Papa Leone XIV conferma la sua linea dura contro gli abusi. Congeda dunque mons. Antonio Santarsiero Rosa, vescovo di Huacho, in Perú. Il prelato ha 75 anni, l’età in cui i vescovi vanno in pensione. Ma Santarsiero è accusato di abusi e aveva chiesto già ad aprile di rinunciare al suo ruolo di segretario generale della Conferenza episcopale peruviana per potere «fare chiarezza sulla verità».
All’epoca, alcuni organi di stampa, come il sito web “InfoVaticana“, avevano riportato una denuncia contro di lui per presunti abusi sessuali e maltrattamenti psicologici avvenuti nel seminario di questa città costiera, vicino a Lima. Monsignor Santarsiero ha sempre negato le accuse.
La decisione del Papa
Nell’attesa che venga fatta piena chiarezza, il Papa lo ha allontanato dal governo della diocesi e al momento non ha nominato un nuovo vescovo. Per Prevost la lotta agli abusi è una priorità, in scia alla linea intrapresa da Papa Francesco e ancora prima da Benedetto XVI. Tra le decisioni prese, per esempio, quella nei confronti del vescovo di Cadice, Spagna, mons. Rafael Zornoza Boy, che era al centro, in Spagna, di una bufera per accuse di abusi sessuali.
Papa Leone ha anche intrapreso un dialogo con le vittime, a partire dalla rete americana Eca (Endin Clergy Abuse) che, dopo l’incontro con il Pontefice lo scorso ottobre, ed era la prima volta che la combattiva associazione varcava la soglia del Vaticano, ha avviato un dialogo anche con la Commissione vaticana per la tutela dei minori.
In attesa del viaggio in Francia, a fine settembre, nel corso del quale Papa Leone XIV «certamente», come detto dai vescovi francesi a La Croix, incontrerà un gruppo di vittime di abusi, restano comunque forti le parole pronunciate nell’ultimo viaggio, quello in Spagna a giugno, nel corso del quale il Pontefice ha incontrato alcune persone che ancora portano le ferite a causa di abusi subiti da parte di membri del clero. Parlando successivamente con i vescovi spagnoli, Leone XIV aveva detto: «Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione».
In Europa si sta replicando quanto è già accaduto a partire dal 2000 negli Stati Uniti, dove abbiamo visto fallire a decine intere diocesi costrette dai tribunali a risarcire le vittime sopravvissute agli abusi sessuali del clero.
Se pure al momento in Europa (Italia a parte) i danni economici sono meno gravi di quelli che la Chiesa ha subito negli Stati Uniti, al momento la Francia, la Spagna, il Portogallo, la Svizzera, il Belgio, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Germania, l’Irlanda hanno iniziato ad avviare risarcimenti economici alle vittime.
L’Italia detiene il 43% dei sacerdoti di tutta Europa, il 12,7% nel mondo (dato dell’Osservatorio permanente a cura di Mark Vincent Healy) e il danno economico nella sola Italia è consistente quasi quanto quello che la Chiesa ha subito in Europa. Se pure le cifre dei risarcimenti dati in Europa siano irrisorie confronto a quelle costrette dai tribunali in USA, parliamo di una media di 60.000€ a vittima, Italia esclusa una bella cifra in totale.
Per fare un esempio, l’Italia che oggi conta di fatto un totale di casi censiti dall’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO (28 giugno 2026) pari a 1.178 casi (ovvero il 3,80% escluso l’indotto laico) con un numero di vittime censito pari a 4.761 vittime sopravvissute. In soldoni varrebbe a dire risarcimenti per un totale solo in Italia pari a 285.660.000 di euro. Una cifra di certo non indifferente, calcolando che il dato del nostro osservatorio è in grave difetto rispetto a quello che produrrebbe una commissione governativa indipendente. Oggi l’Italia è un’autentica bomba pronta ad esplodere dentro la Chiesa.
Le norme riviste copriranno un maggior numero di reati, prevederanno pene più severe e garantiranno un’azione penale più efficace, anche attraverso l’allungamento dei termini di prescrizione.
Un “Grosso guaio in Vaticano”, il quale da un po’ di tempo tuttavia ha già messo le mani avanti, cosciente che le connivenze col governo italiano non avrebbero potuto fare più di tanto di fronte alla direttiva UE, quindi l’unica soluzione è quella di intervenire dentro le istituzioni dello Stato, per ritardare e penalizzare più possibile la ratifica della norma UE.
Esattamente come accadde alla ratifica della Carta di Lanzarote che, grazie alle “distrazioni” del legislatore, in Italia è praticamente inutile. In quel caso riuscirono, a differenza del resto d’Europa, a sollevare dall’esibizione del cosiddetto certificato anti pedofilia l’intera categoria del volontariato, a cui guarda caso la Chiesa appartiene.
Ma questo non è il solo handicap: il certificato anti pedofilia per funzionare necessita che l’obbligo di denuncia sia applicato a tutti i cittadini. Cosa che invece in Italia è limitato solo ai pubblici ufficiali, penalizzando così questa norma che in realtà sarebbe molto efficace in quanto vieta a chi già pregiudicato per reati sessuali di poter tornare a lavorare con i minori.
La storpiatura concessa invece dal legislatore non solo permette che i sacerdoti pregiudicati per reati sessuali, scontata la condanna, tornino a contatto con i minori, ma fa sì che in Italia, non solo la Chiesa ma l’intera categoria del volontariato diventi rifugio sicuro per i pedofili.
Un grosso rischio in Italia in quanto la nuova norma che UE si appresta a inserire, si muove ed ha efficacia qualora le precedenti norme siano state correttamente ratificate. Nel caso italiano è disastrosa, vediamo perché.
I punti che l’Italia si appresta a valutare sono i seguenti.
“Un canale sicuro e indipendente attraverso il quale i bambini, compresi quelli con disabilità, possano denunciare gli abusi subiti proprio all’interno delle istituzioni deputate a proteggerli.”
In assenza di un obbligo generalizzato di denuncia per tutti i cittadini, e quindi della possibilità che siano gli adulti a segnalare gli abusi subiti dai minori, questo obiettivo incontra un ostacolo insormontabile. Un bambino, infatti, spesso non è nelle condizioni di comprendere pienamente l’abuso subito, né tantomeno di denunciarlo autonomamente.
Il fatto che oggi il Governo italiano continui a consentire alla Chiesa di gestire internamente i casi di abuso che si verificano al proprio interno equivale, in sostanza, ad affidare il controllo al soggetto stesso che dovrebbe essere sottoposto a verifica: è come mettere Dracula all’Avis.
“Standard nazionali di supervisione, affinché una persona o un luogo già condannati non possano continuare ad accogliere bambini.”
Anche questo obiettivo risulta compromesso dalla mancanza di un obbligo di denuncia. Se i reati non vengono denunciati, il responsabile difficilmente sarà processato e condannato; di conseguenza, non entrerà nei registri previsti dalla normativa a tutela dei minori. Ne deriva che il sistema di controllo risulta, nella maggior parte dei casi, inapplicabile.
“Un meccanismo nazionale per riconoscere e risarcire le vittime del passato, indipendentemente dai limiti temporali previsti dalla legge, come hanno già fatto Svizzera, Spagna e Francia.”
Vale la medesima considerazione. Senza una denuncia, un procedimento giudiziario e una sentenza definitiva di condanna, sarà estremamente difficile per una vittima vedere riconosciuto e dimostrare il proprio status di sopravvissuto agli abusi, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul piano del riconoscimento e dell’eventuale riparazione.
“Un’inchiesta nazionale per dare finalmente al Paese la verità che ancora manca: quanti bambini vengono abusati all’interno delle sue istituzioni.”
Questo è, probabilmente, il punto più preoccupante, perché rischia di vanificare quanto già realizzato in molti Paesi europei attraverso commissioni d’inchiesta realmente indipendenti.
