Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il mistero del prete ritrovato morto a Zagarolo. Si indaga per omicidio Come ne “Il nome della rosa”. Un giallo pieno di intrighi.

    Il mistero del prete ritrovato morto a Zagarolo. Si indaga per omicidio Come ne “Il nome della rosa”. Un giallo pieno di intrighi.

    Strangolato e riverso a terra in una pozza di sangue. Padre Lanfranco Rossi, 55 anni, teologo e autore di numerose pubblicazioni, è stato ammazzato all’interno della comunità religiosa di San Feliciano “I ricostruttori della preghiera” a Zagarolo.

    IL RITROVAMENTO – Il ritrovamento è avvenuto nei giorni scorsi in un bosco. Ora sul caso indagano i carabinieri di Palestrina in collaborazione con i Ris di Roma che hanno disposto gli esami del caso. Per il momento si parla di una lite finita male. Pare esclusa, per ora, la pista della rapina finita male visto le condizioni di povertà in cui viveva il religioso.

    LE INDAGINI – I carabinieri, coordinati dal capitano Angelo Maiello, hanno già ascoltato alcuni testimoni. Secondo le prime indiscrezioni sarebbero state sequestrate anche ossa e teschi umani. Reliquie? Forse, ma si parla anche di strani rituali in questa comunità religiosa avvolta da sempre nel mistero. Il ricordo di padre Milingo (altra storia, altra comunità) e dei suoi rituali satanici a Zagarolo rimane ancora nella memoria di tutti da queste parti, ma per ora si tratta solo di suggestioni e opinioni. Le indagini, quelle vere, diranno cosa veramente sia accaduto in quel bosco.

    LE ACCUSE A DON LANFRANCO – Girovangando su internet si scopre poi un forum di famiglie (http://laici.forumcommunity.net) che accusa don Lanfranco Rossi di essere stato molto vicino a quel don Pierangelo Bertagna, l’ex abate di Farneta, processato per trentotto casi di violenza sessuale su minori. Le famiglie riportano alcuni virgolettati che getterebbero ombre sulla condotta del padre e del movimento dei Ricostruttori. Accuse che non hanno però a oggi alcuna fondatezza giuridica.

    IL MESSAGGIO DELLA DIOCESI – Sul sito della Diocesi di Palestrina è apparso un messaggio di cordoglio. “Esprimiamo la nostra partecipazione al lutto de “I Ricostruttori nella preghiera”, che ieri, domenica della Divina Misericordia hanno perso un confratello p. Lanfranco Rossi, docente di spiritualità dei padri della chiesa alla università pontificia Gregoriana. La sua vita si è spenta nella cascina di san Feliciano a Zagarolo”.

  • Don Desio chiede scusa: «Ora mi vergogno dei miei peccati infami»

    Don Desio chiede scusa: «Ora mi vergogno dei miei peccati infami»

    «Se fossi morto nel canale sarei andato all’inferno, Dio mi ha voluto bene»

    RAVENNA. Per la prima volta dal giorno del suo arresto Don Giovanni Desio, il parroco di Casalborsetti, arrestato un anno fa per atti sessuali con minorenni e violenza sessuale, ha deciso di parlare. Il prete – ora sospeso a divinis e recluso ai domiciliari in una struttura religiosa umbra – affida le sue memorie a una lunga lettera. «L’ha scritta e riscritta più volte in questi mesi – fa sapere il suo legale, l’avvocato Battista Cavassi – e sono stati mesi duri in cui ha anche pensato di farla finita». Ora eccola la lettera, che arriva a pochi giorni dalla prossima udienza di fronte al gup Antonella Guidomei che entro la fine di maggio dovrà emettere la sentenza del processo che si sta celebrando con rito abbreviato. Sono quattro pagine scritte a mano nella sua “cella” della struttura dove, sempre a detta del suo legale, «alterna preghiera e lavoro nei campi». Desio ora chiede scusa pubblicamente. Chiede perdono a quei ragazzini, alle loro famiglie, alla Chiesa e alla comunità di Casalborsetti. Definisce i suoi peccati «infami e infamanti». «Mi vergogno di quello che ho fatto» scrive l’ex parroco che aggiunge: «Se fossi morto annegato nel canale sarei finito all’inferno. Dio mi ha voluto salvare facendomi arrestare e fermando quello che facevo».

