Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Diocesi di Savona

  • SAVONA: la Diocesi “furbetta” finisce in giudizio e crea il primo precedente italiano

    SAVONA: la Diocesi “furbetta” finisce in giudizio e crea il primo precedente italiano

    È fissata per il 1° ottobre a Savona l’udienza civile che vede le vittime (la prima delle 5 richiedenti) del sacerdote Nello Giraudo citare in giudizio la Diocesi di Savona, che pur sapendo delle tendenze pedofile del suo prete, nulla fece per impedire che questo commettesse altri abusi ai danni di minori cattolici affidati alle sue cure.

    Un precedente storico per l’Italia, che fino ad oggi non aveva mai valutato l’indennizzo di vittime di preti pedofili in assenza una condanna penale.

    La Diocesi di Savona e i suoi vescovi, prima Vittorio Lupi, poi Caloggero Marino, si erano sempre rifiutati persino di riconoscere gli abusi del Giraudo, ben dettagliati dal 1980 persino negli archivi diocesani, anche a fronte del suo patteggiamento del 2012, in favore di una sola delle vittime note, non ancora penalmente prescritta.

    Le parole del Gip Fiorenza Giorgi nell’archiviazione dell’allora vescovo di Savona Dante Lafranconi (salvato dalla prescrizione) furono durissime “la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere  di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.

    La Rete L’ABUSO aveva tentato per le restanti cinque vittime una conciliazione con la Diocesi di Savona, ottenendo solo un ulteriore ed irrispettoso affronto alle vittime e al valore della vita umana, che l’attuale vescovo Caloggero Marino avrebbe voluto indennizzare in modo propagandistico e oltraggioso, con l’istituzione di un numero verde, presso il quale non solo le vittime non avrebbero potuto trarre una occupazione lavorativa, ma che addirittura avrebbe indirizzato gli stessi malcapitati utenti, verso le omertose gerarchie cattoliche, oggi quotate solo da certa stampa, ma combattute dalle associazioni delle vittime di tutto il pianeta, per l’omertà e lo spiccato favoritismo nei confronti dei preti criminali.

    E’ stata proprio arroganza dei vescovi, a stimolare il Presidente della Rete L’ABUSO – coinvolto personalmente nell’udienza in oggetto – a procedere a suo personale rischio, reclamando quanto oramai, anche in Italia, la giurisprudenza e la letteratura in materia, da anni riconoscono negli altri paesi.

    Di qui il precedente storico in quanto il Giudice, malgrado la Diocesi rigettando le accuse metta in dubbio persino le tendenze pedofile del Giraudo e invochi la prescrizione, ha deciso di procedere nel giudizio, nominando un perito di fiducia che presterà giuramento nell’udienza del 1° ottobre.

    La difesa della vittima è assegnata all’avvocato Elena Peruzzini, vice Presidente della Rete L’ABUSO che nomina come perito di parte (ctp) la dottoressa Luisa D’Aniello, da anni consulente dell’associazione.

    La Redazione

  • Genova; “padre Luca mi molestò quando avevo 12 anni”

    Genova; “padre Luca mi molestò quando avevo 12 anni”

    Era solo un apparente “veleno” che girava per Genova nel 2017, quando da più fonti segnalavano alla Rete L’ABUSO che padre Luca , molestava i bambini. Un file che come molti riponemmo nel cassetto in quanto mancava la presunta vittima, ma che oggi riemergerebbe confermato da un uomo che lo accusa, all’epoca dei fatti 12enne.

    I fatti sarebbero accaduti a Loano, cittadina turistica della riviera ligure, dove si ricordano bene di padre Luca, dove il nostro assistito serviva la messa e frequentava il campo solare estivo gestito dai frati cappuccini, teatro delle presunte molestie che come da manuale la psiche fa riemergere dopo anni portando alla luce coperture e omertà.

    Loano; nella diocesi di Albenga, molto chiacchierata per l’alta densità pedofila, oltre che per scandali di vario genere di cui la Rete L’ABUSO si è occupata molto in questi anni e nel 2015 commissariata dallo stesso papa Francesco.

    Padre Luca, ordinato sacerdote nel 1994 viene assegnato al convento cappuccino di Loano e in quegli anni, la famiglia del nostro assistito decide di mandarlo insieme ai cugini ai campi solari estivi. Da subito qualcosa non torna, i cugini non vogliono più andare ai campi solari e così i genitori, ignari del perché decidono di ritirarli. Ma il nostro assistito, che a differenza dei cugini in quegli anni ha problemi famigliari, resterà fino alla fine dell’estate durante la quale subirà più volte le attenzioni del frate.