Un’inchiesta nazionale affidata a uno Stato che, fino ad oggi, ha mostrato una sostanziale connivenza con il clero difficilmente potrebbe essere considerata indipendente. Al contrario, rischierebbe di cancellare, con un solo atto, il passato e le responsabilità non soltanto della Chiesa, ma anche dello Stato italiano.
L’Italia è infatti l’unico Paese europeo che, nonostante i ripetuti richiami degli organismi sovranazionali per la violazione di convenzioni internazionali, come la Convenzione di Lanzarote e la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, continua a non adottare interventi adeguati. Già nel 2019 le Nazioni Unite avevano evidenziato le gravi carenze del sistema italiano; nel marzo scorso l’ONU è tornata a richiamare il Governo italiano, chiedendo nuovamente conto del mancato rispetto degli obblighi assunti in materia di tutela dei minori.
(21) Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana.Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:
(a)Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;
(b)Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;
(c)Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;
(d)Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;
(e)Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;
(f)Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;
(g)Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;
(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.
Ad oggi nulla di quanto raccomandava l’ONU già nel 2019 è stato attuato dal Governo italiano.
La Rete L’ABUSO ha scoperto quanto sta attualmente accadendo proprio all’interno del governo, grazie a personaggi facoltosi che tuttavia millantano crediti che non hanno e che verosimilmente si stanno muovendo nelle retrovie vaticane che li ha “assunti”.
L’Assemblea Nazionale francese ha approvato lunedì all’unanimità la proposta di legge volta a rafforzare la protezione dei minori contro la violenza in ambito scolastico ed extrascolastico. Tuttavia, il testo definitivo ha escluso due delle misure che avevano suscitato maggiore preoccupazione nella Chiesa cattolica: la soppressione del segreto della confessione e il rafforzamento dei controlli sull’insegnamento cattolico paritario.
Il Parlamento elimina la disposizione sul segreto della confessione
La proposta originaria prevedeva l’obbligo per i ministri di culto di denunciare i casi di violenza contro minori conosciuti nell’esercizio delle loro funzioni, anche quando tali informazioni fossero state ottenute durante una confessione sacramentale.
Il testo specificava espressamente che nessun “segreto della confessione” avrebbe potuto opporsi a tale obbligo di denuncia, una disposizione che è stata duramente criticata dalla Chiesa e messa in discussione da vari esperti di diritto.
Alla fine, i deputati hanno scelto di ritirare questa misura prima dell’approvazione definitiva della legge. In tal modo, il segreto della confessione mantiene la protezione giuridica che gli riconosce attualmente l’ordinamento francese all’interno del regime generale del segreto professionale.
Diversi giuristi avevano avvertito che la proposta sollevava interrogativi sulla libertà religiosa e sul rapporto tra lo Stato e le confessioni religiose. Avevano inoltre ricordato che la legislazione francese prevede già meccanismi per perseguire gli abusi senza modificare il regime giuridico del sigillo sacramentale.
Sollievo nella Chiesa francese
Il vescovo di Nanterre, mons. Matthieu Rougé, delegato della Conferenza Episcopale Francese per l’insegnamento cattolico, ha espresso pubblicamente la sua soddisfazione per l’esito del dibattito parlamentare.
In dichiarazioni a France Info, il prelato si è detto “molto felice” per l’approvazione unanime di una legge incentrata su quelli che ha definito i “veri obiettivi”: la protezione dei minori e la lotta contro la violenza negli istituti scolastici.
Riguardo al segreto della confessione, Rougé ha ritenuto che la questione fosse stata inserita nel dibattito in modo “un po’ parassitario” e ha difeso l’importanza del sigillo sacramentale all’interno della tradizione cattolica.
“Il mantenimento del segreto della confessione può essere un mezzo di liberazione della parola”, ha affermato il vescovo, che ha spiegato come un sacerdote possa incoraggiare una vittima a denunciare i fatti per altre vie senza violare la riservatezza propria del sacramento.
Scompaiono anche le misure che preoccupavano l’insegnamento cattolico
Un’altra delle disposizioni infine ritirate era quella che prevedeva la modifica del regime di rinnovo dei contratti di associazione tra lo Stato e i centri privati paritari.
La misura aveva suscitato preoccupazione tra i responsabili dell’insegnamento cattolico, che vi vedevano un possibile aumento della tutela statale su questi istituti.
Rougé ha definito “un sollievo” anche il ritiro di questa disposizione e ha difeso l’importanza della cosiddetta Legge Debré, che da decenni regola il rapporto tra lo Stato francese e l’insegnamento privato paritario.
Un dibattito che veniva da lontano
La polemica sul segreto della confessione non è nata con questa legge. La questione era già emersa nelle raccomandazioni formulate dalla commissione parlamentare che ha indagato sullo scandalo di Bétharram ed era presente anche in alcune delle proposte avanzate anni fa dalla Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa (CIASE).
La Conferenza Episcopale Francese aveva avvertito la settimana scorsa che alcune disposizioni del progetto potevano incidere su libertà fondamentali come la libertà di coscienza, la libertà di culto, la libertà di insegnamento e il segreto professionale dei ministri di culto.
L’approvazione finale del testo senza le misure più controverse ha permesso, tuttavia, un ampio consenso politico. I 187 deputati presenti alla votazione hanno sostenuto all’unanimità una legge incentrata sul rafforzamento dei meccanismi di protezione dei minori nelle scuole e nelle attività extrascolastiche.
di Margherita Coletta – Due giorni fa si è aperto nella capitale francese un processo riguardante casi di abusi e maltrattamenti su bambini con età tra i 3 e gli 11 anni, allievi delle scuole pubbliche, commessi dal personale addetto alle attività extra-scolastiche. Impressionante è il dato di denunce e persone coinvolte: 46 animatori sono stati sospesi già nel 2025 e altri 78 nel 2026 (dal primo gennaio al 3 aprile). Le segnalazioni provengono da tutta la Francia, ma una parte significativa è concentrata nella capitale, dato che accoglie nel suo sistema scolastico un numero più elevato di queste figure scolastiche.
Attualmente, la procura di Parigi sta concentrando le sue indagini su oltre 100 segnalazioni in 84 scuole materne, circa 20 scuole elementari e una decina di asili nido. Come dichiarato dal sindaco della città, Emmanuel Grégoire, dato l’alto numero di denunce, non si tratta di casi isolati, ma di un vero e proprio problema “sistemico”. Le accuse si rivolgono nei confronti dei cosiddetti “sorveglianti scolastici” e “animatori”: delle figure che si occupano degli alunni durante le pause pranzo e la ricreazione, il riposo pomeridiano e il doposcuola. Si tratta di un ruolo che non ha una formazione e che non prevede un diploma professionale, ma soltanto un certificato ottenuto dopo un corso di due settimane. Per legge, un/a sorvegliante scolastico non dovrebbe mai restare solo con i bambini, ma spesso questa regola non viene rispettata.
Il caso
Il caso è emerso nell’aprile del 2025, quando il direttore dell’asilo nido Alphonse-Baudin, nell’est di Parigi, ha segnalato alle autorità le segnalazioni dei genitori di due bambine che avevano notato un loro improvviso isolamento e comportamenti anomali relativi al responsabile delle attività del doposcuola. Barka Zerouali, cofondatrice di #MeToooEcole (un collettivo francese contro le violenze nei confronti dei bambini nelle scuole), ha dichiarato all’emittente radio franceifo che “il processo per i fatti della scuola Alphonse-Baudin è il secondo di una lunga serie di casi che si susseguiranno nella capitale. È molto importante. La miccia è accesa, speriamo seguano altri procedimenti”. Diversi animatori sono già stati arrestati, altri sono attualmente sotto processo, mentre il numero di denunce aumenta. Le associazioni e gli avvocati dei genitori delle vittime hanno accusato le autorità competenti di aver trascurato il problema, non fornendo risorse necessarie ad un’azione tempestiva e permettendo alle persone accusate di continuare a svolgere il loro lavoro (spesso, cambiando semplicemente scuola). Diversi avvocati lamentano che le denunce dei loro clienti non sono ancora state prese in considerazione e domenica scorsa la procuratrice di Parigi, Laure Beccuau, ha confermato che “un numero considerevole di accuse è in attesa di essere indagato”.
