Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Il Vescovo Roberto Amadei sapeva già nel 2004 che don Aristide Belingheri era un molestatore. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    La cronaca di pochi giorni fa ci racconta la vicenda di don Alessandro Raccagni il sacerdote del bergamasco che dopo la messa, parlando ai fedeli ha annunciato di voler abbandonare la tonaca e confessa di essere stato abusato da piccolo nel seminario di Bergamo.

    Alessandro Raccagni non svela il nome del suo molestatore, la diocesi si guarda bene dal fare dichiarazioni, ma come dice il proverbio il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

    Alla Rete L’ABUSO arrivano centinaia di vittime ogni anno le quali ci mettono a conoscenza di fatti, li documentano e nel caso di Bergamo possiamo dirvi non solo che il prete molestatore è don Aristide Belingheri morto nel 2007, ma possiamo anche dirvi che la diocesi e il seminario erano ben informati sulle tendenze pedofile di don Aristide almeno dal 2004 al punto tale che lo spostarono a Roma.

    Ad aggiungere un pezzo a questa storia è un’altra vittima di don Aristide Belingheri anche lui come Raccagni si chiama Alessandro, un suo compagno di corso.

    Parliamo di Alessandro V. che a differenza di Raccagni non prese mai i voti e lasciò il seminario con un trauma che anni dopo gli rovinerà la vita.

    Alessandro V. si rivolse alla Rete L’ABUSO nel 2010 chiedendo di essere aiutato, in quanto ha dietro le spalle una storia drammatica fatta di traumi ma anche di porte chiuse in faccia dai vari vescovi che si sono susseguiti.

    Alessandro ci fornisce lettere dei primi anni 2000 che aveva inviato alla diocesi, lettere alle quali l’allora vescovo Roberto Amadei rispose. Le lettere manoscritte in questione sono una del 24 agosto 2004, l’altra del 15 marzo 2005 nelle quali Amadei si scusa per la tarda risposta e rassicura Alessandro “Le garantisco che da diversi anni, cioè da quando si è conosciuto qualcosa, la persona da lei indicata è stata messa in condizione di non aver più contatti con i ragazzi”.

    Nella successiva lettera, quella del 15 marzo 2005 Amadei concede ad Alessandro V. un incontro e gli chiede di rivolgersi a don Alessandro Locatelli, suo segretario per fissare una data.

    Ci sono diversi incontri tra Amadei e Alessandro V. nei quali la vittima racconta degli abusi subiti in seminario e del muro di gomma che anche lui si trovò ad affrontare quando denunciò. Parlarono della situazione in cui si trova, delle cure mediche alle quali è sottoposto a causa di quegli abusi. Amadei non si mostra ostile, anzi cerca di venire incontro ad Alessandro e gli promette giustizia e un risarcimento che lo aiuti ad affrontare almeno le spese mediche.

    La cosa però va per le lunghe e nel 2007 il prete abusatore don Aristide Belingheri muore e forse con lui anche un pò dell’interesse della curia a fare silenzio sulla vicenda. Amadei si allontana sempre più da ciò che erano gli impegni presi con Alessandro. Nel 2009 anche il vescovo Roberto Amadei muore.

    Alessandro. V. si rivolge al suo successore, mons. Francesco Beschi nel maggio del 2010 il quale però chiuderà bruscamente il dialogo. Arrivò solo una comunicazione da parte di un assistente legale dell’arcivescovado di Milano (Avv. Mario Zanchetti) nella quale si diceva che a seguito di indagini, nella Diocesi e nel Seminario di Bergamo non era emerso nulla, nessuno ricordava nulla di queste vicende.

    Alessandro non si arrende e denuncia al tribunale di Bergamo ma il 07-06-2013 il fascicolo viene achiviato.

    Chiede anche più volte udienza al rettore del seminario don Pasquale Pezzoli arrivando fino ad incatenarsi nel giugno del 2012, senza ottenere nessuna risposta.

    Nel marzo del 2014 un’altra vittima di quel seminario, un sacerdote Alessandro Raccagni, conferma non solo i fatti, ma nelle sue dimissioni lamenta l’omertà che la chiesa ha avuto anche questa volta, si dissocia con un gesto clamoroso da una chiesa che non condivide.

    Rendiamo noto che giorni scorsi la Rete L’ABUSO ha formalizzato una denuncia sulla vicenda alla Procura della Repubblica di Bergamo inviando anche il materiale in nostro possesso.  Da quello che abbiamo potuto apprendere esisterebbero altre vittime alle quali facciamo un appello, quello di rivolgersi direttamente alla Procura della Repubblica di Bergamo o in qualunque stazione di polizia o carabinieri denunciando.

    Comprendiamo la difficoltà a compiere questo passo, soprattutto se sono passati degli anni e se si deve informare una famiglia che magari ancora oggi è allo scuro di tutto, ma riteniamo sia importante almeno rifletterci.

    La Rete L’ABUSO è a disposizione qualora sceglieste di denunciare anche attraverso l’associazione o per qualunque altra esigenza potete scrivere a lombardia@retelabuso.org .

    Francesco Zanardi

    Rete L’ABUSO

  • #Preti pedofili;  siamo davvero al sicuro?

    #Preti pedofili; siamo davvero al sicuro?

     Alla luce degli ultimi avvenimenti ci sentiamo in dovere di denunciare quello che è di fatto accaduto con le “riforme” attuate da papa Francesco. Riforme che nelle dichiarazioni a mezzo stampa danno l’idea di essere positive, ma vedendo l’applicazione pratica di quelle norme, ovvero come giuridicamente vengono applicate esce una realtà parecchio diversa.

    Rete L’ABUSO dal 2009 si occupa quasi unicamente di pedofilia clericale. Attualmente conta in Italia diverse centinaia di iscritti/vittime, e segue diversi casi sparsi sul territorio. Abbiamo quindi una panoramica piuttosto completa, precisa e aggiornata di quella che oggi è l’effettiva situazione.

    Cercheremo di spiegare per prima cosa il perché secondo noi oggi, con le leggi canoniche e le direttive attuali, nel caso in cui un minore venga molestato in parrocchia, la possibilità che il crimine venga sistematicamente insabbiato o addirittura ignorato è oggi è maggiore del 90%.

    La finestra di tempo di cui parliamo comincia dal pontificato di Papa Francesco nel quadro giuridico e canonico attuale, con le leggi che lui stesso ha creato, partendo dall’ultimo atto, le linee guida divulgate dalla CEI pochi giorni fa.

    Valutazione:

    -La Conferenza Episcopale Italiana, non inserendo l’obbligo di denuncia per i vescovi e riconfermando di voler gestire internamente questi casi, conferma anche che l’obbiettivo principale da tutelare resta l’istituzione, il buon nome e l’immagine della chiesa.

    Ovvia conseguenza, la tutela dei minori affidati quotidianamente alle cure del clero viene messa per i motivi di cui sopra in secondo piano. D’altra parte quando mai è accaduto che uno scandalo di pedofilia non abbia compromesso l’immagine della chiesa?

    Il Presidente della CEI Angelo Bagnasco “rassicura” dicendo che il “non obbligo di denuncia” è per tutelare la privacy delle vittime. Conferma quindi che non vi sarà mai, da parte della chiesa, una denuncia all’autorità giudiziaria: sarebbe, infatti, un atto contraddittorio, perché toglierebbe qualunque senso logico alla norma inserita.

    -La decisione della CEI e le affermazioni del presidente Angelo Bagnasco, a detta di alcuni, sembrano contraddire le dichiarazioni e la linea mediatica, assunta pubblicamente da Papa Francesco. In realtà vedremo che non è proprio così.

    La CEI sta seguendo la linea avviata proprio da Papa Francesco lo scorso a Agosto, quando abilmente nascosta dietro una norma vaticana che avrebbe dovuto inasprire le pene per i preti pedofili, veniva inserita anche una norma che di fatto ha reso illegale la denuncia per tutti i membri del clero e anche per i laici. Questa volta le pene per i “traditori dell’omertà” si sono inasprite e vanno ben oltre la semplice scomunica. Rivelare o ricevere informazioni vaticane riservate è ora perseguibile con una pena fino a due anni di carcere.

    Come vedete in realtà tra la CEI e il Papa la posizione giuridica, cioè la legge che viene di fatto applicata, non il teatrino delle dichiarazioni a mezzo stampa, che peraltro non sono normativa, non sono molto lontane ma viaggiano praticamente parallele. In realtà il non obbligo di denuncia per i vescovi e la norma di papa Francesco sono di fatto “obbligo di non denuncia!”

    Potremmo più semplicemente dire che Francesco ha reso legge una norma che impedisce di rivelare informazioni vaticane riservate, la CEI l’ha semplicemente confermata ai vescovi italiani. La posizione della CEI è perfettamente coerente con la norma di Papa Francesco, l’anomalia sarebbe stata se la CEI, avesse inserito l’obbligo di denuncia!

    -Facciamo quindi un po’ di chiarezza e vediamo in due esempi cosa accade quando all’interno di un luogo dove la chiesa ha autorità si verifica un abuso su un minore?

    1 – Nel caso in cui il minore denunci di aver subito molestie al parroco o agli educatori, per loro scatta immediatamente la norma di cui sopra, la quale di fatto impedisce anche da parte delle persone informate la segnalazione del reato, sia alla famiglia della vittima che all’autorità giudiziaria. Non impedisce però la denuncia alle autorità ecclesiastiche, che la gestiranno a loro piacimento e che sempre secondo la stessa norma hanno comunque l’obbligo di segretezza, quindi non potranno denunciare all’autorità giudiziaria.

    2 – Nel caso invece sia una terza persona, estranea ai fatti venga a conoscenza di un abuso, anche se decide di non parlarne con nessuno, nemmeno con l’autorità ecclesiastica, viene comunque sottoposta al vincolo, che in quel caso, si attiverà nel momento in cui (per esempio) viene chiamato a testimoniare per quei fatti.

