Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Francesco Zanardi

  • INVITO – Conferenza stampa 6 maggio ore 11 presso Stampa estera in Italia

    INVITO – Conferenza stampa 6 maggio ore 11 presso Stampa estera in Italia

    Martedì 6 maggio ore 11 presso la Sala Stampa dell’Associazione della Stampa estera

    1. Analizzeremo i vuoti legislativi che hanno impedito l’applicazione in Italia delle direttive e delle norme promulgate da Papa Francesco.
    2. Presentazione del database iCODIS, i dati nazionali, regionali e provinciali sugli abusatori, gli abusati. L’annuario dal 2000 a oggi, numeri davvero elevati soprattutto in assenza di una commissione di inchiesta governativa. Oggi la cosiddetta punta dell’iceberg conta in Italia più di 1000 preti offender, 4500 sopravvissuti con una incidenza percentuale del 3,32% ma ciò che di più preoccupa sono i casi mai arrivati alla Giustizia italiana.
    3. Proiezione di un breve video (6 min.) con le dichiarazioni di alcuni familiari delle vittime del Coordinamento Famiglie della Rete L’ABUSO.
    4. L’eredità di Papa Francesco, cosa aspetta al nuovo pontefice?
    5. Livello dell’informazione in Italia

    Introduce

    • Francesco Zanardi – Presidente della Rete L’ABUSO

    Interverranno

    • L’avvocato Mario Caligiuri – Osservatorio Permanente Rete L’ABUSO
    • L’avvocato Eleanna Parasiliti – Difensore Antonio Messina (caso don Rugolo mons. Gisana)
    • Antonio Messina – Vittima don Giuseppe Rugolo
    • Pierelisa Rizzo – ANSA
    • Monica Sansoni – Garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza Regione Lazio
    • Federico Tulli – Giornalista

    L’evento è fissato per martedì 6 maggio ore 11 presso la Sala Stampa dell’Associazione della Stampa estera Palazzo Grazioli, Via del Plebiscito, 102, 00186 Roma RM

    Info e accrediti

    accrediti@retelabuso.org

    Cell. 3927030000

    In streaming su ASSOCIAZIONE DELLA STAMPA ESTERA

     

  • Pedofilia a Brescia: nuovo fascicolo ma vecchio caso

    Pedofilia a Brescia: nuovo fascicolo ma vecchio caso

    42231 BRESCIA-ADISTA. Don Ciro Panigara, parroco a San Paolo, nella diocesi di Brescia, è stato arrestato per presunta violenza sessuale aggravata ai danni di minori. 48 anni, ordinato nel 2004 dopo aver fatto l’elettricista, è stato viceparroco in diversi Comuni del bresciano: Isorella (2004-2008), Adro (2008-2013) e Torbiato (2009-2013). Per tre anni cappellano all’Ospedale Poliambulanza di Brescia, dal 2016 al 2020 è stato curato a Leno, Milzanello e Porzano, poi amministratore parrocchiale della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo a Visano sino al 2024 quando, a ottobre, è arrivato a San Paolo.

    Ma è durato poco: il 5 gennaio di quest’anno il vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada ha comunicato che due giorni prima aveva «accolto le dimissioni del vostro parroco don Ciro Panigara. Nel percorso di discernimento personale e pastorale con il Vescovo e con le persone che l’hanno accompagnato in questi primi mesi di ministero tra voi, sono purtroppo emerse situazioni e elementi di criticità, che consigliano di interrompere immediatamente la sua esperienza nelle vostre comunità parrocchiali». Gli elementi di criticità sono l’abuso sessuale subìto da un minore che lo ha immediatamente confidato a un’educatrice: durante una tre giorni di «convivenza in oratorio», lui, che non aveva un materassino ma solo un sacco a pelo, è stato invitato da don Ciro a dormire sul suo letto. Durante la notte, si legge sul Corriere della Sera di Brescia, il ragazzino ha sentito «la sua mano che ha afferrato la mia e l’ha appoggiata sulle sue parti intime». Al mattino, l’immediata confidenza all’educatrice, che ha segnalato al vescovo. «Se fossimo stati a conoscenza dei precedenti, le cose sarebbero andate diversamente», ha detto.

    Già, perché se è vero che questa volta la diocesi è intervenuta subito, sospendendo il prete (e un fascicolo è stato aperto in Procura), poco più di dieci anni fa, come la Procura ha ricostruito, ad Adro si parla di cinque vittime e numerosi episodi in cui il prete avrebbe palpeggiato ragazzini con il pretesto «di mostrarci i primi computer, farci giocare e insegnarci come funzionavano: ci faceva sedere sulle sue ginocchia». È descritto come un uomo brillante e carismatico, con una passione smodata per le sneakers (scarpe sportive) più di grido, che lo avvicinavano ai parrocchiani più giovani, che a volte invitava a pranzo o a cena.

    Una delle segnalazioni relative al periodo, tra il 2012 e il 2013 (quando poi il prete venne infatti destinato a un incarico presso l’ospedale, dunque lontano da minori), è arrivata lo scorso dicembre alla Rete l’Abuso, unica associazione in Italia che si occupa di abusi sessuali perpetrati dal clero. Secondo i dati in possesso del presidente Francesco Zanardi, a Brescia sono 15 i casi noti di preti predatori; 159 in Lombardia, per un totale di 533 vittime. Di queste, 501 di sesso maschile, 32 femminile. Si tratta solo dell’emerso, dunque della punta dell’iceberg.

    Nel 2013, dunque, don Panigara era stato allontanato da Adro e aveva seguito una terapia psicologica; secondo il Corriere, «il terapista nulla avrebbe saputo delle contestazioni precise mosse nei suoi confronti»; la sua valutazione finale parla di un orientamento eterosessuale, nessuna tendenza di natura pedofila e una personalità a tratti immatura. Insomma: pronto per tornare a occuparsi di adolescenti. Ad Adro la notizia dell’arresto non ha suscitato particolare stupore: quelle “attenzioni” erano un segreto di Pulcinella. All’epoca, grazie alle testimonianze di alcune famiglie, il prete era stato, secondo una pessima prassi comune nella Chiesa, trasferito altrove.

    https://www.adista.it/articolo/73715

  • Senato della Repubblica – Shame European stories – L’intervento di Francesco Zanardi – Presidente della Rete L’ABUSO

    Senato della Repubblica – Shame European stories – L’intervento di Francesco Zanardi – Presidente della Rete L’ABUSO

    Riformulazione del discorso che ne conserva per quanto possibile le parole dette in conferenza.

    Io voglio fare prima una riflessione che… insomma siamo arrivati a questo punto in Italia? Cioè dopo quello che abbiamo visto nel video di Simone, quello che sentiamo, quello che abbiamo visto anche , accadere all’estero, è possibile che in Italia si debba chiedere alle vittime e alle loro famiglie di sostituirsi ad altri, cioè di fare il lavoro che dovrebbe fare lo Stato?

