Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: famiglie

  • Il primo archivio dei preti pedofili

    Il primo archivio dei preti pedofili

    7 marzo 2011 Gli uomini di chiesa che si sono macchiati di crimini sessuali contro i bambini non vengono monitorati? Gli avvocati delle vittime fanno una lista di nomi e indirizzi.

    Carl Suthfin una decina di anni fa è stato accusato di aver molestato sei bambini. Ora vive in una casa mobile in un quartiere residenziale e nessun reato gli è stato contestato, per decorrenza dei termini. Suthfin, che è stato accusato da 18 persone, non nega. “La chiesa potere agire prima.

    Invece non ha fatto niente.” Lui è solo uno dei tanti preti accusati di violenza sui minori nell’Arcidiocesi di Los Angeles negli ultimi vent’anni e che ora vanno in giro per il paese senza alcun controllo da parte delle autorità. Le parti civili coinvolte in questi casi hanno stilato un database con gli indirizzi dei sacerdoti e degli uomini di chiesa che si sono resi colpevoli di violenze sui minori. Dei 233 preti presenti nella lista, 50 vivono senza controllo in California, mentre altri 15 stanno in Maryland, Texas e Montana. 80 sono sfuggiti ai controlli e circa 80 sono morti.

    DIRITTO A RIFARSI UNA VITA – L’avvocato di parte civile Raymond Boucher spiega come questa sia la prima volta che si cerca di stilare una lista di preti pedofili “Molti di loro insegnano a scuola, stanno nei centri diurni e costituiscono una bomba che può scoppiare da un momento all’altro. L’unico modo che la comunità ha per proteggersi è avere una lista completa dei loro nomi e cognomi.”

    L’Arcidiocesi, che per mettere a tacere tutto a suo tempo ha sborsato 660 milioni di dollari, per bocca dei suoi legali fa ora sapere di avere intenzione rendere noti alcuni documenti riguardanti 200 casi di molestia, che hanno coinvolto altrettanti sacerdoti. I quali non ci stanno, appellandosi al fatto che non si possono mettere sotto controllo i cittadini, perché ciò minerebbe i loro diritti costituzionali. E i diritti dei bambini che sono stati violentati?

    A DUE PASSI DALLA SCUOLA – Questi preti si difendono dicendo che già sono stati costretti a dismettere l’abito e hanno dovuto abbandonare la chiesa e trasferirsi, dopo essere stati coinvolti negli scandali. Inoltre molti si sono rifatti una vita e non vogliono avere problemi. Eh, certo, poveretti, bisogna capirli. Gerald Fessard, 64 anni, ex-sacerdote accusato dalle famiglie di otto bambini, si è rifatto una vita e non è nemmeno nella lista, mentre Stephen Hernandez, prete accusato di aver violentato un ragazzo di 14 anni, è il vicino di casa di una coppia che ha un bambino di sei anni e abita a due passi da una scuola elementare.

    Anche lui non è presente nella lista ed è conosciuto nella sua zona come Padre Steve. Molti altri preti pedofili vivono così, impuniti e soprattutto fuori da ogni controllo. Molti pensano che in fondo non devono pagare per sempre se hanno sbagliato una volta. Ma hanno sbagliato davvero una sola volta? Ed è giusto che sfuggano alle conseguenze dei loro crimini? Le vittime non sono molto d’accordo, e forse nemmeno l’Arcidiocesi.

    http://www.giornalettismo.com/archives/116…preti-pedofili/

  • Vita, truffe e galere di Don Gelmini, il prete di Silvio accusato di pedofilia

    Vita, truffe e galere di Don Gelmini, il prete di Silvio accusato di pedofilia

    Di Massimo Mele – 29 Dicembre 2010

    Ieri l’ultima delle telefonate alla comunità incontro del discusso sacerdote. Da Roma al Vietnam, guai giudiziari di ogni genere, prima della tegola definitiva: rinvio a giudizio per abusi a minori.

    L’ultima occasione pubblica è stata ieri. A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. E anche il premier, Silvio Berlusconi, per sentirsi migliore non esita a dedicare il suo natale a chi ha più bisogno: luogo prediletto per un saluto di vicinanza e di beneficienza è, da anni, la comunità Incontro di Don Piero Gelmini, ad Amelia, in Umbria. Se non di persona, almeno telefonicamente il presidente del Consiglio non rinuncia mai ad elogiare pubblicamente il lavoro dell’amico Piero.

    SIMILITUDINI – Ieri, per la seconda volta in due anni consecutivi, il Cavaliere ha scelto la comunicazione telefonica alla festa di Natale dell’associazione terapeutica che accoglie tossicodipendenti e sieropositivi nella campagna Umbria del paesino in provincia di Terni.

    Nel corso della telefonata Berlusconi non manca di divagare sul piano personale. Soprattutto, sugli attacchi che gli vengono rivolti in continuazione. «Cerco di imitarti — dice a don Gelmini — come tieni botta tu, tengo botta io. Se c’è qualcuno che è oggetto di diffamazione quotidiana sono io, mi hanno accusato di tutto, dalle stragi alla mafia». Ma è un motivo in più per non ritirarsi: «Non dobbiamo avere dubbi nell’andare avanti perchè deluderemmo tutti i nostri sostenitori, tutte le persone che hanno fiducia in noi».

    Così le parole della telefonata su Repubblica, e un parallelo davvero azzeccato: Berlusconi, come don Gelmini, “terrebbe botta” davanti ai reiterati attacchi di chi gli vorrebbe male. Di chi non avrebbe intenzione di lasciarlo in pace. E davvero, da Don Gelmini potrà trovare conforto, Berlusconi: se non altro perchè il sacerdote ha alle spalle una lunga sequela di guai con la giustizia, lunga quasi quanto quella del Premier. E’ fin dagli anni ‘70 il prete che svolge la meritoria attività di accogliere, indistintamente ed in tutto il mondo, diseredati, tossicodipendenti, sieropositivi, galeotti, ex-carcerati, per offrirgli l’occasione di una redenzione, di una nuova vita in comunità, un luogo in cui poter parlare liberamente dei propri problemi senza la paura di essere giudicati; ma accanto a tutto questo, don Gelmini è un cliente affezionato delle procure italiane. Un uomo in cui, come nell’abito talare, il bianco ed il nero si mischiano un po’.

