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  • Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Pedofilia nella Chiesa, il caso Spotlight continua a Roma vent’anni dopo

    Federica Tourn, Editoriale DOMANI – È una limpida mattina romana di metà febbraio quando monsignor John Anthony Abruzzese, originario di Boston e canonico della Basilica papale di Santa Maria Maggiore all’Esquilino, viene convocato nell’ufficio del Commissario straordinario della Basilica, monsignor Rolandas Makrickas. Ad attenderlo trova l’arciprete della Basilica, il cardinale Stanisław Ryłko, e il suo vicario, l’arcivescovo Piero Marini, che gli consegnano una lettera da parte del Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato della Santa Sede Edgar Peña Parra. Le notizie non sono buone: Abruzzese è appena stato licenziato sui due piedi e deve tornarsene a casa, in Massachusetts. Il motivo non viene esplicitato, ma la lettera lascia intendere che la causa sia da ricercare nel fatto che Abruzzese, all’interno della basilica vaticana, divide l’alloggio con un ragazzo appena maggiorenne. Questo ragazzo, chiamiamolo Roberto, non è però un ventenne qualunque ma ha alle spalle una storia agghiacciante di pedofilia: è stato infatti abusato per nove anni da un prete e soltanto da poco si è deciso a denunciare.

    Comincia così una vicenda che, come una matrioska, ne contiene un’altra e dal Vaticano arriva fino a Francofonte, in provincia di Siracusa. Un’ordinaria storia di brutalità ecclesiastica, in cui eminenti personalità ecclesiastiche si premurano di allontare un sacerdote perché ospita un ragazzo, soltanto quando questi si decide a rivelare al suo vescovo la violenza subìta. Senza preoccuparsi quindi della vittima né di fermare i suoi potenziali abusatori, ma facendo attenzione a non venire coinvolte in scandali di pedofilia: in Vaticano, poi, dove dopo quarant’anni ancora brucia il mistero di Emanuela Orlandi.

    Ma andiamo con ordine. La lettera di licenziamento che monsignor Abruzzese riceve nell’ufficio del Commissario risale al 7 febbraio scorso ed è firmata personalmente da monsignor Peña Parra, il vescovo venezuelano che nel 2018 ha rimpiazzato il cardinale Giovanni Angelo Becciu nella carica di Sostituto alla Segreteria di Stato. Il provvedimento è preso in forza dell’articolo 11 dello Statuto di Santa Maria Maggiore, che prescrive dopo tre ammonizioni scritte l’allontanamento dalla Basilica del canonico «che conduca uno stile di vita che non corrisponde alla dignità e alla disciplina del capitolo». Dopo i ripetuti e disattesi richiami dell’arciprete della Basilica «anche in presenza di testimoni», si legge nella lettera, il sostituto si vede costretto a destituire Abruzzese e contestualmente gli ricorda che «non potrà più godere del titolo e dei benefici annessi al canonicato». Abruzzese è quindi invitato a fare prontamente ritorno alla sua diocesi di appartenenza, cioè a Boston. Per assicurarsi che sia ben chiaro, Peña Parra aggiunge che l’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean Patrick ‘O Malley, è già stato avvertito.

    Abruzzese non ci sta e il 21 febbraio si appella al papa contro questa decisione, da cui si definisce «gravemente offeso e ingiustamente giudicato e permanentemente penalizzato». In questo ricorso inviato al pontefice ricostruisce le tappe della vicenda e contesta il fatto che gli siano stati rivolti i menzionati «ripetuti e disattesi richiami». «Questo è di fatto falso e manca di documentazione», scrive Abruzzese al papa, e aggiunge che nella lettera di monsignor Peña Parra non viene specificato il motivo della «terribile decisione». L’unico richiamo che Abruzzese dichiara («sotto giuramento») di aver ricevuto risale ad alcuni mesi prima quando, in presenza dell’arciprete della Basilica e dell’arcivescovo Marini, gli è stato chiesto di congedare Roberto, «ma senza ammonimento canonico». Richiesta a cui Abruzzese sostiene di aver ottemperato già dall’11 gennaio. Quindi, protesta il sacerdote americano, sulla questione del ragazzo si sarebbe tenuto soltanto un incontro nell’ufficio del cardinale Ryłko e non gli sarebbero invece mai pervenute le tre ammonizioni canoniche prescritte dallo Statuto; allo stesso modo, non avrebbe ricevuto nessuna documentazione sulle accuse che hanno portato al suo licenziamento. Inoltre, la lettera di Peña Parra del 7 febbraio non solo non precisa quando e come gli sono stati dati questi avvertimenti, ma non indica nemmeno in che modo lui, Abruzzese, possa esercitare il diritto all’autodifesa. «Questo atto penale vìola anche il mio diritto al buon nome», protesta il sacerdote, chiedendo al papa che cancelli la pena che gli è stata inflitta.

    Nemmeno Abruzzese, che oggi ha 74 anni, è un sacerdote qualunque: da bambino infatti è stato chierichetto di “Johnny l’Allegro”, come veniva chiamato padre John Gheogan, il prete pedofilo condannato nel 2002 per violenza su minori e ucciso l’anno seguente in carcere. Gheogan, abusatore seriale a cui sono state attribuite 130 vittime in trent’anni di sacerdozio, ha fatto da detonatore al primo grande scandalo sulla pedofilia nella Chiesa cattolica, portato all’attenzione internazionale dall’inchiesta del Boston Globe, da cui è stato tratto il film Spotlight. Il cardinale  Bernard Francis Law, all’epoca arcivescovo di Boston, aveva sempre taciuto, limitandosi a spostare di parrocchia in parrocchia lo scomodo padre John e altri preti pedofili. Ed ecco un altro pezzo della matrioska: per una curiosa coincidenza, lo stesso cardinale Law, ben lungi dall’essere ripudiato dalla Chiesa, nel 2004 è nominato arciprete di Santa Maria Maggiore (che, in quanto territorio vaticano, gode di extraterritorialità e lo protegge anche da scomodi procedimenti giudiziari), dove viene poi sepolto alla sua morte nel 2017. La stessa Basilica dove, qualche anno dopo, convivono l’ex chierichetto di Boston Abruzzese e Roberto – guarda caso, un’altra vittima di pedofilia.

    Che sia questa convivenza il motivo dell’allontanamento dalla Basilica, Abruzzese lo dà per scontato e, nel suo accorato appello al papa, precisa che Roberto gli è stato raccomandato come possibile assistente, «24 ore su 24, 7 giorni su 7», da monsignor Vittorio Formenti, canonico adiutore della Basilica. Formenti, per anni a capo dell’ufficio statistica della Santa Sede e officiale emerito della Segreteria di Stato nella Città del Vaticano, è già noto alle cronache: il suo nome è emerso nell’ambito delle indagini della magistratura su Alessandro Raineri, un faccendiere bresciano, arrestato nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione degli appalti lombardi per Expo 2015, in cui erano coinvolte anche le ‘ndrine calabresi. Raineri vantava fra l’altro anche conoscenze all’interno dello Stato Pontificio dove, secondo le carte, poteva contare sull’amicizia proprio dell’influente direttore dell’ufficio centrale di Statistica d’oltretevere.

    È proprio Formenti a fare da tramite fra il ragazzo siciliano e i canonici di Santa Maria Maggiore: in un primo momento gli propone di fare il badante di monsignor Emilio Silvestrini, 87 anni, ex segretario della Pontificia Accademia per la vita e anche lui canonico della  Basilica, ma l’anziano sacerdote è malato di Alzheimer e il ragazzo dopo sei giorni rinuncia all’incarico. A quel punto, monsignor Formenti chiede ad Abruzzese di dare ospitalità al ragazzo. Abruzzese accetta di accoglierlo, con «un atto di concreta carità», sottolinea, pensando che può essergli d’aiuto con le pulizie dell’appartamento. E aggiunge, con una frecciata: «poiché altri laici furono ospitati nella Basilica con canonici, non ci pensai». Non ha pensato, cioè, che ci potesse esserci qualcosa di male nell’ospitare un ragazzo, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

    Due giorni dopo l’invio del ricorso al papa, parte un’altra lettera, questa volta indirizzata oltreoceano  al cardinale ‘O Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Il mittente è monsignor Valentino Miserachs Grau, decano di Santa Maria Maggiore, che si premura di scrivere a nome suo e di altri canonici una nota in cui manifesta «sentimenti di sincera stima e affetto» nei confronti del confratello. «Monsignor John, sacerdote buono e generoso – si legge nella lettera – sta vivendo momenti particolarmente difficoltosi a causa di scelte volte ad aiutare spiritualmente ed economicamente persone in difficoltà, scelte che possono provocare qualche fraintendimento in chi non lo conosce».

    Nessun dubbio sui fraintendimenti a cui fa riferimento il decano, considerata la situazione di convivenza non supportata da particolari esigenze di assistenza al sacerdote americano, e aggravata dalla storia di abusi del ragazzo.

