Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Papa Francesco licenzia cardinale Muller: al suo posto Ladaria. Espresso: “Coprì un prete p******o”

    Papa Francesco licenzia cardinale Muller: al suo posto Ladaria. Espresso: “Coprì un prete p******o”

    ROMA – Ancora nel pieno della tempesta scatenata dal rinvio a giudizio per abusi sessuali del cardinale George Pell, Papa Francesco procede con un altro clamoroso ribaltone in Curia. E lo fa in uno dei principali ministeri vaticani, l’ex Santo Uffizio, oggi Congregazione per la Dottrina della Fede, precedentemente affidato al cardinale tedesco Gherard Ludwig Mueller, ritenuto un conservatore. Il Papa non ha rinnovato il mandato a Mueller, il cui quinquennio canonico è scaduto ieri, 2 luglio, preferendogli l’attuale segretario del dicastero, il gesuita spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer. Quest’ultimo, secondo quanto denunciato da Emiliano Fittipaldi e Giuliano Foschini su Repubblica e l’Espresso, avrebbe coperto un prete p******o a Foggia. Tale don Gianni Trotta, finito sotto processo in Vaticano nel 2009 e condannato alla pena massima: la messa in stato laicale. Ma l’arcivescovo Ladaria e l’allora prefetto Levada ordinarono altresì che “la nuova condizione del sacerdote dimesso non desse scandalo ai fedeli”. Né tantomeno si presero la briga di denunciare il prete all’autorità giudiziaria.

    Il licenziamento di Mueller, 70 anni a dicembre, ex vescovo di Ratisbona e curatore dell’Opera Omnia di Joseph Ratzinger, nominato da Benedetto XVI a capo della Congregazione che custodisce l’ortodossia cattolica il 2 luglio del 2012, è stato comunicato dal Papa all’interessato nell’udienza di venerdì mattina. Dopo di ché la notizia è filtrata su due siti cattolici tradizionalisti negli Usa e in Italia. Mueller era stato confermato al suo posto il 23 settembre 2013 da papa Francesco, che nel suo primo concistoro, il 22 febbraio 2014, lo aveva fatto cardinale (cosa che invece non aveva voluto fare Ratzinger nel suo ultimo concistoro prima della rinuncia).

    In questi anni, però, raramente le posizioni del prefetto della Dottrina hanno coinciso con lo spirito innovatore del Pontefice argentino: il contrasto si è manifestato in modo evidente soprattutto sul duplice Sinodo sulla famiglia, in cui Mueller ha sposato le tesi dei cardinali contrari alle aperture (tra cui lo stesso Pell), e sull’esortazione Amoris Laetitia, a proposito della quale il porporato tedesco non ha mai nascosto la contrarietà a che si desse la comunione ai divorziati risposati al di fuori dei canoni fissati della dottrina e dal precedente Magistero. Un contrasto che non poteva che portare a una separazione, che però Bergoglio ha aspettato a sancire fino alla scadenza del mandato quinquennale del cardinale prefetto.

    Ora nella carica che per 24 anni fu proprio di Ratzinger (e a capo anche della Commissione Ecclesia Dei e della Pontificia Commissione Biblica) siederà l’arcivescovo Ladaria, nato 73 anni fa a Manacor, sull’isola di Maiorca, gesuita come papa Bergoglio, laureatosi in giurisprudenza a Madrid nel ’66 subito prima di entrare nella Compagnia di Gesù. Dopo il dottorato in teologia alla Gregoriana, nell’Università dei Gesuiti è stato docente di teologia dogmatica (oltre che a Madrid) e poi anche vice rettore dal 1986 al ’94. E’ stato membro e poi segretario generale della Commissione teologica internazionale.

    Consultore dell’ex Sant’Uffizio, ne è diventato segretario nel 2008 su nomina di Benedetto XVI. Il 2 agosto dello scorso anno, papa Francesco lo ha nominato presidente della Commissione di studio sul Diaconato delle donne: parlando a Radio Vaticana sottolineò che volontà del Papa è far sì che “il ruolo delle donne sia sempre più valorizzato” in ambito ecclesiale. La Chiesa, diceva, “deve trovare il modo di farsi sempre più presente” e qui “la presenza della donna può essere decisiva”.

    In lui Bergoglio ha visto una personalità in grado di elaborare una teologia più conforme e in linea con la sua idea di “Chiesa in uscita”, con la conversione pastorale e missionaria a cui sprona la comunità ecclesiale. Magari meno rigida sui principi e più attenta alle persone, in particolare alle esigenze specifiche di chi più è in difficoltà. Dovrà essere meno duro, meno sordo e meno intransigente di quanto non sia stato Muller. E sui p******i?

    http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/papa-francesco-licenzia-cardinale-muller-al-suo-posto-ladaria-espresso-copri-un-prete-pedofilo-2717742/

  • Al DIG Festival la docu-inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Al DIG Festival la docu-inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa

    Behind The Altar – Dietro l’Altare, rivelazioni ed evidenze che hanno scosso la comunità cattolica e non solo.

    Nei suoi primi quattro anni di pontificato Francesco I ha fatto molto poco per punire preti pedofili e vescovi che ne hanno coperto gli abusi. Il regista messicano Jesus Garcel Lambert racconta attraverso l’investigazione dello storico inglese John Dickie i motivi di un problema che ha il suo cuore nella Chiesa. Da Behind The Altar – Dietro l’Altare arrivano rivelazioni ed evidenze che hanno scosso la comunità cattolica e non solo. Una produzione GA&A Productions, in co-produzione con ZDF/Arte, EO, Witfilm, e in associazione con EFFE TV – media hub del Gruppo Feltrinelli e altri nove broadcasters internazionali, il documentario verrà presentato in anteprima mondiale giovedì 23 giugno in occasione del DIG Festival di Riccione: introduce l’anteprima un incontro di approfondimento moderato da Marco Nassivera di ARTE, che vede protagonisti John Dickie e il giornalista Emiliano Fittipaldi, scelto da Feltrinelli con la produzione per introdurre la versione italiana del documentario e voce autorevole delle tematiche affrontate in questo lavoro d’inchiesta.

