Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Francesco Zanardi

  • Gestiva il centro Caritas di San Fatucchio, accuse di pedofilia per don Lucio Gatti, già condannato per molestie sessuali

    Gestiva il centro Caritas di San Fatucchio, accuse di pedofilia per don Lucio Gatti, già condannato per molestie sessuali

    Di Francesca Lagatta

    Il 9 gennaio del 2014, di fronte all’evidenza delle prove, don Lucio Gatti si arrende ai giudici del Tribunale di Perugia e patteggia una condanna a due anni di carcere con pena sospesa, anche se l’avvocato Nicola Di Mario, dopo la sentenza, continua a professare l’innocenza dell’assistito, che avrebbe scelto il rito alternativo “senza che ciò possa considerarsi ammissione di responsabilità”. Ma ora un nuovo testimone, che oggi ha 20 anni, getta nuovamente nella bufera il parroco che per anni ha gestito numerose comunità di recupero per ragazzi svantaggiati e la Caritas di San Fatucchio, frazione di Castiglione del Lago, comune della provincia di Perugia.

    Le indagini che hanno portato alla condanna erano partite grazie alle denunce di cinque ex ospiti di una delle comunità gestite dal sacerdote, ma le accuse di violenza sessuale erano state derubicate a molestie sessuali e abuso dei mezzi di correzione, perché all’epoca dei fatti le vittime erano tutte maggiorenni. Pertanto, sono mancati i presupposti per contestare la violenza.

    PERI IL PRETE CONDANNATO MAI UN SOLO GIORNO DI CARCERE

    Non un solo giorno dietro le sbarre, dunque, per il prete con il vizietto delle avances insistenti. Unica “punizione”: la sospensione ‘a divinis’ per cinque anni, periodo in cui don Lucio Gatti, protetto in una delle comunità religiose per il recupero spirituale dei preti con problemi legati alla sfera sessuale, ha dovuto rinunciare alle sue funzioni pastorali pubbliche.

    Rientrato in comunità a Perugia, avrebbe ripreso le consuete attività religiose, fino a che, nell’aprile scorso, una nuova querela è tornata a scuotere la sua quiete. La presunta vittima degli abusi, il cui caso è seguito dall’associazione Rete l’Abuso del presidente Francesco Zanardi, impiega dei mesi prima di rilasciare una testimonianza dettagliata di ciò che accade circa 7 anni fa, perché il ricordo sarebbe ancora straziante.

    IL RAGAZZO CHE LO ACCUSA  DESCRIVE LE COMUNITÀ DI RECUPERO COME UN INFERNO

    Dopo aver lasciato casa propria ed essere stato affidato dai servizi sociali proprio nella mani di don Lucio, il ragazzo racconta di aver passato cinque anni di inferno (fino alla maggiore età) tra lavori forzati, percorsi di recupero inadeguati e violenze sessuali. Secondo la sua versione, il sacerdote, a turno, avrebbe abusato di lui e di tanti altri adolescenti affidati alle sue comunità, mandati finanche nelle missioni umanitarie all’estero nonostante la giovane età, che di umano avevano poco o nulla.

    I dettagli agghiaccianti della storia, sono stati messi nero su bianco e consegnati nelle mani degli uomini dell’Arma. Ora sarà la Magistratura a verificare la veridicità del racconto ed accertare eventuali, nuove responsabilità, che questa volta sarebbero ancora più pesanti. Nel frattempo Gatti, è alle prese con la causa civile che si svolge presso il Tribunale di Perugia dal gennaio scorso, perché le vittime acclarate di molestie sessuali hanno avanzato una richiesta di risarcimento danni al sacerdote e alla sua diocesi.

  • Don Nello Giraudo, inchiesta bis per presunti abusi su minore. Sentita dai p.m. anche la cognata Isabella Sorgini

    Don Nello Giraudo, inchiesta bis per presunti abusi su minore. Sentita dai p.m. anche la cognata Isabella Sorgini

    Giraudo, inchiesta bis per presunti abusi su minore.

     La procura indaga su casi accaduti nella comunità di Feglino

    SAVONA. Ci sarebbero almeno altri 8-9 casi di presunti abusi sessuali commessi da Nello Giraudo nella casa famiglia La Lanterna di Orco Feglino. Il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro è il titolare di questo fascicolo bis rimasto sotto traccia fino a poche settimane fa quando l’ex prete (ha chiesto ed ottenuto la riduzione allo stato laicale nell’ottobredel2010) è comparso a giudizio per minacce nei confronti proprio di uno dei minori coinvolti nella vicenda.

    Dopo il patteggiamento ad un anno per gli abusi commessi ai danni di un quindicenne nel campo scout di Vara, la malattia dell’ex “don” torna di attualità. A dare il via a questa seconda inchiesta è stata l’ennesima denuncia di Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e nei mesi scorsi il pm e gli uomini della polizia giudiziaria hanno ascoltato alcune delle vittime e decine di testimoni alla ricerca di eventuali episodi che non fossero coperti dalla prescrizione. La comunità La Lanterna è stata infatti chiusa nel 2003 ed eventuali episodi di presunti abusi sarebbero comunque coperti dalla prescrizione. Il lavoro della magistratura è però andato avanti nel massimo riserbo. Nei prossimi giorni una delle vittime si sarebbe decisa a sporgere denuncia formale alla procura, anche se gli eventuali abusi sarebbero ormai datati. Il pm Ferro avrebbe infatti già chiesto al gip l’archiviazione delle accuse per prescrizione.

    Tra le persone ascoltate dalla procura ci sarebbe anche Isabella Sorgini, ex assessore ai servizi sociali del comune di Savona, cognata di Giraudo e soprattutto capo scout del campo di Vara dove nel 2005 si verificò la violenza sessuale. La procura ha aperto un modello 45 (atti non costituenti notizia di reato) per accertare eventuali responsabilità di vigilanza dei vertici scout e soprattutto nell’assunzione di Nello Giraudo nel campo,ben sapendo delle sue devianze sessuali, ma il fascicolo è rimasto tale e soprattutto pronto ad essere archiviato direttamente dal pm senza che siano state riscontrate responsabilità da parte di qualcuno. L’inchiesta bis su Giraudo è stata invece aperta a noti. Il nome dell’ex presbitero è stato iscritto nel registro degli indagati e per almeno due anni il lavoro investigativo è andato avanti nel massimo riserbo. Fino al mese scorso quando Nello Giraudo è finito a processo per minacce ad una delle sue presunte vittime incontrate per strada a Finale. Ed è in quel momento che è venuto alla luce il secondo filone a carico dell’ex notissimo prete.

    GIOVANNI CIOLINA Il Secolo XIX Savona

  • Nuove ombre sulla morte di Luisa Bonello, l’attivista della Rete L’ABUSO

    Nuove ombre sulla morte di Luisa Bonello, l’attivista della Rete L’ABUSO

    A due anni dalla morte, Luisa Bonello sembra ancora parecchio ingombrante per molti.