    Teniamo conto che questa norma si applica anche ai laici, a tutti coloro che operano nelle attività parrocchiali come doposcuola campo solare ecc. i quali si riferiscono direttamente al clero per quelle attività. Quindi sono pienamente vincolati alla norma dell’omertà.

    Le varie modifiche apportate da Papa Francesco in sostanza garantiscono tutt’altro che il regolare corso della giustizia civile, anzi nel concreto portano ad un’altissima probabilità che avvenga l’esatto opposto.

    Papa Francesco vuol far credere di realizzare una commissione vaticana che vigilerà e interverrà in favore delle vittime gestita dal Vaticano, la quale non dovrà rendere conto a nessuno tranne all’ organo di vigilanza che è sempre il Vaticano.

    A questo punto è doveroso ricordare anche che la chiesa in Italia sta parlando pubblicamente di provvedimenti in soccorso e a tutela delle potenziali vittime dal 2006, attraversando lo scandalo del 2009 e arrivando al 2014, senza mai avere mantenuto nulla di ciò che ha pubblicamente promesso e aggiungendo nel Febbraio 2014 una pesantissima relazione dell’ONU che imputa al Vaticano la responsabilità non solo di decine di migliaia di abusi, ma anche di aver attuato procedure volontarie ai fini di insabbiare i casi producendo così nuove vittime. A seguito della relazione l’ONU ha avanzato al Vaticano una serie di richieste legittime, in quanto sottoscrittore della convenzione ONU per i diritti e la tutela del fanciullo.

    In risposta il Vaticano si è rifiutato di adempiere a quelle richieste e si è difeso rilanciando all’ONU l’accusa di aver snaturato la Santa Sede e non solo: per il portavoce del papa padre Lombardi, le osservazioni del Comitato Onu sull’infanzia «interferiscono nelle posizioni dottrinali e morali della chiesa cattolica».

    Sembra che in Vaticano non condividano il fatto che i diritti umani non variano in base ai propri comodi o a seconda dell’esigenza. Vengono definiti inalienabili apposta!

    La situazione che denunciamo a nostro avviso è grave e notevolmente peggiorata nell’ultimo anno, al punto tale da ritenere pericoloso affidare minori alle cure clero, in quanto la possibilità di non venirne a conoscenza di quello che gli accade oggi non è così flebile. Visitando la sezione del nostro sito chiamata DIOCESI ITALIANE NON SICURE potrete farvi una panoramica di quella che è la reale situazione suddivisa per diocesi italiane. Non troverete le schede di  tutti i casi ma solo una parte, quelli che vanno dal 2005 a oggi, con un massimo di risultati per diocesi che al momento si limita a restituire 100 documenti per diocesi. Il panorama che emerge è inquietante.

    Con questo non vogliamo dire che tutti i preti siano pedofili, oggi però con la norma di papa Francesco possiamo dire che tutto l’ambiente che dipende dal Vaticano è obbligato all’omertà e al silenzio.

    Francesco Zanardi

  • Il primo film sui preti pedofili girato a Savona e Verona sarà al Bari international film festival domenica 6 aprile.

    Il primo film sui preti pedofili girato a Savona e Verona sarà al Bari international film festival domenica 6 aprile.

    LA PREDA. SILENZIO IN NOME DI DIO in Documentari fuori concorso, ItaliaFilmFest

    I cunicoli bui di una fortezza. La Caduta dei Giganti. Luce sinistra a illuminare storie soffocate.

    La Preda rompe decenni di silenzi sulla colpa più grande della Chiesa Cattolica, aver taciuto o insabbiato gli episodi di pedofilia praticati da sacerdoti.

    Un pellegrinaggio intimo e scioccante che porta alla luce vicende occultate e testimonianze scioccanti, come quelle degli ospiti dell’Istituto Provolo di Verona.

    Centinaia di bambini sordi abusati sistematicamente da sacerdoti e laici nell’arco degli ultimi 50 anni. Una mattanza che oggi non ha ancora colpevoli.

    La Preda racconta del muro issato dalla Chiesa Cattolica, di documenti sconosciuti, di sacerdoti e Vescovi che scelgono di tacere, e di un luogo tenuto segreto, dove il Vaticano cura e protegge i suoi mostri.

    Nel Paese che è la casa del Cattolicesimo il silenzio è assordante.

    – di Luca Bellino, Silvia Luzi con Francesco Zanardi, Don Giovanni Lupino, Monsignor Domenico Sigalini, Robert Mickens. Iran-Italia 2013, 53’  v.o. sott. it.

    Produzione Press TV Documentaries
    Sceneggiatura Luca Bellino, Silvia Luzi
    Musiche Nicolò Mulas
    Montaggio Luca Bellino
    Fotografia Adriano Mestichella

    pressbook
    presskit

    In programmazione
    06/04 ore 22.30 Galleria 4

    http://www.bifest.it/film/la-preda-silenzio-in-nome-di-dio

  • #Pedofilia, Papa Francesco ha fortemente difeso il record della Chiesa cattolica romana sulla lotta contro gli abusi sessuali da parte di sacerdoti? La BBC intervista la Rete L’ABUSO

    #Pedofilia, Papa Francesco ha fortemente difeso il record della Chiesa cattolica romana sulla lotta contro gli abusi sessuali da parte di sacerdoti? La BBC intervista la Rete L’ABUSO

    In una rara intervista con un giornale italiano, il Papa ha detto che “nessun altro ha fatto di più” per sradicare la pedofilia.

    Ha detto che la Chiesa aveva agito con trasparenza e responsabilità, ma era l’unica istituzione ad essere stata attaccata.

    Il mese scorso, l’ONU ha fortemente criticato il Vaticano per non aver debellato la pedofilia e per consentire che si insabbi.

    Statistiche “Shocking”

    Nella sua intervista al Corriere della Sera pubblicato il Mercoledì, Papa Francesco ha detto: “La Chiesa cattolica è forse l’unica istituzione pubblica ad aver agito con trasparenza e responsabilità.

    «Nessun altro ha fatto di più. Eppure la Chiesa è l’unica ad essere stata attaccata.”

    Il Papa, che festeggerà il suo primo anniversario della sua elezione a fine mese, ha anche elogiato il suo predecessore, emerito Papa Benedetto XVI, per cambiare l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dei sacerdoti predatori, dicendo che era stato “molto coraggioso”.

    Ha anche messo in dubbio il fulcro del dibattito, dicendo: “. Le statistiche sul fenomeno della violenza contro i bambini sono scioccanti, ma mostrano anche chiaramente che la grande maggioranza degli abusi sono effettuate in ambienti familiari o di vicinato”

    Unrapporto delle Nazioni Unite negli scandali di abusi pubblicato il mese scorso ha invitato il Papa a “rimuovere immediatamente” tutti i sacerdoti noti o sospettati pedofilia.

    Il Vaticano è anche accusato di preferire sistematicamente la “salvaguardia della reputazione della Chiesa e del presunto autore del reato, anziché la tutela dei minori vittime” – cosa che il Vaticano ha strenuamente negato.

    Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo (CRC) ha detto che la Santa Sede dovrebbe aprire i suoi file sui membri del clero che hanno “nascosto i loro crimini”, in modo che possano essere ritenuti responsabili dalle autorità.

    Papa Francesco, ha istituito una commissione per indagare sui crimini sessuali commessi da sacerdoti e di prendersi cura delle vittime, ma finora ha fatto pochissime azioni pubbliche circa gli scandali che hanno scosso la Chiesa negli ultimi anni.

    No ‘grandi cambiamenti’

    Il leader di un gruppo italiano che rappresenta le vittime di abusi sessuali del clero sostiene che ci sono poche azioni concrete da parte del Vaticano che non ci sono stati “grandi cambiamenti” sotto il pontificato di Francesco.

    Francesco Zanardi della Rete L’Abuso, ha dichiarato alla BBC: “I casi di abusi sui minori da parte di sacerdoti continuano ad accadere, in tutta Italia, e dei casi che abbiamo denunciato non abbiamo visto alcun intervento.”

    “Il Papa fa queste dichiarazioni, ma poi il Vaticano non risponde alle Nazioni Unite, non impone l’obbligo che i vescovi debbano denunciare i preti accusati nei tribunali e non affrontarli internamente.”

    Zanardi ha anche attaccato la copertura degli scandali di abusi, dicendo che i media in Italia “adorano” Papa Francesco.

    “Noi che lavoriamo su questo tema, vediamo la realtà delle cose. La realtà è molto diversa da quello che dicono i media”.

    Il fondatore del sito web statunitense, BishopAccountability.org, Terence McKiernan, è stato più diretto nelle sue critiche, lamentando che il Papa non aveva semplicemente omesso di chiedere scusa ai bambini che erano stati abusati, ma non aveva nemmeno espresso dolore.

    Ha detto “E ‘sorprendente che a questo ritardo, Papa Francesco ricicli tale retorica stanca e difensiva”.

    Papa Francesco ha utilizzato l’intervista, anche per ammettere che lui è a disagio con la raffigurazione che viene fatta di un “superman” che lascia il Vaticano di notte per nutrire i senzatetto.

    Ha detto al giornale: “Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme con calma e ha amici come tutti gli altri. Una persona normale.».