    E come vedete la situazione è straziante e questa cosa, è quello che fanno oggi le famiglie dei Sopravvissuti e fanno bene a farlo però, come società, come stato, come Vaticano, è possibile che nessuno abbia neppure un vago senso di vergogna per quello che sta accadendo in Italia?

    L’Italia è un paese che solo nel 1997 ha riconosciuto il reato contro la persona in materia di abusi sessuali quindi molto, diciamo siamo molto giovani su questa materia

    Purtroppo però dal 1997 in avanti non è più stato fatto nulla, quei pochi, quelle poche modifiche legislative che sono state fatte in Italia, sono state introdotte da convenzioni internazionali o da altre convenzioni europee di fatto però, sono state introdotte molto male direi.

    Mancano in Italia… uno degli strumenti che è stato introdotto… perché ne abbiamo davvero pochi, l’unico strumento che potrebbe essere utile in materia di prevenzione, perché qui si parla di prevenire non di mettere poi un tampone al danno, è appunto una delle introduzioni che è arrivata in Italia grazie al la carta di Lanzarote, il certificato antipedofilia

    …e che però in Italia il legislatore ha lasciato scoperto, solo in Italia, tutta la categoria del volontariato al quale è vero che appartiene anche la chiesa e, ma il volontariato è ben più della chiesa, i sacerdoti in Italia sono 35.000 invece i volontari sono più di 4 milioni 600.000, quindi il prodotto naturalmente è molto più ampio.

    Questo certificato con questa scopertura ha diciamo In pratica favorito la pedofilia perché ora, chi non può più andare a predare in una scuola perchè ha il certificato macchiato… può andare solo in un ambiente che è quello del volontariato perché in quell’ambiente non viene chiesto il certificato antipedofilia.

    Quindi è normale che il pedofilo vada a cercare le sue prede in questi ambienti.

    Certificato antipedofilia che tuttavia non funziona in Italia, ma non solo per questo vuoto legislativo, il certificato antipedofilia è un documento che arriva dalla Procura della Repubblica, cioè le persone condannate in via definitiva sono ritenute pericolose e non possono lavorare con i bambini.

    e… però in Italia non c’è l’obbligo di denuncia!

    Anzi, c’è il rischio della denuncia perché Denunciare un abuso sessuale in Italia e, ve lo dico a ragion veduta perché mi son preso più di 70 querele in 15 anni. Per questo motivo, Denunciare un abuso sessuale Italia, ha il rischio per chi denuncia, è quello di essere contro querelati per calunnia.

    Invece, l’introduzione del dell’obbligo di denuncia, che in Italia in realtà esiste, ma è limitato solo ai pubblici ufficiali e che quindi diciamo, basterebbe estendere a tutta la popolazione, è una cosa diciamo fondamentale in questo caso.

    In Italia mancano anche i dati però, perché secondo Istat, guardando i dati del 2022, in Italia ci sarebbero stati solo 6800 casi di violenza contro i minori, un dato impossibile e parliamo di violenza non sessuale violenza fisica, violenza psicologica, cioè vari tipi di violenza.

    Abbiamo chiesto più volte i dati anche all’osservatorio Nazionale, non li hanno, non hanno nessun dato.

    E si, abbiamo più dati noi come associazione rete l’Abuso che lo Stato e, qui ci chiediamo, come fa lo stato ad affrontare un problema quando non ha neanche coscienza dell’entità del fenomeno?  E’ un qualcosa di Insomma, quasi paradossale.

    Abbiamo realizzato, riguardo ai dati, un sistema online che è sul nostro sito, si chiama Abuse Tracker ed è un sistema che anche se sta funzionando diciamo, in incredibile difetto perché abbiamo scelto di utilizzare solo i dati in questo caso, dei sacerdoti condannati, per vedere quante vittime questi avevano prodotto …Ebbene Il dato è presto fatto Aspettate che lo trovo, Ecco abbiamo 362 sacerdoti, hanno prodotto 1576 vittime in Italia, ora facciamo un piccolo ragionamento, che ho anticipato prima.

    I volontari perché qui, stiamo parlando non tanto della chiesa o dei laici.No no, qua parliamo del problema che è un problema.

    …Noi abbiamo fatto questa analisi sui dati della chiesa perché quelli abbiamo, i dati dei laici lo stato non li ha quindi non sapevamo dove prenderli, toccava fare qualcosa di davvero molto improvvisato e abbiamo preferito di no.

    Comunque dicevo i sacerdoti in Italia sono 35.000 circa, secondo la CEI e invece, i volontari che godono dello stesso vuoto legislativo grazie al quale i preti pedofili sfuggono.

    …e i volontari sono più di 4 milioni e il prodotto, se tanto mi dà tanto è enorme!!!

    Io direi che ho concluso qui ecco, per il momento.

  • COMUNICATO STAMPA – AL SENATO ITALIANO LA PRESENTAZIONE DI “SHAME – EUROPEAN STORIES”

    COMUNICATO STAMPA – AL SENATO ITALIANO LA PRESENTAZIONE DI “SHAME – EUROPEAN STORIES”

    📅 27 febbraio 2025 | Ore 16:00
    📍 Sala Nassirya, Senato della Repubblica, Roma

    Roma ospiterà un evento di rilevanza europea sulla lotta contro gli abusi sui minori: la presentazione del volume “Shame – European Stories”, realizzato da Simone Padovani, promosso dalla Svizzera Guido Fluri Foundation, con il patrocinio del Consiglio d’Europa, e parte del progetto Europeo Justice Initiative.

    L’opera raccoglie le testimonianze di vittime di abusi minorili in tutta Europa e ha dato vita a un’omonima mostra fotografica, esposta nelle principali capitali europee, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di riforme concrete.

    L’incontro, promosso dal Senatore Francesco Verducci, offrirà un’analisi approfondita sulla situazione italiana ed europea, mettendo in evidenza la necessità di una maggiore tutela per le vittime e un rafforzamento delle politiche di prevenzione.

    Interverranno:

    • Guido Fluri– Fondatore della Fluri Foundation
    • Pierre-Alain Fridez– Eurodeputato per la Svizzera, promotore della mozione del Consiglio d’Europa su prevenzione e risarcimento delle vittime di abuso
    • Francesco Verducci– Senatore della Repubblica Italiana
    • Francesco Zanardi– ECA Global, Rete L’Abuso, vittima di abuso minorile
    • Yasmin Abo Loha– Direttrice di Ecpat Italia
    • Irene Cane e Andrea Giacoletto– Vittima di abuso e fratello di Alessandro Giacoletto
    • Hans Zollner– Direttore dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana
    • Simone Padovani– ECA Global, Justice Initiative, autore di Shame

    Giornalisti e operatori dell’informazione sono invitati a partecipare per approfondire una tematica di cruciale importanza per l’Europa e raccogliere le testimonianze dirette dei protagonisti.