    PADRE JAGUAR
     – E’ un vecchio articolo della Stampa, ripreso in tutte le salse dalla rete, a raccontarci l’identikit di don Piero Gelmini. Si era nei favolosi anni ‘70, ma la vita pubblica del sacerdote, allora, era appena iniziata.

    C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa. E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico. Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino. Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».

    Così Francesco Grignetti sul quotidiano torinese ripercorre i primi anni della vita di “Padre Jaguar”. Fratello, come abbiamo visto, di un altro sacerdote, quel padre Eligio che lo accompagnerà anche in alcune vicende giudiziarie ma che, come si apprende, era di casa nel jet-set del pallone italiano. Dalla sua casa di viale Vaticano, in cui abitava in quanto segretario di un alto cardinale, dopo l’incontro con questo tale Alfredo Nunzi, si trasferisce nella periferia residenziale di Roma, all’Infernetto.

    Mise, quindi, progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituirono l’ossatura e un’iniziale struttura organizzativa della Comunità Incontro. Si passava, così, dalla semplice attenzione al singolo all’elaborazione di un programma comunitario. Con l’apertura del Centro di Mulino Silla, il 27 settembre 1979, nasceva la prima realtà che darà l’impronta a tutti i Centri successivi. Attualmente, sono circa 200 le comunità presenti in tutte le regioni d’Italia e all’estero (Spagna, Thailandia, Canada, Bolivia, Costa Rica, Francia, Svizzera, Slovenia, Brasile, Stati Uniti).

    Così, riassuntivamente, la sua pagina di Wikipedia.

    GIRI POCO CHIARI – Ma mentre la sua attività umanitaria prendeva le prime mosse, continuava con ben altra caratura la vita pubblica e politica. Agganci importanti, referenti istituzionali, amicizie con politici e col bel mondo dei palazzi romani, affari, soldi che girano: dopo la scoperta di una Sudamerica-connection, le accuse della magistratura non tarderanno ad arrivare.

    All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita. I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura. Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione.

    Via di corsa dunque: destinazione, il sud-est asiatico, dove si poteva dare una mano a diseredati dalla guerra vietnamita e, quando avanzava tempo, anche truffare la famiglia presidenziale.

    Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».

    IN GALERA – Gelmini dunque, non riesce a stare fermo, e ovunque va finisce sulle prime pagine dei giornali per cause non sempre limpidissime. Fallita l’esperienza vietnamita, capisce che forse il gioco non vale la candela e che il suo paese lo chiama. Torna in Italia e affronta le conseguenze delle sue azioni precedenti all’espatrio.

    Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ‘71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare “promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie. Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.

    Insomma, fin dalla carcerazione all’inizio degli anni ‘70 si iniziano a manifestare pubblicamente alcune sue tendenze: diciamo che il prelato avrebbe avuto difficoltà a restare dentro i ranghi del voto di continenza sessuale. Il direttore del carcere, imbarazzato, ogni tanto disponeva a suo danno l’isolamento. Tornato in libertà, e scontata anche la pena ecclesiale, don Gelmini finisce di nuovo in carcere insieme al fratello, questa volta, per una storia di traffico di beni alimentari con l’Africa che poi risultò infondata. Ma il nome di Gelmini era ormai di dominio pubblico, e per il prete pensò che forse era il caso di tornare a dedicarsi all’attività umanitaria.

    INCONTRO – E’ la creazione della comunità Incontro

    Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera». Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità.

    Fondata la comunità, le polemiche intorno a padre Gelmini si arrestano? Neanche per sogno: nonostante la concessione quarantennale da parte del Comune, la comunità Incontro inizia ad espandersi in maniera incontrollata e non sempre legale. Abusi edilizi, la nuova grana in cui Gelmini si infila, tanto che finisce in contenzioso addirittura col comune della cittadina umbra. Il decreto che disponeva l’invio degli atti alla procura venne firmato dall’allora sindaco della cittadina umbra: Luciano Lama, il grande segretario della CGIL del 1977. Si era, al tempo dell’illecito urbanistico, all’inizio degli anni 90.

    Per una buona mezz’ ora Luciano Lama, senatore della Quercia, rinuncia al conforto della pipa. E parla senza pause. Parla e spiega come, da sindaco di Amelia, poltrona che ricopre da tre anni, sia balzato in sella a una mini-crociata “mani pulite” con la determinazione militante di un vecchio leone che non depone le armi. Lo scenario è da Peppone e don Camillo, ma stavolta, nella disfida, non tira aria di ricomposizione pacifica. Dall’ altra parte della barricata, c’ è don Pierino Gelmini, che governa una specie di città dentro la città, quella che ospita ben otto comunità per tossicodipendenti nel solo comune umbro di Amelia (targate Gelmini, sono 150 in Italia, qualche decina nel mondo). Lama ha denunciato il prete per abuso edilizio e ha scelto di firmare personalmente l’ atto d’ accusa, che poteva essere siglato da un semplice funzionario. “Quell’ uomo – sentenzia – gode di tali protezioni che non ho voluto consegnare ad altri la responsabilità di spedire gli atti in procura”, dice. La vicenda, la racconta lui stesso. “A seguito di un’ indagine dell’ ufficio tecnico, abbiamo scoperto che don Gelmini ha realizzato alcune opere senza licenza edilizia: un campo sportivo, una mensa, l’ allargamento di una strada con abbattimento di alberi, lo spostamento di alcuni muri di sostegno. Il tutto in un podere, quello di Cenciolello, che tredici anni fa il comune gli affidò in comodato, quindi gratis. Poi abbiamo deciso di vendere, e si sono spulciate le carte che prima non si era tenuti a verificare. Risultato: quelle licenze potevano benissimo essere autorizzate, però il prete se n’ è ben guardato di chiederle con prassi regolare. E sa perché? Perché si sente onnipotente e intoccabile”. La denuncia era obbligatoria. Ma è stata lo show down di anni di frizioni tra Amelia e il suo “scomodo” ospite. I quasi mille ex drogati, il 70 per cento dei quali sieropositivi o già ammalati di Aids, sfiorano infatti il dieci per cento della popolazione del comune e suscitano reazioni di rigetto da parte della gente infastidita di vederli circolare liberamente. L’ anno scorso, duecento genitori insorsero perché due bambini sieropositivi furono iscritti alla scuola pubblica. Alcune famiglie minacciarono di ritirare i propri figli. “Ma la gente si irrita soprattutto per l’ invadenza del personaggio e per la sua ‘ disinvoltura’ affaristica – nota Lama, col fervore di un paladino dei deboli contro un potente che non ha mai nascosto le sue simpatie craxiane -. Don Gelmini ha soldi in quantità. Lo Stato e la Regione lo foraggiano, e ci sono i cospicui lasciti dei privati. Così apre cantieri che il bilancio del comune neppure si sogna. Prenda Silla, alle porte di Amelia. Una città “gelminiana”. Lì sorgerà il centro internazionale delle comunità ‘ Incontro’ . Un investimento immobiliare imponente. Si dice anche che il prete abbia messo gli occhi sul vecchio carcere in disuso, proprio di fronte al municipio, dove andranno i drogati col trattamento di semilibertà previsto dalla legge. E appena dieci giorni fa ha acquistato il monastero di Santa Monica (700 milioni) dove ha fatto sapere che abiteranno dieci suore. In realtà, sembra che ci finiranno alcuni suoi ex ospiti che continuano a collaborare come istruttori della comunità. Un specie di albergo di lusso. Le altre comunità, come ‘ Abele’ , funzionano benissimo senza questa frenesia del mattone. Ad Amelia rischia invece di incrinarsi la pace sociale davanti a un signore che fa quel che gli pare. E, badi, non c’ è nessuna intenzione persecutoria da parte nostra. Tant’ è che abbiamo già dato via libera a 60 mila metri quadri di cemento.

