A Savona santa madre chiesa predica bene ma razzola…. malissimo.
Sono Francesco Zanardi, portavoce nazionale della Rete l’abuso, un ragazzo savonese che da anni si occupa di raccogliere, catalogare e denunciare storiacce di pedofilia e omertà a danno di minori perpetrate in particolare da ecclesiastici.
Io sono una vittima tra queste.
Uno che può essere antipatico, ma che ha svolto un lavoro corposo e delicatissimo nella raccolta e denuncia di casi analoghi, ora al vaglio di diverse Procure della Repubblica italiane compresa quella Savonese che ha già prodotto diverse condanne.
Uno che – su questi raccapriccianti argomenti- è stato intervistato dalle Iene, da Cnn, Servizio Pubblico e altre d testate internazionali. Uno che è diventato un simbolo per le vittime di questa lotta senza giustizia, in Italia.
La notizia è che dal 31 agosto scorso sono sotto sfratto : 55.000 euro mi sarebbero dovuti dal padrone di casa.
E il padrone di casa è tecnicamente il Seminario Vescovile di Savona.
La Chiesa, dunque, la quale ricevette come donazione ai fini di carità (sic), non solo l’appartamento in cui vivo, ma l’intero palazzo.
Non ci aspettavamo una mazzata simile a danno di una persona in difficoltà, con un credito di 55000 euro in lavori di ristrutturazione svolti, oggi senza lavoro e attorno al quale mani benedette e non, hanno fatto a dir poco terra bruciata.
Punire uno per educarne cento?
Ed educarli come, al silenzio timorato nei confronti di pedofili variamente conclamati?
Spero d’aver capito male, e che Santa Madre Chiesa sappia mettere in atto comportamenti perlomeno all’altezza dei Valori che promuove, ovunque e con ogni mezzo.
Papa Francesco docet.
Confido nel fatto che dopo le recenti dichiarazioni (menzogne senza pudore e coscienza) pubbliche del Vescovo di Savona e le promesse fatte alle vittime, riportate da tutte le testate giornalistiche locali e nazionali, i cattolici, lo stesso Papa Francesco, se veramente vuole rinnovare la sua decadente chiesa, si indignino ad avere un simile rappresentante nella Diocesi di Savona, ormai soprannominata dai media “la Diocesi della vergogna” o “ Il diavolo a Savona”.
Allego la documentazione e gli atti del tribunale comprovanti quanto sopra.
Racconto più dettagliato
Parte 1 http://www.casadellalegalita.info/archivio-storico/2013/11052-savona-i-gironi-infernali-perpetuati-dai-preti-e-protetti-dalla-chiesa-e-non-solo-prima-parte.html
Per i milioni di fedeli cattolici di tutto il mondo, la chiesa è un luogo di pace, di santità e di serenità per adorare Dio. Ma per alcuni bambini della parrocchia, dietro le alte mura della chiesa è dove si scatena l’inferno.
La Chiesa cattolica ha circa 50 milioni di bambini che rientrano nella sua congregazione in tutto il mondo, ma il Vaticano non ha alcuna politica di protezione dell’infanzia in atto. L’unico criterio è quello di mantenere le cose come profondamente sepolti in segreto il più possibile.
In esclusiva PRESS TV documentario,” The Prey: Silenzio in nome di Dio “, esploreremo i segreti più oscuri all’interno del Vaticano si assisterà alla cultura prevalente di segretezza e di paura che porta vescovi cattolici di mettere gli interessi del Vaticano. .
Chiesa in vista della sicurezza dei bambini si vede che anche il più vulnerabile dei bambini non sono risparmiati Naturalmente la giustizia non può mai essere pienamente realizzato per le vittime,. l’unica speranza che rimane è che nessun bambino sarà mai più essere oggetto di abusi all’interno della confini della Chiesa.
PRESS TV Documentaries
INTERVISTA DI FRANCESCO ZANARDI ALLA PRODUTTRICE DEL FILM, SILVIA LUZI
Se i pedofili e la loro rete di protezione è ben protetta dalla Curia, le Diocesi si adoperano per far passare il peggio a chi osa denunciare la pedofilia e gli affari sporchi del clero. Savona ne è l’esempio più eclatante. Dove alle “coincidenze” (come nel caso di don Rebagliati) si aggiungono gli elementi documentali (come nel caso di Francesco Zanardi)…
Don Rebagliati non era un prete qualunque. Era l’Economo della Diocesi di Savona-Noli. Non riusciva più ad assistere agli affari sporchi che, soprattutto nella stagione del Vescovo CALCAGNO , detto “mitraglietta” per la sua passione per armi da fuoco e da guerra, divenuto poi elemento di punta del Vaticano e della gestione economico-patrimoniale della Santa (sic) Romana Chiesa. Rebagliati non poteva nemmeno veder perpetuata l’omertà che proteggeva, nella Chiesa, i preti pedofili.
Don Rebagliati raccontò quel sapeva a Francesco Zanardi e ad altri. Lasciò documenti che raccontavano giri di soldi da capogiro per “finte donazioni” che servivano a ripulire denaro sporco o per tornare indietro facendo fisso il Fisco. Raccontò del legame saldo con pezzi della ‘ndrangheta per riciclare denaro e per operazioni immobiliari. Raccontò dei casi di pedofilia, perpetuati da uomini della Chiesa, che i Vescovi di Savona-Noli aveva coperto, con la complicità di una ampia rete “civile”. Raccontò tutto anche in Procura. Verbalizzò.
Don Rebagliati di punto in bianco venne accusato di crimini sessuali da un soggetto che, guarda caso, venne sorpreso anche ad intimidire Francesco Zanardi, sotto la sua abitazione. Racconta Zanardi nel dettaglio: “Era il 2011, quando Giancarlo CASELLATO denuncia sotto spinta del vescovo Lupi (emerge agli atti) Carlo Rebagliati. L’accusa è tentato omicidio (hiv) e istigazione alla prostituzione. Il Vescovo subito dopo la denuncia rimuove Rebagliati dalla parrocchia e nel giro di poche settimane lo riduce allo stato laicale. Chissà perché non sono così veloci quando il prete è pedofilo. Rebagliati viene poi assolto per quell’accusa ma oramai la sua vita era distrutta. Il CASELLATO sempre nel periodo un cui è accaduta quella vicenda una notte pianta degli stuzzicadenti nel mio citofono per bloccarlo ed indurmi a scendere. Per sua sfortuna gli stecchini non tengono e così è costretto a inserirne in più volte più di uno. Nel frattempo avevo chiamato la mobile che lo sorprende proprio sotto casa.”.
Rebagliati quindi è uscito pulito da quella denuncia, che si dimostrò infondata, ma quella calunnia è servita a metterlo fuori gioco. La Diocesi, per volontà di CALCAGNO e con il Vescovo LUPI quale “esecutore”, cercò prima di “imprigionarlo”. Lo lasciarono Economo della Diocesi – nonostante la sua volontà di dimettersi – ma gli tolsero l’accesso alla gestione contabile della Diocesi stessa. Insomma: tenuto a forza a quella carica ma con una benda agli occhi ed i lacci alle mani.