    Un suicidio al quale poche persone hanno creduto, tanti dubbi che con il passare del tempo sembrano consolidarsi sempre di più.

    Non per non ammettere che Luisa possa essersi suicidata; ma razionalmente abbiamo grosse difficoltà a crederlo per via di una serie di situazioni, dichiarazioni e fatti che dopo la sua morte sono emersi, e a questo punto che cosa pensare? Che Luisa fosse una favolosa veggente? O l’improbabile regista di una sceneggiatura scritta ad hoc?

    Molte le anomalie prima della sua morte, la più ricorrente in quell’ultimo periodo il fatto che il suo cellulare, in molte occasioni, si scaricasse inspiegabilmente. Aveva un iPhone, pensando ad un difetto della batteria lo sostituì, comprò un Samsung ma anche quello si scaricava continuamente.

    Forse qualcuno era riuscito ad inserirvi uno di quei software che trasformano il telefono in un microfono ambientale?

    Questo potrebbe spiegare perché spesso conversazioni confidenziali erano inspiegabilmente note a persone a lei molto vicine.

    Ma restando con i piedi ben saldi per terra ci sono altre cose che oggettivamente non riusciamo a spiegare, per esempio il tentativo di incendio della sua auto, che il presunto piromane fallì dando fuoco a un’auto uguale a quella di Luisa.

    E quel suo secondo viaggio a Roma del 27 aprile 2014, di cui siamo venuti a conoscenza solo quando Luisa era già li. Disse che era andata per parlare con alcuni prelati e con le forze dell’ordine; ma quali forze dell’ordine e perché andare fino a Roma per parlare con loro?

    A questo proposito, pochi giorni fa, il 13 settembre 2016, abbiamo ricevuto prima una telefonata, poi una e-mail da parte di un avvocato di Milano per conto di un suo cliente che già all’epoca dei fatti risiedeva a Roma. Ci viene richiesto di rimuovere dal sito della Rete L’Abuso un articolo sulla morte di Luisa in cui viene citato il suo cliente (un funzionario del governo) e altre persone coinvolte nella vicenda.

    Un’altra coincidenza, o la conferma che Luisa andò davvero a Roma per parlare con qualcuno?

    Perché solo adesso, a un anno e mezzo di distanza dalla pubblicazione di quell’articolo e alla vigilia dell’inizio del processo Bonello quell’articolo, e solo quello, diventa così ingombrante?

    Ci facciamo delle domande anche su quei due viaggi a Torino nelle due ultime settimane di vita di Luisa, che disse di aver incontrato un noto psicologo cattolico, il quale l’avrebbe contattata per scrivere un libro. Un  escamotage spesso utilizzato quando si vuole carpire quello che una persona sa, senza destare troppi sospetti.

    Poi, nella notte tra il 18 e il 19 settembre 2014 Luisa, dopo essere stata al telefono con il cugino, l’ex marito e l’amica Ketty, i quali riferiscono che era serena, e in procinto di sistemare le ultime cose prima di partire per la Romania, avrebbe messo giù il telefono e si sarebbe sparata.

    Altra stranezza, prima del gesto estremo un ultimo SMS all’ex marito, che lei da sempre chiamava “topi”. Ma in quell’ultimo messaggio, stranamente lo chiamava Mauro.

    Poi quel colpo di pistola, che nessuno nel palazzo ha sentito sebbene fosse notte fonda, esploso mentre Luisa era seduta sul letto.

    Secondo le leggi della fisica, la pistola sarebbe dovuta cadere in mezzo alle sue gambe prima che il corpo senza vita si adagiasse sul letto, con  la testa appoggiata con precisione e compostezza sul cuscino. Secondo alcuni esperti interpellati è molto improbabile che un’arma così potente possa esserle rimasta in mano, quindi è strano che sia stata ritrovata appoggiata sul suo petto.

    E ancora, perché una donna avrebbe dovuto suicidarsi in un modo così violento, devastando il proprio volto con un colpo di pistola, quando avrebbe potuto farlo con una flebo di sedativi e cloruro di potassio?

    Era un medico, le conoscenze certo non le mancavano.

    Di questo strano suicidio si occupò anche la trasmissione Chi l’ha visto, ma poi anche loro abbandonarono il caso.

    Dopo il dissequestro dell’appartamento di Luisa abbiamo avuto modo di vedere la sua camera da letto, dove tutto è rimasto come quella notte. A nostro avviso ci sarebbero delle anomalie; ma non essendo esperti di balistica aspettiamo il responso dei periti, sperando che il caso Bonello non resti uno di quei tanti casi savonesi sui quali mai nessuno è riuscito a fare piena luce.

    Nel breve video che pubblichiamo di seguito la deflagrazione e il rinculo di una CZ SP1 Shadow 9×21 identica a quella di Luisa Bonello.

    Francesco Zanardi

  • Due anni dalla morte di Luisa Bonello: tutte le ombre di un suicidio mai accettato

    Due anni dalla morte di Luisa Bonello: tutte le ombre di un suicidio mai accettato

    Dalla posizione del corpo e del sangue a tanti altri piccoli particolari, molti ancora i punti oscuri secondo gli amici della donna che, due anni dopo, non si sono ancora arresi.

    Savona. Il corpo riverso sul letto, la pistola ancora in mano, il testamento sul comodino. Così era stata trovata all’alba del 19 settembre 2014 Luisa Bonello, il medico che si è tolto la vita nella propria abitazione nel quartiere Valloria dopo un lungo periodo  di depressione. O almeno, questo recita la versione “ufficiale” perché, dopo due anni, sono in molti tra gli amici della donna a nutrire ancora grossi dubbi su quella ricostruzione.

    Secondo chi la conosceva su quel “suicidio” aleggiano molte ombre, legate sia alla scena “del crimine” che alle attività della donna (la Bonello, infatti, al fianco di Francesco Zanardi di Rete L’Abuso, da tempo portava avanti una battaglia contro la pedofilia e la corruzione nella Chiesa). E a due anni di distanza da quella tragica mattina, molte delle domande a suo tempo poste dagli scettici restano senza risposta. Eccole.

    1) LA POSIZIONE DEL SANGUE.Secondo la ricostruzione balistica Luisa Bonello si è uccisa con un colpo di pistola sparato in bocca, quindi dal basso verso l’alto. Il proiettile è uscito dalla parte sinistra del cranio, “bucando” una tenda-zanzariera a baldacchino che era appesa sopra il letto, a poche decine di centimetri da dove si suppone fosse la sua testa, e finendo per impattare contro il soffitto.