    Il DIG Festival, giunto alla sua terza edizione, si apre quest’anno con un’anteprima esclusiva, segno dell’impegno dell’associazione nel sostenere e promuovere brillanti lavori d’inchiesta e giornalismo di qualità. Da venerdì 23 a domenica 25 giugno nel centralissimo piazzale Ceccarini di Riccione, quartier generale dell’evento, tre giorni di incontri con i migliori reporter del mondo, talk, proiezioni in prima assoluta, spettacoli, incontri di formazione per professionisti e freelance, che si chiuderanno con l’assegnazione dei prestigiosi DIG Awards, riservati alle migliori inchieste e reportage televisivi dell’anno. La cerimonia di premiazione è in programma per sabato 24 giugno alle ore 21.30, sempre in piazzale Ceccarini.

    Quest’anno DIG Festival propone un programma particolarmente ricco di appuntamenti, completo di workshop, accreditati ai fini della formazione continua dall’Ordine dei Giornalisti. Cybersecurity, censura, democrazia e diritti umani. DIG continua a scavare e a lavorare sui temi più caldi dell’attualità: dai vizi del sistema economico finanziario ai debiti delle banche, dall’impatto delle tecnologie digitali sulla privacy all’analisi dei fenomeni migratori tramite data journalism, fino ai black file della Repubblica italiana. Tra le novità, i laboratori per bambini (radiofonici e di carta stampata) e una Hacking Room completamente ridisegnata, dove imparare tutti i trucchi per difendersi dalle più invasive forme di controllo digitale.

    http://www.riminitoday.it/cronaca/al-dig-festival-la-docu-inchiesta-sulla-pedofilia-nella-chiesa.html

  • Un sondaggio sulla pedofilia boccia Bergoglio

    Un sondaggio sulla pedofilia boccia Bergoglio

    Stando ai servizi della tv italiana, si direbbe che Bergoglio goda di una popolarità a dir poco straordinaria: semplice, alla mano, bonaccione, pronto a farsi delle belle e sonore risate, appare proprio come un nonnino universale, un vicino di pianerottolo, un buon parroco di campagna, se non addirittura un rivoluzionario dei costumi vaticani senza precedenti storici. L’apparenza inganna, mai proverbio fu più vero e potremmo constatarlo tutti se soltanto la stampa facesse parlare anche i suoi detrattori.

    Lo prova un sondaggio realizzato dalla Rete L’Abuso fondata e diretta da Francesco Zanardi e incentrato proprio sulla sua persona: Giorgio Bergoglio alias papa Francesco. Un sondaggio coraggioso e rivelatore che si compone di appena cinque domande con l’obiettivo di capire qual è la percezione dello stato delle cose da parte dell’opinione pubblica e proporre possibili soluzioni già attuate con ottimi risultati in altri paesi.

    La partecipazione è stata davvero notevole, basti pensare che un sondaggio simile era stato proposto nel 2014 da “Il fatto quotidiano” che, sulla base già buona di un campione di circa 1600 votanti, ebbe un risultato coerente con quello ottenuto adesso dalla Rete L’Abuso su un campione di ben 4.010 votanti, raccolti sui vari social in soli 31 giorni.

    Prima domanda: “Pensi che le misure adottate da Papa Francesco per contrastare la pedofilia nella Chiesa siano sufficienti?”. Il 15,1% ha risposto si mentre l’84,9% le ritiene insufficienti e questo nonostante la “tolleranza zero” tanto annunciata dalla Santa Sede e oggi assolutamente delusa.

    Seconda domanda: “La Conferenza episcopale italiana ha deciso di non denunciare i preti pedofili “per tutelare la privacy delle vittime”. Sei d’accordo?” il 15,04% ha risposto di sì mentre il 84,96% ha risposto che non è per niente d’accordo.

    Terza domanda: “In molti Paesi europei le inchieste governative hanno accertato decine di migliaia di casi di violenza sui minori, inchiodando la Chiesa alle proprie responsabilità. Pensi che anche in Italia sarebbe utile una Commissione parlamentare d’inchiesta per fare piena luce sul fenomeno criminale della pedofilia nel clero?”. L’85,75% ritiene che sia utile e solo il 14,25% non la ritiene utile.
    Il nostro paese infatti non ha mai quantificato l’entità del fenomeno sul territorio e non ha mai prodotto un dato pubblico ufficiale.

    Quarta domanda: “Sai che dal 1985 un articolo di modifica del Concordato impone ai magistrati italiani di informare il vescovo riguardo i “procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici” appartenenti alla sua diocesi? Considerando che, di contro, mai nessun vescovo italiano ha denunciato un caso di violenza su minori, ritieni che il suddetto comma vada eliminato?”.  L’82,21% ha risposto sì mentre il 17,79% ritiene che questo articolo debba restare immutato. A tal proposito va ricordato che anche l’ONU nel 2014 chiese al governo italiano di rivedere alcuni articoli del Concordato tra Italia e Santa Sede tra i quali quelli che sollevano i vescovi dall’obbligo della denuncia. Ma il Governo italiano si è guardato bene dal farlo.

    Quinta domanda: “Molto spesso chi subisce una violenza da bambino trova la forza di denunciare dopo decenni, quando ormai il reato è prescritto. In Svizzera, il governo ha sospeso per sei mesi la prescrizione dando la possibilità a numerose vittime di denunciare le violenze subite. Pensi che sarebbe utile anche in Italia?”. L’87,95% ha risposto di sì e solo l’12,05% no.

    In questi ultimi 15 anni, da quando emersero i primi casi negli Stati Uniti, al di là dei sermoni puntualmente riportati dai media, il Vaticano non ha ancora reso alle vittime nemmeno un risarcimento umano. Tocca dunque allo stato italiano il dovere di tutelare i propri cittadini anziché continuare a rendersi complice di crimini efferati come ha fatto fino ad oggi, rendendo sacrificabile la vita di tanti bambini e adolescenti.

    “La Santa Sede – scrive infatti l’avvocato Carlos Lombardi, Procuratore della Rete dei sopravvissuti all’abuso sessuale ecclesiastico – non solo mantiene la rete di pedofilia istituzionalizzata e continua con la sua prolissa pratica di violare il diritto internazionale dei diritti umani, non solo non garantisce i diritti delle vittime, ma nega di informare le autorità statali e gli organismi internazionali dello stato dei suoi procedimenti interni”.

    “Si chiamano tribunali – spiega Francesco Zanardi – proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non vi hanno detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di la dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo.

    Grazie ad alcuni dei nostri assistiti siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici: la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, ma paradossalmente, con il consenso della vittima può assistere l’avvocato dell’imputato. Esattamente come è accaduto ai due giornalisti, Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.