    Sono Giovanni Desio, sacerdote cattolico, già parroco di Casalborsetti, sospeso a divinis. (…) Mi preme dire, perché è vero, che non ho mai fatto uso né di violenza, né di minacce. Fui arrestato all’inizio dell’aprile 2014 e, dopo qualche trascorso nelle prigioni di Ravenna fui trasferito a Forlì nella rocca che fu di Caterina Sforza e poi espugnata da Cesare Borgia. Dopo circa otto mesi trascorsi in quel luogo di sinistre memorie di un remoto passato e di sofferenze attuali, sono stato ammesso agli arresti domiciliari in una struttura ecclesiastica rigorosamente segregata. Il mio difensore mi ha detto che sulla stampa, in un articolo intitolato “l’esilio di Don Desio” (neanche fossi il re Umberto a Cascais) si dava conto dell’ubicazione e della consistenza dell’immobile e dell’impossibilità di accedervi. (…) Il tempo, in carcere, è incredibilmente lungo ed agevola, entro certi limiti, la riflessione. (…) Nel carcere ho conosciuto un’umanità dolente, persone sempre povere, molte volte sole. Giovani, adulti, vecchi quelli erano il mio prossimo in senso fisico e metafisico. Pur essendo “vinti” dalla vita erano per lo più gentili e rispettosi, avrei desiderato fare di più per loro. E’ stato lì che ho capito, fino in fondo, quanto fosse stata grande la mia ingratitudine verso Dio e verso il mio prossimo. In fondo era pur vero che, agli angoscianti misteri sulla mia nascita ed all’avvolgente tristezza dei miei dieci anni di orfanotrofio, la Provvidenza aveva rimediato mettendomi in una famiglia che per me ha fatto tutto quello che ha potuto e certo è grazie a loro se non sono un relitto umano come quegli infelici compagni di detenzione. Nel carcere sono stato costretto ad un doloroso censimento degli amici. Posso, però, ben capire che le deplorevoli vicende di cui sono stato protagonista possano avere indotto molti che mi onoravano della loro amicizia a prendere le distanze da me. Ciò mi fa ancora di più ringraziare coloro che mi hanno mandato e mi mandano a salutare. Amicus certus in hora incerta cernitur (l’amico sicuro si distingue nei momenti difficili) mi ha detto il mio difensore che non mi ha mai fatto mancare la sua visita settimanale in carcere. (…) Ai lettori voglio fare conoscere, per quello che a loro può interessare, il mio stato d’animo attuale, alla stesso modo in cui nella Chiesa antica ci si accusava pubblicamente dei peccati. Ho desiderato scrivere la presente già da molto tempo, l’ho cominciata e finita molte volte ed ogni volta ho fatto dolorosa memoria di quei peccati. Per un certo tempo della mia vita ho chiuso l’anima alla Grazia e voltato le spalle a Dio, commettendo quei fatti che sono nei capi di imputazione e del cui ricordo ho profonda vergogna. Nonostante i miei peccati, Dio ha continuato a volermi bene, impedendomi di affogare nel porto canale grazie al provvidenziale salvataggio dalle acque e così risparmiando la mia anima dalla dannazione. Poiché, obnubilato dai sensi, non avendo allontanato da me il desiderio di quegli infami, infamanti e lubrichi peccati, sono poi scivolato su una buccia di banana e, a seguito di quei fatti accertati, sono stato, anche questa volta provvidenzialmente arrestato. L’arresto mi ha strappato da una pericolosa, ed oggi ripugnante, deriva efebofila alla quale non avevo saputo sottrarmi con le mie sole forze, pur pensando di essere sempre in tempo a farlo. La fallace illusione di Faust! Non so ben dire come io sia entrato in una condizione come quella; confido di poterlo capire nella comunità di disciplina, preghiera e recupero psicologico per sacerdoti in difficoltà, nella quale mi trovo. Il direttore è persona di retta dottrina, severo ed autorevole e fautore di un modello “alto ed amorevole” di sacerdozio. Se lo avessi conosciuto qualche anno fa, forse le cose sarebbero andate così…

    Ora io non desidero altro che essere perdonato, anche se mi rendo conto di non meritarlo per l’enormità dei miei peccati, che, come detto nei vecchi catechismi, e come mi ricorda il mio avvocato “gridano vendetta al cospetto di Dio”. Chiedo scusa ai ragazzi, avrei dovuto additare loro le vie della virtù ed invece li ho portati con me sulla via del peccato, li ho amati nel modo più sbagliato che potesse capitare; spero davvero che possano ritrovare la strada del bene. (…)

