di piazza, disordini, violenti scontri che a La Spezia provocano l’incendio di alcune chiese, un morto e un gran numero di arresti .

    E crisi fra il governo Giolitti e la Santa Sede, la Massoneria viene accusata di aver architettato lo scandalo. Il fronte democratico dei blocchi popolari cavalca lo sdegno collettivo per affermare la necessità di una scuola pubblica e laica, mentre quello cattolico si compatta.”

    Di certo un passato non tranquillo quello savonese che al di là dell’unicità mondiale di aver avuto due papi, poco edificante (soprattutto oggi) che questi fossero entrambi pedofili.

    Una “tradizione” che da allora come vedremo, non ha mai abbandonato la provincia ed il suo seminario, che racconta tra gli anni 70 – 90 moltissime vicende, tra fughe di seminaristi abusati e suicidi. Uno si recò fino in Vaticano, voleva parlare al papa che però non lo ricevette. Fu trovato suicida la mattina seguente in un ostello nei pressi del Vaticano.

    Ed arriviamo ai giorni nostri e all’anno 2010. Un anno importante per l’Europa che come accaduto dieci anni prima, in particolare negli USA, scopriva anche qui la pedofilia nel clero e il devastante numero di vittime ad esso connesse.

    A differenza degli altri stati l’Italia si tirò puntualmente indietro da subito, attraverso il Governo e la stessa Presidenza della Repubblica definendo « Inqualificabile campagna diffamatoria contro il Papa e la Chiesa », i diritti reclamati da tutti quei cittadini rimasti vittime.

    Savona però diventerà un’altra volta l’epicentro, ma questa volta simbolo di una battaglia di civiltà, che come nel racconto del 1907 di Besson, in poco tempo darà a decine, poi a centinaia e ancora a migliaia di sopravvissuti, la forza di uscire dalla vergogna, reagire e rivendicare giustizia.

    Nascerà da subito quasi quella che oggi è la Rete L’ABUSO, purtroppo dopo quindici anni ancora l’unica realtà italiana.

    Marco Preve racconterà su Repubblica, in un’inchiesta di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli dal titolo “IL DIAVOLO A SAVONA”, la vicenda savonese , ancora una volta condita non solo di abusi sui minori e sutterfugi per coprire i preti pedofili, ma di intrallazzi tra chiesa e potere che ancora oggi, nello scandalo Toti riemergono come scheletri nell’armadio.

    Savona, una città che non ha mai voluto fare i conti con il suo passato, lasciando chi fu vittima tutt’oggi solo. Diverse le proposte fatte negli anni dalla Rete L’ABUSO in materia di prevenzione. Tutte inascoltate e per le quali le varie amministrazioni non hanno mai voluto sentire , neppure in campagna elettorale.

    Ancora oggi grossi problemi con la giunta comunale, per due anni ostile all’iniziativa della panchina viola contro l’abuso di minori e persone vulnerabili, ottenendo poi a colpi di diffide i permessi necessari. Alla sua inaugurazione tranne il consigliere Aureliano Pastorelli, ne Sindaco, ne nessuna Istituzione savonese invitata ha voluto partecipare, neppure con un delegato.

    Savona, città candidata nel 2027 a Capitale della cultura , e certo la cosa fa persino sorridere per l’ingenuità, ma è lecito a tutti partecipare.

  • Sacerdote accusato di pedofilia

    Sacerdote accusato di pedofilia

    Un altro caso di pedofilia sta scuotendo gli ambienti ecclesiastici. Dopo la vicenda del prete alassino Luciano Massaferro, la Procura di Savona torna a indagare su un’altra storia di abusi commessi da un sacerdote. L’uomo, secondo quanto trapelato, sarebbe accusato di violenze sessuali, descritte come veri e propri «stupri», che risalirebbero a circa vent’anni fa, su minorenni (all’epoca). Le vittime, che hanno trovato il coraggio di raccontare quello che avrebbero subito solo nei mesi scorsi, all’epoca dei fatti erano minorenni. Adesso hanno tra i 30 e i 40 anni. Destinatario delle accuse un prete della diocesi di Savona, cinquantenne, di recente messo a riposo su sua richiesta. Ufficialmente per una pausa spirituale a fronte di una vocazione che si sarebbe incrinata nel tempo.

    Su di lui la Procura della Repubblica ha aperto nei mesi scorsi un’inchiesta affidata agli uomini della squadra mobile della Questura che hanno già raccolto la testimonianza di un gruppo di ragazzi che sarebbero stati molestati. Minorenni che erano abituati a frequentare le sue case.

    Il racconto dei molestati, a cui è stato chiesto il massimo riserbo su quanto messo a verbale come «persone informate sui fatti», è ora al vaglio della Procura che si sta impegnando nel verificare quanto riferito. Perchè i presunti episodi di violenza sarebbero stati riferiti a così tanto tempo di distanza? È l’interrogativo su cui si stanno muovendo gli inquirenti che non escludono ulteriori episodi, abusi continuati nel tempo. Al centro dell’inchiesta anche l’attendibilità di alcuni dei presunti testimoni dell’epoca, ora adulti in alcuni casi al centro delle cronache locali per svariati motivi.