    Per accrediti stampa: giuseppe.ceglia@senato.it

    L’evento sarà trasmesso in diretta streaming su webtv.senato.it e sul canale YouTube del Senato Italiano.

  • Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Il caso Spotlight italiano: cosa emerge dall’inchiesta sugli abusi sessuali nella Chiesa di Bolzano

    Anna (nome di fantasia) aveva 7 anni quando fu abusata per la prima volta dal suo insegnante di religione. Il sacerdote lo faceva sia con lei che con altre compagne di classe: se le accomodava sul grembo, le toccava nelle parti intime, le costringeva a sfiorargli il membro. Anna raccontò tutto alla madre, che andò subito a denunciare il prete alla direzione della scuola. Poi però, stranamente, la signora accettò di firmare una dichiarazione scritta in cui affermava che l’episodio non era grave e che non era stato commesso con cattivi intenti.

    Questi fatti risalgono ai primi anni Settanta. Oggi, mezzo secolo dopo, si viene a sapere che su quella madre, descritta come «una donna buona e credente», erano state esercitate «pressioni della Curia vescovile volte a indurla a relativizzare le molestie e non approfondire ulteriormente la questione».

    Il sacerdote, da parte sua, continuò a fare l’insegnante per altri vent’anni. Dopo il suo pensionamento, un’altra ragazza si presentò alla Diocesi accusandolo di aver molestato lei e altre bambine ai tempi delle scuole elementari. Il prete nel frattempo era andato ad abitare in una casa dove vivevano anche famiglie con figli piccoli. L’unico provvedimento che fu preso dalla Chiesa fu trasferirlo in un’altra struttura residenziale.

    La vicenda è tra quelle ricostruite nel Rapporto di 613 pagine, pubblicato lo scorso 20 gennaio, sugli abusi sessuali commessi da sacerdoti della Diocesi di Bolzano e Bressanone negli ultimi sessant’anni. Si tratta dell’indagine indipendente più approfondita promossa finora all’interno della Chiesa cattolica italiana.

    Commissionata dalla stessa Diocesi, la ricerca è stata condotta dallo studio legale Westpfahl-Spilker-Wastl di Monaco di Baviera – che dal 2010 si occupa di abusi sessuali interni alla Chiesa – con il contributo dello studio associato Kofler Baumgartner & Partner di Brunico.

    Gli avvocati hanno setacciato gli archivi della Curia, esaminando più di mille fascicoli e interrogando una ventina di testimoni. La Diocesi è stata informata delle risultanze solo al momento della pubblicazione finale. Ebbene, tra il 1964 (anno in cui la diocesi ha assunto il suo assetto attuale) e il 2023 (anno in cui il rapporto è stato commissionato) nel territorio clericale di Bolzano e Bressanone sono stati individuati 67 casi di presunti abusi sessuali commessi da 41 sacerdoti e sono state contate 75 possibili vittime. Ma, avvertono i relatori, questa è solo la punta dell’icerberg: nel sommerso potrebbe nascondersi «un numero ampiamente maggiore, forse addirittura esorbitante» di casi.

    Vite distrutte
    «Si sapeva, ma si taceva», ammette il vescovo Ivo Muser, in carica dal 2011, in un lungo comunicato di scuse, autocritica e propositi di cambiamento. «Per preservare la propria reputazione e quella della Chiesa – si batte il petto il monsignore – si è rinunciato a compiti e responsabilità. E può accadere di nuovo, se abbassiamo lo sguardo. Chiedo perdono ai soggetti coinvolti, alle comunità parrocchiali, ai sacerdoti accusati e ai fedeli della nostra diocesi per le mie mancanze come vescovo, assumendomene ogni responsabilità».

    Il rapporto è un viaggio indietro nel tempo dentro storie oscure. A metà degli anni Novanta, Marco (nome di fantasia) aveva 12 anni e faceva il chierichetto. Era il «coccolo» del parroco, ma presto le attenzioni del prelato nei suoi confronti si trasformarono in qualcosa di indicibile: prima palpeggiamenti nelle parti intime, poi anche rapporti sessuali con penetrazione. Marco si è tenuto tutto il dolore dentro per venti interminabili anni, poi ha trovato la forza di rivolgersi al Centro di ascolto della Diocesi e ha iniziato un percorso di terapia a spese della Curia che l’ha portato a stare meglio.

    Non è andata così per Carlo (nome di fantasia), abusato da quello stesso prete quando era già maggiorenne. Anche lui ha dovuto attendere anni prima di riuscire a confidare a qualcuno cosa aveva dovuto subire: a quel punto, la sua famiglia ha preso contatti con il sacerdote-orco per chiedergli un indennizzo, ma per Carlo è stato come rivivere il trauma. Il peso della sofferenza è diventato insopportabile, fino alla decisione estrema di togliersi la vita.

    Sono tre i suicidi tra le vittime di abusi documentati nel rapporto commissionato dalla Diocesi altoatesina.

    In controtendenza rispetto a quanto è stato scoperto in altre realtà indagate (ad esempio la Germania), nel territorio di Bolzano e Bressanone la maggioranza delle violenze dei preti (68%) si è concentrata su persone di genere femminile. O meglio, bambine: delle 51 femmine abusate, 50 erano minorenni al momento del primo abuso; cinque di loro avevano tra gli 0 e i 7 anni e 26 tra gli 8 e i 14.

    Anche tra i maschi il primo abuso è avvenuto generalmente negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza: su 18 casi individuati dal team che ha svolto l’indagine, uno riguardava un bambino di età tra gli 0 e i 7 anni, cinque erano nella fascia tra gli 8 e i 14, due in quella tra i 15 e i 16 e nove erano ragazzini 17enni.

    Impuniti
    Nel rapporto realizzato su mandato della Diocesi di Bolzano e Bressanone non figurano mai le generalità dei sacerdoti accusati né quelle delle presunte vittime delle loro violenze. Si fanno solo i nomi dei vertici della Curia che nel corso degli anni hanno seguito le singole vicende. Quasi sempre con un approccio gravemente omertoso.

    Don Andrea (nome di fantasia) ha abusato di bambine tra i 7 e i 12 anni per mezzo secolo a partire dagli anni Sessanta. Ha svolto il suo sacerdozio presso dieci sedi diverse all’interno della diocesi e in sette di queste si sono levate accuse di molestie nei suoi confronti. Ma ogni volta i vertici della Chiesa locale si limitavano a intervenire trasferendolo in un’altra parrocchia. Negli anni Novanta l’allora vicario generale Josef Michaeler respinse gli addebiti rivolti al prete definendo il suo un «comportamento maldestro». Solo una decina d’anni fa il chierico è stato quantomeno costretto a ritirarsi a vita privata.