    Così raccontava la storia la Repubblica.

    LA POLITICA – Le amicizie con la politica, dunque, per la prima volta saltano fuori nel discorso pubblico che riguarda don Gelmini da Amelia. E ricordiamocele, perchè ci torneranno utili fra pochissimo: salteranno di nuovo fuori nel luogo più inimmaginabile. Intanto la segnalazione di illecito urbanistico cammina, e don Gelmini finisce sotto l’inchiesta formale che la procura apre.

    Il fondatore della comunità “Incontro” è finito sotto inchiesta perchè è vicepresidente della cooperativa “Terra nostra”, una delle tante create dai suoi ragazzi impegnati anche in varie attività per uscire dal tunnel della droga. Analogo provvedimento è stato preso anche nei confronti del presidente della società Claudio Legramante. La cooperativa, secondo la denuncia presentata dal Comune, avrebbe realizzato abusivamente un campo di calcio, un forno, costruzioni ad uso abitativo, scale e viali lastricati, una rimessa per attrezzi agricoli, alcuni muretti e, sempre in località Cenciolello, risulterebbe non in regola l’ installazione di alcuni prefabbricati destinati a cucine e refettori. Don Pierino Gelmini per queste costruzioni aveva a suo tempo presentato tutte le richieste di autorizzazione necessarie. Ma in Comune furono respinte. Venerdì il magistrato compirà un primo sopralluogo nella zona delle costruzioni abusive.

    Ma forse erano stati i ragazzi ad essersi allargati un po’ troppo, e Gelmini era responsabile solo in veste strettamente formale. D’altronde, la comunità Incontro era diventata ormai un’istituzione che accoglieva centinaia di uomini e donne in difficoltà, gli spazi iniziavano a servire, e qualcuno evidentemente per gettare il cemento non aveva aspettato tutte le autorizzazioni necessarie. Ma insomma, fosse stato solo questo il problema: le questioni serie, e serie davvero, stavano per arrivare.

    ABUSI SESSUALI – Don Gelmini è stato di recente rinviato a giudizio per casi di pedofilia e abusi sessuali all’interno della comunità Incontro. Sono oltre 12 le persone che lo accusano, alcune delle quali minorenni al tempo del fatto: secondo chi si pretende vittima, il prete avrebbe abusato del proprio carisma e della propria autorità per costringere gli ospiti della sua struttura a tribiutargli le attenzioni che lui chiedeva. Nel corso delle indagini preliminari, oltre 10 persone accettano di sottoporsi all’incidente probatorio, in modo che la loro deposizione possa essere cristallizzata e utilizzata come prova indiscutibile.

    Una decina di ragazzi sarebbero stati costretti a subire le sue attenzioni, obbligati a soddisfare i suoi desideri particolari. Tra loro, anche due giovani che all’epoca dei fatti erano minorenni. La Procura di Terni chiede il rinvio a giudizio di don Pierino Gelmini. Un anno dopo l’avvio degli accertamenti sul suo conto, sollecita il processo per il fondatore della comunità Incontro per violenza sessuale. I magistrati ritengono dunque attendibili i racconti di quegli ospiti della struttura di Amelia, in Umbria, che cercavano di uscire dalla tossicodipendenza e hanno affermato di essere stati «molestati, palpeggiati, costretti ad atti sessuali». E chiedono che vengano giudicati anche i collaboratori più stretti, Giampaolo Nicolasi e Pierluigi La Rocca. Li accusano di favoreggiamento per aver tentato di convincere i testimoni a ritrattare. «Pressioni in cambio di soldi », dice l’accusa. E per sostenere la fondatezza di questa circostanza elenca i viaggi e i contatti con le presunte parti lese. Ma chiede anche il processo per Patrizia Guarino, la madre di uno dei ragazzi che avrebbe subito le violenze. La donna avrebbe avvertito don Gelmini delle indagini in corso e avrebbe poi accettato denaro per condizionare il figlio. In particolare è stata trovata traccia di un vaglia online di 500 euro. A mettere nei guai il sacerdote sono state le testimonianze di oltre trenta persone che hanno raccontato come don Gelmini li chiamasse nella sua stanza e poi li inducesse a partecipare a giochi erotici. Ma poi si è deciso di inserire nel capo di imputazione soltanto gli episodi che, secondo l’accusa, «erano certamente provati».

    Piccoli favori, pochi spiccioli in denaro, storie ovattate di comunità di recupero, tu dai a me, io do a te: dai, su, che sarà mai.