    Durante questi processi, quando è presente la vittima, non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente ad un interrogatorio dove vengono acquisite le varie informazioni che riguardano lo specifico caso. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli. Alla vittima non viene rilasciato inoltre nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione”.

    Raffaella Mauceri

  • «L’omertà della Chiesa sui casi di pedofilia per proteggere soldi e immagine»

    «L’omertà della Chiesa sui casi di pedofilia per proteggere soldi e immagine»

    Due libri-inchiesta di Emiliano Fittipaldi hanno messo in luce le coperture del Vaticano su reati sessuali e affari economici. Il 23 maggio l’inviato dell’Espresso ospite a Ravenna alle 18.30 per Scrittura Festival e a Lugo alle 21 per Caffè Letterario

    La fascetta sulla copertina del libro dice “Torna il giornalista processato in Vaticano”. E infatti per Emiliano Fittipaldi, inviato speciale de l’Espresso, è andata così: il libro-inchiesta Avarizia sugli scandali finanziari della Chiesa l’ha portato alla sbarra nel 2015 al «tribunale di Dio», per usare la sua definizione. Mentre si celebravano le udienze stava già lavorando al secondo libro, Lussuria, uscito nei mesi scorsi. Il 23 maggio Fittipaldi sarà alle 18.30 a Palazzo Rasponi delle Teste in piazza Kennedy a Ravenna per Scrittura Festival e anche a Lugo, alle 21 all’albergo Ala d’Oro per la rassegna “Caffè Letterario”.

    Lussuria, come si legge nel sottotitolo, racconta “peccati, scandali e tradimenti”. Ma è anche un libro sull’omertà e sulle coperture della Chiesa. Non stupisce che ci sia ancora questo atteggiamento di opacità?
    «Francamente sì, mi stupisce. Mi ero fatto l’idea che si trattasse di scandali appartenenti al passato ma in realtà era una convinzione dettata dal fatto che più o meno dal 2010 i giornali hanno smesso di scrivere di questi argomenti. Nei primi tre anni di pontificato di Francesco sono arrivate a Roma all’ufficio disciplinare della Congregazione per la dottrina della fede circa 1.200 denunce di casi di molestie sui più piccoli. Quando ho avuto a disposizione i numeri è nata l’idea del libro perché ho scoperto che la protezione di questi casi funziona esattamente come 50 anni fa: i sistemi con cui le gerarchie proteggono i mostri sono ancora gli stessi e invece credo che alla Chiesa farebbe molto meglio una vera trasparenza». Emiliano Fittipaldi, inviato de l’Espresso e autore dei libri-inchiesta Avarizia e Lussuria sugli scandali del Vaticano

    Perché la Chiesa non la pensa allo stesso modo?
    «Forse il bubbone è talmente gigantesco che c’è paura si possa creare il panico e allontanare i fedeli ancora di più. Penso che soldi e immagine possano essere i motivi più importanti per cui si sceglie la strada dell’assoluta omertà. La cosa che mi dà più fastidio è la distanza tra le promesse fatte da pontefici e cardinali per contrastare la pedofilia e le poche azioni concrete che vengono fatte».

    Eppure Bergoglio gode di grande apprezzamento sui media. Che figura è questo Papa?
    «I media l’hanno osannato dall’inizio. È vero che ha un carisma impressionante che il predecessore non aveva, piace più ai laici che ai cattolici, con una simbologia molto forte. Lo definisco populista nel senso positivo del termine. E i frequenti richiami agli ultimi sono molto importanti nei tempi che viviamo, non credo sia solo marketing. L’aspetto della stampa che critico è quello di non misurare la propaganda del potere. Se il Papa dice che vuol combattere la pedofilia è giusto riportare la sua dichiarazione poi il giornalista deve andare a vedere cosa ha fatto davvero. E non è detto che sia mancanza di volontà, magari c’è un pezzo della curia che ha impedito una seria riforma? La stampa italiana, a differenza di quella anglosassone, ha questo difetto con tutta la propaganda».

    In Italia manca l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria per il prelato che venga a conoscenza di possibili reati. Che limite rappresenta?
    «È in assoluto la cosa più incredibile. La commissione per la tutela dei minori non è riuscita nemmeno a cambiare le linee guida della Cei per introdurre questo obbligo. In Italia è così per via dei Patti lateranensi del 1929, in altri Stati è diverso ma su questo c’è un disinteresse totale delle forze politiche. È drammatico. È inutile sentir dire che c’è un obbligo morale quando poi c’è il teologo Anatrella che ai vescovi ha ricordato di non avere l’obbligo di denunci: significa invitarli a stare zitti. E stiamo parlando di una monarchia assoluta, a Bergoglio basterebbero 60 secondi per introdurre questo obbligo».

    Il quarto capitolo si intitola “La lobby gay”, è una parte del libro che ha fatto discutere molto.
    «L’intenzione anche in questo caso è solo quella di sottolineare le contraddizioni. Bergoglio nel 2013 su un volo dal Brasile all’Italia disse “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Fu indubbiamente una grande apertura al mondo Lgbt ma al di là delle sue parole resta che nella dottrina cattolica non è cambiato nulla nei confronti della omossessualità. Il catechismo su questo tema è tuttora durissimo, parla di comportamento deviante. Stiamo parlando di un comportamento sessuale da considerare assolutamente lecito e infatti ne parlo solo nei termini in cui ci vedo una grande ipocrisia se la dottrina è così violenta contro l’omossessualità e poi una fetta importante della Chiesa ha avuto storie piuttosto vivaci anche di cardinali gay».

    Nel libro c’è una carrellata di casi da sud a nord “contra sextum”, cioè per violazioni del sesto comandamento. Ma non è citato il ravennate don Desio…
    «Se avessi dovuto citarli tutti sarebbe servita un’enciclopedia. Conosco la vicenda di Desio ma ho scelto di elencare quelli in cui ci sono più segnali di collegamenti con il Vaticano o insabbiamenti. Nel caso ravennate non mi risultano queste circostanze».

    Com’è stato ritrovarsi sotto processo in Vaticano per Avarizia, il precedente libro? Visto l’esito, non è stato un autogol clamoro per la Chiesa?
    «Il processo è stato un boomerang per la Chiesa: ha reso due giornalisti (l’altro è Gianluigi Nuzzi autore di Via Crucis, ndr) famosi in tutto il mondo e i nostri libri sono stati tradotti in tutte le lingue. A quel punto si sono resi conto della cosa e l’hanno chiusa in maniera un po’ goffa perché l’eventuale difetto di giurisdizione si valuta prima di aprire un processo. In un certo senso però hanno ottenuto una cosa a cui tenevano molto: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dagli scandali finanziari raccontati nei libri alla questione del furto dei documenti. Sui giornali si è finiti a parlare più del babydoll della Chaouqui e meno dell’attico di Bertone. Questo è stato un successo mediatico».