    L’impunità di cui spesso hanno goduto gli abusatori in abito talare è un altro tema centrale, in questa sconvolgente inchiesta. «Solo pochissimi casi di sospetto abuso – scrivono i relatori – sono stati effettivamente oggetto di interventi ai sensi del diritto canonico. Stando a quanto si evince dagli atti, nella stragrande maggioranza dei casi i dirigenti diocesani non hanno nemmeno fatto considerazioni teoriche su possibili sanzioni o sull’avvio di procedimenti canonici. In singoli casi, si sono meramente limitati ad annunciare conseguenze, nel senso di minacce a vuoto poi mai tradottesi in realtà».

    In particolare, sono documentate appena due pene canoniche, tre provvedimenti disciplinari e una formale indagine canonica, mentre in undici casi la Curia non è andata oltre superficiali colloqui col sacerdote accusato o con altre fonti. «Nella maggior parte dei casi – si legge nel report – il chierico in questione veniva semplicemente trasferito o mandato (provvisoriamente) in pensione, senza però escludere la possibilità di una successiva reintegrazione nella cura pastorale».

    L’ordinamento giuridico italiano non prevede nessun obbligo di denuncia a carico dei sacerdoti che vengano a conoscenza di abusi sessuali commessi da altri prelati (anche se in certe situazioni potrebbero configurarsi ipotesi di concorso in reato o di favoreggiamento). Le linee guida della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) stabiliscono un mero obbligo morale di segnalare questi casi alla competente Procura della Repubblica. Da circa un anno, tuttavia, in Alto Adige vigono regole più stringenti: la Diocesi di Bolzano e Bressanone, infatti, ha concordato con le autorità giudiziarie locali – inclusa la Procura dei minorenni – delle specifiche linee guida che impongono l’obbligo di denuncia.

    Italia vs Europa
    La Diocesi altoatesina, con il suo pur tardivo attivismo, è una mosca bianca nel panorama clericale italiano.

    Negli ultimi quindici anni la Chiesa cattolica di mezza Europa ha preso atto del problema degli abusi sessuali commessi da prelati. La Conferenza Episcopale Tedesca ha commissionato a un consorzio interdisciplinare di ricerca un rapporto che nel 2018 ha portato alla scoperta di almeno 1.670 sacerdoti abusatori per un totale di 3.677 vittime nell’arco di 68 anni.

    La Chiesa francese nel 2019 ha istituito una commissione indipendente che due anni dopo ha fatto emergere 216mila casi di violenze per mano di preti. A quel punto, si è attivata anche la Conferenza Episcopale Portoghese, che ha fatto svolgere un’indagine analoga da cui è uscita una stima di circa 4.300 vittime. Nel 2023 è stata la volta della Chiesa spagnola, che con uno studio indipendente è arrivata a un bilancio di 2.056 persone abusate da esponenti del clero.

    E la Cei? L’assemblea permanente dei vescovi italiani si sta muovendo più a rilento. Negli ultimi anni ha pubblicato due studi, condotti dall’Università Sacro Cuore sulla base dei dati della rete territoriale dei servizi diocesani, che sono relativi però ad archi temporali molto ristretti. Dalle indagini è emerso che tra il 2020 e il 2021 sono stati segnalati 68 sacerdoti che avrebbero abusato di 89 persone, mentre nel 2022 sono stati registrati 32 presunti abusatori e 54 presunte vittime.

    Tre anni fa, durante la conferenza stampa di presentazione del primo di questi due studi, la Cei aveva affermato che tra il 2000 e il 2022 erano giunte alla Chiesa 613 segnalazioni di violenze. La Conferenza Episcopale Italiana ha dato mandato all’Università di Bologna e all’Istituto degli Innocenti di Firenze di indagare sul periodo 2001-2021: i risultati dovrebbero essere pronti per l’inizio del prossimo anno.

    Vuoti legislativi
    Peraltro, un lavoro di tracciamento degli abusi commessi dai prelati italiani esiste già. Lo ha svolto la Rete l’Abuso, associazione che riunisce le vittime di preti pedofili. Basandosi su atti di procure e tribunali civili, l’associazione ha contato dal 2010 a oggi 332 sacerdoti presunti abusatori, di cui 164 condannati in via definitiva e 168 tra indagati e condannati in primo o secondo grado. Il totale delle vittime censite arriva invece a 1.576.

    Il fondatore della Rete l’Abuso è Francesco Zanardi, 55 anni, che si presenta come un «sopravvissuto» alle violenze sessuali di un prelato. Parlando con TPI, Zanardi definisce «apprezzabile» il lavoro svolto dalla Diocesi di Bolzano e Bressanone: «Ma è una goccia nel mare», osserva. E, comprensibilmente, è assai diffidente rispetto alle iniziativa di supporto prestate dalla Curia alle vittime di molestie: «Chiediamoci – riflette – come non sentiamo mai nessuna vittima ringraziare la Chiesa per il sostegno ricevuto».

    Ma il portavoce della Rete l’Abuso punta il dito anche contro lo Stato italiano, che, a suo dire, con le sue leggi non farebbe abbastanza per prevenire e contrastare gli abusi. «L’obbligo di denuncia – fa notare – nel nostro Paese è limitato solo ai pubblici ufficiali. Questo fa sì che il cittadino che denuncia un abuso di cui è a conoscenza, se non è in possesso di una prova certa o dimostrabile, assai difficile da produrre per il cittadino comune, rischia di andare incontro a una contro-querela per calunnia».

    Uno strumento utile per prevenire le violenze sessuali sui minori sarebbe il certificato anti-pedofilia previsto dalla Convenzione di Lanzarote del 2007, ratificata dall’Italia con la legge 172 del 2012, alla quale il Vaticano peraltro non ha aderito: questo documento attesta l’assenza di condanne definitive a proprio carico per reati legati allo sfruttamento sessuale dei minori ed è richiesto a chi lavora a contatto con bambini o adolescenti. Ma, rileva Zanardi, «il legislatore italiano ha sollevato dall’esibizione l’intera categoria del volontariato, oltre al clero», con la conseguenze che, ad esempio, chi presta servizio come istruttore volontario in una società sportiva giovanile può tenere nascosti eventuali precedenti giudiziari per reati come la violenza sessuale su minore.

    Come intervenire
    Come è evidente, non solo dal rapporto realizzato in Alto Adige ma anche dai fatti di cronaca venuti a galla in tutto il mondo negli ultimi vent’anni, non siamo davanti a casi isolati: quello delle violenze sessuali commesse da esponenti del clero è un fenomeno che riguarda un intero sistema nel suo complesso.

