Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Ferrara

  • Enna, prete arrestato querela una giornalista: chiesto il sequestro del pc

    Enna, prete arrestato querela una giornalista: chiesto il sequestro del pc

    Il consiglio dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia esprime viva preoccupazione per il caso della collega Pierelisa Rizzo di Enna, querelata da don Giuseppe Rugolo, ai domiciliari e sotto processo per violenza sessuale, per avere riportato nel suo profilo Facebook una conversazione agli atti del processo nel quale il sacerdote è accusato di reati sessuali.

    Don Rugolo ha chiesto tramite i suoi legali il sequestro preventivo del profilo Facebook e dei dispositivi informatici della cronista. Secondo il consiglio dell’Ordine, iniziative di questo genere rischiano di intralciare l’attività professionale della giornalista che riferisce atti e fatti di pubblico interesse. Il consiglio esprime anche la propria netta contrarietà rispetto alla richiesta di sequestro di pc, telefoni, tablet e pen drive: strumenti fondamentali per il lavoro giornalistico, che possono peraltro contenere dati sensibili anche in relazione al rapporto tra la cronista e le fonti.

    Intanto sarà la Cassazione a stabilire se il post pubblicato sul profilo social di Rizzo, denunciata da Don Giuseppe Rugolo per diffamazione e pubblicazione di atti procedurali, dovrà essere oscurato. Rugolo aveva chiesto il sequestro dei supporti informatici delle pen drive e dei telefoni della giornalista e la cancellazione del post nel quale vengono mostrate le chat, a sfondo sessuale, intercorse tra il sacerdote ed un giovane della provincia di Ferrara. La Procura di Enna, però, non ha ritenuto di procedere al sequestro, le chat erano già contenute nell’ordinanza di arresto del sacerdote dell’aprile dello scorso anno, e si è appellata alla Cassazione sulla decisione del Gip di procedere all’oscuramento del post.

    ” E’ un chiaro tentativo di intimidazione per evitare che io possa continuare a scrivere su questa terribile vicenda – dice Rizzo – La denuncia sostiene che quelle chat sarebbero state lette, per la prima volta, in aula durante la scorsa udienza del 29 aprile, nel processo che si celebra a porte chiuse. In realtà io ho solo fatto il mio lavoro informando correttamente i lettori a fronte di testate giornalistiche e colleghi che, senza alcun fondamento, si ostinano a scrivere che nel pc di Rugolo non ci sono contenuti a sfondo sessuale. Per questo sto valutando, insieme ai miei avvocati, la possibilità di procedere per vie legali».

    https://enna.gds.it/articoli/cronaca/2022/05/27/enna-prete-arrestato-querela-una-giornalista-chiesto-il-sequestro-del-pc-04992f5b-2e3e-4d24-bc22-7db76d346816/

  • Ammesse la produzione delle registrazioni tra il vescovo Gisana dalle quali emerge chiaramente che Rugolo avesse ammesso i fatti

    Ammesse la produzione delle registrazioni tra il vescovo Gisana dalle quali emerge chiaramente che Rugolo avesse ammesso i fatti

    Ammesse la produzione delle registrazioni tra il vescovo Gisana e i genitori della parte offesa, dalle quali emerge chiaramente che Rugolo avesse ammesso i fatti dallo stesso nell’ambito di un’indagine dallo stesso espletata. È emerso inoltre come due monsignori ennesi a conoscenza della vicenda avessero taciuto su quanto a loro conoscenza sulle segnalazioni già effettuate dalla persona offesa.

    Ansa 29 apr 22 – Enna – Offrire denaro della Caritas, in contanti, in cambio del silenzio della vittima di violenza sessuale di Don Giuseppe Rugolo sarebbe stata una proposta della Diocesi di Piazza Armerina.

    A confermare la circostanza in aula, nel corso del processo che si celebra al Tribunale di Enna, presidente del collegio Francesco Pitarresi, contro il sacerdote, agli arresti domiciliari dall’aprile dello scorso anno, è stato l’allora capo della Squadra Mobile della Questura di Enna, Antonino Ciavola.

    Il dirigente sentito in aula, per oltre 4 ore, ha anche testimoniato come dalle carte emerga il diniego netto della vittima ad accettare questa proposta, che proveniva dal vescovo Rosario Gisana. Il giovane che, avrebbe subito violenza dal 2009 al 2013 avrebbe ritenuto questa proposta immorale e illecita.

    Tutte circostanze documentate dai materiali prodotti dalla parte civile che testimonierebbero l’offerta di 25 mila euro in contanti, dunque non tracciabili, da parte del vescovo Gisana al giovane in cambio del silenzio e il rifiuto della vittima ad accettare il denaro. In aula sono state lette anche alcune chat a sfondo sessuale intercorse tra Rugolo e giovani, alcuni anche ex alunni della scuola dove per anni il sacerdote ha insegnato, nonché con giovani residenti nel territorio di Ferrara.

    Rugolo avrebbe frequentato siti pornografici dove era possibile interagire attraverso la telecamera con altre persone. È stato, inoltre, ricostruito il modus operandi del prelato come modalità volta ad agganciare i giovani in condizione di fragilità psicologica, al fine di perseguire i suoi scopi di natura sessuale. Il sacerdote, che era presente in aula, è attualmente ristretto ai domiciliari al seminario di Ferrara.

  • Abusi, choc a Enna, soldi della Caritas per pagare il silenzio di una vittima violentata dal prete pedofilo

    Abusi, choc a Enna, soldi della Caritas per pagare il silenzio di una vittima violentata dal prete pedofilo

    Città del Vaticano – Offrire denaro della Caritas, in contanti, in cambio del silenzio della vittima violentata da don Giuseppe Rugolo: sarebbe stata questa la terrificante proposta della Diocesi di Enna-Piazza Armerina, in Sicilia.

    La circostanza è stata confermata in aula da Antonio Ciavola (allora capo della Squadra mobile di Enna e ora in servizio a Caltanissetta), nel corso del processo presieduto da Francesco Pitarresi che si celebra al tribunale di Enna e vede imputato il sacerdote Giuseppe Rugolo, agli arresti domiciliari da un anno.

    La notizia che arriva proprio nel giorno in cui Papa Francesco in Vaticano ha ricevuto la Commissione per la tutela dei minori, raccomandandosi di fare controlli annuali a tappeto per vedere se le conferenze episcopali nazionali stanno facendo progressi nel liberarsi delle mele marce, proteggere le vittime e agire in totale trasparenza.

