Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Molti vescovi hanno avuto troppa fiducia nei preti pedofili”

    “Molti vescovi hanno avuto troppa fiducia nei preti pedofili”

    Intervista con il cardinale George Pell, dopo le quattro audizioni notturne in video-collegamento con la Royal Commission del governo australiano che indaga sugli abusi sui minori commessi da sacerdoti e religiosi.

    Il cardinale George Pell ha il volto provato. Non è stata una settimana facile per il «ministro dell’Economia» vaticana. I fantasmi di un lontano passato, le ferite ancora aperte nell’anima delle vittime dei preti pedofili, gli insabbiamenti e le coperture avvenute nelle diocesi di Ballarat e Melbourne negli anni Settanta e Ottanta, hanno tenuto inchiodato il porporato con il fisico da rugbista per ore sulla sedia, tempestato dalle puntuali domande della Royal Commission del governo australiano che indaga sugli abusi sui minori commessi da preti e religiosi. Quattro audizioni notturne in videoconferenza collegato dall’hotel Quirinale di Roma, perché motivi di salute gli hanno impedito di affrontare il lungo viaggio transoceanico. Una distanza che ha amplificato l’eco mediatica di ogni sua deposizione. In questa intervista il cardinale Pell racconta come ha vissuto questi giorni.

    Che cosa ha significato per Lei, dal punto di vista umano, l’esperienza di questa deposizione in videoconferenza? È stato difficile?

    «Le audizioni sono state difficili e impegnative, ma il procedimento non riguarda me, l’assoluta priorità è assistere, rispettare e aiutare i sopravvissuti. Il modo migliore è dire la verità ed è quello che io ho fatto. Le audizioni si sono tenute tardi di notte e nelle prime ore della mattina e dopo quattro nottate io sono un po’ stanco».

    Come definirebbe il suo atteggiamento e il suo comportamento all’epoca dei fatti di Ballarat e di Melbourne? Lei ha respinto ogni accusa di coinvolgimento nella cattiva gestione dei casi di abuso: ma ha qualcosa da rimproverarsi o della quale si è pentito?

    «È importante comprendere che la Chiesa in Australia ha riconosciuto e radicalmente migliorato più di vent’anni fa il modo di rispondere agli abusi sessuali sui bambini. Sono contento di aver avuto un ruolo significativo nello stabilire un nuovo sistema indipendente a Melbourne, “The Melbourne Response”. Questo programma è composto da tre punti: un’indagine indipendente e una valutazione di ogni accusa da parte di un avvocato con anzianità ed esperienza; tutto il sostegno e l’ascolto possibile per tutti i sopravvissuti senza distinzioni; il risarcimento, con un comitato che valuta i pagamenti necessari per assistere le vittime.

    Il mio ruolo e il mio comportamento da arcivescovo di Sidney e di Melbourne sono stati esaminati dalla Royal Commissione e da una speciale inchiesta parlamentare. Le conclusioni che sono emerse finora rispecchiano la testimonianza che ho dato e io sono contento di questo. Ciò che si sta ancora discutendo in queste audizioni della Royal Commission riguarda il modo in cui la Chiesa ha trattato gli abusi sui minori 30 o 40 anni fa. In quel tempo la Chiesa aveva poche procedure e purtroppo, troppe volte, gli autori dei crimini sono stati trasferiti e i loro misfatti sono stati coperti. Naturalmente, a quel tempo, si parlava molto meno di questi temi e c’era una specie di velo di silenzio. Per quanto riguarda il mio contributo, come molti altri nella comunità cattolica, avrei voluto che si fosse fatto molto di più. Sono stato un po’ passivo e un po’ scettico rispetto ad alcune delle accuse».

    Nell’ultima audizione lei ha raccontato di aver ricevuto notizie sui comportamenti scorretti di un insegnante dei Fratelli Cristiani: che cosa ha fatto? Perché allora non ha fatto di più?

    «La risposta a questa domanda è stata fornita interamente durante l’ultima audizione ed è importante capire il contesto. Io ero prete da poco in quell’epoca, e sebbene io fossi vicario episcopale, questo era un ruolo consultivo per il vescovo e riguardava l’educazione nella diocesi: non era un ruolo esecutivo. La notizia mi arrivò da un giovane e io riferii la circostanza al cappellano della scuola. Io mi fidavo del suo giudizio, gli credevo e inoltre ritenevo che quando lui l’ha riferito ai Fratelli Cristiani anche loro fossero capaci di affrontare questi casi. In effetti quel “fratello” insegnante venne rimosso. Il mio comportamento era del tutto coerente con il mio essere un giovane prete in quel momento. Chiaramente ora, potendo guardare con maggiore chiarezza a quei fatti con le informazioni di cui dispongo, avrei voluto fare di più. È una tragedia terribile e mi dispiace davvero tanto per tutti quelli che hanno subito questi crimini».

    I casi esaminati dalla Royal Commission australiana non sono diversi da quelli accaduti negli Stati Uniti o in Europa: vescovi che invece di tutelare le vittime, hanno tutelato i carnefici. Perché secondo lei c’era questa mentalità?

    «A quel tempo, almeno nel mondo anglosassone, noi capivamo con molta meno chiarezza certi aspetti dell’abuso sui minori. Non comprendevamo il danno tremendo alle vittime degli abusi clericali. I vescovi e forse anche i medici specialisti e la polizia, non erano coscienti dei comportamenti nascosti e ripetitivi di molti pedofili. La Royal Commission, che sta valutando la risposta delle istituzioni australiane, comprese le istituzioni religiose governative, sta dimostrando che questi errori di valutazione erano ampiamente diffusi in tutta la società australiana del tempo. Forse bisogna anche dire che molti vescovi avevano troppa fiducia nella capacità dei loro preti di correggersi e si sottovalutava la probabilità che ricadessero nei loro crimini».

    La Chiesa oggi è in grado di affrontare e di controllare questo fenomeno? Bastano le norme – durissime – e le nuove leggi? Oppure occorre cambiare la cultura e la mentalità?

    «In Australia i cambiamenti che io e altri vescovi abbiamo introdotto vent’anni fa hanno radicalmente cambiato l’approccio alla prevenzione del fenomeno e il modo in cui la Chiesa risponde alle vittime. Il cambiamento ha avuto un effetto significativo nel ridurre il numero degli abusi sessuali all’interno della Chiesa, assicurando che quando questi crimini accadono, vengono affrontati per ciò che sono, e gestiti con trasparenza e in collaborazione con le autorità civili. Questi cambiamenti includono una più rigorosa valutazione nella selezione e nella formazione dei seminaristi. Noi dobbiamo continuare a fare tutto ciò che possiamo per far sì che questi terribili crimini non riaccadano. Nella Chiesa in generale, sarebbe giusto dire che la cultura, le norme e anche la prassi variano da cultura a cultura e da paese a paese. La Pontificia commissione per la protezione dei minori prende in considerazione in modo attivo tutte queste questioni e sta già lavorando per diffondere una migliore conoscenza delle procedure richieste e dei bisogni delle vittime in tutto il mondo. La cosa più importante è di avere protocolli chiari, pubblicamente riconosciuti e costantemente applicati. Questo naturalmente crea un cambiamento nel clima in tutta la comunità ed è chiaro che la capacità di governo dei vescovi e dei superiori religiosi è fondamentale».

    Come ha vissuto la sofferenza delle vittime? Lei si è detto disponibile a incontrarle: che cosa vorrebbe poter dire loro?