    AIUTATI CHE DIO T’AIUTA – E invece qualcuno si risente. Anche perchè don Gelmini, per convincere i suoi ospiti a concedersi a lui, metteva sul banco da vendita utilità di ogni genere: e vista l’eterogeneità dei suoi ospiti, qualche piatto ricco che poteva convincerli c’era sempre. Come la promessa, fatta magari a qualche detenuto in attesa di giudizio affidato alla sua comunità, o qualche arrestato ai domiciliari presso Incontro, di oliare le rotelle giuste per favorirlo.

    Nelle carte depositate al termine delle indagini c’è il verbale di Michele Iacobbi, 34 anni, il principale accusatore di don Pierino, che all’epoca era agli arresti domiciliari presso la comunità. È stato lui a presentare la prima denuncia. E ha accusato il sacerdote di aver sfruttato anche le sue amicizie politiche per convincere lui e gli altri giovani tossicodipendenti a soddisfare le proprie esigenze. «Mi disse — ha messo a verbale Iacobbi — che siccome io ero accusato di mafia lui poteva parlare con Berlusconi, con Taviani e anche con l’ex senatore Imposimato per farmi avere una pena più lieve». La sua testimonianza è stata ritenuta pienamente attendibile e nel capo di imputazione a don Gelmini viene contestato di aver violentato i ragazzi «minacciando di avvalersi della sua autorità e della conoscenza di numerosi personaggi politici influenti e promettendo favori tramite dette conoscenze». Una tesi che il difensore Filippo Dinacci ha contestato nella sua memoria sottolineando la «completa infondatezza delle denunce presentate».

    Il processo per don Gelmini, rinviato a giudizio dalla procura che ha giudicato queste prove sufficienti per aprire una vicenda processuale, comincerà nel marzo prossimo. Il prete incassa la solidarietà di Silvio Berlusconi, che, assimilandolo a lui, lo considera un perseguitato dalle toghe rosse “che lo accusano di tutto”. Ad accusarlo, in verità, sono gli ospiti della sua comunità che si affermano vittime delle sue attenzioni illecite. Ma difendere un compagno di politica, per il centrodestra italiano, sembra essere prioritario.

    Al sacerdote è giunto il sostegno del centrodestra, schieramento per il quale era da tempo un punto di riferimento. “In Italia e in ogni parte del mondo centinaia di migliaia di ragazzi e di famiglie ritrovano la vita e il sorriso grazie all’opera infaticabile di don Pierino Gelmini”, ha detto il deputato di An Maurizio Gasparri, la cui “devozione nei confronti di uno dei pochi eroi civili del nostro tempo è convinta e totale”. L’Udc Luca Volontè ha parlato di “furore anticattolico” e ha invitato il ministro della Giustizia Mastella a inviare degli ispettori nella procura di Terni. Vladimir Luxuria, deputata di Rifondazione Comunista, ha invece chiesto di “non fare assoluzioni preventive” e di non “assolvere una persona indagata per reati così gravi solo perché è un sacerdote”.

    Così le dichiarazioni degli esponenti politici al tempo dell’apertura delle indagini su Gelmini. Maurizio Gasparri era stato il presidente del comitato dei festeggiamenti per gli 80 anni del sacerdote. Silvio Berlusconi, lo abbiamo visto, lo chiama ogni anno per dargli solidarietà. Alle sue vittime, forse, penseranno i giudici, prima di essere investiti dall’ennesima accusa di essere toghe politicizzate che usano le loro funzioni per colpire gli avversari politici. L’assoluzione politica per il prete che ammoniva contro l’invasione dell’Islam ai danni dell’Europa nei convegni di Alleanza Nazionale è invece già stata assicurata.

    Da Giornalettismo.com

  • “Io, abusata da un prete a 11 anni vi racconto una vita di vergogna”

    “Io, abusata da un prete a 11 anni vi racconto una vita di vergogna”

    ROMA – “Erano giovani, belli, intelligenti, puliti. Molti li ho ritrovati su Facebook, sono rimasta annichilita nel sapere che erano ancora in contatto con quel prete. Soprattutto se penso a quello che hanno subito, più grave e pesante ancora di quel che è toccato a me, forse perché ero una bambina e loro dei maschietti. Gli abusi e le violenze che abbiamo patito hanno cambiato per sempre la nostra vita, non c’è risarcimento per qualcosa che ti impedisce di essere te stesso, ti fa perdere la fiducia, stravolge per sempre la tua vita amorosa”.

    Laura M. ha 35 anni, un compagno, un lavoro da insegnante in un piccolo centro del nordest. Insieme a quello di molti altri sconosciuti che hanno risposto all’appello il suo sarà uno dei racconti che oggi a Verona vorrebbe cambiare la storia italiana delle vittime della pedofilia nelle chiese, nei seminari, nei collegi. Quelle vittime di preti pedofili che – secondo il gruppo ‘La colpà (infolacolpa. it) che ha organizzato l’incontro al Palazzo della Gran Guardia, scegliendo non per caso uno dei luoghi più visibili della città – in Italia fanno ancora così fatica a denunciare gli abusi subiti, a essere creduti, a ottenere giustizia. Il racconto di Laura è arrivato prima con una timida mail: “Gentili signori, ho visto il vostro annuncio su Internet.

    Non so se il mio caso vi può interessare perché non mi sono mai rivolta alla polizia e ancora oggi non ho il coraggio di svergognare quel prete, che sia pure molto anziano è ancora presente nella sua comunità”. Dall’altra parte, la donna ha trovato incoraggiamento e comprensione: “È capitato anche a noi, a volte si convive tutta la vita col peso di un’ingiusta vergogna”. Così, è riuscita a continuare: “Avevo 11 anni quando ho sentito per la prima volta su di me il sesso di un uomo. Era il mio parroco, e ogni scusa era buona per restare solo con me e attirarmi in casa sua, sopra la sacrestia. Io resistevo, ma ero debole, indifesa, non capivo quanto fossero gravi quelle molestie e non avevo il coraggio di ribellarmi a un adulto del quale mi fidavo ciecamente. Lo scandalo scoppiò quell’estate, un ragazzino più piccolo raccontò a casa quel che gli stava capitando e scoprimmo così che la cosa andava avanti da anni, che alcune famiglie avevano cambiato parrocchia senza però mai pensare a proteggere i figli degli altri…”.