    Il dirigente della Polizia di Stato, sentito in aula per oltre 4 ore, ha anche spiegato come dalle carte emerga il diniego netto della vittima ad accettare questa proposta che proveniva dal vescovo Rosario Gisana.

    Il giovane, che avrebbe subito violenza dal 2009 al 2013, avrebbe ritenuto questa proposta immorale e illecita. Tutte circostanze documentate dai materiali prodotti dalla parte civile che testimonierebbero l’offerta di 25 mila euro in contanti, dunque non tracciabili, in cambio del silenzio. In aula sono state lette anche alcune chat a sfondo sessuale intercorse tra Rugolo e alcuni anche ex alunni della scuola dove per anni il sacerdote ha insegnato, nonché con giovani residenti nel territorio di Ferrara dove il sacerdote era stato trasferito.

    Rugolo avrebbe frequentato siti pornografici dove era possibile interagire attraverso la telecamera con altre persone. È stato, inoltre, ricostruito il modus operandi del prelato e le modalità volte ad agganciare i giovani in condizione di fragilità psicologica. Il sacerdote, che era presente in aula, è attualmente ristretto ai domiciliari nel seminario di Ferrara.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_enna_prete_pedofilo_vittima_tribunale_papa_francesco_vescovo_gisana_rugolo_caritas-6658864.html

  • Gli abusi sessuali di don Rugolo a Enna, l’inchesta si allarga: chiesto il processo per il colonnello dei Cc Saverio Lombardi

    Gli abusi sessuali di don Rugolo a Enna, l’inchesta si allarga: chiesto il processo per il colonnello dei Cc Saverio Lombardi

    La procura di Enna ha chiesto il rinvio a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità per il colonnello dei carabinieri di Enna, Saverio Lombardi ora trasferito a capo ufficio del personale a Lecce.

    È emerso nel corso dell’udienza del processo, ieri a tarda sera, che si celebra al Tribunale ennese, contro il prete Giuseppe Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile dello scorso anno, per violenza sessuale a danno di minori. Durante l’inchiesta che riguardava le violenze su un minore sono emersi altri due casi. Per la prima volta, dall’inizio del processo, in aula era presente l’imputato.

    Nel corso dell’udienza sono stati sentiti gli ufficiali di pg che hanno confermato che il colonnello Lombardi avrebbe consigliato al Vescovo Rosario Gisana di cambiare avvocato per un presunto coinvolgimento di questo in indagini per associazione mafiosa, in cambio dell’appoggio dell’alto prelato per diventare cavaliere del Santo Sepolcro.

    È il colonnello Lombardi a chiamare il vicario del vescovo, Nino Rivoli, e annunciare una sua visita per la vicenda Rugolo. Lombardi si sarebbe recato di sera ed in borghese all’episcopio. Il fatto non è sfuggito agli inquirenti e la procura ha convocato il vescovo Gisana il quale ha confermato che Lombardi era andato a trovarlo per consigliare di cambiare avvocato. «Mi disse – ha affermato il vescovo- che era meglio che cambiassi avvocato perché quello che avevo scelto poteva essere finito dentro un’inchiesta per mafia».

    Nell’udienza gli investigatori della polizia di Stato che hanno testimoniato hanno raccontato di foto e chat a sfondo sessuale sequestrati nei supporti informatici a don Giuseppe Rugolo. Dalle intercettazioni, sulle quali hanno riferito gli ufficiali di P.G., emerge che tra i prelati della diocesi di Piazza Armerina fosse diffuso il timore che fossero in corso le intercettazioni. L’analisi dei dati informatici confermerebbe che il sacerdote intratteneva rapporti sessuali con giovani, anche dopo il suo trasferimento a Ferrara, nonché con giovani che erano stati suoi alunni in istituti scolastici di Enna.

    Da una registrazione fatta dallo stesso imputato, nel corso di un incontro con il vescovo Gisana, viene fuori come quest’ultimo fosse disponibile ad elargire somme di denaro per soddisfare tutte le esigenze di natura economica dell’imputato che veniva anche informato delle iniziative legali della vittima da parte della Diocesi. A conferma di questo, tra i file rinvenuti all’interno dei supporti informatici sequestrati, è stata trovata la denuncia consegnata dalla vittima nelle mani del Vescovo, che doveva avere natura strettamente riservata. Nel corso dell’udienza è emerso che il vescovo Gisana era già stato informato prima della denuncia della parte offesa, delle presunte violenze sessuali di Rugolo a danno di altri giovani.

    https://www.lasicilia.it/cronaca/news/gli-abusi-sessuali-di-don-rugolo-a-enna-l-inchesta-si-allarga-chiesto-il-processo-per-il-colonnello-dei-cc-saverio-lombardi-1513442/

  • Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    ROMA-ADISTA. La Cei istituisca una commissione indipendente che indaghi sulla pedofilia del clero in Italia. Lo chiede ai vescovi un nutrito gruppo di teologi e teologhe italiane, in un appello pubblicato su Settimana News.

    «La complessa vicenda degli abusi segna la vita ecclesiale di quest’epoca e ci interroga profondamente – si legge nella lettera -. La vastità delle questioni in gioco pone domande radicali, non solo riguardo all’origine di questo male, alla cura per le vittime e al bisogno di redenzione, ma anche all’esercizio del potere e alla connessione così odiosa tra l’abuso dei corpi e l’abuso delle coscienze.

    In tale complessità vi è, però, un’evidenza: la vicenda epocale rimette in discussione un modo superficiale di declinare la tensione evangelica tra il pensiero del mondo e il pensiero di Dio: quello che identifica il primo con la cultura laica e secolarizzata e il secondo con la Chiesa cattolica che, divenuta minoritaria, avrebbe con ciò il compito di ergersi a principio critico della contemporaneità e di continuare, così, la sua opera di evangelizzazione.

    Tale semplificazione ha una storia antica, ma mostra oggi tutta la sua ambiguità. Proprio attorno alla vicenda degli abusi compiuti da membri del clero su minori, emerge come sia stata la pressione esercitata dal mondo a spingere la Chiesa cattolica a dover fare chiarezza al suo interno e a rendere conto pubblicamente della sua opera.

    Il paradigma mondo/Chiesa si trova così, in qualche modo, capovolto: ragioni apparentemente laiche, ma in realtà radicalmente umane (coltivate con passione anche da molti cattolici di ogni stato di vita), come il bisogno di giustizia, la cura per l’infanzia, l’indignazione nei confronti di chi la tradisce, hanno mostrato alla Chiesa cattolica un male che la riguarda e hanno avviato un cammino di conversione di fronte a cui (benché ancora ai primi passi) non può più tirarsi indietro.