Don Rebagliati era malato. Non aveva nulla. Se avesse abbandonato la Chiesa si sarebbe trovato senza possibilità di sopravvivere. E la Diocesi di Savona-Noli ecco che dopo la “bastonata” offre la mano dell’aiuto (avvelenato). Garantisce le cure a Rebagliati. Chi lo deve accudire e dove deve essere accudito è la Diocesi di Savona-Noli a deciderlo… Rebagliati è in balia dei suoi carnefici.
Il Vescovo LUPI lo riceve ed ha una sola preoccupazione – come testimonia la registrazione dell’incontro, in nostro possesso, effettuata da Rebagliati -. Questa preoccupazione del LUPI è di sapere che cosa aveva raccontato Rebagliati al Procuratore Capo di Savona, Francantonio Granero e cosa questi gli aveva domandato e messo a verbale.
Don Rebagliati aveva paura. Lo ha raccontato in un lungo dialogo che in parte abbiamo già pubblicato da tempo. Ed Don Rebagliati è morto, dopo due guasti alla macchina per la dialisi. Il primo lo mandò in setticemia. Pure se debilitato si riprese… ma al secondo guasto la setticemia lo ha annientato e di lì a breve tirò l’ultimo respiro.
Il girone infernale per Rebagliati inizia, guarda caso dopo che entrò in rotta di collisione con il potentissimo Mons. CACALGNO che da Savona salì nella gerarchia della Curia, nel “cerchio magico” del Vaticano. E quando le indagini sulle denunce delle vittime dei preti pedofili nel savonese, così come quelle sui conti e gli affari comuni che più di “santità” sapevano di “mafiosità”, per Rebagliati è stata la fine. Anche durante i ricoveri non mancava l’emissario della Diocesi che gli ricordava che era Chiesa a pagare le cure così che gli fosse chiaro che se fosse venuto meno al vincolo “omertoso” si sarebbe trovato in strada senza più cure.
E se il fascicolo “chiave” che porta a scoperchiare il caso GIRAUDO (che abbiamo visto nella prima parte) e quindi la vergognosa protezione posta in essere dalla Chiesa verso i pedofili, è del 2009, la Diocesi savonese non perde tempo nel muove subito contro il grande accusatore: Francesco Zanardi. Andiamo con ordine per capire come si è arrivati alla vendetta… Zanardi conosce bene la Diocesi savonese (ci aveva lavorato per la gestione informatica). Ma è soprattutto una vittima di GIRAUDO che ne abusò quando era minorenne. E’ uno di quelli che non sta zitto. Racconta e denuncia. Non si piega al “ricatto”. Anzi, cerca le vittime come lui e le indirizza a denunciare alla Magistratura per avere Giustizia.
Zanardi vive in una casa della Diocesi savonese. Un appartamento in via dei Cambiaso, che è diventato patrimonio della Chiesa per uno di quei tanti lasciti per “opere di bene” e che non si sa bene come è stata classificato “bene storico culturale”. Un lascito da parte di VESCOVO Giustina (di Alessandria cl. 1892) che fece ben due testamenti, in due giorni consecutivi con un notaio di Varazze, per quell’immobile ed altri (*). Per entrare in quell’appartamento Zanardi ha un regolare contratto di affitto, stipulato dal 1 gennaio 2005 che prevede un canone annuo di 3.600 euro d’affitto. E per poterci vivere deve fare dei lavori. Una radicale ristrutturazione che gli va a costare decine e decine di migliaia di euro oltre che non poter abitare nell’immobile affittatogli per diversi mesi.
L’Economo della Diocesi Carlo Rebagliati (che è il titolare della questione e che non a caso aveva firmato anche il contratto di locazione) concorda con Zanardi che quanto da lui speso (55.000 euro) per il restauro dell’appartamento saranno scalati dall’affitto.
L’Economo procede già nell’aprile del 2005 ad annotare che le mensilità da gennaio ad aprile viste le spese per i lavori sostenute da Zanardi. Il 1 gennaio 2006 sempre l’Economo della Diocesi, Rebagliati, mette nero su bianco che i canoni d’affitto di Zanardi sono da considerarsi pagati sino ad esaurimento del credito di Zanardi per i 55.000 euro di lavori di ristrutturazione.
Poi si aggiunge anche la liquidazione dovuta a Zanardi per il lavoro svolto presso la Diocesi sino al marzo 2007 e Don GIOCOSA mette nero su bianco che per tale liquidazione (unitamente al pagamento effettuato con assegno) che i canoni di affitto coperti con tale liquidazione portano a considerare pagate tutte le mensilità dall’aprile a dicembre 2007.
Di punto in bianco, eliminato Rebagliati (il “traditore” da schiacciare) per schiacciare Zanardi entra in azione il 2 settembre 2011 l’Avv. Stefano SAVI che su mandato del Vescovo LUPI chiede il pagamento dei canoni di affitto dal 2009, annunciando che in caso di mancato pagamento aveva già avuto mandato dal Vescovo di promuovere la causa di sfratto per “morosità”.
Ma come “morosità”??? Chi è “moroso” è la Diocesi verso Zanardi non l’inverso… Facciamo due conti:
– le mensilità coperte con il credito di Zanardi dalla Diocesi per i lavori di ristrutturazione (55.000 euro) sono 183;
– le mensilità coperte con il credito di Zanardi dalla Diocesi per la liquidazione sono 9;
– nel complesso si parla di 192 mensilità, ovvero 16 anni!!!
Zanardi ha quindi un affitto pagato con quanto la Diocesi gli deve dal 1 gennaio 2005 sino al 2021!
In Diocesi forse si sono resi conto che stanno entrando su un percorso minato.
E’ allora direttamente il Vescovo LUPI che il 14 settembre 2011 scrive in una raccomandata a Zanardi in cui comunica che il 31 dicembre 2012 non sarà rinnovato il contratto d’affitto.
Il giorno seguente, il 15 settembre 2012, l’Avv. SAVI Stefano e RUSSO Marco (lo stesso legale del GIRAUDO) promuovono l’azione di legale presso il Tribunale di Savona con un Atto di Intimazione di sfratto per “morosità”…
Zanardi resiste e promuove la sua difesa. Produce tutti gli atti, le lettere, tutto nero su bianco.
Gli avvocati del Vescovo LUPI e della Diocesi savonese cercano di disconoscere le lettere di Rebagliati dicendo che non aveva titolo a firmarle. Ma come, l’Economo che ha titolo di gestire gli immobili ed i fondi della Diocesi (tanto che aveva firmato lui il contratto di locazione) di punto in bianco viene “disconosciuto”? Non solo. Gli avvocati della Diocesi affermano che la comunicazione firmata da Rebagliati non sarebbe valida perché mancava la firma… ma poi producono una serie di “ricevute” per canoni di affitto “pagati” (ma che in realtà non erano stati pagati da Zanardi ma scalati dal credito che la Diocesi aveva con Zanardi) che sono prive di numero progressivo, di timbro e pure di firma!