    Il 30 marzo Peña Parra manda un’altra riservata personale ad Abruzzese, in cui lo informa che il papa il 14 marzo ha rigettato il suo ricorso e ha confermato la decisione di rispedire il sacerdote alla diocesi di appartenenza. Il Sostituto lo sollecita quindi a conformarsi alla decisione del pontefice senza ulteriori indugi. Cosa che evidentemente il reverendo non fa, se il 26 aprile il vice commissario della Gendarmeria dei servizi di sicurezza del Governatorato della Città del Vaticano gli notifica un provvedimento di «divieto di accesso su tutto il territorio dello Stato della Città del Vaticano, disposto nei suoi confronti dalle Superiori autorità della Santa Sede» con lettera del giorno precedente. La polizia vaticana, quindi, va a prelevare fin dentro la Basilica il monsignore per espellerlo, non solo dalla chiesa, ma addirittura dallo Stato vaticano.

    Qui si perdono le tracce del monsignore: forse è effettivamente tornato negli Stati Uniti, come intimatogli dal papa. Il ragazzo invece, pietra dello scandalo, è stato abbandonato con noncuranza dalla Chiesa al suo destino di vittima.

    Una storia particolarmente tragica la sua, perché segnata da abusi ripetuti, iniziati quando era ancora molto piccolo. Roberto è infatti un bambino di appena nove anni quando suo padre muore per una grave malattia; la madre se ne è andata di casa un anno prima e ha lasciato Francofonte, dove abitano, per il nord. Alla morte del padre, Roberto e il fratello minore restano da soli con la nonna, seguiti dai servizi sociali. Don Giuseppe (nome di fantasia) è cappellano militare e, anche se non fa parte della diocesi perché è un prete dell’Eparchia di Piana degli Albanesi, una sede della Chiesa bizantina cattolica in Italia soggetta alla Santa Sede, di fatto vive anche lui a Francofonte, suo paese natale. Roberto fa il chierichetto nella Chiesa madre del paese, dove ogni tanto tiene messa il cappellano. Don Giuseppe, adocchiato il ragazzino vulnerabile, ne conquista presto la fiducia e lo invita a casa sua. Qui, dopo avergli promesso che si occuperà di lui e gli darà i soldi di cui ha bisogno, prima costringe Roberto ad avere un rapporto orale e poi lo congeda con 25 euro. Pochi giorni dopo il prete porta il bambino nella sua casa di campagna, dove ha una grande piscina, ed è proprio lì che lo stupra per la prima volta.

    Le violenze vanno avanti per nove anni, fino alla maggiore età di Roberto. Abusi, manipolazione, stalking: il ragazzo dichiara di aver vissuto sotto il controllo totale di questo prete, in uno stato di soggezione fisico e mentale che lo ha più volte portato in ospedale in preda a crisi di ansia o in seguito a tentativi di suicidio. Il 22 marzo 2021 Roberto finalmente si rivolge alla giustizia ecclesiastica, e il giorno successivo a quella civile, ma ad oggi non si sa nulla nè dell’indagine previa, avviata da monsignor Lomanto, nè dell’inchiesta della squadra mobile della questura di Siracusa. Roberto, esasperato, dopo la denuncia chiede più volte al vescovo di intervenire nei confronti di questo sacerdote, che continua a dire messa e a frequentare le attività parrocchiali anche con i bambini, ma senza risultato. Soltanto lo scorso 16 novembre, quando Roberto decide di parlare con la stampa, monsignor Lomanto comunica in una nota ufficiale che don Giuseppe, «residente nella diocesi di Siracusa senza alcun incarico», il 31 ottobre è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero dal vescovo di Piana degli Albanesi, Giorgio Demetrio Gallaro. Intanto, con un notevole tempismo, nella diocesi di Siracusa il 22 novembre viene inaugurato il Servizio per la tutela dei minori. Interpellati da Domani sul caso di Roberto, monsignor Gallaro non ha risposto e il vescovo di Siracusa ha preferito non aggiungere altro.

    La vicenda di Roberto, così come la si apprende dalle sue parole, ha dell’incredibile. Quella prima estate del 2010, il bambino ritorna quasi tutti i giorni nella villa di don Giuseppe, incantato dal lusso e dalle promesse del sacerdote. Si ferma anche a dormire tre o quattro volte a settimana: «mi copriva di regali e trascorrevo le notti in sua compagnia dormendo nello stesso letto con lui», scrive Roberto nella memoria che consegna al vescovo al momento della denuncia. Quando Roberto manifesta il desiderio di farsi prete, don Giuseppe prova senza successo a farlo ammettere nel Preseminario minore di Roma, per poi trovargli nel 2012 un posto dai padri Rogazionisti di Messina, dove il ragazzo comincia a soffrire di crisi d’ansia e attacchi di panico, che lo portano per la prima volta a essere ricoverato in ospedale. Nel 2015 fa con il prete «un lungo tour turistico per le coste siciliane, vivendo praticamente con lui giorno e notte». Il sacerdote gli fa anche scaricare Grinder, una app per incontri gay, e lo usa come esca per contattare altri uomini.

    Nel 2016 il cappellano comincia a frequentare anche un altro ragazzo e di lì a poco Roberto si trasferisce a Milano. Don Giuseppe però lo raggiunge anche qui e gli chiede di fargli conoscere i suoi amici, ovviamente a scopo sessuale. Roberto si sente male e viene ricoverato in psichiatria al San Raffaele di Milano; una volta dimesso torna a Francofonte, dove rientra nell’orbita del prete. Don Giuseppe da un lato lo umilia dicendogli che è «un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente», dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: «il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione», esplicita Roberto.

    Nel 2019 Roberto – sempre grazie a una segnalazione di don Giuseppe – entra nella comunità dei padri domenicani di Messina, dove però viene allontanato quasi subito: il Superiore della congregazione, infatti, viene informato da una telefonata che il ragazzo ha una relazione con un prete della città e quindi è indegno di portare l’abito domenicano. Una menzogna, dice Roberto, anche questa da attribuire a don Giuseppe, che lo «dipinge al peggio con cose che solo lui poteva sapere», come scrive nella memoria al vescovo. Lasciata Messina, Roberto viene ospitato per una settimana dai domenicani di Catania, che si rivolgono proprio a don Giuseppe per vedere se è disposto ad aiutare il ragazzo. Il prete si rifiuta, salvo poi farsi vivo durante il lockdown e chiedere al ragazzo prestazioni sessuali via cellulare in cambio di denaro; un tira e molla che si interrompe soltanto quando Roberto, a marzo 2021, prende la decisione di denunciare nove anni di abuso.

    Ed è qui, nel 2021 che ritroviamo Roberto, raccomandato da Formenti, insieme a monsignor Abruzzese nella Basilica di Santa Maria Maggiore. Molte domande restano in sospeso: come faceva monsignor Formenti a conoscere Roberto? Se lo conosceva al punto da presentarlo addirittura a due monsignori, è plausibile che non sapesse nulla del suo passato di abusi?

    Nella seconda metà degli anni ’80, Formenti era membro del Consiglio Pastorale Militare Nazionale dell’Ordinariato militare, da cui dipendono i cappellani militari, quindi anche il sacerdote sotto inchiesta. È possibile quindi che sia stato proprio il prete siciliano a raccomandare a Formenti il suo “protetto” per sistemarlo, come aveva fatto in precedenza in occasioni analoghe. È un fatto che il ragazzo diventa presto motivo di imbarazzo, tanto che Abruzzese viene invitato dai suoi superiori a congedarlo. Che cosa è successo? A marzo 2021 Roberto denuncia il suo abusatore e il vescovo, come è suo dovere, ha senz’altro avvertito l’ente vaticano competente in materia di abusi su minori, il Dicastero per la dottrina della fede. A quel punto, l’evidente normalità di una convivenza oltre le mura di San Pietro (sottolineata dallo stesso Abruzzese, che infatti al papa scrive che «non ci ha pensato» perché altri intorno a lui fanno lo stesso) diventa un peccato intollerabile da rimuovere al più presto, prima che scoppi lo scandalo. Il fatto che di mezzo ci sia un ragazzo abusato sin da bambino, che avrebbe  bisogno di supporto, oltre che di verità e giustizia, sembra non preoccupare nessuno.

    Al momento di monsignor Abruzzese non si sa più nulla, il suo nome prontamente cancellato dal capitolo dei canonici della Basilica di Santa Maria Maggiore; né si conosce l’esito del procedimento ecclesiastico sul cappellano militare, oggi in pensione. In Vaticano tutto è tornato alla normalità, come se nulla fosse successo.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/pedofilia-nella-chiesa-il-caso-spotlight-continua-a-roma-ventanni-dopo-syshqsjm

  • Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis

    Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis

    Nicola Biondo — Come fossimo al cinema anche qui andrebbe posta una dicitura, “vietato ai deboli di cuore e alle persone facilmente impressionabili”. Perché la finestra che stiamo per aprire va oltre l’immaginazione, è una folle sceneggiatura.

    Il plot è quello della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, le due adolescenti svanite nel nulla a poche settimane di distanza l’una dall’altra nella tarda primavera del 1983. L’ultima incredibile verità viene fuori da alcuni nastri, parte di una lunga intervista, in cui è incisa la voce di un malavitoso romano di spicco, socio in affari del boss della Banda della Magliana Renato De Pedis che in Vaticano aveva (eufemismo) non pochi appigli.