    Ciò che tutti noi, oggi, guardiamo con doloroso stupore, è proprio l’incapacità del corpo ecclesiale (in particolare nella sua componente ministeriale) di accorgersi del male e di farvi fronte. Le ricadute di questa scoperta sono ancora tutte da comprendere e, come teologi e teologhe, non verremo meno a questo compito.

    Una, tuttavia, è da subito evidente: la Chiesa cattolica deve oggi guardare con gratitudine quella parte della società civile e della cultura contemporanea che, con responsabilità, la mette di fronte al suo peccato e alle sue incoerenze. Nonostante tutti i limiti evidenti dell’epoca, scopriamo la sua capacità di evangelizzarci proprio mentre, umilmente, cerchiamo di annunciare il Vangelo di Gesù.

    Di questo sguardo di giudizio, abbiamo ancora bisogno. Proprio per questa ragione riteniamo che la scelta di attingere a componenti interne al mondo ecclesiale per comprendere il fenomeno, non sia in alcun modo in grado di rispondere ai «segni dei tempi». Non si tratta solo della saggezza di fugare fin da principio l’ombra di qualsiasi vischiosa commistione fra chi indaga e chi è indagato: si tratta, invece e in primo luogo, di un’occasione persa per interpretare l’emergere di un nuovo paradigma della contemporaneità, in virtù del quale la Chiesa stessa si mette in ascolto del mondo delle donne e degli uomini, per poter essere più fedele al Vangelo di Gesù.

    Al contrario, il coraggio con cui alcune conferenze episcopali hanno umilmente riconosciuto l’autorevolezza di uno sguardo indipendente, ha una forza profetica che annuncia una conversione irrevocabile. Per questo motivo, chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappiano assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi».

    Firmatari:

    Roberto Maier (Università Cattolica del Sacro Cuore); Andrea Grillo (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Cristina Simonelli (ISSR San Zeno, Verona – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Marcello Neri (Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione “Giuseppe Toniolo”, Modena); Sergio Tanzarella (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Giuseppe Ruggieri (Studio Teologico di Catania – Università Milano Bicocca); Antonio Sichera (Università di Catania); Ernesto Borghi (ISSR Guardini, Trento – Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Umberto Rosario del Giudice (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Maria Cristina Bartolomei (Università Statale, Milano);Ursicin Derungs (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Selene Zorzi (Istituto Teologico Marchigiano); Enzo Biemmi (Pontificia Università Lateranense); Claudio Margaria (ISST STI, Fossano); Luca Margaria (ISST STI, Fossano); Marco Gallo (ISST STI, Fossano); Ivo Seghedoni (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Luca Palazzi (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Massimo Faggioli (Villanova University, USA); Marinella Perroni (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Giuseppe Savagnone (LUMSA, Palermo); Fabrizio Mandreoli (Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna); Gaia De Vecchi (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alberto Maggi (Centro Studi Biblici Vannucci, Montefano); Vittorio Berti (Università di Padova); Brunetto Salvarani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Riccardo Saccenti (Università degli Studi, Bergamo); Simone Morandini (Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia); Basilio Petrà (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, Firenze); Serena Noceti (ISSR della Toscana); Antonio Autiero (Università di Münster, Germania); Donata Horak (Studio Teologico Alberoni, Piacenza); Matteo Cavani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Silvia Zanconato (Scuola di Teologia Laura Vincenzi, Ferrara); Leonardo Paris (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica del Triveneto); Paolo Gamberini (Cappella Universitaria La Sapienza, Roma); Anna Carfora (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Napoli); Alessandro Cortesi (ISSR della Toscana Santa Caterina da Siena); Gianni Criveller (Studio Teologico Missionario del PIME, Monza); Giuseppe Noberasco (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alessandro Picchiarelli (Scuola Interdiocesana di Formazione Teologica, Foligno); Riccardo Battocchio (Facoltà Teologica del Triveneto); Grazia Tagliavia (Università di Palermo); Marco Campedelli (ISSR San Pietro Martire, Verona); Lucia Vantini (ISSR e Studio Teologico di Verona); Simona Segoloni Ruta (Istituto Teologico di Assisi)

    https://www.adista.it/articolo/67687

  • Intervento di Antonio Messina – Caso don Giuseppe Rugolo – Rete L’ABUSO – #ItalyChurchToo

    Intervento di Antonio Messina – Caso don Giuseppe Rugolo – Rete L’ABUSO – #ItalyChurchToo

    Un caso emblematico è quello di Antonio Messina (Enna): «Ho subito abusi tra il 2009 e il 2013, con una coercizione psicologica che spesso è difficile da riconoscere.

    Ne sono uscito da solo, con il supporto della mia famiglia. Già l’anno dopo denunciai quanto subito da don Giuseppe Rugolo che all’epoca era seminarista ma che perpetrò abusi anche da sacerdote. Ne parlai col parroco che non mi credette, fui sottoposto a un incontro con lo stesso Rugolo. Negli anni degli abusi stavo compiendo un cammino di discernimento vocazionale che fu probabilmente l’elemento che permise a don Rugolo di avvicinarmi.

    Mi venne chiesto anche da un altro sacerdote, mons. Vincenzo Murgano, che era un po’ il mio direttore spirituale, di allontanarmi dalla mia città, di dimenticare». Messina si rivolse a un altro parroco, convinto che sia «importante combattere anche per il sogno di una Chiesa diversa». Fu l’unico che lo aiutò a denunciare tutto al vescovo, mons. Rosario Gisana, che già aveva ricevuto istanze di altre vittime: «Ma mi sono reso conto che la Chiesa non è in grado di affrontare questo problema. Il vescovo dapprima pensò di al- lontanare il prete dalla diocesi, poi tentò di comprare il mio silenzio con una somma che veniva dalle casse della Caritas diocesana, proposta in modo illecito con pagamenti in nero e con una clausola di riservatezza da sottoscrivere. Il prete fu trasferito a Ferrara dove continuò ad avere contatti con ragazzi.

