Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Don Francesco Castagneto, i retroscena dell’inchiesta

    Don Francesco Castagneto, i retroscena dell’inchiesta

    Di Ferruccio Sansa – Tratto da il Fatto Q del 1-12-19

    Certi segreti alla fine emergono. Inesorabilmente. A settembre, all’associazione Rete L’Abuso – guidata da Francesco Zanardi, sempre in prima fila contro gli abusi sessuali dei sacerdoti – arriva una lettera anonima.

    Vi comunichiamo che in questi giorni, nel caldo dell’estate, il prete don… è stato sollevato dall’incarico di parroco della chiesa di Albaro – dove era stato cappellano Bagnasco – per sospetti abusi sui giovani. Tanti giovani e tanto famiglie sono state distrutte nella loro crescita. Ora il prete è sotto processo ecclesiastico, ma la Chiesa lo nasconde.

    Così Sherlock ha cominciato la ricerca di don X. Vana. Perfino quando ha chiesto di parlare con l’attuale parroco di Albaro per un’importante questione privata: “Il don è stato male”. Possiamo contattarlo? “No”. Restava una strada. Zanardi si è recato ad Albaro, si è presentato come “vittima di molestie” (vittima lo è davvero, seppure non in questo caso), e ha chiesto di parlare con il parroco. Sempre la stessa risposta: “Non c’è”. Ma alla fine Zanardi riesce a parlare con un sacrestano. Un colloquio a bassa voce, gli occhi che cercano intorno se qualcuno può sentire: “Ah… è una vittima anche lei… io non voglio sapere di queste faccende.. ma lei è di questa parrocchia, o di quella di Levante?”.

    Poche parole, ma bastano per sollevare il coperchio, indicare una pista da seguire: c’è Albaro, ma c’è anche un’altra chiesa, in un borgo di pescatori a est di Genova. Albaro non è un quartiere qualunque. Qui vive la borghesia ricca genovese, professionisti, industriali e armatori. Tutti racchiusi in una manciata di strade e incroci, tra palazzi signorili e ville settecentesche nascoste oltre alti cancelli e siepi impenetrabili. Albaro conservatrice e cattolica anche quanto Genova era rossa. E la chiesa di don X ne è un simbolo: qui la domenica incontri molti nomi della Genova che conta. Qui per anni ha vissuto don Angelo Bagnasco. Era cappellano, anche se già occupava posti di rilievo nella Curia genovese. Finché nel 1998 fu nominato vescovo di Pesaro, poi arcivescovo militare, infine cardinale di Genova e presidente della Cei. Ma, proprio in questa chiesa di Albaro che gli è tanto cara, il percorso dell’attuale cardinale ha incrociato quello di don X: quando nel 1998 Bagnasco lasciava la parrocchia per assumere l’incarico di vescovo, don X diventava parroco.

    Tra i vicoli del paese della Riviera, appena pronunci quel nome, la coperta del passato si solleva. E i ragazzi di allora cominciano a raccontare. “Se me lo ricordo? Quell’uomo, quegli anni, mi hanno scavato nella carne”, racconta Luigi, nome di fantasia. Oggi è un professionista affermato, ha una famiglia, ma quella pagina della sua vita non è riuscito a chiuderla: “Il don insegnava in una scuola superiore. Era un trascinatore, un uomo dai modi… avvolgenti… sapeva fare gruppo”, racconta Luigi e, senza che se ne accorga, la mani iniziano a tremargli. “Intorno alla parrocchia giravano oltre 150 ragazzi, in un paese di 4mila anime”. Eccola, una di quelle chiese liguri con la facciata color ocra, le barche di pescatori sul sagrato. “Chiese di Liguria come navi disposte a essere varate”, diceva il poeta Vincenzo Cardarelli. Ma in quella chiesa, accanto all’altare della Madonna della Guardia, succedeva anche altro.

    “All’inizio abbiamo vissuto momenti belli, ma con gli anni l’atmosfera è diventata pesante. Quando ti trovavi da solo col don, lui di veniva vicino… Ti accarezzava”. Luigi si ferma un attimo, poi si lascia andare: “Una volta ricordo che mi ha detto: “Mi fai vedere in mezzo alle gambe…” M non mi faccia dire altro, non me la sento”. Luigi chiude gli occhi. Era riuscito a dire “no”. “C’è gente che ne è uscita devastata. Il don si era creato un gruppo di fedelissimi, gli oblati. Stava sempre con loro”. È Arturo a riferire altri dettagli: “Mi ricordo la confessione. Spesso ci portava in campagna, voleva che ci confessassimo così, da soli con lui nei prati. E dopo… ci chiedeva di abbandonarci, di lasciarci andare”. Arturo improvvisamente si chiude: “Nessuno deve sapere. Non ce la farei”. È la stessa risposta che arriva da altri ragazzi di allora. “Non si può capire… Non avevo detto niente ai miei genitori. Poi sono riuscito a sposarmi, ma ho il terrore che mia moglie e i miei figli lo sappiano”.

    Raggiungiamo don X al telefono.

    • No, non c’è mai stata nessuna inchiesta sul mio conto.
    • Ce lo ha confermato un vescovo.
    • Io non ne son niente.
    • E i ragazzi che affermano di aver subito da lei approcci sessuali?
    • Non… non credo che possano dire una cosa simile.
    • Scusi padre, “sì” o “no”?
    • Giuro che non ho mai desiderato una cosa simile.
    • E i minori?
    • Questo assolutamente no, il solo pensiero mi fa orrore. Vi prego, abbiate cura per le persone: per me, ma anche per quei ragazzi che mi accusano… provo dolore per loro.

    Eppure la bugna, come dicono qui, è scoppiata diverse volte. Siamo all’inizio degli anni ’90. In paese se ne parla, frasi smozzicate, allusioni. Don X, non si sa il motivo, viene trasferito in una parrocchia vicina, un paese sui primi crinali. Una manciata di case, nemmeno duecento abitanti, quasi tutti contadini. Ma il patto di affetto, di fedeltà tra don X e i suoi ragazzi non cede. Finché, intorno al 1996, nel gruppo arrivano due nuovi educatori che presentano una denuncia alle gerarchie ecclesiastiche. E la Curia si muove. Vengono sentiti i ragazzi che frequentano la parrocchia: “Fui convocato anch’io – racconta Luigi – ci fu un’indagine condotta da Tanasini. Io fui ascoltato da Guido Marini”.