    I suoi commenti sono su un nuovo settimanale interamente dedicato alla sua vita, chiamato Il Mio Papa, in edicola in Italia.

    http://www.bbc.com/news/world-europe-26448075

  • Parapiglia davanti alla chiesa, parrocchiana si scaglia contro Giada: “Dici solo menzogne”

    Parapiglia davanti alla chiesa, parrocchiana si scaglia contro Giada: “Dici solo menzogne”

    La presunta vittima di abusi sessuali da parte dell’ex parroco don Marino Genova è stata aggredita verbalmente da una donna, nella serata di giovedì 27 febbraio, il giorno dopo il servizio televisivo de “Le iene”. Giada era in compagnia del presidente della rete “L’abuso” e di un altro collaboratore, quando la donna ha cominciato a inveire contro entrambi. Sono stati allertati i Carabinieri che hanno raccolto le deposizioni. La parrocchiana è stata querelata.

    di Alessandro Corroppoli

    Portocannone. Giada Vitale, la presunta vittima di abusi sessuali da parte dell’ex parroco don Marino Genova, è stata aggredita verbalmente da una parrocchiana in pieno centro tanto da costringere la stessa a chiedere aiuto alle forze dell’ordine.
    Il bruttissimo episodio si è verificato nella serata di giovedì 27 febbraio, intorno alle ore 19,30 proprio davanti alla chiesa Santi Pietro e Paolo, il giorno successivo al servizio televisivo delle Iene. All’aggressione verbale hanno assistito anche il presidente della Rete L’Abuso ed un suo collaboratore, che da alcuni giorni soggiornano nella cittadina per sbrigare alcune pratiche burocratiche. Il tutto è avvenuto nel tardo pomeriggio di giovedì mentre i tre si stavano recando da un teste per acquisire informazioni sommarie.La parrocchiana, M. D. le iniziali, e altre due persone discutevano davanti alla chiesa, ma al passaggio della ragazza, rivolgendosi a Francesco Zanardi ha cominciato in modo aggressivo ad inveire dicendo: «Mi sembrava di conoscere quella faccia. Sei venuto ad offendere il nostro dolore». Zanardi replicava dicendo che era venuto a sostenere la vittima, Giada e il suo dolore. A questo punto la donna ha iniziato a rivolgere le sue ire contro la Vitale accusandola di mentire, pretendendo che la ragazza si confrontasse con lei, accusandola di parlare solo con i giornalisti.Nel frattempo dalla chiesa uscivano il Vescovo, Gianfranco De Luca, e il parroco, Don Michele Valentini, che avevano da poco terminato la celebrazione della Santa Messa seguita a un incontro con la cittadinanza nel tentativo, evidentemente abortito, di placare gli animi dei parrocchiani.Alla loro vista la donna ha rincarato la dose contro la ragazza accusandola di non essere mai andata in chiesa.

     Le urla della donna hanno attirato l’attenzione di tutti i presenti nella piazza. A questo punto Zanardi e il suo collaboratore, per scongiurare una possibile rissa, in quanto la donna non solo non smetteva di gridare, ma seguiva la Vitale, sono intervenuti allontanando immediatamente la ragazza. Immediato l’intervento dei Carabinieri, che hanno raccolto le deposizioni. Nel pomeriggio di ieri la parrocchiana è stata formalmente querelata.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=16081
  • Pedofilia, Rete l’abuso: “Grande passo avanti per la Chiesa, ma adesso fatelo per tutti”

    Pedofilia, Rete l’abuso: “Grande passo avanti per la Chiesa, ma adesso fatelo per tutti”

    Francesco Zanardi commenta la notizia della riduzione allo stato laicale per direttissima messa in atto dalla Santa Sede nei confronti di Marco Magiacasale, già condannato in primo e secondo grado per abusi su quattro ragazze minorenni: “Il Vaticano sta dando un segnale positivo, mi aspetto che estendano questa procedura anche a tutti gli altri casi” di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

  • Savona: Vittime di preti pedofili, class action contro la Diocesi

    Savona: Vittime di preti pedofili, class action contro la Diocesi

    In 12 chiedono i danni per gli abusi di Giraudo e Barbacini.

    Silvia Campese Il Secolo XIX- Le vittime di Don Nello Giraudo, Don Giorgio Barbacini e del sacrestano laico Franco Briano  si costituiscono parte civile nei confronti della diocesi di Savona Noli. L’ha annunciato ieri la rete nazionale “L’abuso” che, entro una ventina di giorni, depositerà il procedimento alla Procura di Savona, grazie all’assistenza legale di un pool di avvocati genovesi che ha avviato le procedure. Una svolta significativa che sposta la disputa dalla sede penale, dove le vicende dei tre protagonisti sono già state affrontate vedendo per alcuni casi sopraggiungere la prescrizione, passando invece sul piano civile e, quindi, aprendo alle vittime di pedofilia una nuova via: quella del risarcimento. E, se gli esiti processuali dessero ragione ai ricorrenti, a versare i risarcimenti, in questo caso, sarebbe proprio la Diocesi facendo riferimento al secondo comma dell’articolo 40 del Codice Penale, secondo cui “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. Meglio detta: la Diocesi avrebbe dovuto vigilare sull’operato di chi agiva nell’ambito delle mansioni ricevute all’interno delle parrocchie e delle strutture istituite dalla Diocesi stesse.

    Se a qualcuno il procedimento sembrasse fantascienza, dalla giurisprudenza arriva il conforto: una sentenza del Tribunale di Bolzano, datata 21 agosto 2013, ha sancito, nell’ambito del processo civile, la responsabilità solidale della Diocesi e della Parrocchia per le azioni criminose compiute da un prete a danno di un minore che ha ricevuto un risarcimento di 500 mila euro e 100 mila a ciascun genitore. Una cifra importante che, se paragonabile al numero delle vittime savonesi, equivarrebbe a un risarcimento enorme che metterebbe in ginocchio la Diocesi. «La sentenza di Bolzano – dice Francesco Zanardi, portavoce della Rete – ci dà ampie speranze anche perché si avvicina molto a un’altra sentenza storica emessa dal Tribunale di Savona: il giudice Giorgi, l’8 maggio del 2012, ha ravvisato le responsabilità di un vescovo savonese, Dante Lafranconi, che ha fatto nulla per impedire che potessero essere perpetrati gli abusi sui minori. Una sentenza che sembra fornire già una risposta al procedimento di costituzione di parte civile».

    Il lavoro da fare adesso, secondo la Rete, dovrà essere estremamente rapido per raccogliere, entro una quindicina di giorni, i nomi, con le rispettive prove, delle vittime non censite nei procedimenti penali svolti (info legale@retelabuso.org). «Gli avvocati – dice Zanardi – hanno deciso di partire in contemporanea con tre procedimenti distinti, anche se quello più completo e che potrà procedere in modo più spedito è quello di Giraudo». Da definire il numero delle vittime. «Ad oggi – dice – le vittime che si sono costituite parte civile e di cui possediamo la documentazione completa che definisce la veridicità dei fatti, sono dodici. Sono, però, ancora una cinquantina i ragazzi che, in tempi non sospetti, avevano contattato la Rete per raccontare il proprio dramma personale. Per questo facciamo un appello alle vittime di Giraudo, ma anche di don Barbacini e di Briano: contattateci entro breve fornendo certificati medici e i materiali documentari che gli avvocati hanno specificamente indicato». I numeri, purtroppo, sono destinati a crescere visto il perpetrarsi negli anni delle violenze compiute sui minori in ambito parrocchiale. «Gli avvocati – conclude Zanardi – hanno individuato, come linea di risarcimento, la personale vicenda. Non un forfait, quindi, bensì una richiesta di risarcimento specifica in base all’esperienza di ciascuno. L’associazione stessa Rete L’Abuso si costituirà parte civile».

    Un nuovo colpo di scena, quindi, che potrebbe porre in serie difficoltà la Diocesi savonese. Dovrebbe essere proprio la diocesi, infatti, a versare il risarcimento, come avvenuto nella sentenza di Bolzano che individua un rapporto di “dipendenza lavorativa” tra il sacerdote e la propria Diocesi. Per il resto, il copione sembra lo stesso di quelli savonesi: il sacerdote di Bolzano, in occasione della preparazione alla Comunione, aveva carpito le attenzioni di una bambina, vincolandola da lui al segreto, compiendo ripetute violenze. Assolto per intervenuta prescrizione del reato, ha dovuto risarcire la vittima insieme a Parrocchia e Diocesi, a titolo di responsabilità solidale.

    Silvia Campese Il Secolo XIX

  • SAVONA APPELLO IMPORTANTE: Procedimento di costituzione di parte civile per le vittime di preti pedofili savonesi, nei confronti della Diocesi di Savona-Noli. Accesso al procedimento.

    SAVONA APPELLO IMPORTANTE: Procedimento di costituzione di parte civile per le vittime di preti pedofili savonesi, nei confronti della Diocesi di Savona-Noli. Accesso al procedimento.

    Si invitano le vittime non censite nei procedimenti penali nei confronti di don Nello Giraudo, don Giorgio Barbacini, Franco Briano, a contattare entro e non oltre 20 giorni Rete L’ABUSO all’indirizzo legale@retelabuso.org .

    Questo appello è diretto a tutte le vittime dei procedimenti di cui sopra, che non sono mai entrate in contatto con le autorità civili o con la Rete L’ABUSO.

    Nelle prossime settimane depositeremo presso il Tribunale di Savona le richieste di risarcimento danni alla Diocesi di Savona-Noli.

    L’ordinanza del GIP del Tribunale di Savona dell’8 maggio 2012, ha ravvisato la responsabilità di un vescovo,  Dante Lanfranconi, il quale ha coperto pedofili e non ha fatto nulla per impedire che potessero continuare ad abusare di minori.

    Per quanto attiene al Lanfranconi non è stato possibile rinviarlo a giudizio perché il tempo trascorso dagli abusi commessi ha fatto maturare la prescrizione.

    In quella ordinanza però il GIP sottolinea la responsabilità della Diocesi, stabilita dal secondo comma dell’art.40 del codice penale secondo il quale “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.”

    Dalla data dell’8 maggio 2012 le vittime di questo procedimento penale possono costituirsi parte civile, anche se prescritte in quanto l’ordinanza stabilisce una nuova data di prescrizione per tutte quelle vittime, quella del 8-5-2012. Da questa data le vittime hanno diritto per cinque anni a costituirsi parte civile.

