Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: emanuela orlandi

  • Caso Emanuela Orlandi, nuovi frammenti di verità da ambienti ecclesiastici

    Caso Emanuela Orlandi, nuovi frammenti di verità da ambienti ecclesiastici

    Pubblichiamo dal blog di Fabrizio Peronaci, giornalista del “Corriere della Sera” e scrittore, l’ultimo contributo sul caso di Emanuela Orlandi, alla vigilia del 35esimo anniversario dalla scomparsa (22 giugno 1983). Oltre a due libri sul giallo della giovane cittadina vaticana, Peronaci ha pubblicato di recente “La Tentazione”, libro-verità su ripetuti scandali sessuali nell’ordine dei carmelitani scalzi.

    Caso Orlandi, nuovi frammenti di verità da ambienti ecclesiastici: Emanuela fu portata all’Aventino e poi trasferita al Nord. Uccisa la stessa sera?

    Trentacinque anni dopo, emergono nuovi e importanti frammenti di verità sulla fine di Emanuela Orlandi. Il caso resta dunque apertissimo, nonostante l’autorità giudiziaria nel 2015, su impulso del procuratore Giuseppe Pignatone, abbia disposto l’archiviazione dell’inchiesta.

    I nuovi elementi emergono da ambienti ecclesiastici legati all’ordine dei benedettini e riguardano le prime ore della scomparsa della ragazza quindicenne, il 22 giugno 1983. Emanuela, secondo il combinato disposto di alcune testimonianze autorevoli, sarebbe stata vista poco dopo le 19 all’Aventino, a bordo di una Bmw verde. La ragazza avrebbe tentato di scappare mentre era ancora a Roma e subito dopo sarebbe scattato il trasferimento verso nord, direzione Bolzano, passando per Bologna. Un allontanamento purtroppo finito tragicamente.

    I testimoni a conoscenza di questa evoluzione dei fatti portano, a supporto della loro attendibilità, tre elementi di conoscenza il cui riscontro è relativamente semplice.

    1) La ragazza soffriva di congiuntivite allergica

    2) La voce di Emanuela sulla famosa cassetta fatta pervenire dai rapitori fu registrata durante una recita avvenuta nel marzo precedente, organizzata dall’Azione cattolica

    3) La lista dei compagni di classe di terza media di Emanuela contiene due nomi di battesimo rivelatori

    Le fonti entrate in contatto con questo gruppo di Giornalismo Investigativo aggiungono un’ultima rivelazione di un certo interesse: Marco Accetti, il fotografo allora 27enne reo confesso del sequestro Orlandi, nella fase preliminare dell’azione avrebbe preso ordini da personaggi legati a monsignor Paul Marcinkus, l’allora presidente dello Ior.

    Se tale indicazione risultasse fondata, l’autoaccusa dello stesso Accetti, realizzata tramite il memoriale acquisito dalla Procura di Roma nel 2013, tornerebbe in primo piano, ma con un capovolgimento di ruoli: il supertestimone, al contrario che nel “ganglio” filocomunista che in Vaticano faceva capo al cardinal Casaroli, avrebbe militato nella fazione filoatlantica raccolta attorno a Giovanni Paolo II e al capo dello Ior. Si tratta di uno scenario già balenato in passato, in linea con il profilo da doppiogiochista del supertestimone.

    Caso Emanuela Orlandi, nuovi frammenti di verità da ambienti ecclesiastici

  • Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi nuove rivelazioni in vista: Mafia, Banda della Magliana…

    Emanuela Orlandi, il mistero sta per essere rilanciato con altre “rivelazioni” al cardiopalma di un altro grande “supertestimone” che, come al solito, si riveleranno fasulle? E’ probabile. Ed è possibile che si tenti la saldatura col caso Moro, [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] addossando entrambe le colpe alla mitica Banda della Magliana. Questa volta il “supertestimone” potrebbe essere niente di meno che  il grande bossPippo Calò, riciclatore dei soldi della mafia e a suo tempo ciccia e pappa anche con il capo dei capi Totò Riina.