    È qui che si incrociano tre figure di primo piano della Curia, non soltanto genovese. Tanasini, che proprio in quel periodo viene nominato vescovo, è da sempre molto apprezzato a San Lorenzo, il duomo di Genova. Gli furono affiancati due giovani sacerdoti dal brillante avvenire. C’era Nicolò Anselmi, un sacerdote noto tra i ragazzi genovesi: prima l’impegno con gli scout, poi l’insegnamento di religione nei licei più in vista della città, quindi la Pastorale Giovanile. Anselmi, a 54 anni, nel 2015, diventa vescovo ausiliario di Bagnasco. Con lui c’era anche Guido Marini – nato nel 1965 e ordinato nel 1989 – che, già dagli esordi, come segretario del cardinale Giovanni Canestri, era parso destinato a fare strada. “Un uomo alto, sottile. Sempre gentile, umano. Certo un conservatore, molto attento alla liturgia”, senti dire tra le navate di San Lorenzo, la cattedrale che Marini frequenta da molti anni come cerimoniere dei cardinali Dionigi Tettamanzi e Tarcisio Bertone. È all’epoca di Benedetto XVI che Marini approda in Vaticano. Oggi è il cerimoniere di Bergoglio, accanto al quale spesso lo vedete mentre celebrano messa. “Non è un uomo di Francesco, ma il papa se lo è trovato lì”, raccontano in Vaticano.

    Tanasini, Anselmi e Marini condussero l’inchiesta. E furono incontri dolorosi. Frasi smozzicate. Alla fine don X con molta discrezione venne trasferito in una parrocchia più importante, proprio quella di Albaro dove si ritrovano gruppi di giovani e scout. Don X divenne il sacerdote della Genova che conta. Interpellato dalle tv, quando in città arriva in visita il Papa.

    Sulle cronache finisce soltanto nel luglio 2008, quando Repubblica titola: “Genova, senzatetto in parrocchia. Il prete lo vuole cacciare”. Già, perché sotto i portici davanti alla chiesa in quegli anni capitava di trovare un clochard con quattro cani. E la line di don X e dei suoi fedeli divide la città e la diocesi. “Nessuno di noi è mai riuscito a convincerlo a vivere in una casa, perché diceva che non voleva lasciare in cani”. Ma subito era arrivata la stilettata della Comunità di San Benedetto, allora guidata da don Andrea Gallo: “Evidentemente ad Albaro è più importante il decoro”.

    Una storia piccola, forse, che però dipinge le due anime della chiesa di Genova. Da sempre divisa tra le gerarchie e i preti di strada, chiesa bianca e rossa. Qui sono stati cardinali Giuseppe Siri, più volte entrato in Conclave come papa, uscito sempre cardinale. Poi, in tempi più recenti, Tarcisio Bertone, che diventò segretario di Stato, e infine Angelo Bagnasco, per anni presidente della Cei. Ma sotto la Lanterna sono nate anche figure di preti contestatori come Gallo e, oggi, Paolo Farinella.

    Ad Albaro nessuno era a conoscenza delle vicende che avevano accompagnato il trasferimento burrascoso di don X. “Molestie? Di che cosa sta parlando?”, sgrana gli occhi Matilde che sta portando il figlio adolescente all’incontro con gli amici. “Non ne so niente”, ammette uno dei responsabili degli scout di Genova Levante. Nessuna voce, almeno pubblica, sul comportamento di don X con i ragazzi della parrocchia. Qualcosa, però, è successo negli ultimi mesi. Così sarebbe stata avviata una nuova commissione d’inchiesta. Lo confermano alcuni dei ragazzi che già negli anni ’90 erano sfilati dolorosamente in Curia: “Ci hanno chiamato di nuovo cin sentiamo presi in giro”, sussurra un ex ragazzo di don X. Stavolta presenterete una denuncia alla autorità giudiziaria? “No, perché la questione è stata affrontata nelle sedi appropriate”. E quali? “La Chiesa. Hanno subito trasferito il sacerdote in un’altra regione”.

    Nessuna denuncia è stata presentata alle autorità di polizia o alla Procura. Don X non è mai stato condannato, né indagato. Per la giustizia italiana non esiste.

    Ferruccio Sansa IL FATTO QUOTIDIANO del 1-12-19

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  • GENOVA; Rete L’ABUSO denuncia la diocesi di Bagnasco per l’ipotesi di reato di omissione sul caso di don Francesco Castagneto

    GENOVA; Rete L’ABUSO denuncia la diocesi di Bagnasco per l’ipotesi di reato di omissione sul caso di don Francesco Castagneto

    Era già stato segnalato dalla Rete L’ABUSO alla Procura di Genova lo scorso ottobre, ma l’informativa era poco più di un’illazione, nata a seguito di una lettera anonima.

    Oggi però, espletate le indagini che Francesco Zanardi, presidente della Rete, ha comunque voluto portare avanti, la situazione è notevolmente cambiata.

    Ci sono prove, ammissioni, vittime e soprattutto l’ipotesi di omissioni gravi a danno della collettività, da parte della chiesa di Genova, che avrebbe permesso a don Francesco Castagneto, di continuare a commettere reati, dopo le denunce del 1998.

    Nel corposo fascicolo prodotto dalla Rete, registrazioni ambientali di testimoni chiave che sembrerebbero ben al corrente dei fatti.

    E’ lo stesso mons. Alberto Tanasini, oggi vescovo di Chiavari ma all’epoca incaricato dalla chiesa in questa indagine, quando a metà degli anni 90 rivestiva il ruolo di vicario della diocesi di Genova, il quale, di fronte ai dati da noi raccolti, non può che ammettere integralmente. Leggi il servizio di Ferruccio Sansa su IL FATTO QUOTIDIANO

    Il fatto che la chiesa di Genova sapesse, e nulla abbia messo in atto per impedire che Francesco Castagneto continuasse a molestare dei giovani, tant’è che lo spostò da Sori a Genova, configura i reati di cui al secondo comma dell’articolo 40 del codice penale che recita “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di evitare, equivale a cagionarlo”.