    Non potevo vivere serenamente l’idea che altri giovani potessero vivere quello che avevo vissuto io, nessun aspetto risarcitorio può restituire ciò che è stato tolto, far recuperare appieno anche la propria vita relazionale e di affetti, ma se possiamo fare in modo che questo non succeda ad altri, queste brutte storie possono quanto meno servire a cambiare qualcosa nella Chiesa e nella società. Il processo è già iniziato, a marzo inizierà anche il dibattimento, ma il vescovo Gisana è sempre vescovo della diocesi e dopo che gli comunicai nel 2018 che mons. Murgana mi aveva chiesto di dimenticare, questo sacerdote è stato messo a capo del servizio di tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina, incarico che ricopre tutt’oggi nonostante sia emersa la sua omertà e nelle intercettazioni il suo diretto coinvolgimento con il sacerdote Rugolo che ora è a Ferrara agli arresti domiciliari nel seminario, dunque in un contesto non di isolamento. Speriamo ora di ottenere giustizia».

  • #italychurchtoo: nasce il coordinamento di associazioni per la lotta agli abusi

    #italychurchtoo: nasce il coordinamento di associazioni per la lotta agli abusi

    40973 ROMA-ADISTA. Si è svolta il 15 febbraio, alla presenza di circa 70 giornalisti accreditati dell’informazione nazionale e internazionale, la presentazione online del Coordinamento di associazioni contro l’abuso nella Chiesa cattolica, di cui Adista fa parte insieme a Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne (OIVD), Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, Left.

    Uno strumento di pressione

    Si è trattato di un momento storico perché, ha detto Ludovica Eugenio, responsabile di Adista nella presentazione, «nel contesto della lotta contro gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa cattolica, hanno deciso di unire le forze diverse realtà, ognuna dalla propria angolatura e con le proprie risorse: espressione del laicato cattolico impegnato per il cambiamento; della voce delle vittime; dell’informazione come servizio alla cittadinanza e strumento di trasformazione». Uno strumento, il Coordinamento, «di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime», voluto da gruppi di donne impegnate a vario titolo nella Chiesa cattolica e fuori di essa, con l’unica priorità di dare voce alle vittime e di chiedere strumenti in grado di garantire che nessuna persona debba mai più attraversare questo abisso».

    In molti Paesi del mondo si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile». In Italia invece, ha detto ancora Eugenio, «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine».

    Il Coordinamento lavorerà «per promuovere richieste concrete, sollecitando la Chiesa cattolica a operare un cambio di mentalità e a fare luce sul passato, a guardare in faccia la realtà assumendosi le proprie responsabilità degli abusi, degli insabbiamenti e dell’abbandono delle vittime, restate senza ascolto e senza risarcimento. E facendo richieste allo Stato, ai rappresentanti dei cittadini in Parlamento, alle istituzioni, nonché operando sul piano della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, della presentazione di richieste precise e del monitoraggio dell’operato degli interlocutori istituzionali».

    La collaborazione della Chiesa

    «Come Coordinamento – ha detto Paola Lazzarini, presidente di Donne per la Chiesa – chiediamo che la Conferenza Episcopale Italiana affidi quanto prima a una commissione indipendente un’indagine sugli abusi compiuti all’interno della Chiesa. Chiediamo che a presiederla sia persona di specchiata integrità e indipendenza dalle parti interessate. Chiediamo che sia una indagine che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi, di analisi documentale (per i quali è necessario che siano aperti tutti gli archivi di diocesi, conventi, monasteri) e anche aprendo canali nuovi di ricezione per l’ascolto delle vittime». «Chiediamo che tale indagine sia condotta esclusivamente sulla realtà degli abusi nella Chiesa Cattolica italiana, così da non rendere indefiniti i risultati, ma anzi da rappresentare un modello di lavoro su una questione così complessa e delicata, da poter essere poi replicato, con opportuni aggiustamenti anche per altre istituzioni e agenzie educative (famiglie, scuola, mondo dello sport e del volontariato). Chiediamo che tale indagine affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani a tutela dei minori, elaborando una propo- sta alternativa per la prevenzione di futuri abusi all’interno della Chiesa. Chiediamo inoltre che le vittime e le loro famiglie siano risarcite per i danni subiti, pur nella consapevolezza che nessun risarcimento potrà mai colmare la sofferenza inflitta». Tutto questo per «allineare l’operato della Chiesa italiana a quello di altre conferenze episcopali e singole diocesi, spazzando via ogni dubbio relativo alle reticenze che l’episcopato italiano potrebbe avere riguardo all’emersione di tutta la verità (per quanto dolorosa) che si cela sotto il numero, comunque già significativo, di casi noti. È necessario che le responsabilità personali siano accertate e rese note, a tutti i livelli: la Chiesa cattolica è una Chiesa gerarchica, nella quale è molto chiara la catena di comando, eppure quando si parla di abusi le responsabilità personali diventano fumose, questo non dovrebbe più accadere e non per una qualche foga giustizialista, ma per una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni alle quali tutte e tutti siamo chiamati. Come battezzate e battezzati, credenti, madri, padri, educatori, professionisti, cittadine e cittadini abbiamo la necessità di vedere la Chiesa italiana compattamente orientata a un’operazione senza ombre e senza sconti».

    Le anomalie giuridiche italiane

    «La Rete L’Abuso con 1.400 casi all’attivo da 12 anni è l’unico osservatorio di dati esistente in Italia», ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso. «Lavoro lungo e difficile, che non sarebbe spettato a noi, costato al sottoscritto decine di querele ma nel vuoto purtroppo ci siamo dovuti assumere l’impegno, per poter tutelare altri. Oggi siamo rappresentanti per l’Italia di ECA Global, presente in 42 Paesi, riconosciuti presso Nazioni Unite». Recenti casi di abusi dimostrano come gli sforzi di papa Francesco (in particolare con il motu proprio Vos estis lux mundi) si siano rivelati inutili, prosegue Zanardi: i vescovi non obbediscono alle prescrizioni ma non vengono puniti. Leggi deboli hanno favorito il trasferimento in Italia dei pedofili. Una commissione della Chiesa anche se perfetta oggi non è più credibile, ne serve una indipendente che assicuri imparzialità. L’imputato non può fare anche da giudice.