    Chiedo scusa alle loro famiglie che consentivano loro la frequentazione della parrocchia, forse in ricordo della loro infanzia e convinti dei riparo dai pericoli. Chiedo scusa alla Chiesa, al mio Arcivescovo ed ai miei confratelli nel sacerdozio (…). Chiedo scusa alla Comunità per aver praticato e diffuso male, facendo, temo, vacillare la fede di molti: spero che nessuno abbia perso la fede per causa mia. So bene quanto la Chiesa nel tempo abbia fatto, fin dai suoi primi secoli, per estirpare dal comportamento sociale i peccati che mi sono attribuiti e che io ho commesso che erano largamente diffusi nelle civiltà precedenti. Forse ha proprio ragione il mio difensore quando mi dice che i miei peccati sono principalmente contro la Chiesa che, assimilando l’etica ebraica, combatte da venti secoli quelle ed altre trasgressioni. Capisco, quindi, il senso della costituzione di parte civile dell’Arcidiocesi.

    Quanto al pentimento so bene che è una condizione umanamente non accertabile, né in positivo, né in negativo. Non si deve avere l’ingenerosità di negarlo nel prossimo (come si è fatto con me) né la superbia di affermarlo per sé stessi, poiché il pentimento deve essere una condizione permanente, un cammino senza fine che passa attraverso il rimorso, la contrizione e la volontà di riparare. Solo Dio conosce l’anima degli uomini. Il peccatore non può mai pensare di essersi pentito “a sufficienza”: il pentimento non ha misura! Per quel che mi riguarda mi sento nella condizione di Miserere “poiché conosco la mia iniquità ed il mio peccato mi sta sempre davanti”. Mi premeva fare conoscere, per quel poco che vale, il mio pensiero sulle vicende delle quali sono stato, ahimè, colpevole protagonista. So che per i fatti che mi sono stati attribuiti il sentimento popolare è molto severo: una volta il mio difensore, celiando, mi ha detto che, per molti, in questi casi, tutto ciò che è meno della forca è sempre troppo poco. Ora sono nelle mani della giustizia umana, anch’essa fa parte dei meritati “castighi di Dio” di cui si dice nell’atto di dolore. Vittorio Mathieu, filosofo cattolico kantiano e, quindi, rigoroso retribuzionista, dice che il giudice deve resistere alla tentazione di essere buono. Su un palazzo di giustizia dell’Italia settentrionale una volta lessi il motto “ars boni et equi” ossia che la giustizia è l’arte del bene e dell’equità. Non desidero altro. Solo spero che il mio futuro non sia una dantesca, dolente città di Dite alle cui porte lasciare ogni speranza.

    http://www.corriereromagna.it/news/ravenna/11323/Don-Desio-chiede-scusa–Ora.html

  • Pedofilia, don Desio chiede scusa

    Pedofilia, don Desio chiede scusa

    Ravenna, 9 aprile 2015 – Don Desio chiede scusaalle giovani vittime, famiglie, Chiesa, Arcivescovo e alla Comunità intera per «avere praticato e diffuso il male». Ma soprattutto ha confessato di avere commesso «quei fatti che sono nei capi d’imputazione e del cui ricordo ho profonda vergogna». In una lunga lettera recapitata ai tre quotidiani locali (Il Corriere di Romagna, Il Resto del Carlino e La Voce di Romagna) don Giovanni Desio, arrestato l’anno scorso nel ravennate per avere avuto rapporti con minorenni ha ripercorso la sua vicenda.

    Il 53enne era stato per 13 anni parroco di Casalborsetti, sul litorale, dove nell’aprile 2014la polizia appunto lo arrestò. Sono in tutto quattro i reati dei quali ‘zio John’, come lo chiamavano i fedeli, deve rispondere a partire dall’avere fatto sesso con ragazzini tra gli 11 e i 15 anni a lui affidati. Ma oltre agli atti sessuali e all’adescamento di minorenni, per don Desio, sospeso a divinis, e difeso dall’avvocato Battista Cavassi, c’è anche la violenza sessuale per avere millantato qualifiche infermieristiche per visitare ragazzini. Ultimo reato a lui contestato è la sostituzione di persona per avere usato un profilo Facebook di un minore di cui aveva le password. Quattro i giovanissimi individuati dalla Procura come parti offese.