    Nel frattempo, da quanto siamo riusciti a ricostruire, padre Luca viene più volte denunciato (lui stesso lo ammette – sottolinea fossero maggiorenni), purtroppo solo all’autorità ecclesiastica. Secondo le nostre fonti nel 1998, nel 2013 e nel 2017, quando la situazione sembra tracollare e si decide improvvisamente di mandarlo a “curare” negli Stati Uniti, da dove farà ritorno dopo qualche mese.

    Malgrado ciò resterà sempre a contatto con minori, tutt’ora  referente nelle pastorali giovanili di Santa Margherita Ligure e della diocesi di Savona – Noli.

    L’attività di indagine della Rete è stata molto complessa dopo la denuncia dell’uomo, oggi poco più che trentenne e padre di famiglia che probabilmente, dopo la nascita dei figli, come spesso accade in questi casi ha iniziato a maturare il trauma, fino ad esplodere. Rivoltosi alla Rete L’ABUSO nelle scorse settimane, non ha saputo fornire altro che il nome del frate “padre Luca”. Da qui sono iniziate nel massimo riserbo le nostre ricerche, intanto per capire chi fosse questo frate senza un cognome, rintracciato poi grazie ad un annuario dei cappuccini liguri e successivamente riconosciuto dal nostro assistito, grazie ad una fotografia.

    Una situazione che per vie traverse, dato il coinvolgimento di personaggi eccellenti abbiamo verificato ulteriormente interpellando i cappuccini, più di uno, che confermerebbero sia le presunte tendenze del frate, sia il fatto che nel 2017, a seguito di queste problematiche, sia stato mandato negli USA per un periodo di “cura“.

    Durante l’indagine svolta dalla Rete L’ABUSO abbiamo sentito al telefono anche il frate, padre Luca Maria Bucci che pur negando i fatti con minori, ammetterebbe problematiche che definisce di “eccessivo affetto“, le denunce e le successive cure negli Stati Uniti. Cercando di rassicurarci, al telefono commenta “io faccio già un percorso di super protezione con psicologa, direzione spirituale. Sanno sempre dove sono, dove vado cosa, faccio“.

    Anche se per i fatti denunciati dal nostro assistito – risalenti al 1994 – sotto il profilo penale è intervenuta la prescrizione, come lo stesso Bucci ammette al telefono, ci sono state però altre due denunce, per quanto l’Associazione è informata, risalirebbero al 2013 e al 2017, fatti che non sarebbero prescritti, probabilmente denunciati solamente all’autorità ecclesiastica. Per questo motivo padre Luca Maria Bucci è stato formalmente denunciato alla Procura della Repubblica di Genova, alla quale si chiede (nel rispetto della norma dell’abolizione del segreto Pontificio) l’acquisizione dei fascicoli relativi ai fatti citati dallo stesso Bucci.

    L’inerzia delle gerarchie ecclesiastiche che malgrado tutto non lo hanno mai isolato dai giovani e che oggi, vedono il vescovo uscente card. Angelo Bagnasco accusato di aver prima, protetto a Genova Carlos Buela, l’argentino fondatore della Congregazione del Verbo Incarnato, che la Rete L’ABUSO rintracciò nell’aprile del 2017, nascosto in una parrocchia a Di Negro poi, nel dicembre 2019 un altro caso travolge il neo pensionato Presidente della CEI, quello di don Francesco Castagneto, prima parroco di Sori, piccola cittadina ligure dove decine di persone lo accusano, poi, trasferito nella parrocchia più illustre della città, nel quartiere della Genova bene, Albaro, ex parrocchia del cardinale, da dove è scomparso e si sono perse le tracce.

    Con l’insediamento del nuovo vescovo di Genova Marco Tasca, ci si aspettava un cambio di di linea ed invece, dopo la segnalazione della Rete L’ABUSO al Servizio diocesano per la tutela dei minori dell’Arcidiocesi di Genova, la risposta, arrivata solo dopo un nostro articolo, non è delle più rassicuranti.

    Al di la del fatto che non hanno voluto sapere neppure il nome del frate accusato, quantomeno per poterlo momentaneamente isolare in via cautelativa e al fine di scongiurare eventuali reiterazioni del reato, malgrado i continui inviti alle vittime di denunciare gli abusi alla chiesa, a noi rispondono di rivolgerci all’Autorità Giudiziaria, alla quale, anche senza l’indicazione della diocesi, ci eravamo già rivolti per procedura.

