Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: francia

  • «Ora hai il sigillo dei gesuiti». Le accuse della suora a Rupnik

    «Ora hai il sigillo dei gesuiti». Le accuse della suora a Rupnik

    «Una volta, mentre eravamo seduti a tavola uno di fronte all’altra, Rupnik mi disse: “Ora vediamo chi è più forte!”. Mi afferrò le mani sul tavolo e, palmo su palmo, cominciò a premere con grande forza. Io gridai che mi faceva male ma lui non smise. Cercai di allontanarmi e lo pregai di fermarsi. Continuò a spingere, piegandomi il dito in modo così violento che il mio indice destro si ruppe. Ero sconvolta dal dolore ma padre Rupnik non si scusò. Rimase calmo e disse: “Ora hai il sigillo permanente della Compagnia di Gesù”. E aggiunse: “L’ho fatto per amore”».

    A parlare è Pia (nome di fantasia), entrata a far parte della Comunità di Loyola in Slovenia nel 1990, all’età di 24 anni. Questa scena, che si è svolta quando la ragazza era ancora una novizia della comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Marko Rupnik e da Ivanka Hosta, è un’altra testimonianza degli abusi che il famoso artista ha commesso ai danni di diverse religiose e di cui dovrà rispondere in un processo canonico, ora che papa Francesco ha tolto la prescrizione ai fatti avvenuti negli anni ’90.

    Pia racconta a Domani che in quell’occasione Rupnik le impedì di ricevere cure mediche e le proibì di parlare di quello che era successo, e lo stesso fece la superiora Ivanka Hosta. «Rupnik era estremamente arrogante e narcisista. Mi diceva ripetutamente: “Sono il più grande artista e il più grande poeta di questa terra”», ricorda Pia. «Durante il noviziato, abbiamo anche trascorso alcuni mesi a Roma nel 1992 – racconta ancora Pia – Don Rupnik era stato nominato unico direttore spirituale e confessore di tutte le novizie. Io non volevo che fosse il mio confessore ma non avevamo libertà di scelta. Una volta, durante la confessione, chiuse a chiave la stanza del Centro Aletti in cui eravamo e si mise la chiave in tasca. Ero arrabbiata e spaventata e gli dissi che non avevo nulla da dirgli: rimasi in silenzio per così tanto tempo che alla fine mi fece uscire».

    A causa della sua resistenza a Rupnik, suor Pia viene ripetutamente sminuita e messa sotto pressione, sia dal gesuita che dalla superiora. Nonostante tutto, prende i voti insieme ad altre sorelle il 1° gennaio 1993; poco tempo dopo, avviene la rottura fra Rupnik e Hosta, ufficialmente per un disaccordo sulla fondazione della Comunità, in realtà perché un’altra religiosa, Gloria Branciani, aveva detto di essere stata ripetutamente abusata da Rupnik (lo abbiamo raccontato qui: . Rimasta sotto la guida di Ivanka Hosta, suor Pia sperimenta ogni sorta di violenze spirituali, compresa un’istigazione al suicidio – «dovevo essere disponibile, obbediente e sottomessa: non potevo più seguire la mia coscienza perché solo lei sapeva quale era la volontà di Dio per me», ricorda Pia – finché, nel marzo 1998, l’allora arcivescovo di Lubiana Franc Rodé accoglie la sua richiesta di uscire dalla comunità.

    Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha sciolto la Comunità Loyola lo scorso 20 ottobre «a causa di gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria». La superiora generale Ivanka Hosta è stata rimossa a giugno di quest’anno dal suo ruolo e, tra le altre cose, le è stato proibito di contattare le ex suore per tre anni.

    Dove è finito nel frattempo don Marko Rupnik? In attesa del processo ecclesiastico, l’ex gesuita sembra avere per il momento rinunciato a comparire in pubblico. Non lo si vede dire messa, nè presenziare a convegni o guidare esercizi spirituali aperti a tutti, anche se continua ad accompagnare gli amici in visita ai suoi mosaici nel Pontificio Seminario Maggiore di Roma e quindi è probabile che graviti sempre intorno al Centro Aletti, nonostante la sua parrocchia sia ora in Slovenia. Il vescovo di Capodistria Jurij Bizjak, infatti l’ha accolto a fine agosto 2023, senza curarsi delle accuse a carico del sacerdote e delle conseguenti restrizioni che gli erano state imposte dalla Compagnia di Gesù. «Il vescovo Bizjak ha emanato il decreto di incardinazione senza consultare nessuno, con l’appoggio del nunzio apostolico in Slovenia Jean-Marie Speich», rivela una fonte interna al clero sloveno. Il nunzio, insiste il sacerdote (che preferisce rimanere anonimo), è un uomo difficile e poco apprezzato dai vescovi (con l’eccezione di Bizjak e di Maksimilijan Matjaž, vescovo di Celje, diocesi suffraganea dell’arcidiosi di Maribor), ed esercita una forte influenza nella chiesa slovena. Una versione dei fatti che pare confermata dall’imbarazzo del presidente della Conferenza episcopale Andrej Saje, che ha preso subito le distanze dalla decisione di monsignor Bizjak con un comunicato ufficiale in cui dichiarava che la conferenza dei vescovi era estranea al processo di incardinazione di Rupnik.

    A Zadlog, paese natale di Rupnik, una manciata di case ai piedi delle montagne, nessuno parla volentieri. Don Iztok Mozetič, il parroco del centro più vicino, Črni Vrh, si sottrae imbarazzato alle domande: è preso in mezzo fra il vescovo di Capodistria e la gente del posto, che serra le fila intorno al prodigio locale, il sacerdote che è diventato un artista e un teologo di fama mondiale: «è un grande», commenta un suo ex compagno di scuola incontrato nel bar sulla piazza del paese. Nessuna solidarietà per le religiose che l’hanno denunciato, che vengono liquidate con toni sprezzanti. La sorella di Rupnik, che abita ancora nella casa di famiglia, non rilascia dichiarazioni.

    Se è vero che ogni vescovo è sovrano nella propria diocesi, è anche vero che certe decisioni non condivise suonano forzate e non possono che portare scontento. Un altro sacerdote sloveno, che si firma con il nome di Karel Fulgoferski, ha diffuso una lettera aperta in cui denuncia l’ipocrisia che circonda il caso Rupnik. A dispetto della tolleranza zero promessa da papa Francesco, scrive il prete, «nei giorni scorsi i superiori religiosi hanno fatto formazione sulla prevenzione degli abusi nella Chiesa all’ombra dei dipinti di Rupnik». Una gestione ambigua che continuerebbe anche con la decisione di papa Francesco di riaprire il processo al sacerdote: la notizia dell’incardinazione di Rupnik, spiega Fulgoferski, è arrivata come «un’onda d’urto nell’Ufficio Comunicazioni del Vaticano», e l’improvviso voltafaccia di Francesco su Rupnik sarebbe quindi «solo una manovra per salvare un’immagine pubblica del papa gravemente appannata». Per inciso, ricordiamo che nella Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede lavora come direttrice della Direzione Teologico-Pastorale Nataša Govekar, che fa parte dell’équipe del Centro Aletti ed è fra le fedelissime di Rupnik. Il papa stesso, durante l’udienza ai vaticanisti del 22 gennaio, ha ringraziato i giornalisti presenti per «la delicatezza» con cui trattano il tema degli abusi: «un silenzio quasi “vergognoso”», ha sottolineato Francesco. Parole che suonano come una richiesta a essere indulgenti nel trattare un problema che per la Chiesa sta diventando sempre più scottante.