    Il corpo di Luisa Bonello è stato ritrovato sdraiato sulla parte sinistra del letto matrimoniale. Alla sua destra, a terra, c’era una consistente pozza di sangue e materiale cerebrale, che si trovava quindi dalla parte opposta rispetto al foro d’uscita del proiettile. Una “incongruenza” per la quale esisterebbe una spiegazione: i liquidi organici sarebbero usciti (guardando il corpo) dal lato destro del cranio, quindi sarebbero “scivolati” sotto la nuca della donna fino a cadere sul pavimento dal bordo del letto a sinistra del corpo. Una tesi compatibile con l’inclinazione del materasso (appesantito dal corpo della Bonello), ma che lascia perplessi di fronte allaquantità di materia cerebrale, e addirittura ad un ciuffo di capelli, presenti a terra. Resti organici che sarebbero dovuto passare sotto la nuca della donna per poter cadere sul pavimento della camera.

    Al contrario, sulla tenda bucata dal proiettile e sul soffitto non è stato trovato praticamente nulla: sulla zanzariera c’erano solo due piccole gocce di sangue ed un frammento d’osso. Considerando che sono gli effetti di una sorta di “esplosione” del cranio, con tutta probabilità, si sarebbero dovuti trovare disseminati resti un po’ ovunque, come si vede nel video seguente che mostra l’impatto di un proiettile contro vari oggetti.

    2) LA POSIZIONE DEL CORPO. Luisa Bonello è stata ritrovata perfettamente sdraiata, con la testa sul cuscino. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, quindi, la donna si sarebbe sparata mentre era seduta nel punto “giusto” per ricadere poi con la testa sul cuscino. Una posizione probabilmente cercata dalla donna con l’intento di essere ritrovata poi il più possibile “composta”. A renderla improbabile però, secondo chi la conosceva, è il fatto che quella posizione (seduta con le gambe tese sul letto, e senza nulla dietro la schiena) sarebbe stata scomoda da mantenereper una persona con il peso di Luisa e con i suoi problemi alle gambe: ben più pratico per lei sarebbe stato sedersi sul ciglio del letto (quindi con i piedi a terra) oppure, in alternativa, con la schiena appoggiata al muro dietro al letto o almeno ad un cuscino.

    3) LA POSIZIONE DEL BRACCIO. Parlando del modo in cui è stato ritrovato del corpo, merita un cenno a parte la posizione del braccio destro, quello con cui Luisa si è sparata: era appoggiato sul petto, con la canna della pistola verso la bocca, quasi a “suggerire” il colpo appena inferto. Una posizione che ha da subito generato dubbi: Bonello si è uccisa con una CZ75 SP01 Shadow, calibro 9×21, ed il rinculo dell’arma avrebbe dovuto “proiettare” la mano lontana dal corpo tanto più che la distruzione dell’emisfero sinistro del cervello, da parte del proiettile, ha leso i centri nervosi legati al movimento volontario. Secondo logica, dunque, il colpo avrebbe dovuto far allargare il braccio alla donna, anziché rinchiuderlo, ed anzi avrebbe potuto persino far cadere l’arma a terra, non trattenuta dalle dita della donna.

    Anche in questo caso esiste una possibile spiegazione a conferma della tesi del suicidio. Il colpo avrebbe effettivamente fatto aprire il braccio, ma l’arma non sarebbe caduta dalla mano della Bonello; a seguito dello sparo, poi, il busto della donna è caduto sul letto, e a quel punto il braccio si sarebbe trovato in aria, puntato verso il soffitto. Sarebbe quindi stata la forza di gravità, una volta esaurito il rinculo, a far ricadere il braccio contro il petto, nella posa “alla James Bond” che continua a non convincere gli scettici.

    4) LA MODALITA’ SCELTA. Un semplice dato statistico, che però cozza con il punto 2, ossia l’attenzione riposta da Luisa Bonello nello sdraiarsi sul letto in modo tale da essere ritrovata in posizione composta. La “vanità” anche nella morte è un dato abbastanza tipico nei suicidi femminili, insieme all’impulsività: le donne spesso cedono a un gesto non premeditato, oppure scelgono inconsciamente modalità suicidiarie tali da deturparne il meno possibile l’aspetto fisico. Per questo il suicidio con armi da fuoco, ben più diffuso tra i maschi, è poco utilizzato dalle femmine: dal 1993 al 2009 (dati Istat) la percentuale si è aggirata tra l’1,6% ed il 3,9%.

    Sempre secondo l’Istat (dati 2009) la modalità più utilizzata per togliersi la vita dalle donne è la “Precipitazione” dall’alto (35,1%) seguita da “Impiccagione e Soffocamento” (33,4%) e “Avvelenamento” (12,1%). Soprattutto quest’ultima modalità sarebbe stata semplice per Bonello, che a causa della propria depressione aveva in casa robuste scorte di psicofarmaci con i quali allestire facilmente un cocktail letale. Bonello invece, nonostante fosse un medico (in grado quindi di miscelare nel modo giusto quei farmaci) ha scelto una via decisamente più violenta, ben consapevole del fatto che l’avrebbe lasciata sfigurata.

    5) NESSUNO HA SENTITO. Un dato che da subito ha destato stupore, anche tra i giornalisti presenti sulla scena del crimine quella mattina, è il fatto che nessun vicino abbia riferito di aver udito il colpo di pistola, che si presume sia stato esploso durante la notte. L’unico essere vivente ad aver avvertito qualcosa, quel giorno, potrebbe essere un cane che poco dopo l’una ha improvvisamente iniziato ad abbaiare. Un “silenzio assordante”, visto il rumore generato da una CZ75 SP01 Shadow (alcuni esempi nel video qui sopra), oltretutto tenendo conto che il fatto non è accaduto in centro città di giorno, ma in piena notte e in una via relativamente isolata. E la pistola di Bonello non era provvista di silenziatore (che peraltro in Italia è illegale: gli unici autorizzati ad usarli sono i corpi armati dello Stato).

    6) IL MESSAGGINO. “Mauro perdonami”. Due semplici parole inviate via sms da Luisa Bonello all’ex marito Mauro Acquarone all’una di notte: è stato lui, quando lo ha letto alle 7 del mattino, ad intuire la tragedia. Un particolare però non ha mai convinto chi era vicino alla donna: per quanto la relazione tra i due fosse cessata da tempo, i rapporti erano rimasti amichevoli tanto che lei continuava a chiamarlo non con il nome di battesimo, ma con l’affettuoso nomignolo “Topi”. Un vezzeggiativo che usava sempre, ma,evidentemente, non quella notte.

    7) IL TESTAMENTO. Accanto al corpo della donna, sul comodino, è stato ritrovato un testamento con le sue ultime volontà. Nessuno ha mai messo in dubbio (almeno ufficialmente) che la scrittura fosse effettivamente quella di Luisa Bonello; tuttavia non si capiscono le ragioni di quello scritto che, al di là di alcune generiche accuse lanciate ai rappresentanti della Chiesa savonese, non modifica nella sostanza quanto già deciso dal testamento redatto a suo tempo. E allora perché scriverne uno nuovo, per di più in un momento così emotivamente complesso?