    «Giovedì scorso ho incontrato una dozzina di vittime di Ballarat, insieme alle persone che li assistono, e ho ascoltato le loro storie e le loro sofferenze. È stata molto dura, un incontro onesto e in certi momenti commovente. Io sono impegnato a lavorare con le vittime di Ballarat e delle zone circostanti. Conoscevo molte delle loro famiglie e conosco la bontà di tante persone della comunità Ballarat, questa bontà non viene cancellata dal male commesso. Noi tutti vogliamo migliorare le cose, specialmente per le vittime e le loro famiglie e io intendo continuare ad aiutare il gruppo a lavorare in modo efficace con i comitati e le agenzie che abbiamo a Roma e in particolare con la Commissione Pontificia per la protezione dei minori. Anche un solo suicidio è troppo, e ci sono stati tanti tragici suicidi. Io mi impegno a lavorare con i gruppi per cercare di fermare questo affinché il suicidio non sia considerato come una scelta possibile. Nel corso degli anni ho conosciuto tante vittime. Quando le incontro, la mia priorità non è dire loro qualcosa, ma ascoltare le loro storie e ascoltare con empatia, spiegando loro i passi che la Chiesa sta compiendo per prevenire la ripetizione di questi crimini. È importante che capiscano che crediamo a loro. Io non posso provare la loro sofferenza, ma sono ben cosciente di ciò che provano. Ho letto tanti di questi rapporti sulle loro sofferenze e ciò è stato davvero angosciante per me. La Chiesa deve dotarsi di servizi di assistenza psicologica per aiutare le vittime a portare il peso della loro sofferenza e per me questa è stata sempre una priorità. Non posso promettere l’impossibile. Noi tutti sappiamo quanto difficile è portare tutto questo a compimento. Ma, come il Santo Padre, mi impegno a fare ciò che possiamo per aiutare la guarigione delle vittime della piaga degli abusi sessuali sui minori e per assicurare che ci siano procedure per prevenire la ripetizione di questi crimini. Giovedì scorso, all’incontro con le vittime, mi sono impegnato ad aiutare i sopravvissuti di Ballarat e a mettere in campo risorse per aiutare le vittime e per realizzare un centro di ricerca per migliorare l’ascolto e studiare metodi di prevenzione. Il progetto è ancora allo stato embrionale, e dobbiamo ancora discutere nel dettaglio la questione con le vittime ma giusto ieri l’Università Cattolica dell’Australia si è impegnata in linea di principio ad aiutare questa importante iniziativa, e a farlo presto».

    Il Papa tornando dal Messico ha definito «sacrifici diabolici» quelli compiuti dai sacerdoti che hanno abusato di minori e ha anche detto che un vescovo il quale si limita a spostare un prete pedofilo da una parrocchia all’altra non è adatto all’incarico: che cosa ne pensa? Può spiegare che significato hanno le parole che Lei ha usato dichiarando di avere «il sostegno del Papa»? Ne avete parlato? Che cosa le ha detto?

    «Il Papa è stato sempre un sostenitore delle vittime e sa che questa è anche la mia ferma posizione. Il Santo Padre capisce che io condivido il suo impegno a proteggere i giovani e ad aiutare i sopravvissuti. Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili. Ho parlato su questo con il Papa in varie occasioni e ho fatto in modo che lui continui a essere informato. Ogni giorno ho mandato al Papa e alla Segreteria di Stato una sintesi delle audizioni della Royal Commission. Quando il Santo Padre dice che io ho il suo sostegno, si rende conto naturalmente che appoggiandomi lui sostiene il lavoro che ho fatto e continuo a fare con le vittime. Quando avvenivano le prime sessioni sul caso Ballarat, e riemergevano le accuse che avevano ricevuto regolare risposta durante gli anni, il Papa mi ha telefonato, mentre mi trovavo in Croazia, per comunicarmi il suo appoggio. Gli sono profondamente grato per questo sostegno e per la sua lealtà».

  • Chiesa e pedofilia, il cardinale Pell: «Abbiamo sbagliato troppo»

    Chiesa e pedofilia, il cardinale Pell: «Abbiamo sbagliato troppo»

    Città del Vaticano – Il cardinale George Pell ha il volto provato. Non è stata una settimana facile per il «ministro dell’Economia» vaticana. I fantasmi di un lontano passato, le ferite ancora aperte nell’anima delle vittime dei preti pedofili, gli insabbiamenti avvenuti nelle diocesi di Ballarat e Melbourne hanno tenuto inchiodato il porporato con il fisico da rugbista per ore sulla sedia, tempestato dalle domande della Royal Commission australiana che indaga sugli abusi sui minori. Quattro audizioni notturne in videoconferenza collegato dall’hotel Quirinale di Roma, perché motivi di salute gli hanno impedito di affrontare il viaggio transoceanico. Una distanza che ha amplificato l’eco mediatica di ogni sua deposizione. In questa intervista il cardinale Pell racconta come ha vissuto questi giorni.

    Che cosa ha significato per lei, dal punto di vista umano, questa esperienza?
    «Le audizioni sono state difficili e impegnative, ma il procedimento non riguarda me, l’assoluta priorità è aiutare i sopravvissuti. Il modo migliore è dire la verità ed è quello che io ho fatto. Le audizioni si sono tenute tardi di notte e nelle prime ore della mattina. Dopo quattro nottate sono un po’ stanco».

    Come definirebbe il suo comportamento all’epoca dei fatti? Ha qualcosa da rimproverarsi?
    «La Chiesa in Australia ha radicalmente migliorato più di vent’anni fa il modo di rispondere agli abusi sessuali sui minori. Sono contento di aver avuto un ruolo significativo nello stabilire un nuovo sistema indipendente, “The Melbourne Response”. Il programma prevede un’indagine indipendente e una valutazione delle accuse da parte di un avvocato con esperienza; tutto il sostegno possibile per ogni sopravvissuto, senza distinzioni; il risarcimento per le vittime. Il mio comportamento da arcivescovo di Sydney e di Melbourne è stato esaminato dalla Royal Commission e da una speciale inchiesta parlamentare. Le conclusioni emerse finora rispecchiano la testimonianza che ho dato, sono contento di questo. Le audizioni riguardano il modo in cui la Chiesa ha gestito gli abusi 30 o 40 anni fa. All’epoca purtroppo, troppe volte gli autori sono stati trasferiti e i loro crimini coperti. Allora se ne parlava molto meno, c’era una sorta di velo di silenzio. Per quanto mi riguarda, vorrei che si fosse fatto molto di più. Sono stato un po’ passivo e un po’ scettico rispetto ad alcune accuse».

    Lei ha ammesso di aver ricevuto notizie sui comportamenti scorretti di un insegnante dei Fratelli Cristiani. Perché allora non ha fatto di più?
    «Ho risposto durante l’ultima audizione, è importante capire il contesto. Io ero prete da poco, e sebbene io fossi vicario episcopale, avevo un ruolo consultivo, non esecutivo. La notizia mi arrivò da un giovane, io riferii la circostanza al cappellano della scuola. Mi fidavo del suo giudizio e inoltre ritenevo che, avendolo lui riferito ai Fratelli Cristiani, anch’essi fossero capaci di affrontare la situazione. Quel “fratello” insegnante venne rimosso. Oggi, potendo guardare con maggiore chiarezza a quei fatti con le informazioni di cui dispongo, avrei voluto fare di più. È una tragedia terribile e mi dispiace davvero tanto per tutti quelli che hanno subito questi crimini».

    I vescovi hanno tutelato i carnefici e non le vittime. Perché c’era questa mentalità?
    «A quel tempo, almeno nel mondo anglosassone, non comprendevamo il danno tremendo fatto alle vittime. I vescovi e forse anche i medici specialisti e la polizia non erano coscienti dei comportamenti segreti e recidivi di molti pedofili. La Royal Commission sta dimostrando che questi errori di valutazione erano ampiamente diffusi in tutta la società australiana del tempo. Forse molti vescovi avevano troppa fiducia nella capacità dei loro preti di correggersi e sottovalutavano la probabilità che ricadessero nei loro crimini».

    La Chiesa è in grado di affrontare il fenomeno? Bastano le norme o bisogna cambiare la mentalità?
    «In Australia i cambiamenti che io e altri vescovi abbiamo introdotto vent’anni fa hanno radicalmente cambiato l’approccio al fenomeno e il modo in cui la Chiesa risponde alle vittime. Questo ha ridotto il numero degli abusi, assicurando che quando questi crimini accadono, vengano gestiti con trasparenza, in collaborazione con le autorità civili. C’è anche una più rigorosa selezione dei seminaristi. Dobbiamo continuare a fare il possibileperché questi terribili crimini non riaccadano. È importante avere protocolli chiari, riconosciuti e applicati. Questo crea un cambiamento nel clima in tutta la comunità. Chiaramente rimane fondamentale la capacità di governo dei vescovi e dei superiori religiosi».