Bufera politica
Parallelamente allo scandalo, galoppa la polemica politica. La destra, all’opposizione, accusa i rivali socialisti alla guida del comune di Parigi di aver trascurato le segnalazioni ricevute e di aver concesso agli accusati di continuare a svolgere il loro lavoro. Anne Hidalgo, ex sindaca della capitale, aveva ammesso a febbraio che l’amministrazione aveva commesso “errori” nella gestione di questi casi. Emmanuel Grégoire, vicensindaco dal 2018 al 2024 e attuale sindaco della capitale, ha ora annunciato “misure eccezionali” per far fronte ad un vero e proprio fenomeno. Grégoire ha rivelato di aver subito a sua volta abusi sessuali alle elementari, durante un doposcuola e ha accettato di istituire un’inchiesta sulla gestione dei sorveglianti, richiesta dall’opposizione. Il sindaco ha, poi, annunciato un piano di 20 milioni di euro per “una grave disfunzione” del sistema, istituendo un’assemblea di cittadini/e per ripensare il ruolo dei sorveglianti scolastici e chiedendo che il personale venga sospeso immediatamente al primo segnale di abuso. Grégoire ha spiegato di preferire “essere ingiusto con loro per il momento, piuttosto che correre il minimo rischio nei confronti dei cittadini”. La scelta ha attirato a sé diverse critiche da parte degli stessi animatori e sorveglianti e dei sindacati di categoria, che la settimana passata hanno indetto uno sciopero contro le “sospensioni arbitrarie” e le precarie condizioni di lavoro (essendo lavorati per lo più con contratti a ore o a tempo determinato). Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha annunciato, intanto, che i casellari giudiziari degli animatori saranno sistematicamente controllati e che il personale giudiziario verrà potenziato. “Istituiremo un procuratore specializzato in ogni procura”, ha annunciato Darmanin, sottolineando la sua volontà di attuare un vero e proprio “Piano Marshall” composto da un ampio numero “di esperi che portino avanti le indagini”.
È circolata a singhiozzi, emergendo dal silenzio per un giorno o due e poi tornando subito nell’ombra. È la vicenda di padre Sauro De Luca, sacerdote, gesuita e abusatore di giovani donne. Merita di essere raccontata dall’inizio.
Nel settembre di due anni fa il gesuita padre Renato Colizzi, direttore del Movimento eucaristico giovanile, importante organizzazione legata alla Compagnia di Gesù con decine di comunità formate da giovani tra gli 8 e i 23 anni attive in tutta Italia, comunicò a la Repubblica e al giornale dei vescovi Avvenire una notizia scioccante, e cioè di essere stato contattato da tre donne che gli avevano riferito degli abusi subiti, negli anni Novanta, ad opera di Padre Sauro De Luca, morto nel 2012. Costui del Meg era stato il leader indiscusso per ben tre decenni, dal 1967 al 1998.
Padre Colizzi raccontava ad Avvenire nell’ottobre del 2024 di essersi chiesto che cosa fare dinanzi a quelle denunce e infine di aver deciso, dopo una attenta riflessione e d’accordo con i vertici della Compagnia, di compiere una scelta inedita e coraggiosa: invitare tutte le militanti dell’organizzazione che avessero subito degli abusi da De Luca, o anche che solo ne fossero venute a conoscenza, a contattare la dottoressa Villani, una persona specializzata nell’ascolto di storie come queste. A costei Padre Colizzi affidò anche il compito di redigere un dettagliato rapporto sulle violenze di De Luca, precisando che “dovrebbe essere pronto tra un anno e il cui obbiettivo è far emergere, nella sua completezza anche scomoda, la verità dei fatti”.
Sempre ad Avvenire Padre Colizzi aveva dichiarato che “siamo consapevoli che la Compagnia non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato”. Il gesuita si riferiva al fatto che, solo qualche anno prima, le voci e le segnalazioni circolate sul sacerdote non erano state prese sul serio all’interno dell’organizzazione. Nel 2010, dinanzi alla denuncia circostanziata di due vittime e al termine di un’indagine previa, la Compagnia decise infatti di “confinare” padre De Luca in una comunità a Gallarate, senza tuttavia dare alcuna notizia pubblica delle denunce ricevute. L’ex leader del Meg morì due anni dopo.
Pochi mesi fa l’indagine commissionata alla dottoressa Villani si è conclusa. A sorpresa però i gesuiti non hanno dato seguito alle loro promesse e cioè non hanno autorizzato la pubblicazione del report contenente i risultati del lavoro redatto dalla professionista che avevano interpellato (una donna, come le vittime di Padre De Luca), ma hanno preferito subentrare nell’opera affidando il compito al provinciale padre Alessio Ronny (maschio e sacerdote). Ne è risultato un documento di cinque paginette scarse (tanto per dare un’idea il report della commissione indipendente che ha indagato sugli abusi clericali nella Diocesi di Bolzano ne annovera seicentodiciannove!) nel quale non compaiono riferimenti a eventuali responsabilità dei gesuiti e dove gli abusi di padre De Luca sono liquidati in poche righe, con una descrizione che più sommaria e sintetica non si potrebbe. Insomma, più una spiccia memoria difensiva che un omaggio alla verità.
L’elenco delle autogiustificazioni gesuitiche è assai nutrito all’interno della relazione. A proposito della mancata denuncia pubblica degli abusi di De Luca quando emersero per la prima volta quindici anni fa, si cita la circostanza che “l’imputato non poteva più difendersi” e che le vittime chiedevano l’anonimato. In relazione alla protezione di cui Padre De Luca avrebbe goduto si punta il dito sui “laici e le persone che frequentavano il Meg”, presso le quali alcuni “atteggiamenti inappropriati erano noti” mentre si assolvono i gesuiti superiori e collaboratori di De Luca, che hanno dichiarato di non essersi mai accorti di nulla che non andasse. Solo in un passaggio si riconosce “con immenso dolore che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni”, senza tuttavia segnalare il quando, il chi e il come di tali carenze.
Più in generale si accusa il “periodo storico e la cultura del momento che non hanno consentito di prendere le dovute misure”.
Non è difficile trovare in ciascuna di queste affermazioni qualcosa che non torna.
A proposito della mancata denuncia pubblica iniziale ricordiamo che, nel 2010, padre De Luca era ancora vivo e soprattutto non probabilmente così interessato a “difendersi”. Quando Annalisa Corrado, oggi eurodeputata Pd ma da ragazza militante del Meg, si presentò a lui in compagnia del suo terapeuta per chiedergli conto degli abusi che le aveva inflitto padre De Luca ammise le sue responsabilità. È ben possibile immaginare che lo avrebbe fatto anche in pubblico qualora fossero emerse. Seguendo fino in fondo la linea argomentativa presentata nella relazione, di questo argomento non si sarebbe dovuto parlare nemmeno oggi, stante il fatto che De Luca non è più tra noi e non può difendersi. Assecondando questo ragionamento in Francia e nel mondo non si sarebbe dovuto parlare nemmeno dei casi dell’Abbé Pierre e di Jean Vanier (entrambi defunti prima di scoprire che fossero abusatori seriali).
Non si capisce poi cosa c’entri la protezione dell’anonimato delle vittime. Quel che i gesuiti avrebbero dovuto fare è rivelare le violenze di padre De Luca, non i nomi e i cognomi di chi lo accusava. Gli abusi li aveva commessi lui, non loro.