    Francesco Zanardi

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  • Prima udienza civile – vittime contro don Giraudo e diocesi di Savona

    Prima udienza civile – vittime contro don Giraudo e diocesi di Savona

    Sono iniziate questa mattina presso il Tribunale di Savona le prime due udienze che vedono complessivamente cinque vittime del sacerdote Nello Giraudo citare in giudizio oltre al sacerdote, anche la diocesi di Savona.

    Un percorso travagliato nel quale le vittime dovranno ripercorrere quel doloroso passato che oggi lo stesso sacerdote e la diocesi savonese negano, o quanto meno mettono in dubbio.

    Eppure oltre alle vittime, le carte acquisite dalla Procura di Savona durante il processo penale, che portò il Giraudo a patteggiare 1 anno e 6 mesi per gli abusi commessi sull’unica vittima non prescritta penalmente, parlano chiaro e raccontano la storia e la gestione criminale del caso, da parte non solo della diocesi savonese, ma anche dell’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, poi eletto papa Benedetto XVI.

    A mettere nero su bianco le violenze del sacerdote non furono le vittime, ma la stessa diocesi, che ora nega di aver saputo.

    Sarà proprio il vicario generale della diocesi di Savona, don Andrea Giusto che il 22 agosto del 2003, accrescerà il fascicolo personale di Giraudo, custodito nell’archivio personale del vescovo dichiarando che Giraudo, verso la fine del 1980 (primo incarico dopo aver preso i voti) fu nominato “viceparroco a Valleggia (SV) si è verificato il primo serio inconveniente: insegnante di religione nelle statali, è stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei confronti del suo bambino”. “Il fatto allarmante ha spinto il vescovo – sentito il parroco che già aveva notato atteggiamenti equivoci nel giovane sacerdote – ad allontanarlo immediatamente sia dalla scuola che dalla parrocchia”.

    Fu spostato a Spotorno, in una parrocchia molto più grande e con molti più minori, dove fece altre vittime.

    Il 5 novembre del 1989 è lo stesso vescovo di Savona (Giulio Sanguineti) a correre ai ripari mandando don Giraudo presso un istituto milanese, nell’ignorante intento di poter “guarire” quella che non è una malattia, ma una grave devianza della personalità, per la scienza medica non curabile.

    Poco dopo, nei primi anni 90, il nuovo vescovo di Savona Dante Lafranconi, permise al Giraudo, divenuto nel frattempo parroco di Orco Fegliono (Finale Ligure SV), di aprire una casa famiglia. L’esperimento non riuscì neppure in questo caso.

    Circa 10 anni dopo, nel 2002, il nuovo vescovo di Savona, questa volta il cardinale Domenico Calcagno, secondo quanto annotato nel fascicolo della diocesi sempre dal vicario generale don Andrea Giusto “riceve le confidenze allarmate di un’assistente sociale che gli comunica che vari comuni hanno deciso di non affidare altri ragazzi alla comunità. Anche i responsabili della Caritas mettono in guardia mons. Calcagno”. Solo nella primavera del 2003 Calcagno decide di far chiudere al Giraudo la comunità.

    La macabra nota del vicario Andrea Giusto su don Giraudo si conclude “attualmente (estate 2003) la situazione è la seguente; nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso; don Nello ha chiuso la comunità e lasciato la parrocchia; è affidato a un confratello di cui accetta l’aiuto e il controllo; si è impegnato ad incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare equilibrio”.

    In tutto il documento non esiste una sola nota di preoccupazione per le vittime del Giraudo (sic), ma solo per la sofferenza dello stesso.

    L’8 settembre del 2003 il cardinale Calcagno scrive al Joseph Ratzinger informandolo della situazione e ribadendo la volontà del sacerdote di proseguire nel suo impegno pastorale. Ratzinger non prese alcun provvedimento.

    Nell’estate del 2005, durante un campo scout, don Giraudo abuserà di un 15enne. Nel 2012 patteggia la condanna per quel solo abuso.

    Don Giraudo, sotto richiesta del vescovo Vittorio Lupi – che rifiutò di celebrare il processo canonico, probabilmente per non accrescere le gravi responsabilità della diocesi – chiederà la dispensa dallo stato clericale soltanto il 27 marzo del 2010, quando oramai la procura di Savona aveva già avviato le indagini.

    Verità che ancora oggi la chiesa savonese nega, dimostrando la disonesta continuità di gestione e l’inaffidabilità delle stesse gerarchie che malgrado gli anni e gli appelli del papa, riconfermano patologicamente una grande disonestà morale ed intellettuale, non chè l’irresponsabilità nei confronti delle vittime – passate e future – oggi affidata all’ennesimo vescovo, Caloggero Marino.