    Ma, come in molti altri casi, le gerarchie locali scelsero di insabbiare il caso: “Quel prete lo trasferirono per due anni al Tribunale ecclesiastico, poi gli affidarono un’altra parrocchia, poi ancora un’altra, neppure troppo lontana. Andai dal padre spirituale del collegio, mi disse di non parlare e che potevo continuare a volere bene al mio parroco… Dopo, venne un altro prete, un uomo di grande moralità, è grazie a lui se non ho smesso di credere in Dio. Ma per anni e anni non ho potuto avvicinare un uomo, non sopportavo neppure l’idea e soffrivo ancor di più pensando ai miei amici, quelli con cui ho diviso gli anni che dovevano essere i più belli. Ora so che molti di loro non hanno potuto farsi una famiglia né essere felici, e non riesco a perdonare”.

    Resta un peso difficile da cancellare: “Ho cambiato città, mi sono allontanata, a trent’anni mi sono fidanzata, ma ancora non riesco a pensare a dei figli. E vorrei far qualcosa per non lasciare più che la vita di un bambino sia compromessa per un sistema malato, che la vita di un adulto sia sprecata. Naturalmente non farò il nome dei miei amici. Vorrei poter dir loro del mio affetto, ma consegno la mia esperienza come la denuncia del nostro male”.

    Storie come quella di Laura hanno convinto il gruppo originario dei fondatori di ‘La colpa’, perlopiù ex allievi del ‘Provolo’, la scuola per bambini sordi di Verona dove decine di allievi sarebbero stati abusati, che era giunto il momento di uscire allo scoperto. “Vogliamo offrire a tutte le vittime di preti pedofili italiani il sostegno psicologico che è indispensabile, perché queste violenze sono paragonabili a quelle familiari anche per le conseguenze che lasciano – spiega Salvatore Domolo, 45 anni, il portavoce, che ha alle spalle una storia di bambino abusato e di ex prete – e il sostegno legale. Ma non ci interessano i risarcimenti, quanto l’urgenza di un’azione legale verso la Chiesa cattolica per crimini contro l’umanità. E il 31 ottobre saremo a Roma, insieme alle vittime da tutto il mondo, per manifestare con le nostre facce e le nostre storie quello che è accaduto anche in Italia, a centinaia di bambini e di ragazzi”.

    http://www.repubblica.it/cronaca/2010/09/25/news/abusata_vergogna-7409409/

  • Don Tiziano Miani, prete salesiano pedofilo di Pordenone, recidivo in USA

    Don Tiziano Miani, prete salesiano pedofilo di Pordenone, recidivo in USA

    Arriva a poche ore di distanza dalla clamorosa sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, la prima citazione in giudizio per il Vaticano in un processo contro un prete accusato di abusi sessuali su minori. La denuncia viene dall’avvocato Jeff Anderson, il legale che difende le vittime degli abusi in America. La decisione presa dal massimo organismo giudiziario degli States aveva del resto spalancato la strada a questa ipotesi: in sostanza i giudici non avevano accolto il ricorso presentato da Jerry Lena, l’avvocato della Santa Sede, con il quale si contestava la decisione di alcuni tribunali locali e federali, da ultimo quello dell’Oregon, di chiamare anche le autorità vaticane a rispondere nei procedimenti contro i preti pedofili.

    In discussione non era la responsabilità diretta del reato, ma la copertura – la ‘cover up’ – dello stesso, messa in atto da vescovi e superiori religiosi spostando sacerdoti da una diocesi l’altra e a volte da un Paese a un altro. Avvenimenti che, sostengono gli avvocati dell’accusa in diversi processi, non potevano avvenire senza che le autorità vaticane non fossero a conoscenza della manovra. A peggiorare le cose ci sono quei casi in cui è venuta alla luce una corrispondenza fra Roma e i vescovi locali per decidere il da farsi di fronte a preti abusatori. Insomma per la Santa Sede si annunciava una grana di dimensioni notevoli che ha avuto subito una ricaduta concreta.

    Anderson, ha sporto denuncia contro la Santa Sede in California. La vicenda è quella di un sacerdote salesiano, Titian Miani di 83 anni, noto come padre Jim; Miani era già stato arrestato nel 2003 per un caso di pedofilia poi caduto in prescrizione. Il fatto è, però, che padre Jim aveva un passato tutt’altro che limpido, e anzi accuse contro di lui erano state già rilevate in Italia e in Canada, quindi in California. Nelle parole dell’accusa, il Vaticano, in particolare la Congregazione per la dottrina della fede, oltre ai superiori del religioso, erano stati avvertiti della situazione ma decisero di insabbiare il caso. Padre Jim fu poi trasferito a Bellflower, sempre in California, dove venne incaricato dei rapporti con gli studenti senza che né gli studenti né le famiglie fossero avvertiti. Qui Miani avrebbe commesso abusi su almeno quattro minori, tra cui un ragazzo quindicenne e le sue due sorelline.

    Se questo è l’ultimo capitolo di una battaglia giudiziaria, va detto che in realtà la sentenza della Corte non cancella le prerogative diplomatiche del Papa o del Segretario di Stato, ma apre all’ipotesi della responsabilità civile, e quindi anche dei risarcimenti, da parte non solo della singola diocesi, ma dello stesso Vaticano il quale, a questo punto, attraverso un suo rappresentante – per esempio il nunzio apostolico – può essere chiamato a deporre in un processo. E’ quindi anche possibile che si arrivi a una condanna dei vertici della Chiesa per pedofilia. In gioco ormai, è anche la doppia natura della Santa Sede, quella religiosa e quella statale. Per questo il professore Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale dello Stato vaticano, ha risposto spiegando che nell’ordinamento americano la Chiesa è considerata una corporation, «in sostanza, anche se in maniera assolutamente impropria, la Chiesa viene paragonata ad una sorta di multinazionale». Da qui discendono, secondo il giurista, conclusioni sbagliate. «E’ contraddittorio – afferma Dalla Torre – considerare, da un lato, la Chiesa una corporation e, dall’altro, intrattenere con la Santa Sede, ossia con il governo di questa stessa Chiesa, relazioni diplomatiche».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2010/07/01/AML34cpD-pedofilia_citazione_giudizio.shtml