    Alcuni di loro avrebbero anche registrato conversazioni con lo stesso prete in cui vengono citati gli abusi. Confidenze raccolte di recente da parte di chi è rimasto in contatto con lui. Nella serata di ieri il vescovo della diocesi di Savona-Noli, monsignor Vittorio Lupi, in merito all’inchiesta ha chiarito come «il prete in questione che conosco, su sua richiesta si sia preso un anno sabbatico, di pausa. Adesso non esercita le sue funzioni religiose».

    Sulle indagini la curia, per il momento, non ha espresso alcun commento.

  • E’ nei seminari che la chiesa deve fare i conti con il suo lato oscuro

    E’ nei seminari che la chiesa deve fare i conti con il suo lato oscuro

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Un ragazzino di tredici anni scappa dalla finestra del Seminario vescovile di Savona, dove era entrato tre anni prima pieno di entusiasmo all’idea di diventare sacerdote.

    Siamo nel 1968, il grande istituto dove studiano i candidati al presbiterato accoglie ragazzi che vanno dalla prima media alla specializzazione in filosofia e teologia; il rettore è don Andrea Giusto, un prete gioviale e apprezzato dagli studenti. Eppure, qualcosa non va.

    Tornato a casa, Alessandro Nicolick – questo il nome del bambino – è taciturno e nervoso ma non vuole dare spiegazioni. Una volta adolescente comincia a far uso di eroina, diventa tossicodipendente e finisce in carcere, dove si ammala di Aids. «In ospedale, poco prima di morire, mi ha raccontato di essere stato abusato quando era in Seminario da un prefetto di camera, un seminarista più anziano che assisteva i piccoli, Pietro Pinetto», denuncia il fratello Roberto.

    Don Pinetto, morto l’anno scorso di Covid, nel 1972 era stato nominato vice rettore del Seminario vescovile e nel 1981 ne era diventato anche direttore spirituale. Nel 2013, quando era parroco della chiesa di San Michele a Celle Ligure (Savona), viene però denunciato da un ex altro seminarista, che dichiara di essere stato abusato da lui negli anni ’70, ma il procedimento è archiviato perché il fatto è ormai prescritto. Il sacerdote, però, querela per diffamazione e calunnia la presunta vittima, due giornalisti locali e Francesco  Zanardi, presidente della Rete l’Abuso.

    A quel punto, il colpo di scena: viene riaperta l’indagine e spuntano altre testimonianze, «comprese le segnalazioni fatte all’allora vescovo di Savona Franco Sibilla, che non intervenne, e che aprono il vaso di Pandora degli abusi sui minori nella chiesa savonese, più preoccupata di proteggere i responsabili che di evitare nuove vittime», commenta oggi Zanardi.

    La gip Fiorenza Giorgi, infatti, nelle motivazioni del decreto di archiviazione del procedimento per calunnia a don Pinetto pubblicate dal Secolo XIX, evidenzia che le indagini hanno fatto emergere elementi di prova che «confermano gli abusi» nel Seminario e rileva che «la curia si è preoccupata di salvare le apparenze invece di pensare a quei ragazzi che, tra l’altro, rappresentavano il futuro della chiesa stessa».

    Zanardi è il primo che, a partire dal 2010, porta all’attenzione della magistratura i tanti casi di pedofilia che affliggono la diocesi di Savona, a partire da quello di don Nello Giraudo, che lo riguarda in prima persona. Don Giraudo, oggi ridotto allo stato laicale, nel 2012 è stato condannato a un anno e sei mesi di carcere per violenza su minore; molte altre denunce, compresa quella di Zanardi, sono invece cadute in prescrizione.

    Anche un insegnante del Seminario, don Giorgio Barbacini, si rivela un pedofilo: sempre nel 2010 viene infatti condannato in via definitiva a tre anni e sei mesi per violenza aggravata e continuata su un minorenne extracomunitario affidato alla sua custodia – latitante in Svizzera e in Marocco, sarà arrestato cinque anni dopo durante una visita a casa.

    Intanto, Roberto Nicolick non si dà pace. Per arrivare alla verità, chiede alla Procura il sequestro della documentazione scolastica e psicologica redatta dagli insegnanti del Seminario su suo fratello, scrive lettere al vescovo Vittorio Lupi (a capo della diocesi dal 2007 al 2016), lo aspetta addirittura una domenica all’uscita della messa insieme a Zanardi: tutto senza successo. Per tenerlo buono, nel 2013 la diocesi pensa bene di mandargli a casa il vicario generale, don Antonio Ferri, che in sua assenza fa firmare alla madre novantenne una dichiarazione in cui attesta l’estraneità della curia nella triste vicenda del figlio Alessandro. «Un foglio senza valore legale ma che toglieva credibilità alla mia ricerca di giustizia», commenta Nicolick.