    Come ha vissuto la sofferenza degli abusati?
    «Giovedì ho incontrato una dozzina di sopravvissuti di Ballarat, ho ascoltato le loro storie e le loro sofferenze. È stata molto dura, un incontro in certi momenti commovente. Noi tutti vogliamo migliorare le cose, specialmente per le vittime e le loro famiglie e io intendo continuare ad aiutare il gruppo a lavorare in modo efficace, in particolare con la Commissione Pontificia per la protezione dei minori. Anche un solo suicidio è troppo. Ci sono stati tanti tragici suicidi. Mi impegno a lavorare con i gruppi affinché il suicidio non sia considerato una scelta possibile».

    Che cosa ha detto alle vittime?
    «Nel corso degli anni ne ho conosciuto tante. La mia priorità non è dire loro qualcosa, ma ascoltare le loro storie, con empatia, spiegando i passi che la Chiesa sta compiendo per la prevenzione. È importante che capiscano che crediamo a loro. Non posso provare la loro sofferenza, ma sono ben cosciente di ciò che loro provano. È stato angosciante leggere i rapporti che descrivono le loro storie. La Chiesa deve dotarsi di servizi di assistenza psicologica per aiutare le vittime a portare il peso della loro sofferenza: per me questa è stata sempre una priorità. Come il Santo Padre, mi impegno a fare ciò che possiamo per aiutare la guarigione delle vittime. Giovedì scorso, mi sono impegnato ad aiutare i sopravvissuti di Ballarat e a mettere in campo risorse per realizzare un centro di ricerca per studiare i metodi di prevenzione. Il progetto è ancora allo stato embrionale, proprio ieri l’Università Cattolica australiana si è impegnata ad aiutare questa importante iniziativa».

    Lei ha detto di avere «il sostegno del Papa»? Ne avete parlato?
    «Il Papa ha sempre dato sostegno alle vittime e sa che questa è anche la mia ferma posizione. Capisce che io condivido il suo impegno a proteggere i minori e ad aiutare i sopravvissuti. Nella Chiesa non c’è spazio per preti o religiosi pedofili. Ho parlato di questo con il Papa in varie occasioni. Ogni giorno ho mandato a lui e alla Segreteria di Stato una sintesi delle audizioni. Quando il Santo Padre dice che io ho il suo sostegno, si rende conto naturalmente che appoggiandomi, lui sostiene il lavoro che ho fatto e continuo a fare con le vittime. Quando avvenivano le prime sessioni sul caso Ballarat, e riemergevano le accuse che avevano ricevuto regolare risposta durante gli anni, il Papa mi ha telefonato, mentre mi trovavo in Croazia, per comunicarmi il suo appoggio. Gli sono profondamente grato per questo sostegno e per la sua lealtà».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2016/03/05/ASjUohqB-sbagliato_pedofilia_cardinale.shtml

  • Il caso Spotlight, un prete confessa: “Avevo la nausea durante il film”

    Il caso Spotlight, un prete confessa: “Avevo la nausea durante il film”

    “Il caso Spotlight” di Tom McCarty ha vinto l’Oscar come miglior film alla 88esima edizione degli Academy Awards. Racconta l’inchiesta svolta da un gruppo di giornalisti del Boston Globe, che ha portato alla luce un vasto scandalo di pedofilia nella Chiesa. E ora questa pellicola sta scuotendo la comunità cattolica mondiale: molti sacerdoti e molti fedeli condannano gli abusi coperti dall’istituzione ecclesiastica. “Un film choccante, ma necessario”, dicono.

    E così padre Amar, sacerdote della diocesi di Versailles, ha confessato: “Sono andato a vedere questo film con l’abito sacerdotale. Ma non mi sentivo affatto a mio agio. Durante il film avevo la nausea perché la Chiesa è la mia famiglia. Ho pianto alla fine, ma la mia sofferenza non è nulla rispetto a quella delle vittime di pedofilia. Sono fatti abominevoli, una vergogna immane per la Chiesa”, ha detto il prete a una radio locale francese.

    Per l’Osservatore Romano non è un film anticattolico – “Non è un film anticattolico”. Così l’Osservatore Romano ha commentato, a firma di Lucetta Scaraffia e con richiamo in prima pagina, l’Oscar assegnato al “Caso Spotlight” sullo scandalo dei preti pedofili scoperchiato nel 2001 dal Boston Globe. “Spotlight, che ha vinto l’Oscar, ha una trama avvincente. E non è un film anticattolico, come anche è stato scritto, perché riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà. Certo, nel racconto non viene dato spazio alla lotta lunga e tenace che Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e come Papa, ha intrapreso contro la pedofilia nella Chiesa. Ma in un film non si può dire tutto, e le difficoltà che ha incontrato Ratzinger non fanno che confermare la tesi del film, e cioè che troppo spesso l’istituzione ecclesiastica non ha saputo reagire con la necessaria determinazione di fronte a questi crimini”, scrive la storica sul quotidiano della Santa Sede. “Certo, e lo sappiamo tutti, i bambini sono esseri indifesi, e quindi vittime privilegiate di abusi anche nelle famiglie, nei circoli sportivi, nelle scuole laiche. Gli orchi non portano esclusivamente la veste talare. La pedofilia non deriva necessariamente dal voto di castità. Ma ormai è chiaro che nella Chiesa troppi si sono più preoccupati dell’immagine dell’istituzione che non della gravità dell’atto”. Per Scaraffia, “il fatto che dalla cerimonia degli Oscar sia venuto un appello a Papa Francesco perché combatta questo flagello deve essere visto come un segnale positivo: c’è ancora fiducia nell’istituzione, c’è fiducia in un Papa che sta continuando la pulizia iniziata dal suo predecessore già come cardinale. C’è ancora fiducia in una fede che ha al suo cuore la difesa delle vittime, la protezione degli innocenti”.

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  • Pell, gli abusi e quella mentalità da cambiare

    Pell, gli abusi e quella mentalità da cambiare

    Pedofilia: emergono nuovi casi di vecchie coperture e omissioni negli Usa, mentre il cardinale Prefetto dell’Economia continua la sua deposizione. Le norme anti-pedofili ci sono, ma non bastano.

    ANDREA TORNIELLI – CITTÀ DEL VATICANO

    Mentre il meritato successo del film «Spotlight» sta riaccendendo i riflettori sulla nota triste vicenda delle coperture di cui hanno goduto per decenni i preti pedofili seriali in una delle diocesi più importanti degli Stati Uniti, quella di Boston, il cardinale George Pell, «ministro dell’Economia» vaticano, continua la sua deposizione a distanza di fronte alla Royal Commission del governo australiano. Nelle ultime ore nuove notizie da Oltreoceano: un report del gran jury reso noto ieri afferma che il vescovo emerito di Altoona-Johnstown, Joseph V. Adamec, e il suo predecessore James J. Hogan, hanno coperto abusi su minori avvenuti negli ultimi quarant’anni. I crimini di almeno cinquanta sacerdoti o religiosi coinvolti sarebbero stati «sistematicamente nascosti per proteggere l’immagine della Chiesa».

    Ancora ombre inquietanti che emergono dal passato e che raccontano sempre la stessa storia, la stessa che va in scena nel set della videoconferenza con la Royal Commission australiana: vescovi che sapevano e hanno taciuto per non creare scandalo. Preti pedofili seriali trasferiti di parrocchia in parrocchia senza che chi aveva il dovere di fermarli lo facesse. Una patina di silenzio, di omertà, di generale sottovalutazione. E, ciò che è peggio, una totale mancanza di sensibilità verso le vittime di questi «sacrifici diabolici», come li ha definiti senza mezzi termini nei giorni scorsi Papa Francesco sul volo di ritorno dal Messico.