    Comportamento criminale ben diffuso nella chiesa cattolica, che a Savona, nel 2012 portò alla sbarra il vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si salvò grazie alla prescrizione, che però in questo caso non sarebbe ancora intervenuta.

    Riteniamo quindi che la diocesi genovese, retta oggi dall’ex presidente della CEI Angelo Bagnasco, che non è nuovo a insabbiare crimini, come nel caso di Carlos Buela, scoperto dalla Rete L’ABUSO a Di Negro (GE) nel 2017, possa essere responsabile di favoreggiamento personale (a seguito dell’attuale omissione di querela) oltre che di reato di omissione ai danni della collettività e delle potenziali vittime.

    Zanardi

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  • Decine di vittime tra Sori e Genova. Bagnasco, Tanasini e don Franco Castagneto, sparito nel nulla (audio)

    Decine di vittime tra Sori e Genova. Bagnasco, Tanasini e don Franco Castagneto, sparito nel nulla (audio)

    Nel settembre scorso riceviamo una lettera anonima che non pubblichiamo integralmente in quanto se pur anonima, come ho fatto io, anche altri potrebbero dedurne il mittente.

    Nel testo; “In questi giorni, nel caldo dell’estate e del silenzio, un prete molto vicino al monsignor Bagnasco” omissis “ don Franco Castagneto è stato sollevato dall’incarico di parroco di Santa Teresa in Albaro Genova – chiesa del vescovo Bagnasco in via Francesco Domenico Guerrazzi 23, 16146, Genova GE – per abuso su giovani, “ omissis “ha distrutto tante famiglie e giovani nella loro crescita. Ora è sotto processo e il vescovo lo nasconde”.

    Un prete accusato, un indirizzo al quale però nella lettera specificano non viva più. Verifico, c’è stato ma è sparito ad agosto.

    Un ago nel pagliaio.

    Essendo a Genova non rischio di andare di persona, se va bene, di me hanno la foto segnaletica in sagrestia.

    Mando due colleghi, marito e moglie.

    Albaro, un quartiere borghese, gente discreta fin troppo, ed infatti i colleghi, con stupore, non solo non riescono a scoprire nulla, ma addirittura si sentono rispondere, fuori dalla messa della domenica, che quel parroco che da anni era li, non sapessero chi fosse. Come non lo avessero mai visto, o forse dimenticato in una notte.

    Situazione difficile, tranne la lettera che al di la del nome del prete non dava altre indicazioni, non avevo trovato nemmeno una presunta vittima, o qualcuno che volesse parlare. Il nulla più totale.

    Quasi imbarazzato, segnalo alla Procura di Genova quella che non è nulla di più che una illazione anonima – magari frutto di rancori personali.

    Il p.m, a ragione, nemmeno mi risponde.

    Chiedo ad alcuni informatori molto vicini alla diocesi, ma anche li nulla e, nel frattempo la discrezione sull’indagine si affievolisce perché ogni persona con la quale parli, potrebbe riferire.

    Ad aiutarmi, Ferruccio Sansa, caro amico e giornalista de IL FATTO QUOTIDIANO, persona che si muove bene nella sua Genova. Mi confronto con lui, “che si fa? Non c’è nulla su cui procedere…“

    Costretti a desistere archiviando, chiedo a Ferruccio “ci verresti con me in parrocchia?”.

    La mattina dopo, micro camera e registratore, si va in parrocchia; “Francesco, vai tu, sei meno visibile di me, qui a Genova mi conoscono tutti”.

    Tra me penso; siamo a posto…

    L’interlocutore che ho di fronte mi ispira un approccio diretto, vado…

    Meno di quattro minuti e ottengo molto più di quanto mi serviva; mi conferma che don Franco è stato trasferito; il motivo; il mese; la gravità e… le sue parole, il calo della tonalità della sua voce quando lo sorprendo affermando di essere vittima, danno credito alla sensazione che la cosa sia più grande di quanto appare…

    …e …colpo di scena, mi chiede se sono una vittima di Sori… allora ci sono vittime anche a Sori…

    “…andiamo a Sori Ferruccio, so da dove arriva la lettera, entriamo e giochiamo sull’essere diretti”.

    Buca più totale.

    Torniamo a Genova… ma nel riflettere su quello che ci avevano detto, capiamo che avevamo frainteso l’interlocutore (che non cito per tutela).

    Tombola; la conferma “le presunte vittime sembrerebbero decine, tutte persone con la vita distrutta”… raccogliamo il racconto di alcuni.

    1998 – “c’erano state delle denuncie alla diocesi, se ne occupò monsignor Alberto Tanasini… lo trasferirono poi ad Albaro…”

    Tanasini… mi ricorda… cavoli, proprio il caso di Savona, la vicenda di don Lupino, era lui l’inviato di Bergoglio…

    Al telefono con Ferruccio Sansa, Tanasini conferma tutto… “ci sono probabilmente dei minori”.

    Il fascicolo prodotto nell’inchiesta, sarà depositato nei prossimi giorni dalla Rete alla Procura di Genova.

    Francesco Zanardi
    Presidente – Rete L’ABUSO

    L’inchiesta completa a firma di Ferruccio Sansa, sul FATTO QUOTIDIANO in edicola domenica 1 dicembre 2019 – pag. da 8 a 11

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  • Si indaga su “abusi sessuali” contro i chierichetti del Papa

    Si indaga su “abusi sessuali” contro i chierichetti del Papa

    Ai pm la denuncia di un ragazzo che viveva nell’istituto in Vaticano: “Un seminarista, oggi prete, mi violentò per anni. E ci sono altre vittime”

    Di Alessandro Mantovani e Ferruccio Sansa

    C’è un’inchiesta alla Procura di Roma, a un chilometro dalle mura vaticane, che può mettere in imbarazzo le gerarchie ecclesiastiche fino a papa Francesco. Riguarda i presunti abusi, almeno in parte fra minori, commessi nel Preseminario San Pio X, l’istituto che all’interno della Santa Sede ospita i chierichetti che servono messa in San Pietro con il Papa. Ragazzini in un percorso “pre-vocazionale”.