    Secondo C.U. – le iniziali sono di fantasia, il Riformista conosce la sua vera identità- le due ragazze frequentavano gli appartamenti più riservati del Vaticano dove avrebbero subito molestie e rapporti sessuali con alti prelati. E’ per questo che dovevano scomparire. Ad avere avuto l’incarico sarebbe stato proprio De Pedis.

    “Quando la cosa era diventata una schifezza il Segretario di Stato Casaroli ha deciso di intervenire”, questa è l’esatta trascrizione di uno dei passaggi più importanti di una intervista datata 2009 in cui l’ex-socio di De Pedis rivela il movente della doppia sparizione.

    “Con questa verità non ci fate niente” lascia inciso il malavitoso all’autore dell’intervista Alessandro Ambrosini. E c’è un particolare ancora più agghiacciante, importanti uomini di Stato sapevano tutto, informati dallo stesso sodale del boss.

    “Nando [nome di un’esponente dei Servizi che sarebbe stato a conoscenza di tutti i particolari] a te ti trasferiscono, a me m’ammazzano”, dice raccontando di un incontro avuto con esponenti degli apparati di sicurezza e aggiunge chiosando, “questo è uno strano Paese, la verità non interessa a nessuno”.

    Criminali comuni o terroristi? Se questa fin dall’inizio del mistero è stata la domanda- chi ha rapito Mirella ed Emanuela– la questione vera è sempre stata il movente: perché? Per quale motivo due adolescenti dovevano essere rapite, perché nelle trattative intercorse sono entrati emissari del Vaticano, perché Papa Wojtyla pochi giorni dopo fece un appello per la Orlandi, caso non raro ma unico nella storia del papato?

    E perché mai nel corso di queste “trattative” non è mai stata chiesta una prova dell’esistenza in vita delle ragazze rapite?

    Oggi questi nastri, testimonianza parziale di oltre quattro ore di intervista proveniente dagli interna corporis del vertice della Magliana, svelano il più incredibile dei moventi: le due ragazze sarebbero state fatte scomparire perché testimoni e protagoniste di un sexgate nelle stanze più riservate del Vaticano, in quel momento abitate da Papa Wojtyla che non sarebbe stato – sempre secondo il “magliaro” C.U. – all’oscuro della vicenda.

    Ecco il passaggio preciso del nastro che il Riformista ha potuto ascoltare privo di censure: “Quando la cosa era diventata una schifezza il segretario di Stato [vicario del Papa Agostino Casaroli n.d.r.] ha deciso di intervenire”. “Non direttamente, sempre secondo la testimonianza, ma coinvolgendo “i cappellani del carcere di Regina Coeli”. I nomi  di battesimo di questi prelati sono rivelati in chiaro dall’ex-socio di De Pedis e quindi facilmente identificabili. Il Riformista, in accordo con Ambrosini, ha deciso di coprire particolari della vita privata del Pontefice polacco rivelati dall’ex della Magliana: particolari irriferibili ma sempre legati alla sparizione delle due adolescenti.

    L’intervento, ossia il rapimento delle due adolescenti, sarebbe stato appaltato proprio a De Pedis. Ecco perché il boss ucciso nel 1990 sarebbe stato seppellito in una famosa basilica.

    “De Pedis è sepolto lì per grazia ricevuta”, dice l’ex-socio. Fu una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” a consentire l’apertura della tomba di De Pedis, accanto a cardinali e nobili, alla chiesa di Sant’Apollinare nel cuore di Roma. Sabrina Minardi, amante e sodale del boss, certificò che quella nobile tumulazione  era dovuta al rapimento della Orlandi, un favore fatto al Vaticano su richiesta di un altro potente cardinale, Marcinkus, il deus ex-machina delle “sante finanze” Vaticane, legatissimo al Papa polacco. La Minardi, che C.U. non tiene in grande considerazione, interrogata a lungo si è prodotta in una serie di bugie che declassifica la sua testimonianza a poco più di una mezza calunnia.

    I nastri

    Era il 2008 quando l’ex socio di De Pedis incontra Alessandro Ambrosini rivelando la sua verità sull’intrigo vaticano. Rifiuta di essere ripreso ma la sua voce viene comunque registrata. Ambrosini, una vita spericolata tra il Veneto e la Sicilia, ex-attivista di peso nell’estrema destra e conoscitore dei codici che dai NAR sfociano in Mafia Capitale, diventa cronista di nera e gestisce un blog “Notte criminale” vera bibbia underground per i cultori della materia. Cosa lo ha spinto a tenere inedita per 14 anni questa storia lo spiega al Riformista e in un lungo video pubblicato sul suo sito.

    “Dal 2009 è cambiato molto nella comprensione di questa vicenda. Le ultime acquisizioni confermano il contesto che mi è stato raccontato. Non ultima la testimonianza di una amica della Orlandi che ha rivelato le confidenze ricevute direttamente da lei: era stata molestata all’interno del Vaticano”. Ambrosini sostiene anche di averne parlato con Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela che con la sua instancabile attività non ha mai smesso di cercare la verità: “Mi ha ringraziato”, dice Ambrosini. La scelta di non rivelare il nome dell’autore di queste sconvolgenti rivelazioni ha un motivo molto semplice: tutelare il teste, oggi in libertà, e permettere, se ci saranno, possibili indagini. La caratura del personaggio è senza dubbio di “livello”, certamente attendibile quando parla di De Pedis, attendibile quando parla dei suoi rapporti con apparati dello Stato. Tutto il resto sarà materia di indagine.

    Il contesto

    L’ipotesi che la Orlandi avesse subito molestie all’interno del Vaticano è stata adombrata da più parti, inchieste giornalistiche ma anche da qualche investigatore. Se poi questo fu uno dei tanti motivi che mise sotto ricatto il Vaticano da parte della Magliana ma anche di altri ambienti è troppo presto per dirlo. Di certo è che quelli furono gli anni di piombo della finanza in cui lo IOR vaticano e banchieri di mafia, Sindona e Calvi su tutti, trattavano affari miliardari e contribuivano a scrivere interi capitoli della storia della guerra fredda con i finanziamenti in chiave anti-comunista in Polonia e Sud America. Soldi macchiati di sangue: perché erano della mafia siciliana e della Magliana e chiunque si metteva in testa di svelare la trama affaristica -giornalisti, investigatori, banchieri- diventava un bersaglio da abbattere.

    E’ in questo contesto che avvengono i rapimenti di Orlandi e Gregori sui quali il silenzio del Vaticano si perpetua, da Wojtyla a Papa Francesco. E chissà se il Vaticano di fronte a queste sconvolgenti rivelazioni sceglierà ancora una volta la politica della rimozione e dei silenzi, più volte denunciata da Pietro Orlandi, o si aprirà una pagina nuova di questo infinito rebus di sangue e segreti.

    PRIMO NASTRO

    C.U: De Pedis è sepolto lì per grazia ricevuta, ma no per quello che dice quella pazza della Minardi.
    AMBROSINI: Ma quanti soldi gli ha dato De Pedis per farsi…
    C.U.: Ma lei sa chi era Casaroli lei? Quello veniva al riformatorio e ci portava la sigarette. Era pure… INCOMPRENSIBILE… il papa Wojtyla…
    AMBROSINI: No ma andiamo…
    AUDIO
    C.U.: Chi gli ha salvato le chiappe è Casaroli. Casaroli non è intervenuto direttamente, ha fatto intervenire gli ex cappellani di Regina Coeli che portavano whisky, lettere, tutto quello che serviva, droga, all’interno del carcere. Quando è servito qualcosa a chi si sono rivolti?
    AMBROSINI: Allora, però… facciamo.
    C.U.: Wojtyla… AUDIO CENSURATO… pure insieme se le portava a letto, se le portava, non so dove se le portava, all’interno del Vaticano. Quando è diventata una cosa che ormai era diventata una schifezza, il segretario di Stato ha deciso di intervenire. Ma non dicendo a Wojtyla ‘ora le tolgo da mezzo’. Si è rivolto a chi? Lui essendo esperto del carcere perché faceva il cappellano al riformatorio, si è rivolto ai cappellani del carcere.
    I cappellani del carcere uno era calabrese, un altro un furbacchione. Un certo Luigi, un certo padre Pietro, non hanno fatto altro che chiamare De Pedis e gli hanno detto ‘sta succedendo questo, ci puoi dare una mano?’. Punto. Il resto so tutte cazzate.

    SECONDO NASTRO

    C.U.: Ma le cose vere non si possono pubblicare. ADUIO CENSURATO… Il comandante dello… che era compare subalterno del generale del Sismi. Mi hanno portato a pranzo a Fiuggi, hanno tentato di… ‘dicci come stanno le cose’. Ho detto ‘senti Nando’ – si chiamava Nando – ‘che te dico? Se sapete la verità che ci fate? Non ci fate niente. Quella è morta, come la provi una cosa del genere, ti citano pure i danni.
    AMBROSINI: Quello sicuramente…
    C.U.: Io quando parlai con Nando a Fiuggi dissi ‘Nando non hai capito. A te ti trasferiscono, a me m’ammazzano, lascia perdere’. Purtroppo l’Italia è un paese strano.