    8) LE VALIGIE E IL TATUAGGIO. Luisa Bonello, la notte della sua morte, erain procinto di partire per la Romania. In casa c’erano già le valigie fatte. Prima di spararsi ha telefonato al cugino, all’ex marito e ad un’amica. E solo pochi giorni prima il medico si era fatto fare il suo primo tatuaggio. Piccoli gesti che, però, dipingono il ritratto di una donna con dei progetti e con un’idea di futuro, non di una depressa sul punto di farla finita.

    DUE ANNI DOPO, COSA RESTA? Tanti piccoli punti interrogativi: nessuno da solo è decisivo, ma tutti insieme contribuiscono a disegnare un quadro perlomeno nebuloso, almeno secondo gli amici di Luisa Bonello. Loro, due anni dopo, ancora non si arrendono, e pubblicano un nuovo video per riportare l’attenzione sul caso. “Non per non ammettere che Luisa possa essersi suicidata – spiega Francesco Zanardi, di Rete L’Abuso – ma razionalmente abbiamo grosse difficoltà a crederlo per via di una serie di situazioni, dichiarazioni e fatti che dopo la sua morte sono emersi. E a questo punto cosa pensare? Che Luisa fosse una favolosa veggente? O l’improbabile regista di una sceneggiatura scritta ad hoc?”.

    Zanardi ricorda il tentativo di incendio dell’auto di Bonello, avvenuto poco prima della morte, e i viaggi a Roma della donna intenzionata a discutere con esponenti del Vaticano e delle Forze dell’Ordine quanto accadeva, a suo dire, nella Chiesa savonese. “E pochi giorni fa, il 13 settembre – racconta – abbiamo ricevuto prima una telefonata, poi una email da parte di un avvocato di Milano per conto di un suo cliente che già all’epoca dei fatti risiedeva a Roma: ci ha chiesto di rimuovere dal sito un articolo sulla morte di Luisa in cui viene citato il suo cliente (un funzionario del governo). Un’altra coincidenza, o la conferma che Luisa andò davvero a Roma per parlare con qualcuno?”. Domande senza risposta: e chissà se l’avranno mai.

    di

    http://www.ivg.it/2016/09/due-anni-dalla-morte-luisa-bonello-tutte-le-ombre-un-suicidio-mai-accettato/

  • Processo a don Giraudo; entro novembre possibile accordo tra le parti

    Processo a don Giraudo; entro novembre possibile accordo tra le parti

    Si è svolto questa mattina presso l’aula n°4 del Tribunale di Savona il processo a carico dell’ex sacerdote Nello Giraudo già condannato nel 2012 ad 1 anno e 6 mesi (con la condizionale) per abuso di minore e oggi imputato in questo procedimento con l’accusa di minacce aggravate nei confronti di una delle sue vittime.

    L’aggravante annessa alle minacce (aggravate) è dovuta al fatto che Giraudo sarebbe oggetto di una nuova indagine della magistratura per abusi sessuali ai danni di una decina di vittime, all’epoca dei fatti ospiti della comunità per minori La Lucerna e sarebbe proprio una di queste ad essere stata minacciata dall’ex sacerdote.

    Tra le parti sembrerebbe esserci la possibilità di un accordo ed è proprio in base a questa che il Giudice Marco Canepa ha fissato la prossima udienza per il 28 novembre prossimo, data entro la quale le parti dovranno aver raggiunto un accordo.

    Giraudo, difeso dall’avvocato Marco Russo non era presente in aula, mentre invece erano presenti la parte lesa difesa dall’avvocato della Rete L’ABUSO Riccardo Dirella e il presidente della Onlus Francesco Zanardi.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Caso Giada Vitale, ecco il testo integrale dell’agghiacciante lettera a cui Papa Francesco non ha mai risposto

    Caso Giada Vitale, ecco il testo integrale dell’agghiacciante lettera a cui Papa Francesco non ha mai risposto

    Di Francesca Lagatta

    “Non avrei mai pensato di scrivere o di cercare di avere un contatto epistolare con una personalità grande come la Sua: il capo di tutti i cristiani del mondo, l’ultimo successore di Pietro sulla Terra”. Comincia così, l’accorata lettera inviata a Papa Francesco nel 2013 da Giada Vitale, la ragazza di Portocannone con cui don Marino Genova, ex parroco della cittadina molisana, ha intrattenuto una relazione per quattro anni. Gli incontri sarebbero cominciati quando la giovane non aveva ancora compiuto 14 anni, vicenda che, tre anni più tardi, all’assunzione quotidiana di psicofarmaci per mettere a tacere la voce stridula della coscienza, che, a volte, non sa riconoscere la linea sottile che divide le vittime dai carnefici (la storia raccontata qui).

    L’intera vicenda ha scatenato profonda indignazione tra gli internauti, che, dalle loro bacheche facebook, hanno fortemente condannato il comportamento del sacerdote, reo confesso, ma non troppo, che ha addirittura ottenuto l’assoluzione dal Tribunale di Larino per i rapporti intrattenuti con l’adolescente dopo il compimento del 14esimo anno di età e il “perdono” del Vaticano, che, dopo una sospensione “a divinis” durata due anni, lo ha riabilitato alle sue funzioni sacerdotali. Malgrado le buone intenzioni di ripulire la Chiesa dagli scandali, come dichiara Papa Bergoglio ad ogni occasione.

    Ed è proprio Francesco, il gesuita venuto «dall’altra parte del mondo», che delude più di tutti. Più della finta morale cristiana e di una giustizia che è giusta a modo suo. Il Pontefice, infatti, non risponderà mai a Giada, nonostante la lettera struggente e un video messaggio, prodotto e diffuso in rete dall’associazione presieduta da Francesco Zanardi, la Rete l’Abuso onlus, il più importante osservatorio italiano dei crimini commessi in ambito clericale. Ma probabilmente Papa Francesco non naviga in internet. E forse non legge nemmeno i giornali. Di sicuro, non ha mai preso provvedimenti nei confronti di don Marino Genova, che tuttora dice messa, nel pieno delle sue funzioni, come se niente fosse accaduto.

    Ecco il testo integrale della missiva:

    “Non avrei mai pensato di scrivere o di cercare di avere un contatto epistolare con una personalità grande come la Sua: il capo di tutti i cristiani del mondo, l’ultimo successore di Pietro sulla Terra.