    Le rispettive due prossime udienze, sono state rinviate la prima al 27 marzo di fronte al giudice Stefano Poggio, la seconda il  il 28 febbraio davanti al giudice Luigi Acquarone.

    Redazione Web

     

  • Torna d’attualità il caso di don Carli

    Torna d’attualità il caso di don Carli

    Bolzano. Il caso di don Giorgio Carli torna di attualità e potrebbe fare giurisprudenza. Ne ha riferito ieri la «Stampa» in un lungo articolo firmato dall’inviato Niccolò Zancan, che si è recato a…

    Bolzano. Il caso di don Giorgio Carli torna di attualità e potrebbe fare giurisprudenza. Ne ha riferito ieri la «Stampa» in un lungo articolo firmato dall’inviato Niccolò Zancan, che si è recato a Vipiteno, dove don Carli si è insediato nell’agosto 2017 come coordinatore per la pastorale italiana della parrocchia di Vipiteno. «Fa catechismo ai bambini e distribuisce cibo ai bisognosi», scrive l’inviato. Nel 2003 una giovane bolzanina aveva denunciato don Carli per violenza sessuale: le sue accuse si riferivano al periodo tra il 1989 e il 1994.
    La vicenda processuale fu clamorosa e terminò nel 2015, con un risarcimento alla ragazza deciso attraverso un accordo extragiudiziale. Don Carli era stato assolto in primo grado, condannato a 7 anni e mezzo in appello e infine «liberato» dalla prescrizione della Corte di Cassazione. Nonostante la prescrizione, la Curia decise di versare il risarcimento, vincolandolo a un accordo di rigida riservatezza. La cifra non è dunque mai trapelata, anche se l’importo di partenza di cui si parlò era di 760 mila euro. Quel risarcimento adesso torna a fare notizia, perché, si legge, «costituisce un caso unico in Italia. È stata l’unica volta in cui la Chiesa cattolica italiana ha riconosciuto i danni biologici a una vittima di pedofilia con un accordo extragiudiziale». Quell’unico precedente, scrive la Stampa, «viene ora citato «da altre cinque presunte vittime di pedofilia, che hanno chiesto i danni alla Diocesi di Savona per un totale di 4,7 milioni di euro». La cosa importante, segnala Zancan, è che la Curia di Bolzano, che ha sempre difeso don Carli, «pagò in solido con il suo prete. Cioè se ne assunse la responsabilità. Il che potrebbe diventare un precedente per sostenere che il vescovo è sempre garante dell’operato dei suoi sacerdoti». La Curia di Bolzano, riferisce alla Stampa l’avvocato di parte civile Gianni Lanzinger, «pagò per chiudere la vicenda ed evitare il processo civile, ma ha sempre creduto nell’innocenza di don Giorgio Carli». L’ex procuratore Cuno Tarfusser accusa: «A Bolzano ci trovammo di fronte a un muro. La chiusura della Curia fu totale. Fu difficile persino avere accesso agli atti». Don Carli, che oggi ha 56 anni, vive al secondo piano dell’oratorio Maria Schutz di Vipiteno.

  • Primo risarcimento della Chiesa a una vittima – Ma il prete accusato di pedofilia è al suo posto

    Primo risarcimento della Chiesa a una vittima – Ma il prete accusato di pedofilia è al suo posto

    di Niccolò Zancan – Don Giorgio Carli è al suo posto. Come se nulla fosse mai accaduto. “Non ho niente da dire e sono in pace, sto benissimo così”, dice soltanto. Nella penultima chiesa prima del confine austriaco, l’oratorio Maria Schutz, il prete condannato per pedofilia e poi prosciolto “per avvenuta prescrizione” fa catechismo ai bambini e distribuisce cibo ai bisognosi. Nuvoloni neri gravano sulla strada in salita. Quattro persone sono in attesa di essere ricevute. E il signor Ferri, imprenditore e volontario da 40 anni in questa parrocchia, sta sulla porta come un guardiano: “Se pensate di venire e rimestare nel torbido avete sbagliato indirizzo. Don Giorgio ha tutta la mia stima e l’affetto della comunità. Sono state dette solo cose false sul suo conto. È una persona squisita, a cui vogliamo un gran bene. Qui gode della fiducia di tutti”.