Il Giudice, in udienza, afferma che se il Vescovo LUPI vuole “disconoscere” quel documento firmato da Rebagliati deve recarsi alla successiva udienza di persona ed affermarlo, assumendosi la responsabilità piena. A quel punto escono gli articoli sulla stampa… Il giorno seguente Rebagliati, ricoverato, riceve la visita di “MINACCIA” di mons. Antonio FERRI (attuale vicario generale della Diocesi) che gli dice di disconoscere quella lettera (abbiamo l’audio di Rebagliati che lo racconta, se dovesse servire a qualche Autorità!), ricordandogli che è la Diocesi che gli paga le sue cure!
Tra i testimoni indicati dagli Avvocati della Diocesi ci sono gli uomini fedeli del Vescovo LUPI e del Mons. CALCAGNO ma non c’è don Carlo Rebagliati. Ovvero per dire che Rebagliati non ha firmato un’accordo con Zanardi non si chiede al Giudice di sentire Rebagliati (allora ancora vivo), bensì altri!
All’udienza successiva il Vescovo LUPI non si presenta. Il Giudice non riconosce quindi la “morosità” imputata a Zanardi dalla Diocesi e proroga lo sfratto al 31 dicembre 2012 sino al 31 agosto 2013, rinviando per il merito a successiva udienza (che deve ancora tenersi).
Zanardi ha vinto, sbugiardando la Diocesi savonese che, con i propri legali affermava che lui fosse “moroso”. Ma è senza soldi. Ha investito tutto per quella ristrutturazione. Si è visto bruciare la terra intorno dal punto di vista lavorativo…La Diocesi lo sa… e non dimentica che Zanardi è una vittima ed anche uno dei grandi accusatori proprio dei pedofili savonesi e delle coperture a questi garantite dalla Diocesi. Zanardi ha costruito, in questi anni, una rete di monitoraggio e denuncia dei preti pedofili, in Italia ed all’estero. Raccoglie testimonianze e le porta a conoscenza delle Autorità e della pubblica opinione. Ed allora Zanardi deve finire per strada…
Ecco le “opere di bene” ed il senso di Giustizia della Chiesa, in terra di Savona!
Se non la volete chiamare vendetta, spietata vendetta per distruggere – mentendo sapendo di mentire – una persona, in che altro modo si può chiamare tutto questo?
(*) SUL LASCITO ALL’ISTITUTO DIOCESANO PER IL SOSTENTAMENTO DEL CLERO
La signora VESCOVO Giustina Placida Giuseppina Faustina, nata il 1 giugno 1982 e residente in vita a Savona sino aldecesso il 29 luglio 1983 fece ben due testamenti presso il Notaio MANUTI Domenico di Savona. Il primo testamento il 26 luglio 1983 ed il secondo il giorno seguente, il 27 luglio 1983.
La DIOCESI prima di accettare tale eredità di cui cui ai due testamenti in prossimità della morte, attese anni, ovvero sino al 13 gennaio 1988.
Per l’Atto di Successione dovrà trascorre ancora oltre un anno. Questi infatti venne iscritto alla Conservatoria dei registri immobiliari solo il 1 marzo 1989.
Guardandoai due testamenti, quello del 26 luglio 1983, si apprende che la VESCOVO Giustina annullava con quello, a pochi giorni dalla morte, il precedente testamento, indicando che lasciava tutto il suo patrimonio alla DIOCESI savonese per “OPERE DI BENE” (chissà se l’affittarlo, farsi pagare la ristrutturazione, e poi sfratatre gli inquilini senza rimborsagli le spese sostenute rientra nelle “OPERE DI BENE”… ma ci pare di no).
In quello del 27 luglio invece aggiunge un ulteriore bene all’eredità (una cascina ad Alessandria) che viene lasciata al suo “Amministratore e Procuratore generale”, Bianchi Felice.
Le firme della signora VESCOVO appaiono radicalmente diverse, seppur poste a distanza di un giorno…
A Savona tutto doveva restare nel più assoluto silenzio. Nell’assoluta impunità. Per la Diocesi gli abusi sessuali sui minori dovevano restare impuniti. Chi finiva vittima di quel girone infernale doveva subire in silenzio. Qualcuno però, alla fine, ha avuto il coraggio di denunciare. Di incoraggiare le altre vittime a denunciare. E questo non è stato tollerato dalla Diocesi che, con i suoi Vescovi, sapeva di don Nello Giraudo (come di altri) e lo (li) proteggeva e protegge.
Francesco Zanardi ha denunciato. Ha convinto a denunciare chi era stato, come lui, vittima. Ha convinto a parlare di quei fatti, di quelle vergogne, chi nella Diocesi sapeva. Francesco Zanardi, così come don Carlo Rebagliati (l’ex economo che raccontò tutto, e non solo sui prelati pedofili, anche alla Procura della Repubblica) entrarono così in un altro girone infernale.
Ora qui, in questa prima parte, pubblichiamo ciò che non è mai stato pubblicato. La storia, con gli Atti, delle inchieste a carico di don Nello GIRAUDO e monsignor LANFRANCONI e, con questi, le omissioni della DIOCESI savonese e di quanti altri sapevano ed hanno omesso di impedire che Nello GIRAUDO frequentasse minori, tra campi scout e parrocchie…
E’ una storia che ha origine nei campi Scout “Savona 10”, dove il prelato Nello GIRAUDO poneva le sue attenzioni e pratiche sui ragazzini. Era il campo scout dove tra i “responsabili” vi erano il fratello di GIRAUDO, Livio, ed uno dei due “capi-gruppo” era Isabella SORGINI, divenuta poi moglie di Livio GIRAUDO e cognata di don Nello GIRAUDO. Livio GIRAUDO poi alla guida dell’ATA, la municipalizzata del Comune di Savona e Isabella SORGINI attuale Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Savona. Due nomi indicati dallo stesso GIRAUDO nelle pagine della sua difesa.
Una storia che poteva essere stroncata sul nascere se chi aveva responsabilità, dagli Scout alla Diocesi, avessero presentato denuncia contro Nello GIRAUDO. Una storia che – come hanno raccontato le Iene – è stata invece coperta da una cappa di omertà meschina. Al diffondersi delle “voci” (e delle prime denunce!) sugli abusi compiuti dal GIRAUDO, la Diocesi applicava la più perversa pratica che la rendeva complice: tacere nel più assoluto stile omertoso, spostando di sede e funzione il GIRAUDO nella zona del savonese, permettendogli di continuare nella sua vergognosa pratica sui minori.