    Scomparsa Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, sex-gate nelle stanze di Papa Wojtyla: l’audio inedito dell’ex-socio del boss De Pedis

  • Emanuela Orlandi, spunta l’audio choc, l’ex socio di De Pedis (registrato di nascosto) fa nomi e cognomi

    Emanuela Orlandi, spunta l’audio choc, l’ex socio di De Pedis (registrato di nascosto) fa nomi e cognomi

    Un audio. Una registrazione di circa due minuti che risale al 2009 e che – a distanza di qusi 40 anni –  potrebbe riaprire il caso Emanuela Orlandi, la giovane ragazza scomparsa da casa in Vaticano  il 22 giugno del 1983.

    Dell’esistenza di questa registrazione effettuata di nascosto durante una conversazione in un luogo pubblico si sapeva già, scrive Il Giornale. L’autore di questa registrazione è Alessandro Ambrosini, il fondatore del blog d’inchiesta Notte Criminale.

    Chi parla è invece è rimasto anonimo, ma si pensa che si tratta di un vecchio sodale di Enrico De Pedis, uno dei capi storici della banda della Magliana. L’uomo, riferendosi alle dichiarazioni di Sabrina Minardi, ex compagna di Renatino, che dall’anno precedente aveva iniziato a parlare con i magistrati romani relativamente al caso Orlandi, si sente in dovere di fare alcune precisazioni.

    Cosa si sente nell’audio

    L’audio rubato sarà pubblicato nei prossimi giorni dall’autore della registrazione sul suo blog, ma IlGiornale.it ha avuto modo di ascoltarlo in anteprima. L’ex socio di De Pedis, inconsapevole di essere registrato, si lascia andare senza freni e, relativamente alla scomparsa di Emanuela Orlandi, punta il dito verso una persona in particolare, facendone nome e cognome. L’autore della registrazione, Alessandro Ambrosini, si è detto disposto a rivelare l’identità della fonte qualora fosse l’autorità giudiziaria a chiederglielo.

    https://www.ilgazzettino.it/italia/cronaca_nera/emanuela_orlandi_audio_choc_cosa_e_successo_chi_l_ha_uccisa_news-7094666.html

  • “Vatican Girl”: Netflix riapre il caso Emanuela Orlandi con la serie-choc

    “Vatican Girl”: Netflix riapre il caso Emanuela Orlandi con la serie-choc

    E’ tuttora irrisolto il caso di Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno del 1983 dalla Città del Vaticano, dove viveva con la famiglia, e mai più ritrovata. ll “cold case” è il tema della nuova docu-serie di Netlfix, “Vatican Girl – La scomparsa di Emanuela Orlandi”, realizzata dalla società di produzione inglese RAW con il contributo di testimoni dell’epoca e giornalisti che hanno seguito il caso, come Andrea Purgatori.

    Vatican Girl – le testimonianze choc di Pietro Orlandi e dei familiari

    Un altro volto noto è quello di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che non si è mai arreso e continua a cercare la sorella. O almeno, come ribadisce in maniera straziante, di un corpo sul quale la famiglia possa piangere. La docu-serie ripropone tutti i documenti accumulati negli anni, comprese le misteriose telefonate del misterioso “americano” e dei nastri agghiaccianti, con le comunicazioni dei rapitori, la voce della giovane Emanuela e quello che sembra essere l’audio di una tortura.

    Vatican Girl – lo scambio con Ali Agca

    La prima pista investigativa fu il terrorismo internazionale. Nelle prime comunicazioni, i rapitori proposero uno scambio con Ali Agca, che era in carcere perché due anni prima aveva cercato di uccidere Papa Giovanni Paolo II, sparandogli in Piazza San Pietro. Si ipotizzava che Agca, come da lui stesso dichiarato, fosse stato mandato dal Kgb per eliminare il Papa, nemico del comunismo, e che la sua liberazione fosse il primo passo per metterlo a tacere ed impedire di rivelare segreti indicibili.

    Vatican Girl – i legami con Roberto Calvi e la banda della Magliana

    Dalla docu-serie però emerge un’altra pista. Nella sua lotta al comunismo, il Vaticano avrebbe finanziato Solidarnosc, per liberare la Polonia (terra natia del Papa) dal regime. Un finanziamento che, secondo gli autori, sarebbe stato mascherato grazie a complessi giri con il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Lo stesso “banchiere di Dio”, vicinissimo al Vaticano, sarebbe stato coinvolto nel riciclaggio di soldi della mafia e la sua morte a Londra sarebbe stata un regolamento di conti, per delle somme non restituite. Erano state usate per finanziare Solidarnosc? Le ricostruzioni ipotizzano uno scenario ricattatorio, per riavere quei soldi che appartenevano alla criminalità organizzata.

    Vatican Girl – il ricatto e lo scandalo sessuale

    Ma perchè rapire l’incolpevole Emanuela Orlandi e non un prete o un membro del Vaticano? Perché una 15enne era così importante per la criminalità organizzata, che voleva ricattare la Chiesa? La testimonianza più inquietante è quella di un’amica di Emanuela che, coperta dall’anonimato, riferisce una sconvolgente confidenza della ragazza: poco tempo prima, passeggiando, sarebbe stata “infastidita” da una persona “molto vicina al Papa”. Da qui l’ipotesi di un ricatto su un possibile scandalo che avrebbe potuto arrecare un danno di immagine enorme al Vaticano.

    https://www.affaritaliani.it/mediatech/vatican-girl-netflix-riapre-il-caso-emanuela-orlandi-con-la-serie-choc-821932.html

  • Il caso Emanuela Orlandi –

    Il caso Emanuela Orlandi –

    Mercoledì 5 ottobre affronteremo uno dei casi più misteriosi della storia recente italiana e vaticana: il caso Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, figlia di un dipendente della Prefettura vaticana, scomparsa nel nulla a Roma il 22 giugno 1983.

    La vicenda è stata collegata ad altri eventi misteriosi dell’epoca, dall’attentato a Giovanni Paolo II allo scandalo IOR e il caso Calvi fino alla pista che la collega a “Renatino”, alias Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana.

    L’inchiesta è stata archiviata, ma c’è ancora molto da scoprire…

    La puntata sarà in live streaming su Facebook, YouTube e Twitch, qui sotto trovi i link a tutti i nostri canali 👇

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  • Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

    Perché si riparla del rapimento di Emanuela Orlandi

    I quotidiani italiani sono tornati in questi giorni a occuparsi del caso di Emanuela Orlandi, la ragazza di 15 anni, figlia di un dipendente della Prefettura vaticana (il servizio che gestisce le udienze del Papa), che scomparve a Roma il 22 giugno 1983 e di cui non si è più saputo nulla. A riportare l’attenzione sul caso Orlandi è stata la scoperta della scomparsa, nel cimitero romano del Verano, della salma di Katty Skerl, diciassettenne di origine svedese il cui corpo fu ritrovato a Grottaferrata, in provincia di Roma, il 21 gennaio 1984. L’omicidio di Skerl è tuttora irrisolto.

    A collegare le due vicende fu nel 2015 un fotografo romano, Marco Accetti, che si autodenunciò per il rapimento di Orlandi sostenendo che sia quel sequestro sia l’omicidio di Skerl fossero collegati a una lotta interna tra varie fazioni del Vaticano. A conferma delle sue dichiarazioni disse che la tomba di Skerl era vuota e che all’interno del loculo, una volta aperto, sarebbe stata trovata solo una maniglia d’ottone con inciso un angelo.

    Dopo 12 interrogatori, Accetti non venne ritenuto credibile. Le verifiche sulla tomba della ragazza, nel cimitero del Verano, non furono fatte. Ora, a sette anni di distanza, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide posta nel riquadro 115, n° 84, fila 2 del cimitero. La cassa di legno con la salma della ragazza è sparita e nel loculo è stata ritrovata in effetti solo una maniglia.

    Sono molte le domande che in questa storia non hanno risposta. La prima è perché solo ora, dopo tanto tempo, la procura di Roma ha dato ordine di smurare la lapide. Sette anni fa la rivelazione di Accetti non fu considerata attendibile, ma qualcosa è probabilmente accaduto di recente portando il procuratore che ora si occupa del caso a ordinare l’ispezione della tomba.

    Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, è scettico sul presunto legame tra le due vicende. «Accetti non ha mai portato nessun elemento concreto che supportasse le sue dichiarazioni. Non ha mai fatto i nomi di chi avrebbe materialmente rapito mia sorella. Certo, la vicenda della scomparsa del cadavere di Katty Skerl è inquietante, oltre che triste. Ma sul collegamento con la storia di Emanuela ho molti dubbi» dice al Post.