    Non è finita qui. Don Pinetto, sempre difeso pubblicamente dalla curia, aveva ricevuto in realtà un’ammonizione dal vescovo, come attesta una lettera del 1° luglio 2016 indirizzata all’autorità giudiziaria e firmata proprio da monsignor Lupi, pubblicata dalla Rete l’Abuso, in cui si dà conto di un decreto emesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 29 maggio 2015, segno che un’indagine canonica sul conto dell’ex vice rettore c’era in realtà stata. Nonostante l’ammonizione, Lupi colloca don Pinetto nella parrocchia di San Francesco da Paola, con un oratorio frequentato da oltre duecento bambini. «Allarmati dalle voci sul suo conto, le madri si rivolgono al parroco, che cerca di tranquillizzarle citando proprio il documento estorto tre anni prima alla signora Nicolick», racconta Zanardi. A quel punto, Roberto decide di presentare una denuncia per presunta circonvenzione di incapace contro il vicario, che però non avrà seguito.

    Un clima aspro, come si vede, in cui si vedono le ombre lunghe delle coperture, delle mezze verità, dei raggiri. «Anche se sono emerse soltanto dopo il duemila, le tendenze di don Pinetto in Seminario si erano manifestate sin dagli anni Settanta, quando un ragazzo aveva già detto a due preti della diocesi di aver subito abusi», dice don Giovanni Lupino, oggi rettore della chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Savona. «Anche io scrissi a Pinetto che ad accusarlo erano proprio i suoi “cocchi”, i ragazzi orfani di cui si occupava un po’ troppo – prosegue Lupino – da cappellano in carcere avevo incontrato un ex seminarista, oggi assistente sociale, che mi aveva raccontato che don Pietro lo portava nei bagni e lo toccava con la scusa di insegnargli una corretta igiene intima».

    Storie note nella diocesi ma che, all’interno del clero, soltanto don Lupino, che ha frequentato anche lui il Seminario di Savona negli anni ’60,  ha il coraggio di denunciare. «Sono del’ 52: del mio anno eravamo una quindicina di seminaristi e soltanto io sono diventato sacerdote – racconta – quasi tutti gli altri non hanno più messo un piede in chiesa».

    Cose vecchie, di un’epoca passata? «Oggi non è cambiato niente, nonostante le équipe di psicologi che dovrebbero essere di sostegno agli educatori che vivono a stretto contatto con i ragazzi – dichiara deciso Lupino – è il sistema stesso dei Seminari come luogo della formazione per il clero che non funziona, perché l’obiettivo è sempre quello di produrre sacerdoti».

    Futuri preti sempre più preziosi per la Chiesa se, come testimoniano le statistiche dell’Annuario pontificio 2021, nell’arco di mezzo secolo le nuove vocazioni sono diminuite di oltre il 60% passando dai 6.337 del 1970 ai 2.103 del 2019, con un crollo nei dieci anni che vanno dal 2009 al 2019, in cui la flessione dei seminaristi diocesani in Italia tocca il 28%. Secondo le rilevazioni dell’Ufficio nazionale per la pastorale della vocazioni della Cei, sono 1.804 i seminaristi diocesani che vivono nei 120 seminari maggiori e quasi la metà ha un’età compresa tra i 26 e i 35 anni, mentre diminuiscono i seminari minori, riservati ai ragazzi delle scuole secondarie: in Italia ne restano 72.

    Oggi il Seminario diocesano di Savona non accoglie più studenti: è diventato una casa per ferie di lusso. I problemi, in ogni caso, non hanno riguardato soltanto questa struttura, ma anche molti altri seminari nel nostro paese, dalla Sicilia al Veneto. Nati con il Concilio di Trento, sono fabbriche di preti cresciuti in ambienti totalmente maschili, scollati dalla realtà, come racconta Marco Marzano nel suo libro La casta dei casti, in cui parlare di sesso resta il più grande tabù. «L’educazione in Seminario, con la cultura del silenzio che vige nell’istituzione, produce un terreno fertile per gli abusi», commenta lapidario don Lupino.