Il fascicolo su Nello GIRAUDO viene aperto dalla Procura di Savona nel 2009. Dalle testimonianze raccolte, così come dalle denunce ed esposti presentati, il quadro sui suoi comportamenti diventano evidenti quanto inconfutabili. Evidenti come il fatto che la Diocesi sapeva tutto, così come – dalle stesse memorie difensive di GIRAUDO, prodotte dal noto avvocato Marco RUSSO, esponente del PD – il fatto che una delle vittime certamente “era affidato “per ragioni di cura, educativa, vigilanza e custodia” a Stefano CORSINOVI e Daniela CARINI, nonché a Isabella SORGINI e Sandro FOLCO”.
Questa storia racconta che Nello GIRAUDO andava ai campi Scout del “Savona 10” sia responsabilità della propria funzione “pastorale”, sia occasionalmente e senza alcuna specifica “missione”. Come detto la Diocesi savonese (così come il Vaticano) sapeva tutto, tanto che, in un carteggio tra il Vaticano ed il Vescovo di Savona-Noli, Vittorio LUPI, tra il 29 marzo 2010 ed il 16 aprile 2010, si legge “mi riferisco al caso del Rev. Nello GIRAUDO, del Clero della Sua Diocesi, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al Vicariato Generale la propria tendenza pedofila”.
Dagli Atti interni della Diocesi savonese si apprende che nonostante si sapesse delle pratiche sessuali del GIRAUDO Nello, gli si permetteva di avere continui rapporti con minori e che la principale preoccupazione del Clero fosse che nulla trapelasse sui giornali. Si legge chiaramente, per le stesse affermazioni del Vescovo LUPI, che sul “banco degli imputati” per la Diocesi, non vi era il “povero” Nello GIRAUDO, bensì Francesco Zanardi che denunciava tali fatti e li rendeva noti attraverso gli organi di informazione.
La Diocesi ha una responsabilità oggettiva negli atti perpetuati da Nello GIRAUDO. E’ chiaramente indicata anche dal GIP di Savona in merito all’ex Vescovo Mons. LANFRANCONI.
Si legge nell’Ordinanza del GIP di Savona: “alla luce di tutti gli elementi sopra elencati non vi è dubbio che LANFRANCONI fosse a conoscenza delle gravi condotte addebitate al GIRAUDO e, nonostante spettasse a lui, quale ordinario della Diocesi alla quale detto sacerdote apparteneva, tutelare la comunità dei fedeli (ed in special modo i minori) che venivano a contatto con Don Nello si guardò bene dall’assumere qualsivoglia iniziativa volta ad evitare che questi continuasse nelle sue esecrabili condotte, addirittura consentendogli di gestire una comunità per minori con difficoltà familiari (e, per ciò stesso, particolarmente fragili e privi di protezione)”. Ed ancora: “insomma, nonostante l’indagato (LANFRANCONI, ndr) avesse il potere ed il dovere di scongiurare la perpetrazione da parte del GIRAUDO di gravi condotte delittuose (quali quelle compiutamente descritte dalle sue vittime ZANARDI Francesco, (…omissis…) o, comunque, di limitarle, nulla fece in tal senso, non agendo neppure al fine di fare giustizia all’interno dellasocietas perfecta costituita dalla chiesa (cfr. le dichiarazioni ex art. 362 CPP rese da Don REBAGLIATI) e rendendosi in tal modo corresponsabile di tali condotte”.
Il successore del LANFRANCONI alla guida della Diocesi di Savona-Noli, Mons. Domenico “armeria” CALCAGNO, era ben conscio della questione GIRAUDO. Né scrisse a RATZINGER quando questi era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Era nel settembre 2003. Scrive non per annunciare una denuncia all’Autorità Giudiziaria ma per chiedere consiglio. Consigli che non arriveranno, nemmeno quando RATZINGER (già informato) divenne Papa.
Sono passati 33 anni da quando GIRAUDO venne denunciato la prima volta, appena ordinato sacerdote e nominato vice-parroco a Valleggia. 33 anni passati da quanto (lo si legge nelle stesse carte della Diocesi) “si è verificato il primo, serio inconveniente (incoveniente, sic! ndr): insegnante di religione nelle statali è stato accusato da una mamma di atteggiamenti morbosi nei riguardi del suo bambino (tenuto sulle ginocchia e palpato in modo difficilmente precisabile)”.
In Diocesi (e poi in Vaticano) sanno ma tacciono. Lo sanno per certo i Vescovi con i quali GIRAUDO si è confessato. Scrive il GIP del Tribunale di Savona: “la circostanza (riferita dal medesimo GIRAUDO) che egli avesse confidato “soltanto in confessionale” i suoi problemi ai Vescovi che si erano succeduti alla guida della Diocesi (e quindi al LANFRANCONI), avrebbe impedito a quest’ultimo di denunciare il sacerdote alle autorità competenti, non non di assumere i provvedimenti opportuni atti a scongiurare il compimento da parte dello stesso di atti di pedofilia”.
La stessa Comunità per Minori che era stata attivata dallo stesso GIRAUDO nell’ambito della propria attività pastorale, è sta chiusa solo a dopo che non venivano più mandati minori a tale comunità.
In una nota interna della Diocesi savonese si legge che la Comunità veniva vista dal Vescovo CALCAGNO come un pericolo per don GIRAUDO e non invece, come dovrebbe essere, per i minori affidati ad una Comunità gestita da un pedofilo.Testualmente: “Mons. CALCAGNO, giunto a Savona nel marzo 2002, già in angustie perché intuisce il pericolo a cui don Nello (GIRAUDO, ndr) si espone (anche perché continua a gestire la comunità senza un preciso programma educativo), riceve confidenze allarmate di un assistente sociale che gli comunica che vari Comuni hanno deciso di non affidare altri ragazzi alla Comunità”.
Incalza il GIP di Savona:“triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del GIRAUDO e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”.”
GIRAUDO ha evitato il processo patteggiando un anno di reclusione, ma resta aperta la domanda del perché, oltre alla Diocesi, nessuno dei responsabili Scout del gruppo SAVONA 10 (tra cui il fratello di don GIRAUDO, Livio e la SORGINI) abbiano impedito che Nello GIRAUDO – noto già dal 1980 per la predilezione a rapporti sessuali con i minori !!! – frequentasse i campi scout (sia in veste formale, sia in quella informale).
Resta anche un’altra amarezza, che affronteremo nella seconda puntata, per il fatto che per la Diocesi (e amici fedeli) la “peste” da annientare non erano i pedofili che indossano l’abito talare, ma coloro che aveva avuto la “colpa” di denunciare all’Autorità Giudiziaria il GIRAUDO ed i suoi protettori.
Monsignor LUPI, attuale Vescovo di Savona, aveva annunciato lo scorso anno che la Chiesa vuole Giustizia, ma l’unica cosa certa è stata la “vendetta” contro chi ha osato rompere l’omertà… ed allora di tutto questo occorre che la comunità venga a conoscenza, diversamente Zanardi e i compagni di sventura, saranno vittime per la seconda volta.