    “Ci entrai nel 2006, avevo 13 anni”, ha raccontato un giovane, oggi 26enne, che chiameremo Mario. “Appena arrivai l’allora rettore, monsignor Enrico Radici, mi indicò un ragazzo di un anno più grande di me, già ammesso al seminario. Mi disse che ero giovane e per ogni cosa dovevo affidarmi a lui. Di lì a poco iniziò a entrare quasi tutte le notti nella stanza in cui dormivo con altri due, mi accarezzava, mi praticava sesso orale, costringeva me a fare altrettanto, poi veri e propri atti di sodomia”.

    COSI’, RACCONTA Mario, per sei anni, finchè non decise di andarsene nel 2012. Non senza aver parlato, almeno dal 2009, con monsignor Radice: “Mi disse che ero invidioso di lui, che mi avrebbe mandato via e avrebbe raccontato tutto alla mia famiglia”. Il giovane riferisce di gravissime sofferenze.

    “Si è sentito solo, abbandonato, nonostante il tempo trascorso non ha superato quello che ha vissuto, la sua vita di relazioni è seriamente compromessa, è tuttora in cura da una psicoterapeuta – spiega l’avvocato Dario Imparato, che lo assiste –. Un anno di differenza a quell’età vuol dire molto, per di più il rettore aveva attribuito grande autorità all’altro giovane”. Nella denuncia il ragazzo scrive che altri giovanissimi avrebbero subito gli stessi abusi da parte di Gabriele Martinelli, oggi sacerdote 27enne in Lombardia.

    La storia è nota dalla fine del 2017, quando ne scrisse Gianluigi Nuzzi nel libro Peccato originale (Chiarelettere) e se ne occuparono Le Iene. La riferì un giovane polacco, Kamil, che per due anni, tra il 2010 e il 2011, aveva condiviso la cameretta con Mario e disse di aver assistito ai continui abusi e ai tentativi del ragazzo di negarsi al seminarista. Anche secondo Kamil, non era una libera relazione tra giovani gay. Solo allora Mario, raggiunto dalle Iene, si affidò all’avvocato Imparato per sporgere denuncia. “Mi rivolsi – spiega il legale – all’ufficio del Promotore di Giustizia vaticano”, il pubblico ministero della Santa Sede, al vertice del quale c’è il professore Gian Piero Milano con l’aggiunto professor Roberto Zanotti.

    Per quanto si è capito hanno indagato, hanno sentito una trentina di persone, nel dicembre scorso Panorama ha scritto che l’inchiesta era conclusa ma poi non se n’è saputo più niente, forse perché gli abusi su minori nel codice penale vaticano sono puniti solo in caso di tempestiva querela, mentre in Italia si procede d’ufficio.

    IL SERVIZIO della Iene lo vide anche l’allora procuratore della Repubblica di Sondrio, che aprì un fascicolo perché il presunto responsabile degli abusi diceva messa nel territorio di sua competenza. Poiché però le presunte violenze sarebbero state commesse in Vaticano, da Sondrio gli atti furono trasmessi, nel 2018, alla Procura di Roma, competente per i reati avvenuti all’estero, Vaticano compreso, in danno di cittadini italiani, esattamente come avviene per l’omicidio Regeni o i sequestri dei nostri connazionali all’estero. L’inchiesta è condotta nel più stretto riserbo dal pm Stefano Pizza con i carabinieri, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Maria Monteleone ed è alle battute conclusive. Al centro c’è don Martinelli, che si occupava addirittura di ritiri spirituali, cioè anche di giovanissimi, ma poi – secondo alcune fonti – sarebbe stato trasferito ad altro incarico.

    Ci sono gli abusi denunciati da Mario. La Procura sta anche ricostruendo, anche al di là dei possibili rilievi penali, l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche. Perché le notizie sui presunti abusi sono arrivati molto in alto, fino ai vertici dell’Opera Don Folci di Como che gestisce il preseminario San Pio X e al cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano. Ci sono alti prelati che si sono dati da fere per chiarire, altri invece si sono girati dall’altra parte. Ai tempi dei presunti abusi, quando sul soglio pontificio c’era papa Ratzinger, come ai tempi in cui la vicenda è emersa sotto il pontificato di Bergoglio, che ha dichiarato guerra ai preti pedofili in tutti i continenti.

    SAREBBE INCREDIBILE se i magistrati di Piazzale Clodio aprissero un processo prima di quelli della Santa Sede su abusi avvenuti in Vaticano, nell’istituto in cui i chierichetti del Papa dovrebbero essere trattati meglio di qualsiasi altro ragazzino, accanto a Casa di Santa Marta dove vive il pontefice. Proprio lui, papa Francesco, ha o avrà in mano le conclusioni dell’inchiesta vaticana. E il pontefice, se volesse, potrebbe intervenire anche sul codice, introducendo la procedibilità d’ufficio per gli abusi in danno di minori.

    (trascrizione da Il Fatto Quotidiano del 27 giugno 2019)

  • Il contratto dei Legionari di Cristo “15 mila euro per negare gli abusi”

    Il contratto dei Legionari di Cristo “15 mila euro per negare gli abusi”

    PEDOFILIA L’ex rettore del seminario a processo. I documenti per insabbiare tutto

    Ferruccio Sansa

    “Giorgio dichiara di non ricordare e di escludere di essere stato destinatario o partecipe di comportamenti, atteggiamenti o attività aventi motivo o sfondo sessuale in presenza di padre Vladimir Reséndiz Gutierrez… neppure qualificabili come atti che potevano indurre a comportamenti sessualmente rilevanti o incidenti sulla propria sfera sessuale”. È scritto così nel documento. Lo ha presentato alla Procura di Novara la famiglia di un ragazzo che sostiene di essere vittima di molestie sessuali nel seminario dei Legionari di Cristo a Gozzano (Novara).

    Nei giorni scorsi l’ex rettore del seminario, appunto padre Reséndiz (oggi in Messico), è stato rinviato a giudizio per molestie sessuali a carico di tre seminaristi all’epoca minorenni.

    Ma il punto oggi pare un altro: quei due documenti – di cui il Fatto ha copia – con cui i Legionari di Cristo avrebbero voluto chiudere la questione, firmando una transazione con un ragazzo che accusa il sacerdote. Due distinte proposte. La prima, a pagina 3, indica quello che il ragazzo avrebbe dovuto dichiarare “liberamente e spontaneamente con pieno e profondo convincimento”.