    Arrestato a Roma il 30 marzo 1985 e condannato a due ergastoli per una sfilza di delitti, Calò sta subendo una discreta corte “perché parli” da parte dell’avvocatessa Laura Sgrò, da qualche tempo il nuovo legale di Pietro Orlandi. L’avvocatessa in una puntata di Atlantide, condotta dal giornalistaAndrea Purgatori, ha sparato alla grande la notizia, in realtà la sua speranza, che Calò “parli” del mistero Orlandi come ghiotta anticipazione di quella che viene presentata come una bomba che sta per esplodere con effetti devastanti e risolutivi. La miccia è accesa.
    Nel frattempo il membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, il deputato Gerolamo “Gero” Grassi, sta cercando di riscrivere clamorosamente la vicenda di Aldo  Moro legandola alla Banda della Magliana con una “rivelazione” che va ripetendo da vari giorni e che nelle ultime ore ha detto anche al TG1:
    “Non è vero che il bar Olivetti, davanti al quale la mattina del 16 marzo 1978 ci fu l’agguato brigatista a Moro, quel giorno era chiuso come si è sempre sostenuto. Era invece aperto. E si tratta di un bar  frequentato da elementi della Banda della Magliana, compreso  Enrico De Pedis”.
    Grassi inoltre sostiene che sull’auto di Moro e della scorta spararono non solo dal lato della strada del bar Olivetti, ma anche dal lato opposto: altri brigatisti e gli immancabili uomini di quale servizio segreto  rimasti tutti sconosciuti.
    Fa niente che De Pedis era chiuso in carcere e quindi non poteva frequentare nessun bar. Fa niente che non si sa chi fossero i supposti clienti membri della banda (Nomi? Finora nessuno).
    Fa niente che sparare allo stesso bersaglio in due gruppi contrapposti, cioè da entrambi i lati, per giunta aumentando il numero degli sparatori, significa anche spararsi tra brigatisti, visto che avrebbero dovuto essere in due gruppi, uno di fronte all’altro.
    Fa niente: la trama che da qualche tempo Grassi sta mettendo assieme è troppo affascinate per chi, come lui, è anche giornalista e romanziere che su brigatisti e Moro scrive da anni. Ha scritto infatti anche il romanzo  d’amore “Il ministro e la brigatista”, ambientato proprio negli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro.
    Ma andiamo per ordine. Vediamo come si è formata questa nuova possibilità di grande “botto”. Non si può infatti escludere che Calò, decida di “rivelare” chissà cosa. Lo ha fatto a suo tempo l’allora galeotto Antonio Mancini,smanioso di uscire di galera.
    Tempo fa Pietro Orlandi ha ricevuto su Facebook un messaggio,  tanto per cambiare da parte di un anonimo, che bontà sua si firma Amico Augusta: “Devi cercare di sentire il boss Calò”.
    Non stanco di correre e far correre da anni giornalisti e magistrati dietro piste e segnalazioni una più infondata dell’altra, scartandone però chissà perché alcune, Orlandi ha passato questa ennesima “informazione” alla Procura della Repubblica. La quale però, stufa di essere tirata per la giacchetta da ormai 35 anni su una vicenda che dopo un decennio di nuove indagini ha archiviato nell’ottobre 2015, col successivo beneplacito della Cassazione – non può certo dar retta anche al fantomatico signor “Amico Augusta”.
    Anche perché sembra la riedizione delle molte piste rivelate sia allo stesso Pietro Orlandi riguardo Emanuela sia al legale di sua madre, Ferdinando Imposimato, riguardo anche il caso Moro da “testimoni” ciarlatani e con nomi falsi pescati con le mani nel sacco dalla magistratura.
    Le ultime rivelazioni vengono presentate ai telespettatori, in una puntata del programma di Purgatori, Atlantide, su La7, in questo modo:
    1) – l’anonimo Amico Augusta viene definito “informatore”, anzi “informatori” al plurale, che hanno “passato delle informazioni”, anche se il fantomatico Amico Augusta NON è affatto un informatore e NON ha passato nessuna informazione a nessuno. Si è infatti solo limitato a suggerire di “sentire il boss Calò”, senza neppure curarsi di spiegare il perché.  Alla luce delle esperienze giudiziarie e giornalistiche di questi 35 anni, NON si può affatto escludere che si tratti dell’ultimo – per ora – della lunga sfilza di mitomani, bugiardi e malati di protagonismo che di fatto hanno distrutto ogni possibilità di riuscire a capire che fine abbia fatto la povera Emanuela e per mano di chi.
    2) – La lettera di Calò di curiosa e cortese disponibilità a incontrare la avv. Sgrò viene interpretata come disponibilità a “parlare”. Ovviamente per chiarire il mistero Orlandi.
    3) – Purgatori rincara la dose prima affermando che Calò
    “in qualche modo è stato citato nella storia della scomparsa di Emanuela Orlandi”,
    senza però specificare che a citarlo non sono stati i magistrati, e neppure testimoni più o meno super, ma solo un paio di articoli tanto sensazionalisti quanto smentiti da indagini e sentenze. Poi la dose la rincara chiedendo all’avvocatessa se non le sembri
    “clamoroso il fatto che Calò, che non è certamente una persona cha ha, così, distribuito informazioni e risposto agli interrogatori improvvisamente decida che su questa questione specifica di Emanuela Orlandi ha voglia di parlare, di dire qualcosa”.
    A conclusione delle sue “rivelazioni” Sgrò si lamenta di non avere ancora ricevuto né la delega né il permesso di incontrare comunque Calò e quindi lancia un appello perché le aprano le porte del carcere “il ministro della Giustizia e il ministro degli Interni”.
    Tutto questo può servire comunque per facilitare la realizzazione di un’altra commissione d’inchiesta, quella sul mistero Orlandi, promessa con un’apposita conferenza stampa dal senatore grillino Vincenzo Santangeloprima delle ultime elezioni.
    Pietro Orlandi in una puntata sempre di Atlantide ha sostenuto di avere scoperto lui, insieme col giornalista ex di “Chi l’ha visto?” Fiore De Rienzo, la famosa telefonata partita il 12 ottobre 1993 dal Vaticano per “suggerire” al suo vicecapo della Vigilanza, l’ingegnere Raul Bonarelli, convocato per il giorno dopo come testimone dal giudice istruttore Adele Rando, di non dire che della scomparsa di Emanuela si era interessante la Segreteria di Stato.  Peccato che il testo di quella telefonata sia stato pubblicato già da Roberto Chiodi su L’Espresso nel 1998 (e da me in due miei libri del 2002 e 2014, con l’aggiunta del nome dell’autore della telefonata). Pur avendolo in seguito appreso, Purgatori ha fatto finta di nulla.
    Mesi fa la stessa avvocatessa Sgrò per conto di Pietro Orlandi ha denunciatoin Vaticano – a quasi 35 anni di distanza! – la scomparsa di Emanuela. Poi ha rincarato la dose con la richiesta di indagini sulla base di asserite “convergenze” – in realtà solo voci riferite al suo cliente – con un documento pubblicato in un libro dal giornalista Emiliano Fittipaldi, che parla di oltre 483 milioni di lire  spesi dal Vaticano per mantenere in gran segreto Emanuela all’estero. Nell’enfasi Purgatori la cifra l’ha moltiplicata per 2.000, cioè perfino più del famoso miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, facendo diventare le lire di quell’epoca euro di oggi.
     Ora potrebbe entrare in gioco il pezzo da 90 Calò. Il copione “mafioso” però non è del tutto nuovo, anche se ora si vuole spingere in scena un mammasantissima anziché un altra mezza figura come già tentato nel 2014.
    Quell’anno Pietro Orlandi aveva infatti preso sul serio le “rivelazioni” di un altro ex mafioso, il pentito Vincenzo Calcara, tanto da avere voluto essere lui a presentare in occasione della Fiera del Libro di Torino il volume intitolato “Dai memoriali di Vincenzo Calcara: le cinque entità rivelate a Paolo Borsellino”. Il mafioso pentito pretendeva di essere ricevuto dal Papa, ovviamente per rivelargli anche lui la verità sulla fine di Emanuela. Perché al Papa e non alla magistratura è un altro mistero…  Che nessuno, neppure l’instancabile Pietro Orlandi, ha cercato di chiarire.
    Dal carcere di Opera filtrano intanto voci di un improvviso desiderio di Calò di documentarsi sulla vicenda Orlandi. Riguardo la quale avrebbe confidato a qualche compagno di carcere:
    “Ma io non ne so nulla! Solo un po’ di quello che hanno scritto i giornali e detto le televisioni”.
    Staremo a vedere.
    Nel frattempo vale la pena di notare inoltre che uno dei primi a indicare per il mistero Orlandi la pista del ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di somme ingenti prestate e mai restituite, pista che alla lunga è sfociata nella banda della Magliana, è stato proprio Purgatori. Lo ricorda Gaia Cenciarelli nel suo libro “Extra Omnes. L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi”:
    “C’è anche chi è convinto che i motivi della scomparsa di Emanuela siano da ricercare all’interno del Vaticano, tra i nemici del Papa e della sua politica di rinnovamento. L’oscura vicenda dello IOR e della morte di Calvi sono da tenere in ogni caso presenti se si vuole credere alle lotte di potere che si svolgevano all’interno delle mura leonine e ai soldi persi nel crac del Banco Ambrosiano da chi intendeva ricattare il Vaticano per tornare in possesso del denaro investito e perduto. L’8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: “Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini [le rogatorie respinte di cui si parlerà più avanti, n.d.r.], la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini”.
    A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c’era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far “rimbalzare” le telefonate da un apparecchio all’altro. Quindi, prosegue Purgatori, l’organizzazione che aveva rapito Emanuela non era una banda di malavitosi qualsiasi, ma un gruppo formato da individui scaltri e con risorse eccezionali”.
    Cenciarelli riporta anche che secondo l’allora esistente giornale
    “L’Indipendente, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all’ambasciata oppure riusciva a far “rimbalzare” le chiamate sul suo centralino”.
    Nascerà così anche  la pista dell’utilizzo da parte del “portavoce dei rapitori” di un “sofisticato meccanismo da 007” che permetteva di far risultare le sue telefonate agli Orlandi come effettuate da numeri telefonici diversi da quelli veri. Pista presa sul serio da Pietro Orlandi, che in un’intervista ha appunto affermato che almeno una telefonata risultò come partita dall’ambasciata americana.
    Lo spettacolo continua. Se il regista Roberto Faenza con un apposito film ha sostenuto fin dal titolo che riguardo la sorte di Emanuela “La verità sta in cielo”,  ora la verità è precipitata nelle mitiche profondità marine: quelle del continente sommerso Atlantide. Dalle stelle del cielo ai cavallucci marini).
    https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/emanuela-orlandi-mafia-magliana-2874177/
  • “Bergoglio ha alzato il muro su Emanuela Orlandi”

    “Bergoglio ha alzato il muro su Emanuela Orlandi”

    “Con l’arrivo di Bergoglio il muro in Vaticano si è alzato ancora di più”. Il fratello di Emanuela Orlandi rivela l’atteggiamento del papa sulla vicenda

    Bergoglio è “..il terzo Papa che ho incontrato nella mia ricerca della verità. Con lui il muro in Vaticano su questa vicenda si è alzato più di prima”.