    Gli autori dell’indagine svolta nel territorio bolzanino hanno identificato una serie di «carenze sistemiche» che sarebbero alla radice di questi abusi. Viene citata, ad esempio, una diffusa immaturità sessuale tra i prelati, che deriverebbe a sua volta dalla formazione ricevuta in seminario, dove il processo di sviluppo della propria sessualità viene di fatto interrotto tra i 18 e i 20 anni, quando non si è ancora completato. Altri possibili fattori scatenanti sono individuati nell’isolamento dei sacerdoti, nelle strutture di alleanza maschile che si instaurano tra essi e nella carente cultura dell’errore negli ambienti della Chiesa.

    «Concordo pienamente con questa analisi», dice a TPI don Gottfried Ugolini, responsabile per la Diocesi di Bolzano e Bressanone del Servizio specialistico per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «Noi sappiamo che solo il 15% delle persone che abusano sono pedofili secondo la classificazione delle patologie internazionali: ciò vuol dire che la stragrande parte di coloro che abusano sono persone immature a livello psico-affettivo sessuale, che non sanno gestire le proprie emozioni». E secondo don Ugolini incidono anche «l’immagine del sacerdote, che viene messo sul piedistallo rispetto ai laici»,«l’uso dell’autorità in modo inappropriato» e il «sistema chiuso della Chiesa, un sistema tra maschi che provoca talvolta atteggiamenti di omertà».

    Il Servizio di prevenzione guidato da don Ugolini è stato istituito dalla Diocesi bolzanina nel 2010, un anno spartiacque nella storia recente della Chiesa cattolica, specialmente in quella di lingua tedesca. Tra gennaio e marzo di quell’anno, infatti, esplose lo scandalo degli abusi perpetrati per decenni nel collegio religioso Canisius di Berlino: sull’onda di quelle rivelazioni, le denunce si moltiplicarono in tutta la Germania, in Austria, con un effetto domino poi in tutta Europa.

    La Curia di Bolzano e Bressanone decise di intervenire istituendo un centro di ascolto a cui le vittime di violenze sessuali possono rivolgersi via telefono o e-mail. Se queste lo desiderano, viene fissato anche un colloquio di persona. Le vittime vengono informate del loro diritto di segnalare alle autorità civili gli abusi e la Diocesi mette a loro disposizione cento ore di terapia psicologica.

    Dal 2010 a oggi oltre 100 persone si sono rivolte al centro. E la presentazione del recente Rapporto curato dagli avvocati di Monaco e Brunico ha spinto in sole due settimane un’altra decina di persone a farsi avanti.

    Alla luce dell’indagine che ha squarciato il velo su una parte degli orrori degli ultimi sessant’anni, il vescovo Muser ha disposto un’intensificazione delle misure di contrasto alle molestie. «Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze», ha dichiarato il monsignore.

    Saranno istituiti due gruppi di esperti, interni ed esterni alla diocesi, incaricati l’uno di proporre al vescovo quali eventuali provvedimenti adottare nei confronti dei vescovi accusati ancora in vita e l’altro di elaborare nuove linee guida per le procedure interne da seguire in caso di segnalazioni di abusi. Verranno inoltre differenziati i rispettivi compiti del centro di ascolto, del servizio di intervento e del servizio di prevenzione. Infine, c’è il proposito di dare maggior spazio alle donne nelle posizioni dirigenziali della Curia (dove già oggi comunque quattro uffici su nove a guida femminile).

    «I bambini e i giovani vittime di abusi sono rimasti invisibili o sono stati resi tali», ammette il vescovo Muser: «I colpevoli sono stati trasferiti, come si dice, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Famiglie, parrocchie e comunità coinvolte nel dolore sono state semplicemente trascurate come vittime e lasciate a sé stesse. Anche nelle famiglie e nelle parrocchie ci si rifiutava di guardare». L’indagine sugli abusi, promette il monsignore, «non è un passo intermedio, né un obiettivo parziale che offre l’occasione per fare una pausa, ma un compito che ci impone di continuare a lavorare con tutte le nostre forze. Dobbiamo fare tutto il possibile per alleviare la sofferenza delle vittime, riconoscere le ingiustizie avvenute e prevenire nuove sofferenze».

    Dopo la pubblicazione del Rapporto sugli abusi sessuali nella Diocesi di Bolzano e Bressanone, TPI ha rivolto alcune domande alla Conferenza Episcopale Italiana. Risponde Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei. 

    La Cei come commenta i risultati del Rapporto altoatesino, che mette in luce gravi omissioni da parte della Chiesa?
    «Anche un solo caso di abuso nella Chiesa sarà sempre troppo, sia che riguardi casi attuali sia che riguardi casi avvenuti nel passato. Vi è dolore, vergogna e consapevolezza delle conseguenze devastanti che gli abusi commessi da sacerdoti hanno sulle vittime, sui loro familiari e su tutta la Chiesa stessa. Ogni azione di chiarificazione deve essere considerata con attenzione per un reale rinnovamento ecclesiale in materia di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dalla prevenzione al perseguimento deciso degli abusi in tutte le loro forme». 

    Ad avviso della Cei, i casi di abusi sessuali ad opera di chierici vanno trattati come singoli episodi isolati o rientrano in un fenomeno di carattere sistemico?
    «Alla luce dei dati provenienti dallo studio del fenomeno a livello mondiale non si può parlare di singoli episodi isolati. Attenzione, però, a non creare confusione con tale affermazione: ciò non significa che tutti i chierici sono abusatori. Il singolo caso si inserisce all’interno di un quadro completo da analizzare. La Chiesa sta agendo con solerzia e ponendosi in rete con tutte le altre istituzioni della società civile. Le statistiche aiutano a capire che il problema è sistemico nella società. In questo senso va compresa anche la rete di tutela attivata nella Chiesa italiana: persegue a livello ecclesiale l’attuazione di modelli preventivi situazionali scientificamente riconosciuti che mirano a generare ambienti ecclesiali sicuri, mediante sensibilizzazione culturale, formazione specifica iniziale e permanente, vigilanza, percorsi chiari per la segnalazione presso i centri di ascolto diocesani o interdiocesani. Nel triennio 2020-22, anche in pandemia con il blocco delle attività pastorali, si sono formate quasi 23mila persone, sacerdoti, religiosi/e e laici/laiche. Per quanto attiene i centri di ascolto, chiunque può segnalare ad essi abusi in ambienti ecclesiali, venire accolto e accompagnato nell’individuare i bisogni di cui necessitano ad esempio circa le procedure e le prassi per la denuncia degli abusi e la tutela dei minori e le indicazioni circa i professionisti competenti in maniera (psicologi, medici, operatori del diritto…). A tutti coloro che segnalano un presunto abuso viene sempre ricordato che la segnalazione all’autorità ecclesiastica non si sostituisce né contrappone alla segnalazione alla competente autorità civile, che, anzi viene sempre incoraggiata».