    Tra le altre cose, nella lunga lettera, don Desio – ora ai domiciliari in provincia di Perugia in una sorta di clinica per sacerdoti con problemi – non si è definito pedofilo ma ha fatto riferimento a una «pericolosa e ripugnante deriva efebofila» alla quale è stato «strappato dall’arresto». E per quanto riguarda i minori coinvolti, ha specificato che «non ho mai fatto uso né di violenza né di minacce». Si è detto inoltre «certo che Dio, che è infinita giustizia e bontà, non imputerà loro il male a cui li ho indotti». «Spero – ha sottolineato – che nessuno abbia perso la fede per causa mia».

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/don-desio-pedofilia-scuse-1.837554

  • «Sulla pedofilia non bisogna nascondersi, ma parlarne»

    «Sulla pedofilia non bisogna nascondersi, ma parlarne»

    «La Chiesa ha le sue colpe,ma lo Stato è indifferente»

    «IO ci sono passato. Per questo, ho creato l’associazione L’abuso. E già siamo a 400 vittime. E solo uno su dieci denuncia. Perché è difficile. Specie se il pedofilo è un prete». Toni pacati, mai sopra le righe. Parole chiare. Francesco Zanardi, ospite ieri all’Equilibrio di via Napoli, è il simbolo di chi non china la testa, ed esce dal silenzio. A 11 anni subì attenzioni morbose da un sacerdote. Lo disse. La chiesa non intervenne. E così, da adulto,ha scelto di denunciare.

    Come mai? «Perché se ne deve parlare. Perché il bimbo abusato, non riconosce subito cosa sta succedendo, ma il trauma, poi, è grave». Il bimbo si fida dell’adulto. «Che invece sa bene il vero senso di quelle attenzioni». E se ne parla, può essere frainteso. «Sì. Perché c’è omertà su questo tema. E le famiglie stesse, tendono a far finta di non capire». L’abuso imbarazza? «Si preferisce nascondersi dietro il dubbio di un errore». Perché non si fa informazione. «E non si fa prevenzione, mentre si dovrebbe parlare di pedofilia conle famiglie e con i bimbi. Con parole giuste, far capire cosa l’adulto non deve fare». I genitori, conoscendo i “metodi” dei pedofili, potrebbero difendersi? «Sì. Mettendo dei paletti, si possono individuare i campanelli d’allarme». Mentre se non se ne parla… «L’abuso resta nascosto e crei quasi un senso di colpa, nella vittima». Perché la sessualità in Italia è ancora tabù? «Per abitudine, cultura, influenza della chiesa: c’è chi scopre come si trasmette l’Aids, quando ce l’ha già».Papa Francesco sembra aperto, ma c’è chi è ancora oggi rigido, nei confronti degli omosessuali. «Di fatto, un ragazzo che matura e si scopre gay, in Italia è intimidito, traumatizzato». Cosa ci rende diversi dal resto d’Europa? «Serve un salto culturale, che rispetti le diversità». Come ritiene possa avvenire? «Informandosi: assumendo la propria parte di responsabilità civica, come cittadino». Senso civico ce n’è poco, in giro. «Sì. La gente delega. E così, siamo unici in Europa, anon tutelare le famiglie omosessuali. E non è giusto». E’ “colpa” della chiesa? «No. E’ colpa della politica. La chiesa ha le sue idee. Lo stato, che è laico, deve garantire i diritti di tutti i cittadini». Lei è stato abusato, ma ci tiene a dire sempre che non ce l’ha conla chiesa? «È troppo facile puntare il dito contro una sola istituzione: qui lo stato ha le sue colpe, eicittadini, spesso assenti, le loro». Chi sono i preti pedofili?«Persone che usano il proprio ruolo educativo, per avvicinare ragazzini indifesi. Specie quelli fragili. E vanno denunciati e fermati». E alla chiesa cosa chiede? «Di smettere di coprirli: idati sono inquietanti. Solo dal 2000, abbiamo avuto 150 condanne definitive di preti pedofili. Un prete, che opera a contatto con i giovani ha occasione di perpetrare abusi 80 volte più di un laico».