    Annunciamo già da ora che la Rete L’ABUSO si costituirà parte civile in questo procedimento. La costituzione di parte civile potrà essere presentata anche dai comuni i quali, attraverso i propri servizi sociali, affidarono minori alle comunità gestite da preti pedofili della Diocesi di Savona-Noli.

    Vi invitiamo a contattarci al fine di stabilire quale possa essere la linea documentale che verrà usata nella richiesta di risarcimenti, in quanto nell’incontro a Genova del 10-2-2014 con il pool di avvocati che seguiranno questa causa si è stabilito che verrà utilizzata come linea di risarcimento, la personale vicenda, sarà di conseguenza obbligatorio produrre in tempi molto brevi tutta la documentazione necessaria. Per contatti legale@retelabuso.org .

    Francesco Zanardi

    Portavoce Nazionale.

    -Note legali su come verrà articolata la richiesta di danni alla Diocesi savonese. A cura di Stefano Rossi.

    Si ringrazia l’avv. Gianni Lanzinger per la concessione della sentenza

    La sentenza in commento, pronunciata dal Tribunale di Bolzano in data 21.08.2013 (n. 679/2013), rappresenta – almeno per l’Italia – un leading case avendo sancito, nell’ambito di un processo civile, la responsabilità solidale della Diocesi e della Parrocchia per le azioni criminose compiute da un prete a danno di una minorenne.

    La questione più spinosa e controversa, sotto il profilo giuridico, sta appunto nella qualificazione del rapporto che si viene ad instaurare tra il prete e la Diocesi rappresentata dal Vescovo, in particolare nella possibilità di sussumere tale rapporto nell’ambito della disciplina prevista dall’art. 2049 c.c.

    Prima di entrare nel merito della questione, è tuttavia utile ripercorrere la sentenza, molto ben argomentata, che risolve anche alcuni nodi preliminari, non certi esclusivi della vicenda in commento, ma che potrebbero trovare svolgimento e attenzione anche in altri casi analoghi.

    È bene rammentare che il prete, che chiameremo Giulio, dopo essere stato consacrato chierico, era stato assegnato ad una parrocchia di Bolzano, in qualità di vicario cooperatore e di responsabile della pastorale giovanile.

    In questa funzione, approfittando della sua posizione di sacerdote, aveva carpito la fiducia di una bambina in occasione (e con la scusa) della preparazione prima della prima comunione e successivamente della cresima, imponendole il vincolo della promessa di mantenere segreti i loro incontri e inducendola, in un crescendo di ‘attenzioni’ e di minacce, a subire violenze sessuali ripetute.

    Don Giulio veniva tratto a giudizio, ma arrivati in Cassazione veniva assolto per intervenuta prescrizione dei reati, con conferma delle statuizioni civili della sentenza di merito (Cass. pen., sez. III, 28 aprile 2009, n. 17846), ovvero la condanna al risarcimento del danno non patrimoniale cagionato dal reato, liquidato equitativamente in €. 500.000,00= a favore della minore ed €. 100.000,00= cada uno per i genitori di costei.

    Con il processo instaurato avanti il Tribunale di Bolzano, i genitori della minorenne, hanno citato in giudizio don Giulio, la Parrocchia presso cui era stato assegnato e la Diocesi di Bolzano e Bressanone per sentirli condannare: a) il convenuto, ai sensi degli art. 2043 c.c. e 185 c.p., al risarcimento dei danni patrimoniali non coperti da giudicato in quanto successivi alla sentenza della Corte d’Appello di Trento – sez. dist. di Bolzano – con cui era stata affermata la responsabilità civile dello stesso per il fatto-reato commesso, quantificando in €. 7.000,00= i danni patrimoniali risarcibili; b) la Diocesi di Bolzano e Bressanone e la Parrocchia, a titolo di responsabilità solidale con il sacerdote, ai sensi e per gli effetti degli artt. 2043 e 2049 c.c., al risarcimento di tutti i danni non patrimoniali già definitivamente accertati con la sentenza del Tribunale trentino, oltre alle spese per la costituzione di parte civile e ai danni patrimoniali sorti successivamente.

    La difesa di don Giulio contestava (inutilmente) la ricostruzione dei fatti di causa emergente dalla sentenza della Corte d’Appello e chiedeva dichiararsi l’inammissibilità della domanda risarcitoria per contrasto con il principio del ne bis in idem. In particolare si eccepiva che gli attori, costituitisi parte civile, avevano già ottenuto ristoro per il danno subito a mezzo della condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non, liquidati in via definitiva ed equitativa nel giudizio penale.

    Il Tribunale di Bolzano rigetta tale interpretazione, notando come la domanda degli attori, proposta in sede di costituzione di parte civile, si differenziasse per petitum da quella oggetto del processo, non comprendendo il risarcimento dei danni patrimoniali futuri, ma limitandosi a rivendicare esclusivamente le spese sostenute sino ad allora per le cure e la psicoterapia a cui era stata sottoposta la minore.

    A loro volta la Diocesi e la Parrocchia eccepivano, in via preliminare, il difetto di legittimazione passiva e l’avvenuta prescrizione della pretesa risarcitoria, oltre alla carenza di responsabilità ai sensi dell’art. 2043 e/o 2049 c.c.

    Sul punto della legittimazione passiva, il giudice trentino se la cava rapidamente, rilevando come la stessa attenga “alla correlazione tra soggetto contro cui un diritto è fatto valere ed il soggetto che tale diritto è tenuto ad osservare, secondo la prospettazione del rapporto controverso offerta dall’attore” (pg. 17; in dottrina C. Mandrioli,  Diritto processuale civile, I, Giappichelli, Torino, 2007, 55).

    Peraltro la contestazione della titolarità passiva, investendo un fatto costitutivo della domanda, e cioè che il soggetto convenuto non è quello che nella fattispecie concreta è tenuto per legge al comando richiesto al giudice, non integra un’eccezione in senso stretto (e cioè un fatto modificativo o estintivo), ma una mera difesa (Cass. civ.  n. 15832/2011), consistente nella contestazione del fatto costitutivo della domanda (Cass. civ., sez. III, 16 gennaio 2012, n. 17701).

    Anche per tale motivo, l’accertamento, che deve essere operato dal giudice riguardo la predetta correlazione, si svolge agendo sulla stessa norma di diritto da applicarsi per la decisione del merito della causa, assumendo quindi come vera la ricostruzione dei fatti proposta dall’attore e conseguentemente identificando nel convenuto il soggetto tenuto a subire la pronuncia giurisdizionale (Cass. civ., sez, I, 6 aprile 2006, 8040)

    Una seconda eccezione prospettata dalle difese degli enti ecclesiastici atteneva all’avvenuta prescrizione della domanda. Se infatti è vero che l’art. 2947, 3° co., c.c. sancisce che, in caso di reato, il termine di prescrizione del risarcimento è pari a quello prescritto per il reato connesso, tuttavia “in tema di obbligazioni solidali derivanti da atti illeciti, qualora solo il fatto di uno dei coobbligati costituisca anche reato, mentre quelli degli altri costituiscono unicamente illecito civile, la possibilità di invocare utilmente il più lungo termine di prescrizione stabilito dall’ultimo comma dell’art. 2947 c.c., per le azioni di risarcimento del danno se il fatto è previsto dalla legge come reato, è limitata alla sola obbligazione del primo dei predetti debitori (quella collegata ad un reato)” [Cass. civ., sez. III, 16 dicembre 2005, n. 27713].

    Vi è però da rilevare che la proposizione di domanda giudiziale (ovvero, nella specie, la costituzione di parte civile nel procedimento penale) nei confronti di uno dei coobbligati in solido determina  l’interruzione della prescrizione anche nei confronti degli altri obbligati, senza necessità che in quel processo venga accertata l’esistenza del vincolo di solidarietà (Cass. civ., 23 aprile 1982, n. 2534).

    Meno convincente, in linea generale, appare un terzo principio enunciato sul punto dal giudice in sentenza, secondo cui il dies a quo per calcolare il termine di prescrizione sarebbe da individuare nel momento in cui l’attore ha acquisito una sufficiente conoscenza della rapportabilità causale del danno lamentato (Cass. civ., sez. un., 18 novembre 2008, n. 27337). Volendo essere pratici, tuttavia, esso appare ragionevole, soprattutto se, operando un’analogia, si rapporta l’ipotesi in relazione alla quale il principio è stato sancito (ovvero i danni provocati da emotrasfuzioni infette) con il caso di specie (laddove il ricordo delle violenze, rimosso, è emerso dal subconscio della minore solo dopo alcuni anni).

    A conferma poi il giudice rileva come le parti ecclesiastiche, pur avendone l’onere, non avessero contestato l’individuazione temporale operata dagli attori del dies a quo del calcolo della prescrizione. Sicchè anche questa eccezione veniva rigettata.

    Un’ultima eccezione sollevata dalla Diocesi e dalla Parrocchia sottolineava come l’accertamento reso nel giudicato penale in ordine alla sussistenza del fatto di reato fosse ad essi inopponibile, in quanto non intervenuti, né chiamati in tale processo in qualità di responsabili civili (in precedenza si veda Trib. Lecce, sez. I pen., ord. 8 ottobre 2012, inwww.penalecontemporaneo.it).

    Detta eccezione è stata disattesa.

    Si deve rammentare che la cosa giudicata rappresenta la forza vincolante che il provvedimento giurisdizionale spiega in quanto decide irrevocabilmente circa la sussistenza della ragione fatta valere in giudizio. Essa consiste nel valore normativo che la decisione assume sia come regola ormai indiscutibile per le parti nei rapporti tra loro, sia come criterio obbligatorio per il giudice in qualunque giudizio futuro sul medesimo oggetto.

    A differenza di quanto si dispone per la materia civile, suol dirsi valere nel diritto penale il principio per cui il giudicato ha efficacia erga omnes. Ciò appare esatto, in quanto, per esempio, la parte lesa, ancorché non abbia partecipato al giudizio penale, non può mettere nuovamente in questione il fatto escluso dal giudicato penale, neppure in sede separata, e ai limitati effetti del risarcimento (art. 25 cod. proc. pen.).