    Dopo i due rapporti pubblicati nel 2022 (relativo al biennio 2020-21) e nel 2023 (relativo al 2022), la Cei intende realizzare un più approfondito lavoro di indagine sugli abusi nella Chiesa, andando a “scavare” più indietro nel tempo?
    «Anzitutto vorrei precisare che le rilevazioni attuate sulla rete territoriale dei servizi diocesani e regionali e dei centri di ascolto non sono e non saranno mai lo studio storico sugli abusi nella Chiesa italiana. Le rilevazioni sono il monitoraggio della Safeguarding Policy di cui la Chiesa italiana si è dotata con le Linee Guida del 2019 e che trova concretizzazione nelle attività di servizi per la tutela regionali e diocesani e dei Centri di ascolto. Lo studio sul fenomeno degli abusi nella Chiesa italiana sta avvenendo attraverso un altro percorso metodologico e scientificamente rigoroso. È lo studio pilota sui casi di abuso sessuali commessi da chierici e trattati in sede istituzionale ecclesiale nel periodo 2001-2021. È stato affidato a due enti terzi e indipendenti, il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti di Firenze. La scelta dell’anno non è casuale: dal 2001, infatti, la normativa canonica ha avuto importanti innovazioni che hanno reso più organico il trattamento dei casi. Si è appena conclusa la fase sperimentale in cui è stato testato lo strumento di ricerca, si sta aprendo la fase analitica estesa a tutte le diocesi italiane. Si concluderà con la fase sapienziale, di assunzione ecclesiale delle risultanze della fase analitica condotta dagli enti terzi e indipendenti, prevista per la fine del 2025, inizio 2026. È l’inizio di un percorso, studio pilota appunto, che partendo dai dati emersi in sede ecclesiale mira ad affinare criteri per ulteriori ricerche, estese nel tempo e nel metodo, fino ad arrivare ad intercettare il sommerso. Non sarà lasciato nulla di intentato per conoscere la fenomenologia, apprestare strumenti di verità e giustizia e affinare sempre meglio la prevenzione e la promozione di ambienti ecclesiali sicuri».

    https://www.tpi.it/cronaca/abusi-sessuali-chiesa-bolzano-bressanone-inchiesta-202502211166348/

  • Da Rete l’Abuso una iniziativa per superare la solitudine delle famiglie “abusate”

    Da Rete l’Abuso una iniziativa per superare la solitudine delle famiglie “abusate”

    42150 SAVONA-ADISTA. Sono dei “sopravvissuti”, come i loro figli abusati. Sono i genitori delle vittime di violenza sessuale perpetrata da preti, «genitori che da un giorno all’altro sono stati catapultati in una situazione alla quale nessun genitore è preparato. Lo stupro del proprio figlio». Genitori che hanno dovuto improvvisare un sostegno senza saper come fare, e da soli, visto che spesso sono stati abbandonati da tutti in questa lotta. Soprattutto dalla Chiesa, che spesso li ha considerati nemici da cui difendersi. Sono anch’essi vittime degli stigmi e dell’indifferenza, devastati nelle loro vite, segnate da un trauma gravissimo i cui effetti si ripercuotono anche all’esterno, come le onde provocate da un sasso gettato nell’acqua.

    È per loro che è nato, all’interno della Rete l’Abuso, fondata e animata da Francesco Zanardi, il Coordinamento Famiglie sopravvissuti, un contesto di «confronto e di condivisione» che, si legge sul sito, «non solo è estremamente terapeutico, ma è spesso utile a chi, come noi, suo malgrado, viene a trovarsi ad affrontare queste situazioni». L’iniziativa, presentata il 7 febbraio, nasce nel nome e nel ricordo di Chiara, Cristina e Alessandro Giacoletto: la prima, abusata da un familiare da bambina, si è tolta la vita nel 2022, a 28 anni; gli ultimi due, i suoi genitori, si sono uccisi insieme, lo scorso dicembre, schiacciati dal dolore. Nel loro ricordo, «l’ispirazione a voler reagire attivamente come famiglie, vittime indirette di quanto accaduto ai figli».

    Nel corso della presentazione, alcuni genitori sono intervenuti. Claudia, due figli abusati da un prete, ha raccontato che la famiglia è stata abbandonata dall’intera parrocchia, che le ha voltato le spalle. «È stato un inferno», ha detto. Giovanna e Roberto invece non hanno più la loro figlia. «La solitudine uccide», ha detto in una intervista a il Giorno (8/2) la coordinatrice del gruppo Cristina Balestrini, madre di un ragazzo che a 15 anni fu abusato da don Mauro Galli, allora parroco a Rozzano, e che ha tentato più volte il suicidio. Il suo fu un lungo caso giudiziario conclusosi a 12 anni dalle violenze subite, con una pena definitiva di 3 anni ai domiciliari per il prete. «Essere genitori non è facile, ed essere genitori di un sopravvissuto è ancora più difficile», ha detto. «Si prova un dolore profondo che gli altri non capiscono, ma bisogna andare avanti perché tuo figlio è la cosa più importante. La famiglia, quando emergono questi casi, svolge un ruolo importantissimo e fondamentale, ma purtroppo spesso viene lasciata sola. Non vogliamo che altre famiglie vivano la stessa esperienza di isolamento e solitudine che abbiamo vissuto noi». Anche la sua famiglia è stata stigmatizzata dalla parrocchia dove tutto si è svolto: «Noi abbiamo sempre frequentato la parrocchia, era la nostra seconda casa, e siamo stati allontanati, trattati da persone sgradite. Ci siamo sentiti vittime due volte. Purtroppo è un copione che si ripete sempre. Le autorità ecclesiastiche cercano di coprire, minimizzare, insabbiare i casi». Il programma del coordinamento è di organizzare incontri periodici su Zoom, «perché le famiglie sono sparse in tutta Italia, con momenti di confronto, condivisione di idee ed esperienze. Si possono chiedere consigli, ricevere supporto e trovare sempre ascolto. Ci farebbe piacere chiedere un incontro al presidente della Cei, il cardinale Zuppi. Molti di noi sono cattolici, ma hanno perso la fede proprio a causa del comportamento della Chiesa».

    Del Coordinamento fa parte anche Anna Ipata, neuropsichiatra infantile alla Columbia University di New York. Subì un abuso all’età di 12 anni nella sua parrocchia pisana di Santo Stefano, e lo rivelò ai genitori solo quarant’anni dopo, quando si cominciò a parlare di pedofilia. «Quando sei bambina non riesci a dare un significato sessuale a certe attenzioni. Certamente un senso di violazione e di ribrezzo ti rimane addosso. Negli anni, ripensandoci, ho capito», ha detto in un’intervista al Corriere (7/2).