Risulta poco convincente anche aver affermato che nessuno si fosse accorto dei comportamenti abusanti di De Luca. Sempre Annalisa Corrado ha riferito infatti che il gesuita era abituato a effondersi in atteggiamenti impropriamente “affettuosi” verso le ragazze anche in pubblico. Possibile che nessun adulto se ne sia mai accorto? Che nessun collaboratore abbia notato qualcosa che non quadrava?
Quanto, infine, al “periodo storico” e alla “cultura del momento”, a qualcuno può sembrare plausibile sostenere che negli anni Novanta del Novecento non si sapesse cosa fosse un abuso sessuale e quali danni produce nella vita di chi lo subisce? Non è questo un alibi per negare le proprie responsabilità nell’aver sostenuto attivamente all’interno della società italiana una cultura del silenzio che ha protetto i sacerdoti colpevoli di questi crimini?
Infine, nella relazione, i crimini di padre De Luca sono appena accennati in una decina di righe complessive. Leggendole, si apprendono giusto i dati di sfondo, e cioè che sfruttava “la sua posizione d’autorità e l’influenza spirituale per abusare di giovani donne, alcune minorenni”, che si fidava solo di alcune persone “preferite” escludendo tutte le altre, che reagiva in modo rabbioso e aggressivo quando gli veniva chiesto di smettere di abusare, che per commettere le violenze sfruttava i momenti della confessione e degli accompagnamenti spirituali, che gli abusi sono avvenuti in diversi luoghi del territorio nazionale, ovunque il padre svolgesse la sua attività. E nella relazione questo è tutto. Dieci righe per descrivere una sequela di abusi durata trent’anni. Dieci righe nelle quali manca del tutto non solo un’analisi approfondita delle modalità con le quali avvenivano tali abusi e delle eventuali complicità organizzative, ma dalle quali sono completamente assenti i racconti delle abusate, i loro ricordi, gli stati d’animo, le conseguenze piscologiche ed emotive di quei gesti, cioè tutto quello che immagiamo sia stato raccontato alla dottoressa Villani. Dieci righe che assomigliano al referto scarno di un incidente stradale sulle pagine di un quotidiano locale e nelle quali manca tutto quello che serve per capire la dinamica di una vicenda così grave. Tanto più che, leggendo la relazione abbiamo appreso che padre De Luca ha tenuto una sorta di diario nel quale sono stati annotati personalmente dal gesuita non meno di trenta abusi, anche su donne minorenni.
In conclusione, si ha la netta sensazione che la “scomoda realtà dei fatti” promessa da padre Colizzi due anni fa ora interessi molto di meno i gesuiti che sembrano piuttosto ansiosi di sbarazzarsi al più presto di questa “rogna”, contando sulla consueta benevola condiscendenza di molta parte della stampa e dell’opinione pubblica italiana. È legittimo chiedersi e chiedere alla Compagnia cosa sia intervenuto in questi due anni a mutare così radicalmente il suo orientamento. Perché la Compagnia non rende pubblica, come avviene a conclusione dei lavori di tutte, ma proprio tutte, le commissioni indipendenti del mondo, la relazione della dottoressa Villani e anche quella parte dei diari di De Luca in cui il gesuita descrive gli abusi che ha commesso?
Vogliamo solo conoscere la verità e la vogliamo conoscere per intero. Vogliamo che anche i gesuiti prendano sul serio la richiesta che il papa ha rivolto alle comunità cristiane nella sua prima enciclica a “impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti”.
Lo si deve innanzitutto alle ragazze di un tempo che hanno patito quelle violenze e hanno oggi diritto di sapere. Ma lo si deve anche all’opinione pubblica e alla comunità scientifica che hanno anch’esse il sacrosanto diritto di conoscere quel che di profondamente sbagliato avveniva all’interno di un’organizzazione così importante della società italiana. Per rileggerne la storia. Per capire. Perché non si ripeta.
Il percorso del progetto artistico sugli abusi “Renaissance, la Symphonie des tesselles” (Rinascita, la sinfonia delle tessere) prosegue: la mosaicista Suor Samuelle e il regista Quentin Delcourt tengono gli ultimi laboratori per firmare le tessere il 4 giugno a Bruxelles e i giorni successivi in due altre località del Belgio (il 5 giugno a Oostakker, Gand, e il 6 giugno a Nemur). Poi l’artista proseguirà con la composizione del mosaico in modo da finire l’opera per la presentazione a Parigi, all’inizio del 2027.
Del progetto, e dei dubbi che solleva il coinvolgimento della Chiesa, ho scritto qui. Condivido ora con voi il contributo di Tommaso Scicchitano, giornalista ed ex prete, che mi ha mandato alcune riflessioni.
Scicchitano è andato a vedere chi sono i partner ecclesiastici di “Rinascita” e spiega che cosa succede quando i laboratori di firma delle tessere per le vittime sono allestiti negli stessi luoghi – gli spazi della Chiesa – in cui gli abusi sono avvenuti. Mette anche in luce che in questo progetto, sin dal nome, non sembra esserci posto per un esito non felice, per chi insomma non ce la fa a “rinascere”, ma resta nel buio: «La vittima buona è quella che perdona», scrive Scicchitano. Indipendentemente dalle intenzioni dell’artista, l’opera«funziona come dispositivo di rassicurazione per la comunità ecclesiale: guardate, la Chiesa riconosce. La Chiesa ripara. La Chiesa rinasce. Ma di questa rinascita, chi controlla la narrazione?».
Buona lettura, aspetto commenti.
Tommaso Scicchitano*
A Lourdes, il 24 marzo 2026, un gruppo di vescovi francesi si fa fotografare con in mano dei frammenti di mosaico. Sono pezzi di ceramica colorata, grandi più o meno come un quaderno, dai toni che vanno dal rosso cupo al grigio ardesia. I vescovi li tengono davanti al petto, leggermente inclinati verso l’obiettivo, con un’espressione che oscilla tra la solennità e una certa soddisfazione composta. Dietro di loro, il santuario. Davanti, le telecamere.
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Quei frammenti fanno parte di Rinascita, un mosaico monumentale di 50 metri quadrati (12,5 per 4 metri) firmato da Suor Samuelle, religiosa e artista. Composto come un puzzle di 200 pezzi, il mosaico racconta un percorso di riparazione dopo gli abusi spirituali, psicologici e sessuali commessi all’interno della Chiesa. L’opera sarà esposta a Parigi all’inizio del 2027, poi i 200 frammenti verranno distribuiti in altrettanti luoghi di culto, d’arte e di apprendimento nel mondo. Ogni frammento sarà collegato agli altri da un QR code. Un documentario cinematografico di 90 minuti, diretto da Quentin Delcourt, accompagna il progetto. Una sinfonia per orchestra e coro, composta e diretta da Baptiste Capitanio, lo completa.
È un progetto ambizioso. Un progetto bello. E proprio per questo merita di essere guardato con attenzione.
Suor Samuelle parla in prima persona. Nel dossier che accompagna il progetto, dichiara di essere stata vittima di abusi: «Dopo essere stata vittima, subendo controllo e abusi nel silenzio, nella paura e nella vergogna; dopo essere sopravvissuta, lavorando per ricostruire e riunificare ciò che era stato frantumato e disperso, è ora tempo di rinascere». La sua voce è autentica, il suo percorso legittimo, la sua arte potente. Chi ha vissuto il trauma e lo trasforma in creazione compie un atto di coraggio che non si discute.
Il problema non è Suor Samuelle. Il problema è ciò che accade attorno alla sua opera.