La storia di Diego, vittima del viceparroco della chiesa nel cui oratorio andava a giocare. Un’infanzia cancellata, gli incubi che si rincorrono, fino alla decisione di raccontare tutto alla madre. Poi la terapia da uno psichiatra che ha solo lenito il dolore. “Sono andato dal sacerdote e gli ho ricordato quello che era successo. Ma lui è stato impassibile. Non ha mai ammesso. Mi ha invitato a pregare. Come un povero malato di mente”. Inutile il ricorso alla magistratura. Un’assurdità che riguarda centinaia di vittime private della giustizia per un reato odioso
NAPOLI– “Faceva molto caldo quel pomeriggio, la scuola era quasi finita. Ricordo ancora come ero vestito: un paio di pantaloncini e una canottiera di spugnetta blu. Il prete mi invitò a casa sua. Io accettai. In camera da letto mi chiese di sedermi vicino a lui, poi cominciò a toccarmi. Non capivo cosa mi stava facendo: ero solo un bambino, per me lui era come un Dio. Mentre mi baciava, diceva che mi amava. Lo accontentai”.
Diego (così lo chiameremo con un nome ovviamente di fantasia, ndr ) nasce nel 1975 in un quartiere alla periferia di Napoli. Cresce frequentando l’oratorio del suo quartiere, come tanti altri bambini della sua età. I suoi genitori sono molto cattolici. Nel 1986 si iscrive alla scuola media del suo rione. Di lì a pochi mesi, per cinque lunghi anni, diventerà l’oggetto delle attenzioni sessuali di don S. M., suo insegnante di religione. Del sacerdote useremo solo le iniziali, come sono indicate su un video pubblicato su Youtube. Il dolore ha impresso nella memoria di questo ragazzo ogni dettaglio di quei momenti. La sua infanzia è stata cancellata. Ogni ricordo precedente rimosso e lui condannato a una vita di angoscia. La sua storia è nota ed è stata diffusa dalla rete “L’Abuso”, una struttura impegnata contro le violenze sessuali degli uomini di chiesa. Ci ha voluto contattare ancora una volta per ribadire e rilanciare non tanto quell’incubo che lo assilla ormai da oltre vent’anni ma per sollevare un problema che riguarda decine se non centinaia di vittime come lui: la prescrizione del reato di pedofilia dopo 15 anni per il codice civile e 20 per quello penale. Un’assurdità se si pensa che chi subisce violenze sessuali di solito è un bambino, non ha la forza, la lucidità, la forza di denunciare l’abuso e chi lo ha commesso. Soprattutto se si tratta di un sacerdote, di un uomo di chiesa, a cui ci si confida e ci si affida. “Avrei voluto farlo anni dopo”, ci racconta il nostro testimone. “Ma i carabinieri hanno potuto solo raccogliere la mia testimonianza senza procedere ad una vera denuncia. Mancavano le prove. Ma il reato, anche se fosse stato dimostrato, era comunque caduto in prescrizione. Non avevo altra scelta: continuare a convivere con i miei fantasmi e rinunciare ad ogni più piccola forma di giustizia”.
In quegli anni cruciali, il viceparroco diventa amico di famiglia e inizia a frequentare la casa di Diego. “Arrivava e scherzava con mia madre e i miei fratelli mentre io rimanevo in un angolo”, ricorda. Il prete convince il ragazzino a non confessare a nessuno il loro segreto. Ma negli anni il silenzio diventa insostenibile: “Stavo sempre peggio. Una sera mi sentii malissimo e fui portato in ospedale. Vomitavo, non riuscivo a respirare. Ero convinto che stavo per morire. Ero disperato e decisi di confessare tutto a mia madre”.
La donna si allarma. Conosce suo figlio. Come ogni madre. saa che non sta mentendo, che non è un mitomane. Non si tratta di un pessimo scherzo, di una vendetta, di una fantasia morbosa di un ragazzino troppo sveglio. Diego dice il vero. Ha bisogno di aiuto. Su consiglio della madre, il ragazzo contatta lo psichiatra Alfonso Rossi, un primario in pensione con una grande esperienza “sul campo”.
Ricorda oggi il professionista: “Arrivò da me nell’ottobre del 2009 in un profondissimo stato di angoscia, con un’aggressività mal gestita, ripetendo continuamente di voler parlare ma non riuscendovi mai. Ogni tanto si alzava e andava a vomitare nel bagno”. Passano i mesi, le sedute continuano tra sforzi sfibranti, progressi e nuove regressioni. Lo psichiatra insiste. Ottiene i primi risultati. Fino alla svolta decisiva. Mesi dopo. Diego riesce finalmente a raccontare gli abusi subiti da bambino. Su consiglio dello psichiatra nel giugno 2010 il ragazzo presenta una denuncia presso la caserma più vicina ma riceve la prima delusione: il reato è ormai prescritto. Per lo Stato quel prete non ha mai compiuto gli abusi e non può essere sottoposto alla giustizia ordinaria.
Il giovane non si dà pace. E’ convinto che almeno la Chiesa possa risarcirlo. Non dal punto di vista economico ma spirituale, psicologico. Si rivolge anche al vescovo ausiliare di Napoli, Lucio Lemmo. Senza successo. Con una telecamera nascosta cerca il suo carnefice con l’intento di farlo confessare, ma inutilmente. “Andai là anche per fargli capire come mi aveva ridotto, lui mi trattò con fastidio come se non fosse un problema suo, riuscì anche a farmi recitare l’”Ave Maria” insieme a lui”, racconta Diego.
Nel 2011, con non poche difficoltà, il medico riesce a farsi ricevere dal vescovo in persona. Redige una breve relazione sulle condizioni del ragazzo che così si conclude: “Ho segnalato questo drammatico caso umano alla Chiesa perché lo ritenevo soprattutto utile per le strategie terapeutiche, oltre che un mio obbligo morale di cittadino e cattolico. […] Gradirei molto che il giovane venisse sottoposto a una valutazione clinica da un professionista di Loro fiducia che possa valutare i rapporti causali tra gli eventi delittuosi e lo stato attuale di Diego, augurandomi che possiate acquisire gli elementi necessari per intraprendere un percorso di giustizia e garanzia per le altre fragili e future vittime”.
Di lì a poco anche il giovane verrà ricevuto in Curia, racconta i fatti al vescovo che li annota promettendogli che quanto da lui denunciato verrà inviato a Roma. Poi i contatti con la diocesi si interrompono. Nel 2012, popo ripetute richieste di spiegazioni da parte anche della famiglia di Diego, la Curia, a firma della segreteria del vicariato, risponde che il vescovo non ha più tempo per ricevere il giovane. Si legge nella missiva: “Gentile Sig.[…] in merito alla sua richiesta di poter incontrare il Vescovo, Le comunico che sarà molto difficile poterla accontentare perché i suoi impegni di Curia ed altro gli impediscono di poter continuare gli incontri con lei”. Diego sente di vivere un secondo tradimento: “Non sono stato creduto nonostante anche il mio psichiatra abbia spiegato i fatti molto chiaramente, quell’uomo pericoloso sta ancora in mezzo ai ragazzi mentre io non ho ricevuto il minimo sostegno spirituale”.