    E nessuno è entrato nel merito…
    «Non è mai stato smentito un rigo di quello che ho scritto».

    Per questa inchiesta, come per ogni altra inchiesta, sono servite fonti qualificate negli ambienti. Significa che c’è un seme di trasparenza che germoglia da dentro?
    «Il processo in Vaticano mi ha costretto a decine di udienze e in un certo senso questo mi ha aiutato a entrare in contatto con altre fonti. Non c’è dubbio che dentro alla Chiesa ci sia chi vorrebbe più trasparenza ma resta una goccia nell’oceano. I giornalisti investigativi cercano di raccontare verità ma è chiaro che spesso le fonti non ti parlano per amore della trasparenza, ma per danneggiare possibili competitor. Ma questo credo che valga per il 90 percento delle fonti, sono rari i casi di chi è mosso da una rabbia etica e morale».

    E il giornalista come si comporta?
    «Come sempre: deve verificare. Si valuta se la fonte è attendibile, se la notiziaè vera, se c’è un interesse pubblico e a quel punto se tutto torna diventa del tutto secondario il motivo che ha spinto la fonte e hai il dovere di pubblicare altrimenti, se la conservi nel cassetto, diventi un ricattatore».

    «L’omertà della Chiesa sui casi di pedofilia per proteggere soldi e immagine»

  • «CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO» DI FEDERICO TULLI

    «CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO» DI FEDERICO TULLI

    C’è un libro importante – ben più di «Lussuria» di Emiliano Fittipaldi – del quale i media presunti grandi continuano a non parlare perché scava nel tabù dei preti pedofili italiani ai quali il Vaticano continua – pur se proclama il contrario – ad assicurare copertura; si sa che tutto quanto mette in dubbio la “santità” dell’attuale papa è giudicato impubblicabile, soprattutto in Italia.

    Il libro è «Chiesa e pedofilia, il caso italiano» di Federico Tulli (*) pubblicato da L’Asino d’oro. Grazie a Uaar, cioè Unione degli Atei degli Agnostici e dei Razionalisti, sarà presentato dal suo autore il 28 aprile a Roma nella libreria Feltrinelli di viale Libia 186 con l’intervento di Francesco Zanardi della rete L’Abuso (**) e con Francesco Troccoli di Uaar a moderare il dibattito.

    «Pedofilia, l’intrigo internazionale che imbarazza la Chiesa di Bergoglio»

    estratti di un recente articolo di Federico Tulli (***)
    Forse è solo una coincidenza, o forse no. Di certo colpisce che proprio mentre assume dimensioni fuori controllo lo scandalo degli abusi clericali su giovani allievi nelle due sedi dell’Istituto cattolico A. Provolo per sordomuti in Italia a Verona e in Argentina a Mendoza, papa Bergoglio si faccia ritrarre mentre viene accarezzato da una bambina affetta da disabilità. La foto della carezza ricevuta da una bimba cieca ha campeggiato per giorni sulle prime pagine dei media italiani, restituendo l’immagine di un pontefice sempre sensibile alla sofferenza dei più piccoli. Di contro poco o nulla è stato scritto su una vicenda, anch’essa intrisa di sofferenza, che a papa Francesco e alla Santa Sede, ma anche alla nostra opinione pubblica, dovrebbe interessare particolarmente. Almeno stando ai continui e apprezzatissimi proclami di “tolleranza zero” lanciati dal pontefice argentino nei confronti dei chierici che risultano coinvolti in casi di pedofilia.
    Proviamo allora a ristabilire una gerarchia delle notizie e partiamo dai fatti che stanno accadendo a Verona, riportando prima brevemente in luce una storia che si presumeva conclusa poco più di quattro anni fa.
    «Una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza; divieto di qualsiasi contatto con i minori; assidua sorveglianza da parte di responsabili individuati dal vescovo di Verona». È la pena più pesante inflitta ai sacerdoti protagonisti di una delle più agghiaccianti vicende di abusi su minori compiuti in ambito ecclesiastico mai emerse in Italia. Il destinatario del «precetto penale» comminato dalla Santa Sede è don Eligio Piccoli, come si legge nella lettera che fu inviata il 24 novembre 2012 dal vicario giudiziale, monsignor Giampietro Mazzoni, all’avvocato delle vittime riunite nell’Associazione sordi Provolo. Per gli abusi compiuti nell’Istituto per bambini sordi Provolo di Verona, nel quale era educatore, Piccoli era stato riconosciuto colpevole al termine di una inchiesta indipendente affidata dalla Santa Sede a un magistrato “laico”, Mario Sannite.
    Le accuse formulate da 67 giovani ospiti dell’Istituto sin dalla metà degli anni 80 e inascoltate per quasi 30 anni, riguardavano 25 persone tra sacerdoti e fratelli laici. Al termine dell’indagine Sannite ravvisò elementi di colpevolezza solo per tre di loro: don Piccoli, don Danilo Corradi e frate Lino Gugole. Per Corradi le accuse «non risultano provate», ma «stante il dubbio, la Santa Sede formulò nei suoi confronti un’ammonizione canonica, vale a dire una stretta vigilanza da parte dei responsabili dei suoi comportamenti». Corradi è pertanto rimasto prete ed è finito sotto il controllo di chi per anni ha ignorato le accuse nei suoi confronti. Ancor più sconcertante, se possibile, il paragrafo relativo al terzo uomo. […]