    SONDRA COGGIO Il Secolo XIX La Spezia

     

  • Commissione CEI anti-pedofilia, tra i membri forse le vittime

    Commissione CEI anti-pedofilia, tra i membri forse le vittime

    Lo ha reso noto il segretario generale della stessa CEI, mons. Nunzio Galantino. La struttura sarà guidata dal Cardinal Bagnasco su esempio di commissione vaticana. La Conferenza episcopale e il Sinodo: «Con le famiglie misericordia senza scorciatoie»

    CITTÀ DEL VATICANO (askanews) – La Conferenza episcopale italiana creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal cardinale presidente Angelo Bagnasco. Lo ha reso noto il segretario generale della stessa Cei, mons. Nunzio Galantino, in una conferenza stampa che ha concluso il consiglio episcopale permanente (23-25 marzo).

    Il «parlamentino» della CEI ha approvato la proposta di indicare come referente per la Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ente vaticano di prevenzione degli abusi sessuali del clero sui minori guidato dal cardinale statunitense Sean O’Malley, il card. Angelo Bagnasco, presidente della stessa Cei. E sul modello della commissione vaticana dovrebbe nascere la commissione Cei, per la quale non sono ancora stati stabiliti, ha detto Galantino, i criteri per la scelta dei suoi membri. Non è escluso, come per la commissione O’Malley, che ne facciano parte alcune vittime di preti pedofili: «E’ un elemento che non va ignorato», ha detto Galantino.

    La CEI e il Sinodo: Con le famiglie misericordia senza scorciatoie
    E’ necessario «un approccio accogliente e misericordioso, capace – più che di proporre facili scorciatoie – di impegnarsi nella condivisione del cammino» delle famiglie, anche quando esse attraversano il «fallimento matrimoniale»: così la Conferenza episcopale italiana in vista del sinodo ordinario di ottobre prossimo voluto da Papa Francesco sul tema della famiglia.

    Dopo un primo questionario inviato dalla Santa Sede a tutte le diocesi del mondo in vista del sinodo straordinario di ottobre scorso, il Vaticano ha inviato un secondo questionario al fine di consultare ulteriormente la«base» cattolica, prima della assemblea ordinaria (4-25 ottobre 2015), su una ampia serie di questioni, compreso il controverso tema della comunione ai divorziari risposati.

    «Nelle risposte al questionario predisposto dalla Segreteria del Sinodo e inviato dalla Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana a tutte le Chiese locali, si sottolinea che – proprio per l’importanza dell’alleanza tra sacerdoti e sposi – i candidati al ministero ordinato facciano esperienza reale di pastorale familiare», si legge nel comunicato conclusivo del consiglio episcopale permanente che si è svolto da lunedì a mercoledì scorso. Più in generale, «le risposte delle diocesi dimostrano come il cammino sinodale abbia suscitato un notevole entusiasmo sui temi della famiglia, riconoscendo in essa non solo un ambito pastorale, ma una dimensione irrinunciabile per la vita della Chiesa e della società». Inoltre, «in un contesto culturale segnato da relazioni fragili, conflittuali o di tipo consumistico, il questionario fa registrare un nuovo desiderio di famiglia, quale fattore di felicità che dà qualità alla vita. Nel contempo, evidenzia l’importanza di una comunità che di questa possibilità ne sia testimone e sappia porsi con un approccio accogliente e misericordioso, capace – più che di proporre facili scorciatoie – di impegnarsi nella condivisione del cammino: si tratti di itinerari di preparazione alle nozze come di situazioni segnate dal carico della malattia o del fallimento matrimoniale».

    Il consiglio permanente, infine, «ha concordato di proporre anche alla vigilia del prossimo Sinodo una veglia di preghiera in piazza San Pietro: l’appuntamento è per sabato 3 ottobre».

    http://italia.diariodelweb.it/italia/articolo/?nid=20150327_337275

  • Stop al processo per gli abusi all’asilo. L’ira delle famiglie.

    Stop al processo per gli abusi all’asilo. L’ira delle famiglie.

    Doveva essere il giorno della sentenza. E’ diventato il giorno della rabbia, per un errore che porta indietro di un anno le lancette del processo sugli abusi sessuali nell’asilo “Paolo VI” di Vallo della Lucania, passando un colpo di spugna su tutte le udienze del giudizio di appello. Lo stop arriva percgè a discussione conclusa, ci si accorge che uno dei giudici che compongono la Corte è incompatibile, in quanto membro del collegio di Riesame che nel luglio del 2006 ha deciso sulla misura cautelare per suor Soledad, la principale accusata delle violenze sui bimbi.