    Almeno sul fronte dei mosaici del Centro Aletti, però, qualcosa si muove. Jean-Marc Grand, parroco di Saint Joseph-Saint Martin aTroyes, in Francia, ha deciso, dopo un processo di discernimento con testimoni e vittime di abusi, di rimuovere un trittico di Rupnik, realizzato e installato nella cappella del presbiterio nel 1994 «senza consultare la comunità», come si legge in una nota della parrocchia. È la prima volta che si decide di togliere un’opera di Rupnik da una chiesa: un caso che può diventare un precedente per tutte le commissioni che stanno valutando cosa fare dei mosaici del discusso artista.

    In Vaticano, intanto, tutto tace. Non c’è dubbio, però, che a Roma l’ex gesuita conservi ancora potere e appoggi: il 10 gennaio è stato diffuso in rete un video della Cei in cui don Fabio Rosini, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle vocazioni della diocesi di Roma, tiene la sua relazione sullo sfondo del Pontificio Seminario Maggiore, con lunghe panoramiche dei mosaici del suo maestro e mentore Marko Rupnik. È sempre Rosini che, nel pieno delle rivelazioni sugli abusi, aveva pubblicato un libro con in copertina un’opera di Rupnik, a condurre questa settimana gli esercizi ignaziani del Centro Aletti a Santa Severa.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/ora-hai-il-sigillo-dei-gesuiti-le-accuse-della-suora-a-rupnik-poymrt8e

  • Caso Jean-Michel Merlin – La Prefettura di Nanterre (Francia) ha emesso un appello per la ricerca di testimoni

    Caso Jean-Michel Merlin – La Prefettura di Nanterre (Francia) ha emesso un appello per la ricerca di testimoni

    Martedì 2 gennaio 2024, la Prefettura di polizia di Nanterre (Francia) ha lanciato un appello per la ricerca di testimoni in seguito alla denuncia di abusi sessuali all’interno del Movimento dei Focolari in Francia a carico dall’ex focolarino Jean-Michel Merlin. Sul documento si legge che la Prefettura è alla ricerca di “chiunque possa fornire informazioni rilevanti per l’indagine o voglia denunciare fatti di cui potrebbe essere stato vittima”.

    Jean-Michel Merlin – spiega l’appello – è stato accusato di abusi sessuali su minori e adulti commessi nel corso degli anni all’interno del Movimento dei Focolari. Molte delle vittime si sono fatte avanti e hanno denunciato gli atti commessi nei loro confronti.

    I Focolari esprimono la propria completa disponibilità per facilitare il lavoro delle autorità giudiziarie e per far conoscere tale appello. Offrono il proprio sostegno alle vittime e l’impegno a continuare a mettere in atto misure di protezione e tutela dei minori e della persona affinché il Movimento possa essere sempre di più un luogo sicuro per tutti.

    Chiunque disponga di informazioni d’interesse per l’indagine o voglia denunciare fatti di cui è stato/a vittima in Francia o altrove, è invitato a mettersi in contatto con le autorità giudiziarie francesi tramite il seguente indirizzo:

    appelatemoin-btpf92@interieur.gouv.fr

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 17 del 30 dicembre. Augurando a tutti buone feste

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 17 del 30 dicembre. Augurando a tutti buone feste

    • Federica Tourn – Il prete che si definiva “mendicante d’amore” per attirare i ragazzini

    La Rete L’Abuso, l’associazione sopravvissuti agli abusi del clero, a ottobre ha presentato un esposto in Procura a Bergamo nei confronti di don Valentino Salvoldi, 78 anni, per le sue «presunte condotte criminali ai danni di circa una decina di persone».

    Si definisce «un mendicante d’amore», don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo. Dopo essere stato missionario in Africa, torna in Italia e all’inizio degli anni ’90 comincia ad organizzare campi per giovani adulti. Ben presto, però, decide di rivolgersi agli adolescenti perché, sostiene, è quella l’età in cui si forma la persona e dopo «è tardi per cambiare». Li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi. Proprio questo è il rapporto che lui instaura con i suoi “prediletti”, a cui rivolge attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli nel  letto “per un riposino” o per la confessione.

    «Valentino nei campi aveva creato una realtà alternativa, in cui le regole del mondo esterno non valevano: ti invitava a esplorare il tuo corpo, ti incoraggiava a esprimerti, a ribellarti alle convenzioni e nel farlo ti riempiva di elogi, ti convinceva che eri nel giusto», racconta Stefano Schiavon, che ha frequentato i suoi campi a partire dal 1998, quando aveva diciassette anni. Don Salvoldi ha modi informali, sa come conquistarsi la fiducia dei ragazzi quando evoca culture lontane in cui l’amore non è mai proibito ma sempre «generoso, prolifico, senza barriere». «Aveva 35 anni più di me e quando mi baciava era sgradevole, ma lo accettavo come parte dell’esperienza speciale che lui proponeva» dice Andrea Travani, un’altra vittima, all’epoca minorenne. Soprattutto, quel prete che pare così colto ripete ai suoi preferiti che loro hanno menti superiori e sono destinati a realizzare grandi cose: alla molestia sessuale, si somma quindi la manipolazione psicologica. «Il rapporto fisico era la conseguenza dell’appartenere alla sua “élite”: mentre mi toccava, continuava a dirmi che ero unico e avevo qualità straordinarie, mi faceva il lavaggio del cervello», spiega Travani.

    Prete fidei donum, Salvoldi è anche un autore e conferenziere affermato. All’inizio del Duemila ha fondato la onlus Shalom, «un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale, avente come finalità la formazione morale e la crescita culturale dei giovani». Presidente è il fratello, Giancarlo Salvoldi, politico, eletto alla Camera dei Deputati per i Verdi dal 1987 al 1992. Dopo qualche anno la onlus viene messa in liquidazione e in rete non si trovano tracce di progetti effettivamente realizzati.

    La Rete l’Abuso ha segnalato il caso alla diocesi di Bergamo, dove il prete risulta ancora incardinato, e al presidente della Cei Matteo Zuppi.

    Fonte: Domani


    • Francesco Zanardi – Sentenza e condanna definitiva per Don Vincenzo Esposito

    La sentenza è diventata definitiva e Don Vincenzo Esposito è stato condannato a cinque anni per induzione alla prostituzione minorile. Lo hanno condotto in carcere dopo che la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa. I legali stanno valutando se rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché al sacerdote non sarebbe stato garantito un equo processo.

    Originario de provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, Esposito fu intercettato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese mentre effettuava delle videochiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre comprese fra 10 e 30 euro, utilizzati per andare a mangiare la pizza con gli amici o recarsi dal barbiere.

    Esposito, il cui fine pena è previsto nel 2026, dovrà risarcire i familiari dei ragazzini, parte civile con l’assistenza degli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile.

    Una parentesi nel contesto di “una stimata missione pastorale” che non configurava il reato di prostituzione minorile. Così si era difeso il sacerdote sostenendo di non avere chiesto ai minorenni di effettuare le videochiamate. Sarebbe stata una iniziativa dei ragazzini. Esposito si limitava a guardare gli adolescenti in atteggiamenti intimi, prima di servire messa o celebrare un funerale.

    Fonte Live Sicilia


    • Alessio Di Florio – La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali

    Sono passati ventuno anni da quando negli Stati Uniti scoppiò il “caso Spotlight”, lo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici, che spinse la conferenza episcopale del Paese a redigere la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella Chiesa, che consentiva di rimuovere i membri del clero colpevoli e alle diocesi venne chiesto di collaborare con le autorità civili in casi di violenza contro i minori in nome della trasparenza.