    Ma andiamo con ordine. È l’inizio del 2013 quando un sacerdote che svolge un servizio di psicologo a Milano si trova davanti un giovane seminarista dei Legionari di Cristo. Giorgio – il nome è di fantasia – viene da una famiglia profondamente cattolica. Ha preso con entusiasmo la strada del seminario. Poi all’improvviso la crisi. Addirittura manifesta il desiderio di farla finita. Il sacerdote psicologo della diocesi lo ascolta e alla fine riesce a farlo parlare. Il contenuto di quei colloqui è riportato in una denuncia presentata dallo stesso prete milanese: “Nell’ambito di una serie di colloqui con il giovane Giorgio mi riferiva di essere stato ripetutamente molestato e abusato sessualmente da un prete messicano, padre Reséndiz Gutierrez”.

    Comincia subito un’inchiesta per le violenze compiuta della Procura di Milano e poi passata per competenza a quella di Novara. Ma intanto tra i Legionari e la famiglia di Giorgio cominciano dei contatti. La Congregazione presenta una prima proposta per chiudere la questione. E la famiglia di Giorgio salta sulla sedia leggendone i punti: Giorgio dovrebbe dichiarare “di aver avuto contatti con il Reséndiz nella sua qualità di Prefetto di Disciplina del seminario ed averlo frequentato esclusivamente in occasione di attività di seminario”. Non basta. La Congregazione dei Legionari “al solo fine di incoraggiare e sostenere Giorgio e i suoi genitori nella formazione ed educazione offrono loro una somma complessiva di 15mila euro”. Ma ci sono delle condizioni: “I genitori e Giorgio rinunciano a qualsiasi azione”. Il patto è sottoposto a vincolo di riservatezza. In caso di violazione Giorgio e i suoi familiari dovranno “versare alla congregazione una somma doppia di quella riconosciuta” con la transazione.

    La famiglia di Giorgio non firma e si rivolge all’avvocato milanese Daniela Cristina Cultrera. Dopo qualche mese arriva un’altra bozza di scrittura privata. Molto più soft. Giorgio deve dichiarare che “la congregazione e tutti i suoi sacerdoti sono sempre rimasti totalmente estranei agli abusi lamentati”. Ancora: “Detti abusi sarebbero stati commessi unicamente ed esclusivamente dal Gutierrez”.

    Giorgio e i suoi familiari portano i documenti in procura. Ne nasce un fascicolo per tentata estorsione per cui i pm di Novara recentemente hanno chiesto l’archiviazione. Ma Giorgio e la sua famiglia non ci stanno. Si oppongono.

    Il cronista si è messo in contatto con ambienti dei Legionari che sottolineano: “Padre Reséndiz è stato ridotto allo stato laicale per molestie a carico di altri due ragazzi. Ma nega le accuse di Giorgio. Comunque nessun altro sacerdote del seminario è stato mai indagato o accusato di molestie”. Ma le clausole contenute nei tentativi di accordo secondo cui Giorgio doveva dire di non aver avuto rapporti con il sacerdote accusato di molestie? “Erano soltanto proposte. Volevamo sostenerli nelle difficoltà”.

    I legali di Giorgio hanno depositato anche altri documenti. C’è una scheda personale di padre Reséndiz che risalirebbe ai tempi in cui frequentava il Noviziato dei Legionari di Cristo a Salamanca in Spagna (l’atto, in possesso del Fatto, è del 9 gennaio 1994). È scritto: “Si tratta di un ragazzo con fortissimi impulsi sessuali e con bassissima capacità di controllarli”. Eppure, accusa la Rete L’Abuso che difende le vittime di pedofilia, vent’anni dopo guidava il seminario novarese.

    Il Fatto Quotidiano del 25-3-18

  • Le mamme smascherano il prete accusato di abusi

    Le mamme smascherano il prete accusato di abusi

    Da Napoli a Pavia sotto falso nome: “è uno scandalo fa catechismo”. E lui scappa

    Ferruccio Sansa

    “È stato il vescovo ausiliario di Napoli a chiederci di ospitare quel sacerdote. Ma non ci ha detto che era accusato di pedofilia. Ha detto solo che aveva un esaurimento nervoso. Per di più quel prete aveva un nome falso”. Don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria (Pavia), giura che non sapeva nulla. E non sapevano niente nemmeno decine di parrocchiani che hanno affidato i loro figli per il catechismo a un sacerdote accusato di abusi sessuali.

    Una vicenda che fa tremare la diocesi di Napoli da cui proviene don Silverio Mura che copriva la sua vera identità con il nome di Saverio Aversano (cognome della madre).

    Tutto comincia il 7 marzo quando Le Iene trasmettono un servizio sulle accuse a don Silverio. E in paese qualcuno strabuzza gli occhi: “Ma quello è don Saverio, il sacerdote ausiliario che dal 2016 è ospite in parrocchia”. Finalmente la notizia arriva ai genitori dei bambini: “Siamo rimasti di sasso. Tutti i sabati noi affidavamo i nostri figli di otto anni a quel prete. Stava da solo a insegnare catechismo nella canonica di San Michele Arcangelo”, cerca di trattenere la rabbia Simona Cremonesi che con le altre mamme ha creato un gruppo. Tutte insieme hanno cercato don Silverio: “Siamo andate in parrocchia, ma lui era sparito con la sua Punto scura. È scappato, poche ore dopo essere stato nelle nostre case a benedire. Il farmacista dice che la sera prima ha fatto incetta di medicinali”.

    Chissà dov’è finito, forse in Sardegna, forse a Milano. “Gli ho detto che non poteva più stare qui. Lui mi ha risposto che era distrutto, che quelle accuse erano false. Ma qui non poteva stare”, racconta don Simone. La voce spezzata, per la disperazione e la rabbia: “Nessuno ci ha detto niente. E neanche i miei superiori sapevano. Perché la richiesta di ospitarlo veniva dal vescovo vicario di Napoli. E lui ha parlato solo di depressione, ci ha chiesto di ospitare quel prete che avrebbe potuto darmi una mano”. Addirittura la posta era indirizzata a don Saverio Aversano, il nome falso.