    Ora, fino a questo momento non è emersa alcuna vera «pistola fumante» contro il cardinale Pell. Non ci sono testimonianze inconfutabili dalle quali emerga che l’uomo chiave delle finanze vaticane fosse a conoscenza degli abusi commessi da prete pedofilo seriale Gerald Ridsdale, e del fatto che questi venisse protetto e coperto dal vescovo di Ballart Ronald Austin Mulkearns.Pell, da sacerdote e collaboratore di Mulkearns, aveva preso parte a una riunione nel 1982, durante la quale si decise di trasferire per la sesta volta il pedofilo Ridsdale, ma continua a sostenere di essere stato all’oscuro delle vere ragioni del trasferimento, che il vescovo avrebbe tenuto per sé. «Non avevo ragione di volgere la mia mente al male che Ridsdale perpetrava», ha affermato il cardinale, suscitando la reazione indignata delle vittime, «non ero a conoscenza delle motivazioni del trasferimento». I giudici della Royal Commission su questo punto non appaiono troppo propensi a credergli, e affermano che «Pell non poteva non sapere»: affermazione destinata a rimanere debole dal punto di vista giuridico. Pell ha giurato sulla Bibbia di dire tutta la verità, ripete di non essere stato a conoscenza delle responsabilità di Ridsdale e finora non sono emerse evidenze in grado di smentirlo.

    Questi trascorsi e queste accuse non erano ignote alla Santa Sede. Non è un mistero che Benedetto XVI avesse pensato di richiamare il porporato australiano arcivescovo di Sidney a Roma già nel 2010, come Prefetto della Congregazione dei vescovi, il dicastero che collabora con il Papa per designare i pastori delle diocesi. Gli venne preferito il canadese Marc Ouellet anche a motivo di quei trascorsi, che pur in mancanza di accuse provate e precise avrebbero comunque reso complicato il suo ruolo di selezionatore delle nuove gerarchie ecclesiali.

    Ma l’assenza, fino a questo momento, di responsabilità precise non rende meno sconfortante il quadro che emerge e che va ben oltre la persona del cardinale Pell. Ancora una volta siamo messi di fronte a una realtà tremenda.Siamo di fronte a vescovi che, come nel caso di Mulkearns e ora dei due prelati statunitensi messi sotto accusa dal gran jury, invece di proteggere le vittime – bambini e bambine innocenti, violati nell’anima, «mangiati», segnati a vita da un peso insostenibile – hanno protetto i carnefici, permettendo di fatto a loro di continuare con i loro atti immondi.

    È noto, e viene ripetuto in queste ore, che la Chiesa ha preso coscienza con grave ritardo del fenomeno, ma ha fatto pulizia. Questo è vero se ci si riferisce alle norme, alle leggi. Benedetto XVI, che da cardinale aveva dovuto ingoiare più di qualche rospo in quanto impossibilitato ad agire come avrebbe voluto dalle coperture offerte dalla corte wojtyliana (il caso Maciel docet), dopo essere divenuto Papa ha stabilito una legislazione d’emergenza. Da questo punto di vista, come istituzione, la Chiesa cattolica, che pure non ha mai avuto né la triste esclusiva né il triste primato su questo fenomeno, ha agito con fermezza e determinazione.

    Ma c’è dell’altro. C’è altro che emerge dalle vicende di questi giorni, al di là delle responsabilità o delle mancate responsabilità personali di questo o di quel prelato. Le leggi e le norme non bastano, se non cambia la mentalità. Se i vescovi non comprendono che devono essere e comportarsi da padri innanzitutto per le vittime. Se non comprendono che il buon nome della Chiesa non si salva nascondendo, minimizzando, occultando. Si salva agendo, mettendo in condizione gli accusati di non nuocere in attesa di verificare la fondatezza delle accuse. Si salva manifestando paternità, vicinanza, accoglienza, assistenza alle vittime e alle loro famiglie. Non basta citare le statistiche, per affermare che la maggior parte degli abusi sui minori avviene in famiglia e che il fenomeno comunque interessa trasversalmente tante diverse comunità religiose.Papa Ratzinger ebbe il coraggio di presentare, attirandosi le critiche per lo più sommerse di molti sedicenti «ratzingeriani», il volto di una Chiesa «penitenziale», cosciente che il più grave e terribile attacco contro di essa arrivava dall’interno, dal peccato al suo interno, e non dagli attacchi esterni.

    Che la mentalità non sia ancora cambiata e che tanto lavoro ci sia ancora da fare lo dimostrano i fatti di cronaca. Per rimanere all’Italia, dove il clericalismo è mentalità radicata e dove si vorrebbe far credere che il fenomeno quasi non esista, basta citare il caso avvenuto lo scorso dicembre – non nel dicembre 1970! – in una diocesi del Sud e riportata dai giornali locali. Un prete è stato fermato dai carabinieri mentre si trovava in auto con un ragazzino. Si è scoperto che gli abusi andavano avanti da anni e che il sacerdote aveva da tempo presentato al vescovo le dimissioni dalla parrocchia. Sono state rese note intercettazioni telefoniche nelle quali si sente il vescovo, a conoscenza delle accuse e dell’indagine, rassicurare il prete. È vero, le norme di sono. C’è bisogno di vescovi che le applichino.

  • Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”

    Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”

    di Francesco Bonazzi

    In una delle scene più azzeccate del “Caso Spotlight”, il film sulla pedofilia nel clero americano che ha vinto l’Oscar, il cardinale di Boston convoca il nuovo direttore del locale Globe, ebreo e per questo sospettato di muoversi per pregiudizio religioso, e gli regala un catechismo per adulti. Insomma, lo invita a convertirsi e a non rompere le scatole. Eppure, anziché fare proselitismo in mondo tanto arrogante, sarebbe bastato aprire quel catechismo per ripassare alcuni concetti semplici e chiari: “Non commettere atti impuri” (sesto comandamento) e “Chi scandalizza anche solo uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina” (Matteo, 18,6). Le regole spesso ci sono già, basta rispettarle. E le regole negli Stati Uniti sono importanti. Da quelle parti barare e mentire sono crimini (da noi decisamente un po’ meno). Forse sarà per questo che lo scandalo della pedofilia dall’altra parte dell’Oceano è una ferita ancora aperta. Una ferita che ha prodotto un film molto bello come questo, scritto da Tom Mc Carthy e Josh Singer, e che ha costretto la Chiesa cattolica a rinnovarsi (e a svenarsi). La vicenda raccontata dal film è venuta fuori nel 2002 ed è stato grazie a un’inchiesta da manuale, di quelle come si facevano sulla carta stampata quando i giornalisti avevano il tempo di lavorare su un caso anche per diverse settimane.

    COPERTURE – Il Boston Globe, con un team di “inchiestisti” chiamato appunto “Spootlight”, riesce a inchiodare 90 sacerdoti dell’arcidiocesi e accusa il cardinalBernard Francis Law di aver coperto i preti pedofili. Alla fine Law verrà trasferito a Roma, dove fino al 2011 è stato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Non esattamente una diminutio. Ma si sa, la misericordia è una virtù. Il problema degli abusi sui minori nella Chiesa nord-americana, tuttavia, non riguardava solo il New England. Nel 2004, nel pieno degli scandali sulla pedofilia, la conferenza episcopale Usa affidò uno studio mirato al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York per tentare di dare dei contorni più precisi al fenomeno. Ebbene, l’indagine confermò la fondatezza di 6.700 accuse nei confronti di 4.392 preti statunitensi tra il 1950 e il 2002, ovvero circa il 4% del totale. Gran parte dei casi erano stati maneggiati dalle varie diocesi nella massima segretezza, con risarcimenti diretti alle famiglie in cambio del silenzio totale. Ma dopo l’inchiesta del Boston Globe furono in molti a prendere coraggio e a uscire dall’ombra e dalla vergogna.

    SBANCATI – Qualche flash. La diocesi di Fairbanks, in Alaska, ha dovuto pagare un risarcimento a 150 vittime, per fatti avvenuto tra il 1950 e gli anni Ottanta, e alla fine ha dichiarato bancarotta. Per gli stessi motivi, ha finito per portare i libri in tribunale anche la diocesi di Milwaukee, nello stato del Wisconsin. Decine di casi sono emersi a Filadelfia, in Pennsylvania, e a Chicago la Chiesa ha patteggiato (o versato su condanna) circa 80 milioni di dollari, per un totale di circa 250 casi di pedofilia. A Los Angeles sono stati scoperti 113 sacerdoti, che nel 2007 sono “costati” alla loro diocesi la cifra-monstre di 660 milioni.