    In cinque lustri tanto è cambiato e anche il Vaticano ha introdotto politiche per proteggere le vittime, collaborare con le autorità giudiziarie in diversi paesi e riflettere sulle cause profonde dello scandalo, vale a dire l’abuso di potere e di coscienza, e la tendenza della Chiesa a difendere l’istituzione a tutti i costi.

    Il nuovo approccio vaticano è comunque molto limitato: nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutto il mondo la segretezza spesso prevale sulla ricerca della verità, la Chiesa cattolica italiana sembra essere insuperabile nel mantenere un rigido voto di silenzio. Negli ultimi anni si è distinta per la tendenza a lasciare le cose come stanno, sperando che i problemi prima o poi svaniscano. Ma alla fine questo non è stato possibile con lo scandalo degli abusi, soprattutto quando divenne chiaro che avrebbe continuato ad allargarsi e a travolgere la Chiesa in molti paesi. In Francia, Germania, Australia, Austria, Belgio e altri Stati sono state avviate commissioni indipendenti o ci sono stati comunque sconvolgimenti all’interno delle Chiese. In Italia sono stati pubblicati due report sugli abusi da parte della Conferenza Episcopale ma chi sperava in una svolta verso la verità e la giustizia è rimasto deluso: si tiene conto solo dei casi di abusi denunciati ai centri di ascolto ad hoc nel biennio 2020-2021, escludendo quelli pervenuti alla magistratura o a terzi. partiti. Durante questo periodo di tempo ridicolmente breve, nel pieno della pandemia di COVID-19 , sono stati segnalati 89 casi di abuso da 30 centri. Ed è stata completamente esclusa ogni possibilità di creare commissioni indipendenti: “Non creeremo una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa, che si qualificano come oggettive solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, come è stato fatto altrove e causato danni”, ha affermato mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili del Consiglio dei vescovi, presentando il rapporto del novembre 2022 sugli abusi.

    Fonte: worldcrunch.com/


    • Ludovica Eugenio – Le religiose della Comunità Loyola, co-fondata da Marko Ivan Rupnik e da Ivanka Hosta, torneranno allo stato laicale

    Tutte le religiose della Comunità Loyola, co-fondata dall’ex gesuita e noto mosaicista sloveno accusato di abusi sessuali Marko Ivan Rupnik e da Ivanka Hosta e recentemente sciolta dal Vaticano, torneranno allo stato laicale. Una conclusione per nulla scontata anche dopo il recente scioglimento della Comunità da parte del Vaticano, come se si affermasse che un carisma autentico non c’è mai stato, che ai voti pronunciati non viene (più) riconosciuta una validità. A rivelare i dettagli del provvedimento, che non è stato pubblicato, è colui che della Comunità Loyola è stato il commissario per due anni, il vescovo ausiliare di Roma mons. Daniele Libanori, in una intervista rilasciata all’agenzia Aci Prensa il 22/12 e ripresa dalla Catholic News Agency. Libanori ha anche rivelato che sarà istituito un fondo per assistere le donne che appartenevano alla comunità al momento del suo scioglimento. La Comunità Loyola, creata in Slovenia negli anni ’80 da Ivanka Hosta e Rupnik, accusati di aver commesso per decenni gravi abusi sessuali, spirituali e psicologici sulle consorelle, è stata sciolta dal Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le società di Vita apostolica lo scorso ottobre, dopo la lunga indagine condotta da mons. Libanori, il quale ha affermato che coloro che ne facevano parte «sono allo stesso tempo dispensate dai voti religiosi e ritornano allo stato laicale», trovandosi quindi «nelle stesse condizioni di tutti i laici». Nessun risarcimento è invece previsto, dal momento che, ha spiegato Libanori, «bisogna distinguere tra lo scioglimento dell’istituto e gli abusi attribuiti a Marko Rupnik».

    E fino a oggi non c’è l’ombra di processi, sentenze o condanne a carico di Rupnik, nonostante papa Francesco abbia deciso di derogare alla prescrizione per i presunti abusi sessuali denunciati, rendendo così possibile un processo. Tuttavia,«il patrimonio intestato alla Comunità di Loyola – ha affermato Libanori – servirà a creare un fondo per l’assistenza di tutte le suore che erano incardinate nella comunità al momento della soppressione».

    Ivanka Hosta, che ha servito dal 1994 come superiora generale della Comunità di Loyola, è stata rimossa a giugno di quest’anno dal suo ruolo e le è stato proibito di contattare le attuali o ex suore per tre anni. Quanto a Rupnik, espulso lo scorso giugno dalla Compagnia di Gesù, ma solo per disobbedienza ai provvedimenti restrittivi imposti dall’Ordine, oggi è attivo come prete, essendo stato incardinato nella diocesi di Capodistria, nella sua Slovenia.


    • Federico Tulli – Perché tanto odio?

    Silenzio e preghiera. È la pena comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne. È il modo in cui di norma la Chiesa «reagisce» pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da papa Francesco per

    commentare l’accusa – che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick. «Perché la verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa» e quindi «il giudizio fatelo voi», disse Bergoglio il 3 settembre 2018 durante la sua omelia a Santa Marta.

    Come si combina l’esortazione al silenzio e alla preghiera con i suoi frequenti proclami di «tolleranza zero»? Bisogna considerare innanzitutto che è prassi consolidata in Vaticano intervenire pubblicamente laddove non è più possibile celare e risolvere le situazioni di crisi nelle «segrete stanze». Inoltre, le fragilità di un ecclesiastico, le sue cadute, ancorché sfocino nel comportamento

    criminale, per la Chiesa sono pur sempre peccati, e dai peccati Dio salva, e verso i peccatori vanno usati misericordia e perdono, perché «chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra».

    Questa doppia morale affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato. L’abuso, per fare un esempio, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, prima che una violenza efferata contro

    una persona. Di conseguenza i responsabili, secondo la visione degli appartenenti al clero, devono risponderne all’Altissimo, nella persona del suo rappresentante in Terra, e non alle leggi della società civile di cui fanno parte.

    Oltretevere la chiamano giustizia. Una giustizia, diciamo noi, che piega le esigenze della carità alle convenienze della monarchia papale. E che si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale.

    E come tale viene trattato: il punto non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete «con» la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo

    che è intollerabile, sta qui la «tolleranza zero» del pontefice tanto esaltato anche dai progressisti in Italia. È pertanto lecito chiedersi, perché tanto odio nei confronti dei bambini?

  • Una vittima di abusi sessuali nella chiesa è stata risarcita, ma non è merito della Cei

    Una vittima di abusi sessuali nella chiesa è stata risarcita, ma non è merito della Cei

    Editoriale DOMANI – Si chiama Piero Brogi ed è l’unico italiano vittima di abusi ad essere stato apertamente risarcito dalla chiesa. Non in seguito alla sentenza di un tribunale, né con un accordo privato, ma esplicitamente come indennizzo per essere stato abusato da un sacerdote quando aveva nove anni.