    Fu il Fatto a svelare la storia di Diego E. (il nome è di fantasia), una guardia giurata napoletana oggi quarantenne. Nessuno smentì le sue parole. “Era il 2010 – racconta Diego – un giorno all’improvviso fui preso da un crisi di panico. E dentro di me si riaprì una voragine: rividi gli abusi che avevo subìto dall’insegnante di religione quando avevo 13 anni. E io sono solo una delle vittime, ce ne sono almeno altre dieci”. Diego, che nel frattempo si è fatto una famiglia, decise di denunciare: “Un giorno alla mia porta si presentarono delle persone. Dissero di venire per conto del cardinale Crescenzio Sepe. Mi offrirono una busta bianca, dentro c’erano 250 euro”. Ma Diego è andato avanti: “Non è solo il male che hanno fatto al mio corpo. È il dolore perché la denuncia che ho presentato non è andata avanti per la prescrizione. È l’umiliazione di essere trattato come un pezzente”.

    Diego ha scritto al Papa e dalla Segreteria di Stato è arrivata una lettera firmata dall’arcivescovo Angelo Becciu: “Ella ha confidato al Santo Padre una particolare situazione… Sua Santità la ringrazia e invoca su di lei la protezione della Vergine Maria… Quanto è stato da lei comunicato è stato portato all’attenzione del dicastero competente”. Don Silverio non è mai stato processato perché i fatti – se fossero dimostrati – sono prescritti. Ma nei mesi scorsi Papa Francesco ha detto che per il Vaticano il caso è ancora aperto. “Intanto, si diceva, don Silverio era in un convento. Invece era in una parrocchia e diceva messa. Per di più sotto falso nome.

    Questo getta delle ombre pesantissime sulla Curia di Napoli e mette in discussione la volontà del Vaticano di combattere la pedofilia”, commenta Francesco Zanardi che con la rete L’Abuso è stato il primo a seguire il caso. Oggi Diego aspetta ancora risposte, mentre la sua vita è devastata: “Ho avuto delle crisi nervose, mi hanno tolto il porto d’armi che per una guardia giurata è tutto. Ogni volta che andavo in Curia loro chiamavano la polizia”. Ma attende risposte anche la gente di Montù: “Il primo contatto dei nostri bambini con la Chiesa è stato un prete accusato di pedofilia. Abbiamo perso la fiducia. Ora devono dimostrarci che possiamo credere in loro”. Ed è rimasto solo anche don Simone, il parroco: “I miei fedeli sono in crisi. E li capisco. Anch’io sono in una crisi profondissima”.

    Da Il Fatto Quotidiano del 22-3-18

  • “Il prete accusato di abusi sessuali è ospite in chiesa”

    “Il prete accusato di abusi sessuali è ospite in chiesa”

    Di Ferruccio Sansa

    “Eminenza Reverendissima, Cardinale Angelo Bagnasco, le scrivo esprimendo la mia preoccupazione per la presenza a Genova, in una chiesa della sua diocesi, di padre Carlos Buela, che il Vaticano ha accusato di comportamenti moralmente inappropriati”. Destinatario della lettera Angelo Bagnasco che a fine maggio riceverà Francesco, il papa argentino. A scrivere sono le vittime della pedofilia raccolte nell’associazione “Rete L’Abuso”. E concludono: “In una regione come la Liguria, dove gli scandali di pedofilia hanno già provocato sofferenza, la preghiamo di rassicurarci che la presenza di Buela non è un modo per sottrarlo a eventuali responsabilità giudiziarie in Argentina”.

    Buela, oggi ospite della parrocchia di San Teodoro, è uno dei sacerdoti più potenti e contestati dell’Argentina. È lui che a Mendoza nel 1984 fonda le Congregazioni del Verbo Incarnato e delle Serve del Signore. Ma dopo pochi anni emergono contrasti con il Vaticano: i responsabili della congregazione arrivarono a definire la Chiesa un “disastro”. Tanto che nel 2013 papa Francesco dice: “Io stesso sono dovuto intervenire in un caso nel quale il fondatore di un movimento era legato a questa prospettiva apocalittica”. Ma il guaio sono soprattutto le denunce di abusi sessuali a carico di Buela e della Congregazione. Si parla di decine di giovani tra i 450 seminaristi che hanno frequentato l’istituto di Mendoza. Tanto che nel 2010 la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata del Vaticano apre un’inchiesta. Gli atti riportano la difesa di Buela: “Il sacerdote giudica tendenziosa e preconcetta l’investigazione, considera i fatti non provati per mancanza di testimoni… Le accuse sarebbero frutto di un piano di destabilizzazione dell’Istituto del Verbo Incarnato organizzato dalla Conferenza Episcopale Argentina”. Ma gli investigatori vaticani hanno concluso: “È da considerare priva di ogni fondamento l’ ipotesi di un piano destabilizzatore… Le testimonianze sono del tutto attendibili per la qualità dei testimoni, la logicità e la coerenza delle affermazioni”. La Chiesa parla apertamente di “comportamenti di padre Buela con giovani”, ma sostiene che fossero maggiorenni: “Finora non sono stati accertati casi di minori”. C’è però una delle ultime testimonianze, quella di Luis, 31 anni. Racconta di aver subito abusi sessuali e di aver sofferto per diciotto anni: “È una mezza verità, quella della Chiesa. Ogni anno decine di famiglie affidavano alla congregazione di Buela i loro figli dodicenni. Bisogna fare chiarezza, senza tenere conto della prescrizione”, chiede Luis. Che racconta così le violenze: “È come sentire che tuo padre ti sta violando. Non puoi resistere”. Ruben, un’altra vittima, racconta al Fatto: “Era un inferno. Ho subito avance in quel seminario. E ho raccolto denunce anche di minori, ma quando l’ho riferito a Buela mi ha detto che non era vero”. Ruben ha presentato denuncia alle autorità ecclesiastiche.

    “Perché la diocesi di Genova dà asilo a Buela”? È la domanda di Francesco Zanardi (Rete l’Abuso). Basta sfogliare il sito personale di Buela per rendersi conto che il sacerdote è stato molto attivo fino a un anno fa, quando era già a Genova. Ecco foto di Buela con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Poi le prediche online anche sull’educazione sessuale e il curriculum che parla del suo “ardore per la pastorale giovanile”. Anche a Genova Buela è stato raggiunto dai “like” dei fedeli.