Contattando il vescovo, spiega lo psichiatra, Diego chiedeva di essere riabbracciato dalla sua Chiesa, che però non sembra disponibile a farlo. Nell’estate del 2012 il ragazzo scopre che il sacerdote è stato allontanato dalla parrocchia e ne è profondamente sollevato: “Il mio interesse era soprattutto quello di evitare che quell’uomo facesse del male ad altri ragazzini”. Un mese fa, grazie a Francesco Zanardi e alla rete “L’Abuso”, Diego viene a sapere che don S. M. nell’anno scolastico 2012-2013 ha regolarmente insegnato in una scuola professionale pochi chilometri fuori Napoli: “Mi è crollato il mondo addosso, niente di quello che avevo fatto era servito. Avevo l’impressione che la Chiesa in questo modo autorizzasse non solo gli abusi fatti a me da quel sacerdote, ma la pedofilia in generale” spiega Diego.
Il prete, è stato per molti anni animatore spirituale di un importante movimento ecclesiale per la diocesi di Napoli e nel 2012, poco prima di essere “allontanato” ha accolto nella sua parrocchia per l’ultima stazione di Quaresima un importante esponente del mondo ecclesiastico, accompagnandolo durante la processione penitenziale e concelebrando con lui la messa. Diego nel frattempo si è sposato, ha avuto due bambini. Ha tentato di riprendere una vita normale. “Ma è servito a poco”, ammette adesso. “Quella violenza mi perseguiterà per sempre”.
In Italia dall’ottobre 2012 a seguito delle ratifica della convenzione del consiglio d’Europa per la protezione dei minori, cosiddetta di Lanzarote, si è proceduto alla modifica di alcuni articoli del codice di procedura penale e il termine della prescrizione per questo tipo di reati è stato innalzato da 10 a 20 anni. Ma lo psichiatra Alfonso Rossi spiega che reati del genere dovrebbero rimanere imprescrittibili, perché la possibilità di maturare un senso di giustizia per il danno subito arriva moltissimi anni dopo la violenza. La prescrizione non cancella soltanto il reato ma qualsiasi possibilità per la vittima di riconciliarsi con le istituzioni che non l’hanno saputa proteggere. “Il ragazzo, per stare meglio oggi, avrebbe bisogno di un atto di giustizia riparatore” spiega lo psichiatra che lo ha avuto in cura.
La storia di Diego parla di una Chiesa impreparata a gestire il caso, apparentemente attenta a proteggere esclusivamente il proprio sacerdote. Don S. M. è stato allontanato dalla sua parrocchia, ma il suo nome continua ad essere proposto agli istituti scolastici, nonostante la possibilità per il vescovo, in base alle norme concordatarie, di revocarne eventualmente l’idoneità all’insegnamento della religione. Oggi il ragazzo, soffre di violenti attacchi di panico e diverse malattie psicosomatiche: “Non c’è un giorno che io non pensi a quello che mi è capitato, nè una notte in cui non sogni quei terribili momenti. Continuo a chiedermi perché proprio io? Purtroppo nel mio cuore so che non sono stato l’unico e che ci sono altre vittime”.
Negli Stati Uniti, il governatore democratico della California Gray Davis firmò nel 2002 una legge che sospendeva per un anno tutti i termini di prescrizione per i reati di abuso sessuale. La legge permise di avviare diversi procedimenti contro l’arcidiocesi di Los Angeles consentendo alle vittime già prescritte da molti anni, di ottenere risarcimenti milionari. In Italia, una volta iniziato il processo in primo grado, il termine di prescrizione non decade . Secondo l’avvocato Sergio Cavaliere che collabora con la rete “L’Abuso”, l’imprescrittibilità del reato su minori sembra essere l’unica soluzione alla richiesta di giustizia delle vittime che troppo tardi maturano la coscienza del male ricevuto. “E’ tempo che la società si faccia carico anche delle vittime e non solo del reo, in questa vicenda sono loro ad essere condannate ad anni di oblio. Che differenza c’è tra chi uccide una persona e chi ne uccide la sua mente, condannandola a una vita di sofferenza estrema?”, gli fa eco lo psichiatra Alfonso Rossi. Da questo punto di vista la prescrizione appare come una barbarie e abolirla un atto inevitabile di civiltà.
È stato sottoscritto ieri con parere unanime del Consiglio Direttivo l’accordo di delega tra il Presidente della CASA DELLA LEGALITA’ Onlus Christian Abbondanza e il Portavoce della Rete Nazionale L’ABUSO Francesco Zanardi per cui ai sensi dell’articolo 2 punto 9 dello statuto della CASA DELLA LEGALITA’ E DELLA CULTURA Onlus, delega Francesco Zanardi Referente-Responsabile del Comitato Tematico Rete L’ABUSO.
Un passo che maturava da tempo data anche la necessità di formalizzare quella che è ormai una realtà nazionale. Questo solo uno dei primi passi nell’ambito di una serie di iniziative che permetterà la realizzazione delle sedi regionali della Rete, attualmente già operative in tutta Italia dove da tempo Rete L’ABUSO non solo attua un importantissimo servizio documentale e di monitoraggio, ma grazie a una capillare rete di avvocati è in grado di dare supporto legale alle vittime.
Nei progetti in fase di realizzazione, Rete L’ABUSO ha al primo posto nei suoi obbiettivi la realizzazione di gruppi di auto aiuto, strumento di fondamentale importanza per la vittima, la quale nella quasi totalità dei casi non riesce a fare outing con le proprie forze, trovandosi così precluso non solo l’accesso ad un supporto psicologico ma anche alla possibilità di tutelarsi legalmente.
Di fondamentale importanza anche la prevenzione, purtroppo totalmente inesistente nel nostro paese, grazie alla quale i genitori e anche le potenziali vittime possono imparare a cogliere quei segnali che gli permettono di accorgersi quando si è di fronte a una situazione di potenziale pericolo.
Un altro strumento di fondamentale importanza che sarà attivo e disponibile già nelle prossime settimane è “ABUSE-TRACKERS”.
Realizzato sul modello statunitense di Bishop Accountability l’ABUSE TRACKERS ha lo scopo non solo di documentare tutti i casi di abusi sessuali commessi da membri del clero, ma al suo interno conterrà anche le sentenze e tutti i dati fondamentali utili ai legali della Rete e non, per ricostruire una cronologia storica del pedo-criminale e una mappatura dettagliata degli spostamenti che il sacerdote ha fatto sul territorio europeo. Un deterrente notevole che non permetterà più che la chiesa risolva i casi di pedofilia spostando in un altra parrocchia il sacerdote, permettendo cosi di continuare ad abusare ed omettendo allo stesso pedofilo un percorso terapeutico di cura.