    Mi chiamo Giada, ho festeggiato, si fa per dire, da pochi giorni il mio 18° compleanno. Poteva e doveva essere una festa come per tutti i ragazzi che raggiungono questo ambito traguardo che li consegna a una successiva tappa di vita che i grandi chiamano maggiore età. Per me è stato un grande dolore per l’assenza di mio padre che è mancato quando avevo poco più di 3 anni; un vuoto che ho sentito durante tutta la mia crescita anche se ho avuto una mamma e una nonna che mi hanno dato tutto l’amore, la premura, l’appoggio per farmi crescere senza sentire mancanze affettive e di nessun altro genere.

    Senza badare a sacrifici, la mia nonna mi ha regalato un pianoforte che per me è diventato un motivo di gioia e di orgoglio che solo un oggetto molto prezioso sa dare. Ho frequentato la scuola elementare senza incontrare difficoltà e, superata la scuola media mi sono inscritta al Liceo Artistico e contemporaneamente ho cominciato a frequentare il Conservatorio, perché si erano evidenziate in me attitudini naturali per la musica.

    Prima vivevo felice, pensavo che non mi mancasse niente… ma all’improvviso sul mio orizzonte esistenziale, mentre frequento la terza media, si staglia una figura che dominerà gli anni della mia adolescenza nelle sembianze di un prete; niente di più sicuro e importante nella vita di una tredicenne che, con le sue esperienze musicali acquisite, viene chiamata a far parte del coro parrocchiale, per diventare in poco tempo la maestra e la responsabile.

    Mi è sembrato di toccare il cielo e la mia gratitudine per il parroco è diventata una forma di rispetto che induceva me e la mia famiglia ad avere gentili premure nei suoi confronti come per un padre, un padre che il Signore mi aveva negato, forse per disegni che non riuscivo a comprendere e che mi veniva restituito, come per miracolo. 

    E di colpo il padre si trasforma, e assume le sembianze di un mostro che fagocita la mia mente, il mio cuore, la mia innocenza. Inizio ad avere problemi a scuola, non riesco a studiare; la sera mi trattiene a casa sua fino a tarda ora, la mattina non mi sveglio per andare a scuola. Lascio gli studi a causa di questa situazione che mi fa soffrire tanto; prendo psicofarmaci.

    Sono ancora innocente e vergine, e il parroco don Marino mi dice: «ti voglio mettere incinta, voglio un bambino». Divento improvvisamente una sua preda, non ho scampo, mi trovo le sue mani dappertutto che profanano i segreti del mio essere ancora una bambina.

    Ho 13 anni, ma non ho conoscenze sulla sessualità. Le mie due donne di casa non me ne avevano mai parlato. Io vivevo in un paese dove tutto è all’insegna del pudore: il sesso è ancora tabù.

    E la mia tragedia comincia: quest’uomo mi usa, mi violenta, mi soggioga con una sdolcinata strisciante modalità che non mi permette di ribellarmi; attiva in me certe forze che dovevano rimanere ancora latenti per qualche tempo, per farsi dono d’amore all’occasione e con la persona giusta, nei tempi e nelle modalità giuste.

    Subisco per anni; la mia vita diventa un film pornografico nelle mani di quest’uomo che ha l’età di mio padre, se fosse vissuto. Sprofondo nell’abisso, cominciano le mie nevrastenie, i miei scontenti, mi sento impura, mi vergogno, lo odio, ma in certi momenti mi sembra di amarlo. Ed è questa la violenza più grande che mi è stata fatta; il rapporto mi coinvolge sempre più in una forma anche di dipendenza che non mi permette di capire il baratro in cui sto precipitando. Esige rapporti sempre più sofisticati e umilianti per me, ma non so ribellarmi. 

    Sì, potevo urlare la mia vergogna, e forse me ne sarei liberata, ma non lo feci, e subii “il suo sporco” prima e dopo la messa, prima di amministrare i sacramenti più importanti: matrimonio, adorazione, messa di guarigione, riti pasquali, natalizi, battesimi e non escludo i funerali, quando si limitava a cose più leggere.

    Con i suoi modi subdoli, che volevano essere accattivanti, mi ha abituata alla menzogna con la persona più cara che ho, con la mia mamma, e con tutte le persone con cui mi rapportavo, coristi, amici, lasciandomi sempre più nella condizione di sentirmi una diversa, sporca, una persona che dopo nottate vissute in abusi sessuali, la mattina doveva mettersi una specie di maschera per sentirsi pressoché normale.

    Ma la maschera si è fatta sempre più pesante, come fosse diventata di ferro, nello scorrere penoso dei giorni e degli anni.

    E decido di strapparmela, rivelando la mia tragedia ad un’amica che mi ha consigliato di andare dal Vescovo, il quale ci ha ricevuti immediatamente e mi ha fatto parlare. Ho parlato senza veli, rivelando i particolari più scabrosi in un atteggiamento catartico che un po’ mi ha fatto bene, anche nel vedere  che il Vescovo si interessava alla mia storia. Ho denunciato questo alla Chiesa, e lui ha immediatamente provveduto una settimana dopo a rimuovere il “reverendissimo” don Marino Genova dalle sue funzioni di parroco.

    Subito ha dovuto fare le valige e il paese dove io abito: Portocannone (CB), è stato attraversato come da un terremoto. Ognuno diceva la sua, i giornali parlavano ma nessuno sapeva perché l’illustre prete era sparito. E la Curia Vescovile immediatamente si è trincerata nel silenzio e ha fatto quadrato intorno al mostro.

    Per ripagarmi del male ricevuto, il Vescovo ha promesso di seguirmi come un “padre” per aiutarmi a crescere e a cancellare le violenze subite, riservandosi anche di farmi seguire da un equipe di tecnici: psichiatri e psicologi. Ho preso contatto con alcuni di loro e ho dovuto ripetere fino allo sfinimento le violenze, le modalità, i particolari più scabrosi, momenti di grave imbarazzo che sono valsi a rovinare completamente più che aiutarmi, la mia personalità già in uno stato di estrema fragilità, anche per l’uso di psicofarmaci a cui sono stata sottoposta.

    Ma, appena compiuti i 18 anni, dopo pochi giorni, il Vescovo ha ritrattato tutte le sue promesse di aiuti spirituali e materiali, lasciandomi sola, abbandonata, e senza più nessun appoggio.

    Dimenticavo di dire che all’inizio della mia rivelazione, il Vescovo Gianfranco De Luca, per tamponare lo scandalo, ha promesso a mia madre un lavoro come donna di pulizia per un onere di 400 euro facendolo apparire come gesto di solidarietà dato che mi madre ha solo il reddito della pensione di mio padre che ammonta a 400 euro. 

    Ora il Vescovo, in concomitanza con il mio 18° compleanno, ha dichiarato che non può più prendersi cura di me perché troppo costoso e che con i soldi che guadagna mia madre posso fare tutte le cure che voglio.