    E ancora: “La cosa certa è che in Vaticano sanno. Il loro comportamento in questi 34 anni mi autorizza a pensarlo. La verità è qualcosa che pesa sull’immagine della Chiesa. Il Vaticano ha voluto evitare che la verità emergesse e ha avuto come complici lo Stato italiano e quei magistrati che non hanno puntato il dito sulle persone che erano a conoscenza di quanto avvenuto”. A parlare è Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, per il quale la sorella resta “viva fino a prova contraria”. In un lungo virgolettato riportato in esclusiva su Spy, Pietro Orlandi ha svelato, tra le altre cose, come Papa Francesco gli abbia confidato che la sorella è “in cielo”. Emanuela Orlandi, insomma, sarebbe morta, ma il fratello non pare disposto a smettere di indagare sulla vera sorte della sorella tragicamente scomparsa il 22 giugno del 1963.

    Monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano, aveva respinto in passato la richiesta di Pietro Orlandi finalizzata a riaprire il dossier sulla ragazza scomparsa: “Non possiamo fare altro che condividere, simpatizzare e prendere a cuore la sofferenza dei familiari. Non so se la magistratura italiana abbia nuovi elementi, ma – aveva sottolineato Becciu lo scorso giugno – da parte vaticana non c’è nulla da dire in più di quanto non si sia già detto”. Il caso per papa Bergoglio e per la Santa Sede sembra essere chiuso.

    “Voglio ricambiare la solidarietà che ho ricevuto – ha dichiarato a Spy Pietro Orlandi – “Quando hai una storia come la mia, senti il bisogno di aiutare gli altri. Questo ti fa stare bene. In questi decenni nelle manifestazioni per Emanuela ho conosciuto molti familiari di persone scomparse che hanno sempre vissuto tra l’indifferenza dei media, degli inquirenti e dell’opinione pubblica. Ora voglio che la voce di Emanuela sia quella di quei ragazzi e ragazze svaniti all’improvviso dei quali non si è mai parlato. Voglio che si riaccenda una speranza per le famiglie”, ha sottolineato.

    L’intervista contiene anche un dettaglio sulla vicenda del quale non si era mai accennato pubblicamente: “Il momento peggiore di questi 34 anni è stato nel 1993, dopo alcune segnalazioni fotografiche inviate alla magistratura, eravamo sicuri di aver ritrovato Emanuela in Lussemburgo. Anche il giudice e l’attuale vice Capo della Polizia erano convinti di aver risolto il caso. Siamo andati a prenderla, io le avevo comprato un regalo. Non era mia sorella: in un attimo siamo passati dalla gioia più totale alla disperazione più buia. Non dimenticherò mai l’espressione sul viso di mia madre. Fu come se ce l’avessero rapita un’altra volta”, ha svelato il fratello della figlia di un dipendente del Vaticano. Bergoglio, tuttavia, si sarebbe distinto, rispetto a questa vicenda, per aver reagito con un atteggiamento di particolare chiusura verso le richieste provenienti dalla famiglia Orlandi. Le tre figlie di Pietro, adesso, hanno formato un gruppo musicale: “The Coraline”. Le tre hanno partecipato due anni ad “X Factor”, ma il cognome che portano non le avrebbe aiutate: “Prima di Natale Rebecca, Salomè ed Elettra hanno suonato all’Ariston come vincitrici del contest musicale organizzato da Red Ronnie. Hanno anche partecipato alla selezione per Sanremo Giovani con un brano molto forte sui problemi dell’Italia. Non sono state prese perché, ho saputo in maniera ufficiosa, il testo è troppo scomodo, come lo è il cognome che portano. Ma loro non mollano, sono testarde come me”. Pietro Orlandi non molla, nonostante il “muro” che sarebbe stato eretto in Vaticano da Bergoglio.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/bergoglio-ha-alzato-muro-su-emanuela-orlandi-1484550.html?mobile_detect=false

  • La lettera della madre di Manuela Orlandi: «Figlia mia, oggi compi 50 anni. Non smetterò mai di cercarti»

    La lettera della madre di Manuela Orlandi: «Figlia mia, oggi compi 50 anni. Non smetterò mai di cercarti»

    Le parole della madre di Emanuela Orlandi in occasione dei 50 anni dalla nascita della figlia. Un appello accorato per sapere cosa è successo il 22 giugno 1983 quando la quindicenne sparì

    di Maria Pezzano Orlandi

    Una lettera d’amore nel giorno in cui Emanuela Orlandi, la quindicenne rapita il 22 giugno 1983, avrebbe festeggiato 50 anni. Uno scritto che si trasforma nell’ennesima supplica della madre alle gerarchie vaticane e soprattutto a papa Francesco «affinché ci dicano che cosa è accaduto a mia figlia».

    A novembre la famiglia — assistita dalle avvocatesse Anna Maria Bernardini De Pace e Laura Sgrò — ha presentato una denuncia di scomparsa alla gendarmeria e chiesto di conoscere tutti i documenti sulla vicenda tuttora custoditi presso la Santa Sede. Ma anche di avere ulteriori notizie «su una “trattativa”, avvenuta anche sul territorio dello Stato della Città del Vaticano, tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2012, tra alcuni esponenti della Segreteria di Stato e il magistrato della Procura di Roma Giancarlo Capaldo, al tempo titolare dell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela».

    Ma da allora nulla è accaduto e per questo la mamma ha deciso di far sentire nuovamente la propria voce, di sollecitare ancora una volta il Vaticano «perché non voglio morire senza sapere dove sia Emanuela».

    Figlia mia, oggi compi cinquant’anni. Dovrei immaginarti con i capelli striati di bianco e qualche ruga in viso, ma non ci riesco. Ti rivedo sempre ragazzina, che mi corri incontro per darmi un abbraccio e un bacio dicendomi «ti voglio bene». Lo aspetto ancora il tuo abbraccio, così come aspetto sempre da un momento all’altro di sentire le prime note del «Notturno» di Chopin che suonavi così tanto bene e che mille volte hai provato a insegnare a Pietro senza troppo successo. Lui non è riuscito ad andare avanti nell’apprenderlo così come noi non siamo riusciti ad andare avanti nelle nostre vite da quando t’hanno strappata via da noi.

    Il dolore

    Ricordo ancora quando nel 1993 tuo padre, Pietro e io, dopo una segnalazione, partimmo per il Lussemburgo con il cuore in gola, certi di venirti a prendere in un monastero di clausura. Quando vidi quella ragazza, che per nulla ti assomigliava, fu per me come se ti avessero rapito una seconda volta: in un solo attimo sono passata dalla gioia più grande al dolore più profondo. Ti avevano strappato a me di nuovo dopo avermi nutrito della speranza di ritrovarti. Volli lo stesso incontrare quella ragazza, tramortita dal mio abbraccio disperato, che nulla sapeva di te e della nostra angoscia senza fine.