    «In Seminario ho visto di tutto – racconta Giuseppe (nome di fantasia) – chi faceva uso di stupefacenti, chi prendeva tranquillanti per tirare avanti, chi usciva regolarmente di notte; il rettore sapeva ma non diceva nulla». Giuseppe ha frequentato sei diversi seminari – a Grosseto, Siena, Fermo, Ancona, Anagni – e dall’ultimo è uscito sei anni fa. Ricorda un clima da caserma, con umiliazioni pubbliche e storielle oscene, organizzato secondo regole ferree: «eravamo sotto pressione, con orari scanditi dagli impegni, e dovevamo chiedere permesso per ogni cosa. Giocavamo a calcio, facevamo tante attività fisiche per sfogare la tensione sessuale, però tutto girava sempre intorno alla questione dell’affettività. Qualcuno è stato scoperto con una ragazza, altri si baciavano in camera e i formatori chiudevano un occhio; poi, naturalmente, c’erano i rapporti fra seminaristi». Giuseppe testimonia che ha compilato decine di test psicologici simili a quelli proposti durante la visita militare: «gli stessi insegnanti non sono formati per capire chi hanno di fronte – continua – se facevo domande su come gestire la sessualità, mi dicevano “affidati alla preghiera”. Dovevamo sublimare. Certo, potevamo parlare con lo psicologo, che però era sotto la pressione dell’équipe, deputata a decidere se potevamo andare avanti o no. Nessuno raccontava le difficoltà, perché tutti volevano diventare preti».

    Giuseppe, alla fine, non ha indossato l’abito talare; molti altri, però, continuano a diventare sacerdoti con “un’educazione cattolica” fondata, come cinquecento anni fa, sul celibato e sull’omertà di un clan di soli maschi.

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI

     

  • Gioco di specchi

    Gioco di specchi

    di Federico Tulli – “Eccellenza, mi riferisco al caso del rev. Nello Giraudo, del clero della sua Diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila. Il suo predecessore, S.E. mons. Calcagno, nel 2003 segnalava il caso a questa Congregazione. Il 4 aprile 2006 egli fu invitato ad avvicinare il chierico per chiedergli se intendesse domandare al Santo Padre la dispensa da tutti gli oneri sacerdotali: in caso contrario, avrebbe dovuto attivare un processo penale amministrativo… nei confronti del sacerdote. Essendo ormai trascorsi quattro anni La invito a voler cortesemente informa[1]re questo Dicastero sull’evoluzione del caso».

    Quello che avete appena letto è il testo di una lettera inviata al vescovo Lupi il 29 marzo 2010 da monsignor Ladaria, all’epoca segretario della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf, la procura generale della Santa sede, conosciuta anche come ex Sant’uffizio). Lupi in quel tempo era capo della diocesi ligure di Savona-Noli.

    Come si insabbia un caso di pedofilia nella Chiesa

    Come si insabbia un caso di pedofilia nella Chiesa Queste poche ma emblematiche righe (l’originale della lettera è a pag. 8) sono lo specchio di un collaudato sistema di insabbiamento, quello utilizzato dalla Chiesa italiana e dal Vaticano per gestire i casi di crimini pedofili segnalati ai capi delle diocesi da sacerdoti che non intendono volgere lo sguardo altrove o da vittime che ritengono possibile ottenere giustizia dalle autorità ecclesiastiche. Converrete con noi che già scorrendo le date riportate nella missiva ci si accorge che c’è qualcosa che non torna. In pratica, nel 2010 il braccio destro del procurato[1]re generale della Santa Sede chiede conto al capo di una diocesi circa i 4 anni di totale silenzio da parte sua su un caso di pedofilia segnalato presso la stessa diocesi sin dal 1980, ammesso dallo stesso sacerdote nel 2002 e trasmesso alla Cdf, cioè alla procura della Santa Sede, nel 2003. Emerge inoltre che, sebbene nel 2002 la «tendenza pedofila» di Giraudo fosse “ufficialmente” nota, devono passare 4 anni prima che la diocesi lo richiami alle sue responsabilità.

    Un timidissimo richiamo: “Se non ti dimetti dall’abito talare spontaneamente, ti processiamo”. E il sacerdote reo confesso cosa fa? Evidentemente nulla, così come nulla fa la diocesi nei suoi confronti se 4 anni dopo Ladaria chiede informazioni al suo vescovo sull’evoluzione del caso. In tutto questo, in 30 anni non una parola trapela all’esterno. Giraudo che negli anni viene spostato da una parrocchia all’altra del savonese e – almeno fino al 2003 – è autorizzato a partecipare ai campi scout, sa benissimo che l’obiettivo primario del “sistema”, di cui lui è solo uno dei tanti ingranaggi, consiste nell’evitare scandali e preservare l’immagine pubblica dell’istituzione ecclesiastica. Se questo casualmente coincide con l’incolumità di nuove potenziali vittime tanto meglio, ma la salute psicofisica dei bambini per tutti gli attori di queste storie è irrilevante. Tanto è vero che nel 2012 Giraudo patteggia un anno e mezzo davanti al Gip di Savona per l’unico reato che i giudici sono riusciti a salvare dalla prescrizione, la violenza ai danni di minore compiuta (in un campo scout) nel 2005, cioè quando sia la Diocesi che la Congregazione per la dottrina della fede erano a conoscenza da tempo della sua «tendenza». Vale la pena a questo punto ricostruire brevemente l’intera vicenda criminale.