    Santità, mi dica Lei come posso affrontare un futuro nelle condizioni in cui sono, chi mi darà una mano, chi mi ripagherà della mia adolescenza tradita e stravolta; chi potrà sopperire a tutto quello che ho perso, alla mia voglia di cedere e di lasciarmi morire o di lasciarmi travolgere dagli eventi, senza più lottare.

    So che la persona che mi ha fatto tanto male è ospite di un Istituto gestito dal Vaticano. È al sicuro, libero di muoversi, in un certo senso protetto.

    Le chiedo: ma ora a me chi ci pensa? Chi mi darà una mano per risalire dal baratro in cui sono caduta?

    Spero di avere un riscontro a questa mia, confidando nella Sua clemenza, nella Sua comprensione, nella Sua capacità di saper accogliere e trovare un’apertura per aiutare chi soffre. E che il colpevole della mia tragedia, con tutti quelli che hanno concorso a nascondere per ingannare l’opinione pubblica, vengano puniti, perché ciò che è accaduto a me non accada a nessun’altra.

    Con deferenza GIADA VITALE   Ps. LA LOCALITÀ DOVE RISIEDE IL DON MARINO GENOVA È… [omissis]”.   

    Francesca Lagatta

    ufficiostampa@retelabuso.org

  • Il prete va con la ragazzina, il giudice lo assolve: “Era amore”

    Il prete va con la ragazzina, il giudice lo assolve: “Era amore”

    Don Marino, 55 anni all’epoca dei fatti, è il parroco di un paese in provincia di Campobasso. Per molto tempo ha intrattenuto una relazione sessuale con una ragazzina di 14 anni che era rimasta orfana. Secondo quanto denunciato, i rapporti tra i due sarebbero iniziati però quando la giovane di anni ne aveva 13. La vicenda, denunciata dai portali locali, è divenuta di rilievo nazionale grazie anche al portale Rete L’Abuso, gestito dall’associazione che raccoglie le vittime dei preti pedofili. La ragazzina cresce e la relazione si consolida, finché a 17 anni non cambia tutto e la giovane decide di ribellarsi: è ottobre di quattro anni fa.

    Secondo la giovane, le violenze del parroco le avrebbero provocato disturbi psichici e fisici, oltre a causarle la caduta nel tunnel dell’anoressia. Denuncia tutto al vescovo, Monsignor Gianfranco De Luca, ancora oggi a capo della diocesi, che chiede spiegazioni a don Marino. Questi conferma la versione della ragazza e viene allontanato per questo dalla parrocchia. La ragazza a quel punto denuncia tutto alla Procura, ma non lo fa subito, fa passare qualche mese, spaventata forse dalle voci che potrebbero correre in paese.

    Nell’autunno 2013, la Dottrina per la Congregazione della Fede infligge due anni di sospensione “a divinis” a don Marino, che si rifugia in una struttura specializzata per questo tipo di patologie sessuali. Per 24 mesi dunque è interdetto dalle sue funzioni sacerdotali. La parola “fine” a questa squallida vicenda la mette però il giudice Daniele Colucci, in servizio al tribunale di Larino, secondo cui tra don Marino e la ragazzina era amore.

    Sconcerto per la sentenza

    La legge italiana prevede che una ragazza 14enne possa fare sesso con un uomo adulto ma solo se è consenziente e non subisce delle pressioni tali da essere considerata incapace di intendere e di volere. Per il giudice, quelle pressioni non esistevano e quindi don Marino è stato assolto da ogni accusa perché – in sostanza – il parroco, non essendo uno psicologo, non poteva accorgersi del disagio mentale della ragazzina.

    Sconcertato dalla sentenza Francesco Zanardi, presidente dell’associazione nazionale Rete l’Abuso onlus: “Tale verdetto mortifica tutte le vittime di abusi e violenze sessuali. È una sentenza che legittima chiunque a sfogare le proprie pulsioni sessuali, qualora l’abusato non può o non ha il coraggio di ribellarsi. Questa sentenza crea un precedente aberrante, ma noi non permetteremo che l’intera vicenda passi inosservata, e di certo non lasceremo mettere la parole ‘fine’”.

    http://www.direttanews.it/2016/09/10/prete-va-la-ragazzina-giudice-lo-assolve-amore/

  • Sentenza shock al Tribunale di Larino, per il giudice i rapporti tra don Marino Genova e la 14enne Giada Vitale erano consenzienti

    Sentenza shock al Tribunale di Larino, per il giudice i rapporti tra don Marino Genova e la 14enne Giada Vitale erano consenzienti

    È l’aprile del 2009. Giada Vitale, ha 13 anni  appena, ha perso da poco l’adorata nonna e il suo papà, è fragile, è confusa, e, soprattutto, è ancora una bambina. Per soffocare quel dolore, prende parte alle prove del coro parrocchiale, per sentirsi meno sola e perché lì dentro si sente al sicuro, confortata dallo sguardo misericordioso di quel Cristo sulla croce in fondo alla chiesa. Si fida la piccola Giada, si fida di chiunque e cerca amore negli occhi di quelle persone che, occhi al cielo e mani alzate, invocano Dio da mattina a sera.

    Si fida ciecamente anche di don Marino Genova, anche quando, con la scusa dell’amore e della misericordia, comincia ad accarezzarle prima il viso, poi il corpo, congedandosi con una benedizione e tanto di segno della croce in fronte. Ha 55 anni don Marino, dice messa nella chiesetta di Portocannone, cittadina molisana di 2600 anime, e per Giada è un punto di riferimento spirituale, uno che potrebbe essere considerato un padre, soprattutto da quando la vita le ha portato via il suo senza pietà, all’improvviso.

    Così, Giada intrattiene rapporti intimi con quell’uomo per quattro anni, durante i quali lei ne diventa completamente succube. Se lui le chiede di andare a casa, lei va. Se lui si spoglia, lei già sa cosa fare. Agisce in automatico, non riesce a reagire, a denunciare, ad opporsi alla sua volontà. Come se il suo cervello avesse smesso di ragionare. Così come raccontano tutte le vittime di abusi sessuali.

    Ma fortunatamente, il corpo della ragazzina, a lungo andare, si ribella al posto suo. Lo stomaco e la testa fanno i capricci, non riesce a concentrarsi, tanto che, a un certo punto, deve lasciare la scuola. È arrabbiata, delusa e fortemente provata. E quando qualcuno se ne accorge, ha già 17 anni. Ma per Giada è l’inizio di una nuova vita. È come se improvvisamente avesse preso coscienza di ciò che le era accaduto. La donna con cui si confida, la convince a recarsi dal Vescovo e raccontargli tutto. È ottobre del 2012.

    Quando Monsignor Gianfranco De Luca, ancora oggi a capo della diocesi, sente la versione della giovane, chiede spiegazioni a don Marino. Il prete, come un bimbo scoperto a rubare caramelle, conferma tutto. Ed ecco che arriva la punizione “esemplare”: viene allontanato dalla parrocchia. Da Portocannone va a dire messa in quel di Termoli, un mese dopo, senza che nessuno lo avesse nemmeno affidato a una qualche chiesa.