Le tessere sono piccoli frammenti di materiale (marmo, pietra, vetro, ceramica) che nell’arte musiva compongono il disegno complessivo. Per il progetto Rinascita, Suor Samuelle crea tessere uniche che viaggiano attraverso il mondo. In laboratori organizzati nelle chiese, nei monasteri, nelle diocesi, le persone vittime di abusi e i loro accompagnatori sono invitati a firmare una tessera, a scrivere un messaggio. I frammenti fotografati nel dossier mostrano parole scritte a mano: «PARDONNER et se reconstruire», «Pour tous les enfants violentés», «In memoria di mio padre che perse la fede il giorno della prima confessione», «VIVRE tout simplement». C’è chi invoca pietà, chi chiede perdono, chi ringrazia Dio per essere uscito dal silenzio.
Il gesto della firma è reale. Chi scrive il proprio dolore su un frammento di ceramica, chi lo esternalizza in un oggetto che diventerà parte di un’opera collettiva, compie un atto di ri-soggettivazione: da oggetto dell’abuso a soggetto della narrazione. La letteratura psicologica sul trauma riconosce a questi gesti un valore terapeutico. La vittima riprende la parola, la inscrive nella materia, la consegna al mondo.
Ma a chi la consegna?
I laboratori di firma si svolgono in contesti ecclesiali, spesso alla presenza di vescovi o superiori religiosi. La vittima scrive il proprio messaggio, lo consegna alla Chiesa; la Chiesa lo integra in un’opera d’arte che celebra la propria capacità di accogliere il dolore. Il circuito è chiuso. La ri-soggettivazione della vittima viene riassorbita nell’istituzione che ha prodotto l’abuso, o che l’ha coperto.
Non è un dettaglio. In psicologia del trauma istituzionale, il setting in cui avviene il riconoscimento conta quanto il riconoscimento stesso. La presenza dell’istituzione responsabile nel momento della “riparazione” può funzionare come conferma del rapporto di potere, non come sua dissoluzione. La vittima è di nuovo ospite; accolta, sì, ma nei termini dettati dall’ospitante.
Il mosaico ha una progressione cromatica. Passa «dai toni più scuri a colori ritrovati», traducendo, dice il dossier, «un processo di ricostruzione che non cancella il passato ma lo integra». È un’immagine bella, e chi la guarda ci si riconosce. Ma è anche una narrazione che prescrive un esito. La rinascita non è un’opzione tra le altre: è la destinazione obbligata dell’opera, il suo titolo, il suo senso. Il mosaico non contempla la possibilità che qualcuno non rinasca. Che qualcuno resti nel buio. Che il passato non si integri ma continui a devastare.
Chi si è occupato di psicologia sociale conosce il concetto di forced narrative closure: l’imposizione di un arco narrativo positivo a esperienze che possono non avere risoluzione. Per le vittime che non si riconoscono nella metafora della rinascita, un’opera come questa può funzionare come una seconda forma di silenziamento, più sottile della prima. Il tuo dolore va bene, a patto che finisca bene. La tua storia è accolta, a patto che il suo ultimo capitolo sia luminoso.
Le tessere che esprimono rabbia, rifiuto, denuncia senza redenzione: dove sono? Le fotografie del dossier le escludono quasi completamente. La selezione visiva costruisce un canone: la vittima “buona” è quella che perdona, quella che ringrazia, quella che integra. Le altre non entrano nell’inquadratura.
Il dossier elenca i partner istituzionali del progetto: la Conferenza episcopale francese, la Commissione pontificia per la protezione dei minori in Vaticano, la Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia, la CECAR svizzera, il Grupo VITA in Portogallo, The Loud Fence in Inghilterra, il Proyecto Repara in Spagna, l’INIRR francese. Trecentocinquanta contributori internazionali.
Qui il progetto merita di essere interrogato non per quello che dice, ma per quello che non dice.
La CECAR, la Commissione svizzera di Ascolto, Conciliazione, Arbitrato e Riparazione, è uno degli organismi più seri e indipendenti nel panorama europeo della giustizia riparativa per le vittime di abusi ecclesiastici. Fondata nel 2016 su iniziativa del Gruppo SAPEC e delle istituzioni cattoliche svizzere, è indipendente dalle autorità della Chiesa. Nel suo rapporto d’attività 2020, la CECAR ha scritto: l’accesso agli archivi è «difficile, persino praticamente impossibile»; siamo testimoni di una «opacità nella trasmissione delle informazioni» da parte delle congregazioni.
Lo studio pilota dell’Università di Zurigo sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica svizzera, presentato nel settembre 2023, ha documentato oltre mille casi e formulato raccomandazioni esplicite: apertura degli archivi ecclesiastici ai ricercatori e alle vittime, cessazione della distruzione di documenti pertinenti, accesso agli archivi vaticani. La nunziatura apostolica a Berna ha rifiutato di aprire i propri archivi alle storiche incaricate dell’indagine. I ricercatori hanno scoperto che il 90% degli autori di abusi è identificabile nei documenti, ma solo il 70% delle vittime lo è: gli archivi della Chiesa raccontano i carnefici, non chi ha subito.
In Francia, la Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), presieduta da Jean-Marc Sauvé, ha prodotto nel 2021 un rapporto di 2.500 pagine che ha documentato un fenomeno «massivo» e «sistemico»: almeno 216.000 vittime, tra 2.900 e 3.200 preti e religiosi coinvolti in settant’anni. La Commissione ha formulato 45 raccomandazioni. Ha avuto accesso agli archivi, ma per concessione specifica, non per diritto strutturale. Il sistema in sé resta opaco.
Questi sono i partner di Rinascita. Organismi che chiedono, da anni, ciò che il progetto non nomina nemmeno: trasparenza documentale, accesso ai fascicoli, fine della distruzione degli atti, accountability istituzionale. Il dossier di Rinascita non contiene la parola “archivi”. Non contiene la parola “indagine”. Non contiene la parola “responsabilità” nel senso di responsabilità istituzionale documentata.
Guardiamo l’architettura comunicativa del progetto: il dossier è quadrilingue, impaginato con cura, ricco di fotografie ad alto impatto emotivo. La struttura segue il modello classico del fundraising culturale: prima l’opera, poi il contesto, poi lo strumento di partecipazione (le tessere), poi i media di amplificazione (documentario, sinfonia), infine la call to action. È un funnel, cioè il processo con cui le aziende guidano il cliente all’acquisto di un prodotto, progettato per coinvolgere. Funziona.
Ma il lessico del progetto merita attenzione. “Riparazione”, “rinascita”, “percorso”, “ferite che restano presenti”, “vivere non nonostante ma con e persino attraverso le ferite”: è il vocabolario della resilienza e della spiritualità, mai quello della giustizia. Il framing sposta l’asse dal piano giuridico-istituzionale (chi ha fatto cosa, chi sapeva, chi ha coperto, dove sono i documenti) a quello terapeutico-spirituale (la vittima che rinasce, il frammento che si ricompone, il buio che diventa luce).
Non c’è contraddittorio nel dossier. Non c’è la voce di un’associazione di vittime che ponga domande critiche. Non c’è chi dica: la tessera è bella, ma il mio fascicolo dov’è? L’unica voce di vittima è quella di Suor Samuelle, che è anche l’artista, e la cui testimonianza è integralmente costruita in chiave di redenzione. È una narrazione senza dissonanze.
La frase finale del dossier è rivelatrice: «Nel 2027, milioni di cristiani passeranno ogni settimana davanti a quest’opera di riparazione individuale e collettiva nel mondo». Il target non sono le vittime. Il target sono i fedeli. L’opera funziona come dispositivo di rassicurazione per la comunità ecclesiale: guardate, la Chiesa riconosce. La Chiesa ripara. La Chiesa rinasce. Ma di questa rinascita, chi controlla la narrazione?
Il QR code che collega i 200 frammenti è la metafora perfetta. Chi lo scansiona entra nel mondo del progetto: l’opera completa, il film, la sinfonia. Non entra in un database di casi documentati, non in un archivio, non in un rapporto di indagine. Il QR code collega frammenti estetici, non frammenti di verità.