  • Pedofilia, in California parte la causa contro il Vaticano

    Pedofilia, in California parte la causa contro il Vaticano

    Dopo il sostanziale via libera della Corte Suprema a procedere contro la Santa Sede, l’avvocato Jeff Anderson ha annunciato un’azione legale contro i vertici d’Oltretevere. Al centro della denuncia gli abusi sessuali commessi dal salesiano “padre Jim”
    30 giugno, 2010
    L’avvocato Jeff Anderson, difensore di numerose vittime di abusi sessuali da parte d’ecclesiastici negli Stati Uniti, torna all’attacco. Dopo il sostanziale via libera della Corte Suprema a procedere contro il Vaticano, il legale ha annunciato una denuncia contro la Santa Sede in California, accusando i suoi più alti rappresentanti di aver coperto gli abusi compiuti, in Italia e negli Stati Uniti, da un sacerdote salesiano. Anderson accusa i vertici del Vaticano e i superiori dell’ordine dei salesiani d’aver insabbiato le numerose molestie sessuali di Titian Miani, conosciuto come “padre Jim” dai suoi allievi.

    Il religioso ha attualmente 83 anni e nel 2003 era stato arrestato per un caso di pedofilia poi caduto in prescrizione. Secondo Anderson “il Vaticano era stato avvertito ma il Papa e la Congregazione per la Dottrina della Fede non avevano rimosso il prete pedofilo”. Nell’azione legale si afferma che i superiori salesiani erano a conoscenza delle tendenze di Miani, il quale, in ogni caso, una volta trasferito a Bellflower, fu incaricato dei rapporti con gli studenti senza che né gli studenti né le famiglie fossero avvertiti. Secondo Anderson “questo prete ha fatto almeno 13 vittime e malgrado ciò ha continuato a svolgere il suo servizio”.

  • Belgio,prete abuso’di donne in coma

    Belgio,prete abuso’di donne in coma

    29/5/2010
    Belgio,prete abuso’di donne in coma Sacredote deceduto nelle Fiandre

    Un sacerdote belga avrebbe abusato sessualmente di donne in coma o con problemi psichiatrici ricoverate nell’ospedale Saint-Andrien di Tielt, nelle Fiandre. A rivelarlo è un altro sacerdote che colloca gli abusi tra gli anni ’60 e ’80. Secondo quanto riportato da alcuni quotidiani in lingua fiamminga, il sacerdote, che è deceduto, avrebbe approfittato del fatto di avere accesso alla sala di rianimazione dell’ospedale.

    Per tragica ironia, aggiunge il quotidiano “Het Laatste Niews”, il sacerdote lavorava nella sala di rianimazione con l’incarico di portare sostegno psicologico alle famiglie dei pazienti e, in alcuni occasioni, amministrare l’estrema unzione ai moribondi.

    Secondo don Norbert Bethune, inoltre, la direzione del nosocomio sarebbe stata a conoscenza dei fatti, ma non avrebbe fatto niente per impedire gli abusi. Il sacerdote annuncia altre rivelazioni su scandali sessuali commessi da membri della Chiesa cattolica.

    In realtà, negli anni ’90 la procura di Bruges aveva aperto un’inchiesta per poi archiviare il dossier considerando i fatti ormai prescritti. Oltre ai giudici, Bethune aveva riferito il caso anche al vescovo Roger Vangheluwe, il porporato che di recente ha dato le dimissioni dopo aver ammesso di aver abusato per anni di un ragazzino.

    Don Bethune tuttavia non ha fornito le generalità del sacerdote che avrebbe compiuto gli abusi all’ospedale “per rispetto alla famiglia”, aggiungendo tuttavia di essere in possesso di una lettera del presunto sacerdote violentatore, “in cui confessa tutti i fatti e mostra il suo pentimenti e la sua profonda tristezza per l’accaduto”. “Padre X”, come lo chiama Bethune, gli consegnò la lettera poco prima di morire, dopo lunga malattia, a fine 2009 “perché voleva andarsene in pace, con la coscienza tranquilla”.
    Voto:

    Ultimo aggiornamento ore 17:39

  • Arrestato prete. Sotterranei della chiesa per sesso sadomaso sui chierichetti

    Arrestato prete. Sotterranei della chiesa per sesso sadomaso sui chierichetti

    Brasile, sotterraneo di una chiesa usato per sesso sadomaso

    Un prete polacco ha usato per anni il sotterraneo di una chiesa in Brasile come sala per pratiche sadomaso ai chierichetti. Ora s’è consegnato alla polizia

    Il sacerdote polacco Marcin Michal Strachanowski, che aveva trasformato la cantina della casa parrocchiale della chiesa Divino Espirito Santo, nella

    periferia di Rio de Janeiro, in una vera e propria sala di torture per pratiche sadomaso ai chierichetti, si è consegnato ieri alla polizia dopo alcuni giorni di latitanza.

    Padre Strachanowski è accusato di aver rinchiuso e seviziato numerosi adolescenti nel sotterraneo, sottomettendoli incatenati a pratiche sadomaso, mentre descriveva il tutto in internet ad amici e corrispondenti dediti a pratiche analoghe. “Le prove raccolte durante l’inchiesta – scrive il giudice incaricato dell’istruttoria, Abrahao Dias Teixeira -, compongono un quadro chiaro di una persona compulsivamente e morbosamente ossessionata dal sesso con adolescenti. Da anni l’accusato circuiva giovani innocenti, prevalentemente chierichetti di famiglie bisognose, valendosi del suo incarico spirituale per adescarli e poi rinchiuderli a suo piacimento nella sua “gattabuia erotica”. L’accusato alternava poi offerte cospicue di denaro alle famiglie e minacce anche di morte per ottenere il silenzio e l’impunità”.

    Il primo a rompere il muro dell’omertà attorno al sacerdote polacco sarebbe stato un ex chierichetto, del quale Strachanowski abusò per anni fino al 2006. In seguito sarebbero decine le testimonianze di abusi, tutte con dettagli analoghi. Adesso Strachanowski sarà sottoposto a processo canonico dalla Chiesa e processato dalla giustizia criminale per stupro di minorenni, torture e sequestro di persona.

    http://city.corriere.it/2010/05/26/milano/documenti/brasile-sotterraneo-una-chiesa-usato-sesso-sadomaso-20785112084.shtml

  • Pedofilia. Cancellato contributo di 110.000 € all’associazione di don Di Noto.