    Se questa storia iniziata nel 1989 e chiusa solo nel 2015 con il pagamento di un risarcimento alla vittima è oggi di attualità, è proprio perché quel risarcimento costituisce un caso unico in Italia. L’unica volta in cui la Chiesa cattolica ha riconosciuto i danni biologici a una vittima di pedofilia con un accordo extragiudiziale. Ed infatti, quell’unico precedente viene citato da altre cinque presunte vittime di pedofilia, che hanno chiesto i danni alla diocesi di Savona per un totale di 4 milioni e 700 mila euro. La cosa importante è che la curia di Bolzano pagò in solido con il suo prete. Cioè: se ne assunse la responsabilità. Il che potrebbe diventare un precedente per sostenere che il vescovo è sempre garante dell’operato dei suoi sacerdoti.

    Fino a qui, in teoria. Perché poi in pratica è tutto molto più complicato di così. Infatti a Bolzano la Curia pagò e fece firmare un patto di riservatezza alla vittima non perché intendesse in quel modo riconoscere l’esito finale di tre sentenze: assoluzione in primo grado, condanna a 7 anni e mezzo in appello, Cassazione che prescrive e conferma l’impianto accusatorio. Al contrario. “La Curia di Bolzano pagò per chiudere la vicenda ed evitare il processo civile, ma ha sempre creduto all’innocenza di don Giorgio Carli”, dice adesso l’avvocato Gianni Lanzinger che difese la vittima. Non ci fu ammissione di responsabilità. Don Giorgio Carli non si è mai ritirato dal sacerdozio. Per due anni non ha più assunto incarichi pastorali. Poi è tornato. “Qui a Vipiteno nessuno ha dubbi sul suo conto”, dice il signor Franz. Eppure i reati sono stati accertati. “Questo lo dite voi”, interviene il sig. Ferri. Lo dice un giudice. “Accertati un cavolo!”, ribattono entrambi prima di chiudere il cancello.

    Il caso Savona

    È vero che un reato prescritto non macchia il certificato penale. Ma è altrettanto vero che per i giudici don Giorgio Carli ha abusato di un’adolescente dal 1989 al 1994. Ed è talmente vero, che persino la Curia di Savona attraverso gli avvocati con cui sta organizzando la sua difesa scrive negli atti: “L’unico precedente che ha visto la condanna di una Diocesi al risarcimento dei danni subìti dalla vittima di un fatto di abusi sessuali perpetrati da un prete attiene ad un caso nel quale tali fatti erano stati accertati in sede penale, con valenza di giudicato”. Fatti accertati. La curia di Savona sostiene, quindi, che a Bolzano sia stato commesso un reato. Mentre lì, dalle sue parti, nella vicenda che riguarda l’ex parroco di Spotorno don Nello Giraudo, non c’è una sentenza definitiva che dia ragione alle cinque persone che si dichiarano vittime. Tutti i reati sono prescritti. Eppure, altra complicazione: don Giraudo a Savona ha firmato la riduzione allo stato laicale. Mentre don Carli è “in pace” al suo posto di parroco in Alto Adige. Tutta Vipiteno lo difende. Il vicario generale della diocesi Eugen Runggaldier dice: “Non abbiamo nulla da aggiungere e nulla da commentare. Per noi le cose sono chiare”.

    Lo hanno sempre considerato innocente, continuano a considerarlo tale anche dopo avere pagato il risarcimento alla vittima. La cifra di partenza era 760 mila euro. Ma non è possibile sapere con precisione quanto è stato versato. “Tutte le parti hanno firmato un vincolo di assoluta riservatezza”, dice ancora l’avvocato Lanzinger.

    Ed è proprio questo genere di “riservatezza” che ha sempre caratterizzato la vicenda. Il procuratore capo di allora oggi è giudice dell’Aja, si chiama Cuno Tarfusser e ricorda molto bene quell’indagine: “A Bolzano ci trovammo di fronte a un muro. La chiusura della Curia fu totale. Ricordo che fu difficile persino avere accesso agli atti. Ricordo interrogatori pieni di reticenza”.

    La vittima si è sposata, ed ora sta meglio. Era riuscita a far riemergere le violenze anche grazie a 350 sedute di psicoanalisi. La sua testimonianza è stata ritenuta dai giudici “una deposizione estremamente lunga e al contempo lucida, lineare e coerente, assolutamente immune da vizi logici”.

    Don Carli vive al secondo piano dell’oratorio Maria Schutz di Vipiteno, oggi ha 56 anni. Accanto al suo nome, sul citofono c’è scritto: “Sala giovani”. Di lui dicono: “Nessuno può permettersi di parlarne male”. Viene buio, e torna silenzio. Quello stesso silenzio che accomuna tutte queste storie.