    Sono passate da poco le 13 quando il presidente Claudio Tringali lo annuncia alle parti: “L’avvocato Felice Lentini parte civile, mi ha presentato la circostanza in via informale. Ho acquisito il provvedimento del Riesame e ho verificato che l’informazione è giusta”.

    Inevitabile la trasmissione dei documenti al primo presidente della Corte d’appello, che deciderà sulla nuova composizione del collegio. In caso contrario la sentenza avrebbe corso il rischio di un annullamento in Cassazione e per il giudice incompatibile , Vincenzo Pellegrino, sarebbe potuto scattare un provvedimento disciplinare.

    Nel formalizzare l’astensione Pellegrino avverte il dovere di giustificarsi: “Non essendo stato relatore non avevo copia del provvedimento del Riesame e non ne conservavo alcuna memoria”.  Dai banche delle difese si alza una levata di scudi in suo favore, per evidenziare che nessuno ha messo in dubbio la sua correttezza.

    Ma il clima è teso , e le frizioni divampano tra difensori e parti civili. Per la nuova prima udienza di appello si slitta al 21 luglio, con proseguo già fissato a settembre e la certezza di arrivare al 2016, visto che era il maggio del 2014 quando il processo bis è iniziato e il pg Maddalena Russo ha chiesto l’assoluzione per tutti.

    Tra i genitori in aula esplode la rabbia. C’è chi piange, chi inveisce, un papaà sbotta: “ E’ uno scandalo, una vergogna. Sono 9 anni che aspettiamo, parliamo di bambini e oggi la giustizia mi sta dicendo che questi bambini non li tutela”.

     

  • La Curia: don Seppia non è più “don” (ma potrebbe tornare a fare il prete)

    La Curia: don Seppia non è più “don” (ma potrebbe tornare a fare il prete)

    Genova – Don Riccardo Seppia: un prete scomodo, in carcere per pedofilia, ancora in attesa di sentenza definitiva e prossimo a tornare in libertà. Anzi (per ora), un ex prete.

    Perché, precisa la Curia di Genova «la sentenza della Cassazione che riduce la pena (per l’esattezza ne ordina il ricalcolo, con un’aggravante in meno, ndr) non modifica la decisione canonica a suo tempo assunta, circa la sua dimissione dallo stato clericale. Il che comporta l’impossibilità di esercitare il ministero pastorale. Nel confermare la vicinanza a chi è stato offeso da condotte riprovevoli, si rinnova l’invito alla preghiera per tutti».

    Questa nota è stata pubblicata sul sito della Curia di Genova.

    Interpellato dal Secolo XIX, il responsabile delle comunicazioni della Curia, don Silvio Grilli, aggiunge: «La riduzione allo stato laicale di Riccardo Seppia a suo tempo non è stata resa pubblica per discrezione e rispetto della privacy».

    La Curia fa però sapere che, per ragioni di umanità e pastorali, Riccardo Seppia, non più don, non sarà lasciato solo, quando uscirà dal carcere a metà meggio di quest’anno. Da qui la decisione del cardinale Bagnasco (condivisa perché «non poteva essere mandato d’imperio, visto che non fa più parte del numero dei sacerdoti») di cercargli una sistemazione che è stata individuata a Villa Iride a Intra, frazione di Verbania, casa della Congregazione di Gesù sacerdote che si pone questi obiettivi: «Ci poniamo accanto con umiltà e fiducia ai preti che vivono particolari momenti di difficoltà, cercando di offrire un aiuto fraterno di conforto e di ripresa. Per essi allarghiamo i nostri spazi nell’accoglienza e nel dialogo offrendo anche ospitalità nelle nostre case, per quanto possibile. Ciò avviene da molti anni a Trento e a Intra ma ora anche a Roma, Zevio, Marilia e Barretos. Ad essi cerchiamo di offrire anche un aiuto appropriato in campo spirituale e psicologico, con possibilità varie di una sana combinazione di lavoro e riposo. Non ci dimentichiamo di quanti hanno lasciato il ministero e delle loro famiglie, offrendo un accompagnamento che favorisca la comprensione del loro cammino e la partecipazione in termini nuovi alla vita ecclesiale».