    “Certo che lo abbiamo visto. È un uomo gentile, riservato”, racconta Emilia, una delle fedeli che frequentano la messa della mattina a San Teodoro. Ma dopo l’ultimo scandalo, a dicembre, i giornali argentini hanno sollevato il caso del rifugio genovese di Buela. “Non risultano processi, né richieste di estradizione. L’unica condanna è quella della Congregazione del Vaticano”, spiega uno dei suoi legali dall’Argentina. Il sacerdote tace, chiuso nella sua stanza alle spalle della canonica. A difenderlo ci pensa il parroco, Omar Mazzega: “È solo ospite. Ma non c’è nessun provvedimento giudiziario contro di lui”. Perché non parla? “Quando prova a spiegare viene male interpretato. Meglio tacere”.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-e-ospite-in-chiesa/

  • Pedofilia e sesso di scambio: le nuove accuse al Vaticano

    Pedofilia e sesso di scambio: le nuove accuse al Vaticano

    Ferruccio Sansa, inviato ad Albenga (Savona) – Devo riferirle che il vescovo Mario Oliveri paga sistematicamente per avere prestazioni sessuali nel suo studio. Che io sappia si tratta di maggiorenni, i quali in cambio della prestazione sessuale ottengono soldi. Sono soggetti che vanno per un aiuto, e poi subiscono le pesanti richieste del vescovo”.

    È il 15 gennaio 2015 quando la procura di Savona ascolta come testimone don Filippo Bardini, all’epoca direttore della Caritas di Albenga. Oggi il contenuto di quelle carte è pubblico con gli atti dell’inchiesta sul sacerdote Nello Giraudo (che patteggiò un anno, mentre tante altre accuse sono finite in prescrizione).

    Per Francesco Zanardi, attivista anti-pedofilia della Rete l’Abuso: “Le parole di don Bardini rappresentano il primo atto d’accusa proveniente da un sacerdote – poi sostituito alla guida della Caritas – nei confronti delle diocesi di Albenga e Savona”. Quelle diocesi al centro di scandali di pedofilia e non solo. Un atto d’accusa nei confronti del vescovo Oliveri che all’epoca guidava Albenga e che poi è stato sostituito da Papa Francesco. Sulle affermazioni di Bardini è stato aperto un fascicolo senza indagati. Oliveri non è stato indagato: i fatti sarebbero comunque prescritti e non è detto che siano da considerare reati.

    Ma Bardini parla anche di Domenico Calcagno, all’epoca dei fatti vescovo di Savona e oggi potentissimo cardinale in Vaticano. È presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: “Posso dichiarare che il fatto che don Giraudo avesse rapporti sessuali con minori era di dominio pubblico e purtroppo i vertici della chiesa locale tacquero; sia l’allora vescovo Dante Lafranconi che Calcagno, che si avvaleva di Giraudo come cuoco, erano a conoscenza del fatto che abusava dei minori affidatigli”.

    E tra le carte ecco una lettera che Calcagno scrisse nel 2003 all’allora cardinale Joseph Ratzinger: “Presento con animo colmo di sofferenza il caso di don Nello Giraudo… per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini e adolescenti”. Calcagno insomma scrisse in Vaticano. Ma nell’estate 2005 Giraudo durante un campo scout a Vara molestò un ragazzo e fu per questo condannato.

    I vertici ecclesiastici sapevano? Un’accusa che non abbandona i vescovi di Albenga e Savona. Calcagno ha sempre negato. Non è stato indagato. E Benedetto XVI lo ha promosso in Vaticano. Nel maggio scorso eccolo indagato in un’inchiesta per malversazioni amministrative relativa al periodo in cui era stato vescovo di Savona. “Ho fiducia nella magistratura, chiarirò tutto”, aveva detto. Poi le polemiche per la collezione di armi, la grande passione di Calcagno.

    Don Filippo Bardini, il sacerdote scomodo autore della testimonianza, non è più ai vertici della Caritas di Albenga. E qui un altro scandalo, ma avvenuto quando già in Riviera era arrivato Guglielmo Borghetti, vescovo mandato da Bergoglio per rivoluzionare la Curia: alla Caritas infatti dopo Bardini era stato nominato don Francesco Zappella. Ma nel settembre 2015 ecco che viene toccato da un’inchiesta per reati sessuali. Borghetti sembrò difenderlo: “Per quanto lo conosco io don Francesco è una persona buona e generosa”, disse. L’inchiesta si risolse con un’archiviazione (tra l’altro i fatti sarebbero stati prescritti), ma emerse – come riportarono Il Secolo e il Corriere – che lo stesso sacerdote anni prima era già stato condannato per atti di libidine su minorenni.

    Ferruccio Sansa

    Il FATTO QUOTIDIANO del 19/10/2016

     

  • “Il vescovo chiedeva sesso a chi aveva bisogno di soldi. E diceva: ‘Fammi gustare la natura di Dio’” (Contiene estratti dei verbali)

    “Il vescovo chiedeva sesso a chi aveva bisogno di soldi. E diceva: ‘Fammi gustare la natura di Dio’” (Contiene estratti dei verbali)

    Di Ferruccio Sansa

    L’accusa di don Filippo Bardini è agli atti della Procura di Savona nell’ambito dell’inchiesta sullo scandalo che coinvolge le curie di Savona e Albenga. Racconta delle presunte richieste di prestazioni del vescovo Mario Oliveri – che non è indagato – a persone bisognose di aiuto economico. E parla degli abusi perpetrati da un altro sacerdote di cui, dice, i vertici della diocesi sapevano.

    “Fammi gustare la natura di Dio”. È scritto così nella testimonianza di don Filippo Bardini agli atti della Procura di Savona sullo scandalo sessuale che coinvolge le curie di Savona e Albenga. Questa frase, secondo l’allora direttore della Caritas di Albenga, sarebbe stata pronunciata da un vescovo nel momento in cui incontrava i suoi amanti. Povera gente che sarebbe andata dal prelato per chiedere un aiuto economico e che, sostiene il sacerdote, veniva convinta a fornire prestazioni sessuali dal vescovo che poi gli avrebbe pagato tra 600 e 700 euro per gli incontri.