C’è un’espressione nella teologia cristiana che viene prima della rinascita: la metanoia. Il cambiamento radicale, la conversione del cuore. La liturgia penitenziale della tradizione cattolica presuppone che al gesto esteriore corrisponda una trasformazione interiore. La confessione senza il proposito di non peccare più è forma senza sostanza. Sacramento senza grazia.
Il progetto Rinascita ha tutti gli elementi di una liturgia penitenziale: un gesto fisico (la tessera), una progressione simbolica (dal buio alla luce), una comunità partecipante (vittime, vescovi, fedeli), un’opera che resta come memoria permanente nei luoghi di culto. Ma la metanoia dov’è?
Gli archivi restano chiusi. I dossier restano nei cassetti delle curie. La nunziatura rifiuta l’accesso ai ricercatori. I documenti vengono distrutti. La CECAR stessa, che è partner del progetto, ha denunciato l’opacità della Chiesa. Il rapporto Sauvé, lo ricordiamo, ha documentato 216.000 vittime in Francia e formulato 45 raccomandazioni, molte delle quali sono ancora in attesa di attuazione.
Il vescovo firma la tessera, si fa fotografare a Lourdes con il frammento in mano, e torna nella curia dove i fascicoli restano sotto chiave.
Non è un gesto vuoto. È un gesto svuotato. La tessera firmata dalla vittima ha un valore intimo, reale, terapeutico. Ma quando l’istituzione la accoglie senza compiere gli atti che la riparazione richiede (trasparenza, accesso ai documenti, accountability), il gesto perde la sua forza trasformativa. Diventa liturgia senza conversione. Sacramento senza metanoia.
Il progetto Rinascita propone una «riparazione individuale e collettiva». Ma riparazione individuale e riparazione collettiva non sono lo stesso processo. La prima è terapeutica e riguarda il soggetto; la seconda è politica e riguarda l’istituzione. Un mosaico può contribuire alla prima. Non può contribuire alla seconda se l’istituzione non compie atti concreti di trasparenza, responsabilità e riforma strutturale. Mettere le due dimensioni sullo stesso piano, come fa il dossier, è un’operazione che avvantaggia chi ha il potere: la “riparazione collettiva” viene dichiarata in atto senza che la collettività istituzionale abbia fatto nulla di strutturale.
Suor Samuelle può essere in totale buona fede, anzi, probabilmente lo è. Il suo percorso personale di sopravvissuta che trasforma il trauma in arte è legittimo e potente. Ma il progetto che ne è nato, con i suoi partner istituzionali e la sua architettura comunicativa, funziona oggettivamente come uno strumento di gestione reputazionale per l’istituzione ecclesiastica. Non per intenzione dell’artista; per la struttura stessa del dispositivo.
A Lourdes, il 24 marzo 2026, i vescovi posano per la foto con i frammenti di Rinascita. In qualche curia, in qualche archivio segreto a cui solo il vescovo ha accesso, ci sono i fascicoli. I nomi dei preti che hanno abusato. I rapporti delle superiore che hanno coperto. Le lettere delle vittime mai inoltrate. I trasferimenti silenziosi.
Il frammento del mosaico e il fascicolo dell’archivio sono fatti della stessa materia: la verità di chi ha subito. Ma il frammento viaggia per il mondo, viene esposto in una teca di legno, illuminato, collegato a un QR code che rimanda al film e alla sinfonia. Il fascicolo resta nel cassetto.
Quando i 200 frammenti saranno esposti nei 200 luoghi di culto del mondo, milioni di fedeli ci passeranno davanti ogni settimana. Vedranno la bellezza della riparazione. Ma la riparazione vera, quella che passa per la verità documentata, resterà dove è sempre stata: chiusa a chiave, in un archivio a cui solo il vescovo ha accesso.
E la tessera, per quanto bella, non è una chiave.
*Tommaso Scicchitano, ex ministro di culto cattolico, è scrittore, giornalista e consulente di comunicazione.
L’inchiesta di EL PAÍS sull’impatto della pedofilia sulla Chiesa spagnola è, come tutte le grandi storie in questo campo, un mix di ossessione e grande ambizione. Quando la giornalista Soledad Gallego-Díaz assunse la direzione del quotidiano nel 2018, chiese un’indagine sugli abusi. Il pluripremiato film Spotlight , due anni prima, si era concentrato sul lavoro del Boston Globe nel portare alla luce la portata dello scandalo nella città americana. Altri articoli giornalistici avevano trattato casi di massa in Irlanda, Germania e Francia. La Spagna faceva eccezione?
In prima linea in questo sforzo collettivo fin dall’inizio ci sono stati Íñigo Domínguez, attuale corrispondente da Roma per EL PAÍS, e il giornalista Julio Núñez, nato 36 anni fa a Casar de Cáceres e autore del libro Padre Pica , sulla scoperta del diario di un prete pedofilo. Quando hanno iniziato, erano venuti alla luce solo pochi casi isolati. E Gallego-Díaz ha incluso un aspetto chiave nella sua decisione: bisognava concentrarsi non solo sull’abuso in sé, ma anche sull’insabbiamento. Questa domenica, Domínguez e Núñez hanno ricordato gli inizi di questo lavoro durante l’incontro “Il coraggio di denunciare “, in una delle sale del Matadero di Madrid, dove il giornale sta organizzando un festival per celebrare il suo 50° anniversario . “Sol ci ha detto che EL PAÍS doveva farlo perché, come abbiamo visto in seguito, nessun altro lo avrebbe fatto”, aggiunge Domínguez, un cinquantatreenne di Avilés.
L’incontro, che avrebbe dovuto essere condotto dalla stessa Gallego-Díaz questa domenica, non ha potuto partecipare a causa di una malattia, come spiegato dai relatori. “Senza di lei, questa ricerca non sarebbe stata possibile”, ha osservato Núñez, prima di chiedere al pubblico di applaudire una professionista che ha ricoperto ogni ruolo presso EL PAÍS : corrispondente parlamentare, corrispondente a Bruxelles, Londra, Buenos Aires e New York, difensore dei lettori, vicedirettrice, direttrice e editorialista di punta.
Quando l’indagine ebbe inizio, Julio Núñez si incontrò in un piccolo ufficio con l’allora vicedirettore, José Manuel Romero. Riuscirono a trovare solo 34 condanne esaminando le statistiche giudiziarie. Contattò una vittima, Javier Paz, il motivo per cui Domínguez entrò nella storia. “Uno dei miei migliori amici d’infanzia lavora a EL PAÍS, si chiama Íñigo”, gli disse.
Il primo articolo era intitolato “La Chiesa spagnola ha messo a tacere i casi di pedofilia per decenni “. Una decisione dell’allora vicedirettrice, Mónica Ceberio, cambiò il corso degli eventi. Insieme al reportage, allegarono un indirizzo email ( abusos@elpais.es ) aperto alle vittime. Il primo giorno arrivarono cento email, 500 entro una settimana. “Una valanga”, ricordano i due giornalisti. Per gestire ogni singolo caso, stabilirono un protocollo che hanno perfezionato nel corso degli anni. Fu il compito più delicato, perché in molti casi i giornalisti furono le prime persone con cui le vittime si rivolsero, coloro che ruppero il silenzio e chiesero giustizia.
Erano ossessionati dal rispondere a tutte quelle email, a volte anche nel loro tempo libero, dopo aver terminato altri compiti. “Per le vittime, eravamo la loro ultima speranza”, afferma Domínguez. Man mano che l’indagine procedeva, decisero di creare un foglio di calcolo Excel per confrontare i dati. Questo rivelò degli schemi: quando la Chiesa veniva a conoscenza di uno di questi casi, trasferiva il sacerdote accusato… e rimaneva in silenzio.