    Per il momento, sono già una trentina i genitori in tutta Italia che hanno aderito al Coordinamento; una decina in Sicilia. Non poteva mancare Michele Messina, il padre di Antonio, che denunciò gli abusi subiti da don Giuseppe Rugolo, ora condannato in primo grado a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale. «Abbiamo perso l’infanzia e l’adolescenza di nostro figlio per sempre, racconta Messina a Repubblica (8/2). «Nessuno dovrebbe mai subire quello che ha dovuto subire lui. Lo appoggerò fino alla fine dei miei giorni. Non è una ferita che si può rimarginare». Due genitori di Randazzo, nel Catanese, non si perdonano il fatto di non avere denunciato subito: il prete era di casa in famiglia. «Non siamo stati subito pronti a aiutarlo, quando abbiamo cominciato a parlare siamo stati presi in giro: “Forse vostro figlio si è innamorato di lui”, diceva qualcuno. Pensavamo di risolvere tutto nell’ambito della Chiesa, ma ci chiudevano le porte in faccia». Ora quell’isolamento può essere meno duro.

    Per aderire al Coordinamento Famiglie Sopravvissuti: coordinamento@retelabuso.org.

    https://www.adista.it/articolo/73354

  • Abusi sessuali da parte del clero, nasce coordinamento delle famiglie

    Abusi sessuali da parte del clero, nasce coordinamento delle famiglie

    ROMA – “Siamo tutti dei sopravvissuti, ma non sappiamo fino a quando. E anche quelli che attualmente soffrono, sono ancora a rischio suicidio se il loro dolore non viene visto, riconosciuto e condiviso”. Con queste parole è stato presentato, nei giorni scorsi, il neonato coordinamento famiglie sopravvissuti promosso dall’associazione Rete l’Abuso. Parole significative appartenute ad Alessandro Giacoletto, un padre che non ha retto il dolore di una figlia abusata da un familiare e che non è riuscita a sopravvivere scegliendo l’estremo gesto.

    “In Italia purtroppo nessuno pensa ai genitori dei sopravvissuti – ha spiegato il presidente di Rete l’Abuso, Francesco Zanardi -. Questo è lo scopo principale del coordinamento, che è fatto di persone che hanno avuto la stessa esperienza traumatica e che hanno uno spazio in cui poter condividere la loro esperienza e confrontarsi tra di loro”.

    A gestire il neonato coordinamento sarà Cristina Balestrini, da anni nel direttivo Rete l’Abuso e anche lei familiare di un sopravvissuto. “Essere genitori non è facile – ha detto Balestrini – ed esserlo di un sopravvissuto è ancora meno facile. Attraversi momenti di sconforto, rabbia, delusione. Senti un dolore profondo che gli altri non capiscono. Ma in tutto questo c’è un filo conduttore: non puoi mollare, tuo figlio è più importante di te”. A dare la forza necessaria per la nascita di questo coordinamento è stata la triste vicenda della famiglia Giacoletto, a cui il gruppo è intitolato. “Il loro suicidio – ha continuato – mi ha profondamente scossa: ho immaginato la loro profonda solitudine e anche il dolore che non ha trovato un luogo dove essere depositato dopo il suicidio della figlia. Così oggi nasce questo gruppo di familiari. È un gruppo autonomo, riservato e formato da cattolici scontenti e delusi”.

    L’associazione Rete l’Abuso opera dal 2010 e nasce per fornire sostegno alle persone abusate dal clero. Secondo i dati dell’associazione, attualmente, in Italia, il fenomeno della pedofilia all’interno della Chiesa conta 170 sacerdoti accusati, 168 condannati, 35 persone che hanno tentano di insabbiare gli abusi e oltre un milione di potenziali vittime. Ognuna delle quali ha accanto a sé una famiglia che combatte con loro. “Il soggetto familiare è empatico, considera la persona abusata fragile, impaurita e tradita – ha sottolineato Dante Ghezzi, psicologo e psicoterapeuta, membro del Coordinamento italiano servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia -. Soprattutto quando l’abuso proviene da un luogo in cui si ha fiducia come l’oratorio, la parrocchia. Questi sentimenti che accompagnano la famiglia del sopravvissuto sono sentimenti che vanno guardati. Ben venga la presenza di questo coordinamento che può dare sollievo e speranza ai sopravvissuti, alle vittime e alle famiglie”.

    Alla presentazione del coordinamento hanno partecipato anche alcune famiglie che lo compongono. Come Yolanda, madre di un sopravvissuto abusato a soli 12 anni in seminario. O Claudia, madre di due ragazzi abusati dal proprio parroco quando ancora erano bambini. O ancora Roberto, padre di Eva (abusata da una ormai ex suora) che non è riuscita a sopravvivere al trauma togliendosi la vita. “Mio figlio – ha detto Yolanda – è stato abusato dai Legionari di Cristo. Lui è entrato in seminario a 12 anni perché si sentiva pronto ad intraprendere un cammino. L’anno che è entrato hanno abusato di lui. Io l’ho saputo solo dopo, quando a 14 anni è tornato a casa e ha raccontato allo psicologo di aver subito abusi sessuali completi al seminario di Gozzano. Qui inizia il calvario. Pensi che sarai capito se parli con il sacerdote. Ma così non è: siamo passati da famiglia che fa tutto per la parrocchia a famiglia con cui non si può più parlare”.

    Una vicenda che è unica e allo stesso tempo comune a molte altre. Yolanda e suo figlio, infatti, hanno vinto il processo penale e il sacerdote è stato condannato in Cassazione a sei anni e sei mesi. Sei anni e sei mesi che tuttavia non sono mai stati scontati. “I Legionari di Cristo l’hanno mandato via in Messico e nessuno è andato a prenderlo”.

    A sottolineare l’importanza di un coordinamento di famiglie è stata Claudia, che qualche anno fa è stata anche ricevuta da Papa Francesco per parlare del profondo dolore che la Chiesa ha causato alla sua famiglia. “Il Papa ci ha ringraziato perché abbiamo avuto il coraggio di denunciare. Però questa denuncia non ha portato, all’interno della mia parrocchia, dei buoni risultati. Amici con cui vivevamo insieme ci hanno abbandonato e deriso. Un’altra cosa che il Papa ci ha detto è che vuole una Chiesa trasparente. Allora perché è stato permesso al sacerdote che ha abusato dei miei figli di rimanere all’interno della parrocchia per mesi? Il mio scopo sarà quello di combatterle queste cose. Ringrazio Francesco Zanardi perché ci dà l’occasione di poter combattere attivamente”.

    Gabriele D’Amico

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  • Introduce Francesco Zanardi – COORDINAMENTO Famiglie Sopravvissuti

    Introduce Francesco Zanardi – COORDINAMENTO Famiglie Sopravvissuti

    Buongiorno a tutti e grazie per essere intervenuti. Io sono qui solo per introdurre un attimo quello che andiamo a fare oggi cioè la introduzione di questo coordinamento che solo la rete poteva creare in quanto Diciamo che la difficoltà era quella di trovare vittime familiari Quindi metterli insieme.