    È il 15 gennaio 2015 quando il pm savonese Giovanni Battista Ferro ascolta come testimone don Bardini, all’epoca direttore della Caritas di Albenga. Oggi il contenuto di quelle carte è pubblico con gli atti dell’inchiesta sul sacerdote Nello Giraudo (che patteggiò un anno, mentre tante altre accuse sono finite in prescrizione). Francesco Zanardi, attivista anti-pedofilia della Rete l’Abuso, commenta: “Le parole di don Bardini sono fondamentali, perché sono il primo atto d’accusa proveniente da unsacerdote – poi sostituito alla guida della Caritas – nei confronti delle diocesi di Albenga e Savona”. Quelle diocesi al centro di scandali di pedofilia e non solo.

    Don Bardini è un sacerdote scomodo, da sempre critico con chi guida la sua diocesi. E anche davanti al pm decide di non tacere. Anzi: “Devo riferirle che il vescovo Mario Oliveri – racconta – paga sistematicamente per avere prestazioni sessuali nel suo studio. Che io sappia si tratta di maggiorenni, i quali in cambio della prestazione sessuale ottengono soldi. Sono soggetti che vanno per un aiuto, e poi subiscono le pesanti richieste del vescovo”. Un atto d’accusa nei confronti del vescovo Oliveri che all’epoca guidava Albenga e che poi è stato sostituito per volere di Papa Francesco. Sulle affermazioni di Bardini è stato aperto un fascicolo senza indagati. Oliveri non è stato indagato: i fatti sarebbero comunque prescritti e non è detto che siano da considerare reati.

    Il verbale entra nei dettagli (alcuni di una crudezza che non è possibile riportare), ma utili secondo Bardini per descrivere l’ambiente delle diocesi oggetto dell’inchiesta: i soggetti che hanno rapporti con il vescovo, sostiene il sacerdote, “si rivolgono a lui inizialmente per chiedere un aiuto economico o lavorativo e poi vengono” convinti “a subire l’atto sessuale in discussione… l’allora convivente di una di queste persone mi ha parlato di corrispettivi in contanti anche di 600-700 euro per un rapporto sessuale. Non so di che soldi disponga il vescovo Oliveri e dove attinga per pagare le prestazioni sessuali”.

    Fino a quel passaggio: “Negli ultimi due mesi si sono rivolte a me cinque o sei persone per raccontarmi sempre questa storia, ragion per cui mi son risolto a contattare la magistratura… tutti dicono le stesse cose, con singolari coincidenze tra i dichiaranti, per esempio circa la geografia dei luoghi e il frasario del vescovo (“fammi gustare la natura di dio”). Sono portato ad escludere pertanto un disegno calunnioso o anche solo diffamatorio in capo alle persone che ho sentito”.

    Ripetiamo: Oliveri non è stato indagato. Per Zanardi “si tratta comunque di una testimonianza di pubblico interesse. Icittadini, soprattutto i fedeli, hanno interesse a conoscere questo racconto dopo gli scandali che hanno toccato le curie del Ponente ligure. E perfino la Chiesa dovrebbe essere interessata vista la battaglia di Papa Francesco contro gli scandali sessuali”.
    Ma Bardini parla anche di Domenico Calcagno, all’epoca dei fatti vescovo di Savona e oggi potentissimo cardinale in Vaticano. È presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: “Posso dichiarare che il fatto che don Giraudo avesse rapporti sessuali con minori era di dominio pubblico e i vertici della chiesa locale tacquero; sia l’allora vescovo Dante Lafranconi che Calcagno, che si avvaleva di Giraudo come cuoco, erano a conoscenza del fatto che abusava dei minori affidatigli”.

    E tra le carte ecco una lettera che Calcagno scrisse nel 2003 all’allora cardinale Joseph Ratzinger: “Presento con animo colmo di sofferenza il caso di don Nello Giraudo… per quanto possibile intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto di bambini e adolescenti”. Calcagno insomma scrisse in Vaticano. Ma nell’estate 2005 Giraudo, durante un campo scout a Vara, molestò un ragazzo e fu per questo condannato.

    I vertici ecclesiastici sapevano? Un’accusa che non abbandona i vescovi di Albenga e Savona. Calcagno ha sempre negato. Non è stato indagato. E Benedetto XVI lo ha promosso in Vaticano. Nel maggio scorso eccolo indagato in un’inchiesta per malversazioni amministrative relativa al periodo in cui era stato vescovo di Savona. “Ho fiducia nella magistratura, chiarirò tutto”, aveva detto. Poi le polemiche per la collezione di armi, la grande passione di Calcagno.

    Don Filippo Bardini, il sacerdote scomodo autore della testimonianza, non è più ai vertici della Caritas di Albenga. E qui un altro scandalo, ma avvenuto quando già in Riviera era arrivatoGuglielmo Borghetti, vescovo mandato da Bergoglio per rivoluzionare la Curia: alla Caritas, infatti, dopo Bardini era stato nominato don Francesco Zappella. Ma nel settembre 2015 ecco che viene toccato da un’inchiesta per reati sessuali. Borghetti sembrò difenderlo: “Per quanto lo conosco io don Francesco è una persona buona e generosa”, disse. L’inchiesta si risolse con un’archiviazione (tra l’altro i fatti sarebbero stati prescritti), ma emerse – come riportarono Il Secolo XIX e il Corriere della Sera – che lo stesso sacerdote anni prima era già stato condannato per atti di libidine su minorenni.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/19/il-vescovo-chiedeva-sesso-a-chi-aveva-bisogno-di-soldi-e-diceva-fammi-gustare-la-natura-di-dio/3108852/

  • “Romanzo Cardinale” Sala piena alla UBIK per lapresentazione

    “Romanzo Cardinale” Sala piena alla UBIK per lapresentazione

    Sala piena ieri sera alla Libreria UBIK di Savona per la proiezione del Docu-Film Romanzo Cardinale che svela i retroscena dell’avviso di garanzia inviato al presidente dell’APSA, il Cardinale Domenico Calcagno (ex vescovo di Savona) e degli affari, delle speculazioni immobiliari che la chiesa sta facendo in tutta Italia.

    Un altissimo gradimento da parte di tutti i presenti ma anche tanta tristezza nel vedere documentati i sotterfugi, le pressioni e l’atteggiamento di una chiesa, quella savonese che sembra non avere nulla a che fare con il vangelo, ma che si presta ad un altro dio, dio denaro.

    Ospite di eccezione Ferruccio Sansa del Fatto Quotidiano e Christian Abbondanza della Casa della Legalità.