    «In Italia – ha spiegato Zanardi – la situazione è complessa in confronto ad altri Paesi; El País ha raccolto 250 casi in 7 decenni, la magistratura ha aperto un’indagine autonoma. In Italia il database della Rete l’Abuso dimostra 360 casi in 15 anni. Serve dunque un intervento dello Stato. Il Rapporto CIASE in Francia parla di 216.000 vittime e 3.000 preti coinvolti; in Francia i preti sono 22.000, in Italia 52.000; se la percentuale media del mondo è di 7-8% di preti pedofili, in Italia sono stimati un milione. Serve adeguare le leggi; sono state avanzate istanze allo Stato e all’ONU, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine e salta la prevenzione». Serve poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia (che il datore di lavoro è obbligato a richiedere ai neoassunti nel campo di attività con minori), applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori; la prescrizione, poi, «non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima»; si chiede al legislatore «di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco al catechista, a chiunque abbia dei sospetti ». Sarebbe già una svolta. Paradossalmente la soluzione risolverebbe ostacoli posti dai Patti lateranensi come l’art. 4. Se oggi il papa introducesse per i vescovi italiani l’obbligo di denuncia, questi non saprebbero come procedere. Bisogna inoltre attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime. Gli sportelli diocesani non sono conformi alla Convenzione di Lanzarote, che prevede che la vittima, quando viene sentita in un tribunale, anche in quelli diocesani, sia accompagnata da un medico che ne attesta anche l’attendibilità. Nei tribunali diocesani non si portano neanche gli avvocati».

    La voce delle vittime

    Centrale, nella presentazione del Coordinamento, è stata la testimonianza di alcune vittime. Cristina Balestrini, del Comitato Vittime e Famiglie, sezione dell’Associazione Rete L’Abuso. «Oltre ad essere mamma di una vittima, cattolica e praticante, all’interno dell’Associazione Rete L’Abuso ho dato la di- sponibilità per l’ascolto e il supporto ai genitori di altre vittime, con la consapevolezza che solo chi ci è passato può comprendere nel profondo ciò che vive una famiglia che ha subìto questo dramma. Infatti, ciò che non emerge dalle cronache è il dopo, la fatica di portare un macigno che non si risolve dopo l’atto di violenza. Il Disturbo da stress Post Traumatico – di cui soffrono tutte le vittime di abusi sessuali anche se non diagnosticato – non è una passeggiata: condiziona il presente e il futuro, e va trattato con competenza e tantissima pazienza e amore».

    La Chiesa in Italia, ha proseguito Balestrini, «non ha nessuna competenza in merito alla gestione degli abusi, né da un punto di vista legale (per ottenere che ciò non avvenga più fermando il prete, denunciandolo, aiutandolo ad affrontare responsabilmente il reato che ha commesso), né per ottenere giustizia e risarcimento alla vittima che ha subìto un danno, né da un punto di vista psicologico per offrire supporto alle vittime. La Chiesa «non tutela le vittime, anzi, e nei tribunali civili, la Chiesa difende il prete, non le vittime: sta dall’altra parte. Questo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle». Da un punto di vista psicologico, poi «le vittime sono allontanate dalla Chiesa e questo lo dico con grande dolore, da cattolica. Il nostro parroco ci ha invitati a “non sputare nel piatto in cui mangiamo”. Abbiamo risposto che sono dieci anni che cerchiamo di svuotare quel piatto dal vomito che annusiamo».

    È intervenuto poi Erik Zattoni, 40 anni, figlio del prete pedofilo stupratore Pietro Tosi deceduto nel 2014: «Mia madre è stata stuprata a 14 anni da don Pietro Tosi, da quello stupro sono nato io. Nonostante le minacce mia madre denunciò don Tosi, prima al vescovo Filippo Franceschi (“non dire a nessuno di questo episodio, sarebbe un grande scandalo per la Chiesa”, fu la risposta) poi alle autorità ». La famiglia fu sfrattata dall’abitazione, di proprietà della diocesi estense; nel 2010, dopo anni, don Tosi è stato portato in tribunale. «L’esame del dna e la sua confessione hanno confermato che era mio padre biologico», ma nonostante questo e la confessione di don Tosi, questi ha continuato a fare il prete fino a settembre 2012 (anno del pensionamento). «Sono passati 3 papi, 5 vescovi, prefetti della Congregazione per la Dottrina della Fede (Ratzinger era prefetto quando nel 1985 dal Vaticano mandarono un avvocato da mia madre per “calmare le acque”) e questo signore è morto da prete». Una richiesta di incontro a papa Francesco è caduta nel vuoto: il papa era «l’unica persona in grado di punire don Tosi riducendolo allo stato laicale, in quanto il reato di abuso sessuale era prescritto, ma non ho avuto risposta. Alla fine come mi aveva detto telefonicamente una persona della Congregazione per la Dottrina della Fede, “lui è prete e morirà prete”». «Bisogna agire in maniera importante e decisa contro queste persone, servono fatti, altrimenti non cambierà mai nulla. Io non sono una vittima, mia madre lo è e glielo leggo negli occhi ogni giorno, la sua vita non è stata più la stessa da quel momento. A volte mi vergogno a farmi vedere da lei perché so di ricordarle quel momento, so di essere figlio di uno stupro. Io mi considero una vittima indiretta, è importante far sapere che ci siamo anche noi, è importante non dimenticarci».

    Un caso emblematico è quello di Antonio Messina (Enna): «Ho subito abusi tra il 2009 e il 2013, con una coercizione psicologica che spesso è difficile da riconoscere. Ne sono uscito da solo, con il supporto della mia famiglia. Già l’anno dopo denunciai quanto subito da don Giuseppe Rugolo che all’epoca era seminarista ma che perpetrò abusi anche da sacerdote. Ne parlai col parroco che non mi credette, fui sottoposto a un incontro con lo stesso Rugolo. Negli anni degli abusi stavo compiendo un cammino di discernimento vocazionale che fu probabilmente l’elemento che permise a don Rugolo di avvicinarmi. Mi venne chiesto anche da un altro sacerdote, mons. Vincenzo Murgano, che era un po’ il mio direttore spirituale, di allontanarmi dalla mia città, di dimenticare». Messina si rivolse a un altro parroco, convinto che sia «importante combattere anche per il sogno di una Chiesa diversa». Fu l’unico che lo aiutò a denunciare tutto al vescovo, mons. Rosario Gisana, che già aveva ricevuto istanze di altre vittime: «Ma mi sono reso conto che la Chiesa non è in grado di affrontare questo problema. Il vescovo dapprima pensò di al- lontanare il prete dalla diocesi, poi tentò di comprare il mio silenzio con una somma che veniva dalle casse della Caritas diocesana, proposta in modo illecito con pagamenti in nero e con una clausola di riservatezza da sottoscrivere. Il prete fu trasferito a Ferrara dove continuò ad avere contatti con ragazzi. Non potevo vivere serenamente l’idea che altri giovani potessero vivere quello che avevo vissuto io, nessun aspetto risarcitorio può restituire ciò che è stato tolto, far recuperare appieno anche la propria vita relazionale e di affetti, ma se possiamo fare in modo che questo non succeda ad altri, queste brutte storie possono quanto meno servire a cambiare qualcosa nella Chiesa e nella società. Il processo è già iniziato, a marzo inizierà anche il dibattimento, ma il vescovo Gisana è sempre vescovo della diocesi e dopo che gli comunicai nel 2018 che mons. Murgana mi aveva chiesto di dimenticare, questo sacerdote è stato messo a capo del servizio di tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina, incarico che ricopre tutt’oggi nonostante sia emersa la sua omertà e nelle intercettazioni il suo diretto coinvolgimento con il sacerdote Rugolo che ora è a Ferrara agli arresti domiciliari nel seminario, dunque in un contesto non di isolamento. Speriamo ora di ottenere giustizia».