    LE SCUSE – Appena vinto l’Oscar, Michael Sugar, produttore de “Il caso Spotlight”, si è rivolto al Vaticano: “Papa Francesco, è ora di proteggere i bambini e di restaurare la fede”. Diciamolo, per la Chiesa di Roma questo film di enorme successo è un pugno nello stomaco perché riaccende i riflettori su uno scandalo planetario e riapre ferite ricucite a fatica e con esborsi di denaro notevoli. In ogni caso, è giusto ricordare che già due papi hanno risposto sulla pedofilia negli Usa. Ad aprile del 2008, Benedetto XVI andò a Washington in visita a George Bush e disse: “Proviamo una profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché questi fatti non si ripetano più”. Quanto a Bergoglio, ha fatto cose impensabili fino a qualche anno fa. Lo scorso 27 settembre, a Philadephia, ha voluto incontrare alcune vittime di preti pedofili e poi ha arringato duramente i vescovi: “Sappiate che mi vergogno per questi abusi, Dio piange. E i responsabili dovranno renderne conto”. Poi, certo, l’industria del cinema americano non fa mai sconti al Vaticano, dal Padrino parte terza, ad Angeli e Demoni fino a questo Spotlight da Oscar, passando per i meno noti Philomena di Stephen Frears e il durissimo Dogma di Kevin Smith.

    L’ammissione di Pell. In Australia fatti tremendi

    di Giorgio Ferrini

    Nelle stesse ore in cui “Il Caso Spotlight” conquistava la statuetta dorata dell’Oscar per il miglior film, c’era un cardinale che deponeva proprio in un processo sui casi di pedofilia. Non è stato mediaticamente fortunato George Pell, scelto da Papa Francesco come suo ministro dell’Economia per dare un segnale di rinnovamento e trasparenza nelle segrete stanze vaticane, ma ancora inseguito dall’onda lunga degli scandali sessuali avvenuti quando guidava l’episcopato australiano. Scandali  che ovviamente non dispiacciono più di tanto ai suoi avversari tra le Mura leonine (vedi articolo a fianco). Pell, 75 anni a giugno, ha testimoniato in videoconferenza dall’Hotel Quirinale di Roma davanti alla Commissione d’inchiesta australiana sulla risposta delle istituzioni agli abusi sessuali su minori avvenuti negli anni Settanta e Ottanta. Si tratta della prima di quattro deposizioni, che andranno tutte in scena in questi giorni, a partire dalle 22. Subito dopo la seduta di esordio, il porporato si è fatto ricevere da Bergoglio, al quale ha spiegato la propria linea difensiva.

    MEA CULPA – Nella prima deposizione Pell non si è nascosto dietro a un dito. “La Chiesa cattolica ha commesso errori tremendi, ma sta lavorando per rimediare. Ha causato gravi danni in molti luoghi e ha deluso i fedeli”, ha ammesso l’ex arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney, ora prefetto degli Affari economici del Vaticano. Dopo di che  ecco quasi uno slogan:  “Non sono qui a difendere l’indifendibile”. In quei giorni la Chiesa era “fortemente propensa” a prendere per buone le smentite degli abusi da parte di chi ne era accusato. L’istinto allora era più di “proteggere dalla vergogna l’istituzione”, ha continuato Pell, che ha tuttavia negato di aver avuto alcuna conoscenza delle malefatte dei preti pedofili che operavano nella diocesi di Ballarat, in cui era viceparroco e assistente del vescovo Ronald Mulkearns.

    TRASFERIMENTI – Alla sua prima deposizione hanno assistito 14 vittime di abusi sessuali. Il cardinale ha ammesso che la maniera in cui il prete pedofilo Gerald Ridsdaleè stato trasferito da una parrocchia all’altra, invece di essere denunciato alla polizia, è stata una “catastrofe” che gli ha consentito di continuare ad abusare di ragazzini. Ridsdale oggi è in carcere dopo essere stato condannato per 138 capi d’imputazione ai danni di ben 53 vittime. Che cosa c’entra con lui Pell? Solo una coincidenza: avevano condiviso l’alloggio quando erano giovani sacerdoti appena ordinati. Va detto che la modalità delle deposizioni è stata scelta per via delle condizioni di salute che  in questa fase non consentono a Pell di affrontare un lungo viaggio. Ma come ha raccontato Andrea Tornielli su Vatican Insider, il cardinale s’è comunque trovato in compagnia, visto che in albergo c’erano alcuni seminaristi australiani e una delegazione delle vittime che aveva organizzato una colletta per godersi la diretta italiana dell’audizione.
    Il ministro dell’Economia è divenuto sacerdote nel 1966 ed è diventato ben presto uno dei consiglieri di Mulkearns, accusato di aver sistematicamente insabbiato le denunce di pedofilia che toccavano  alcuni preti della sua diocesi. Non solo, l’ex vescovo avrebbe perfino nascosto dei documenti compromettenti, ovviamnente per il “buon nome” della Chiesa tutta. Va detto che invece a Pell viene solo addebitato di aver ospitato, in una zona dell’arcidiocesi della quale era responsabile, un sacerdote pedofilo. In Australia è però ritenuto da molti uno che “non poteva non sapere”,anche se lui ha sempre negato di essere stato a conoscenza tanto degli abusi quanto dei trasferimenti prudenziali di pedofili.

    Il Vaticano vince l’Oscar per la pedofilia. Hollywood chiede ancora giustizia. Il cardinale Pell ammette “fatti tremendi”

  • “La piccola emma abusata a 5 anni. Quelle violenze l’hanno uccisa

    “La piccola emma abusata a 5 anni. Quelle violenze l’hanno uccisa

    Da Sydney in Italia per sentire l’audizione internazionale del cardinale Pell. I genitori a caccia della verità

    GIACOMO GALEAZZI – ROMA
    La via crucis di reticenze, candore tradito e sofferenze si stempera nella penombra di un hotel romano. «Il cardinale George Pell non mi ha neppure guardato negli occhi», si rabbuia, nel salone dell’albergo Quirinale, Anthony Foster, 63 anni. Sua moglie Chrissie siede a pochi metri dalla saletta in cui il porporato sta deponendo in video-collegamento alla commissione governativa sugli abusi sessuali.

    «Ci saremmo aspettati dal cardinale Pell almeno un po’ di umiltà: è il minimo dopo tutto quello che la nostra famiglia ha sofferto per colpa di padre Kevin O’Donnell e degli insabbiamenti di cui ha beneficiato per anni», aggiunge Chrissie con gli occhi lucidi. Il primo dovere della Chiesa, corruga la fronte, «è garantire la sicurezza dei bambini, in Australia le gerarchie ecclesiastiche hanno protetto preti criminali, boicottando l’accertamento giudiziario della verità e intimidendo le famiglie delle vittime». Con un unico obiettivo «evitare lo scandalo pubblico»

    Sono sposati da 36 anni, alla tragedia non è seguito il rimpallo di responsabilità tra le mura domestiche. «Non potevamo immaginare che dietro il paradiso ci fosse l’inferno». L’educatore era da manuale, ma era solo una facciata che nascondeva l’abisso. La figlia Emma ha cominciato a subire «violenze sessuali» da padre O’Donnell a 5 anni, a 26 è morta di overdose. Ad «ucciderla dentro erano state le attenzioni morbose di un predatore mascherato da pastore». Adocchiata sui banchi delle elementari e chiamata a far parte di un gruppetto di bimbi in oratorio. «Da ragazzina ha tentato più volte il suicidio, poi ha iniziato a drogarsi: non si era mai ripresa dalle ferite insanabili dell’infanzia, covate in un silenzio impenetrabile». Genitori premurosi eppure non si erano accorti di niente. «Mia moglie è cattolica, io non sono credente ma ero felice che Emma frequentasse la scuola del Sacro Cuore di Oakleigh – spiega Anthony -. Non ci ha mai parlato delle molestie subite da padre O’Donnell, però i disturbi nel comportamento erano sempre più devastanti. La nostra fiducia verso quell’anziano sacerdote era totale, gli abbiamo affidato Emma e la sorellina Katie». Anni di lagnanze, sospetti, segnalazioni sono caduti nel vuoto. «Le accuse sono state ignorate dai vescovi che dovevano garantirci come genitori». Invece di denunciarlo alle autorità civili e ridurlo allo stato laicale, i suoi superiori «hanno in continuazione spostato padre O’Donnell da una parrocchia all’altra». Quando la verità è venuta a galla i danni erano ormai irreversibili. «Anni dopo gli abusi, in piena adolescenza – racconta il papa di Emma -. E lì è cominciato il nostro calvario. Il dolore e la rabbia si sono scontrati contro un muro di omertà. Non basta una denuncia per ottenere giustizia. Abbiamo ascoltato di altre vittime». Sempre lo stesso schema: negare, insabbiare, contrattare indennizzi. «Da 20 a 50mila dollari per chiudere senza arrivare in tribunale. Il prezzo del silenzio».