    La speranza

    Ti abbiamo cercato per tutti questi anni e continueremo a cercarti. Non smetteremo mai. Non ci arrenderemo mai. Finché avremo forza, finché avremo fiato, finché avremo vita, tu sarai sempre il nostro primo pensiero. La mia speranza, mai sopita, è che chi sa cosa ti ha portato via dalla tua casa possa avere un rigurgito di coscienza e indicarci come ritrovarti. Auguri Lellè, buon compleanno figlia mia.

    http://www.corriere.it/cronache/18_gennaio_13/figlia-mia-oggi-compi-50-anni-c70d1936-f8a9-11e7-b497-894846c7f2f7.shtml

  • Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

    Il caso Emanuela Orlandi, parla il fratello: “Dentro le mura vaticane Emanuela si sentiva protetta, ho bisogno di sapere cosa è successo”

    Nello speciale della serie “Scomparsi”, in onda domenica prossima su Sky, la storia del dramma che sconvolse il mondo intero di cui non si conosce ancora la verità

    “Emanuela Orlandi è mia sorella, sono trentacinque anni che non la vedo. Aveva quindici anni quando qualcuno l’ha portata via. Non so dove si trova, non so se è viva, ma so qual è la sua colpa: essere una delle pochissime persone cittadine dello Stato Vaticano”.

    Inizia così, con una voce accorata da un dolore che dura oramai da troppo tempo, Scomparsi: Emanuela Orlandi, lo speciale dedicato a un dramma che sconvolse l’Italia e il mondo intero, un racconto intenso e sofferto che non si è ancora dimenticato. Questo perché di quella ragazzina che viveva con i suoi genitori all’interno ella Città del Vaticano (suo padre Ercole lavorava alla Prefettura Vaticana e si occupava delle udienze papali), non si è saputo più nulla dal giorno della sua scomparsa, il 22 giugno del 1983.

    “Quel giorno ha cambiato la nostra vita per sempre”, Pietro Orlandi, suo fratello, nel documentario che Crime+Investigation proporrà in esclusiva domenica 14 gennaio alle ore 21 sul canale 118 di Sky. La voce narrante che ascolterete all’inizio e che vi accompagnerà per cinquanta minuti è la sua, quella di una ragazzo (allora) e un uomo (adesso) che ha deciso con tutte le sue forze e possibilità di poter arrivare ad una verità, nonostante il percorso sia stato e sia (ancora oggi) tutto in salita.

    Emanuela Orlandi è sparita in un’afosa giornata del 1983, inghiottita da un ingranaggio enorme, e il suo nome è stato accostato all’attentato del Papa, al crollo dell’Unione Sovietica, ai misteri della Banca del Vaticano, alla banda della Magliana e da trentacinque anni Pietro la cerca e – come lui – le sorelle Federica e Natalina (anche loro presenti nel doc) e tutti i loro familiari vogliono giustizia. “Ho fatto tutto quello che ho potuto per mantenere viva la speranza– spiega Orlandi, capelli grigi medio lunghi e un orecchino argentato al lobo sinistro – sono stato ospite in trasmissioni televisive, ho incontrato mafiosi e agenti dei Servizi Segreti, ma anche magistrati, giornalisti, ho partecipato a manifestazioni e incontrato tre Papi, ma non ho ottenuto nulla. Ora devono dirmi la verità”.

    Lo speciale – primo episodio della serie “Scomparsi”, prodotto da B&B Film per A+E Networks Italia e scritto proprio da Orlandi assieme a Raffaele Brunetti e Piergiorgio Curzi – parte da immagini fotografiche in bianco e nero e a colori dell’archivio personale della famiglia Orlandi che all’epoca viveva all’interno delle mura Vaticane. “Lì dentro ci sentivamo protetti, era un piccolo paese e il Papa era il suo sindaco”, aggiunge Pietro, “poi di colpo non lo siamo stati più”.

    Sua sorella andò ad una lezione di musica al Complesso di Sant’Apollinare e da allora non tornò più a casa. La solita scappatella o una fuga d’amore, dissero i poliziotti ai familiari, ma in realtà non fu così. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, ci fu persino un appello del Papa, “un appello che ci colse impreparati”, commenta Pietro, “un appello che dimostrava che il Papa era a conoscenza di qualcosa che noi ignoravamo, un appello che parlava di ‘responsabili’ e che quindi Emanuela era stata rapita”. Fu proprio così. Tredici giorni dopo la scomparsa, in una telefonata, i rapitori chiesero uno scambio della ragazza con l’attentatore del Papa, Ali Agca. “Il Papa non parla a caso”, commenta nel documentario il giornalista Andrea Purgatori che all’epoca si occupò quotidianamente del caso sul Corriere della Sera. “Il suo era un appello rivolto a chi doveva capire, mostrando un punto critico per il Vaticano. Se lo fece è perché stava mandando un messaggio a qualcuno”.

    A quell’appello ne seguì un altro e dopo il giorno dell’ultimatum stabilito dai rapitori (il 20 luglio del 1983) non accadde nulla. Il corpo della ragazza non venne più ritrovato né si ebbero sue notizie. A Natale di quell’anno, Papa Wojtyla andò a far visita alla famiglia Orlandi, dimostrando così tutta la sua solidarietà e dicendo che avrebbe fatto il possibile per arrivare ad una verità. “Quel gesto e quelle parole – spiega Pietro – ci fecero in qualche maniera riavvicinare al Vaticano e credere nelle istituzioni; il Papa mi offrì addirittura un posto allo IOR”, un incarico che accettò subito e che Pietro ha svolto fino a pochi anni fa, quando scoprì altre verità.

    Ventidue anni dopo, infatti, una telefonata alla trasmissione “Chi l’ha visto?” fece riaprire il caso. Una voce maschile diceva che nella chiesa di Sant’Apollinare era stato sepolto Enrico De Pedis, detto “Enrichetto”, l’ultimo grande capo della Magliana, assassinato in una via della Capitale nel 1990. Come è stato possibile che una persona così pericolosa venne sepolta proprio lì, in quel luogo di culto, riservato a principi e a grandi artisti? Fu l’allora arcivescovo Poletti a volere quella sepoltura, perché – stando a quanto da lui dichiarato – De Pedis fece molte donazioni alla Chiesa stessa. Venne fuori che una grossa somma della criminalità era stata prima depositata allo Ior e poi improvvisamente scomparsa. Uscirono i nomi di Sabina Minardi – che dichiarò di aver accompagnato la Orlandi in un preciso punto di Roma e di averla consegnata ad un uomo seduto all’interno di una macchina scura con un abito religioso – venne fuori la lettera del banchiere Roberto Calvi indirizzata al Papa in cui dichiarava che i soldi scomparsi erano stati utilizzati per finanziare il sindacato polacco Solidarnosc (poco dopo, il corpo di Calvi venne ritrovato impiccato a Londra, al Blackfriars Brdge), spuntò il nome di monsignor Marcincus, allora presidente dello Ior, “l’unico in tutto il Vaticano che si avvicinava ai miei genitori quando li incontrava”, dice Pietro. “Un grandissimo attore” o una persona fedele e sincera? Si chiede. Fatto sta che solo nel 2012 – dopo tante proteste in pubblica piazza capitanate proprio da Pietro – il corpo del malavitoso venne tolto da quella chiesa e il caso fu riaperto.