    C’è da dire che a gennaio è stata aperta un’inchiesta nei confronti dei responsabili del Provolo da parte della magistratura scaligera in seguito ad alcuni esposti presentati dall’associazione Rete L’Abuso. E che il 27 febbraio anche l’associazione sordi Provolo e Bisoli – che nel frattempo ha ritrovato la propria pagella del 1964 – hanno depositato formale querela per la presunta manomissione del documento che potrebbe essere stato trafugato alcuni giorni fa dall’istituto Provolo. Certo, anche questo furto appare come una singolare coincidenza e fin qui non c’è nulla che possa far pensare diversamente. Staremo a vedere come evolve la situazione che per quanto appena scritto è legata a filo doppio con quanto sta accadendo al di là dell’Atlantico, nella sede dell’istituto presente nel Paese d’origine di papa Francesco. […]
    In riferimento all’arresto di don Nicola Corradi, il 29 marzo, la Rete L’Abuso e l’ex allievo Gianni Bisoli, hanno chiesto tramite un esposto alla procura di Verona di accertare eventuali omissioni giuridicamente rilevanti “in capo ai soggetti preposti al controllo dell’operato dei sacerdoti pure in termini di insufficiente vigilanza o di negligenza nel mettere in atto le cautele necessarie ad impedire la reiterazione di gravi reati come quello di pedofilia”. Vale a dire i responsabili dell’istituto di Verona. La sede legale dell’istituto Provolo argentino sito in Mendoza e diretto da Corradi fino all’arresto risulta infatti coincidere con quella italiano, in Stradone Provolo 20, a dieci minuti a piedi dalle più famose attrazione turistiche del capoluogo scaligero: l’Arena e la casa di Giulietta. […]
    (5 aprile 2017)

    (*) in “bottega” cfr La pedofilia non è vizio né lussuria ma un crimine ma anche il dossier Clero e pedofilia: «Non chiamateli Padri»

    (**) ne abbiamo parlato più volte, per esempio qui Dove giro per il «Boston Globe»? e qui Preti pedofili: in Italia “200 casi insabbiati”

    (***) ripreso da «Micromega».

    http://www.labottegadelbarbieri.org/chiesa-e-pedofilia-il-caso-italiano-di-federico-tulli/

  • Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

    Qualche notizia sui tribunali ecclesiastici

    Mentre vanno avanti le indagini condotte dal pm Clelia Mancuso della sezione Fasce deboli della procura di Napoli sui festini gay organizzati nella chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, con acquisizioni di documenti negli uffici delle curie di Napoli e Pozzuoli, gli avvocati che assistono Diego Esposito (nome di fantasia) stanno aprendo i fronti della giustizia penale e civile (con un’azione di risarcimento danni di oltre un milione di euro indirizzata anche nei confronti del cardinale Crescenzio Sepe e della curia di Napoli) per fare emergere la verità su quattro anni di violenze subite da Esposito quando era minorenne da don Silverio Mura, il suo insegnante di religione.
    Sulla questione della pedofilia dei sacerdoti, che vede impegnato a fondo papa Francesco, e in particolare sul ruolo che svolgono i tribunali ecclesiastici Iustitia pubblica un intervento di Francesco Zanardi presidente della Rete l’Abuso, l’associazione costituita nel 2009 dalle vittime dei preti pedolfili

    HO LETTO l’articolo sul cardinale di Napoli con il quale si sostiene che Crescenzio Sepe avrebbe ‘esaurito’ il suo mandato e sarebbe opportuno che si dimettesse. A integrazione di quanto scritto vorrei accendere i riflettori sui tribunali ecclesiastici che dovrebbero costituire un passaggio decisivo per la chiesa nella lotta alla pedofilia dei sacerdoti.
    Si chiamano tribunali, proprio come quelli civili, al loro interno si svolgono dei processi, proprio come nei tribunali civili, ma quello che non viene detto, forse per leggerezza o forse solamente per incompetenza, è che al di là dell’analogia del nome hanno ben poco a che fare con i tribunali civili che tutti conosciamo. Grazie ad alcuni dei nostri assistititi siamo riusciti ad avere prova di cosa accade durante quelli che la chiesa chiama processi canonici, durante i quali la vittima è costretta a presentarsi senza il proprio difensore di fiducia, mentre,

    paradossalmente, con il consenso della vittima è presente l’avvocato dell’imputato, come è accaduto ai giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi.
    Durante questi processi, quando è presente la vittima,
    Crescenzio Sepe e Francesco Zanardi
    non lo è l’imputato e viceversa. Entrambi vengono sottoposti separatamente a un interrogatorio durante il quale vengono acquisite le varie informazioni che riguardano il caso specifico. La vittima non può portare testimoni a suo favore, può certamente citarli, ma sarà discrezione del tribunale sentirli e nei casi da noi documentati non è mai accaduto. Alla vittima non viene rilasciato nessun verbale e nessun documento nel quale emerga ciò che è stato verbalizzato durante la deposizione.
    Ma su quali basi si sviluppa il processo canonico? Esiste un punto cardine davvero importante che fa capire l’abissale differenza con i tribunali civili. Per la chiesa, l’abuso sessuale nei confronti di un minore, ‘non è un reato’ che vede la vittima la parte lesa, bensì ‘un’offesa morale a Dio’. Ne viene da sé che in quella sede, vittima e carnefice sono messi sullo stesso piano, sono entrambi peccatori, per questo le vittime vengono spesso snobbate se non ostracizzate dalla chiesa, perché sono viste come la parte che ha indotto il sacerdote in tentazione e non come la parte lesa.
    Esiste ancora un’altra differenza tra la vittima e il sacerdote, una differenza gerarchica, possiamo chiamarla cosi: il sacerdote in quanto uomo di chiesa è valutato a un livello superiore di quello della vittima, la quale invece è vista come un qualunque fedele, ovvero un peccatore, per giunta conclamato perché ha permesso al sacerdote di cadere in tentazione. È proprio per questo motivo che la chiesa soccorre con ‘amore paterno’ il pedofilo nascondendolo o mandandolo in quei centri impropriamente chiamati di recupero, nei quali, come si legge puntualmente in tutti i comunicati diocesani divulgati in queste occasioni, il sacerdote non viene curato per una devianza, ma viene rigenerato nella sua parte morale ‘sbagliata’, con la preghiera, il pentimento e l’isolamento. Per questi motivi la Rete l’Abuso, la fondazione costituita nel 2009 da un gruppo di vittime dei preti pedofili, sconsiglia ai propri assistiti di prestarsi ai processi canonici, almeno fino a quando sono in atto dei giudizi nei tribunali civili. Tuttavia non possiamo vietarlo ma è necessario essere molto attenti perché si rischia di arrivare in alcuni casi addirittura a perdere il processo.
    Il problema nasce dal fatto che durante le audizioni, che come detto prima avvengono in assenza del proprio avvocato di fiducia, ed in alcuni casi in presenza dell’avvocato del sacerdote, la vittima rievoca il racconto narrativo dell’accaduto dando così modo al sacerdote e alla chiesa di trovare punti deboli del racconto sui quali si potrà poi fare forza durante il processo civile. Alla vittima viene inoltre chiesta documentazione probatoria come ad esempio lettere, messaggi, sms, perizie mediche ed eventuali querele depositate, che spesso la vittima concede. Tutto ciò dà un vantaggio enorme al sacerdote e al proprio difensore mettendo la vittima in una situazione di netta inferiorità.
    In ogni caso la massima pena che i tribunali ecclesiastici possono infliggere a un sacerdote è la scomunica. Viene da sé che in questo caso il pedofilo che prima di mestiere faceva il prete, resta un pedofilo che continuerà ad abusare anche se non più in abito talare. Nei suoi confronti la chiesa non provvederà a denunciarlo alle autorità civili, a meno che non sia la vittima a farlo. Nei confronti della vittima non è previsto un risarcimento, anche perché per la chiesa la vittima è la causa che ha portato lo sventurato sacerdote in
    tentazione.
    Tuttavia in alcuni casi è avvenuto che la chiesa pagasse, ma non sotto forma di risarcimento alla vittima per il danno subito, ma come incentivo perche la vittima non denunci alle autorità civili. In
    Aldo Nuvola e Giovanni Trotta
    questi casi infatti la vittima deve firmare un accordo tra le parti che la obbligherà a mantenere il silenzio sulla vicenda.
    Anche nel caso che il processo si concludesse con la riduzione del sacerdote allo stato laicale, la denuncia viene sistematicamente omessa (vedi il caso di don Giovanni Trotta) in quanto qualora l’autorità giudiziaria accertasse le responsabilità del sacerdote potrebbe ravvisare anche le responsabilità omissive della chiesa costringendo anch’essa a un processo penale o a un risarcimento civile. È proprio per questo che tutto viene gestito dal clero nella massima segretezza, proprio per non incorrere in risarcimenti milionari che come accaduto negli Stati Uniti hanno portato al fallimento diverse diocesi.
    È comunque molto difficile che la chiesa riduca un prete pedofilo allo stato laicale a meno che non diventi un pericolo per l’immagine e soprattutto per le casse della chiesa. Troviamo infatti ancora preti come don Aldo Nuvola che prima di essere spretato è stato arrestato e condannato ben tre volte.
    In conclusione bisogna aspettare che terminino gli eventuali giudizi civili prima di prestarsi ad avviare un procedimento canonico, che molto probabilmente, dopo il processo civile, la chiesa non vorrà più fare in quanto l’obiettivo di nascondere la vicenda è ormai saltato.
    Francesco Zanardi,
    presidente della fondazione la Rete l’Abuso