    Tuttavia più complesso appare estendere tali effetti a soggetti terzi che non abbiano partecipato a tale giudizio.

    Per superare tale ostacolo il giudice rileva come la sentenza emessa dalla Corte d’Appello trentina sia stata annullata senza rinvio dalla Corte di cassazione, in quanto il reato si era nel frattempo prescritto, pur facendo salve le statuizioni civili. Ciò comporta quindi che l’affermazione della sussistenza del reato e della sua commissione da parte dell’imputato diano luogo ad effetti analoghi a quelli del giudicato civile.

    “Qualora, in sede penale, sia stata pronunciata in primo o in secondo grado la condanna, anche generica, alle restituzioni e al risarcimento dei danni cagionati dal reato a favore della parte civile, ed il giudice di appello o la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidano sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili, una tale decisione, se la predetta condanna resta confermata, comportando necessariamente, quale suo indispensabile presupposto, l’affermazione della sussistenza del reato e della sua commissione da parte dell’imputato, dà luogo a giudicato civile, come tale vincolante in ogni altro giudizio tra le stesse parti, in cui si verta sulle conseguenze, anche diverse dalle restituzioni o dal risarcimento, derivanti dal fatto, la cui illiceità, ormai definitivamente stabilita, non può più essere messa in discussione “ (Cass. civ., 21 giugno 2010, n. 14921; Cass. pen., sez. IV, 21 gennaio 2004, n. 1484).

    Sul punto, premesso che il giudicato a norma dell’art. 2909 cod. civ. “fa stato” tra le parti ed i loro aventi causa, è bene rammentare che il relativo vincolo preclusivo opera in una duplice direzione: in via immediata esplica effetti in ordine al rapporto accertato, impedendo la proposizione di nuove domande relative ad esso (c.d. efficacia diretta); in secondo luogo, ed in via mediata, la sentenza vale rispetto ad altri aspetti dello stesso rapporto (ovvero altri rapporti giuridici) diversi da quelli accertati a questo legati da un nesso si pregiudizialità-dipendenza; la precedente pronuncia non regola direttamente tali rapporti, ma ne condiziona in parte qua il contenuto (c.d. efficacia riflessa o indiretta).

    Con l’espressione efficacia riflessa, peraltro, non si intende una diversa qualità degli effetti ed un diverso vincolo per il giudice e per le parti del secondo giudizio in ordine al rapporto deciso, perché l’accertamento di questo non è né più né meno immutabile di quanto avviene in caso di efficacia diretta, solo che si vuol solo evidenziare che taluni effetti investono un aspetto distinto del rapporto (o addirittura un rapporto distinto da quello oggetto del giudicato) ma giuridicamente collegato ad esso, e gli effetti coinvolgono dunque un diritto sostanziale (dipendente) in ragione dell’efficacia prodottasi in ordine ad una differente situazione soggettiva (pregiudiziale).

    È soltanto il collegamento di pregiudizialità-dipendenza in senso giuridico che legittima l’efficacia riflessa del giudicato nei confronti di soggetti eventualmente estranei al relativo giudizio; ma detta categoria giuridica è riscontrabile solo allorché un rapporto giuridico (pregiudiziale o condizionante) rientra nella fattispecie di altro rapporto giuridico (condizionato, dipendente) rendendo possibile che esso spieghi i suoi effetti nei confronti di soggetti in tutto o in parte diversi, nel rispetto dei diritti costituzionali del contraddittorio e di difesa; sicché ogni qual volta non possa riscontrarsi una tale coincidenza (sia pure parziale), ma emergano solo nessi di fatto o logici tra i due rapporti dedotti in giudizio, non vi sono i presupposti perché si determini detta efficacia riflessa  (Cass. civ., sez. un, 12 marzo 2008, n. 6523).

    Il giudice ha pertanto riqualificato il giudicato da penale a civile e poi ha valutato la sussistenza di un nesso di condizionamento tra quanto accertato nel giudicato e quanto da accertare (ovvero la responsabilità civile dei convenuti) nel processo in corso.

    In tal senso più di recente si è affermato “ove l’azione di cui all’art. 2054 c.c. sia proposta separatamente da quella diretta, ai sensi dell’art. 18 della legge n. 990 del 1969, contro l’assicuratore, quest’ultimo non è parte necessaria del processo. Pertanto, il giudicato maturato nel giudizio nel quale l’assicuratore non era parte non può essere ad esso esteso sic et simpliciter, ma potrebbe spiegare nei suoi confronti efficacia riflessa, nel senso di rendere non più controverso, e dunque irretrattabilmente accertato, quel rapporto giuridico rispetto al quale l’assicuratore medesimo si trovi in una situazione di giuridica dipendenza quale è il vincolo di solidarietà che sussiste tra il debito dell’assicurato ex delicto, di natura aquiliana, e quello dell’assicuratore ex lege, di natura indennitaria. A tal fine è necessaria, però, – non esistente nel caso de quo – una condanna del danneggiante assicurato al risarcimento del danno, da intendersi come statuizione che non solo investa la questione della responsabilità del predetto quanto al fatto illecito, ma anche l’esistenza di un suo debito nei confronti del danneggiato e cioè di una obbligazione risarcitoria in sé piena e conchiusa” (Cass. civ., Sez. III, 20 febbraio 2013, n. 4241).

    Il Tribunale ha rilevato tale rapporto di condizionamento-dipendenza  sulla base della relazione tra l’illecito commesso dal sacerdote e il titolo di responsabilità a cui sono stati chiamati gli enti ecclesiastici ex art. 2049 c.c., che si traduce in “un rapporto di solidarietà-dipendenza, ove invece la responsabilità del coobbligato-responsabile indiretto può essere invocata solo previo positivo accertamento della sussistenza di responsabilità del coobligato-autore del fatto illecito” (pag. 24 sentenza).

    Si può giungere dunque all’analisi del punto centrale della sentenza, ovvero la qualificazione del rapporto tra sacerdote e Diocesi entro le coordinate dell’art. 2049 c.c.

    Appare incontestato che don Giulio era stato incaricato vicario parrocchiale presso una parrocchia di Bolzano, essendogli affidate le mansioni relative all’educazione pastorale dei bambini e dei giovani e l’organizzazione della catechesi. Ora esclusa la possibilità di configurare una responsabilità diretta degli enti ecclesiatici, mancando un rapporto di immedesimazione organica tra il vicario parrocchiale e la Diocesi/Parrocchia, il giudice ha ritenuto sussistente un rapporto disciplinabile ai sensi dell’art. 2049 c.c.

    Si rammenta che il principio espresso dall’art. 2049 c.c., secondo cui «i padroni e i committenti sono responsabili per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti», ha costituito e costituisce tutt’ora una delle disposizioni più discusse a livello dottrinale in tema di responsabilità, connettendosi strettamente alla più ampia tematica della configurazione di una teoria generale della liabilitydivisa tra le varie concezioni dei relativi criteri di imputazione.

    Secondo Scognamiglio il criterio del rischio-profitto (imposto da Trimarchi) costituisce tutt’al più una ragione mediata della fattispecie di responsabilità, «il cui fondamento deve ricercarsi invece negli elementi e dati assunti dal disposto normativo»: questi elementi risiederebbero nella circostanza di avvalersi di altri per realizzare un fine o un interesse proprio, ossia il cd. rapporto di preposizione.

    È pur vero che  «una moderna interpretazione della norma non può non commisurarsi tanto ai criteri di organizzazione produttiva della grande impresa contemporanea, quanto al principio, desumibile dall’art. 41, 2° co., Cost., che subordina la legittimazione delle attività economiche all’attitudine ad accollarsi i danni prodotti, secondo canoni di efficienza sociale e non solo economica» (C. Salvi, La responsabilità civile, Giuffrè, Milano, 1988, 1241), per cui, in quest’ottica, assodata la natura oggettiva di tale responsabilità, poco importa se la ratio della responsabilità dipenda dal rischio, dalla esposizione al pericolo, dalla preposizione o dalla vicarietà, in quanto il preponente è chiamato a rispondere nei confronti di un terzo del danno cagionato da un soggetto per effetto dello speciale vincolo che lo lega, dal quale nasce il titolo dell’imputazione.

    Notoriamente la responsabilità ex art. 2049 c.c. si configura alla ricorrenza di tre requisiti: a) il fatto illecito commesso dal preposto o commesso; b) il rapporto di preposizione; c) il nesso di occasionalità necessaria tra fatto illecito e incombenze svolte su incarico del preponente.

    Se il primo requisito risulta, nel caso di specie, definitivamente accertato in sede penale, è sul rapporto di preposizione che si incentra l’analisi del giudice.

    La terminologia usata dal legislatore, come si desume immediatamente dall’impiego del termine «padrone», appare arcaica, ma, più in generale, leggendo l’articolo «si direbbe che il legislatore sia fermo all’idea dell’azienda domestica, alla fase artigianale dello sviluppo economico: sembra cioè che la civiltà e la tecnica industriale ed i loro problemi siano rimasti estranei al codice». (P. Rescigno, Persona e comunità, Il Mulino, Bologna, 1966, 419)

    Oltre che desueto, il lessico utilizzato nell’art. 2049 c.c. è generico, quanto all’impiego dei termini «committenti», «domestici»  e «commessi»: il primo sostantivo è impiegato solo in tale articolo, gli altri vengono adoperati con significati differenti, così il vocabolo «committente» è utilizzato quale sinonimo di appaltante o di chi si incarica di eseguire una commissione, il termine «domestico» si riferisce a colui che svolge lavori domestici ai sensi della disciplina di cui al Libro V, Titolo IV, Capo II del codice civile, infine «commesso» è il lavoratore subordinato fornito di poteri di rappresentanza dell’imprenditore ai sensi degli artt. 2210-2213 c.c.