    Brogi, pur avendo subito violenza in Italia da un prete di Roma, don Angelo Pio Loco Boscariol, non è stato risarcito dalla chiesa italiana ma da quella francese, che lo ha fatto rientrare – in via del tutto eccezionale – nel programma di ascolto e indennizzo delle vittime di abuso clericale dell’Inirr, l’Instance nationale de reconaissance et de réparation, una commissione istituita dai vescovi francesi in seguito alla pubblicazione del rapporto Ciase nell’ottrobre 2021. Secondo quanto riportato dalla Ciase, la Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa che ha agito su mandato dei vescovi francesi, sono 216mila i minori vittima di violenza da parte di preti o religiosi cattolici in Francia fra il 1950 e il 2020 (il numero sale a 330mila se si considerano anche i laici che lavorano nelle istituzioni della chiesa cattolica), mentre i sacerdoti pedofili sono circa tremila.

    La vicenda di Brogi, che oggi vive a Lione e ha la doppia nazionalità, non è certo lineare. Nel 2015 scrive alla parrocchia dei santi Aquila e Priscilla di Roma, raccontando quello che gli è successo fra quelle mura quando era chierichetto, ma il parroco don Santino Quaranta non gli risponde. «Allora mi sono rivolto agli scout, all’associazione parrocchiana dei genitori e anche al cardinale Angelo De Donatis, vicario di Roma, ma mi hanno ignorato», dice Brogi. Dal silenzio alla beffa: a Natale 2016 nel presepe della parrocchia compare una statuetta del prete pedofilo. «È stato come ricevere uno schiaffo in faccia», commenta Brogi a Domani. Per sollecitare una reazione della chiesa, decide di intentare una causa civile per avere un risarcimento: a quel punto il parroco reagisce dicendo che il sacerdote accusato è ormai morto e che la parrocchia è «totalmente estranea, in punto di fatto e in punto di diritto, alle vicende ascritte», terminando la lettera con una «paterna benedizione». Esasperato, Brogi prova a fare richiesta alla commissione francese ma il suo caso non viene ritenuto di competenza dell’Inirr perché l’abuso è avvenuto in Italia. Lui non si arrende e scrive al presidente Macron, minacciando di rivolgersi alla Corte europea dei diritti umani e perfino di incatenarsi all’arcidiocesi di Lione. L’arcivescovo Olivier de Germay si prende a cuore la sua storia e dopo poco tempo Brogi è infine convocato e risarcito dall’Inrr. «Hanno ritenuto che ci fosse una colpevolezza del prete – commenta Brogi – Non basta certo a ripagarmi della sofferenza patita in tutti questi anni, ma almeno qualcuno mi ha ascoltato».

    Se Parigi si è mossa, infatti, Roma è rimasta ancora una volta immobile. In fatto di risarcimenti alle vittime, la chiesa italiana per ora se l’è cavata perlopiù con accordi sottobanco di 25mila euro con la clausola di riservatezza (come abbiamo raccontato su Domani). La Cei, che non ha promosso un’inchiesta indipendente sugli abusi nella chiesa ma sta conducendo un’indagine interna limitata al lavoro dei Servizi diocesani per la tutela dei minori, ha espressamente evitato di parlare di risarcimenti alle vittime. Lo stesso presidente dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi, al momento del suo insediamento, nel maggio 2022, sul punto era stato vago e aveva soltanto detto che «nei centri diocesani si fa accompagnamento psicologico gratuito a chi lo richiede». Una linea, se così si può dire, confermata il 17 novembre 2022 in occasione della presentazione del primo report nazionale sugli abusi da monsignor Giuseppe Baturi: «come Conferenza episcopale non abbiamo articolato forme più precise di aiuto», aveva infatti dichiarato il segretario generale della Cei.

    D’altronde lo stesso Zuppi non ha mai nascosto le sue riserve sul lavoro svolto dalla Ciase, ritenuto poco affidabile perché basato non su dati certi ma su proiezioni statistiche. Diffidenza condivisa da papa Francesco, che due anni fa ha rinviato a data da destinarsi il previsto incontro con il presidente della Ciase, Jean-Marc Sauvé, e il 28 novembre scorso non ha voluto ricevere in udienza suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia, e Antoine Garapon, che accompagnavano un gruppo di vittime della congregazione Frères Saint-Gabriel. Garapon è il presidente della Crr, la Commission Reconnaissaince e Réparation, l’omologa per i religiosi di quello che l’Inirr è per i sacerdoti diocesani, e Margron, in quanto presidente dei religiosi di Francia, è colei che ha dato mandato alla Crr di occuparsi della “riparazione” degli abusi e del conseguente risarcimento. Il mancato incontro sembra confermare la freddezza che Francesco ha sempre riservato alla “via francese” che, con la sua trasparenza e radicalità di approccio ha evidenziato la dimensione sistemica delle violenze sessuali sui bambini nella Chiesa cattolica. Certo è che i vescovi italiani sembrano molto attenti a non addentrarsi nella spinosa questione dei soldi, perché fin troppo consapevoli di quello che accade in altri paesi quando le vittime cominciano a chiedere un risarcimento economico per quello che hanno subito.

    Appena oltralpe, la Chiesa francese sta cominciando a fare letteralmente i conti di quanto costano i preti pedofili. I numeri aggiornati a ottobre 2023 indicano che hanno interpellato la Crr 801 persone, di cui 313 hanno ricevuto un risarcimento, per una cifra totale che supera gli undici milioni; 1186 persone si sono invece rivolte all’Inirr (dati del marzo 2023), di cui 190 sono state risarcite con una cifra media di 37mila euro (il massimo è 60 mila euro):  le due commissioni hanno finora sborsato più di diciotto milioni di euro per soli 503 casi. I soldi  arrivano da un fondo di solidarietà, il fondo Selam, istituito dalla conferenza dei vescovi nel luglio 2021. Alla sua costituzione, questo fondo aveva all’attivo venti milioni, cinque dei quali erano destinati a risarcire le vittime di abuso, ma è stato subito evidente che sarebbero bastati appena per un acconto. «Non abbiamo certo denaro nascosto in cantina!», aveva detto il presidente della conferenza episcopale francese Éric de Moulins-Beaufort, lasciando intendere che per i risarcimenti ci si doveva affidare alle donazioni (dei vescovi certo, ma anche dei fedeli). Un’inchiesta di France 2, però, ha fatto i conti in tasca alla chiesa nazionale e ha verificato che la cifra messa a disposizione dei sopravvissuti non è che l’1% del suo patrimonio, stimato intorno agli otto miliardi: la sola diocesi di Lione ha 84,3 milioni di beni immobili e quella di Parigi arriva a 238,8 milioni di euro, con ben 737 immobili.

    Oltreoceano, il problema è ben chiaro da anni. Un’ondata di cause legali ha travolto la Chiesa cattolica negli Stati Uniti dopo che, nel 2019, è stata permessa una finestra di deroga di tre anni alla prescrizione per gli abusi sui minori. Per far fronte alle richieste di risarcimento, molte diocesi hanno fatto ricorso al Capitolo 11, una norma del diritto fallimentare che permette di stipulare una sorta di concordato preventivo, in cui viene garantita la liquidazione dei debiti con un risarcimento forfettario; l’azienda o l’istituzione rimangono però in funzione, «con i loro meccanismi di guadagno e i loro segreti legali nascosti», come precisa David Clohessy, ex direttore di Snap, la più grande rete di sostegno ai sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti degli Stati Uniti. Questo non significa che la Chiesa non abbia i mezzi per pagare: «nessuna diocesi è senza soldi – precisa Clohessy – i funzionari della Chiesa affermano di essere in rosso, ma in realtà ciò che temono davvero è il contenzioso con le vittime, e in particolare il dover affrontare domande difficili, sotto giuramento, su quanto sapevano e quanto poco hanno fatto per fermare i crimini sessuali commessi dai preti sui minori».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/una-vittima-di-abusi-sessuali-nella-chiesa-e-stata-risarcita-ma-non-e-merito-della-cei-l4m1mddf

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 16 del 23 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 16 del 23 dicembre

    • Alessio Di Florio – Risarcire le vittime si può, finalmente giustizia per una vittima dopo 50 anni, anche in Italia serve commissione d’inchiesta indipendente su abusi nella Chiesa

    Risarcimenti alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. È uno dei temi fondamentali che più, soprattutto in Italia, le gerarchie cercano di frenare, ostacolare, rimuovere. Sarebbe un atto di giustizia ma di fronte le denunce di abusi, al di là di proclami e poco altro, di giustizia dentro la Chiesa se ne vede ben poca. È tornato di stretta attualità in questi giorni, dopo 50 anni una vittima ha ricevuto giustizia ricevendo il sacrosanto (termine quanto mai adatto) risarcimento.