    Un database dei casi italiani

    Nel corso della conferenza stampa, Federico Tulli di Left ha presentato l’iniziativa del settimanale di pubblicare, con la collaborazione della Rete L’Abuso, un database di tutti i casi italiani.

    «Il nostro settimanale ha sempre dato attenzione al problema degli abusi su minori e donne», ha detto Tulli. «Proprio questa settimana verrà inaugurato il database di Left che raccoglierà i casi di abusi su minori nella Chiesa cattolica in Italia, il primo realizzato nel nostro Paese da una testata giornalistica in collaborazione con la Rete l’Abuso. Questo per sopperire a una grave mancanza, quella di una mappatura, mai realizzata né dalla chiesa né dallo Stato, su questo fenomeno criminale. Una inaccettabile disattenzione da parte della politica e delle istituzioni nei confronti della sicurezza e della salute psicofisica dei bambini». «Abbiamo lavorato – ha continuato – su fonti originali, su fonti d’agenzia e giornalistiche e ci avvaliamo del contributo di esperti di varie discipline, avvocati, magistrati, psichiatri, psicoterapeuti e anche di storici. Per poter affrontare seriamente questa piaga è determinante essere chiari, soprattutto con l’opinione pubblica, su cosa sia la pedofilia, su quali siano le radici di questo fenomeno diffuso non solo nella Chiesa ma anche nella società laica. Si tratterà dunque di una mappatura in tempo reale. Stanno già arrivando segnalazioni di nuovi casi, ma anche di un viaggio a ritroso nel tempo per capire cosa sia la pedofilia e poterla affrontare. Left dà la propria massima disponibilità a contribuire al lavoro del Coordinamento».

    Una questione di giustizia

    La conferenza stampa – che ha visto anche la partecipazione di Anne Soupa, presidente del Comité de la Jupe a Parigi, che si batte per i diritti nella Chiesa, e Marilde Iannotti di Voices of Faith, organismo attivo sul piano dei diritti delle donne nella Chiesa e sugli abusi delle religiose – si è conclusa con un ultimo intervento di Marzia Benazzi (OIVD): «Siamo partite con la nostra sensibilità di donne, occupandoci già degli abusi contro le religiose, nella convinzione che tutti gli aspetti degli abusi nella Chiesa siano originati da una condizione endemica fondante: dalla visione sessista e patriarcale dominante. Il muro del silenzio sarà duro da abbattere. Questo coordinamento riunisce una pluralità di richieste che sono dovute alle esperienze: c’è chi crede ancora che ci possa essere una trasformazione nella Chiesa, c’è chi no, in una visione di vita vissuta e di sofferenze, ma siamo accomunati dalla determinazione a far sì che nulla resti intentato, perché non è una questione di credenti non credenti ma una questione di giustizia: non possiamo più accettare che tutto questo sia obnubilato o negato. Per far questo abbiamo bisogno di alleati nei giornalisti e giornaliste a cui chiediamo di sostenerci in questa azione perché l’Italia è sorda per un protervo ossequio alla cultura clericale, e non ha mai visto la nascita di una vera laicità dello Stato. Tenete alta l’attenzione, perché la laicità si esprime nella giustizia».

    https://www.adista.it/articolo/67577

  • Prete accusato di pedofilia, via alla trascrizione delle intercettazioni

    Prete accusato di pedofilia, via alla trascrizione delle intercettazioni

    Sessanta giorni. È il tempo che i due periti nominati dal tribunale di Enna avranno a disposizione per analizzare e trascrivere le intercettazioni a carico di don Giuseppe Rugolo, il sacerdote arrestato a Ferrara il 27 aprile dello scorso anno con l’accusa di violenza sessuale aggravata su minori.

    Ieri, nel corso di un’udienza tenuta in via telematica, alla quale ha partecipato anche l’avvocato ferrarese Denis Lovison, che insieme al collega Antonino Lizio costituisce il collegio difensivo del prete, sono stati consegnati ai periti, Melania Irene e Tiziana Vita, i materiali sui cui lavorare, ovvero i cd contenenti le intercettazioni.

    La parte civile – il giovane che all’epoca dei fatti era minorenne e che ha fatto partire tutto con la sua denuncia, assistito dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica – ha nominato un proprio consulente (Antonio Olivieri).

    Da quanto emerso finora, nelle intercettazioni sono chiamati in causa anche esponenti del clero locale, tra cui il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana, che si dimostra a conoscenza della vicenda prima ancora che scoppiasse il caso.

    La prossima udienza è fissata al 10 marzo, quando verranno sentiti i primi testimoni.

    Prete accusato di pedofilia, via alla trascrizione delle intercettazioni

  • Le vittime dei preti pedofili italiani chiedono un’indagine sugli abusi nella Chiesa cattolica

    Le vittime dei preti pedofili italiani chiedono un’indagine sugli abusi nella Chiesa cattolica

    Sofia Barbarani – Quando Antonio Messina ha trovato il coraggio di dire alla sua chiesa locale in Sicilia che un prete in formazione lo aveva abusato sessualmente per diversi anni mentre era un adolescente, il giovane si aspettava di essere creduto e sostenuto.

    Invece, Messina fu licenziato come bugiardo e il seminarista cattolico fu rapidamente trasferito a Ferrara, nel nord Italia, dove fu ordinato sacerdote. Il sacerdote in questione – Giuseppe Rugolo – avrebbe continuato ad abusare di altri tre bambini.

    Rugolo è stato arrestato l’anno scorso e accusato di aver abusato dei bambini affidati alle sue cure. Ha negato le accuse a suo carico.
    Più di sette anni dopo la sua prima affermazione, Messina, che ora ha 28 anni, parla di nuovo, questa volta come parte di un movimento.