    http://www.lastampa.it/2016/03/01/vaticaninsider/ita/nel-mondo/la-piccola-emma-abusata-a-anni-quelle-violenze-lhanno-uccisa-liZB1jKTXfuZdUdJRLm30H/pagina.html

  • Pedofilia, le vittime chiedono udienza al Papa: “Pell ci offende”

    Pedofilia, le vittime chiedono udienza al Papa: “Pell ci offende”

    Le 15 vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti giunte in Italia dall’Australia per seguire da vicino la deposizione del cardinale George Pell, attuale super-ministro delle finanze vaticano, hanno espresso il desiderio di essere ricevute da Papa Francesco prima di lasciare Roma. La notizia e’ trapelata dall’Hotel Quirinale, dove nella Sala Verdi l’audizione del porporato si svolge in teleconferenza a causa del certificato medico, attestante una condizione fisica che non permetterebbe un viaggio Oltreoceano, presentato da Pell alla Commissione Reale di indagine sugli abusi che gli chiede conto della gestione dei casi nell’aricdiocesi di Melbourne, della quale e’ stato arcivescovo dal 1996 al 2001 dopo esserne stato ausiliare e prima ancora vicario episcopale. La terza seduta, iniziata alle 22 ora italiana in un clima piu’ sereno di quello delle precedenti, si e’ infiammata a causa di alcune frasi di Pell che le vittime hanno ritenuto offensive. A suscitare sdegno e’ stata in particolare l’affermazione: “A volte i genitori delle vittime non vogliono che il loro caso passi nelle mani della polizia o delle autorita’ ecclesiastiche”.

    Momenti di tensione si sono verificati nella Sala Verdi anche quando il cardinale Pell ha definito “inadeguata” la rete di informazioni che arrivarono al suo ufficio di arcivescovo di Melbourne. Ed ha detto, di fatto addossando ogni responsabilita’ ad altri e sgravando se stesso: “non credo che avrei potuto fare qualcosa di piu’ di quanto ho fatto”. Secondo i membri della Commissione Reale, invece, l’attuale ministro delle finanze di Papa Francesco avrebbe potuto impedire allora il perpetuarsi di questi crimini semplicemente non voltando la testa da un’altra parte. E questo ritengono amche le vittime, tanto che nella Sala Verdi una signora ha imprecato contro Pell a voce alta. In sostanza, il cardinale australiano sostiene di essere stato ingannato dal “sistema dell’epoca” perche’ era risaputo che lui non avrebbe accettato lo stato delle cose e avrebbe proceduto adottando “azioni decisive”. “Sapevano che avrei fatto domande scomode se fossi stato meglio informato”, ha detto. Un ragionamento che contrasta con la realta’ e anche con altre dichiarazioni fatte poco prima dallo stesso Pell, che, ad esempio, si e’ dilungato a descrivere quello che ritiene essere un suo capolavoro (e che per altri e’ invece una ulteriore percossa assestata a persone ferite gravemente dai preti abusatori): il cosidetto “Melbourne Response” da lui creato quando era vescovo ausiliare e che poi ha utilizzato da arcivescovo, uno schema di risarcimenti per le vittime volto a disincentivare le onerose cause giudiziarie contro la diocesi. Lo schema pero’ e’ stato ampiamente criticato dalle vittime e dalle loro famiglie durante tutto il corso dell’indagine condotta dalla Commissione d’inchiesta australiana sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori. Nel corso di una pausa dell’audizione di questa notte i giornalisti hanno chiesto dei commenti alle vittime presenti nella Sala Verdi e una di loro ha detto che “Pell avrebbe potuto essere l’eroe dell’Australia se solo fosse stato chiaro sin dall’inizio”.

  • Preti pedofili, il vero volto del cardinale Pell

    Preti pedofili, il vero volto del cardinale Pell

    Il braccio destro di papa Francesco è accusato da molte vittime e sopravvissuti di aver protetto i sacerdoti che avevano compiuto abusi sui bambini quando era in servizio in Australia. Tra lussi sfrenati e un passato ingombrante, ecco chi è il porporato chiamato a Roma da Bergoglio per fare trasparenza nei conti del Vaticano

    DI EMILIANO FITTIPALDI
    Il cardinale George Pell ha cambiato strategia. «Non sono qui a difendere l’indifendibile: la Chiesa cattolica ha commesso enormi errori, ma sta lavorando per rimediare». Così ha detto solenne, testimoniando in videoconferenza dall’Hotel Quirinale a Roma davanti alla Commissione d’inchiesta voluta dal governo australiano per far luce sulle violenze dei pedofili durante gli anni ’70, ’80 e ’90. «È vero, in quel periodo la Chiesa era fortemente propensa a smentire gli abusi per proteggere l’istituzione», ha aggiunto. Un cambio di rotta rispetto all’ultima deposizione di un anno fa, quando paragonò i sacerdoti pedofili agli autotrasportatori: «Da un punto di vista legale non credo che una compagnia di trasporti possa essere considerata responsabile delle azioni dei suoi camionisti», disse sconcertando giudici e vittime. Un passo avanti, ma non decisivo: Pell continua infatti a negare di essere stato a conoscenza di abusi a minori, nonostante uno dei preti in carcere, condannato per aver violentato 53 bambini, fosse suo amico, e con lui avesse condiviso l’alloggio a Ballarat.

    «Il mio predecessore Little ha nascosto le lettere di denuncia delle vittime? Di certo in alcune occasioni non ha agito come avrebbe dovuto. Io ho ancora il pieno sostegno del papa».

    Eppure è noto che i rapporti tra i due siano peggiorati già un anno fa, quando qualcuno inviò al papa tutte le voci di spesa della neonata segreteria per l’Economia, che Bergoglio aveva affidato qualche mese prima proprio a Pell, il cardinale chiamato dall’Australia per raddrizzare usi e abitudini nefaste della curia che ha spadroneggiato durante l’era di Benedetto XVI. Bergoglio inforcò gli occhiali, scorse la lista, una ventina di pagine fitte di numeri e fatture, e raggiunta l’ultima pagina scosse la testa sconsolato: il suo protetto – oltre alle beghe australiane – aveva investito centinaia di migliaia di euro per voli in business class, vestiti su misura, mobili di pregio, perfino per un sottolavello da 4600 euro.

    Un elenco di spese pazze che ha raggiunto per appena sei mesi di attività del nuovo dicastero un totale di oltre mezzo milione di euro. Il prelato venuto da Melbourne per mettere a posto i conti del Vaticano, però, non ha battuto ciglio di fronte ai mugugni. E a chi lo criticava ha risposto secco di fidarsi di lui, di aver comprato solo quello che serviva per il suo lavoro. Eppure le carte raccontate in anteprima da “L’Espresso” e poi pubblicate integralmente nel libro inchiesta “Avarizia” parlano chiaro, e Oltretevere sono in tanti a essere rimasti di stucco davanti alle uscite del centro di costo del ministero (numero D70000) nato con l’obiettivo dichiarato di moralizzare il corrotto clero di Roma.