The Vatican is bracing itself for a rentboy scandal after a convicted paedophile priest apparently sought vengeance by informing on other child abusers in the Roman clergy. Don Patrizio Poggi, who served a five-year sentence for abusing five 14 and 15-year-old boys at his parish on the outskirts of Italian capital, has reportedly handed names to police. So far, four people have formally been placed under investigation by Rome magistrates. The suspects are said to include a monsignor who is currently the secretary of an important bishop. Also being investigated is a former Carabinieri police officer suspected of recruiting under-age boys for the alleged prostitution ring. The brewing scandal comes just weeks after Pope Francis confirmed the existence of a “gay lobby” in the Vatican to a visiting Latin American church group. The apparent network inside the supposedly celibate and staunchly anti-homosexual Church is one reason why Pope Francis is working on a thorough house-cleaning of the Roman curia. Vatican watchers believe a far-reaching reshuffle of top posts is imminent. Cardinal Giuseppe Bertello, current head of the governorate that runs the Vatican city-state, is tipped to take over from the powerful but divisive Vatican secretary of state, Cardinal Tarcisio Bertone. The latest scandal traces its roots to the criminal case against Poggi, now 46, who was convicted in 1999 of abusing boys at his St Philip Neri church in the Rome suburb of Primavalle. After serving his sentence, the disgraced priest sought reinstatement by the Vatican but was denied a post. In revenge, he is said to have gone to police with one of the alleged “rent boys” serving priests. According to Italian press reports, Poggi named 20 people as being involved in the prostitution ring. Acting on his leads, police reportedly followed one alleged rent boy to a church, but were unable to verify his age nor what took place in the sacristy. The allegations appear to overlap with another inquiry into purported claims by an Italian businessman that he arranged male escorts for Vatican clerics. The businessman made the claims to an anti-abuse advocate, Francesco Zanardi, who was abused by a priest as a child. “It’s the prostitution ring,” said Mr Zanardi, who yesterday sent a telegram with alleged details to the Pope. “The parties took place every Thursday evening in the Vatican. We have unmistakable proof. The sexual abuse all took place within the walls of the Vatican.” He alleged that at least two cardinals were involved. The businessman is said to have deposited videos of sex parties with a notary in Switzerland for safekeeping. Prosecutors in Savona, where Mr Zanardi lives, are transferring the file to their counterparts in Rome, where the alleged sex parties took place.
Non ho mai voluto agire con pregiudizio, ho sempre voluto essere garantista e lo sarò anche questa volta. Non chiediamo nessun “Miracolo” ma semplicissimi provvedimenti facilmente attuabili a tutela dei minori. Lasciamo al Vescovo di Roma la risposta e la dimostrazione di essere coerente con ciò che dichiara.
Non lo chiedono solo le vittime, ma anche le migliaia di firmatari di questa petizione inviata a lui. www.change.org/francesco
Francesco Zanardi.
A Sua Santità il Vescovo di Roma
Jorge Mario Bergoglio
Noi, vittime “controcorrente” raccogliamo il Suo appello.
Sua Santità,
Mi chiamo Francesco Zanardi, abito a Savona e sono Portavoce della Rete nazionale L’Abuso.
In passato come molti sono stato vittima di un sacerdote pedofilo conclamato. Oggi, pur non avendo superato i traumi indelebili che mi hanno privato per sempre dell’infanzia e dell’adolescenza posso ritenermi non più una vittima, ma un sopravvissuto e come tale ho deciso di combattere questa piaga. Una scelta obbligata, che nasce dalle ceneri della mia dignità. Una scelta frutto della mia coscienza morale e civile, affinché non debba riconoscere negli occhi di altri bambini le sofferenze da me provate.
Con questa lettera sono a chiederLe gentilmente udienza, sperando che Lei voglia accordarmela.
Seguo con grande attenzione e speranza la Sua intenzione, emersa in pubbliche dichiarazioni come neoeletto Vescovo di Roma, di voler risolvere quello che è il dramma della pedofilia nel mondo cattolico.
Comprendo anche le difficoltà nell’affrontare questa problematica, ma al tempo stesso ritengo esistano delle soluzioni concrete e attuabili. Spesso ci preoccupiamo di tematiche lodevoli che hanno come obbiettivo la tutela della vita umana, ma ritengo sia doveroso estendere questa tutela anche agli anni successivi alla nascita, evitando così di scivolare in un contesto che potrebbe risultare non coerente.
Il problema della pedofilia nella Chiesa è un vicenda grave e dolorosa perché, come Lei sa, sono milioni i minori che quotidianamente vengono affidati alle cure del clero. La pedofilia fa del male principalmente ai bambini, ma anche ai credenti e più in generale alla Chiesa di cui oggi Lei è il massimo rappresentante, minando e incrinando l’essenza stessa dei valori sui quali dichiara di fondarsi.
Il comportamento pedofilo è frutto dell’ipocrisia di quei singoli sacerdoti che imparano a vivere in un mondo parallelo e ad amare in modo deviato il bambino, facendo leva psicologica sulla sua naturale richiesta di aiuto e di fiducia. Ma soprattutto è frutto del silenzio e dell’omertà dei tanti, dei troppi che nella Chiesa, pur sapendo, si voltano dall’altra parte, tradendo la loro vocazione evangelica –e quindi loro stessi-, e attenendosi alla colpevole e immorale disposizione, da sempre vigente in forme scritte o non scritte nella Chiesa, dell’occultamento dei casi riscontrati di quello che viene considerato il reato socialmente più vile: la violenza fisica e psicologica sui bambini.
In questi casi, come diceva don Milani, l’obbedienza non è più una virtù.
Tutto questo permette quindi il perpetuarsi di nuovi casi di abuso. I più gravi, perché frutto di una responsabilità collettiva. I più atroci, perché evitabili.
Ferite sopra ferite.
Come fanno uomini che hanno fatto voto alla Chiesa, donando la loro vita per lenire la sofferenza e l’ingiustizia nel mondo, a crearne di così lancinante, di così feroce, di così nuova, approfittando di piccoli esseri indifesi che rimarranno così segnati per sempre nella loro crescita?
Come fanno altri uomini di Chiesa a non fermare tutto ciò? Come fanno a non voler vedere? Con le parole del Vangelo secondo Matteo: “Quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso”.
Non deve prevalere il primato della coscienza, che è dottrina certa?
Ci sono tante piaghe incurabili nel mondo, ma a differenza di altre, in questo caso possiamo intervenire.
La mia personale vicenda, non differente da milioni di altri casi ma che però ha avuto rilevanza anche attraverso i media internazionali, ha trovato sacerdoti ben disposti ad combattere il problema, ma purtroppo come accade nella quasi totalità dei casi, essi si sono dovuti arenare a causa delle negligenze dei loro superiori che non sono voluti intervenire, nello sterile intento di salvaguardare il buon nome della Chiesa.