    Pedofilia. Cancellato contributo di 110.000 € all’associazione di don Di Noto.

    Il prete che lotta contro la pedofilia però è sempre pronto a difendere la propria casta dalle accuse di pedofilia.

    Ora scopriamo che riceve bei soldini pubblici per cercare nel web immagini pedopornografiche.

    04-05-10
    PEDOFILIA: SICILIA ABOLISCE CONTRIBUTO A ONLUS METER

    (ASCA) – Palermo, 4 mag – La Regione Siciliana ha cancellato dalla sua Finanziaria il contributo di 110.000 euro annuali a consuntivo che ha sempre fornito a Meter, l’Onlus fondata da don Fortunato Di Noto e da 20 anni attiva nella lotta alla pedofilia e la pedopornografia online.

    ”Il nostro e’ un bilancio di rendicontazione – afferma Don Fortunato – che fa invidia alle migliori societa’, la trasparenza e la legalita’ delle spese effettuate con parsimonia ed onore fanno la differenza per l’infanzia, ma e’ questo che alla Regione non piace.

    Hanno dato fior di centinaia di migliaia di euro ad altre realta’ associative e vorremo sapere con quale criterio. E’ una vergogna!”.

    Siamo sicuri che, se i politici vedessero o conoscessero o meglio ancora ”lavorassero” in questo settore – prosegue Don Fortunato – per contrastare il fenomeno dell’abuso sui bambini gli verrebbe da vomitare, il fatto e’ che non sanno di cosa si tratta, gli sembra che il nostro lavoro sia solo monitoraggio o statistiche, il nostro lavoro e’ concretamente aiutare le vittime 824 bambini aiutati e non spartire denaro per nulla, ma a quanto pare non e’ un settore di loro interesse, e’ di poco conto che deve essere soppresso, non vi sono vittime che interessano, non sono di loro interesse appartengono ad altre famiglie, questa attivita’ non e’ redditizia, non da’ posti di lavoro”.

    res/sam/alf

  • Sarzana, cinquant’anni dopo, una vittima degli abusi racconta il suo calvario

    Sarzana, cinquant’anni dopo, una vittima degli abusi racconta il suo calvario

    Il seminario della vergogna “Noi, violentati e umiliati”

    «Da cinquant´anni mi porto dietro gli incubi. Quel “prefetto” che di notte sollevava le coperte e ci ispezionava fra le gambe, e poi il chierico che mi costrinse, anzi no, perché era molto più subdolo, mi convinse a masturbarmi davanti a lui. Oggi mi sono liberato da questo peso e spero che tanti miei compagni dell´epoca trovino lo stesso coraggio».

    Il sole caldo di fine aprile batte sulla terrazza di una bella villetta con giardino nei dintorni di La Spezia, però i racconti del padrone di casa mettono freddo.

    Antonio, è un nome di fantasia, oggi è un 64enne in pensione dopo una vita piena e felice dal punto di vista affettivo ed economico. A tormentarlo c´erano solo i ricordi di quei due anni, a cavallo del 1960, trascorsi nel seminario di Sarzana.

    «Pensi che, a parte la mia seconda moglie, di queste cose non ho parlato neppure con i miei figli. Me ne vergognavo. Però negli ultimi mesi, il moltiplicarsi delle notizie sui casi di pedofilia nella chiesa mi ha sconvolto e allo steso tempo dato la forza per provare a chiudere quel capitolo».
    Antonio così ha scritto una lettera al vescovo di La Spezia e un paio di mesi fa l´ha consegnata direttamente nelle mani del vicario, don Pier Carlo Medinelli. Due pagine per un salto nel tempo di 50 anni.

    «Oggi queste sono zone ricche ma all´epoca si faceva la fame. Io avevo un padre balordo e mia madre, credendo che sarei andato a star meglio, nel 1959 mi fece entrare in seminario. Ero uno dei piccoli, quelli delle medie, poi c´erano i liceali e gli studenti di teologia. Il primo anno trascorse senza approcci diretti. C´era però un prefetto, don F., che di notte girava nelle camerate, ci sollevava le coperte e guardava o toccava fra le gambe. Ricordo con ansia alcune volte che mi capitò ed ero sveglio. Stavamo tutti in silenzio per la paura». L´anno successivo il trauma.

    «Ero in infermeria per un influenza e fu lì che conobbi il chierico, don M., oggi lo chiamo il “mostro”, che poi era un chierico mai diventato sacerdote. Sapeva scegliere i bimbi più belli e sensibili, dai ribelli si teneva alla larga. Iniziò con carezze e discorsi sulla sessualità».
    Don Mostro si guadagnò la fiducia delle famiglie.
    «Veniva a prendermi a casa e mia madre era contenta. Aveva una Fiat Topolino e mi portava a Livorno, al mercatino americano. Nella pineta di Viareggio provò ad avere dei rapporti completi ma io rifiutai. Mi costrinse invece a masturbarmi alcune volte. Ma ad altri ragazzi del seminario andò molto peggio. Lo incontrai anche dopo che io uscii dal seminario. Ero andato in visita da mio fratello più piccolo al collegio dei Cerri, una frazione di Arcola, e me lo ritrovai davanti come sorvegliante».

    Una vita dopo, gli abusi e le molestie appaiono ancora più gravi perché legati ad un´aggravante sociale. «C´è una cosa che oggi mi fa ancora più male e che da bambino non potevo capire. Lì dentro eravamo tutti poveri. Eravamo figli di famiglie che sopravvivevano a fatica e allora approfittare di questa condizione di inferiorità è ancora più da vigliacchi».
    Antonio lasciò il seminario alla fine della terza media. «Mi ero rotto una gamba durante una gita in montagna sull´Appennino. Non mi portarono neppure in ospedale e ricordo che zoppicai a lungo. Un altro prefetto, don C., mi prendeva in giro di fronte ad altri compagni che erano i suoi “cocchi”. Un atteggiamento al limite del sadismo che subii un´altra volta. Eravamo in estate nelle Langhe. Durante la cena parlai con un tono ritenuto troppo alto e dovetti trascorrere tutta la notte all´aperto, in ginocchio».