  • Abusi sessuali del clero, papa Francesco deve riorganizzare la Cei

    Abusi sessuali del clero, papa Francesco deve riorganizzare la Cei

    Papa Francesco è a un bivio. O lascia la Chiesa italiana nella sua anarchia di gestione degli abusi sessuali del clero oppure prende in mano la situazione imponendo regole di comportamento efficaci.

    Recenti fatti di cronaca hanno riportato all’attenzione generale una situazione che contraddice clamorosamente la linea di rigore predicata già da Benedetto XVI e ulteriormente ribadita con forza da papa Bergoglio. Permane in Italia un modo di comportarsi della gerarchia ecclesiastica che oscilla tra superficialità, trascuratezza e in ultima analisi sottovalutazione di ciò che lo stupro in età minore rappresenta per la vita intera di una vittima.

    A Napoli una vittima denuncia nel 2010 al cardinale Sepe un abuso subito a tredici anni e soltanto nel 2014 su intimazione della Congregazione per la Dottrina della fede l’arcidiocesi apre un’inchiesta formale, che avrebbe dovuto iniziare subito. A Foggia il prete Gianni Trotta viene dismesso nel 2012 dallo stato clericale, ma la Congregazione per la Dottrina della fede raccomanda di “non divulgare i motivi del suo allontanamento per evitare scandalo”. Grave è il risultato di questo silenzio: Trotta, già condannato per abusi, è ora nuovamente sotto processo per reati commessi nei confronti di un’altra decina di bambini.

    Emiliano Fittipaldi nel suo libro “Lussuria” (ed. Feltrinelli) elenca altri casi, che mai avrebbero dovuto verificarsi. Il prete Franco Legrottaglie di Ostuni, condannato nel 2000 per libidine violenta su due ragazze, è nominato nel 2010 cappellano dell’ospedale e assegnato a una parrocchia come se niente fosse. Il prete Francesco Rutigliano, sospeso per quattro anni dalle sue funzioni nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della fede per “abuso di minore” reiterato nel periodo 2006-2008: nel 2015 viene tranquillamente trasferito dalla diocesi di Locri ad una parrocchia di Civitavecchia.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/20/abusi-sessuali-del-clero-papa-francesco-deve-riorganizzare-la-cei/3402901/

  • Adinolfi (La Croce): ‘Chiesa è enorme, 1200 denunce per pedofilia non sono tante’

    Adinolfi (La Croce): ‘Chiesa è enorme, 1200 denunce per pedofilia non sono tante’

    Il direttore del quotidiano La Croce Mario Adinolfi nel confronto diretto con l’autore del libro scandalo sulla pedofilia in Vaticano ‘Lussuria’ Emiliano Fittipaldi afferma: “Già da Ratizinger sono iniziati interventi radicalissimi contro la pedofilia: questi libri sono operazioni di business”

    http://www.la7.it/la-gabbia/video/adinolfi-la-croce-chiesa-%C3%A8-enorme-1200-denunce-per-pedofilia-non-sono-tante-16-02-2017-204645

  • Non è Lussuria

    Non è Lussuria

    Cecilia M. Calamani

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi» (Federico Tulli, giornalista autore di “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”, L’Asino d’oro 2014).

    In effetti la Chiesa cattolica ancora annovera l’abuso di minore tra le violazioni del VI comandamento («Non commettere atti impuri») al pari di qualsiasi atto di piacere sessuale non finalizzato alla procreazione (inclusi masturbazione, prostituzione, rapporti tra adulti consenzienti). Atti ‘lussuriosi’ appunto, non orrendi crimini contro minori da denunciare alle autorità civili. È per questo che il titolo dell’ultimo libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Lussuria” (Feltrinelli, gennaio 2017), lascia sgomenti ancor prima di iniziarne la lettura. La grancassa mediatica che accompagna il giornalista dell’Espresso processato in Vaticano lo scorso anno per “Avarizia”, infatti, ci ha informato ben prima dell’uscita del volume quale fosse, nonostante il titolo, il tema di indagine.