    Per chiarire la vicenda, che è intricatissima, bisogna tornare al 1983. Emanuela Orlandi, studentessa che aveva appena terminato il secondo anno al convitto nazionale Vittorio Emanuele II, scomparve a Roma attorno alle 19 del 22 giugno dopo essere uscita da una lezione di musica in piazza Sant’Apollinare. Poco prima delle 19 telefonò a casa dicendo che avrebbe fatto tardi perché non passava l’autobus. Disse anche che era stata appena avvicinata da un uomo che le aveva proposto un lavoro di volantinaggio.

    Le indagini e le inchieste giornalistiche si concentrarono presto sugli ambienti vaticani. Orlandi viveva all’interno delle mura pontificie: venne quindi ipotizzato che il suo sequestro fosse stato ordinato e portato a termine per esercitare pressioni affinché venisse liberato Mehmet Ali Agca, l’uomo che aveva sparato a Papa Giovanni Paolo II in piazza San Pietro il 13 maggio 1981. A riprova di questa teoria vennero portate le testimonianze della famiglia Orlandi, che nel luglio del 1983 aveva ricevuto le telefonate di un uomo che parlava con un forte accento anglosassone (i giornali allora lo soprannominarono “l’amerikano”) che, in cambio della liberazione della ragazza, chiedeva la scarcerazione di Ali Agca. Il 17 luglio venne anche fatto ritrovare un nastro in cui si sentiva la voce di una ragazza che chiedeva aiuto. Le telefonate furono in tutto 16 ma l’uomo non portò mai prove concrete sul fatto che Orlandi fosse realmente sua prigioniera.

    Ci furono anche telefonate da parte dell’organizzazione turca di estrema destra dei Lupi Grigi, di cui faceva parte Ali Agca, che disse di avere rapito anche un’altra ragazza, Mirella Gregori, scomparsa a Roma il 7 maggio del 1983, poche settimane prima della scomparsa di Orlandi. La madre di Gregori, due anni dopo, durante una visita del Papa nella parrocchia romana di San Giuseppe, riconobbe in un agente della Gendarmeria vaticana della scorta un uomo che a suo dire si intratteneva spesso con la figlia. Anche le indagini sulla sparizione di Gregori, così come quelle sulla scomparsa di Orlandi, non hanno mai raggiunto risultati concreti.

    Durante le indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sono state fatte molte ipotesi. Una fonte anonima nel 2005 affermò che la ragazza era morta durante una festa nella residenza di un alto prelato. Ma non ci fu mai nessun elemento concreto a sostegno di questa pista.

    Sempre nel 2005 durante una telefonata anonima alla trasmissione Chi l’ha visto, in onda su Rai 3, un uomo disse che per capire la scomparsa di Orlandi bisognava andare a vedere chi era sepolto in una tomba nella basilica di Sant’Apollinare e «controllare il favore che Renatino fece al cardinale Poletti». Renatino era il soprannome di Enrico De Pedis, boss della banda romana cosiddetta della Magliana, molto potente a Roma tra gli anni Ottanta e Novanta e legata sia ad ambienti dei servizi segreti sia dell’estrema destra. Ugo Poletti, cardinale morto nel 1997, era stato presidente della Conferenza episcopale italiana.

    Si scoprì che nella chiesa di Sant’Apollinare, vicino a cardinali e grandi benefattori della Chiesa, era in effetti sepolto De Pedis, assassinato a Roma nel febbraio del 1990. Sembrava in effetti molto strano che un boss criminale fosse sepolto in una chiesa riservata a cardinali e illustri personaggi vicini alla Chiesa. Si scoprì poi che il boss della banda della Magliana aveva fatto ingenti donazioni alla chiesa e si era così “comprato” quella sepoltura.

    A collegare il rapimento Orlandi alla banda della Magliana furono anche alcuni pentiti, come Antonio Mancini, detto “accattone”, e Maurizio Abbatino, detto “er crispino”. Mancini disse che Orlandi venne rapita per fare pressioni sul Vaticano affinché restituisse grosse somme di denaro che la banda della Magliana aveva prestato allo Ior, l’Istituto opere religiose, attraverso il Banco ambrosiano di Roberto Calvi. Anche una donna, Sabrina Minardi, ex moglie del calciatore Bruno Giordano ed ex compagna di De Pedis, confermò che Orlandi era stata rapita dalla banda della Magliana nell’ambito dei rapporti con ambienti vaticani. Secondo Minardi, De Pedis le aveva detto: «La Orlandi è cosa nostra». La donna rivelò alla procura di Roma che Orlandi era stata tenuta a lungo prigioniera in uno scantinato del quartiere romano di Monteverde prima di essere uccisa.

    Ma nemmeno le testimonianze di Minardi, Mancini e Abbatino hanno avuto mai concreti riscontri investigativi.

    Il fotografo romano Marco Accetti entrò nella vicenda nel 2015. Il suo nome era già presente nel casellario giudiziario: il 20 dicembre 1983 un bambino di undici anni, figlio di un diplomatico uruguayano, uscito dalla sua casa all’Eur per andare dal barbiere, venne ritrovato morto nella pineta di Castel Porziano, a Ostia, a venti chilometri da casa. Sul posto venne fermato un uomo, che era Accetti. Disse all’epoca: «Il bambino l’ho ucciso io, l’ho investito accidentalmente». Accetti venne condannato a un anno per omicidio colposo. La madre del bambino commissionò un’indagine a un detective privato e si convinse che suo figlio fosse in realtà stato rapito e ucciso e che Accetti avesse avuto un ruolo nella vicenda.

    Nel 2015 Accetti fece ritrovare alla procura di Roma un flauto dicendo che era quello di Emanuela Orlandi. La famiglia Orlandi disse che in effetti quel flauto poteva essere quello di Emanuela ma, come ha spiegato al Post Pietro Orlandi, «non c’è mai stata una prova concreta che si trattasse in effetti di quello strumento. Purtroppo il DNA presente era troppo esiguo per poter arrivare a qualsiasi conclusione».

    Accetti disse che aveva quel flauto perché aveva partecipato al rapimento. Disse di essere stata una delle persone che avevano telefonato, dopo il sequestro, alla famiglia Orlandi. Aggiunse che la ragazza era stata rapita nel corso di uno scontro tra due fazioni avverse presenti allora in Vaticano. Da una parte c’era la fazione, di cui diceva di aver fatto parte lo stesso Accetti, che voleva esercitare pressioni su Papa Giovani Paolo II affinché abbandonasse la sua politica anticomunista e di sostegno ai movimenti anti-regime dell’Est Europa, come il sindacato polacco Solidarność. Dall’altra parte c’era la fazione che invece sosteneva il Papa nella battaglia contro il blocco comunista guidato dall’Unione Sovietica.

    Accetti sostenne anche che la fazione anticomunista, in risposta al sequestro Orlandi, aveva ucciso Katty Skerl, studentessa del liceo artistico, figlia di un regista svedese. La ragazza, che aveva 17 anni, era iscritta alla federazione giovanile comunista ed era una militante femminista.

    Il 21 gennaio 1984 Skerl era uscita di casa con un borsone per andare a una festa. Venne ritrovata il giorno dopo in una vigna di Grottaferrata: era stata strangolata prima con un filo di ferro e poi con la cinghia del suo borsone. Secondo i risultati dell’autopsia, era stata spinta a terra a faccia in giù e tenuta ferma con un ginocchio sulla schiena con una forza tale da sfondarle alcune costole. Venne esclusa la violenza sessuale.

    Anche le indagini sulla morte di Skerl non portarono a nulla. Mai nessuno però, fino alle dichiarazioni di Accetti, aveva messo in relazione il suo omicidio alla scomparsa di Orlandi.

    Dopo le sue dichiarazioni, il fotografo venne indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere. Accetti rivelò anche un elemento a sostegno delle sue dichiarazioni. Disse che la camicia bianca indossata da Skerl al momento della sepoltura aveva scritto sull’etichetta “Via Frattina 1982”, e costruì intorno a questo dettaglio una articolata teoria, mai provata in nessun modo. Scrisse nel suo blog: «Quando la Skerl fu vestita per essere deposta nella bara, era presente una ragazza che, spacciandosi per parente, insistette per assistere alla preparazione del feretro. Costei ravvisò un certo elemento indosso alla Catherine, e tale dettaglio fu usato in un comunicato del 1984, ed attribuito alla Orlandi».

    In una delle lettere inviate negli anni Ottanta alla famiglia Orlandi, firmata dall’organizzazione Fronte Turkesh, c’era in effetti un riferimento, che i magistrati non erano mai riusciti a interpretare, a via Frattina. Accetti in sostanza accusò una delle due presunte fazioni interne alla Chiesa, quella che sosteneva l’anticomunismo del Papa, di aver scoperto quel dettaglio della camicetta e di averlo inserito in una lettera alla famiglia Orlandi per dare un segnale alla fazione avversa.

    Accetti sostenne poi che il cadavere di Skerl fosse stato fatto sparire proprio per eliminare quella camicia e quell’etichetta e nascondere il collegamento tra i due casi. Disse che chi aveva fatto sparire la tomba aveva però lasciato una maniglia nel loculo.