Ascoltarono le storie, le verificarono, le pubblicarono… ma non accadde nulla, raccontarono a un pubblico completamente silenzioso. Né la Chiesa né i partiti politici, che inizialmente non volevano avere nulla a che fare con la questione, intrapresero alcuna azione. E così ebbe inizio la battaglia dei numeri. Ogni grande storia si basa sui dati. E poiché non ne esistevano, iniziarono a compilarli da soli: un database che attualmente comprende più di 3.000 vittime e 1.600 persone accusate.
Decisero quindi che, per rompere il silenzio, dovevano aggirare la Chiesa spagnola e rivolgersi direttamente a Papa Francesco. Nel 2021 gli inviarono un dossier con 251 casi. Il Papa aveva ordinato un’indagine su ogni caso giunto alla Chiesa attraverso qualsiasi canale. E riuscirono a ottenere l’approvazione del Congresso, a maggioranza, per l’incarico affidato al Difensore civico. Solo due settimane fa, il 15 aprile, la Spagna ha istituito il primo ufficio statale per il risarcimento delle vittime, che fino ad allora potevano rivolgersi solo alla Chiesa per ottenere giustizia.
«Continuiamo le nostre indagini», spiega Núñez. «Le vittime vogliono la verità e hanno fiducia nel loro giornale». Nel loro sesto rapporto , appena consegnato alla Chiesa spagnola e al Vaticano, includono 21 testimonianze di vittime provenienti dall’America Latina. Questo apre una nuova strada per portare avanti il compito principale affidato loro dal direttore: smascherare coloro che hanno coperto gli aggressori trasferendoli ad altri incarichi. «Dobbiamo far sì che si assumano le proprie responsabilità», afferma Domínguez. «Continueremo a lavorare», promettono.
Lentamente il profilo del pontificato di Robert Prevost inizia a delinearsi. La sua cifra è quella del “ritorno alla normalità” dopo il passaggio del ciclone Bergoglio. L’orientamento normalizzatore è chiarissimo anche in merito alle strategie di contrasto agli abusi sessuali sui minori commessi dai membri del clero. Su questo terreno, il papa argentino aveva dichiarato di voler far sul serio e, pur tra mille ambiguità ed esitazioni, aveva fatto seguire alle parole alcune importanti decisioni concrete.
Papa Leone XIV ci ha fatto comprendere di voler andare nella direzione opposta, di considerare eccessiva e controproducente l’attenzione che alcune chiese nazionali europee hanno dedicato al tema. In un messaggio rivolto, per il tramite del cardinale Pietro Parolin, ai vescovi francesi riuniti in assemblea plenaria a Lourdes, il pontefice ha sostenuto che, se è certamente giusto proseguire nella prevenzione dei crimini sessuali compiuti dai preti, è altrettanto urgente che i sacerdoti abusatori non siano esclusi da uno sguardo misericordioso e da un’attenta riflessione pastorale.
«Del resto – si legge ancora nel messaggio – dopo tanti anni di crisi dolorose è giunto il momento di volgere lo sguardo con determinazione verso il futuro e di rivolgere ai sacerdoti francesi, duramente provati, un messaggio di incoraggiamento e di fiducia». Il senso del messaggio è inequivocabile e può essere sintetizzato così: smettiamo di farci del male, negli ultimi anni abbiamo accettato di mettere la questione degli abusi al centro della nostra attenzione, abbiamo indagato sui crimini dei nostri preti e chiesto tante volte perdono alle vittime.
Abbiamo sicuramente fatto la cosa giusta, rischiando però, da un lato, di compromettere lo stato d’animo di tanti nostri sacerdoti che da questa assunzione collettiva di colpa si sono sentiti umiliati e traditi, dall’altro, di disinteressarci completamente di quei preti riconosciuti come abusatori ma che rimangono pur sempre pastori e guide spirituali.
Abbiamo insomma pensato più ad assecondare il desiderio di giustizia di un’opinione pubblica spesso ostile alla Chiesa che a proteggere l’immagine dei nostri funzionari screditata e messa alla berlina. Un messaggio del genere è rivolto in primo luogo a quei vescovi e a quelle assemblee episcopali che hanno coraggiosamente istituito commissioni indipendenti per far luce sugli aspetti peggiori del loro passato e ricavare indicazioni per un futuro diverso e migliore.
L’indicazione del papa, che, venendo dalla cattedra di Pietro, risulterà vincolante, rischia di interrompere un processo di cambiamento in realtà appena iniziato. Le inchieste indipendenti (francese, tedesca, irlandese, eccetera) hanno squarciato il velo sul fenomeno offrendo cifre, storie, dinamiche degli abusi, ma gli enormi danni complessivi inflitti alle vittime e alle comunità locali sono ancora largamente privi di un riconoscimento e di un risarcimento, non solo economico, ma anche morale e spirituale.
Un’associazione che riunisce le vittime francesi degli abusi clericali ha reso noto che sino ad ora solo l’1 per cento di chi è stato abusato da un sacerdote in Francia si è fatto avanti per esigere giustizia. In secondo luogo, nessuna delle cause strutturali indicate nei report delle commissioni indipendenti e nelle numerose analisi scientifiche sul tema è stata mai affrontata e tantomeno rimossa.
Non è stata seriamente esaminata la questione dell’immaturità sessuale e affettiva del clero e del suo legame con il celibato obbligatorio e la formazione seminariale, né mai discussa in modo serio e realistico la questione dell’omosessualità dei seminaristi e dei sacerdoti, fonte di immense sofferenze, ambiguità, menzogne istituzionali.
Nemmeno Il nodo dell’accesso delle donne al ministero ordinato è stato risolto. Nessuna vera riforma strutturale è stata introdotta da quando hanno iniziato a scoppiare gli scandali. L’eredità migliore di papa Francesco in questo campo è consistita in alcune rilevanti innovazioni giuridiche, certo non sufficienti a risolvere il problema, ma che se non altro testimoniavano una volontà di prenderlo sul serio (pur tra mille contraddizioni). Sarebbe tristissimo se quel cammino appena all’inizio venisse ora già interrotto e la lotta agli abusi sessuali del clero da parte della Chiesa si limitasse a qualche corso di formazione o all’apertura di un centro di ascolto.
Significherebbe non aver compreso che la materia tocca più di ogni altra il cuore del rapporto tra la Chiesa, i suoi ministri e un popolo ancora ferito e spaventato da quello che ha iniziato ad apprendere sui crimini del clero cattolico. È qui che la Chiesa si gioca il suo destino.
(ANSA) – ROMA – L’importanza della “responsabilizzazione” dei colpevoli e della “richiesta di perdono e di riconciliazione” poichè “il perdono realizza la vera giustizia” che però “non è un modo per eludere le conseguenze anche giudiziarie delle proprie azioni”.
Sono i punti fondamentali delle Linee guida sulla Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili richiamati oggi dal segretario della Cei, mons. Giuseppe Baturi nel Secondo incontro nazionale Servizi Territoriali Tutela Minori in corso al Carpegna Palace-Domus Mariae.
Un evento a porte chiuse, cui ieri lo stesso Papa Leone tramite il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, aveva fatto pervenire anche lui un richiamo invitando la Chiesa italiana a non “minimizzare il male” e a non chiudersi per “paura dello scandalo”.
Ma la risposta della Chiesa italiana è ancora del tutto “insufficiente” per le vittime con il portavoce della Rete L’Abuso Francesco Zanardi che parla di Chiesa “disonesta”. “Come si evince ancora una volta nelle dichiarazioni di mons. Giuseppe Baturi – ha spiegato in una nota – c’è una disonestà totale da parte della Chiesa italiana” che “auto acclama quello che a suo avviso sarebbero i successi in materia di abusi sessuali su minori e persone vulnerabili. Dichiarazioni tanto disoneste che non si può non contestare riga per riga. Dichiarazioni che forse si possono dare a bere all’opinione pubblica, non certo a noi vittime sopravvissute che purtroppo abbiamo ben chiaro quello che la chiesa italiana non sta affatto facendo”.