    (trascrizione da LA STAMPA del 9-11-19)

  • Curia Savona nega risarcimento a vittime pedofilia/ Caso Don Giraudo “no prove certe”

    Curia Savona nega risarcimento a vittime pedofilia/ Caso Don Giraudo “no prove certe”

    Lo scorso giugno le presunte vittime di pedofilia del prete Don Nello Giraudo avevano chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro alla Curia di Savona, ma oggi la notizia è che quei soldi richiesti per le 5 presunte vittime non sono stati riconosciuti: la Diocesi nega il pagamento, sostiene la Stampa, perché sostanzialmente non vi sarebbero prove certe che quel sacerdote – poi “spretato” dalla stessa Curia proprio in seguito ad alcune condanne più di 7 anni fa – 30 anni prima abbia compiuto quelle molestie contro 5 ex adolescenti tra gli anni ’80-’90. Le presunte violenze si sarebbero compiute tute dentro la parrocchia di Spotorno e in alcuni locali dell’entroterra ligure, con Don Nello Giraudo contestato e denunciato quasi trent’anni dopo al primo che ha avuto coraggio a confessare il tutto, tale Francesco Zanardi (Presidente di Rete l’Abuso). «È stato molto difficile ricostruire dentro di me quello che era successo», ha spiegato ai giudici avanzando una richiesta da 4 milioni e 700mila euro per lui e le altre presunte vittime di molestie. Si poteva trovare un accordo extragiudiziale, o almeno così pareva la scorsa estate ma la novità odierna è che si è arrivati ad un nulla di fatto delle trattative tra Curia e vittime. Giusto ieri la Diocesi di Savona-Noli ha presentato l‘atto di costituzione in giudizio, idem l’ex sacerdote coinvolto e dunque il 15 novembre prossima scatterà la prima udienza al Tribunale di Savona per le accuse e richieste di Zanardi.

    CASO GIRAUDO, LA CURIA NEGA IL RISARCIMENTO

    «Non eravamo a conoscenza diretta dei fatti laconicamente descritti, che Zanardi ha affermato essere avvenuti a suo danno», sono le prime parole ufficiali della Curia tramite gli avvocati (riportate da La Stampa, ndr) con le quali la Diocesi e il Vescovo spiegano di non poter essere assimilati alle eventuali colpe di Don Giraudo, «Nessun apporto causale, anche sotto il profilo psicologico, può essere attribuito alla diocesi in ordine ai fatti asseritamente posti in essere da Nello Giraudo». Non è più in carica il Vescovo di quei tempi e per questo motivo, «Tali fatti, se occorsi, sarebbero avvenuti non alla luce del sole, ma in modo assolutamente riservato e nascosto. Altresì gli attuali rappresentanti della diocesi non lo erano all’ epoca». Zanardi ha presentato e ripresenterà una perizia che porterebbe prove in favore contro l’ex sacerdote, ma la Curia replica contestando «Il diritto al risarcimento del danno deve ritenersi ampiamente prescritto». Nega la Diocesi ma nega anche lo stesso Giraudo che fa sapere tramite l’avvocato «Il convenuto non ha mai potuto effettuare una penetrazione o comunque una congiunzione carnale. Si contesta che sia accaduto alcunché di illecito in occasione dei frequenti campeggi organizzati dal gruppo parrocchiale». Ci saranno nuove perizie per provare a stabilire gli eventuali risarcimenti in una brutta storia che segnala una spiacevole mancanza di collaborazione tra la stessa Chiesa locale e le vittime di un presunto continuativo caso di pedofilia.

    Curia Savona nega risarcimento a vittime pedofilia/ Caso Don Giraudo “no prove certe”

  • La diocesi di Savona nega i risarcimenti: “Non ci sono prove​​​​​​​ delle violenze subite”

    La diocesi di Savona nega i risarcimenti: “Non ci sono prove​​​​​​​ delle violenze subite”

    Niccolò Zancan per “la Stampa”

    Nessun accordo. Non hanno la minima intenzione di risarcirli. Semplicemente: non credono a loro.

    La Chiesa cattolica respinge al mittente la richiesta di risarcimento avanzata da cinque presunte vittime di pedofilia. Cinque ragazzini che negli Anni Ottanta e Novanta avevano incrociato don Nello Giraudo fra la parrocchia di Spotorno e l’ entroterra ligure. Tutti hanno denunciato di essere stati abusati, violentati, maltrattati. Ma tranne nel caso di un’ ulteriore vittima dello stesso prete che si è concluso con un patteggiamento della pena, i reati sono prescritti.