    Da luglio 2014 a gennaio 2015 gli esborsi hanno infatti toccato i 501 mila euro, tra computer, stampati interni, stipendi monstre per amici degli amici, vestiti messi in conto al Vaticano, affitti, biglietti aerei, arredi di lusso e tappezzeria su misura. Non male, per un ente che non era ancora operativo (gli statuti sono stati approvati solo il 22 febbraio 2015) e per un ufficio dove lavoravano appena tre persone. Per fare un confronto, il neo consiglio per l’Economia ha speso nello stesso periodo 95 mila euro, meno di un quinto, nonostante sia composto da ben 15 membri. Le cifre sono un paradosso per chi, come Pell, in un rapporto interno sulle “Politiche di Financial Management” ha invitato gli altri cardinali a capo di ministeri vaticani a “rafforzare il processo di pianificazione affinché le risorse economiche siano destinate alla missione della Chiesa secondo criteri di efficienza, efficacia e una gestione saggia e ragionevole delle risorse”.

    Il primo atto di George è stato quello di assumere il suo economo personale, Danny Casey, con un appannaggio da 15 mila euro al mese. Esentasse, naturalmente. Il monsignore per il suo commercialista di fiducia vuole il meglio. Così la segreteria gli ha pure affittato una casa da 2900 euro al mese a via dei Coronari e ha pagato arredi di qualità per l’ufficio e per l’abitazione: le tabelle segnano alla voce “tappezzeria” 7292 euro, quasi 47 mila euro per “mobili e armadi” (tra cui il “sottolavello” da 4600 euro), oltre a lavoretti vari da 33 mila euro.

    Spulciando i rendiconti di spesa si scopre che il cardinale (o uno dei suoi segretari) ha messo in nota spese anche gli acquisti fatti al negozio Gammarelli, sartoria storica che dal 1798 veste la curia della città eterna: in genere i porporati pagano di tasca loro tuniche e berretta, ma stavolta la segreteria ha fatturato direttamente abiti per 2508 euro. Il nuovo boss del Vaticano non ha risparmiato nemmeno per i viaggi. Il “Ranger” per andare da Roma a Londra lo scorso 3 luglio ha speso 1103 euro. Un prezzo da business class.

    Quando vola, il cardinale al lusso non rinuncia mai: quattro giorni dopo si è fatto rimborsare dal suo ministero un volo Roma-Dresda, in Germania, da 1150 euro, un altro per Monaco da 1238, mentre lo scorso settembre la Scuola dell’Annunciazione del Devon, di cui l’ultraconservatore è diventato “patrono”, ha dovuto sganciare per un Roma-Londra 1293 euro. Pell e Casey si accomodano in business anche quando devono partire per Malta, dove vanno ad ascoltare i consigli del finanziere Joseph Zahra. Ma sono tutti gli uomini vicini al cardinale a volare in business, da lord Christopher Patten (ex presidente della Bbc che dovrebbe riformare la comunicazione della Santa Sede) all’industriale di Singapore George Yeo, membro della Commissione per la riforma del Vaticano.

    “Su Pell, Bergoglio ha preso un granchio colossale”, è il refrain ripetuto all’ombra delle sacre mura. “L’avevamo avvertito subito dell’inchiesta sulla pedofilia in Australia. Lui ha fatto di testa sua. Così, mentre da un lato il papa ha fatto arrestare l’ex nunzio polacco Józef Wesolowski, accusato di pedofilia (poi deceduto a fine agosto del 2015), abbiamo Pell che paragona i preti maniaci ai camionisti che molestano le autostoppiste. È imbarazzante.”

    L’ex vescovo di Melbourne e di Sydney (che Bergoglio ha voluto prima dentro il C9 – il gruppo dei “magnifici” chiamati a consigliare il pontefice nel governo della Chiesa universale – poi come prefetto del nuovo superministero che gestirà tutte le finanze vaticane) nell’agosto del 2014 è stato interrogato una prima volta dalla Commissione d’inchiesta creata dal governo di Canberra, a causa di alcune decisioni prese quando era arcivescovo, e per lo schema di risarcimenti da lui introdotto a partire dal 1996, il cosiddetto “Melbourne Response”, che stabilì un protocollo con cui la diocesi doveva affrontare ogni caso di pedofilia gli si profilasse davanti.

    “In realtà si trattava di un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa,” ha spiegato la ricercatrice e editorialista Judy Courtin, che insieme a molti altri osservatori considera le azioni di Pell volte – più che ad aiutare i sopravvissuti – a “minimizzare i reati, occultare la verità, manipolare, intimidire e sfruttare le vittime”. Di certo uno studio di un avvocato australiano, Kieran Tapsell, dimostra che in media le famiglie che hanno accettato lo schema di Pell hanno avuto solo 33 mila dollari australiani (circa 22 mila euro), mentre coloro che hanno ottenuto giustizia attraverso i tribunali ordinari hanno intascato risarcimenti molto più alti, di circa 382 mila dollari. Chiamato a rispondere del suo operato, Pell s’è giustificato paragonando i sacerdoti pedofili ad autotrasportatori e la Chiesa a un’azienda di tir: “Da un punto di vista legale non credo che una compagnia di trasporti possa essere considerata responsabile delle azioni dei suoi camionisti”. Una frase che ha choccato le vittime presenti all’udienza e i giornali di mezzo mondo (tranne quelli italiani, che al tempo non hanno scritto una riga sulla vicenda), provocando un diluvio di polemiche.

    Se le persone violentate da preti australiani hanno firmato lettere in cui parlano di “vergogna e oltraggio”, Tapsell ha ipotizzato che il cardinale voglia solo proteggere i soldi della diocesi “nascosti in un trust che controlla immobili” da possibili risarcimenti milionari ordinati dai giudici. Le prime controversie sulla figura di Pell risalgono a oltre dieci anni fa.

    Nel 2003, quando Giovanni Paolo II decise di promuoverlo con la porpora, furono molti a biasimare apertamente Wojtyla.

    Ultraconservatore, oratore schietto dotato di grande ironia, Pell qualche mese prima era stato infatti costretto ad autosospendersi dalla carica di arcivescovo dopo essere stato accusato di abusi sessuali su un ragazzino di dodici anni. Un’infamia da cui fu scagionato nel 2002 per mancanza di prove. Non solo. Se nel 2008 un’altra presunta vittima incolpò il cardinale di aver coperto un sacerdote maniaco (alcune lettere assai imbarazzanti firmate da Pell furono rese pubbliche da un programma d’inchiesta della tv nazionale Abc), i progressisti ricordano che il presule ex campione di football australiano è stato portato in tribunale anche da un ex chierichetto, John Ellis. Nel 2007 i legali del cardinale furono costretti ad ammettere gli abusi compiuti da un prete poi deceduto, ma riuscirono a convincere la Corte d’Appello che “la Chiesa non esiste come entità legale”. La causa è costata alla diocesi di Pell la bellezza di 750 mila dollari, ma la sentenza ha permesso alla Santa Sede di risparmiare milioni di dollari di risarcimenti.

    Difficile battere uno come Pell. Furbo, intelligente e scaltro, è figlio di un barista di Ballarat, città di ottantamila anime a cento chilometri da Melbourne. Affabile con tutti (capacità appresa servendo alcolici dietro il bancone del pub di famiglia), riuscì da bambino a sopravvivere a un tumore al collo, appassionandosi negli anni al football australiano, al canottaggio e al pugilato. Iniziò a frequentare il seminario nel 1960, poi volò a Oxford dove ottenne un dottorato in Storia della Chiesa. Nel 1996 il grande salto, quando viene nominato – su volere della gerarchia vaticana che ne apprezzava l’intransigenza dottrinaria – vescovo di Melbourne. Dopo aver risanato i conti della diocesi grazie all’aiuto del suo economo di fiducia Danny Casey che ora ha voluto con sé a Roma, negli anni si fa notare anche per dichiarazioni sorprendenti: da quelle sui preti pedofili (“È colpa anche del celibato e della diffusione della pornografia”) alle battute sull’Islam (“È una religione guerresca per natura”), fino alle aspre critiche rivolte al dimissionario Benedetto XVI. Ma sono le indagini della Commissione speciale a far finire il nome di Pell sui giornali anglosassoni: davanti ai giudici sono molte le vittime a tirarlo in ballo per i suoi modi spicci e intransigenti.