    Lasciarono che i bambini andassero a lui

    «Assolutamente omissivo»: così sentenzia il 14 maggio del 2012 il Gip di Savona, Fiorenza Giorgi, nel riferirsi all’atteggiamento tenuto da monsignor Dante Lafranconi nei confronti dei crimini commessi da don Nello Giraudo.

    L’attuale vescovo emerito di Cremona, alla guida della diocesi di Savona fra il 1992 e il 2001, predecessore quindi del monsignor Calcagno citato nella lettera di Ladaria, era stato posto sotto indagine dalla Procura in seguito alle denunce di Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso e una delle 5 vittime “cadute” in prescrizione. Prescrizione di cui oltre a Giraudo ha beneficiato anche Lafranconi.

    Il reato, si legge nell’ordinanza, è da considerarsi prescritto, ma ciò non implica affatto l’innocenza del vescovo di Cremona. Anzi, dal dispositivo emergono chiaramente due fatti: Lafranconi non poteva non sapere e ha protetto l’istituzione a scapito della tutela delle vittime. In pratica è stato lo stesso don Giraudo ad informare gli inquirenti di aver messo al corrente dei propri problemi sia Lanfranconi che i vescovi succedutisi negli anni alla guida della diocesi, anche se «soltanto in confessione». Quest’ultima circostanza, scrive il Gip Giorgi, «avrebbe impedito al Lafranconi di denunciare il sacerdote alle autorità competenti, ma non di assumere i provvedimenti più opportuni atti a scongiurare il compimento da parte dello stesso di atti di pedofilia». È di[1]fatti lui a consentire a Giraudo di «aprire la comunità di Orco Feglino” (dove venivano ospita[1]ti minori con difficoltà familiari)».

    Così si legge nella “scheda” personale relativa al sacerdote, datata 22 agosto 2003, firmata dal vicario generale della diocesi mons. Giusto, e rinvenuta dagli inquirenti nella cassaforte della diocesi savonese. Si tratta della cosiddetta pistola fumante. È il documento chiave che ricostruisce i dettagli del comportamento omissivo del vescovo.

    “Nulla è trapelato sui giornali”

    Tutto ciò appare ancora più sconcertante se si pensa che la «tendenza pedofila» di Giraudo era nota sin dai primi anni Ottanta, da quando cioè – come da annotazione di monsignor Giusto, citata nell’ordinanza di archiviazione per prescrizione – «era stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei confronti del suo bambino (tenuto sulle ginocchia e palpato)».

    L’ordinanza si conclude così: «La disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini… dall’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”».

    Come si evince dalla missiva del 2010 di monsignor Ladaria, praticamente tutti, negli anni, ai vertici della curia savonese sapevano delle violenze di don Giraudo, ma quasi tutti si girarono dall’altra parte.

    Anche Joseph Ratzinger sapeva

    E anche chi fece qualcosa si mosse, secondo il Gip Giorgi, solo per convenienza. È il caso del successore di Lafranconi, monsignor Calcagno: «Le prime iniziative dirette a tutelare la comunità dei fedeli furono assunte, sia pure a malincuore come dimostra la corrispondenza con la Congregazione per la dottrina della fede, soltanto dal successore di Lanfranconi, monsignor Calcagno che impose a Giraudo la chiusura della comunità e, nel trasferirlo ad altro incarico, dispose che non avesse contatti con i minori».

    La corrispondenza cui si riferisce il giudice chiama in causa il papa emerito Joseph Ratzinger. L’8 settembre 2003 il vescovo Calcagno scrive all’allora prefetto della Cdf per informarlo del caso di don Giraudo, dello spostamento che ha deciso per ragioni di opportunità e del desiderio del prete pedofilo di continuare «un impegno pastorale». Calcagno informa quindi il cardinale Ratzinger che, «per quanto possibile», intende «evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini o adolescenti». Per quanto possibile!

    Otto giorni dopo la condanna di Giraudo, il 22 maggio 2012, la Conferenza episcopale italiana presenterà le Linee guida per la gestione dei casi di pedofilia clericale, emanate definitivamente nel 2014. In esse, come è noto ai nostri abituali lettori, non è previsto, incredibilmente, l’obbligo per i vescovi di inoltrare alla magistratura le segnalazioni di violenze e molestie a carico di loro sacerdoti, simili a quella che arrivò alla diocesi di Savona nel 1980 riguardo don Giraudo. Inoltre, nelle Linee guida antipedofilia della Cei, a differenza di quanto stabilito da numerose conferenze episcopali nel mondo, non è prevista l’istituzione di alcuna autorità indipendente che faccia da primo punto di riferimento per le vittime, né tanto meno che indaghi sul fenomeno criminale della pedofilia all’interno delle 227 diocesi italiane. E qui veniamo ai giorni nostri.

    Le cose oggi sono cambiate?