Nel suo intervento Baturi ha sottolineato l’importanza della “riparazione” anche con “la decisione di un cammino di cura psicologica e sostegno spirituale”, questione che “riguarda relazioni proiettate fondamentalmente verso il futuro e con un forte orientamento alla prevenzione”. Inoltre, ha ammonito affinché la Tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguardi “l’intera comunità ecclesiale” con il ruolo del vescovo che “collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta”. Ancora, “i Servizi regionali e diocesani – ha evidenziato – , ormai presenti in tutte le diocesi” “sono chiamati non a sostituire gli ordinari nelle loro responsabilità ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”.
“Va ricordato anche – fa sapere Zanardi – che il 28 maggio 2022 fu proprio il cardinale Presidente della Cei Matteo Zuppi a dichiarare pubblicamente al sottoscritto, che in quella e in questa sede rappresenta le vittime italiane del clero, una collaborazione ventilando l’ipotesi che l’associazione dei sopravvissuti Rete L’Abuso fornisse alla Cei i nominativi dei preti pedofili in nostro possesso, ipotesi che malgrado i vari incontri con il Presidente Zuppi svanì immediatamente, come svanì l’annunciata commissione d’inchiesta e i 613 casi italiani dal 2010 al 2022 che il cardinale Zuppi dichiarò già in possesso della Congregazione per la dottrina della fede (oggi Dicastero)”.
Insomma, per le vittime si dovrebbe agire in Italia come fatto in altri Paesi del mondo come Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera, Belgio, Polonia, Repubblica Ceca, Germania, e Irlanda che “hanno avviato percorsi concreti che rendono giustizia e in molti casi risarcimenti alle vittime dei preti pedofili”.
(di Nina Fabrizio) (ANSA).
Il dibattito sulla complicata distinzione tra opere e comportamenti dell’artista che le ha realizzate non è nuovo, ma un recente articolo del New York Timesha posto una questione riguardo a un caso piuttosto singolare di artista accusato da anni di abusi sessuali, le cui opere continuano a essere esposte in oltre duecento luoghi in Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti e altri paesi.
Questi luoghi sono perlopiù chiese, e l’artista è un teologo ed ex prete gesuita, Marko Rupnik, mosaicista sloveno di 71 anni apprezzato e richiesto, ma accusato di abusi sessuali e psicologici ai danni di diverse suore.
La storia era emersa nel 2022 ed era poi stata molto ripresa dai media quando nel 2024 due ex suore tra le circa venti donne che accusavano Rupnik raccontarono pubblicamente le presunte violenze subite. Dissero che le violenze risalivano agli anni Ottanta, quando loro erano suore poco più che ventenni della Comunità Loyola di Lubiana, in Slovenia, e che erano avvenute anche nei decenni successivi a Roma, nel Centro Aletti. È un centro di studi teologici e artistici che realizza opere religiose per le chiese, e di cui Rupnik è stato a lungo direttore artistico.
Autore di mosaici in diversi importanti palazzi vaticani, Rupnik è stato per anni un gesuita molto rispettato: nel 2021 gli erano stati affidati, tra le altre cose, i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano. Dopo un’indagine dei Gesuiti, nel 2023, gli era stato offerto «di cambiare di comunità e di accettare una nuova missione», ma lui si era rifiutato ed era per questo stato espulso dall’ordine. Nello stesso anno il Vaticano aveva avviato una propria indagine, dopo che una commissione speciale per combattere gli abusi sessuali nella Chiesa aveva segnalato a papa Francesco, gesuita anche lui, «gravi problemi» nella gestione del caso di Rupnik, e «la mancanza di vicinanza alle vittime». Attualmente Rupnik è sotto processo canonico presso un tribunale vaticano.
A general view of the Holy Door of Charity, the work of Father Marko Ivan Rupnik, in Rome, Italy, December 10 2015. Pope Francis will cross the Holy Door of Charity on 18 December 2015. ANSA/ANGELO CARCONI
Secondo alcune delle donne che lo accusano, i suoi mosaici dovrebbero essere rimossi o coperti, o laddove non sia possibile farlo dovrebbe essere aggiunta una didascalia che riporti le accuse.
Finora pochi vescovi e funzionari ecclesiastici, perlopiù all’estero, hanno accolto l’invito delle presunte vittime. Nel 2024 l’organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo aveva annunciato che avrebbe coperto con un tessuto i mosaici di Rupnik esposti nel Santuario nazionale di san Giovanni Paolo II, a Washington, e nella Cappella della santa famiglia a New Haven, nel Connecticut. E nel 2023 il vescovo di Lourdes, in Francia, aveva ordinato che i mosaici realizzati da Rupnik per la basilica di Nostra Signora del Rosario venissero coperti con delle lastre di alluminio.
Ma nella maggior parte dei casi le opere sono ancora esposte nelle sedi e nei modi in cui erano state pensate e commissionate, in Italia e in altri paesi del mondo. Nei primi anni Novanta, per esempio, papa Giovanni Paolo II aveva commissionato al Centro Aletti i mosaici per la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, a Città del Vaticano.
Secondo alcuni religiosi infatti le opere di Rupnik non dovrebbero essere trattate in modo diverso rispetto ad altre esposte nelle chiese da secoli, e realizzate da artisti controversi o comunque noti anche per il loro stile di vita non irreprensibile, da Caravaggio a Benvenuto Cellini a Filippo Lippi. Il caso di Rupnik suscita polemiche «perché l’autore è ancora vivo, perché il caso è ancora aperto e perché lui continua a creare opere», ha detto al New York Times il teologo Marco Tibaldi, che insegna all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Bologna.
-OR- VISITA PASTORALE DI PAPA BENEDETTO XVI A SAN GIOVANNI ROTONDO, DOMENICA 21 GIUGNO 2009: Benedetto XVI giunge alla Chiesa nuova di San Pio da Pietrelcina per l’ incontro con i sacerdoti, i religiosi/e e migliaia di giovani. Il Papa visita i mosaici realizzati dal gesuita Ivan Marko Rupnik nella Cripta sotto la Chiesa. (Copyright L’OSSERVATORE ROMANO – Servizio Fotografico – photo@ossrom.va)
Il New York Times ha anche segnalato il caso della chiesa del Corpus Domini, a Bologna, in cui è esposto un mosaico di Rupnik realizzato nel 2013 e che secondo il prete della chiesa, don Stefano Zangarini, ha attirato migliaia di visitatori in una chiesa relativamente isolata. «Non tutte le opere d’arte della storia sono state create da santi, anzi, tutt’altro», ha detto Zangarini, aggiungendo che «forse l’arte ci ricorda che esiste una bontà che trascende le nostre debolezze, i nostri alti e bassi».
Anche alcuni siti del Vaticano avevano inizialmente continuato a mostrare immagini delle opere di Rupnik, dopo che le accuse erano diventate pubbliche. Erano state progressivamente rimosse, dopo le critiche espresse nel 2024 da Sean Patrick O’Malley, importante cardinale e arcivescovo di Boston, allora a capo della commissione per combattere gli abusi nella Chiesa. In una lettera a tutti i dicasteri aveva sollecitato maggiore «prudenza pastorale» prima di decidere di esporre opere d’arte create da un presunto autore di abusi.
In un comunicato del 2024, il Centro Aletti aveva espresso «preoccupazione per il diffondersi della cosiddetta “cancel culture” e di un pensiero che legittima la “criminalizzazione” dell’arte», e aveva aggiunto che «la rimozione di un’opera d’arte non dovrebbe mai essere considerata come punizione o cura». Aveva anche scritto che Rupnik ha sempre negato le accuse. Il Dicastero per la dottrina della fede, l’importante organo della Curia che ha anche funzioni disciplinari, aveva annunciato a ottobre del 2025 di aver nominato i cinque giudici del tribunale che giudicherà Rupnik: da allora non ci sono stati altri sviluppi.