    Ma violentare un bambino, per di più sfruttando l’autorevolezza spirituale che deriva dall’indossare una tonaca, non può essere etichettato, se pur da un titolo che deve dare continuità a una serie, un atto di ‘lussuria’. È come se un libro sulla violenza maschile contro le donne esercitata con finalità distruttive quando non omicide si intitolasse “Passione”, termine barbaramente utilizzato dai media nostrani per descrivere il ‘motivo’ che porta un uomo a uccidere una donna. La passione, come aspetto dell’amore, non può portare ad ammazzare una persona così come la ricerca smodata del piacere dei sensi non può portare all’abuso di un fanciullo. Non si tratta di disattenzioni lessicali: il linguaggio costruisce la realtà stessa che si vuole comunicare e veicola il messaggio finale inserendolo in uno schema culturale diffuso. Finché il paravento del peccato continuerà in qualche modo a salvare nell’immaginario collettivo i predatori di bambini e quel sistema omertoso di protezione che per decenni ne ha impedito la consegna alla giustizia civile, saremo ben lontani dal risolvere un fenomeno sistematico che affonda le sue radici profonde nella stessa cultura cattolica.
    Il sottotitolo di “Lussuria” è in questo senso anche più grave del titolo: “Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini”. Come a dire, i preti sono uomini, non santi, e quindi possono peccare come tutti. Il che rafforza quel concetto subdolo e inaccettabile, brandito sistematicamente dalle gerarchie cattoliche, secondo cui l’abuso di minore è soprattutto un’offesa a Dio e di conseguenza all’istituzione che lo rappresenta.

    Quanto al contenuto, il volume propone una carrellata di casi e documenti per lo più noti riportati dalla stampa italiana ed estera, dai rari libri-inchiesta finora pubblicati in Italia e anche dai siti delle associazioni dei sopravvissuti (una per tutte Rete l’Abuso). Ha tuttavia il pregio innegabile di fornire al grande pubblico una visione di insieme di un fenomeno che, frammentato dalle cronache, non appare mai nella sua profonda gravità di vero e proprio sistema strutturale. A partire dai violentatori per finire ai vertici ecclesiastici, e senza risparmiare responsabilità all’attuale papa e al suo predecessore, Fittipaldi ricostruisce i fatti inserendoli in quel reticolo gerarchico di omissioni, insabbiamenti e coperture che a tutti i livelli svela una Chiesa più preoccupata di difendere la sua immagine che di tutelare le vittime. Con l’avallo, almeno in Italia, dello Stato, che al contrario di Paesi come l’Australia, l’Irlanda, gli Usa, il Belgio e l’Olanda non ha ancora istituito una commissione governativa per indagare sulla diffusione di un crimine che non può essere gestito nel segreto dei tribunali ecclesiastici – se e quando i casi arrivano a un processo canonico – o con lo spostamento di diocesi in diocesi degli abusatori. Una mancanza, per altro, già denunciata negli ultimi anni dalle associazioni di vittime, dal radicale Maurizio Turco, dal collega Federico Tulli e da poche altre, inascoltate, voci.

    Se da una parte le accuse alla Chiesa del giornalista sono durissime e senza possibilità di replica (basti pensare ai curricula di insabbiatori di abusi dei tre più fidi uomini di Bergoglio, i cardinali Pell, Maradiaga ed Errázuriz, o alle accuse, sempre rivolte a Bergoglio, di tradire nei fatti la tolleranza zero che declama a parole), dall’altra quel filo ambiguo che si evince dal titolo permane in tutto il libro, a suggerire una confusione tra peccato e reato che può trarre in inganno, in alcuni tratti, il lettore meno accorto. Il problema, sembra banale rimarcarlo, non è morale ma penale. Eppure nel testo varie ambiguità inquinano il messaggio e ribaltano la prospettiva criminale nella quale si colloca dando l’idea che la pedofilia sia un problema interno alla Chiesa perché insito nel tradimento dei suoi valori. Torniamo, cioè, all’infrazione del VI comandamento, che pericolosamente accomuna pedofili, omosessuali e preti che nonostante il voto di castità non vogliono rinunciare ai piaceri della carne.
    Passaggi come «condannato a più di quattro anni da un pm italiano che ha individuato più di un centinaio di peccati capitali» o «gli investigatori stanno indagando su una sessantina di possibili atti di lussuria» o ancora definire «preti lussuriosi» pedofili o frequentatori di saune gay o ricattatori a sfondo sessuale, sono licenze che confondono il lettore portandolo a inserire nella stessa categoria etica stupratori di bambini, libertini o comuni delinquenti. Ma soprattutto, rendono labile quel confine, ben netto invece, tra codice penale e regole religiose.

    Questo quadro bivalente in cui la ferrea denuncia si alterna alla confusione tra il piano della moralità e quello del crimine, culmina con il quarto e ultimo capitolo del libro, “La lobby gay”, in cui Fittipaldi riporta le prove di un sistema di potere interno, basato sulla comunanza di gusti sessuali, per il controllo politico ed economico del Vaticano. Sistema la cui esistenza sarebbe stata ammessa persino da Ratzinger e Bergoglio. Cosa ha a che fare con la pedofilia clericale? Ovviamente nulla. Ma parlarne in questa sede suggerisce una pericolosa quanto antiscientifica conclusione, per altro quella che la Chiesa ha sempre insinuato per dare dignità alla sua dottrina omofoba e giustificare al tempo stesso gli abomini commessi dai chierici sui più piccoli: tra omosessualità e pedofilia c’è un legame palese. Tesi che lo stesso autore critica aspramente pur rinunciando, nei fatti, a dipanare ogni dubbio nei suoi lettori.

    Cecilia M. Calamani

  • Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano l’inferno

    Orchi in parrocchia le vittime di abusi raccontano l’inferno

    In “Lussuria” di Emiliano Fittipaldi un’indagine sulla pedofilia nella Chiesa

    di PAOLO CENDON

    II libro di Emiliano Fittipaldi “Lussuria”(Feltrinelli, pagg. 208, euro 16,00), tratta delle questioni della pedofilia nella Chiesa. È un repertorio puntiglioso degli scandali, esplosi o soffocati negli anni, per abusi sessuali sui bambini, ad opera di preti di tutto il mondo. Scorrono sotto gli occhi del lettore decine di episodi; alcuni già noti, attraverso i media, altri meno conosciuti. Vicende orrende e strazianti, denunce, suicidi. Sacerdoti spesso non puniti, anzi promossi, vescovi che insabbiano; le luci e le ombre di Ratzinger, carriere brillanti a Roma, malgrado tutto, la cosiddetta lobby gay in Vaticano, gli sforzi di papa Francesco.