    A quel punto, Giada non ha che da presentare formale denuncia in Procura. Ma ha timore per quello che potrebbe succedere, delle chiacchiere della gente, delle ritorsioni, e, prima di trovare il coraggio, passano sei mesi. Le accuse sono gravissime, gli episodi descritti nella querela mostrano un quadro raccapricciante. La ragazzina racconta di molestie, palpeggiamenti e carezze, che molto spesso sfociavano in rapporti sessuali. Ma le leggi vaticane, per tutto questo schifo, prevedono una pena, che pena, a conti fatti, non è. Nell’autunno 2013, la Dottrina per la Congregazione della Fede infligge due anni di sospensione “a divinis” e un po’ di riposo  in una di quelle strutture in cui dicono di curare i preti affetti da patologie legate alla sfera sessuale. Per 24 mesi è interdetto dalle sue funzioni sacerdotali.

    Ma il peggio di questa triste storia arriva con la sentenza del giudice Daniele Colucci, in servizio al tribunale di Larino, il quale scrive, nero su bianco, che, quella tra Giada Vitale e don Marino Genova, è da considerarsi una vera e propria relazione amorosa. Con il consenso di entrambi, anche se Giada era poco più che una bambina, aveva perso da poco i suoi affetti più importanti ed era plagiata al punto di non avere la forza di reagire. Anche se il PM ha parlato di consenso ancora prima di concederle il colloquio.

    Così, Colucci, assolve don Marino da tutti i suoi peccati, anche perché, si sottolinea nella sentenza, seppure l’adolescente fosse psicologicamente fragile e incapace di reagire, il parroco, non essendo uno psicologo, non poteva accorgersi del disagio mentale. Non era tenuto a somministrargli alcun farmaco. È scritto proprio così.

    Lo rinvia, però, a giudizio, per i reati perpetrati tra l’aprile e il giugno del 2009, periodo durante il quale Giada intratteneva la “relazione amorosa” con il prete ma non aveva ancora compiuto 14 anni. Ma, tenuto conto che, come si difende l’indagato, si è trattato solo di baci innocenti e qualche palpatina, contrariamente a quanto sostenuto dall’accusa, il giudice ipotizza unicamente il reato di atti sessuali con minore, facendo leva, ancora una volta e implicitamente, sul consenso della vittima. Non si tratta, quindi, né di pedofilia né abusi sessuali. Così è deciso.

    A Giada Vitale, oggi 20enne e discreta musicista, le ferite dell’anima tornano a sanguinare come quando quell’uomo, adulto e perverso, diceva di volerle bene come Gesù Cristo e invece le stava portando via, per sempre, una parte di sé. E con la voce rotta di rabbia e disperazione, dopo mesi di silenzio nel quale si era rintanata, oggi torna a chiedere giustizia allo Stato italiano e di rivedere un processo per molti aspetti ambiguo: «Vi prego,  fate riaprire il mio caso.».

    Fortunatamente, la ventenne non è sola. Già da tempo, il suo caso è stato preso in carico dall’associazione nazionale Rete l’Abuso onlus, che, dal 2009, opera come osservatorio permanente sui crimini sessuali commessi in Italia dalle confessioni religiose, garantendo protezione e aiuto alle vittime dei preti pedofili. Il presidente Francesco Zanardi, che segue la vicenda personalmente, ha espresso tutto il suo disappunto per una sentenza ingiusta e di cattivo esempio. «Al di là del caso Vitale, che parla da sé – specifica Zanardi -, tale verdetto mortifica tutte le vittime di abusi e violenze sessuali. È una sentenza che legittima chiunque a sfogare le proprie pulsioni sessuali, qualora l’abusato non può o non ha il coraggio di ribellarsi.». Poi conclude: «Questa sentenza crea un precedente aberrante, ma noi non permetteremo che l’intera vicenda passi inosservata, e di certo non lasceremo mettere la parole “fine”».

    Francesca Lagatta

    ufficiostampa@retelabuso.org

  • Rimosso vescovo di Albenga. “Ma gli abusi ci sono ancora”

    Rimosso vescovo di Albenga. “Ma gli abusi ci sono ancora”

    di Alessandro Principe

    Il vescovo della diocesi di Imperia e Albenga Mario Oliveri è stato rimosso dal suo incarico dal papa. Formalmente, Bergoglio ha accettato oggi, con una bolla papale, le dimissioni presentate dallo stesso Oliveri. Ma si tratta di una procedura che, nella sostanza, prende atto e ratifica le accuse rivolte al monsignore. In particolare, quella di aver coperto, accogliendoli nella propria diocesi, preti accusati e, in alcuni casi, condannati, per pedofilia. La scelta di papa Francesco era arrivata dopo le segnalazioni di numerosi episodi controversi e scandali, tutti raccolti in un dossier che il nunzio apostolico Adriano Bernardini consegnò a papa Francesco dopo una visita alla diocesi di Imperia e Albenga, guidata da Oliveri dal 1990.

    “Una buona notizia, ma la Chiesa copre ancora troppi casi, lasciando al loro posto preti pedofili. E Bergoglio non sta davvero cambiando le cose”: questa l’accusa lanciata da Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete l’Abuso, che denuncia casi di pedofilia nella Chiesa e assiste le vittime. Lo stesso Zanardi, da bambino, venne abusato da un sacerdote, proprio in quella diocesi.

    “La diocesi di Albenga – racconta Zanardi – in questi anni è diventata un rifugio pecatorum di diversi preti già condannati per pedofilia in altri paesi e poi trasferiti e lì accolti. Ma non solo casi di pedofilia. Addirittura con il caso di don Paolo Piccoli, qualche giorno fa rinviato a giudizio per omicidio. E’ stata la diocesi degli scandali per tanti anni”.

    Il vescovo Oliveri che ruolo ha avuto in tutto questo?

    “Sicuramente sapeva da dove venivano queste persone. L’ultimo caso di pedofilia che abbiamo denunciato è quello di don Francesco Zappella, condannato nel 1992 a Pinerolo per abuso di minori e poi accolto nella diocesi di Albenga. C’è poi il caso di don Renato Giaccardi, condannato per isitigazione alla prostituzione minorile a Cuneo, e poi accolto ad Albenga. Insomma, una serie di personaggi indagati in varie zone d’Italia che poi ci siamo ritrovati in questa diocesi”.

    Ma il ricollocamento di preti accusati o condannati per pedofilia in diocesi diverse da quelle di provenienza è una pratica diffusa?

    “Purtroppo sì, i casi sono molti, e per questo noi diciamo di non denunciare all’autorità ecclesiastica ma alla magistratura. C’è un caso, quello di don Francesco Rutigliano, condannato dall’autorità ecclesiastica per abuso di minori nella Locride, mai denunciato all’autorità giudiziaria e trasferito a Civitavecchia. Lo abbiamo scoperto l’anno scorso”.