    Oggi Pietro – che tramite l’avvocato Laura Sgro’ dello Studio Bernardini De Pace ha chiesto l’accesso agli atti del Vaticano e la richiesta de documenti in loro possesso, compresi quelli del papa Wojtyla, per ora scomparsi – vuole la verità sulla sorella, “rapita non perché fosse Emanuela Orlandi, ma perché era una cittadina vaticana”, una ragazza al centro “del gioco grande della storia”, come lo definì Giovanni Falcone, usata – probabilmente – come si sostiene nel documentario, per favorire il crollo dell’Unione Sovietica. “Ho bisogno di sapere cosa è successo”, dice più volte, “presto arriverò ad una verità e a dare giustizia a mia sorella, perché nessun potere è più forte del dolore”.

    Dopo questo speciale, la serie “Scomparsi” (diretta da Alessandra Bruno e scritta da Alessandro D’Ottavi e Lorenzo Brunetti) continuerà martedì 23 gennaio alle 22.00 con Pietro Orlandi che presenterà cinque sparizioni (di Federica Farinella, Emanuele Arcamone, David Fedi, Nicholas Ravaioli e Fabrizio Catalano) sepolte dal tempo negli archivi della giustizia italiana che rivedranno finalmente la luce, restituendo così agli scomparsi il diritto di esistere e a chi ancora li aspetta quello di non essere dimenticati.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/11/il-caso-emanuela-orlandi-parla-il-fratello-dentro-le-mura-vaticane-emanuela-si-sentiva-protetta-ho-bisogno-di-sapere-cosa-e-successo_a_23330769/

  • Caso Orlandi, nessuna indagine in corso: la famiglia sporge denuncia di scomparsa in Vaticano

    Caso Orlandi, nessuna indagine in corso: la famiglia sporge denuncia di scomparsa in Vaticano

    Caso Orlandi, ancora mistero. Ancora silenzi. Ancora denunce. La famiglia Orlandi, che in oltre 30 anni di scomparsa di Emanuela, non si è mai arresa, è tornata a presentare alla Gendarmeria Vaticana la denuncia di scomparsa della donna, sparita nel nulla il 22 giugno del 1983. «Al momento nessuna indagine è in corso sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, né in Italia, né nella Città del Vaticano. Per questo abbiamo deciso di presentare una nuova denuncia», ha spiegato l’avvocato Laura Sgrò, legale di Pietro Orlandi.

    Caso Orlandi, la famiglia presenta denuncia in Vaticano

    «Innanzitutto una denuncia di scomparsa, perché nel 1983, quando Emanuela Orlandi è sparita, la denuncia fu fatta alle autorità italiane, precisamente presso l’ispettorato competente per il territorio italiano, ma mai in Vaticano. Emanuela è una cittadina vaticana e la nostra speranza è quindi che il Vaticano apra un fascicolo». Non solo: stando alle ultime indiscrezioni e acquisizioni, fa sapere la famiglia annunciando tramite il suo legale la nuova decisione, «denunciamo poi anche un’altra cosa, un fatto che rispetto all’archiviazione dell’indagine, aggiunge elementi nuovi: la trattativa intercorsa tra la magistratura italiana e la Segreteria di Stato Vaticana volta a risolvere il problema mediatico della sepoltura di De Pedisin cambio di informazioni su Emanuela».

    Nessuna indagine in corso, ma nuovi elementi che…

    Di più: «Di questa trattativa si parla da anni, ma ora sono emersi – secondo l’avvocato Sgrò – dei dati circostanziati, nomi e luoghi. In primis – ha dichiarato il legale di Pietro Orlandi – il coinvolgimento di esponenti della Segreteria di Stato. Ci risulta inoltre che una parte di trattativa sia avvenuta sul territorio della Città del Vaticano. Chiediamo pertanto al Vaticano di indagare. Abbiamo evidenziato una serie di criticità che rendono urgente un’indagine nello Stato Vaticano». E ora si aspettano le risposte…

    Caso Orlandi, nessuna indagine in corso: la famiglia sporge denuncia di scomparsa in Vaticano

  • “Peccato originale”, dagli abusi sui chierichetti, ai conti Ior e il caso Orlandi: il nuovo libro di Nuzzi sui segreti del Vaticano

    “Peccato originale”, dagli abusi sui chierichetti, ai conti Ior e il caso Orlandi: il nuovo libro di Nuzzi sui segreti del Vaticano

    Gli abusi all’interno delle mura vaticane, lo Ior e quei “nomi dei correntisti” da non conoscere assolutamente. Ma anche, ancora, il caso di Emanuela Orlandi e la “trattativa tra il procuratore di Roma e due monsignori” per avere notizie sulla tomba della ragazza. Li racconta il giornalista Gianluigi Nuzzi, nel suo quarto libro inchiesta su Vaticano e chiesa, intitolato “Peccato originale” (edito da Chiarelettere).

    “C’è un primo filo, quello del sangue”, spiega Nuzzi oggi a margine della conferenza di presentazione. “Con la morte di Emanuela Orlandi: si apre uno scenario inquietante, perché la trattativa che documento tra procura di Roma e persone del Vaticano vuol dire che all’interno della Chiesa qualcuno sa”. Il giornalista fa oggi “appello all’allora procuratore reggente di Roma Giancarlo Capaldo affinché dica quello che sappia”. E poi ci sono i soldi, i conti dello Ior.

    “C’è un blocco di potere che gestisce i conti dei Papi, conti a personaggi impensabili come Eduardo De Filippo che qui si faceva accreditare i soldi che riceveva dall’estero”. C’è il filo del sesso. E degli abusi. “Ho incontrato un ragazzo che ancora oggi si fa quindici docce al giorno perché si sente sporco. Non per quello che ha fatto, ma per quello che ha subito”.

    Abusi testimoniati per la prima volta all’interno del Vaticano, nel preseminario San Pio X. “Diversi episodi fanno pensare che non si tratti di un caso isolato“, dice Nuzzi. “Insieme alle mie avvocate abbiamo consegnato questa mattina la prima copia del libro perché i giudici del Vaticano, il pubblico ministero facciano le loro valutazioni sul contenuto”. “Credo che l’opera di papa Francesco sia volta al bene e alla pulizia, ma che si scontri con logiche che risalgono addirittura a Paolo VI”, conclude Gianluigi Nuzzi.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/09/peccato-originale-dagli-abusi-sui-chierichetti-ai-conti-ior-e-il-caso-orlandi-il-nuovo-libro-di-nuzzi-sui-segreti-del-vaticano/3968347/