    L´incontro si conclude con una passeggiata a Sarzana. Attraversiamo piazza don Dino Ricchetti, un sacerdote molto noto a Sarzana anche per via della deportazione nei campi di lavoro nazisti. Ma don Ricchetti fu anche rettore del seminario dal 1955 al 1965: «Non voglio accusare chi non può più difendersi – dice Antonio – ma mi pare strano che lui non avesse almeno dei sospetti». Antonio spiega di essere sempre rimasto un credente, e di aver compiuto questo passo per «smettere di vergognarmi di episodi di cui io ero la vittima».

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2010/05/04/news/il_seminario_della_vergogna_noi_violentati_e_umiliati-3804008/

  • Sarzana – Ex seminarista:«Ho subito abusi sessuali»

    Sarzana – Ex seminarista:«Ho subito abusi sessuali»

    4/05/10 SEC – Sarzana – Ex seminarista:«Ho subito abusi sessuali»

    Secolo XIX (on – line) – 04/05/10 – Pag. 18

    L’uomo,oggi 64enne, sposato, lo ha raccontato al Vescovo e al vicario

    SONDRA COGGIO

    ERA SOLTANTO un bambino, alla fine degli anni Cinquanta:ma la sola idea di addormentarsi, la sera, nel camerine del seminario di Sarzana, era diventata per lui una sorta di incubo. Perché c’era quel sacerdote, che di giorno sapeva mostrarsi tanto devoto, ma la notte “ispezionava” i ragazzini già spogliati sotto le lenzuola: e quelle mani, che si insinuavano languide laddove la decenza non consente, provocavano nel bimbo un forte disgusto. Sono passati tanti, tantissimi anni: ed ora quel dodicenne, che ha superato la sessantina, ha trovato la forza di dire tutto: e ha riversato sulla Curia spezzina il peso che si teneva dentro l’anima, tanto imbarazzante. L’accusa è molto semplice: ed è altrettanto turpe. Il seminario vescovile di Sarzana, avrebbe fatto da teatro ad atti di molestie sessuali: da parte di un religioso, almeno. Ma non solo. Secondo il racconto dell’uomo, che fino ad oggi aveva confessato il suo disgusto soltanto alla moglie, c’era almeno un’altra persona che sapeva: ed anzi, aggiungeva vergogna alla vergogna. Si trattava di un diacono: un altro adulto, dunque, che non solo avrebbe molestato i ragazzini, tutti figli di famiglie poverissime,masi sarebbe spinto oltre, chiedendo ai bambini di dar vota a squallide esibizioni masturbatorie, in sua presenza, e alla presenza di altri giovani coetanei. Due persone disturbate, insomma: e in qualche modo protette dalla santità dell’abito. Un’immagine che nella mente del pensionato è rimasta come una minaccia, che non l’ha mai abbandonato: al punto che solo adesso, ha trovato il coraggio di sollevare il velo del silenzio, e di rendere partecipe di quella bruttissima vicenda anche l’istituzione religiosa, che s’è trovata a dover affrontare questa situazione delicatissima. Prima, c’è stata sola una lettera: con la quale il pensionato ha fatto i primi cenni. Poi, l’incontro. E quando si è trovato di fronte il Vescovo, Monsignor Francesco Moraglia, ed il vicario Monsignor Piercarlo Medinelli, l’uomo ha confessato in lacrime il turbamento e il rammarico, per aver dovuto subire quelle attenzioni, così volgari e inopportune, in quello che avrebbe dovuto essere un contesto protetto, e al di sopra di ogni insidia. La Diocesi avrebbe mostrato rammarico e ferma condanna: di certo i tempi sono diversi, rispetto a quella fine degli anni Cinquanta. Oggi il nuovo corso dell’istituzione ecclesiale è indirizzato verso la denuncia, senza alcuna tolleranza per la promiscuità. Ma quando la confidenza è trapelata, le parole del pensionato hanno scatenato inquietanti interrogativi sulle identità del sacerdote e del diacono:e soprattutto su quanti possano essere stati i ragazzini costretti a subire molestie. Sulla veridicità del colloquio, avvenuto presso la Curia, è arrivata ieri l’immediata conferma della stessa Diocesi: assente il Vescovo, lontano dalla città, è toccato al vicario,don Piercarlo Madinelli, mostrare serenità e al tempo stesso fermezza, nell’assicurare “la massima trasparenza”. «Qualsiasi segnalazione esige rispetto e approfondimenti – ha spiegato – non ci sarà alcuna reticenza da parte della chiesa, che è stata investita soltanto oggi, a distanza di tanti anni, della testimonianza di questa persona: si tratta di delineare l’accaduto, e di riportarsi a quel lontano passato: il che purtroppo non rende agevole il compito». Poiché sull’entità delle confidenze del pensionato sono girati ieri dettagli diversi, alcuni molto pesanti, il Monsignore si è limitato ad accennare al fatto che “non risulta al momento una situazione di gravità paragonabile a fatti di pedofilia ben diversi”. Non si tratterebbe di violenze reiterate, insomma. Almeno stando alla versione relativamente “più leggera” che circolava ieri negli ambienti diocesani: secondo la quale a manifestare morbosità verso i ragazzi, sarebbe stato all’epoca un seminarista, e non un sacerdote. Si sarebbe trattato di un uomo giovane, che sarebbe stato per questa ragione poi allontanato dal seminario vescovile, proprio per evitare il perdurare degli abusi. Stando così le cose, il fatto sarebbe Dunque già stato ben noto all’interno dei vertici religiosi del tempo. Non un seminario degli “orrori”, dunque: ma una “mela marcia”, estratta per tempo dalla cesta. Si tratta di capire tuttavia se dietro le prime confessioni della vittima ci sia di più, rispetto a quanto confidato fin qui: o se la squallida vicenda fosse stata identificata già allora, e “sistemata”. In attesa che si facciano avanti altri di quei bambini, che potrebbero aver visto e saputo.

    http://www.valdimagranews.it/index.php?option=com_content&task=view&id=10916&Itemid=17