    La risposta a questa domanda è no. La Cei, tramite i vescovi a capo delle diocesi, continua a gestire le segnalazioni di nuovi casi in totale autonomia senza collaborare con l’autorità giudiziaria e non ha incaricato alcuna autorità indipendente di fare da punto di riferimento per le vittime. Anzi, e qui c’è una novità che è bene evidenziare, è stato dato incarico alle stesse diocesi di creare dei centri d’ascolto per le vittime.

    Avete letto bene. La diocesi a cui appartiene un sacerdote presunto responsabile di una violenza mette a disposizione della vittima alcuni volontari incaricati dal capo di quel sacerdote, affinché possa raccontare quello che ha subito e iniziare a elaborare il trauma devastante. Lo ha spiegato con estrema nonchalance il 29 gennaio scorso in un’intervista al Corriere della sera il presidente della Conferenza episcopale, Gualtiero Bassetti. Questi centri d’ascolto diocesani e interdiocesani, «sono presenti in circa il 40% delle diocesi, in attesa, nel minor tempo possibile, di essere istituiti in ogni comunità diocesana» ha detto Bassetti.

    E come funzionano gli ha chiesto il vaticanista Gian Guido Vecchi? «Ricordiamo che i Centri di ascolto non sono sportelli, perché non si tratta di uffici burocratici ma di strutture predisposte che si avvalgono di volontari formati all’ascolto e all’accoglienza di persone che portano con sé le ferite di traumi psicologici e non solo. Sono laici, sacerdoti, religiosi e religiose; uomini e donne che sanno andare incontro al dolore delle vittime e dei sopravvissuti accogliendoli con competenza e delicatezza. I responsabili degli sportelli di prima accoglienza, inoltre, non sono sostitutivi né dell’azione della magistratura né dell’eventuale accompagnamento psicologico».

    I centri d’ascolto non sono sostitutivi dell’azione della magistratura ma viene da chiedersi in che modo una diocesi utilizzi le informazioni raccolte dalla vittima quando il prete violentatore viene rinviato a giudizio dalla magistratura “laica”.

    Difatti, stando a quello che scrive il 29 luglio 2021 l’Avvenire, organo di riferimento dei vescovi, questi centri hanno «il compito di raccogliere segnalazioni di abusi commessi da sacerdoti e da persone nell’ambito ecclesiale… offrendo poi un supporto psicologico, tecnico e giuridico» alle vittime. Tutte le segnalazioni, scrive ancora l’Avvenire, «saranno poi presentate al vescovo che deciderà per l’avvio un’indagine previa (preliminare, ndr) sul piano canonico, invitando allo stesso tempo la persona coinvolta a rivolgersi, quando è il caso, all’autorità giudiziaria». Quando è il caso…

    La Chiesa italiana indaga a modo suo

    Oltre ai Centri d’ascolto per le vittime, presenti in circa 90 delle 227 diocesi italiane, la Conferenza episcopale ha costituito in tutte le diocesi un Servizio per la tutela dei minori centrato sulla prevenzione. Uno dei primi è quello che opera nella Diocesi di Trento. Qui, attraverso il Centro di ascolto, tra aprile 2020 e dicembre 2021 il Servizio tutela minori ha raccolto tre segnalazioni di presunti abusi. In due di queste sarebbero stati interessati dei religiosi, nella terza un sacerdote della Diocesi di Trento. I primi due casi sono stati trasmessi al competente superiore dell’Ordine religioso di appartenenza, per la relativa presa in carico. Circa il sacerdote diocesano, pur trattandosi di fatti lontani nel tempo, l’Ordinario diocesano – assicura la Diocesi di Trento secondo quanto riporta un’Ansa del 3 febbraio scorso – ha prontamente provveduto agli approfondimenti del caso, come previsto dalle norme canoniche.

    Al momento non risultano segnalazioni alla Procura di Trento sui casi citati. Sappiamo che la stessa diocesi nei 12 anni precedenti ha ricevuto almeno altre 11 segnalazioni di abusi. Come sempre accade in questi casi il vescovo ha indagato in via preliminare in maniera autonoma: due segnalazioni sono state ritenute manifestamente infondate, due si riferivano a sacerdoti ormai defunti, una riguardava un religioso (per cui è stata inoltrata apposita segnalazione all’ordine di appartenenza) e una riguardava un prete straniero per dei fatti avvenuti all’estero. Dei cinque casi rimanenti, due sono stati archiviati per infondatezza dopo avvenute indagini, uno si è risolto con condanna canonica e due procedimenti risultavano ancora in corso a metà del 2019. Anche in questi casi le segnalazioni pervenute alla diocesi non sono state riferite direttamente all’autorità giudiziaria italiana.

    Lo stesso vale per la vicina diocesi di Bolzano dove i casi di violenza segnalati dal 2010, ha scritto di recente Franca Giansoldati sul Messaggero, sono stati circa 100. Dai Servizi per la tutela dei minori grazie alla sinergia con i Centri d’ascolto, come ha precisato Bassetti al Corriere, la Chiesa italiana intende ricavare le informazioni necessarie «per avere un quadro che non fa leva su proiezioni o statistiche, ma sul vissuto delle Chiese locali. Il nostro intento, nel segno della presa di coscienza e della trasparenza, è infatti quello di arrivare ai numeri reali».