  • Madre Teresa e il conto allo Ior.Nel libro di Nuzzi abusi su chierichetti e…

    Madre Teresa e il conto allo Ior.Nel libro di Nuzzi abusi su chierichetti e…

    Vaticano: Nuzzi, madre Teresa aveva un maxi-conto allo Ior

    Madre Teresa di Calcutta aveva un conto corrente allo Ior talmente grande che, si dice, se lo avesse chiuso l’istituto avrebbe rischiato il default. Gianluigi Nuzzi spiega cosi’, conversando con l’Agi prima della conferenza stampa ufficiale, uno dei temi principali del suo libro, ‘Peccato originale’ in uscita per Chiarelettere. “In Vaticano c’e’ un blocco di potere che ostacola l’azione riformatrice di Francesco cosi’ come ha fatto con Benedetto XVI – spiega il giornalista – esisteva con Marcinkus e la sua gestione parallela dello Ior ed esiste ancora oggi”. Cosa c’entra questo ‘blocco’ con la santa di Calcutta? “Il suo conto nella banca del Vaticano e’ la prova che questi signori erano e sono tuttora all’interno della curia e di loro ci si fida. Lo ha fatto anche madre Teresa che, si racconta, entrava allo Ior da una porta secondaria ed era accolta da monsignor De Bonis, il braccio destro di Marcinkus”. Nel libro, Nuzzi scrive che quando Paolo VI nomino’ il prelato americano presidente dell’istituto di credito vaticano nel 1970, questi volle al suo fianco monsignor De Bonis. “Da quel momento l’asse di potere si rafforzo’ giorno dopo giorno – si legge nel libro – De Bonis era un fine conoscitore di ogni meandro segreto della banca. E si muoveva con destrezza nei sacri palazzi, mostrando piu’ familiarita’ con il jet set del cinema che con le anime bisognose di conforto dei fedeli, piu’ affinita’ con gli uomini dei palazzi romani che con i poveri di madre Teresa”.

    Vaticano: Nuzzi,abusi sui chierichetti del Papa nei sacri palazzi

    “Credo che ci sia una storia di abusi in Vaticano su cui non e’ stata ancora fatta luce e sulla quale in troppi in questi hanno hanno taciuto”. Gianluigi Nuzzi e’ convinto che quella che forse e’ la rivelazione piu’ importante di ‘Peccato originale’, il suo ultimo lavoro in libreria da oggi per Chiarelettere, potrebbe dare il via a una clamorosa indagine all’interno del Vaticano. La storia raccontata da Nuzzi, grazie alla testimonianza di un ex ragazzino polacco che sognava di servire messa accanto al Papa e che oggi ha 19 anni, Kamil Tadeusz Jarzembowski, parla di abusi su adolescenti (in particolare su uno, il suo compagno di stanza Paolo, nel 2014 “almeno 140 volte”) da parte di un seminarista piu’ grande “pupillo del rettore”, oggi ordinato prete, nel preseminario San Pio X, che ha sede a palazzo San Carlo all’interno della citta’ del Vaticano (nell’altra ala c’e’ l’attico dell’ex segretario di Stato Bertone). Nuzzi parla anche di una serie lunghissima di denunce fatte dall’ex studente polacco, allontanato dal collegio dopo aver rivelato gli abusi, che non hanno avuto alcuna risposta da parte del clero. “Si tratta di una vicenda di abusi sessuali, clima di violenze e atti di prevaricazione nell’unica comunita’ di ragazzi all’interno delle mura leonine – racconta Nuzzi -. In questa struttura le diocesi mandano i bambini della scuola media e del liceo che hanno la vocazione: vivono nel collegio vaticano frequentando una scuola privata parificata nel centro di Roma e il loro sogno e’ di partecipare come chierichetti alle funzioni religiose nella basilica di San Pietro alla messa del Papa”. In una lunga intervista, Kamil spiega di aver denunciato i fatti a alti prelati – nel libro fa il nome del vicario del Papa per il Vaticano – e di essersi rivolto anche alla segreteria di Stato e alla Congregazione per la dottrina della fede. “Unico risultato ottenuto da Kamil – racconta Nuzzi – e’ stato di essere allontanato al preseminario. Da tutti, invece, ha ricevuto lettere in cui veniva invitato a ritrovare la serenita’ e la pace senza che ci fosse una smentita dei fatti da lui denunciati da parte degli organi della Santa Sede”. Gianluigi Nuzzi, che racconta di avere anche altre testimonianze della situazione incresciosa che si vive(va) nel prseminario, annuncia che “una copia del libro sara’ consegnata questa mattina al promotore di giustizia vaticano, Gian Pietro Milano, dall’avvocato Caterina Malavenda, con allegata una mia breve lettera, perche’ faccia le sue valutazioni dei fatti”. Intanto, scrive ne libro, “Jarzembowski e’ stato sentito dai carabinieri di Trastevere a Roma, mentre Paolo, la presunta vittima, accompagnato dal proprio legale, ha avuto un incontro con gli avvocati della possibile controparte. A loro – scrive Nuzzi – avrebbe di fatto ribadito le accuse e il racconto dell’amico polacco. Se questa vicenda dovesse essere accertata – conclude – sarebbe clamorosa: per la prima volta, infatti, si scoprirebbero abusi sessuali compiuti all’interno dei sacri palazzi e, ancora piu’ grave, in un preseminario che protegge e accudisce giovani desiderosi di servire messa nella basilica di San Pietro e magari di avviarsi lungo la strada del sacerdozio”.

    Orlandi: Nuzzi, una trattativa riservata tra i pm e il Vaticano

    Cosa ci faceva il procuratore aggiunto della Repubblica, Giancarlo Capaldo, in Vaticano in un pomeriggio di febbraio 2012? In una scena del film di Roberto Faenza, “La verita’ sta in cielo” stava facendo un accordo per ottenere informazioni su Emanuela Orlandi in cambio di un aiuto per risolvere l’imbarazzante caso della sepoltura di Enrico De Pedis, boss della banda della Magliana, a Sant’Apollinare. Gianluigi Nuzzi traspone la scena dalla finzione cinematografica al suo libro ‘Peccato originale’ in uscita oggi per Chiarelettere. “Secondo i testimoni che ho sentito, quell’incontro avvenne realmente – sostiene il giornalista – tra Capaldo e uno dei monsignori piu’ influenti della curia, che aveva la fiducia del segretario di Stato Tarcisio Bertone e dell’influente Georg Ganswein, assistente personale di papa Benedetto XVI. E’ la prova che avvenne una trattativa riservatissima tra Vaticano e Procura di Roma per chiudere definitivamente il caso Emanuela Orlandi”. La vicenda della cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia scomparsa il 22 giugno 1983 a 15 anni, racconta Nuzzi, “preoccupava anche Benedetto XVI tanto da spingere la Santa Sede ad aprire, negli ultimi due anni del suo pontificato, un dialogo segreto, una ‘trattativa’ con la procura di Roma. Un caso che ha visto l’interesse anche di papa Francesco, con la richiesta di approfondimenti affidata al suo primo collaboratore, il segretario di Stato Pietro Parolin. Quest’ultimo – spiega – ha anche incontrato il fratello di Emanuela Orlandi”. Come scrive ancora il giornalista, quella trattativa era a buon punto quando arrivo’ come procuratore capo a Roma Gianluca Pignatone che avoco’ a se’ l’inchiesta e decise di aprire la tomba di De Pedis. “Non so dire cosa si sappia in Vaticano di questa vicenda – dice ancora Nuzzi – di certo molte intercettazioni lasciano numerosi interrogativi, come quella che pubblico sul libro del capo della Gendarmeria e un suo sottoposto chiamato a testimoniare nel ’93 sul caso Orlandi. Perche’ – si chiede Nuzzi – gli deve dire in tono perentorio: che cosa sappiamo noi della Orlandi? Niente, noi non sappiamo niente!”. (AGI) Cau 091333 NOV 17 NNNN

    http://www.affaritaliani.it/cronache/madre-teresa-conto-allo-iornel-libro-di-nuzzi-abusi-su-chierichetti-e-508989.html