    Secondo il canone 290 del Codice di diritto canonico, la condizione sacerdotale non viene mai perduta: dopo essere stato validamente ricevuto, l’ordine sacro non può mai essere reso invalido. Quindi Riccardo Seppia, al termine del suo percorso a Villa Iride (periodo durante il quale sarà seguito costantemente dal cardinale Bagnasco) potrà continuare la sua vita da laico che ha terminato di espiare il suo debito con la giustizia, o da sacerdote se lo chiederà e la Chiesa (attraverso la Congregazione per il clero) accetterà di riammetterlo.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/genova/2015/03/18/AR2bd0qD-seppia_tornare_potrebbe.shtml

  • Per il prete pedofilo amico di Alemanno arriva la condanna

    Per il prete pedofilo amico di Alemanno arriva la condanna

    Don Ruggero Conti operava nella parrocchia di Selva Candida quando fu accusato di violenze sui minori

    «La Corte di Cassazione ha confermato definitivamente la condanna di don Ruggero Conti accusato di violenza sui minori»: lo riferisce il vicario generale della diocesi di Porto-Santa Rufina, monsignor Alberto Mazzola, sottolineando che il vescovo e tutta la comunità «rinnovano la più sentita vicinanza a tutte le vittime di questa grave e penosa vicenda».

    GLI EPISODI INCRIMINATI – I fatti addebitati a don Conti, sospeso dal sacerdozio dal 2011, risalgono a quando operava, tra il 1998 e il 2008, nella parrocchia romana nel quartiere di Selva Candida. Nel maggio 2013 la III Corte d’appello di Roma lo aveva condannato a 14 anni e 2 mesi di reclusione; per Conti, sentenziata anche la prescrizione per tre episodi contestati.

    ROMA CAPITALE PARTE CIVILE – Per l’ex parroco scattarono le manette nel giugno del 2008, proprio mentre stava organizzando con l’oratorio il viaggio per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù. Nel giugno 2009 all’inizio del processo di primo grado fu uno dei leader Radicali, Marco Staderini, che, utilizzando una norma dello Statuto capitolino, alla prima udienza si costituì in qualità di cittadino elettore in luogo dell’amministrazione comunale che invece non ne aveva fatto richiesta. All’udienza successiva, l’amministrazione tentò di inserirsi nel processo, ma il Tribunale ne negò la costituzione, ritenendo la proposta tardiva. Sono stati i giudici d’appello a ritenere un equivoco quanto registrato in primo grado, ammettendo Roma Capitale quale parte civile. Allora il Pd ricordò che don Ruggero era stato «l’ex garante per le famiglie e le periferie del sindaco Alemanno».

  • Desio, inizia il processo per sesso con minori. Sarà battaglia tra l’ex don e le parti civili

    Desio, inizia il processo per sesso con minori. Sarà battaglia tra l’ex don e le parti civili

    Prima udienza della vicenda giudiziaria che vede coinvolto l’ex sacerdote

    Ravenna, 9 marzo 2015 – Si parte. I riflettori di un’intera città questa mattina saranno puntati sull’aula 8 del Tribunale. Una stanza di pochi metri quadri, che però sarà teatro dell’udienza preliminare di un processo destinato ad avere grossa risonanza. Quello che vede Giovanni Desio, l’ex sacerdote di Casal Borsetti, alla sbarra peratti sessuali con quattro minorenni. In ballo c’è un risiko di strategie. Perché qui, al primo piano del palazzo di giustizia, la chiesa ravennate si gioca una grossa fetta di dignità e reputazione. Cosa farà? Si costituirà parte civile? Di riflesso, qualcuno chiederà conto anche alla Curia di quanto accaduto, per non essere intervenuta in tempo nonostante le voci sulle stravaganze del don (alcol, omelie sui generis) fossero ricorrenti? Molti di questi interrogativi saranno sciolti oggi.

    Di certo ci sarà battaglia. L’accordo sui risarcimenti alle vittime, che il religioso aveva annunciato tramite il suo avvocato difensore, Battista Cavassi, fino a pochi giorni fa non era ancora stato raggiunto. Oggi, davanti al gup Antonella Guidomei e al pubblico ministero Isabella Cavallari, le quattro vittime chiederanno di costituirsi parte civile. Due di queste sono tutelate dagli avvocati Giovanni Scudellari, Ermanno Cicognani e Piera Calandrini. Ma tenteranno di entrare nel processo anche organizzazioni no profit, come l’associazione ‘Dalla parte dei minori’. Mentre c’è attesa per capire cosa farà il Comune, se resterà alla finestra o si proporrà come parte in causa per il danno d’immagine.