    Dopo le dichiarazioni del fotografo i giornali ricordarono che a un’amica di Emanuela Orlandi e alla sorella di Mirella Gregori erano giunte nel 2013 due lettere che contenevano queste parole: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». Secondo alcune interpretazioni, le due “more” erano Emanuela Orlandi e Mirella Gregori mentre la donna bionda era Skerl, il cui corpo era stato ritrovato in una vigna.

    L’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone si convinse che Accetti era inattendibile e chiese e ottenne dal giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del fascicolo di indagine. Alla decisione si oppose il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. Nemmeno lui riteneva attendibile Accetti per quanto riguardava la storia dello scontro in Vaticano, ma credeva che si dovesse continuare a indagare. In quel periodo il Corriere della Sera scoprì anche che Skerl era nella stessa classe della figlia di uno dei tre uomini bulgari che furono coinvolti nelle indagini sull’attentato al papa.

    In un post sul suo blog, nel 2015, Accetti parlò così del trafugamento della salma di Katty Skerl: «Per impossessarsi di tale elemento (la camicetta, ndr) alcune persone organizzarono nel 2005 una fittizia squadra di addetti ai lavori cimiteriali e, simulando un lavoro di riesumazione, smurano il fornetto e lo richiusero dopo aver prelevato la bara. Tali persone caricarono la cassa su un carro funebre ed uscirono da uno dei cancelli vigilati, come se si trattasse di un’operazione di traslazione. Lasciarono all’interno della tomba una maniglia che svitarono alla stessa cassa. Tale maniglia raffigurava un angelo. Il significato di tale azione era una sorta di codice. Tra i motivi del trafugamento, vi era anche l’intenzione di esercitare alcune pressioni»

    Giancarlo Capaldo, che ha recentemente pubblicato un romanzo ispirato al caso Orlandi, La ragazza scomparsa, ha detto parlando con Il Giornale: «Per quale motivo la polizia è andata a fare questo controllo al Verano? Secondo alcune voci, la famiglia della Skerl voleva fare un trasferimento della salma dal Verano a un’altra parte ed è per questo che si è scoperta la mancanza dei resti. Ma è una versione che a mio avviso presenta dei punti poco chiari. Mi sembra molto strano che una famiglia decida dopo 40 anni di trasferire dei resti, piuttosto c’è da chiedersi se non stessero cercando qualcosa».

    A complicare ulteriormente la storia e a rendere ancora più ambigua la figura di Marco Accetti c’è una vicenda anch’essa risalente al 2015. Accetti contattò la famiglia di Alessia Rosati, una ragazza romana, studentessa di Lettere alla Sapienza e militante di sinistra molto impegnata, scomparsa il 23 luglio 1994 e di cui non si è più saputo nulla.

    Disse Accetti lasciando un messaggio alla famiglia Rosati: «So che cosa è successo a vostra figlia. Allo stesso modo in cui nel 1983 il nostro gruppo promosse l’allontanamento da casa della Orlandi e della Gregori per fare pressioni sul Vaticano, così nel 1994 contattammo la Rosati per simulare un sequestro, tramite il quale ricattare elementi del Sisde (servizi segreti, ndr). Solo che fummo anticipati, la giovane sparì prima. Noi sospettammo per mano della stessa parte che volevamo colpire». Anche in quel caso Marco Accetti non portò nessun riscontro concreto alle sue affermazioni.

    https://www.ilpost.it/2022/07/25/emanuela-orlandi-katty-skerl/

  • Una tomba vuota riapre il caso Orlandi. Il fratello: “Non una svolta, ma si indaghi”

    Una tomba vuota riapre il caso Orlandi. Il fratello: “Non una svolta, ma si indaghi”

    È di questa mattina la notizia di una presunta “svolta” nel caso della sparizione di Emanuela Orlandi, la ragazza di cui si sono perse le tracce a Roma nel giugno del 1983. Cittadina vaticana, da ormai quasi quarant’anni su questa vicenda si addensano nubi oscure, tanto fitte da non permettere di scernere la verità dalla finzione, spesso veicolata in modo strumentale da chi – ancora oggi – da questa storia ha molto da perdere.

    La “svolta” di cui sopra si riferisce a un aspetto inquietante: il 13 luglio scorso la squadra mobile di Roma è entrata nel cimitero monumentale del Verano con un obiettivo preciso: aprire il fornetto in cui riposano le spoglie di Katty Skerl, la figlia di un regista americano che nel 1982, quando aveva 17 anni, venne ritrovata strangolata in una vigna a Grottaferrata. Un caso mai risolto, uno dei tanti che nel corso degli anni Ottanta, sempre a Roma, vide coinvolte diverse ragazze.

    Peccato che, secondo quanto riportato stamattina da diversi organi di stampa, nel fornetto non ci fosse più nulla. Svuotato. Da chi, non è dato saperlo.

    Qual è il collegamento tra le due ragazze? Oltre a una serie di plichi anonimi consegnati ai familiari della Orlandi e a quelli di un’altra ragazza scomparsa sempre nel 1983 da Roma, Mirella Gregori, [plichi che, utilizzando un linguaggio in codice, mettevano in relazione la scomparsa delle due giovani con la morte della Skerl], il collegamento più “solido” (virgolette d’obbligo) è quello costruito dalle dichiarazioni di Marco Accetti, personaggio obliquo e indecifrabile, ufficialmente fotografo, ma circondato da un’aura di mistero che lui stesso ha contribuito ad alimentare nel corso degli anni, sciorinando di fronte a inquirenti e media una quantità enorme di informazioni difficilmente riscontrabili.

    Accusato di diffusione di materiale pedopornografico, Accetti si è attribuito un ruolo mai verificato anche nella scomparsa della Orlandi e, il 20 dicembre 1983, si è reso protagonista di un altro evento inquietante: fu lui a investire con la sua auto e a uccidere Josè Garramon, il figlio tredicenne di un funzionario uruguayano dell’Onu. L’omicidio avvenne nella pineta di Castel Porziano, a 20 chilometri dalla casa del ragazzino. Anche qui, nessuna certezza su cosa sia realmente avvenuto.

    Ma sorvolando su questo episodio e sulle tante millanterie del personaggio, una cosa Marco Accetti l’aveva detta giusta: era il 2015, presentatosi in procura a Roma di fronte al magistrato Giancarlo Capaldo, all’epoca titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, Accetti aveva detto di aprire il loculo in cui erano conservati i resti di Katty Skerl. L’uomo fu molto preciso e disse che una finta squadra di addetti cimiteriali avrebbe smurato il fornetto della ragazza per occultare un indizio che avrebbe permesso il collegamento tra l’omicidio della diciassettenne americana e la scomparsa della Orlandi.

    All’epoca Capaldo non approfondì questa presunta pista poiché non ne aveva la delega e perché, da poco, la Procura aveva chiesto l’archiviazione del caso. E della storia non si seppe più nulla. Almeno fino a oggi. Marco Accetti aveva ragione.

    Viene a questo punto da chiedersi: perché oggi, a distanza di oltre sette anni dalla testimonianza di Accetti, si è deciso di effettuare questa verifica? Da dove nasce questo rinnovato input? E ancora: se Accetti ha detto la verità, vanno forse rivalutate alcune sue esternazioni sul proprio coinvolgimento nella sparizione di Emanuela Orlandi?

    Dello stesso avviso è proprio il magistrato a cui per primo si rivolse Accetti. Giancarlo Capaldo, con cui abbiamo parlato, ritiene che più che parlare di “svolta” nel caso Orlandi, sia interessante capire chi in questo momento si è rivolto alla squadra mobile: “L’ha detto Accetti o qualcun altro?”, si chiede Capaldo, “Per quale motivo la polizia è andata a fare questo controllo al Verano? Secondo alcune voci, la famiglia della Skerl voleva fare un trasferimento della salma dal Verano a un’altra parte ed è per questo che si è scoperta la mancanza dei resti. Ma è una versione che a mio avviso presenta dei punti poco chiari. Mi sembra molto strano che una famiglia decida dopo 40 anni di trasferire dei resti, piuttosto c’è da chiedersi se non stessero cercando qualcosa”.

    Giancarlo Capaldo – che al caso Orlandi ha dedicato un romanzo recentemente dato alle stampe per la casa editrice Chiarelettere, La ragazza scomparsa – insiste su questo punto: capire per quale ragione si sia mossa la squadra mobile di Roma: “Non ci si può accontentare di una spiegazione di routine. Io sono convinto che si tratti di brandelli di verità, di messaggi che ancora oggi ci si continua a dare nella cerchia vaticana per condizionare qualcuno”. L’ex magistrato è infatti convinto che, a distanza di tanto tempo, siano ancora in molti a temere che un giorno la verità sul caso Orlandi possa venire fuori: “Sono rimasti in pochi, ma c’è ancora qualcuno che ha da perdere. E c’è anche l’istituzione vaticana in sé che va tutelata. Nessuno è così forte da poter raccontare quello che io ho scritto nel romanzo. È una cosa che non si può dire”.