    Perché tutti hanno denunciato dopo più di trent’ anni, quando per primo Francesco Zanardi ha trovato la forza di uscire allo scoperto: «È stato molto difficile ricostruire dentro di me quello che era successo». Hanno avanzato una richiesta complessiva di 4 milioni e 700 mila euro. Il calcolo ottenuto con una perizia di tutte le conseguenze fisiche e psicologiche sopportate. C’ era la possibilità di trovare un accordo extragiudiziale. Ma la curia ha chiuso la porta.

    Ieri la Diocesi di Savona-Noli ha presentato l’ atto di costituzione in giudizio.

    Così come ha fatto il prete spretato Nello Giraudo. Il 15 novembre ci sarà la prima udienza davanti al Tribunale di Savona proprio per il caso Zanardi. Attraverso i suoi avvocati, la curia contesta: «Non eravamo a conoscenza diretta dei fatti laconicamente descritti, che Zanardi ha affermato essere avvenuti a suo danno». Si chiama fuori, comunque, dall’ operato del suo sacerdote: «Nessun apporto causale, anche sotto il profilo psicologico, può essere attribuito alla diocesi in ordine ai fatti asseritamente posti in essere da Nello Giraudo».

    Inoltre, non c’ è più lo stesso vescovo di allora: «Tali fatti, se occorsi, sarebbero avvenuti non alla luce del sole, ma in modo assolutamente riservato e nascosto. Altresì gli attuali rappresentanti della diocesi non lo erano all’ epoca». La curia contesta la perizia di parte e comunque aggiunge: «Il diritto al risarcimento del danno deve ritenersi ampiamente prescritto». E ancora: «Tocca a Zanardi l’ onere della prova». Insomma, nulla sarebbe successo. E se anche fosse successo, il vescovo non poteva saperlo e quindi esserne responsabile. In ogni caso: è troppo tardi.

    Anche l’ ex prete Nello Giraudo nega. «Il convenuto non ha mai potuto effettuare una penetrazione o comunque una congiunzione carnale. Si contesta che sia accaduto alcunché di illecito in occasione dei frequenti campeggi organizzati dal gruppo parrocchiale».

    Eppure, esiste quel verbale firmato proprio da don Nello Giraudo il 21 dicembre 2011 davanti al pm Giovanni Battista Ferro: «In passato ho effettivamente affrontato serie problematiche della sfera sessuale con psicologi competenti. Effettivamente parlai dei miei problemi anche con i miei vescovi».

    Eppure il gip di Savona, Fiorenza Giorgi, firmando l’ archiviazione di un caso per avvenuta prescrizione, scrisse: «È triste dirlo, la sola preoccupazione dei vertici della curia di Savona è stata quella di salvaguardare l’ immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima». Eppure, c’ è quella relazione di monsignor Andrea Giusto, che era custodita in una cassaforte: «Mentre don Nello era vice parroco a Valleggia si è verificato il primo serio inconveniente. È stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino, tenuto sulle

    ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile. Attualmente, estate 2003, nulla è trapelato sui giornali. Don Nello si è impegnato a incontrare un religioso psicologo che lo aiuti a leggere in se stesso nel tentativo di ritrovare un miglior equilibrio».

    Anche Papa Ratzinger era stato informato. Sarà un giudice del Tribunale di Savona a decidere sui risarcimenti. Verranno chieste nuove perizie sulle vittime. Dopo quarant’ anni ancora non c’ è conciliazione.

    https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2019/11/07/news/la-diocesi-di-savona-nega-i-risarcimenti-non-ci-sono-prove-delle-violenze-subite-1.37862728

  • “Linee guida antipedofilia, specchietto per le allodole”. Intervista a una vittima di abusi

    “Linee guida antipedofilia, specchietto per le allodole”. Intervista a una vittima di abusi

    SAVONA-ADISTA. «Chiediamo alla Curia di Savona di risarcire il danno che abbiamo subito e che ancora paghiamo nelle nostre vite perché a suo tempo il vescovo ha protetto e consentito che don Nello Giraudo continuasse a compiere i suoi crimini». A parlare è Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso ed egli stesso vittima, ad undici anni, del prete pedofilo ligure. Adista lo ha intervistato.

    Zanardi, come mai avete deciso di denunciare la Curia di Savona?

    Abbiamo deciso di chiedere un risarcimento direttamente alla diocesi di Savona perché non ha impedito che un prete, che era alle proprie dipendenze, commettesse dei crimini. È un principio sancito dal secondo comma dell’articolo 40 del Codice penale: «Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo».

    E come sarà possibile dimostrarlo?