    Sarà il giudice, oggi, a stabilire chi avrà titolo a chiedere un risarcimento. Dopo di che spetterà all’imputato giocare le proprie carte. Improbabile il patteggiamento, che presupporrebbe un accordo sui risarcimenti, il consenso della Procura, e che renderebbe la sentenza esecutiva, facendolo finire in carcere in tempi rapidi e senza possibilità di misure alternative. Altrettanto remota la possibilità del pubblico dibattimento, Desio chiederà di essere giudicato col rito abbreviato – che gli garantirà lo sconto di un terzo della pena –, condizionato alla testimonianza del direttore della struttura riabilitativa umbra gestita da religiosi dove da novembre l’ex prete di Casal Borsetti si trova ai domiciliari, dopo sette mesi e mezzo di carcere ‘protetto’ a Forlì, per dimostrare che è in atto un percorso di ravvedimento.

    Desio deve rispondere di atti sessuali su quattro giovani, alcuni dei quali gli erano stati affidati dalle famiglie. Tre episodi emersero grazie alle intercettazioni, il quarto rivelò dopo l’arresto, in sede di incidente probatorio, di avere avuto col suo ‘pastore’ una relazione di un anno. Rimosso da ogni funzione religiosa, l’ex parroco, che era anche direttore della rivista cattolica ‘Il risveglio’, uscì dal carcere con una lettera nella quale dichiarava ai giudici del riesame il proprio pentimento.

    Una condanna, nel frattempo, Desio l’ha già subìta: 65 giorni di reclusione, sostituiti con un’ammenda di 17mila euro, per la guida in stato di ebbrezza che nel febbraio 2014, due mesi prima di essere arrestato, lo portò a finire nel canale di Casal Borsetti con la sua Bmw – confiscata – e un tasso di alcol nel sangue quattro volte il limite. Per lui, oggi, è il giorno del giudizio.

    di Lorenzo Priviato

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/don-desio-pedofilia-processo-1.743037

  • Abusi sessuali su quattro minorenni A marzo il processo per don Desio: chiederà il rito abbreviato per uno sconto della pena

    Abusi sessuali su quattro minorenni A marzo il processo per don Desio: chiederà il rito abbreviato per uno sconto della pena

    È stato parroco nella località costierà dal 2001 al 2014 poi l’arresto. Oggi ai domiciliari in una struttura riabilitativa in Umbria. Ha ammesso i rapporti con i ragazzi affidati dalle famiglie. L’indagine partita da Facebook.

    A metà marzo le porte del tribunale di Ravenna si apriranno per don Giovanni Desio, il 53enne originario di Milano e parroco di Casalborsetti per tredici anni fino allo scorso aprile quando venne arrestato dalla polizia: davanti al giudice per l’udienza preliminare comincerà il processo con l’accusa di violenza sessuale su quattro minorenni. Il prete ha ammesso di aver avuto rapporti con loro, ragazzi che frequentavano la parrocchia anche provenendo da altre zone di Italia in occasione di periodi di vacanza con le famiglie sul litorale.

    Desio, difeso dall’avvocato Battista Cavassi, sceglierà il rito abbreviato potendo contare sullo sconto di un terzo della pena. E prima di arrivare di fronte ai giudici tenterà di concludere un accordo con le famiglie delle vittime per un risarcimento che potrebbe rivelarsi un’attenuante capace di ridurre la pena. Oggi Desio si trova agli arresti domiciliari in una struttura religiosa in Umbria dopo aver trascorso più di sette mesi in carcere a Forlì.

    L’indagine condotta dalla sezione per i reati sui minori della squadra mobile era partita a seguito dell’incidente stradale avvenuto a febbraio 2014: al volante del suo suv Bmw da 35mila euro ero finito nel canale di Casalborsetti ed era poi risultato al volante con un tasso alcolemico di 1,8 (0,5 il limite consentito per mettersi alla guida). Per difendersi dalle critiche che arrivarono al suo indirizzo cominciò a utilizzare i profili Facebook privati di alcuni ragazzi a lui vicini, quelli che chiamava amichevolmente i ragazzi di fuoco dello zio John, con cui pubblicava messaggi di sostegno al suo indirizzo e attacco ai giornalisti locali. Il padre di uno dei ragazzi si rese conto che un messaggio era stato postato mentre il figlio era a scuola e così emerse tutto il meccanismo architettato da Desio.