    Più d’una le (tristi) curiosità che il testo accende: sul mondo delle vittime, sulle figure degli abusanti, sui comportamenti dei terzi – famiglie, comunità dei fedeli, avvocati, Diocesi, giudici.

    Come le violenze incominciano. Si sente spesso dire: «La vittima è lusingata dall’essere stata ‘prescelta’ da quell’adulto; che ha preferito lei ad altri coetanei, fin lì più titolati». Vero in certi casi; altrove prevalgono fattori diversi. Quel bambino si annoiava, sempre gli stessi svaghi, maestri pigri, indaffarati, un quartiere immobile: il parroco invece la raccontava e infiocchettava così bene! Quella scolaretta era sola, taciturna, bisognosa di tepore, di sorrisi: beni che altrove non riceveva; il religioso se n’è reso conto, ha incoraggiato confidenze, abitudini. Alle spalle una famiglia opaca magari, sbrigativa, dove era appena nata una sorellina spodestante.

    Ancora. Un riparo offerto, in canonica, contro ambienti esterni minacciosi, popolati da bulli; «Resta con me pulcino, qua non entreranno». Un bisogno di identità, di cittadinanza spicciola, a cominciare dall’abbigliamento; la divisa blu parrocchiale, quel distintivo, una tunica a righe verticali. Voglia di sport: si sa che all’oratorio uno spiazzo per il calcio non manca mai; senza contare il ping pong, la sartoria per bambole, le freccette: e alla fine una doccia calda, «Proveremo insieme quel sapone al cocco, che arriva dalle missioni nigeriane».

    Anche per il molestatore la chiave non è sempre il desiderio di fare agli altri – in veste di diavolo, vent’anni dopo – quanto lui aveva patito in gioventù. A decidere è solo un gran senso di solitudine, sovente: incomprensioni lontane, vuoti, il famoso bacio della mamma che non arrivava. Lì è nata la voglia di giochi appartati, di un regno segreto; «noi due e basta», una bambolina che faccia sempre «sì, sì»: non quegli adulti esigenti, bisbetici.

    E una volta che le brutture sono iniziate? Sensi di colpa spesso: «Sono stato io a stuzzicarlo, ho le mie responsabilità». Meglio così piuttosto che sentirsi una larva schiavizzata, un oppresso. Meccanismi dissociativi poi; spezzarsi in due non è tanto difficile: basterà introdurre – nell’arco della giornata (tra la fase della “normalità famiglia-scuola”, e quella della “lussuria in parrocchia”) – una stanza di decompressione: in cui ritrovare, anima e corpo, la maschera appropriata al luogo in cui si sta andando. Più tardi, quando servirà, la fase di evitamento-amnesia verrà anch’essa più facile.

    I momenti di oggettiva complicità “erotica”, umidiccia, inturgidita, sulla pelle, «Ti piace vero?»: capitolo fra i più discussi, fonte sovente di assurdi, vergognosi malintesi – ben sfruttati dai legali, sempre in cerca di argomenti nei tribunali. Talora un progetto alla luce del sole, niente di losco: così sembrava inizialmente; le atmosfere torbide sono arrivate in seguito, striscianti; poco dopo si è scivolati nella mollezza, nei bocconi avvelenati, nella serialità. Scatta a un certo punto la dimensione pervasiva, monopolistica, propria di tante religioni; quel sound che le rende – ciascuna a suo modo – irresistibili: «Tutto quanto la Chiesa sa, dogma di fede, tutto può insegnare ai suoi cuccioli; ciò che verrà da lì è buono e nobile, per definizione: non penserai di poter scegliere, tu, di portare a casa solo quello che ti piace!».

    Nemmeno il prete si accorge del male che fa: non sempre, certi non vedono proprio come il piccolo viva quei momenti: cosa gli succederà un giorno, da grande, neanche lo immaginano; «Se non farei torto a una mosca, io!», Norman Bates, finale di ‘Psycho’, ricordate? Al di fuori poi non si nota nulla, nessuna domanda congrua, intelligente; casa, scuola, grandi attori i bambini, a volte scorbutici, repulsivi, abili a sviare. Chi potrebbe/dovrebbe è attrezzato a capire? a cogliere segnali spesso vaghi, impercettibili? Risposta, no, non lo è, quasi mai.

    E dopo, a dramma concluso? Tutto può succedere. Scatta una rimozione nella memoria? Difficilmente il corpo sopporterà, incasserà e basta; almeno quando le ferite siano state profonde. Contraccolpi di ogni tipo allora, dentro e fuori; tra i giovani amanti blocchi, indisponibilità. E una volta che gli orrori dimenticati siano riemersi? Occorre governarli, trovare il modo di sdemonizzarli; altrimenti è peggio di prima. Il processo? Un buon atout terapeutico, di norma; qua e là troppo impegnativo forse. Il prete nega sempre i fatti, sdegnato, oppure li sminuisce; «Che male gli ho fatto, era d’accordo!»; al mondo nessuno mai (salvo che in qualche romanzo russo) si sente colpevole di qualcosa. La comunità parrocchiale dei fedeli? Dalla parte del prete, finché si può; «Il nostro don Mario, lui no, impossibile, un bacetto, cosa sarà stato mai?», Il risarcimento? Non è sbagliato in sè, beninteso; preziose anzi le funzioni che svolge (araldica, economica, sanzionatoria). La Diocesi è pronta a tirar fuori i soldi – al posto del prete pedofilo (che non li ha) – lo fa volentieri, senza indugi? In un caso su cento. Possibile uscirne per la vittima? Perdonare all’orco, fa stare meglio?

    Prendere le distanze, in che modo? Trovare nuovi centri di equilibrio? Può, colui che soffre, fare ciò che vuole di sè, dei propri sentimenti: dominando i suoi fantasmi più profondi, manipolando “i cespugli del cuore” – tu sì, tu no, tu così così? Non lo so.

    http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2017/02/09/news/orchi-in-parrocchia-le-vittime-di-abusi-raccontano-l-inferno-1.14853287