    Tra loro c’è Anthony Foster, padre di due bambine molestate da un prete (una si suicidò, l’altra è su una sedia a rotelle dopo un incidente causato dall’alcolismo) che definì a verbale Pell come un uomo con “una sociopatica mancanza di empatia”. Visto il clima, il ragazzo che nei sogni del padre doveva diventare un medico o un grande avvocato decide che è arrivato il momento di lasciare l’emisfero australe. Nel 2010 prova a trasferirsi a Roma per la prima volta, pregando Ratzinger di nominarlo prefetto della Congregazione per i vescovi. L’operazione non riesce. Arrivato Francesco, l’ex atleta gioca davanti al nuovo papa nuove carte, e si presenta come esperto di finanza in grado di mettere in ordine la babele vaticana: dopo gli scandali, il suo piano di rifondazione dello Ior e dell’Apsa convince Bergoglio, che lo nomina di fatto suo braccio destro. Prima delle deposizioni di questi giorni, le ultime tegole cadute in testa a Pell risalgono all’inizio del 2015: il cardinale amante del buon vino quando era vescovo di Melbourne non avrebbe agito da buon cristiano, negando con forza le accuse delle vittime e offrendo risarcimenti ridicoli in sede civile.

    “Pell così facendo voleva scoraggiare altri potenziali querelanti dal citare in giudizio la Chiesa per abusi sessuali,” si legge sul rapporto preliminare della Commissione nazionale d’inchiesta sulla pedofilia voluta dal governo australiano. “Il prelato mancò di agire equamente da un punto di vista cristiano. L’arcidiocesi preferì difendere il suo patrimonio piuttosto che dare giustizia e compassione”. Ma Pell è stato attaccato anche da Peter Saunders, un laico irlandese abusato da ragazzo, che Francesco in persona ha voluto come membro della neonata Pontificia commissione per la tutela dei minori e che poi è stato allontanato proprio per le critiche rivolte al cardinale: “Personalmente penso che la posizione di Pell sia insostenibile, perché ora ha un catalogo di smentite. Ha ripetutamente denigrato le persone e ha agito con insensibilità, durezza di cuore, in modo quasi sociopatico”.

    Anche un vescovo in pensione, Geoffrey Robinson, parlando ai giudici australiani a fine agosto 2015, ha spiegato non solo che in Australia gli abusi venivano coperti sistematicamente e che i preti sospettati erano trasferiti da una parrocchia all’altra, ma che Pell – ideando il Melbourne Response – aveva “distrutto” la possibilità di risposta unitaria della Chiesa nei confronti dello scandalo delle violenze sessuali nel paese. Per replicare alle dichiarazioni giurate di testimoni e vittime, Pell non è volato in Australia per rendere testimonianza giurata, ma ha mandato un comunicato stampa in cui nega di essere stato complice o di aver coperto sacerdoti pedofili.

    “I suicidi di tante vittime sono una tragedia enorme, i crimini commessi contro di loro da preti e fratelli sono profondamente malvagi e completamente ripugnanti per me”. È improbabile che Pell perda oggi la poltrona di prefetto della segreteria per l’Economia. Ed è impossibile che possa essere inquisito dal tribunale vaticano, a cui recentemente Francesco ha dato nuovi poteri per perseguire i vescovi insabbiatori. Non solo perché a Roma nessuno ha mosso, nemmeno nei media, critiche formali a Pell, ma perché è stato Bergoglio in persona a promuoverlo prima tra i membri del cosiddetto C9 (il gruppo di cardinali che deve consigliare il papa nel governo della Chiesa universale) e poi prefetto del nuovo dicastero. È probabile che quando compirà 75 anni lascerà l’incarico andando in pensione. Sarebbe difficile per la Chiesa fare marcia indietro dopo le deposizioni di queste ore: i contraccolpi, anche mediatici, rischierebbero di essere devastanti.

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2016/03/01/news/preti-pedofili-ecco-il-vero-volto-del-cardinal-pell-1.252270
  • Legnano – Prete pedofilo, le vittime chiedono 10 milioni di danni

    Legnano – Prete pedofilo, le vittime chiedono 10 milioni di danni

    LEGNANO (MILANO) – Abusi sessuali su ragazzini della parrocchia: le famiglie delle vittime ora chiedono a don Ruggero Conti un risarcimento danni di oltre 10 milioni di euro. Il sacerdote – originario di Legnano, dove è stato animatore all’oratorio di San Magno e docente di educazione sessuale alle scuole Bonvesin de la Riva – è stato condannato settimana scorsa a 14 anni di carcere con sentenza definitiva della Corte di Cassazione al termine di un lungo e complesso iter giudiziario.

    Quantificare i danni

    Don Ruggero, che passerà un anno in convento e poi finirà in carcere, era conosciuto nel territorio: negli anni Ottanta insegnava e faceva l’educatore in oratorio a Legnano e, anche quando era parroco vicino a Roma, tornava spesso in città per celebrare matrimoni o impartire altri sacramenti. Chiuso il processo penale, dunque, per l’ex sacerdote si apre un nuovo capitolo: quello del processo civile, dove un altro Giudice dovrà quantificare i danni subiti dalle vittime degli abusi avvenuti tra il 1998 e il 2008 a Roma, quando il legnanese era parroco alla Natività di Maria Santissima di Selva Candida. Occorre specificare che, proprio in sede civile, il processo era già stato avviato nel 2011 ma era stato poi congelato in attesa della sentenza penale definitiva di terzo grado. Ora gli avvocati delle vittime hanno chiesto al Tribunale civile di far ripartire il procedimento avviato 5 anni fa.

    Richieste pesanti

    Le richieste sono pesanti. “Il risarcimento totale chiesto a don Ruggero Conti – spiega l’avvocato Fabrizio Gallo del foro di Roma, difensore di una delle vittime – supera i 10 milioni di euro. Qualcuno ha chiesto un milione, altri un milione e mezzo. Tra le vittime c’è un ragazzo che è ancora minorenne e con una sentenza penale di condanna così netta non credo si avrà difficoltà a ottenere giustizia”. Da parte della Chiesa, finora, nessuno si è ancora fatto vivo. “In tutti questi anni – ha continuato l’avvocato Gallo – non c’è mai stato un contatto e le nostre richieste sono state ignorate. Attendiamo la data dell’udienza, se ne riparlerà al processo”.

    Legnano – Prete pedofilo, le vittime chiedono 10 milioni di danni

  • Violenza sessuale, il 9 marzo l’udienza preliminare per Mauro Inzoli

    Violenza sessuale, il 9 marzo l’udienza preliminare per Mauro Inzoli

    Accusato di violenza sessuale ai danni di cinque ragazzi, tra i 12 ed i 16 anni con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata, don Mauro Inzoli, 65 anni, il prossimo mercoledì 9 marzo dovrà comparire davanti al giudice per l’udienza preliminare Letizia Platè. Gli episodi contestati dal procuratore Roberto Di Martino sono otto, compresi tra il 2004 ed il 2008, mentre altri quindici casi sono ormai caduti in prescrizione, avvenuti sia nello studio del sacerdote presso l’oratorio di Crema, in via XX Settembre, sia nei luoghi di vacanza frequentati dai gruppi giovanili della parrocchia della Ss. Trinità.

    Rito abbreviato

    La Procura della Repubblica del tribunale di Cremona ha già rifiutato la richiesta di patteggiamento non formalizzato, mentre ora il legale di Inzoli potrebbe tentare di avvalersi del rito abbreviato, dato che il suo assistito rischia una pena fino a 12 anni di reclusione.

    Abuso di autorità

    La Procura contesta al sacerdote l’abuso di autorità dato che all’epoca delle presunte violenze sessuali ricopriva ruoli di spicco: era infatti preside del liceo linguistico Shakespeare, parroco della chiesa della Santissima Trinità, presidente del Banco Alimentare e membro di primo piano di Comunione e Liberazione, il movimento al quale aderivano tutte le famiglie delle presunte vittime.

    http://www.cremaonline.it/cronaca/22-02-2016_Violenza+sessuale,+fissata+l’udienza+per+Mauro+Inzoli/