    Tuttavia si deve sottolineare come una rigida determinazione degli elementi del rapporto rappresenterebbe «un ostacolo alla rilevazione di una realtà fluttuante e in continua evoluzione» (C. Scognamiglio, Responsabilità civile, in Noviss.DI, XV, 1968, 699), così l’identificazione di tale responsabilità attraverso il termine «institutoria» vuole indicare riassuntivamente la fonte del rapporto dal quale nasce l’obbligazione e la giustificazione del trasferimento del costo del danno in capo al gestore.

    È comunque pacifico che la portata dell’art. 2049 c.c. non possa risolversi esclusivamente nell’individuazione di un rapporto di lavoro subordinato, dato che il rapporto di preposizione identifica anche le nuove forme di rapporto tra due soggetti posti in posizione asimmetrica.

    «La responsabilità del committente o padrone per il fatto del commesso è subordinata al concorso di due requisiti, cioè che il commesso agisca su richiesta e per conto del committente, indipendentemente dalla permanenza dell’incarico e dalla continuità della prestazione, e che lo stesso sia legato da un vincolo di subordinazione nei confronti del committente, cui corrisponda un potere di direzione e sorveglianza da parte di costui sull’operato del primo. Occorre, inoltre, che, tra l’esecuzione dell’incarico e la consumazione dell’illecito, esista, se non un rigoroso nesso di causa ad effetto, almeno un rapporto di occasionalità necessaria, nel senso che l’evento lesivo sia stato reso possibile o comunque, agevolato, dall’adempimento dell’incarico» (Cass. 7 luglio 1976, n. 2548, MGC, 1976; Cass. 18 maggio 1976, n. 1748, MGC, 1976; Cass. 27 maggio 1976, n. 1111, MGC, 1976; Cass. 10 gennaio 1975, n. 99, MGC, 1975; Cass. 11 luglio 1975, n. 2766, MGC, 1975; Cass. 10 maggio 1974, n. 1354, MGC, 1974; Cass. 29 marzo 1972, n. 965, MGC, 1972; Cass. 30 dicembre 1971, n. 3776, MGC, 1971).

    Così tra le figure che impegnano la responsabilità del preponente vanno annoverati gli apprendisti (Cass. 10 maggio 2000, n. 5957, GCM, 2000, 980; Cass. 9 novembre 1978, n. 5135, MFI, 1978; Cass. 22 dicembre 1970, n. 2732, RC, 1971, 369), i lavoratori domestici (Cass. 8 agosto 1961, n. 1918, MGI, 1961; Trib. Genova 28 marzo 1961, RGL, 1961, 307; App. Milano 23 ottobre 1958, RGL, 1958, II, 563), la guardia giurata (Cass. pen. 17 marzo 1988, RP, 1989, 394), il catechista di una parrocchia (Trib. Pescara 19 marzo 1998, PQM, 1998, 1, 46), l’elettricista (App. Palermo 27 novembre 2000, GM, 2001, 920), l’istruttore di un circolo sportivo (Trib. Roma 24 marzo 2000, GRom, 2000, 455) ed infine l’istruttore di un’associazione scout (Cass. 26 luglio 2001, n. 10213, MFI, 2001).

    Si può affermare che in definitiva sia l’intensità della subordinazione (da valutare caso per caso) a determinare la sussistenza del rapporto prepositorio, andando oltre l’area del lavoro subordinato in senso proprio, per cui è sufficiente  ad integrare tale rapporto che le sue caratteristiche siano tali da configurare l’attività del preposto come strumentale rispetto all’utilizzazione che ne fa il preponente. (C. Salvi, La responsabilità civile, cit., 1242)

    Il rapporto di preposizione, dunque, non si collega necessariamente con un vincolo formale di subordinazione, configurandosi invece come situazione materiale nella quale si viene a trovare un soggetto nei confronti di un altro. Ne è una prova evidente il fatto che ogni volta che i giudici si sono trovati di fronte a forme di dissociazione tra datore formale e sostanziale, quali il prestito di dipendente o il distacco del lavoratore, hanno sempre individuato il preponente nel soggetto che, anche solo temporaneamente, ha effettivamente e liberamente utilizzato il lavoro altrui.

    Sicchè si è giunti alla conclusione per cui l’art. 2049 c.c. risulta applicabile ogni volta che sussista una relazione qualificata tra l’attività del padrone o del committente e il comportamento dell’ausiliario, come indubbiamente avviene nel contratto di mandato o di agenzia.

    In particolare, per la pronuncia della responsabilità per fatto altrui del mandante – secondo la giurisprudenza consolidata – è necessario che vi sia, oltre alla relazione di occasionalità con l’esecuzione del mandato, la spendita del nome del mandatario e l’apparenza della rappresentanza.

    Così «questa Corte suprema ha ritenuto, nell’ambito dei principi vigenti in materia anzidetta, che il mandante può rispondere ai sensi dell’art. 2049 c.c., del fatto illecito commesso dal mandatario nell’esecuzione del mandato. Per altro, affinché possa sussistere la responsabilità indiretta del mandante per il fatto illecito compiuta dal mandatario è indispensabile che l’attività del mandatario, generatrice di responsabilità, possa mettersi in relazione di occasione oggettiva con il mandato, nel senso che il mandatario si sia avvalso della sua qualità e della sua posizione di rappresentante come mezzo per consumare l’illecito, e che, inoltre, la sua attività appaia verosimilmente, al terzo di buona fede, come rientrante nei limiti del mandato (Cass. 23 luglio 1976 n. 2013; conf. Cass. 27 giugno 1984 n. 3776)» (Cass. 13 giugno 1986, n. 3937, GCM, 1986, 6; Cass. 23 luglio 1966, n. 2013, GC, 1967, I, 571).

    La disposizione contenuta all’art. 2049 c.c. configura quindi una tipica ipotesi di responsabilità canalizzata sul preponente, ma, per poter essere affermata, postula nel preposto la qualità di rappresentante. Pertanto, non è l’attività di mandatario a poter essere assunta, ai sensi della citata disposizione, come fonte di responsabilità extracontrattuale del mandante, bensì l’utilizzazione della qualità di rappresentante per la consumazione dell’illecito nelle ipotesi in cui il danneggiante abbia agito, oltre che come mandatario, anche nella distinta e non sempre compresente veste di rappresentante, ossia nel caso che atecnicamente continua ad essere indicato nella pratica come mandato con rappresentanza (Cass. 19 dicembre 1995, n. 12945,GCM, 1995, 12).

    Ora determinato che il rapporto di preposizione è ben più ampio del solo rapporto di lavoro subordinato (M. Comporti, Fatti illeciti: le responsabilità oggettive. Artt. 2049-2053, in Il Codice Civile. Commentario, fondato da P. Schlesinger e diretto da F.D. Busnelli, Giuffrè, Milano, 2009, 79), si deve verificare se sia possibile configurare una relazione di subordinazione gerarchica (che comporta poteri-doveri di direzione, vigilanza e controllo) tra il Vescovo, a capo della Diocesi, il parroco, quale referente della Parrocchia, e i chierici che svolgono la loro opera in tal ambito.

    Il fatto che quello tra Diocesi/ Parrocchia e chierici non sia un rapporto di lavoro in senso stretto non esclude tuttavia la chiara sussistenza di un vincolo di subordinazione gerarchica tra il chierico e il suo vescovo, fondato sulla tipicità stessa della relazione canonistica, che non può non avere effetti sulla conseguente qualificazione civilistica.

    In base al diritto canonico, il parroco è scelto e nominato dal vescovo (cfr. artt. 523 e 524 cod. can.) secondo criteri che ne debbano garantire l’idoneità all’incarico, non solo sotto il profilo della fede e della preparazione teologica, ma anche sotto quello della onestà dei costumi ed ogni altra qualità necessaria alla cura delle anime (cfr. art. 521 par. 2 cod. can.); e la parrocchia, che è un ufficio ecclesiastico che pone il parroco in posizione di autorità religiosa e morale sui suoi parrocchiani, è per tali ragioni sottoposta alla vigilanza del vescovo, che può sopprimerla, revocarne e sostituirne il parroco, ecc. (cfr. artt. 528 co. 2 e 538 cod. can.; cfr. anche, per altri esempi del potere di direzione, vigilanza e controllo, gli artt. 515 par. 1, 517 par. 2; 519; 520 par. 2).

    Questa specialissima relazione gerarchica fra il vescovo e i suoi sacerdoti, ribadita dal DecretoPresbyterorum ordinis e concretizzata nello specifico dovere di obbedienza stabilito nei cann. 273 Cjc e 370 Cceo, si riflette nel dovere del vescovo diocesano di seguire con particolare sollecitudine i presbiteri curando che adempiano fedelmente gli obblighi propri del loro stato (cann. 384 Cjc e 192, § 4, Cceo). Vale a dire il complesso dei diritti e dei doveri che concretizzano il loro essere presbiteri al servizio della diocesi, senza limitazioni di sorta (in senso restrittivo però G. Feliciani, Il popolo di Dio, Bologna, il Mulino, 1995, 65).

    Sembrerebbe non sussistere, quindi, alcun ostacolo a considerare il vescovo come “committente” del parroco, ai sensi della norma in esame: al parroco sarebbero, infatti, affidate competenze e compiti propri dell’autorità religiosa che, a livello apicale, nella diocesi è rappresentata dal vescovo.

    Peraltro il ricorso, in ambito ecclesiasticistico, alla peculiare forma di responsabilità indiretta exart. 2049 c.c. vanta qualche precedente, nella nostra giurisprudenza, a proposito dei danni causati da un religioso in un incidente stradale occasionato da incombenze espletate con il consenso del direttore della casa di appartenenza, ma fuori dalle mansioni di economo specificamente disimpegnate (Cass. civ., sez. III, 5 gennaio 1985, n. 20, in Dir. eccl., 1985, II, 133 ss.; App. Roma, 18 gennaio 1982, ivi, 1984, II, 476 ss.).