    Giancarlo Capaldo si riferisce al suo ultimo libro già citato dove, in chiave romanzesca e in un gioco di sottili allusioni che vanno a comporre un rebus di non facile interpretazione, illustra quella che è la sua pista. Una pista evidentemente non dimostrabile, ma su cui l’ex magistrato scommette, anche a giudicare da quanto accaduto a seguito di un’intervista rilasciata ad Andrea Purgatori nel corso della trasmissione televisiva Atlantide. Presentando il suo libro e raccontando alcuni retroscena inediti che l’hanno visto protagonista nel corso delle sue indagini su Emanuela Orlandi [nello specifico, Capaldo ha raccontato della trattativa intercorsa con alcuni emissari vaticani per il ritrovamento del corpo della Orlandi], si è visto convocato alla Procura di Roma.

    Ci si sarebbe aspettati che gli venissero chiesi i nomi e i cognomi delle personalità vaticane a suo avviso coinvolte nel caso o a conoscenza di dettagli importanti “ce ne sono, sono di alto livello e io so chi sono”, ci ha detto. E invece non è andata così: “Quando sono stato convocato in procura non mi è stato chiesto nulla di tutto questo. Nel 2015 mi tolsero l’inchiesta, poi quando ho provato a parlare dei miei rapporti con il Vaticano mi hanno esorcizzato, hanno cercato di intimidirmi. Lei pensa che vogliono davvero trovare la verità? Due più due fa sempre quattro”.

    Ricordiamo giusto per completezza che l’inchiesta sulla sparizione di Emanuela Orlandi nel 2015 fu archiviata dall’allora procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, oggi presidente del Tribunale dello Stato Vaticano.

    Tornando alla presunta svolta, abbiamo parlato anche con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che da sempre si batte per la verità e che, nel caso dei resti scomparsi della Skerl, resta cauto: “Al momento non credo ci sia un collegamento specifico tra la questione della tomba e quella di Emanuela. L’unico collegamento sono le dichiarazioni di Marco Accetti del 2015. Oltre a questo non ha fornito riscontri. Certo, la cosa grave è che questa persona sapesse che quella tomba era vuota”.

    E allora torniamo al punto di partenza: è incontrovertibile il fatto che Accetti fosse ben informato sulla scomparsa di questi resti. Ma il collegamento con il caso Orlandi è solo il frutto di una sua ossessione o ci sono elementi di verità? “Accetti”, commenta Pietro Orlandi, “è stato assolutamente preciso nel riferire le circostanze della sparizione di questi resti, mi viene anche da pensare che sia stato coinvolto direttamente nella cosa, ma non è stato altrettanto preciso nel delineare il collegamento con la sparizione di mia sorella”.

    Un continuo balletto tra menzogna e mezze verità, secondo Pietro Orlandi, che preferisce parlare di un ulteriore tassello della vicenda, piuttosto che di svolta vera e propria: “È un fatto gravissimo e spero che venga aperta un’inchiesta. Così come spero che venga sentito Accetti in merito alle informazioni di cui è in possesso”. Ricordiamo che Accetti fece la dichiarazione a Capaldo subito dopo che la Procura di Roma aveva presentato richiesta di archiviazione. Anche in questo caso, un tempismo su cui andrebbe fatta luce. Secondo Pietro Orlandi si trattò di un messaggio: “Probabilmente Accetti voleva dimostrare di essere attendibile. Dicendo ai magistrati una cosa vera e riscontrabile, voleva accreditarsi come credibile anche nelle sue dichiarazioni sulla sorte di mia sorella”.

    Difficile trovare un senso in questa vicenda. Lo stesso Pietro Orlandi ci conferma di non aver mai dato un peso reale alle dichiarazioni di Marco Accetti, ma che lui possa aver avuto un ruolo o una conoscenza non lo esclude: “Potrebbe essere stato la piccola rotella di un ingranaggio più grande. Ma il suo problema è che non ha mai fornito riscontro alle cose che ha detto su Emanuela”.

    Riguardo poi l’ipotesi espressa da un ex magistrato come Otello Lupacchini, intervistato oggi da La Repubblica, il quale sostiene che probabilmente dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi, Mirella Gregori, Katty Skerl e altre ragazze, per un totale di 12, scomparse o morte misteriosamente a cavallo degli anni Ottanta, ci sia un serial killer mai individuato, Pietro Orlandi si dice molto scettico: “Che mia sorella sia stata vittima di un serial killer lo escludo. Piuttosto è curioso che la vicenda di questa tomba esca in un momento molto particolare, mentre con il mio avvocato mi sto battendo per essere convocato presso i Promotori di Giustizia in Vaticano”.

    Circa un mese fa in effetti Pietro Orlandi, ripreso da diverse agenzie, ha detto di essere a una svolta del caso, di avere cioè elementi tali da poter imprimere un’accelerazione verso il raggiungimento di una verità sempre più sfocata: “Avevamo scritto una lettera al papa in cui dicevamo di avere queste informazioni molto importanti e che avremmo voluto condividerle con lui. Inaspettatamente, il papa ci ha risposto con un’altra lettera a gennaio. È stato lui a dirci di condividere queste informazioni con i Promotori di Giustizia in Vaticano, nella persona del dott. Alessandro Diddi. L’abbiamo fatto, abbiamo presentato un’istanza al Tribunale Vaticano, chiedendo un incontro urgente con il dott. Diddi, anche su sollecitazione del Santo Padre. Non abbiamo mai ricevuto una risposta”.

    Vedremo se mai risposta arriverà, dopotutto – in un caso dove le domande sono nettamente più delle risposte – ascoltare Pietro Orlandi che sostiene di avere elementi tali da imprimere una svolta secondo noi può valer la pena. Nel frattempo, attenderemo di capire se ci saranno sviluppi riguardo la tomba vuota di Katty Kerl.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronache/caso-emanuela-orlandi-fratello-non-svolta-si-indaghi-2053048.html

  • Emanuela Orlandi, il fratello: “Siamo a una svolta: ho elementi decisivi ma Vaticano non ci ascolta”

    Emanuela Orlandi, il fratello: “Siamo a una svolta: ho elementi decisivi ma Vaticano non ci ascolta”

    A 39 anni dalla sua scomparsa il caso di Emanuela Orlandi non è stato ancora risolto. Il fratello Pietro, che da anni si batte per la ricerca della verità su quanto accaduto alla sorella, ha lanciato un nuovo appello al Vaticano affinché venga ascoltato insieme al suo avvocato per confrontarsi su nuovi elementi da loro raccolti e che potrebbero rappresentare un punto di svolta nel caso.

    “Siamo ad un punto di svolta. Io e l’avvocato abbiamo elementi in mano che possono aiutarci con certezza a capire che cosa è successo – le parole di Pietro Orlandi – però ci serve la collaborazione di persone anche che lavorano in Vaticano, che sono a conoscenza di questo fatto, che si liberino la coscienza e che abbiamo il coraggio di non rimanere nell’anonimato. Abbiamo bisogno di loro”. Come ogni anno, il 22 giugno, giorno della scomparsa di Emanuela, il fratello organizza un sit-in per commemorare Emanuela e far sì che i riflettori sulla vicenda non si spengano mai.

    Nuovi elementi dunque come alcuni messaggi whatsapp che si sarebbero scambiati due persone vicine a Papa Francesco nei quali si parla di “movimenti legati a questa vicenda, di documentazioni su Emanuela, e dicono che ne era al corrente Papa Francesco e il cardinal Abril, che all’epoca era il presidente della commissione cardinalizia dello Ior”. Elementi però che il Vaticano non vuole valutare nonostante l’invito che il Pontefice avrebbe rivolto proprio a Pietro Orlandi a denunciare il tutto.

    Il cardinale è stato più volte contattato dal fratello di Emanuela, ma senza successo. “Gli ho scritto un sacco di messaggi, ma non risponde”, dice. E aggiunge: “Questa volta potrebbe essere quella giusta. Io la speranza la ho da sempre, ogni volta l’illusione si è trasformata in disillusione ma io non demordo, perché non c’è nessun potere che possa fermare la verità, anche se resta una sola persona a volerla e a pretenderla. E siccome in questo momento qui ce ne sono tante di persone, questo mi fa un immenso piacere e mi da speranza perché moltissime di queste nemmeno la conoscevano Emanuela. E dopo 39 anni, sono tutte qua”.

    “Un giorno la Chiesa dovrà chiedere scusa, nessun potere, per quanto forte, potrà mai fermare la verità, anche se resterà solo una persona a difenderla”, ha poi detto intervenendo al sit in a Roma a 39 anni dal rapimento della sorella. “Non ho le prove di cosa hanno fatto, ma chi continua a nascondere le cose per 39 anni è complice, così come quella manovalanza che quel giorno ha preso Emanuela – ha aggiunto -. Sta a loro fare un passo avanti, noi più che dire ‘abbiamo prove, convocateci’ che possiamo fare. Ma non ci convocano”.