Inutile dire che non solo questo intento è clamorosamente fallito, dato che il nome della Chiesa si custodisce quotidianamente con l’esempio e con l’esercizio della solidarietà, ma ha anche permesso che quei pochi sacerdoti malati continuassero a commettere crimini, rimanendo peraltro a loro volta vittime di quella cultura distruttiva che ha negato loro qualunque tipo di aiuto psicologico.
La mia battaglia per la giustizia e per la difesa dei minori ha quindi spesso trovato nemici e omertà proprio dentro le mura della Chiesa. Mura purtroppo sempre più pregiate, e sempre meno trasparenti.
Anche nella mia città, è una lotta impari tra chi come me senza mezzi cerca di denunciare le responsabilità degli abusi, e chi nella Chiesa, con grandi mezzi e nelle vesti ufficiali di autorità morale, cerca invece di occultarli, e quindi indirettamente di perpetuarli.
In questa disputa, Le chiedo: da che parte sta secondo Lei la Giustizia, dove i valori del Vangelo? A chi Lei, uomo tra gli uomini, sentirebbe il dovere morale di prestare soccorso? Da quale parte prendono vita le parole di Luca “Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”, o quelle di Matteo “Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi” ? Oppure le sue, quelle della scorsa domenica, lanciate come messaggio ai giovani di tutto il mondo “Andate controcorrente” bene, eccoci qua.
Solo la reale volontà di denuncia può fermare questa piaga. Solo la regola della trasparenza può fermare il perpetuarsi dell’abuso.
Cogliendo il suo appello ai giovani, noi vittime andiamo controcorrente
Nella speranza che Lei Santità voglia accordarmi il privilegio di poterLa incontrare personalmente, anche come gesto di apertura verso le istanze di singoli e associazioni che nel mondo si battono contro la pedofilia, fiducioso nella possibilità di poter essere di aiuto nell’avviare una concreta risoluzione di questo male, Le porgo i miei più cordiali e sinceri saluti.
Il presidente dell’associazione, Francesco Zanardi, riporta alla magistratura il racconto di un imprenditore italiano che sostiene di aver preso parte a incontri sessuali. LUGANO – Filmati hard di festini in Vaticano sarebbero conservati nella cassaforte di un notaio di Lugano. È la dichiarazione shock che riporta questa mattina il Caffè, che ha raccolto la testimonianza di Francesco Zanardi, presidente di “Rete abuso”, un’associazione italiana che raccoglie da anni denunce di giovani vittime di sacerdoti, girandole in seguito alla polizia.
Zanardi ha così messo in luce i fatti dei quali è venuto a conoscenza due anni fa, quando un imprenditore che lavora con la Santa Sede gli si è presentato raccontandogli storie di festini e adescamenti di ragazzi avvenuti dietro le mura del Vaticano.
“Ho preso il suo racconto con le pinze, inizialmente con molta diffidenza – racconta Zanardi al Caffè -. Perché venire da me e perché dirmi quelle cose orribili? Mi ha risposto d’essere rimasto disgustato da quel mondo e che voleva uscire da un giro in cui era stato introdotto da un noto manager vicino alla Santa Sede. Erano i giorni in cui si parlava del Corvo in Vaticano. Ho capito, però, che qualcosa di vero c’era”.
Man mano che il racconto dell’imprenditore proseguiva, dettagli sempre più raccapriccianti emergevano, fornendo a Zanardi del materiale che potrebbe avere effetti devastanti per il Vaticano. “Man mano che l’imprenditore spiegava circostanze e fatti gli chiedevo dei riscontri – racconta al Caffè -. Mi ha dato numeri di telefono, fatto nomi e cognomi, in molti casi è stato davvero dettagliato. Mi ha messo anche in contatto con un ragazzo coinvolto in uno dei festini ai quali partecipavano – mi ha detto l’imprenditore, che peraltro è gay – alti prelati, di cui mi ha fornito pure nome e cognome”.
Zanardi, molestato da bambino, si occupa da anni di pedofilia, viaggiando in lungo e in largo per l’Europa per scoprire fatti scabrosi e scovare preti pedofili, cercando di capire dove sono finiti, se sono ancora in attività e soprattutto se sono ancora in contatto con i ragazzi. Raccoglie dati, nomi e fatti verificando tutto puntualmente e trasmettendo le notizie degne di nota alla magistratura.
Le sue ricerche vanno spesso a buon fine: è stato lui infatti a trovare nell’esilio di Pietra Ligure don Italo Casiraghi, l’ex parroco di Gordola condannato nel 2005 per atti sessuali con fanciulli. “L’ho anche filmato, e il video l’ho messo su internet, mentre celebrava la messa – racconta sempre al Caffé -. E pensare che il parroco del paese mi aveva detto che non era più in attività”.
Questa volta la posta in gioco è alta e il rischio di incagliarsi in una bufala c’era. L’imprenditore aveva intuito che quell’uomo voleva anche delle informazioni da lui, “forse, ho pensato, per ricattare qualcuno, per estorcere soldi. Chissà? Questo l’ho pensato quando mi ha detto che alcuni ragazzini, durante le feste, hanno fatto dei video di nascosto con i telefonini. Ho chiesto quei filmati, ma non li ho mai avuti”, continua Zanardi.
Dopo un certo tempo gli incontri con l’imprenditore sono improvvisamente cessati. Ma in seguito si rifece vivo, ammettendo che quei filmati erano stati messi al sicuro. “Mi ha detto che li aveva affidati, in due copie, uno a un notaio di Roma e l’altro ad un notaio di Lugano, perché in Svizzera è più difficile arrivare. Anche in questa circostanza mi ha fatto nomi e cognomi, e ho verificato che effettivamente quei professionisti esistevano. Tutte le indicazioni le ho passate alla magistratura di Savona, dove ha sede la nostra associazione”.
La magistratura si è attivata aprendo un fascicolo per adescamento, in quanto il reato di violenza sarebbe stato commesso in uno Stato estero, il Vaticano appunto.
La vicenda ha suscitato scalpore nei giornali italiani ed in televisione, e Zanardi suppone che i magistrati italiani abbiano interpellato i loro colleghi ticinesi per capire chi sia questo notaio.
La speranza di Zanardi è che si vada a fondo in questa faccenda: “non so se questa storia sia vera e sino a che punto; questo lo dovranno dire i giudici. Io avevo uno scrupolo di coscienza ed è per questo che sono andato in procura a raccontare tutto”. FONTE
Zanardi: ”Un manager mi raccontò di orge in Vaticano” Un’inchiesta della procura di Savona indaga su sospetti abusi avvenuti nella Santa Sede nei confronti di ragazzini. Coinvolti nomi dell’alto prelato. Francesco Zanardi, di Rete ”L’abuso” racconta ai microfoni di Radio Capital le dichiarazioni di un testimone. Intervista di Niccolò Carratelli e Jean Paul Bellotto