    Perché succede questo?

    “Innanzitutto perché se le condanne restano solo a livello canonico – e non giudiziario – vengono spesso taciute. C’è anche una grossa lacuna che non riguarda solo la Chiesa ma la pedofilia in generale: in Italia non abbiamo un database nazionale dei condannati per pedofilia, come avviene in molti Paesi. Noi come Rete l’Abuso abbiamo fatto una mappa che trovate sul nostro sito intitolata ‘Diocesi non sicure’: abbiamo raccolto i casi che conosciamo riferiti agli ultimi 15 anni in Italia. E siamo arrivati a 230 casi di sarcerdoti tra i condannati e gli indagati per pedofilia: molti di questi li ritroviamo in altre parrocchie”.

    Anche a contatto con i bambini?

    “Assolutamente sì. Nel caso che citavo prima, quello di don Renato Giacardi, condannato a Cuneo e spostato a Loano, sono insorti anche i parrocchiani. Ma questo non è bastato a rimuoverlo dalla parrocchia, dove si presume, ci siano anche attività con minori”.

    Questo suo impegno nasce da un’esperienza personale: lei da bambino è stato vittima di un prete pedofilo.

    “Sì, io sono stato abusato da un sacerdote a Spotorno, dagli 11 ai 16 anni. Che poi siamo riusciti a far condannare nel 2012. Abbiamo dovuto cercare un modo per abbattere i tempi di prescrizione. E siamo partiti da fatto che la pedofilia non passa, continua nel tempo. E così ci siamo messi a cercare altre vittime, vittime di reati non ancora caduti in prescrizione. Le abbiamo trovate e abbiamo denunciato. In questo modo siamo riusciti, non solo nel caso del mio abusatore, a innestare dei procedimenti penali per dare giustizia alle vittime”.

    Il prete che abusò di lei aveva dei precedenti?

    “Certo. Nel 1980, lo stesso anno in cui prese i voti, abusò di un ragazzino. Venne spostato a Spotorno, dove vivevo anch’io, è lì continuò ad abusare di ragazzi, tanti miei coetanei, me compreso. Malgrado nel paese si chiacchierasse molto di quello che faceva il sacerdote, il vescovo ebbe la brillante idea di fargli aprire una comunità per minori in difficoltà. Una pratica che abbiamo riscontrato in altri casi: i preti pedofili spesso vengono messi a contatto con minori che si presume siano più deboli, più in difficoltà, e quindi molto meno propensi a denunciare”.

    Quando ha denunciato per la prima volta pubblicamente quello che le era successo?

    “Molto tardi, nel 2009. E’ una questione di consapevolezza. Perché si denuncia dopo tanti anni? A un certo punto della tua vita ti rendi conto che le problematiche che hai da adulto sono causate da quello che ti è successo da piccolo”.

    La Chiesa di papa Bergoglio sta facendo di più per combattere la pedofilia?

    “Purtroppo sono costretto a dire di no. Nonostante tutti gli appelli, i provvedimenti presi sono sempre a tutela della Chiesa stessa. Noi abbiamo più di 500 vittime in associazione: non vediamo nessun aiuto alle vittime, nessun risarcimento, nessun atto concreto. Ci sono solo delle promesse: ‘Non succederà più’. Ma queste promesse le sentiamo dai tempi di papa Wojtyla. Gli spostamenti dei preti pedofili da una parrocchia all’altra continuano ad esserci. Restando sempre ad Albenga, c’è un altro caso clamoroso, quello di don Luciano Massaferro. Anche lui ha scontato il carcere, condannato a 7 anni e 8 mesi per molestie sessuali su una bambina, è tornato a casa, fa ancora il sacerdote. Insomma, i buoni propositi andrebbero applicati, ma ancora non è così”.

    http://www.radiopopolare.it/2016/09/preti-pedofili-rimosso-vescovo-di-albenga-ma-gli-abusi-ci-sono-ancora/

  • Rete l’Abuso: “Don Pinetto “ammonito” dalla Congregazione per la Dottrina della Fede”

    Rete l’Abuso: “Don Pinetto “ammonito” dalla Congregazione per la Dottrina della Fede”

    Sul sacerdote era stata aperta un’indagine canonica che si è chiusa per intervenuti termini di prescrizione il 29 maggio del 2015.

    Savona. La Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ordinario diocesano (ovvero il vescovo) ha provveduto come previsto dal Codice Canonico, ad ammonire il sacerdote Pietro Pinetto. E’ quanto emerge da un documento reso pubblico dalla Rete L’Abuso che da anni si batte contro i casi di pedofilia nella Chiesa.

    “Nel 2011 (quando la Rete L’ABUSO sollevò le prime accuse a carico del sacerdote Pietro Pinetto) ad oggi, la curia savonese ha sempre negato il coinvolgimento di don Pietro Pinetto in episodi di molestie a danno di seminaristi – scrive Francesco Zanardi – . L’ultimo pronunciamento in tale senso è stato quello di don Daniele Grillo, parroco di Villapiana il quale nell’ottobre del 2015, durante un incontro con i parrocchiani insorti per la presenza di don Pinetto, ribadì nuovamente che le accuse al sacerdote risultavano infondate. Non della stessa opinione il giudice del tribunale di Savona Fiorenza Giorgi la quale archivia per prescrizione il caso Pinetto, nelle motivazioni però richiama alle sue pesanti responsabilità non solo il sacerdote, ma anche la diocesi accusandola di aver “coperto” le molestie per salvaguardare la propria immagine”.

    Malgrado ciò la curia savonese ha continuato ufficialmente a sostenere l’estraneità di don Pinetto ai fatti di cui era accusato.

    Ora La Rete l’Abuso ha pubblicato un documento datato 1 luglio 2016 estratto da un fascicolo recentemente archiviato emerge un’attestazione indirizzata all’Autorità Giudiziaria e firmata dal vescovo di Savona Vittorio Lupi. “Emergerebbe non solo che nei confronti di don Pietro Pinetto è stata da tempo aperta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede un’indagine canonica, ma anche che questa si è chiusa per intervenuti termini di prescrizione il 29 maggio del 2015, parecchi mesi prima delle stridenti dichiarazioni di don Daniele Grillo – sottolinea Zanardi – Nello stesso documento il vescovo Lupi, pur non scendendo nei particolari di quell’indagine canonica, è suo malgrado costretto ad ammettere non solo che l’indagine c’è stata, ma che in base al decreto emesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, ha dovuto ammonire il sacerdote Pietro Pinetto”.

    http://www.ivg.it/2016/08/rete-labuso-don-pinetto-ammonito-dalla-congregazione-la-dottrina-della-fede/