    «Sono la prima vittima italiana di crimini pedofili prescritti dalla legge, perché avvenivano quando avevo 9 anni e adesso ne ho 60, che è stata riconosciuta ufficialmente e simbolicamente rimborsata dalla chiesa cattolica, però non dalla CEI per fatti che avvenivano in Italia e il cui colpevole è un prete italiano ma dalla conferenza episcopale francese perché sono cittadino franco-italiano e vivo in Francia da 30 anni – la testimonianza di Piero Brogi, vittima di abusi da bambino in una parrocchia di Roma e oggi risarcito, per la prima volta nella storia, dalla Chiesa, ad AlaNews – Solo per questa circostanza ho potuto gioire di questa forma di giustizia che tutti gli altri italiani purtroppo non hanno».

    «Vorrei anche in Italia, come si fa in tutti i paesi civili, una commissione d’inchiesta indipendente che faccia luce su quanto accaduto negli ultimi decenni nella chiesa cattolica – ha dichiarato Brogi toccando un altro tema scomodo per le gerarchie cattoliche e su cui realtà indipendenti come Rete L’Abuso da tanti anni e il coordinamento ItalyChurchToo si battono –  I colpevoli meritano la galera e non di essere spostati in altre diocesi come fanno abitualmente».

    Alanews – ANSA


    • Francesco Zanardi – LA CHIESA CATTOLICA BELGA AVREBBE VENDUTO CIRCA 30 MILA BAMBINI ALL’INSAPUTA DELLE LORO MADRI

    La Chiesa cattolica avrebbe venduto circa 30mila bambini all’insaputa delle loro madri. È quanto rivelato dalla testata belga Het Laatste Nieuws, che parla eventi svoltisi in un arco temporale che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Ottanta.

    Durante il parto, alcune donne sono state sottoposte ad anestesia generale, mentre altre hanno dovuto indossare una maschera: tutti modi per impedire alle madri di vedere il proprio figlio, che veniva immediatamente separato dopo la nascita. Alcune donne sarebbero state addirittura sterilizzate. Altre sono state costrette a firmare un documento in cui rinunciavano al figlio o gli veniva detto che era nato morto. I bambini venivano poi venduti per ingenti somme – tra i 10.000 e i 30.000 franchi belgi (all’incirca tra i 250 e i 750 euro), a volte molto di più – a famiglie adottive.

    Nel 2015 la Conferenza episcopale si è scusata con le vittime di adozioni forzate in istituti cattolici presso il Parlamento fiammingo. In risposta alle recenti testimonianze, i vescovi hanno espresso la loro compassione per il dolore e il trauma delle vittime, nota il Brussels Times. La Chiesa chiede un’indagine indipendente sulle condizioni descritte dalle donne coinvolte.

    ANSA


    • Ludovica Eugenio – CITTA’ DEL VATICANO-ADISTA.

    Sembra stringersi il cerchio intorno all’ex gesuita Marko Ivan Rupnik, accusato di abusi sessuali da numerose donne, ma al momento non ancora sottoposto a processo dal Vaticano, nonostante papa Francesco, il 28 ottobre scorso, abbia deciso di derogare alla prescrizione per consentirne lo svolgimento. Il 15 dicembre scorso il Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società  di Vita Apostolica, presieduto dal card. João Braz De Aviz, ha annunciato formalmente in un comunicato la decisione di sciogliere la Comunità Loyola, co-fondata da Marko Rupnik insieme a Ivanka Hosta, dopo un commissariamento durato un anno e mezzo e una nuova visita apostolica annunciata appena qualche settimana fa, affidata a p. Amedeo Cencini  e a suor Marisa Adami. La motivazione: «Gravi problemi relativi all’esercizio dell’autorità e al modo di convivere». La notizia era stata diffusa già il 14 dicembre dal giornale digitale portoghese 7Margens.

    «la storia della comunità e la sua esperienza è emblematica  – ha affermato Fabrizia Raguso, ex religiosa della Comunità, docente all’Università Cattolica di Braga, in Portogallo, in un webinar del laboratorio Re-In-surrezione sulla Comunità Loyola – perché ancora dopo l’influenza di Rupnik ha continuato a vivere in un clima di abuso spirituale e psicologico costante da parte della superiora generale e fondatrice Ivanka Hosta e di tutte quelle religiose che più profondamente ne hanno assorbito e fatto propri i contenuti, i metodi e le finalità di quello che si considerava il carisma stesso della comunità. Questo è quanto sottolineato e verificato attualmente anche dal processo di commissariamento realizzato tra il 2020 e il 2022».

    «a causa del rifiuto da parte di Ivanka Hosta di recepire le indicazioni di riforma delle costituzioni e conseguentemente della struttura e del clima relazionale all’interno della comunità, il commissariamento è stato affidato al vescovo ausiliare della diocesi di Roma, mons. Libanori, che in quanto elemento esterno doveva permettere di dialogare con la comunità e dentro la comunità. Ne è seguito un decreto disciplinare del 21 giugno scorso, con l’emissione di un “rimprovero formale” a suor Ivanka Hosta, per il suo comportamento all’interno della Comunità di Loyola “nell’esercitare uno stile di governo lesivo della dignità e dei diritti di ciascuno delle suore che ne fanno parte”.

    Ora, il decreto finale di scioglimento, tardivo, secondo Raguso, che dovrà essere attuato entro un anno; che sarà delle vittime adesso? E che sarà delle religiose che hanno abbandonato la comunità in passato per quegli stessi abusi?

    «Questi ultimi tre anni sono stati molto estenuanti, sia per le sorelle che si sono confrontate con la realtà della Comunità, sia per quelle che l’avevano lasciata diversi anni fa, senza alcun sostegno, né psicologico, né spirituale, né materiale», ha commentato con 7Margens Fabrizia Raguso, benché la decisione sia «un atto di verità, necessario anche per evitare che gli abusi continuino, coinvolgendo altre giovani donne sempre più fragili e impreparate». Ora si spera che arrivi anche la giustizia: «Nessuno potrà restituirci le nostre vite distrutte, ma speriamo che tutte le suore, anche quelle che hanno lasciato la comunità da tempo, possano essere equamente risarcite», ha aggiunto. E che «questo esito non ostacoli il corso del processo contro Marko Rupnik».

    ADISTA


    • Federica Tourn – Sviezzera, aumentano le denunce

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC.

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto prima di tutto essere ascoltate e soprattutto credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato.