    Vi è da segnalare tuttavia che in dottrina non sono mancate voci che hanno giudicato abnorme tale omologazione del rapporto ecclesiale al nesso tra committente e preposto in quanto assolutamente inconciliabili con la natura delle relazioni esistenti all’interno della Chiesa. Il rapporto del ministro di culto con la confessione prescinde da qualsiasi scopo di carattere immediatamente utilitaristico o strumentale ed evoca piuttosto il ruolo di servizio che tutti i membri dell’organizzazione ecclesiastica ricoprono, nei riguardi della relativa base comunitaria, al fine di perseguire una “utilitas communis”, non propria (A. Licastro, I ministri di culto nell’ordinamento giuridico italiano, Giuffrè, Milano, 2005, 286). Nello stesso senso si è osservato che è sbagliato rapportare la relazione di servizio intercorrente fra il chierico diocesano e la diocesi alle figure tipiche del rapporto di lavoro per attribuire responsabilità patrimoniale al Vescovo per fatti illeciti civili e penali commessi da un chierico diocesano ed imputabili a questi come persona (P. Consorti, La remunerazione del clero. Dal sistema beneficiale agli Istituti per il sostentamento, Giappichelli, Torino, 2000, specie 161-171). Va comunque segnalato che nella relazione in parola esistono molti elementi oggettivi che la rendono in parte assimilabile ad una prestazione sinallagmatica, tanto che il facere del presbitero è remunerato in proporzione alla spendita di energie (sul punto cfr. N. Fiorita,Remunerazione e previdenza dei ministri di culto, Milano, Giuffrè, 2003).

    Al tempo stesso, quanto al rapporto, vi è da considerare “l’ipotesi connessa con la missio canonica che il Vescovo conferisce ai chierici incardinati per l’esercizio del ministero”, ove sussiste un dovere canonistico di vigilanza che imputa al vescovo la duplice responsabilità di riparare i danni commessi dal chierico, pro quota (corresponsabilità), e, ai sensi del can. 128, per quanto rapportabile alla negligenza episcopale in materia di supervisione, vigilanza e selezione dei chierici o dei parroci. (M. Cozzolino, Profili di responsabilità del Vescovo nei confronti di minori vittime di abusi sessuali imputati a sacerdoti, in G. Dalla Torre, P. Lillo (a cura di), Sovranità della Chiesa e giurisdizione dello Stato, Giappichelli, Torino, 2008, 318-322).

    Se si ha riguardo al tenore della normativa di diritto canonico, non vi è dubbio quindi che faccia capo al Vescovo un particolare «dovere di vigilanza» sull’attività ministeriale del presbitero, il cui negligente o abusivo adempimento può indubbiamente essere fonte di responsabilità secondo il diritto della Chiesa. Anzi, l’esperienza sembra avere dimostrato l’importanza di un corretto esercizio da parte del Vescovo, anche durante la fase antecedente l’ordinazione del sacerdote e il conferimento dell’incarico pastorale, di tutta una serie di specifici obblighi di controllo, previsti dal diritto canonico, e finalizzati proprio ad accertare l’idoneità del candidato ad essere ammesso al percorso di formazione e alla sua proficua prosecuzione.

    Inoltre, già sulla base delle previsioni codicistiche, il Vescovo che abbia conoscenza (diretta o a seguito di denuncia) di fatti rientranti nella previsione del § 2 del can. 1395, c.j.c. – secondo cui il chierico che abbia commesso un delitto contro il sesto precetto del Decalogo, abusando di un minore al di sotto dei 16 anni, deve essere punito con giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale, se il caso lo comporti – in quanto titolare della potestà giudiziaria, anche relativamente alla materia penale, ha precisi obblighi finalizzati all’accertamento dei fatti, e quindi alla punizione del colpevole, nonché alla tutela dei soggetti coinvolti attraverso l’adozione di idonee misure cautelari e disciplinari.

    In tali termini se anche si può forse eccepire sulla corretta utilizzazione del termine “sottoposti” riferito ai chierici rispetto al vescovo, ma non anche ai religiosi ed alle religiose rispetto ai propri “superiori”, comunque, al di là di elementi linguistici formali, non è facilmente contestabile che tra chierici e vescovi sussiste una relazione gerarchica che “sottopone” i primi all’altro (L. Navarro (a cura di),  L’istituto dell’incardinazione:natura e prospettive, Giuffrè, Milano, 2006).

    Si rinvia per ulteriori riferimenti alle pagg. 29-30 della sentenza in commento.

    Il giudice, svolta tale analisi, conclude per la sussistenza di un rapporto di preposizione fra vicario parrocchiale e Parrocchia, nonché tra vicario e Diocesi, in quanto attraverso l’attività di quest’ultimo l’ente ecclesiastico raggiunge i fedeli, così realizzando gli scopi pastorali immanenti all’ente stesso; dunque l’attività dei sacerdoti non può che rivelarsi  come latamente strumentale rispetto alle finalità dell’ente di appartenenza.

    Quanto al requisito del nesso di occasionalità fra incombenze e fatto dannoso, si deve rilevare come il panorama giurisprudenziale non offra, almeno nell’ultimo periodo, particolari spunti di riflessione, nella misura in cui il principio dell’occasionalità necessaria appare pienamente consolidato, nel senso di darne una lettura piuttosto ampia. L’accertamento del rapporto di causalità tra l’illecito e l’esercizio delle incombenze è svolto infatti con regole elastiche in base alle quali non è richiesta alcuna formalizzazione del rapporto di preposizione sotto il profilo eziologico: in questo senso non è necessario l’accertamento della sussistenza di un nesso di causalità in senso stretto, essendo sufficiente la sussistenza di una condizione di occasionalità necessaria, che abbia reso possibile o agevolato la condotta illecita del preposto.

    «La giurisprudenza di questa Corte è consolidata nel ritenere che in tema di fatto illecito, con riferimento alla responsabilità dei padroni e committenti, ai fini dell’applicabilità della norma di cui all’art. 2049 c.c., non è richiesto l’accertamento del nesso di causalità tra l’opera dell’ausiliario e l’obbligo del debitore, nonchè della sussistenza di un rapporto di subordinazione tra l’autore dell’illecito ed il proprio datore di lavoro e del collegamento dell’illecito stesso con le mansioni svolte dal dipendente. è infatti sufficiente, per il detto fine, un rapporto di occasionalità necessaria., nel senso che l’incombenza disimpegnata abbia determinato una situazione tale da agevolare o rendere possibile il fatto illecito e l’evento dannoso, anche se il dipendente abbia operato oltre i limiti delle sue incombenze, purchè sempre nell’ambito dell’incarico affidatogli, così da non configurare una condotta del tutto estranea al rapporto di lavoro» (Cass. 6 marzo 2008, n. 6033, GCM, 2008, 3; Cass. 24 gennaio 2007 n. 1516, GCM, 2007, 1; Cass. 29 settembre 2005 n. 19167, GCM, 2005, 9; Cass. 7 gennaio 2002 n. 89, GCM, 2002, 1; Cass. 17 maggio 2001 n. 6756, GCM, 2001, 5; Cass.  13 novembre 2001 n. 14096, GCM, 2001, 11; Cass. 20 marzo 1999 n. 2574, GCM, 1999, 3; Cass. 10 dicembre 1998 n. 12417, GCM, 1998, 12; Cass. 7 agosto 1997 n. 7331, GCM, 1997, 7-8; Cass.  9 giugno 1995 n. 6506, GCM, 1995, 6).

    La formula dell’occasionalità necessaria si compone di due elementi: l’occasione e la necessarietà. Da un lato, tramite il riferimento al concetto di occasione si vuole evidenziare come non sia necessario che l’esercizio delle mansioni assurga al ruolo di causa dell’illecito, secondo le regole generali dettate dagli articoli 40 e 41 del codice penale. D’altra parte, il richiamo alla nozione di necessità significa che l’espletamento delle incombenze affidate al commesso deve inserirsi quale componente, appunto, necessaria nella situazione dalla quale l’evento è scaturito, nel senso di averlo favorito o averlo reso almeno possibile.

    Tuttavia, posto che anche l’arbitraria tracimazione dai compiti propri del preposto realizza un comportamento abusivo o comunque illegittimo, la giurisprudenza consolidata ha ritenuto, invece, insufficienti, per escludere il rapporto di occasionalità necessaria, l’eventuale abuso del preposto o la illegittimità del suo operato se l’attività si innesti, comunque, nel meccanismo dell’attività complessiva dell’ente e, conseguentemente, ritiene che il riferimento della condotta all’ente stesso può venire meno solo quando il preposto agisca come semplice privato, per un fine strettamente personale ed egoistico, e che quindi il suo comportamento, non importa se colposo o doloso, non sia perciò diretto al conseguimento di fini istituzionali che, in quanto propri dell’ente, possono anche considerarsi propri dell’ufficio nel quale il soggetto autore dell’illecito è inserito.

    Nel caso di specie l’incontro tra don Giulio e la minore è stato agevolato, se non addirittura reso possibile, dalle mansioni che questi svolgeva presso la Parrocchia. Poiché, poi, preposto all’organizzazione della pastorale giovanile era proprio l’autore del reato (che, come emerge anche dalla lettura della sentenza della Cassazione penale, risulta sia stato coperto dal suo parroco che non voleva scandali stante la sua imminente nomina a vicario del Vescovo)  risulta evidente il nesso di occasionalità necessaria fra le incombenze da questi esercitate (istruzione religiosa dei minori e cura dei corsi) ed il fatto-reato, nel senso che le prime hanno occasionato, o meglio agevolato, la commissione del secondo (cf. pagg. 31-33 sentenza).

    Ritenuta sussistente la responsabilità solidale dei convenuti enti ecclesiastici ai sensi dell’art. 2049 c.c., il giudice li ha condannati in uno con don Giulio al risarcimento del danno non patrimoniale a favore degli attori come liquidato nella sentenza della Corte d’Appello, rinviando all’istruttoria per la quantificazione del danno patrimoniale futuro.