  • In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    In Vaticano sta per scoppiare una guerra: e le carte su Emanuela Orlandi sono solo l’inizio

    I documenti usciti dalle Mura Leonine sono l’inizio di un’altra faida interna che si combatte a colpi di rivelazioni vere e false. E che partono dall’era Marcinkus e arrivano fino a oggi

    DI EMILIANO FITTIPALDI
    Il documento su Emanuela Orlandi, un presunto resoconto economico per l’“allontanamento domiciliare” della ragazzina scomparsa nel 1983 che l’estensore attribuisce al defunto cardinale Lorenzo Antonetti, apocrifo (come sembra) o totalmente inventato che sia è solo uno dei report che rischiano di agitare il Vaticano nel futuro prossimo venturo. Perché, con l’elezione di Bergoglio al soglio pontificio, le guerre intestine dentro la Santa Sede non sono affatto terminate e molti temono che la pubblicazione di nuovi documenti segreti rischi di infiammare, a breve, una nuova stagione di Leaks.

    La nota spese sulla Orlandi, piena di errori formali ma costruita con mani scaltre da soggetti che conoscevano molto bene uomini, vicende e circostanze del pontificato di papa Giovanni Paolo II, era infatti finita nell’armadio blindato della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, il cui custode era Lucio Vallejo Balda, segretario della Prefettura dal 2011 al 2015. Una cassaforte che fu scassinata a fine marzo del 2014 da misteriosi ladri mai identificati, che portarono via una serie di faldoni su vicende delicate che riguardano, almeno a detta di testimoni oculari che in quelle stanze lavoravano, alcuni episodi significativi, passati e recenti, della storia del Vaticano.

    È stato accertato che parte di quei report trafugati sia tornata in un plico anonimo in Prefettura un mese dopo il furto: dentro ci sarebbero stati fogli su presunti finanziamenti della Chiesa al sindacato polacco Solidarność, carteggi dei banchieri Roberto Calvi e Michele Sindona in merito al crac del Banco Ambrosiano, missive che documentano liti intorno a eredità contese dell’ex nunzio di Francia Mario Tagliaferri, morto nel 1999, e altri dossier economici contenuti nell’armadio di quella che è stata, fino al 2015, la Corte dei Conti della Santa Sede.

    Ma è certo, pure, che nell’autunno del 2015, in concomitanza con l’arresto della pr Francesca Chaoqui e di Balda (entrambi membri di Cosea dal luglio del 2013, sono entrambi stati condannati nel processo vaticano per fuga di notizie riservate), gli uomini della Gendarmeria guidati da Domenico Giani hanno cercato di capire se esistesse o meno una cassa di documenti fotocopiati dall’archivio. E finita nelle mani di uno o più “corvi”.

    Nei faldoni del processo VatiLeaks 2 esistono verbali di interrogatorio secretati che parlano senza giri di parole di un baule pieno di carte (tra queste era presente anche la presunta nota sulla Orlandi), che però – nonostante le ricerche dei poliziotti del papa – non è mai stata ritrovato.

    Ora è possibile che, in un futuro non troppo lontano, coloro che hanno conservato documenti riservati vogliano uscire dall’ombra e colpire ancora tornando a volare sopra il Cupolone. Per svelare misteri mai chiariti, forse. O per mandare nuovi messaggi, prendersi rivincite e chiudere conti in sospeso ancora aperti. «Chi pensa che ci siano solo pesci piccoli dietro i VatiLeaks, si sbaglia di grosso», chiosa un prelato molto anziano: «Ci tengo a far presente che i primi hanno contribuito alle dimissioni di un pontefice dopo secoli: non si crederà davvero che un’operazione di tale entità sia stata messa in piedi solo dal maggiordomo Paolo Gabriele? Ammetto che sono preoccupato».

    È un fatto che il pontificato di Francesco viva, da qualche tempo, un momento difficile. Se Bergoglio è amatissimo dal suo gregge, ed è considerato un papa rivoluzionario dai media laici di tutto il mondo, all’interno della Santa Sede i suoi nemici, invece di diminuire, in questi primi quattro anni e mezzo di pontificato sono cresciuti. Di numero e di forza. Le aperture dottrinarie a favore della comunione ai divorziati risposati, il progressismo audace, almeno a parole, verso gli omosessuali e le famiglie non tradizionali, la lotta (seppur difficile) contro la corruzione dentro le mura leonine, hanno compattato un fronte eterogeneo. Che è sempre più critico verso Bergoglio sia da un punto di vista pastorale («ormai non si capisce più nulla», ripetono gli antipatizzanti) sia per lo stile di governo pugnace. Di sicuro poco incline alla mediazione con l’ala tradizionalista, ancora riottosa al cambiamento portato dall’ex arcivescovo di Buenos Aires.

    I “corvi”, veicolando all’esterno il falso della Orlandi, tornano a volare in un periodo particolarmente complicato. Dopo la pubblicazione del dossier apocrifo oggi molti scuotono ancora la testa inveendo nuovamente contro le nomine di alcuni membri della commissione pontificia Cosea, mentre altri stanno ancora cercando di capire i motivi che hanno portato Francesco a promuovere a capo della segreteria dell’Economia il cardinale George Pell. La scelta di chiamare a Roma “il ranger” australiano fu presa nonostante il porporato fosse già assai chiacchierato in patria e fuori, da quasi un decennio, per essere stato accusato da alcune vittime di aver protetto, quando era vescovo di Sydney e Melbourne, alcuni preti pedofili. All’inizio dell’estate Pell è stato addirittura incriminato dalla polizia dello Stato di Victoria con l’accusa di aver lui stesso abusato, molti anni fa, di cinque minorenni. Così Bergoglio a fine dello scorso giugno, dopo averlo a lungo protetto, è stato costretto ad abbandonarlo al suo destino sospendendo il suo incarico in attesa dell’esito del processo.

    Se coloro che speravano in una riforma dell’economia e degli enti vaticani più incisiva e più aderente alle promesse si sono man mano aggiunti alla schiera dei delusi, il gruppo dei cardinali conservatori è sul piede di guerra da tre mesi, da quando Bergoglio ha deciso di “licenziare” Gerhard Müller, l’ex capo della Congregazione per la dottrina della Fede, a cui non è stato confermato il secondo mandato. Il cardinale è stato silurato, secondo alcuni, per le presunte divergenze che avrebbe avuto con Francesco in merito al contenuto di “Amoris Laetitia”, l’esortazione post sinodale su matrimonio e famiglia. Per altri, invece, ha semplicemente pagato il fatto di aver contrastato troppo blandamente il tema della pedofilia ecclesiastica.