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    Fonte cath.ch

  • Preti pedofili, Piero: “Prima vittima italiana ad avere giustizia dalla Chiesa dopo 50 anni”

    Preti pedofili, Piero: “Prima vittima italiana ad avere giustizia dalla Chiesa dopo 50 anni”

    (Roma). “Sono la prima vittima italiana di crimini pedofili prescritti dalla legge, perché avvenivano quando avevo 9 anni e adesso ne ho 60, che è stata riconosciuta ufficialmente e simbolicamente rimborsata dalla chiesa cattolica, però non dalla CEI per fatti che avvenivano in Italia e il cui colpevole è un prete italiano ma dalla conferenza episcopale francese perché sono cittadino franco-italiano e vivo in Francia da 30 anni.

    Solo per questa circostanza ho potuto gioire di questa forma di giustizia che tutti gli altri italiani purtroppo non hanno.

    Vorrei anche in Italia, come si fa in tutti i paesi civili, una commissione d’inchiesta indipendente che faccia luce su quanto accaduto negli ultimi decenni nella chiesa cattolica.

    I colpevoli meritano la galera e non di essere spostati in altre diocesi come fanno abitualmente”.

    Queste le parole di Piero Brogi, vittima di abusi da bambino in una parrocchia di Roma e oggi risarcito, per la prima volta nella storia, dalla Chiesa. (Fabrizio Rostelli/alanews)

    https://www.alanews.it/cronaca/preti-pedofili-piero-prima-vittima-italiana-ad-avere-giustizia-dalla-chiesa-dopo-50-anni/

     

  • PEGNO SUI CULTI – La Francia progetta un giro di vite sulle sette dopo che la “comunità spirituale” è coinvolta nel caso Alex Batty

    PEGNO SUI CULTI – La Francia progetta un giro di vite sulle sette dopo che la “comunità spirituale” è coinvolta nel caso Alex Batty

    Il governo del presidente Emmanuel Macron ha proposto una legislazione per combattere la “deviazione settaria”.

    Ciò include l’introduzione di un nuovo reato di esercizio del “controllo psicologico”, che comporta una pena massima di tre anni di reclusione.

    La Missione interministeriale per la vigilanza e la lotta contro la deviazione settaria – un’agenzia governativa francese dedicata al monitoraggio dei movimenti settari – ha affermato di avere 4.020 segnalazioni di tali comunità che operano nel paese nel 2021.

    Si tratta di un aumento del 33% rispetto al 2020 e dell’86% in più rispetto al 2015.

    Sabrina Agresti-Roubache, ministro francese per la cittadinanza e lo sviluppo urbano, ritiene che questi numeri siano dovuti alla crescita delle comunità che promettono assistenza sanitaria alternativa e sviluppo personale.

    Ha detto al Times: “C’è stata una moltitudine di gruppi nei settori della salute, dell’alimentazione e del benessere, ma anche dello sviluppo personale, del coaching e della formazione”.

    Si ritiene che i blocchi del Covid abbiano contribuito al passaggio a terapie alternative, con i leader delle sette che sfruttano l’isolamento delle persone e mettono in discussione la scienza e la credibilità delle autorità sanitarie.

    Le nuove proposte renderanno anche il fatto di mettere in pericolo la vita incoraggiando qualcuno a evitare l’assistenza sanitaria – come ad esempio abbandonare le cure contro il cancro – un reato, che comporta una pena massima di un anno di prigione.

    https://www.thesun.ie/news/11868844/france-cult-crackdown-alex-batty-case/

  • LETTERA APERTA / COMUNICATO STAMPA – Noi siamo Chiesa

    LETTERA APERTA / COMUNICATO STAMPA – Noi siamo Chiesa

    A Sua Eminenza Cardinale

    Matteo Maria Zuppi

    Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

    Ai Rev.mi membri tutti della C.E.I.

    Affrontare il tema degli abusi sui minori e le persone vulnerabili è dirimente per poter parlare degnamente di sinodalità e riforma della Chiesa.

    Prima di “PROTEGGERE, PREVENIRE, FORMARE” è necessario ricercare VERITA’, FARE GIUSTIZIA, ASSICURARE RISARCIMENTI MORALI ED ECONOMICI alle vittime/sopravvissuti.

    Chiediamo di passare dalle parole ai fatti

    I dati rassegnati con la Vostra “ SECONDA RILEVAZIONE” ci appaiono contrastanti e insufficienti per approccio, consistenza ed effettivi contenuti, peraltro privi di riscontri esterni alla realtà ecclesiale.

    Cosa significa “ …chiunque denuncia anche a distanza di anni viene ascoltato, e comunque noi facciamo un procedimento interno. E’ difficile che oggi un vescovo insabbi. Semmai il rischio è quasi il contrario: che per prudenza si avviino procedimenti giuridici anche soltanto per verificare i fatti.”

    Il sistema giudiziario del nostro Paese non è degno di fare verità e rendere giustizia alle numerosissime vittime nascoste e sofferenti ?

    In merito ai vescovi insabbiatori, abbiamo dettagliata conoscenza di casi esistenti che contraddicono tale affermazione.

    Ancora una volta, come parte del Coordinamento ITALYCHURCHTOO contro gli abusi nella Chiesa Cattolica,

    CHIEDIAMO

    LA COSTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE INDIPENDENTE ED ESTERNA

    TOTALE MESSA A DISPOSIZIONE DEGLI ARCHIVI DIOCESANI E DI OGNI ISTITUZIONE DELLA CHIESA E DEGLI ISTITUTI RELIGIOSI

     INDIVIDUAZIONE ED ALLONTANMENTO IMMEDIATO DI CHI HA OMESSO E COPERTO

    DENUNCIA ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA DEI PRESUNTI COLPEVOLI

    Ci pare evidente che nel modo in cui si sta procedendo non si va da alcuna parte.

    Improponibile fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.

    Quale credibilità potrà avere la Chiesa italiana se non pone in essere misure coraggiose al pari di quanto già deciso e posto in essere da altre conferenze episcopali in Europa (tra queste in Germania, Francia, Spagna,Portogallo, Svizzera, Irlanda)

    L’ ASSEMBLEA NAZIONALE DI “NOI SIAMO CHIESA”

    Sezione italiana del movimento internazionale We are Church per la riforma della Chiesa Cattolica.

    Milano, 2 dicembre 2023 Lettera aperta Comunicato Stampa

  • Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera, come comunica in queste ore cath.ch, sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC. A sua volta Brigitte Ansermet, segretaria e amministratrice del CECAR, sottolinea che dal 13 settembre le domande sono fortemente aumentate. I comitati preposti all’ascolto e all’accoglienza delle vittime si sono così dovuti suddividere, per essere più operativi.

    Ma al di là delle cifre, si gioca un elemento altrettanto importante, che è quello del coraggio di uomini e donne di osare a parlare davanti a delle istanze ufficiali dopo decenni di silenzio. «Le vittime di abusi sessuali non parlano mai dall’oggi al domani», spiega Aeby. Spesso la chiamata che fanno o l’email che mandano è frutto di un lungo cammino. Magari sono stati consigliati da qualcuno che è loro vicino, precisa la vice presidente del SAPEC, «e non potete nemmeno immaginare l’energia che ci voglia per un passo simile!».

    «Delle volte può convincere una persona a parlare anche un caso citato nei media». Subito dopo i casi emersi all’abbazia di S. Maurice, si sono ad esempio annunciate tre persone al SAPEC, ma solo una era legata direttamente all’abbazia, indica Aeby. Ugualmente dopo la pubblicazione, in Francia, del rapporto sugli abusi nella Chiesa francese, due persone si sono annunciate presso la Commissione per gli abusi sessuali in contesto ecclesiale (CASCE) della diocesi di Losanna, Ginevra e Friborgo, come indica la collaboratrice Rita Menoud.