    Il riferimento critico di Bassetti è alle inchieste indipendenti che in Francia e Germania nei mesi scorsi hanno scoperchiato in tre soli anni delle realtà mostruose sia quantitativamente che qualitativamente, con migliaia di preti responsabili di violenze, decine di migliaia di vittime e vescovi che hanno sistematicamente insabbiato i casi per decenni. «È pericoloso affrontare la piaga della pedofilia in base a statistiche. La conoscenza del fenomeno, a mio avviso, va fatta scientificamente, non per indagini» aveva detto Bassetti in ottobre. E lo ha ribadito al vaticanista del Corriere due settimane fa: «Noi vorremmo arrivare a fornire dati ed elementi effettivi e, soprattutto, far emergere la consapevolezza di un cambiamento autentico che ci renda credibili nella nostra vicinanza rispettosa alle vittime, nella loro accoglienza. L’obiettivo è non ripetere errori e omissioni del passato e rendere giustizia agli abusati. Ma giustizia non è giustizialismo, e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri». Riformuliamo qui le stesse due domande che abbiamo idealmente posto a Bassetti su Left del 10 dicembre scorso: Per chi è pericoloso «affrontare la piaga della pedofilia in base a statistiche»?

    La statistica non è una scienza? Prendiamo atto che la Chiesa italiana, pur ammettendo tra le righe l’esistenza di un problema grave e diffuso, diversamente da tante altre Chiese nel mondo (Stati Uniti, Germania, Francia, Olanda, Belgio, Australia, Irlanda solo per citarne al[1]cune) non intende incaricare nessun organismo indipendente di fare luce sulle dimensioni del fenomeno criminale della pedofilia al suo interno, tanto meno di renderne pubblica la portata. Ma la vera domanda è: perché mai deve essere la Chiesa a indagare? In tutto questo, lo Stato italiano che fa?

    Il database di Left

    Aggiungiamo un’altra domanda. Perché la Conferenza episcopale italiana non vuole un’inchiesta indipendente? Una risposta possibile ci riporta agli atti del processo contro Nello Giraudo e monsignor Dante Lafranconi. «So che sul documento ufficiale di nomina di don Nello a parroco di Magnone, risalente al 2003, c’è l’espresso divieto di occuparsi di bambini e ragazzi. Questo documento è in Curia nel fascicolo personale di don Nello, custodito dal cancelliere don Giovanni Margara. Su ciascuno di noi, infatti, c’è un fascicolo personale che raccoglie tutta la documentazione rilevante. So che esistono anche fascicoli segreti sui sacerdoti della diocesi custoditi in un armadio di cui solo il vescovo ha la chiave».

    È questo un passaggio delle dichiarazioni rilasciate l’1 aprile 2010 al Pm da don Carlo Rebagliati, un sacerdote che per lungo tempo lavorò insieme a Giraudo. In questa dichiarazione c’è da un lato la con[1]ferma che oltre a Lafranconi anche il suo successore Calcagno era a conoscenza della «tendenza pedofila» di Giraudo, e dall’altro un’informazione preziosissima: negli archivi delle diocesi italiane ci sono tutte le informazioni necessarie per fare un quadro molto preciso della situazione sia «qualitativamente» che «quantitativamente», per usare parole di monsignor Bassetti. Del resto, solo per fare un esempio, nel 2012 monsignor Mariano Crociata, allora segretario generale della Conferenza episcopale, ammise l’esistenza di almeno 135 casi di pedofilia emersi dal 2000 in poi e trattati dalle diocesi italiane.

    Entrare in questi archivi significherebbe arrivare dove nessun investigatore laico è mai arrivato, salvo rarissimi casi come quello di Savona. Rendere pubblici i contenuti dei «fascicoli» contribuirebbe a restituire giustizia alle vittime, a dare coraggio e fiducia a chi ancora non è riuscito a denunciare, a togliere sicurezza ai pedofili che scelgono lucidamente di indossare l’abito talare per lavorare a contatto con i bambini sapendo che difficilmente incorreranno in sanzioni penali. Nel nostro piccolo vogliamo dare il nostro apporto a questa battaglia di verità, giustizia e civiltà inaugurando sul sito di Left il database che documenta i casi di violenza su minori nella Chiesa cattolica italiana, il primo in Italia realizzato da una testata giornalistica (per approfondire vedi editoriale a pag. 5). Chiediamo una Commissione parlamentare d’inchiesta L’archivio documenta in questi giorni i primi 60 casi censiti e accertati. Sarà aggiornato costantemente e vi anticipiamo sin da ora che sono almeno 300 le “situazioni” documentate negli ultimi 20 anni, con centinaia e centinaia di vittime. Scrivendo a chiesaepedofilia@left.it si possono segnalare nuovi casi oppure aggiungere informazioni a quelli pubblicati. La mail è attiva da alcuni giorni e stiamo già verificando diverse segnalazioni. Con questo nostro lavoro vogliamo fornire un quadro d’insieme della situazione italiana affinché l’opinione pubblica, adeguatamente informata, faccia pressione sulla politica e le istituzioni perché siano attivate tutte le misure necessarie per prevenire ulteriori violenze – la pedofilia è notoriamente un cri[1]mine seriale – e per garantire tutta l’indispensabile assistenza psicologica alle vittime. Da tempo su Left chiediamo che sia istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa italiana come quella importantissima, già attiva, sul femminicidio (v. il nr. 49 dell’11 dicembre 2021). Ma il nostro appello fino a oggi non ha avuto riscontro.