    Insomma il mare, oltretevere, è mosso. Ed è in questo scenario che si agitano le nuove (o, più probabilmente, vecchie) gole profonde vaticane. Non sappiamo se e quando verranno pubblicati, come avvenuto durante gli ultimi due ultimi VatiLeaks, nuovi documenti imbarazzanti. Né se siano in arrivo report veri o altri apocrifi, costruiti ad arte proprio per minare, forse, la credibilità di documenti originali che il Vaticano sa essere in circolazione. È un fatto che nessuna carta pubblicata negli scandali del 2012 e del 2015 sia mai stata smentita dalla Santa Sede, e che le inchieste giornalistiche abbiano costretto la Santa Sede – come nel caso della ristrutturazione dell’appartamento di Tarcisio Bertone pagato con i soldi del Bambin Gesù – ad aprire fascicoli penali per tentare di mettere una pezza agli scandali provocati dai whisteblower.

    Ma i beninformati ipotizzano pure che il rischio di polpette avvelenate sia dietro l’angolo. Se qualcuno, dopo la pubblicazione della nota spese taroccata forse copiando pezzi di documenti reali rammenta il caso di Dino Boffo, dove una velina per delegittimare l’ex direttore di Avvenire venne costruita con un documento giudiziario vero e un report di un anonimo circolato tra i vescovi italiani, altri ricordano come Balda, condannato nel luglio del 2016 a 18 mesi di reclusione per aver diffuso report interni segreti (Chaoqui ne ha avuti 10 con pena sospesa) sia finito nell’occhio della gendarmeria anche per uno strano viaggio a Dubai. «In Medioriente, lo scrisse pure “Repubblica”, il monsignore cercò di incontrare uomini dei servizi segreti cinesi per consegnare loro una falsa cartella clinica del papa, da lui stesso contraffatta attraverso la falsificazione delle analisi dell’anziana madre», attacca l’anziano prelato che ha passato una vita in segreteria di Stato.

    Per la missione, in effetti, Balda si fece accompagnare dall’ex colonnello dei Ros Giuseppe De Donno: i gendarmi scoprirono le velleità spionistiche del monsignore attraverso l’analisi del suo computer, e ipotizzarono che il viaggio avvenne tra il dicembre del 2014 e il gennaio del 2015. Non si è mai capito perché il prelato avesse deciso di mettere in piedi quella messinscena. Il Vaticano non ha mai fatto sapere gli esiti dell’inchiesta d’intelligence, né si è mai capito come mai i corvi di VatiLeaks 2 modificarono un documento (probabilmente originale ma senza intestazioni) su Monte dei Paschi di Siena inserendo una timbratura fasulla.

    A oggi, naturalmente, non sappiamo quali siano i documenti riservati ancora in circolazione. Fonti della Prefettura spiegano che l’archivio aperto tre anni fa con una fiamma ossidrica era stracolmo di dossier di diversi periodi storici, e che i ladri (o altri soggetti che nulla c’entrano con l’effrazione del marzo 2014) potrebbero aver preso (o fotocopiato) di tutto. Sia documenti conservati lì da fine degli anni Settanta, come le lettere scritte a mano del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra nel 1982 (le missive di Calvi sarebbero decine); sia certificazioni di altri dicasteri ottenuti dai membri della Cosea durante il loro lavoro di screening degli enti economici vaticani. Come, per esempio, quelli sui conti all’Apsa da chiudere (dopo una due diligence della società di revisione Promontory l’Apsa ha chiesto ai prelati che avevano un conto personale, come l’ex presidente Agostino Cacciavillan, di spostare i loro denari allo Ior: ne sono nate proteste vibranti perché l’Apsa garantiva interessi migliori); e i conti deposito dell’Istituto delle opere di religione, in passato aperti a favore di laici che non ne avevano alcun diritto. Due anni fa il Vaticano ha annunciato urbi et orbi di averli chiusi tutti, ma non ha mai consegnato – come aveva informalmente promesso all’autorità antiriciclaggio della Banca d’Italia – la lista dei presunti evasori e riciclatori che avevano nascosto i loro soldi dentro il torrione Niccolò V.

    Ma i timori di una nuova fuga di notizie sono stati segnalati anche da ambienti ecclesiastici vicini a Santa Marta, come ha evidenziato lo scorso giugno Massimo Franco sul Corriere della Sera. Subito dopo le dimissioni di un altro uomo novus del corso bergogliano, l’ex primo revisore generale dei conti Libero Milone, qualcuno ha detto al giornalista che per «il papa è un momento delicato, non vogliamo precipitare in un terzo VatiLeaks». Milone era il braccio destro di Pell, finito sui giornali a ottobre del 2015 per aver denunciato alla gendarmeria la violazione del suo computer personale. Anche il suo ufficio era situato al quarto piano del palazzo della Prefettura, e anche di quella vicenda non si è saputo più nulla.

    L’economo, a sorpresa, ha scelto di andare via tre anni prima della scadenza naturale del suo incarico: se qualcuno ipotizzò semplici diatribe sulla retribuzione, la nota della sala stampa spiegò che era stato l’ex presidente di Deloitte chiamato da Pell per mettere mano nei bilanci, segretissimi, della segreteria di Stato, dei dicasteri e dei vari enti della città santa, ad aver dato le dimissioni, subito accettate da papa Francesco. «Ci aspettiamo una nuova mareggiata, da un momento all’altro», conclude una fonte autorevole. In Vaticano credono che la pubblicazione del presunto report sull’allontanamento della ragazzina che suonava il flauto, insomma, sia solo l’inizio di una battaglia a colpi di carte. E di veleni.

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/09/27/news/vaticano-la-fabbrica-dei-dossier-1.310790
  • Emanuela Orlandi, nuovo dossier ma il Vaticano nega

    Emanuela Orlandi, nuovo dossier ma il Vaticano nega

    ‘Falso e ridicolo’. La famiglia vuole incontrare Parolin

    Il portavoce vaticano Greg Burke ha definito la documentazione “falsa e ridicola”. “Non ho mai visto quel documento pubblicato da Fittipaldi – ha detto il cardinale Giovanni Battista Re, che risulta tra i destinatari di un documento pubblicato dal giornalista – e non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate per il caso di Emanuela Orlandi”. Il cardinale, Prefetto emerito della Congregazione per i Vescovi, all’epoca era Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato. Verifiche sono in corso sull’autenticità del carteggio.

     “Ho grande stima per Fittipaldi e le sue inchieste, ma su questa vicenda delle note spese ho dei dubbi”, commenta Ferdinando Imposimato, presidente emerito della Corte di Cassazione. “Su questo documento io mi permetto di avere qualche dubbio. Sicuramente stava nell’archivio di Monsignor Balda, ma non è che tutto quello che sta là dentro è vangelo”, anche se, ha aggiunto,  “i collegamenti del Vaticano con il sequestro Orlandi sono numerosi. I punti fermi in questa storia ci sono senz’altro e tutti portano al coinvolgimento di elementi interni al Vaticano”, ha concluso

    E, alla luce del documento emerso in queste ore, la famiglia di Emanuela Orlandi ha espresso la volontà di incontrare “il Segretario di Stato Vaticano, con serenità, non contro ma per cercare insieme la verità”. “Papa Francesco dice sempre che la verità non è negoziabile, vorremmo cercarla insieme”, dice all’ANSA l’avvocato Laura Sgrò, legale della famiglia. “Non sappiamo se sia vero o falso. In entrambi i casi riteniamo sia una cosa grave. Per questo rinnoviamo la nostra richiesta di confronto” con la Santa Sede, dice Sgrò.

    http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/09/18/emanuela-orlandi-un-documento-di-fittipaldi-riapre-il-caso_5a0dfab3-a77d-421f-8f62-6a76d25d2883.html