    La Rete L’ABUSO ha avuto questa opportunità in quanto gestisce tantissimi dei casi che abbiamo in Italia e quindi è a conoscenza sia delle vittime che delle famiglie e ha potuto creare questo gruppo…

  • Abusi sessuali I drammi nascosti dei genitori

    Abusi sessuali I drammi nascosti dei genitori

    Il calvario della milanese Jolanda è iniziato quando il figlio, a 14 anni, ha raccontato di aver subito dall’età di 12 anni abusi sessuali nel seminario di Gozzano, da parte di un sacerdote della congregazione dei Legionari di Cristo. “A Milano frequentavo la parrocchia – racconta – e quando abbiamo scelto di denunciare siamo rimasti isolati. Mio figlio, che ora vive a Valencia, ha tentato per due volte il suicidio. Il sacerdote è stato condannato ed è stato mandato in Messico, noi stiamo ancora portando avanti una causa civile perché, dopo tutto quello che è successo, non abbiamo ottenuto neanche un risarcimento”.

    Raccontano il loro dramma i genitori di Eva Sacconago, che nel 2011 si è tolta la vita all’età di 26 anni dopo aver subito, da quando era ancora minorenne e frequentava l’oratorio a Busto Arsizio, violenze sessuali da parte di Maria Angela Faré, ormai ex suora: “Cercate di stare vicini ai vostri figli – è il loro messaggio – perché noi abbiamo perso la nostra Eva, e ci restano solo i ricordi. Quattro pacchi, con le sue cose e i suoi scritti, non li abbiamo ancora aperti”.

    Storie che si incrociano, seguendo un drammatico copione, tra i genitori che fanno parte del neonato Coordinamento famiglie sopravvissuti, promosso da Rete L’Abuso, associazione che da anni tutela le vittime di violenze sessuali in ambiente ecclesiastico (la rete ha censito solo in Lombardia 370 casi in 15 anni e 30 preti condannati in via definitiva). Un progetto “unico in Italia”, che per ora riunisce una trentina di famiglie di diverse regioni, coordinato da Cristina Balestrini e dedicato alla memoria di Alessandro Giacoletto e Cristina Masera, coppia che si è tolta la vita dopo il suicidio della figlia Chiara, abusata da un parente. Si incontrano online, si confrontano sui drammi vissuti dai figli, offrono supporto a chi non ce la fa (per contattare il gruppo: coordinamento@retelabuso.org).

    “In Italia nessuno pensa ai genitori dei sopravvissuti– spiega Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso – che da un giorno all’altro vengono messi di fronte a una situazione impensabile”. Genitori che hanno pagato la scelta di denunciare con l’isolamento. Poi lunghi processi, tentativi di insabbiare i casi mentre le ferite dei figli non si rimargineranno mai. “Nostro figlio è stato molestato da un sacerdote che era amico di famiglia – racconta una coppia – ora va in giro come se non fosse successo niente, mentre noi viviamo chiusi in casa”.

    Tra loro c’è anche una ex suora, stuprata quando era missionaria in Congo da parte di un sacerdote africano. “Non ne parlai con nessuno – racconta – e avevo il terrore di essere rimasta incinta”.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/abusi-sessuali-i-drammi-nascosti-310a3820

  • “Perchè chi denuncia resta solo?” Sos delle vittime di abusi dei preti

    “Perchè chi denuncia resta solo?” Sos delle vittime di abusi dei preti

    Occhi lucidi e sorrisi di speranza, nonostante tutto, ancora possibile. I genitori delle vittime degli abusi clericali si raccontano sgranando un “rosario” ideale fatto di parole, dolore e domande martellanti “perché siamo rimasti soli?” “Dov’è la Chiesa, la giustizia?”.

    Ieri mattina, si sono presentati, durante una conferenza stampa online, per la prima volta in Italia, come coordinamento con il sostegno di “Rete l’abuso” unica associazione che sostiene i sopravvissuti alle violenze clericali. Un fronte comune, quello del coordinamento per le famiglie dei sopravvissuti che conta già una trentina di adesioni, anche dalla Sicilia con alcune delle famiglie presenti alla conferenza stampa, e che lavora, garantendo riservatezza, ascolto e scambio di esperienze, per raccogliere ed accogliere quel dolore vicario di chi ha visto il corso della propria vita uscire dai binari della sicurezza quotidiana dopo avere ascoltato il racconto di quanto patito dal proprio figlio ancora bambino o adolescente.

    Alcuni di loro vivono nel buio senza fine dopo il suicidio del proprio figlio. Grano dopo grano, quel “perché a mio figlio?”, “perché a me?” si leva come una preghiera laica per una Chiesa pulita, che segua e realizzi quella che è la sua essenza chiudendo per sempre a questa parte oscura. Il coordinamento gestito da Cristina Balestrini, affiancata da due collaboratori esterni non è un semplice gruppo di auto aiuto “ Da una parte c’è una chiesa cattolica italiana che non ha agito attivamente per fermare gli abusi, mentre in altre parti del mondo questa richiesta avviene anche scendendo in piazza.

    Tra i dimenticati in Italia ci sono anche le famiglie delle vittime”. Il coordinamento è dedicato alla famiglia di Chiara Giacoletto abusata da bambina e che da adulta si toglierà la vita, seguita due anni dopo dai genitori che non hanno mai superato la sua scomparsa. Balestrini aggiunge “essere genitori non e facile ed esserlo di vittima di abusi lo è ancora meno. Senti un dolore che non puoi spiegare e che non è facile da spiegare agli altri, che non trova dove essere depositato”.

    I componenti del coordinamento si dicono “cattolici delusi dalla Chiesa”, molti di loro sono passati dall’aver “vissuto la parrocchia come una seconda casa” all’ essere “sgraditi ed allontanati per avere denunciato”. Si descrivono “delusi e feriti due volte”, davanti al “copione delle denunce ecclesiastiche che si ripete uguale nel suo chiudersi con il silenzio”.

    Con loro c’è Francesco Zanardi, presidente e fondatore di “rete l’Abuso”che durante la presentazione del coordinamento chiede senza mezzi termini “ come è possibile che tra comunità, Stato, Vaticano nessuno abbia un senso di vergogna per quello che accade ?”

    Mentre le famiglie si raccontano, con loro ci sono anche Dante Ghezzi, psicologo psicoterapeuta, Anna, sopravvissuta agli abusi del clero e Daniele, cittadino con un vissuto assimilabile che ha deciso di mettersi a loro disposizione. Un contenitore per il dolore è nato per farsi culla di speranza.