    Il nostro database vuole essere una risposta a questa grave mancanza di informazioni. Oltre ai dati statistici sui casi censiti, l’archivio sarà corredato di documenti (tra cui molti di quelli citati in questo articolo sul “caso Giraudo”), inchieste originali, interviste, analisi e riflessioni con il contributo di esperti di va[1]rie discipline. Riteniamo sia necessario spiegare con linguaggio chiaro e divulgativo cosa è la pedofilia, in particolare quella di matrice ecclesiastica, chi è il pedofilo, quali sono le conseguenze per la vittima, cosa fare nel caso in cui si venga a conoscenza di una presunta violenza subita da un bambino, a chi rivolgersi e a chi non rivolgersi per denunciare.

    Il database è implementato con la collaborazione dell’unica onlus esistente in Italia che si occupa della tutela dei diritti delle vittime e dei soprav[1]vissuti a stupri di matrice ecclesiastica – Rete L’Abuso. È grazie al prezioso archivio dell’associazione fondata da Francesco Zanardi nel 2010 se oggi esiste una prima mappatura dei crimini pedofili nelle diocesi italiane dalla quale emerge che praticamente in tutte e 227 si è verificato alme[1]no un caso negli ultimi 20 anni. È nostra ferma intenzione andare fino in fondo a queste storie e verificare se ce ne siano altre, cosa che purtroppo sappiamo già di non poter escludere.

    Titoli di coda – Nello Giraudo è stato dimesso dallo stato clericale nel 2010; monsignor Lanfranconi è vescovo emerito a Cremona; mons. Lupi dal 20 ottobre 2016 è vescovo emerito di Savona-Noli; monsignor Calcagno il 26 giugno 2018 è stato nominato da papa Francesco presidente emerito dell’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica (Apsa); monsignor Ladaria l’1 luglio 2017 è stato nominato da papa Francesco prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf); il “suo” capo dei Pm di allora, monsignor Scicluna, il 13 novembre 2018 è stato nominato da papa Francesco segretario aggiunto della Cdf. A Scicluna si rivolse Calcagno il 22 febbraio 2006 per intercedere per conto di Giraudo che chiedeva di non essere dimesso dallo stato clericale. Un anno prima Giraudo aveva compiuto gli abusi per cui sarà condannato nel 2012. Secondo Rete L’Abuso tra il 1980 e il 2005 le sue vittime potrebbero essere state circa 50.

    18 febbraio 2022 LEFT

  • Il prete stuprò e la Diocesi lo ha coperto. Ma il Giudice non condanna

    Il prete stuprò e la Diocesi lo ha coperto. Ma il Giudice non condanna

    Quasi non si volesse essere responsabili di una condanna alla Chiesa, il Tribunale di Savona rigetta le prime due richieste di danni avanzate dalle vittime di don Nello Giraudo, alla diocesi di Savona e alle due parrocchie dove i fatti sarebbero accaduti.

    Nel primo caso ai danni di M. G. il Giudice ha ritenuto – senza avvalersi di un consulente tecnico – sussistesse l’intervento dei termini prescrittivi, se pur la perizia del medico legale di parte lasciasse dubbi tali almeno da pretendere un approfondimento.

    Differente il secondo caso ai danni di Francesco Zanardi dove dalle inferenze del ragionamento motivazionale svolto dal Tribunale di SV, si evince che il Giudice ha fatto acriticamente propria la lacunosa interpretazione svolta dal CTU il quale, pur riscontrando in capo al paziente Francesco Zanardi una situazione di evidente disagio psicologico, ha escluso che esso possa ricondursi agli abusi sessuali subiti nel lontano passato collegandolo piuttosto ad avvenimenti più recenti.

    Detta posizione è ingiusta ed inaccettabile perché i ricordi, non recuperati anche per decine di anni dal trauma, accade che si slatentizzino producendo tutte quelle manifestazioni cliniche invece presenti nella vittima che caratterizzano il funzionamento reattivo post-traumatico ravvisabile nello stesso Zanardi.

    Ci riserviamo di ricorrere in appello.

    Red