    Segnalazioni via email

    Ogni caso è però unico e ognuno si annuncia a suo modo. Il CASCE ad esempio riceve la maggior parte delle segnalazioni per email, più raramente per posta o per telefono. «Può trattarsi di una email contenente alcuni dettagli, senza che però il nome dell’autore dei fatti sia menzionato. È un modo per le persone per raccontare ciò che hanno vissuto», sottolinea Rita Menoud, che aggiunge che alcune delle vittime indicano anche di non voler essere ricontattate. «In ogni caso diamo conferma di ricezione e rispondiamo indicando le strutture alle quali indirizzarsi se la vittima desidera essere presa in carico da un’istanza indipendente, il SAPEC, il CECAR o i centri LAVI (Legge d’aiuto alle vittime di infrazione)».

    Rita Menoud aggiunge che «spesso le vittime non hanno conoscenza delle organizzazioni preposte alla raccolta delle loro testimonianze, né dei risarcimenti che possono ottenere, né dei passi che potrebbero compiere». Aeby a sua volta accoglie soprattutto le vittime e le orienta. «Se vogliono testimoniare e raccontare cosa è successo loro in vista di un riconoscimento ufficiale dei fatti presso la Chiesa o di un risarcimento, le indirizzo verso il CECAR o i centri LAVI, allo scopo che non debbano continuamente ripetere le loro storie. Ripetere di continuo ciò che hanno subito è molto doloroso».

    Essere ascoltati e capiti

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto che prima di tutto siano ascoltate e soprattutto che siano credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato. «Tanto la figura di un prete era allora sacra…», commenta Brigitte Ansermet della CECAR.

    I contatti sono dunque fragili, certe vittime parlano per la prima volta, «ma bisogna anche avere il coraggio di porre loro delle domande precise per ottenere quei dettagli che possono rilevarsi importanti per il futuro e per stabilire lo stato emozionale della vittima. Così come è importante dimostrare loro del rispetto», precisa Rita Menoud, che ha anche lavorato presso la polizia giudiziaria di Friborgo. «Può anche accadere che anche anni dopo le vittime siano ancora in contatto con il loro aggressore, alcune dimostrandogli anche ossequio».

    La necessità di comprendere

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    La trasmissione dei dati a Zurigo

    Il SAPEC trasmette sistematicamente i casi all’équipe di ricerca dell’Università di Zurigo. Il CASCE mette invece a disposizione i casi degli storici che volessero approfondirli consultando i loro archivi per proseguire nella ricerca. Quanto ad eventuali casi di calunnia, Aeby cita un solo caso in 14 anni di attività: «La persona non voleva essere identificata, ha donato un indirizzo di posta elettronica di fantasia ed era molto virulenta nell’accusa, molto di più dei casi di cui sentiamo raccontare di solito». Presso il CECAR questo accade ancora più di rado: «Entriamo in materia solo su dei casi prescritti. Le persone devono inoltre identificarsi e le riceviamo personalmente per sapere se vogliono ricevere un risarcimento», sottolinea Ansermet. «Ascoltarle è a volte difficile, ma sapere che ciò contribuisce ad aiutarle, mi aiuta a tenere la giusta prospettiva».

    cath.ch/adattamento red

    https://www.catt.ch/newsi/svizzera-romanda-sono-91-le-vittime-di-abusi-in-ambito-ecclesiale-annunciatesi-dopo-il-12-settembre/

  • L’elenco dei preti denunciati per pedofilia e abusi sessuali in Colombia

    L’elenco dei preti denunciati per pedofilia e abusi sessuali in Colombia

    Juan Pablo Barrientos (a destra) e Miguel Ángel Estupiñán, giornalisti autori dell’inchiesta. A destra, la copertina del libro che pubblicano.

    Foto: per gentile concessione di Daniel Reina

    Il fascicolo segreto È il terzo libro sugli abusi sessuali del clero scritto in Colombia negli ultimi quattro anni. Se ne potrebbero scrivere ancora decine e non finiremmo mai di raccontare come migliaia di ragazzi, ragazze e adolescenti abbiano subito abusi sessuali da parte di preti e vescovi. Ma non solo minorenni, ma anche uomini e donne incapaci di resistere sono stati violentati sessualmente da sedicenti rappresentanti di Cristo sulla terra. Alcune denunce furono registrate in un dossier tanto segreto quanto aberrante.

    Il libro è il frutto di sette anni di ricerca, il cui primo momento di diffusione è stata la pubblicazione, il 21 marzo 2018, dello speciale radiofonico dal titolo “Lasciate che i bambini vengano a me”, su W Radio, che denunciava l’esistenza di una rete di preti pedofili e molestatori sessuali nell’arcidiocesi di Medellín. La ricerca che pubblichiamo in questo libro conferma che questa rete si è diffusa in tutto il Paese con l’insabbiamento di vescovi, superiori di comunità religiose e perfino del Vaticano.

    Siamo arrivati ​​a questa conclusione grazie ai giudici della repubblica che hanno costretto alcuni vescovi del Paese a consegnare il dossier segreto. Il 10 gennaio 2023, alle 8:32 del mattino, tutti i vescovi della Colombia hanno ricevuto un diritto di petizione con quattro punti che indagavano sulla carriera dei sacerdoti e sulle possibili denunce contro di loro per abusi sessuali. Il giornalista Miguel Ángel Estupiñán Medina, coautore di questo libro, si è unito a questa indagine nel 2022. Insieme abbiamo inviato centotrentasette petizioni sui diritti ai vescovi e ai superiori delle comunità religiose della Chiesa cattolica in Colombia. Ma centoventi di loro hanno deciso di ignorare, all’unisono, la giurisprudenza emessa dalla Corte Costituzionale in due sentenze del 2020 e del 2022 che li obbliga a fornire l’informazione. Diversi religiosi sono stati assistiti da Marcel Fernando Tangarife Torres, avvocato dell’arcivescovo di Medellín, denunciato per frode procedurale insieme al vescovo militare Víctor Manuel Ochoa, in una causa che chiede il risarcimento di due vittime di un prete pedofilo.

    Visto il rifiuto dei gerarchi anziani, abbiamo depositato centoventi tutele pretendendo le dovute risposte: settantacinque tutele sono state risolte a nostro favore e quarantacinque contro. Per garantire l’obiettività e la trasparenza di questa indagine giornalistica, cerchiamo l’accesso alle informazioni semi-private che risiedono negli archivi segreti delle istituzioni religiose del Paese. Questi dati sono necessari per rispondere a quattro domande:

    1) quanti sacerdoti sono stati denunciati alle autorità clericali per delitti contro la formazione, l’integrità e la libertà sessuale di ragazzi, ragazze e adolescenti.

    2) Come ha reagito alle denunce la gerarchia locale della Chiesa cattolica.

    3) In che misura queste denunce sono state portate all’attenzione della Procura per evitare l’impunità.

    4) Quali misure sono state adottate contro i religiosi denunciati, al loro interno, per proteggere i bambini e gli adolescenti.