    Alla fine anche l’Italia ha il suo “leading cases” in materia di risarcimento del danno da pedofilia a carico della Chiesa-Istituzione; ciò è dovuto al coraggio di una ragazza, alla tenacia dei suoi genitori, unita alla capacità e all’impegno del loro avvocato e all’indipendenza intellettuale di un bravo giudice, i quali ci ha fatto dono, senza dubbio con un pesante prezzo personale, di uno di quei casi che, passo dopo passo, punteggiano la storia del diritto di un paese e ne consentono l’avanzamento. Casi che chiamano gli studiosi a riflettere sull’essenza stessa del diritto e sulle sue connessioni con l’evoluzione della società, in tutte le sue sfaccettature: la garanzia dei diritti, la separazione dei poteri, il principio di laicità, il rapporto tra il diritto e la legge, tra il diritto e la morale.

    Per riferimenti ulteriori in dottrina si veda:

    D.G. ASTIGUETA, La persona e i suoi diritti nelle norme sugli abusi sessuali, in Periodica de re canonica, 2004,  623-691:

    N. BARTONE, Il conflitto d’obbligo tra autorità ecclesiastica e autorità statale e il crimine di sesso del presbitero con il minore nella normativa comparata e interordinamentale, in Questioni attuali di diritto penale canonico, Città del Vaticano, LEV, 2012, 149-198; 

    P. CONSORTI, La responsabilità della gerarchia ecclesiastica nel caso degli abusi sessuali commessi dai chierici, fra diritto canonico e diritti statuali, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica (www.statoechiese.it), 2013;

    A. LICASTRO, Danno e responsabilità da esercizio del ministero pastorale, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica (www.statoechiese.it), 2010;

    A. LICASTRO, Riappare un “deja vu” nella giurisprudenza: la responsabilità oggettiva del vescovo per gli atti illeciti dei suoi sacerdoti, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica (www.statoechiese.it), 2013.

    Si ringrazia l’avv. Gianni Lanzinger per la concessione della sentenza

     

  • IL “CACCIATORE” DI PRETI PEDOFILI «VITTIMEINVITATEA RITRATTARE»

    IL “CACCIATORE” DI PRETI PEDOFILI «VITTIMEINVITATEA RITRATTARE»

    Nuova segnalazione di Zanardi alla Procura:pressing della Curia anche sui familiari
    SAVONA. «Figure interne alla curia hanno avvicinato alcune vittime di pedofilia tentando di farle ritrattare. Ho segnalato i gravi fatti alla Procura della Repubblica di Savona, al corrente degli episodi, che valuterà se intervenire». È una rivelazione pesante quella di Francesco Zanardi, responsabile della Rete l’Abuso, che, il giorno dopo l’intervista choc di Luisa Bonello, aggiunge un ulteriore tassello alla vicenda pedofilia savonese. Aprendo,però,un nuovo spiraglio di dialogo con la chiesa romana. «Non escludiamo una collaborazione diretta con la chiesa romana bypassando i vescovi che, ad oggi, sembrano i maggiori responsabili dell’omertà nei casi di abusi su minori nelle parrocchie», il commento di Zanardi. Ma a colpire ancora una volta la chiesa savonese è la nuova denuncia lanciata da Zanardi. «Il fatto che segnaliamo è gravissimo–commenta– Diverse vittime di abusi, e alcuni dei loro familiari, sono stati contattati e raggiunti da persone che hanno tentato di spingere alla ritrattazione. Per questo ho giudicato essenziale segnalare in Procura tali vergognose azioni. Starà alla Magistratura decidere se intervenire. Si tratta, però, di un modo di operare non solo inaccettabile, ma estremamente grave». E aggiunge: «La dottoressa Bonello dice di essere stata usata per portare informazioni all’interno della curia. Noi abbiamo le testimonianze di chi, da vittima, è stata addirittura invitata a ritrattare. Il dramma è che si tratta esclusivamente di ex cattolici: di persone, cioè, credenti, che frequentavano la chiesa e che sono state abusate proprio da chi professava la fede». Non solo accuse, da parte del referente di Rete l’Abuso, associazione attiva in tutta Italia,ma una proposta inviata al Papa e al Vaticano. «L’attività della Rete – dice Zanardi –è partita da Savona,dal mio caso personale legato alle violenze subite da Nello Giraudo mettendo in evidenza gli altri gravi casi e portando a testimoniare numerose vittime. Il nostro lavoro, però,è oggi diffuso in tutta la nazione e, purtroppo, porta alla luce sempre la stessa dinamica: a bloccare il meccanismo della denuncia sono i vescovi. A Savona ne abbiamo la prova, come dimostrano i dossier e le lettere che la Magistratura ha reperito nella cassaforte della curia».Da qui la proposta di Rete L’Abuso. «Abbiamo rivolto una proposta al Papa e ai suo stretti collaboratori– dice Zanardi.– Ossia, offriamo una collaborazione nel sistema delle segnalazioni. Siamo disposti a segnalare i casidirettamenteaRomainmodochesiailVaticanoainterveniresenzadoverattendere le denunce dei vescovi che, a quanto pare, non arrivano mai. Si tratta di una proposta e un tentativo di apertura che offriamo, non rinunciando, in ogni caso, al nostro ruolo di sorveglianza e di tutela».Una soluzione che potrebbe capovolgere il modo di operare. «Si tratta di un modo per spezzare il meccanismo dell’omertà–conclude Zanardi–se davvero la Chiesa intende farlo. Anche perché il meccanismo di denuncia da parte delle curie e da parte dei vescovi si è dimostrato fallimentare. Se una savonese è dovuta andare direttamente a Roma per consegnare al Papa quello che altri avrebbero dovuto rendere noto, mi sembra evidente che qualcosa non funzioni». E la conclusione:«Le vittime hanno bisogno di tutele e di verità. Vedremo se la nostra proposta verrà accolta e se, davvero, il Vaticano garantirà questo nuovo corso di trasparenza di cui parla». S. C.

    Il SECOLO XIX Savona

  • Nuova segnalazione di Zanardi alla procura: pressing della curia anche sui familiari

    Nuova segnalazione di Zanardi alla procura: pressing della curia anche sui familiari

    SAVONA. «Figure interne alla curia hanno avvicinato alcune vittime di pedofilia tentando di farle ritrattare. Ho segnalato i gravi fatti alla Procura della Repubblica di Savona, al corrente degli episodi, che valuterà se intervenire». E una rivelazione pesante quella di Francesco Zanardi, responsabile della Rete l’Abuso, che, il giorno dopo l’intervista choc di Luisa Bonello, aggiunge un uiteriore tassello alla vicenda pedofilia savonese. Aprendo, però, un nuovo spiraglio di dialogo con la chiesa romana «Non escludiamo una collaborazione diretta con la chiesa romana bypassando i vescovi che, ad oggi, sembrano i maggiori responsabili dell’omertà nei casi di abusi su minori nelle parrocchie», il commento di Zanardi.

    Ma a colpire ancora una volta la chiesa savonese è la nuova denuncia lanciata da Zanardi. «li fatto che segnaliamo è gravissimo – commenta- Diverse vittime di abusi, e alcuni dei loro familiari, sono stati contattati e raggiunti da persone che hanno tentato di spingere alla ritrattazione. Per questo ho giudicato essenziale segnalare in Procura tali vergognose azioni. Starà alla Magistratura decidere se intervenire. Si tratta, però, di un modo di operare non solo inaccettabile’ ma estremamente grave». E aggiunge: «La dottoressa Bonello dice di essere stata usata per portare informazioni all’interno della curia. Noi abbiamo le testimonianze di chi, da vittima, è stata addirittura invitata a ritrattare. Il dramma è che si tratta esclusivamente di ex cattolici: di persone, cioè, credenti, che frequentavano la chiesa e che sono state abusate proprio da chi professava la fede». Non solo accuse, da parte del referente di Rete l’Abuso, associazione attiva in tutta Italia, ma una proposta inviata al Papa e al Vaticano. «L’attività della Rete – dice Zanardi – è, partita da Savona, dal mio caso personale legato alle violenze subite da Nello Giraudo mettendo in evidenza gli altri gravi casi e portando a testimoniare numerose vittime. Il nostro lavoro, però, è oggi diffuso in tutta la nazione e, purtroppo, porta alla luce sempre la stessa dinamica: a bloccare il meccanismo della denuncia sono i vescovi. A Savona ne abbiamo la prova, come dimostrano i dossier e le lettere che la Magistratura ha reperito nella cassaforte della curia». Da qui la proposta di Rete L’Abuso. ,<Abbiamo rivolto una proposta al Papa e ai suo stretti collaboratori – dice Zanardi ¬ Ossia, offriamo una collaborazione nel sistema delle segnalazioni. Siamo disposti a segnalare i casi direttamente a Roma in modo che sia il Vaticano a intervenire senza dover attendere le denunce dei vescovi che, a quanto pare, non arrivano mai. Si tratta di una proposta e un tentativo di apertura che offriamo, non rinunciando, in ogni caso, al nostro ruolo di sorveglianza e di tutela”,>. Una soluzione che potrebbe capovolgere il modo di operare. «Si tratta di un modo per spezzare i! meccanismo dell’omertà – conclude Zanardi – se davvero la Chiesa intende farlo. Anche perché il meccanismo di denuncia da parte delle curie e da parte dei vescovi si è dimostrato fallimentare. Se una savonese è dovuta andare direttamente a Roma per consegnare al Papa quello che altri avrebbero dovuto rendere noto, mi sembra evidente che qualcosa non funzioni». E la conclusione: «Le vittime hanno bisogno di tutele e di verità. Vedremo se la nostra proposta verrà accolta e se, davvero, il Vaticano garantirà questo nuovo corso di trasparenza di cui parla>.

    S.c.