    Di fatto lo ha già dimostrato il gip Fiorenza Giorgia che nel 2012, illustrando la sentenza di prescrizione per il vescovo Dante Lafranconi, scrisse parole durissime: «la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta, è triste dirlo, come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”».

    Non è passato troppo tempo anche per questa causa civile?

    La prescrizione scatta dopo cinque anni dall’accertamento del danno biologico subìto, cosa che è avvenuta nel 2013. Ma c’è la possibilità, a differenza del penale, di bloccare i tempi di prescrizione. Noi l’abbiamo fatto subito, e così oggi possiamo andare a giudizio.

    L’entità del risarcimento richiesto è molto alta…

    «La cifra di quasi 5 milioni di euro non è stata decisa dall’associazione né dalle vittime, ma dalle tabelle dell’Ordine dei medici che, sulla base del danno biologico diagnosticato da un esame peritale, ne regolano l’indennizzo. Il danno biologico è stato, purtroppo, per alcuni di noi, elevatissimo. Nel mio caso è stato stimato in 815.000 euro. In altri tre casi si tratta di bambini che all’epoca furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali e affidati a don Giraudo.

    Cosa pensa delle nuove linee guida antipedofilia della Conferenza episcopale italiana in cui è stato introdotto, per i vescovi, «l’obbligo morale» di denunciare un prete pedofilo alla magistratura?

    È uno specchietto per le allodole. Non c’è mai stato, in Italia e nel resto del mondo, un vescovo che abbia denunciato un prete pedofilo alla magistratura. E non ci sarà nemmeno adesso, nonostante «l’obbligo morale» della denuncia.

    Cosa avrebbe dovuto fare papa Francesco?

    Due cose: eliminare il segreto pontificio ed ordinare ai vescovi di denunciare i preti pedofili alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma anche alla magistratura civile dei Paesi in cui l’abuso è compiuto. Parliamo sempre del monarca assoluto della Chiesa cattolica romana. Se non è in grado lui di imporre un ordine ai propri preti, chi può farlo?

    https://www.adista.it/articolo/61597

  • Pedofilia, Diocesi di Savona citata in giudizio per 5 milioni di euro

    Pedofilia, Diocesi di Savona citata in giudizio per 5 milioni di euro

    Pedofilia, Diocesi di Savona citata in giudizio per 5 milioni di euro

  • Preti pedofili a Savona. La diocesi citata per 5 milioni

    Preti pedofili a Savona. La diocesi citata per 5 milioni

    La diocesi di Savone è citata in giudizio per un totale di quasi 5 milioni di euro per cinque casi di pedofilia. Tre delle vittime, 5 ragazzi, furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali e affidati a don Nello Giraudo, che avrebbe abusato di loro. L’associazione Rete l’Abuso ha depositato cinque citazioni che chiamano in giudizio direttamente la diocesi di Savona, “la cui omissività ha permesso che don Nello Giraudo (denunciato all’allora vescovo di Savona Giulio Sanguineti già lo stesso anno dell’ordinazione sacerdotale) continuasse per quasi 30 anni ad abusare dei minori a lui affidati”. La prima udienza è fissata per il 15 novembre.

    I fatti si riferiscono al secolo scorso e ai primi anni di quello in corso per un totale di alcuni decenni. A Savona, per una serie di circostanze, sembra ci fosse un’altissima concentrazione di preti pedofili. E che la vigilanza da parte della diocesi, fosse molto scarsa. Giraudo, ad esempio, spretato e processato per diversi episodi di pedofilia, veniva spostato di parrocchia in parrocchia ma sempre, purtroppo, a contatto con bambini e ragazzi. Solo nel 2003 (dopo che la storia durava almeno da 20 anni) il vescovo Domenico Calcagno scrisse una lettera a Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede spiegandogli la storia di don Giraudo pedofilo incorreggibile. Nella missiva, Calcagno raccontava che avrebbe cercato di evitare di metterlo a contatto con bambini e adolescenti, ma sembrava impotente di fronte al fatto che il sacerdote volesse continuare la sua attività pastorale. L’unica cosa sottolineata con forza era che, fino a quel momento nulla era trapelato sui giornali. Ratzinger, come altre volte, non rispose.

    Come si diceva, la vicenda savonese non riguarda solo don Giraudo. I preti pedofili erano numerosi: parroci, insegnanti di scuola media, professori del seminario vescovile, che avrebbero dovuto insegnare ai ragazzi ad affrontare il mondo, scelsero invece di approfittarsene sessualmente.

    https://www.lapresse.it/cronaca/preti_pedofili_a_savona_la_diocesi_citata_per_5_milioni-1577285/news/2019-06-24/