    Nel 2020, la sentenza T-091 della Corte Costituzionale ha risolto due casi molto simili a quelli sollevati nelle centoventi tutele che abbiamo presentato nel 2023 e ha protetto i diritti di petizione e di accesso alle informazioni. A causa di questa decisione, l’arcidiocesi di Medellín ha dovuto fornire i dati di centocinque sacerdoti. Nel 2021, abbiamo inviato un nuovo diritto di petizione della stessa natura all’Arcivescovo Ricardo Tobón Restrepo, dell’Arcidiocesi di Medellín, chiedendo informazioni su novecentoquindici chierici di cui non gli era mai stato chiesto.

    Nonostante il precedente costituzionale, l’arcidiocesi si è rifiutata di fornire l’informazione, quindi abbiamo presentato una nuova tutela contro mons. Tobón. Il giudice Muriel Massa Acosta costrinse l’Arcidiocesi a consegnare le informazioni, ma, in secondo grado, la Sezione Civile della Corte Superiore di Medellín, su presentazione del giudice Julián Valencia Castaño, revocò tale sentenza e negò l’accesso all’archivio segreto di l’Arcidiocesi di Medellin.

    L’errata decisione del giudice Valencia Castaño, ignorando un precedente costituzionale per proteggere l’arcivescovo di Medellín, ha attirato l’attenzione della Corte costituzionale e, nel gennaio 2022, il giudice Jorge Enrique Ibáñez Najar ha insistito sulla scelta della tutela contro l’arcidiocesi di Medellín. La Camera Plenaria ha accolto la sua richiesta all’unanimità ed ha emesso la Sentenza SU-191 del 2022, riaffermando l’obbligo di Mons. Tobón di rispondere ai diritti della petizione così come le ha ricevute.

    I vescovi e i superiori delle comunità religiose, seguendo l’esempio di Tobón, hanno distorto le due sentenze della Corte Costituzionale per continuare a rifiutarsi di fornire tutte le informazioni che chiediamo loro. Solo 19 su 137 vescovi e superiori di comunità religiose (13%) hanno fornito informazioni su tutti i sacerdoti nella loro giurisdizione; Cioè hanno risposto alle quattro domande e ai 22 letterali del nostro diritto di petizione. Quarantacinque leader hanno mentito nelle risposte incomplete che hanno fornito e, nel processo, hanno commesso il reato di falsità ideologica in un documento privato.

    Su 569 sacerdoti denunciati per pedofilia e abusi sessuali, 155 esercitano attualmente il sacerdozio. Trecentoquarantaquattro denunce sono state inviate alle autorità civili, ma la stragrande maggioranza dalle vittime stesse; Quaranta delle persone segnalate da vescovi e superiori di comunità religiose sono state portate all’attenzione della Procura solo dopo aver ricevuto il diritto di ricorso per questa inchiesta giornalistica. Secondo le informazioni in nostro possesso, ci sono state solo cinquantuno condanne penali in Colombia e nove all’estero. Sedici sacerdoti sono stati assolti da giudici della repubblica o di altri paesi. Il 94% dei reclami risale agli ultimi 20 anni; Il 96%, per fatti denunciati che hanno coinvolto minori e almeno 552 sacerdoti.

    Dall’alto verso il basso, l’insabbiamento e la protezione dei preti pedofili sono stati il ​​denominatore comune. Il cardinale Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Bogotá, come la maggior parte dei vescovi del Paese, ha incaricato uno studio legale molto costoso di intervenire nelle tutele che abbiamo depositato e si rifiuta di ottemperare a quanto ordinato dalle sentenze T-091 del 2020 e SU – 191 del 2022. La cosa non sarebbe così grave se non fosse il presidente della Conferenza episcopale e primate della Colombia, il vescovo più importante del Paese, chiamato a dare un esempio di pulizia e trasparenza. Al contrario, in una prima risposta a un diritto di petizione nel 2022, Rueda ha assicurato che, in tutta la storia dell’arcidiocesi, solo sei sacerdoti erano stati denunciati per violenza sessuale su minori nella capitale del Paese. Rispetto ad altre città (Medellín: 70, Villavicencio: 50, Manizales: 24, Armenia: 12, Rionegro: 21), questa cifra è chiaramente una bugia. E sì, lo è, perché in risposta ad un altro diritto di petizione inviato da Miguel Estupiñán nel 2023, il cardinale Rueda si rifiutò di rispondere alle quattro domande e alle undici letterali, e in cambio fornì i nomi di nove sacerdoti denunciati e una scatola con centocinquantasei copie di una rivista istituzionale che non rispondono a tutte le domande che ci poniamo sul diritto di petizione, dando libero sfogo a leggi tipiche di chi insabbia crimini gravi come quelli contro i bambini.

    Testimonianze e documenti dimostrano che, fornendo informazioni incomplete, vescovi e superiori di comunità religiose intendono nascondere la gravità del fenomeno degli abusi sessuali da parte del clero in Colombia, che sono riusciti a coprire non inoltrando, ove opportuno, le denunce alla Procura Ufficio. Il cardinale Rueda, per citarne solo uno, ha insabbiato, nella sua carriera episcopale, almeno dieci sacerdoti denunciati per abusi sessuali. Con il permesso di vescovi, cardinali e papi, la stessa cosa è avvenuta nel resto del mondo. Tra il 1950 e il 2020, in Portogallo, 4.815 ragazzi e ragazze hanno subito abusi sessuali da parte di membri della Chiesa cattolica. Nello stesso periodo in Francia ci furono 216.000 denunce contro preti, 200.000 in Spagna. E molto recentemente è stato scoperto il diario di un prete gesuita spagnolo pedofilo che ha violentato più di 85 bambini in Bolivia e ha lasciato l’orrore catturato in diversi quaderni come se fossero storie per bambini.

    Ad oggi, la Corte Costituzionale ha selezionato per la revisione quarantotto tutele delle centoventi che abbiamo depositato contro vescovi e superiori di comunità religiose. La negligenza degli alti gerarchi sembra essere una buona notizia in mezzo a tutto, poiché la Corte emetterà una terza sentenza, speriamo, questa volta non solo contro l’arcivescovo di Medellín, ma contro tutti gli alti gerarchi colombiani, con la quale potrebbe costringere a consegnare il dossier segreto una volta per tutte. La decisione è nelle mani dei giudici Jorge Enrique Ibáñez Najar, Alejandro Linares Cantillo e Antonio José Lizarazo Ocampo. Dipenderà da loro se i progressi in termini di accesso all’informazione saranno tali che i giornalisti, e la società in generale, possano conoscere i file etichettati come segreti e che sono di interesse generale.

    Il libro si compone di due parti e di un allegato: dodici racconti, l’archivio segreto della Chiesa cattolica della Colombia e un’intervista rivelatrice a un sacerdote che ha detto in pubblico ciò che i presuli dicono – e credono – in privato. In Il fascicolo segreto non ci sono dati incompleti o mancanti. Questi sono i dati che abbiamo grazie, principalmente, a due fonti: i vescovi e i superiori delle comunità religiose, obbligati dai giudici della repubblica a rispondere ai nostri diritti di petizione, e le storie dei sopravvissuti.

    L’indagine sull’archivio segreto non si esaurisce con il libro; Continueremo ad ascoltare le vittime e a raccogliere dati. Confidiamo che la Corte Costituzionale riaffermi e garantisca il diritto fondamentale di petizione e di accesso alle informazioni che ci permettono di accedere all’archivio segreto dell’87% dei vescovi e dei superiori delle comunità religiose che non hanno fornito tutte le informazioni da noi richieste. Dopo tale pubblicazione, il dossier segreto continuerà ad essere aggiornato sul portale giornalistico casamacondo.co.