    Martedì si è unito alla presentazione online dell’hashtag #ItalyChurchToo e al lancio di ‘Beyond the Great Silence’, un’iniziativa di nove organizzazioni cattoliche e laiche che mira a fare ciò che nessuno ha fatto prima in Italia: convincere la Chiesa cattolica a avviare un’indagine indipendente sugli abusi sessuali su minori.
    Messina è una delle almeno 360 persone in Italia che sono state abusate sessualmente da un prete cattolico negli ultimi 15 anni, secondo Rete l’Abuso (The Abuse Network) senza scopo di lucro, secondo cui è probabile che il numero reale sia molto più alto .

    “Se possiamo, in un modo o nell’altro, evitare che ciò accada ad altri, allora queste storie orribili possono almeno servire a cambiare qualcosa”, ha detto Messina dopo aver raccontato la sua storia durante l’evento di lancio.
    Altri paesi europei, tra cui Francia, Germania, Belgio, Irlanda e Portogallo, hanno in corso indagini sui presunti crimini e sono riusciti in una certa misura a portare alla luce i predatori all’interno delle loro chiese.

    La scorsa settimana, una commissione in Portogallo – finanziata principalmente dalla Chiesa cattolica – ha affermato che oltre 200 presunte vittime nate tra il 1933 e il 2006 si erano fatte avanti dal suo lancio un mese fa.
    Ma in Italia, un paese in cui la chiesa continua a detenere un potere immenso e dove le istituzioni, così come i privati, hanno talvolta ignorato o coperto le malefatte del clero, il cambiamento tangibile sembra per alcuni una possibilità lontana.

    “La situazione in Italia è drammatica”, ha affermato Francesco Zanardi di Rete l’Abuso, un’organizzazione che ha monitorato e sensibilizzato sugli abusi dei clericali e uno dei gruppi dietro “Oltre il grande silenzio”.
    Zanardi è stato violentato da Nello Giraudo, sacerdote a Savona, quando aveva 13 anni.
    Il sacerdote ha perseguitato le sue vittime durante il periodo cardinalizio di Joseph Ratzinger, e poi come papa Benedetto XVI, e ha scontato poco più di un anno di carcere nel 2012 per abusi su un minore. Giraduo lasciò il sacerdozio dopo la sua scarcerazione.

    Dopo anni di abusi Zanardi si è dedicato alla droga, la sua relazione è andata in pezzi e si è ritrovato solo. Fino al 2010, quando fonda Rete l’Abuso.
    Da allora ha sostenuto che la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) avvii un’indagine simile a quella di altri paesi europei, approfondita e completamente indipendente dalla Chiesa.
    “Non interno, come scandalosamente suggerito dall’Italia”, ha detto.

    Gualtiero Bassetti, dimessosi a maggio da capo della Cei, si è recentemente espresso a favore di un’indagine interna.
    La Cei – cui spetta tra l’altro decidere se chiedere alla chiesa di aprire un’indagine – è stata contattata da The Independent ma non si è resa disponibile per un colloquio entro la scadenza.

    Un portavoce ha affermato che la conferenza non ha seguito il lancio della campagna dei sopravvissuti poiché era incentrata sul possibile referendum sulla depenalizzazione del suicidio assistito, bloccato martedì dalla Corte costituzionale italiana.

    Alcune vittime ripongono la loro speranza di cambiamento nel successore di Bassetti, anche se molte altre affermano che non si fiderebbero mai di un’indagine interna della conferenza.
    Ma il controllo e le richieste di giustizia devono estendersi oltre la chiesa, ha detto Zanardi.
    “Mi chiedo dove siano i politici, dove siano il parlamento, lo stato e il sistema giudiziario, dove sia il ministero dell’Interno, dove sia il garante per la protezione dei bambini”, ha detto a The Independent.
    Forse ancora più importante, il 50enne sopravvissuto incolpa fermamente i media italiani per aver chiuso un occhio e non aver trattato l’argomento.

    “In particolare punto il dito contro di loro”, ha aggiunto. “Il governo può essere negligente, ma se la stampa informa i cittadini, allora possono mobilitarsi, purtroppo non ci sono informazioni”.
    Oltre alla necessità di un’indagine indipendente e di una maggiore copertura mediatica, c’è la necessità di una nuova legislazione. La legge italiana ha a volte ostacolato, anziché aiutato, la battaglia contro gli abusi sessuali sui minori.

    L’uso della legge sulla prescrizione in Italia significa che le autorità non possono perseguire un reato se viene denunciato dopo un certo numero di anni, e lo faranno solo se una nuova vittima entro il termine prescritto denuncia lo stesso reato. Questo a sua volta aiuta a spianare la strada ai pedofili per continuare a depredare i bambini, secondo i gruppi della campagna.
    In Italia, 160 dei 52.000 sacerdoti del Paese sono stati giudicati colpevoli di abusi sessuali negli ultimi 15 anni. Tuttavia, si stima che circa 170 sacerdoti accusati siano scomparsi, secondo una ricerca condotta da The Abuse Network.

    In un’intervista al Times questa settimana, padre Hans Zollner, un alto funzionario vaticano e il principale esperto di abusi del papa, ha definito l’Italia un “vaso di Pandora” di abusi sessuali nascosti da parte di sacerdoti.

    Ma mentre il Vaticano è notoriamente lento quando si tratta di riparare i propri torti, alcuni membri della chiesa sentono che si sta dirigendo nella giusta direzione.
    “La realtà è ovviamente triste, se si guarda al passato, ovviamente è un record di innumerevoli vite distrutte”, ha detto un ex sacerdote luterano, che ora si prepara a diventare un prete cattolico.
    “Sono moderatamente positivo che ci stiamo muovendo nella giusta direzione”, ha detto il seminarista con sede a Roma, che ha chiesto di rimanere anonimo. “La Chiesa ha una responsabilità particolare nel prendersi cura dei deboli e quando queste cose accadono è orrendo, dovrebbe essere presa il più seriamente possibile”.
    La Chiesa cattolica ha affrontato una tempesta il mese scorso quando un rapporto indipendente di avvocati tedeschi ha scoperto che Benedetto non aveva preso provvedimenti contro i chierici in quattro casi di presunti abusi quando era il suo arcivescovo tra il 1977 e il 1982

    “La Chiesa, con l’aiuto di Dio, sta portando avanti con ferma determinazione l’impegno di rendere giustizia alle vittime degli abusi commessi dai suoi membri”, ha detto papa Francesco il giorno dopo la pubblicazione del rapporto a fine gennaio.
    Nonostante le sue parole rassicuranti, già troppe vittime hanno perso la fiducia nella Chiesa cattolica.
    Una di queste persone è Erik Zattoni, un giovane la cui madre rimase incinta di lui a 14 anni quando fu violentata da un prete locale nel 1980.