    “Sono convinto che Emanuela è stata usata come un oggetto di ricatto, che nessuno deve conoscere, un ricatto che è ancora in atto nei confronti di qualcuno. Non possono permettersi che esca la verità perché crollerebbe tutto – ha concluso Pietro Orlandi -. Ma gli ha detto male, perché siamo ancora qui e non mi sposterò”.

    https://www.fanpage.it/attualita/emanuela-orlandi-il-fratello-siamo-a-una-svolta-ho-elementi-decisivi-ma-vaticano-non-ci-ascolta/

  • “Emanuela Orlandi? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi…”

    “Emanuela Orlandi? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi…”

    Sono passati quasi 39 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la 15enne romana di cui si sono perse le tracce dal lontano pomeriggio del 22 giugno 1983. Tra ipotesi, supposizioni e indagini ad ampio raggio, il caso continua a essere tra i più intricati e controversi della cronaca degli ultimi 50 anni.

    Le recenti rivelazioni dell’ex procuratore di Roma Giancarlo Capaldo hanno aperto nuovi scenari sulla misteriosa vicenda. “Due ‘alte cariche’ della Santa Sede si resero disponibili a mettere a disposizione ogni conoscenza e indicazione per farci avere ‘i resti’ di Emanuela”, conferma alla nostra redazione Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela.

    Pietro, lo scrittore Tommaso Nelli ha raccontato che nei diari di scuola di Emanuela figurerebbe il numero telefonico di una persona, tal “Federica”, mai identificata. Può confermarlo?

    “Si, era in un’agendina”.

    Di chi si tratta?

    “Non saprei, probabilmente un’amica o una compagna di scuola. Chiaramente è impossibile che conoscessi tutte le amicizie di mia sorella”.

    Accanto al nome compare un’annotazione: “Indovina chi è”. Secondo lei, cosa significa?

    “Non credo sia un dettaglio rilevante. Bisogna tenere conto che all’epoca Emanuela aveva 15 anni , era poco più che una bambina. Forse – ma è solo un’ipotesi – era qualcuno che le piaceva e ci scherzava su con un’amichetta. Chissà. In ogni caso, nulla di importante”.

    Esclude che possa entrarci qualcosa con la scomparsa?

    “Sì, direi proprio di sì. Così come escludo, in generale, che dei ragazzini – parlo di amici e compagni di scuola di Emanuela – possano entrarci qualcosa con il rapimento di mia sorella”.

    Di recente è emerso un altro retroscena. Pare che nella primavera del 2012 due emissari di Papa Ratzinger, verosimilmente due “alti prelati”, avrebbero dato la disponibilità del Vaticano a far ritrovare “i resti” di Emanuela. Lo conferma?

    “Assolutamente sì. Anzi fu prospettata una sorta di trattativa”.

    Che genere di trattativa?

    “Il Vaticano chiese alla Procura di Roma ‘un aiuto’ per spostare le spoglie di Enrico ‘Renatino’ De Pedis (ex boss della Banda della Magliana, ndr) dalla Basilica di Sant’Apollinare, dov’era stato sepolto, perché ovviamente creava imbarazzo alla Chiesa. Giancarlo Capaldo, all’epoca procuratore e titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela, propose una contropartita”.

    Cioè?

    “Il dottor Capaldo chiese in cambio che fossero restituiti ‘i resti’ di Emanuela alla nostra famiglia”.

    E quale fu la risposta?

    “Ci furono due colloqui tra Capaldo e due emissari della Santa Sede. Durante il primo incontro dissero che ‘gli avrebbero fatto sapere’ dopo essersi confrontati con altre persone ‘più in alto nella gerarchia’. In quello successivo confermarono che il Vaticano era disponibile a mettere a disposizione ogni conoscenza e indicazione per arrivare a questa conclusione”.

    Lasciarono intendere che avrebbero collaborato o il consenso fu esplicito?

    “‘Va bene’, fu la loro risposta”.

    E per quale motivo la trattativa sarebbe sfumata?

    “Dopo poco il dottor Giuseppe Pignatone venne nominato capo della procura e chiese l’archiviazione del fascicolo riguardante la scomparsa di mia sorella, che Capaldo rifiutò di firmare. E poi, nel giro di pochi mesi, Papa Ratzinger si dimise”.

    Quali sono stati i risvolti successivi?

    “Lo scorso dicembre, il dottor Capaldo è stato sentito in Procura nell’ambito di un fascicolo aperto a modello 45, quindi senza indagati né ipotesi di reato, dopo che il Consiglio Superiore della Magistratura aveva chiesto informazioni ai magistrati sull’esposto presentato dall’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, sui colloqui intercorsi tra il i magistrati della Procura e il Vaticano”.

    Cosa è emerso? Ma soprattutto, chi sarebbero i “due emissari” coinvolti nella trattativa?

    “Due ‘alte cariche’ della Santa Fede. Quello che ritengo importante però, al di là delle persone coinvolte, è che per la prima volta il Vaticano abbia ammesso di avere informazioni sulla scomparsa di Emanuela. Lì dentro sanno bene cosa è successo”.

    Nel corso degli anni sono state formulate molteplici ipotesi sulla scomparsa di Emanuela. A oggi, quale pista scarterebbe?

    “Quella dell’allontanamento volontario. Le altre, per una ragione o per un’altra, sono tutte plausibili”.

    Allora ribaltiamo la domanda: Qual è l’ipotesi più attendibile?

    “Emanuela è stata oggetto di un ricatto, qualcosa di grosso. Altrimenti non si spiega perché dopo tutto questo tempo la verità non sia ancora saltata fuori”.

    Un ricatto tra chi e per cosa poi?

    “Per certo non c’entrano i soldi. Un affare, forse uno scambio, in cui sono coinvolti uomini di potere. Quello di mia sorella è stato un rapimento organizzato, su questo non c’è ombra di dubbio”.

    Cosa glielo fa pensare?

    “Tante cose. Sin da quella famosa telefonata dopo il rapimento – intendo la prima – in cui Emanuela raccontava di essere una ‘ragazza di 15 anni iscritta alla scuola di musica eccetera’. La sensazione è che si trattasse di una registrazione, magari un’intervista che le avevano fatto nei giorni antecedenti alla scomparsa. E poi c’è quella frase di Papa Giovanni Paolo II che non scorderò più: ‘Esistono casi di terrorismo internazionale’, furono le sue testuali parole quando venne a trovarci per gli auguri di Natale”.

    Anche il nome dell’ex boss della Banda della Magliana, Enrico “Renatino” De Pedis, torna sempre in questa storia. Secondo lei, perché?

    “Penso che abbia avuto un ruolo secondario nella vicenda. Nel senso che è stato impiegato per un lavoro di ‘manovalanza’, mettiamola così. Ma c’erano – ci sono – poteri ben più consolidati e personalità ricattabili che c’entrano con il rapimento di Emanuela”.

    Sono 39 anni che si batte per la verità. Dove trova la forza?

    “La forza la trovo nell’ingiustizia che Emanuela ha subito e ancora subisce. Lo dico da 39 anni: finché non mi daranno prova del contrario continuerò a inseguire la verità e cercare mia sorella da viva. Emanuela era ed è registrata all’anagrafe come ‘cittadina vaticana vivente’”.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronache/pietro-orlandi-ammisero-avere-informazioni-su-emanuela-poi-2009900.html

  • Caso Orlandi, ascoltato in Procura a Roma ex pm Capaldo

    Caso Orlandi, ascoltato in Procura a Roma ex pm Capaldo

    Roma, 20 dic. (askanews) – L’ex pubblico ministero e magistrato in pensione, Giancarlo Capaldo, è stato sentito dagli inquirenti della Procura di Roma nell’ambito di un procedimento avviato dopo la richiesta di informazioni da parte del Csm riguardo un esposto presentato dal legale dei familiari di Emanuela Orlandi.

    L’atto dell’avvocato Laura Sgrò ha come oggetto – spiega lo stesso Palazzo dei Marescialli nell’atto di trasmissione a piazzale Clodio – la ‘Richiesta di accertamenti sulla condotta dei magistrati della Procura di Roma con riferimento ai colloqui intercorsi con il Vaticano per il rinvenimento del corpo di Emanuela Orlandi”.

    Nel scorse settimane, Capaldo, durante la presentazione del suo ultimo romanzo ‘La ragazza scomparsa’, in cui si evoca il caso Orlandi, e poi successivamente, in una intervista televisiva al programma ‘Atlantide’ di Andrea Purgatori, ha raccontato che quando era titolare dell’inchiesta sull’omicidio di Emanuela ha incontrato due rappresentanti di Oltretevere. La riunione – secondo sempre le sue parole – lo fece ritenere che possibile ritrovare il corpo della ragazza scomparsa e risolvere così, una volta per tutte, il contenzioso con la Città Santa rispetto alla sepoltura a Sant’Apollinare dell’ex boss della Magliana, Enrico ‘Renatino’ De Pedis.

    Capaldo, da parte sua, non voleva la riapertura del feretro. Inoltre non firmò la richiesta di archiviazione dell’indagine. Adesso il fascicolo aperto dai pm della Capitale è senza ipotesi di reato ed indagati, secondo il ‘modello 45’. Capaldo è stato ascoltato come persona informata sui fatti. Oggi pomeriggio l’atto istruttorio è durato poco più di un’ora.

    https://www.askanews.it/cronaca/2021/12/20/caso-orlandi-ascoltato-in-procura-a-roma-ex-pm-capaldo-pn_20211220_00176/