    L’autore del reato, Pietro Tosi, ha continuato a far parte del clero fino alla sua morte nel 2014 all’età di 87 anni, il che significa che la famiglia Zattoni non è mai stata in grado di ottenere giustizia.
    “Mia madre mi ha cresciuto ed è una madre meravigliosa”, ha detto Zattoni durante il lancio di “Beyond the Great Silence”.

    “Ma posso vedere nei suoi occhi che è una vittima, che è diversa – sfortunatamente questo è il problema, queste persone sono completamente abbandonate a se stesse”.
    “Cosa dobbiamo fare affinché questi preti, queste persone, questi criminali siano condannati?” ha aggiunto Zattoni.

    https://www.independent.co.uk/independentpremium/world/italy-catholic-church-child-sex-abuse-b2016552.html

  • Nasce un «Coordinamento anti-abusi nella Chiesa»: ci sia un’indagine indipendente anche in Italia

    Nasce un «Coordinamento anti-abusi nella Chiesa»: ci sia un’indagine indipendente anche in Italia

    ROMA «Noi, come Rete l’Abuso, abbiamo censito 360 casi in Italia, negli ultimi quindici anni ci sono 160 preti condannati in via definitiva per abusi su minori. Ma questo è solo l’emerso, e temo sia la classica punta dell’iceberg». Francesco Zanardi aveva 11 anni quando a Spotorno fu violentato dal viceparroco, «si chiamava don Nello Giraudo, durò tre anni», nel 2010 ha fondato «Rete l’Abuso».

    E ora, con i responsabili di altre otto sigle – «Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne», «Donne per la Chiesa», «Noi siamo Chiesa», «Adista», «Comitato vittime e famiglie», «Voices of Faith», «Comité de la Jupe» e il settimanale «Left» – ha dato vita al Coordinamento contro l’abuso nella Chiesa cattolica, «oltre il grande silenzio», con una richiesta fondamentale «alla Cei e al governo»: che anche in Italia sia creata a una «commissione indipendente» e si aprano «gli archivi di tutte le diocesi, conventi e monasteri» per «conoscere la verità» e «risarcire le vittime», insomma «un’operazione senza ombre e senza sconti». Un’operazione lanciata in Rete attraverso l’hashtag #ItalyChurchToo.

    In Francia la commissione Ciase ha stimato dal 1950 che 330 mila persone sono state vittime di atti di pedofilia nella Chiesa francese, 216 mila a opera del clero. Nel 2018 un rapporto in Germania ha calcolato che 1.670 sacerdoti hanno abusato di 3.677 minori dal 1946 al 2014. In Italia mancano statistiche, la Cei ha rimandato per anni. Se ne parlerà all’assemblea generale che a maggio voterà il nuovo presidente. I vescovi sono divisi, e in genere diffidano del modello di commissione «indipendente» come quelle francesi o tedesche. Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente uscente, ha spiegato al Corriere che un’indagine si farà, ma in modo differente: «L’obiettivo è non ripetere errori e omissioni del passato e rendere giustizia agli abusati. Ma giustizia non è giustizialismo». Così la Cei pensa a «una ricognizione approfondita e seria» con «numeri reali», senza «proiezioni o statistiche» ma partendo «dal basso», dai dati delle diocesi.

    Ma questo non potrebbe bastare, avverte Zanardi: «I vescovi italiani dovrebbero rendersi conto che una ricerca fatta all’interno della Chiesa, se anche fosse fatta benissimo, lascerebbe sempre un margine di dubbio, anzitutto tra le vittime ma in generale nell’opinione pubblica. Non è che in questi anni la Chiesa si sia guadagnata molto credito. Perciò è anche nel loro interesse che si compia una ricerca indipendente». Ma non basta, spiega al Corriere: «Ci vorrebbe una commissione governativa. Ci siamo rivolti anche al governo perché in Italia, a differenza di Paesi come la Francia o la Germania, c’è un vuoto normativo da colmare: non esiste l’obbligo di denuncia di un pedofilo, se si viene a conoscenza di un crimine. Ed è un problema che riguarda non solo la pedofilia nel clero, ma tutti i crimini pedofili, ne parlavo tempo fa con don Di Noto: la denuncia è possibile solo se arriva dalla vittima o da chi lo rappresenta. Se anche un vescovo decidesse di andare alla polizia per denunciare un prete, non potrebbe farlo, serve la querela di parte».

    Tra le testimonianze che hanno accompagnato la presentazione del nuovo Comitato, è in particolare significativa quella di Erik Zattoni, che oggi ha quarant’anni: «Sono figlio del prete pedofilo don Pietro Tosi, mia madre ha subito un abuso sessuale a 14 anni, la prima volta che si rivolse a un vescovo per denunciare le fu risposto: “Non dire a nessuno quello che è successo altrimenti sarebbe uno scandalo per tutta la Chiesa”, poi venne minacciata di sfratto, cosa che avvenne per tutta la famiglia alcuni anni dopo». Tutto questo è accaduto pochi anni fa. Don Tosi è morto nel 2014, in una casa di riposo, da sacerdote, senza che mai sia stato spretato. Di più, racconta al Corriere Erik Zattoni: «Il reato penale era prescritto, chiesi la prova del Dna e ci fu una causa civile a Ferrara. La sentenza riconobbe l’abuso nel 2011. E don Tosi rimase parroco in provincia per un altro anno e mezzo. Del resto, lo era stato per trent’anni senza che nessuno, né la diocesi né il Vaticano, facesse nulla». Ora Erik Zattoni vive la sua vita, «non ho voluto permettere che me la rovinasse», è sposato e ha un bimbo e una bimba. Ma non può dimenticare il trattamento che ha ricevuto: «Mia madre ed io ci siamo trovati davanti a un muro. Mi sono sentito chiedere da un personaggio della Curia: ma tua madre era attraente? Dal Vaticano mi è stato detto: “È prete e morirà da prete, si metta l’animo in pace”. Un muro invalicabile, una cosa incredibile».

    https://www.corriere.it/cronache/vaticano-news/22_febbraio_15/nasce-coordinamento-anti-abusi-chiesa-ci-sia-un-indagine-indipendente-anche-italia-9b9b1a72-8e88-11ec-a91e-e98defcaa657.shtml