Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: francia

  • Un collettivo di ex studenti Lasalliani denuncia decenni di violenze sistemiche e chiede giustizia

    Un collettivo di ex studenti Lasalliani denuncia decenni di violenze sistemiche e chiede giustizia

    Un movimento senza precedenti sta emergendo in Francia: un collettivo di ex studenti degli istituti cattolici Lasalliani, affiliati ai “Fratelli delle Scuole Cristiane”, rompe il silenzio per denunciare decenni di violenze fisiche, umiliazioni e aggressioni sessuali. Queste rivelazioni, che coprono il periodo dal 1955 al 1985, mettono in luce atti spesso prescritti per legge, ma le cui cicatrici rimangono profonde per le vittime, oggi di età compresa tra i 50 e i 70 anni. Di fronte a queste accuse, la congregazione assicura di prendere la situazione “molto sul serio” e ha già risarcito 70 persone, per un importo totale superiore a 2,4 milioni di euro, chiedendo al contempo un più ampio riconoscimento della sua responsabilità.

    Il collettivo, i cui membri testimoniano di “stupri, percosse, umiliazioni” e altre forme di abuso, si è formato per chiedere che venga fatta luce su queste pratiche ritenute “sistemiche”. Queste violenze sarebbero state perpetrate sia da figure religiose che da insegnanti laici all’interno di una ventina di istituzioni sparse sul territorio francese. L’eco delle loro voci risuona mentre la società francese e la Chiesa cattolica affrontano una presa di coscienza collettiva degli abusi passati, spesso nascosti o minimizzati.

    Philippe Auzenet, 73 anni, co-fondatore del collettivo, ha coraggiosamente condiviso la sua agghiacciante testimonianza. Racconta di essere stato “minacciato di morte, violentato, legato, appeso per i piedi” tra i 7 e i 9 anni alla scuola Lasalliana di Rouen, con aggressori che brandivano “coltelli da macellaio” e minacciavano di “cavargli gli occhi”. Esperienze traumatiche che, secondo le sue stesse parole, gli hanno “rovinato la vita”. Un altro co-fondatore, preferendo rimanere anonimo, ha anche descritto “violenze e molestie” subite presso la scuola/collegio Saint-Augustin di Saint-Germain-en-Laye tra il 1969 e il 1978. Questi resoconti toccanti illustrano la scala e la brutalità degli abusi subiti da molti bambini all’interno di queste istituzioni educative.

    La Congregazione dei Fratelli delle Scuole Cristiane, fondata da Jean-Baptiste de La Salle e che oggi gestisce 150 scuole private convenzionate in Francia, ha risposto tramite il suo avvocato, Matthias Pujos. In una dichiarazione, ha affermato di essere “consapevole (…) della responsabilità che le incombe”. Dal 2014 è stata istituita una cellula di ascolto per raccogliere le segnalazioni e accompagnare le vittime. Ad oggi, sono state registrate 72 segnalazioni, che hanno portato al risarcimento di 70 persone per un importo totale di 2.434.882 euro, in conformità con le raccomandazioni della Commissione Riconoscimento e Riparazione (CRR) della Chiesa.

    Nonostante questi sforzi, il collettivo ritiene che la risposta sia insufficiente. Insiste sulla necessità di un riconoscimento esplicito della natura “sistemica” della violenza e chiede la creazione di un fondo di risarcimento sostanziale di 100 milioni di euro. Questa richiesta si inserisce in un movimento più ampio di richiesta di giustizia e riparazione per le vittime di abusi all’interno della Chiesa, a seguito delle rivelazioni del rapporto Ciase (Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa) nel 2021, che aveva stimato il numero di vittime minorenni dal 1950 a 330.000.

    La maggior parte dei fatti denunciati dall’ex collettivo Lasalliano sono prescritti, il che significa che non possono più essere oggetto di azioni penali. Tuttavia, la congregazione ha comunque presentato tre denunce giudiziarie dal 2022 ai pubblici ministeri di Besançon, Évry-Courcouronnes e Reims, riguardanti atti in cui i sospettati sono ancora vivi. Questo passo, sebbene tardivo per alcune vittime, indica la volontà di cooperare con la giustizia nei casi in cui ciò sia ancora possibile.

    Gli istituti coinvolti, alcuni dei quali oggi non appartengono più alla congregazione, si trovavano in diverse città francesi come Quimper, Rouen, Mende, Langogne (Lozère), Rueil-Malmaison, Issy-les-Moulineaux (Hauts-de-Seine), Grenoble, Igny (Essonne), Nantes o Parigi. La dispersione geografica dei casi sottolinea l’entità del problema e la necessità di un approccio completo per affrontarlo.

    Il collettivo lancia ora un appello nazionale a testimonianze, sperando di incoraggiare altre vittime a uscire allo scoperto. Questa iniziativa mira non solo a ottenere un riconoscimento pieno ed esplicito da parte della congregazione, ma anche a contribuire a un processo di guarigione collettiva. La battaglia per la verità e la giustizia è lungi dall’essere finita, e questi ex studenti sono determinati a non lasciare che questi atti di violenza cadano nell’oblio, lavorando affinché tali tragedie non si ripetano mai più nelle istituzioni educative.

  • Quando un sì non è un sì. Il confine tra libertà, dignità e diritto

    Quando un sì non è un sì. Il confine tra libertà, dignità e diritto

    Nel dibattito sulla violenza sessuale si continua troppo spesso a confondere la semplificazione con la chiarezza. Ma quando il diritto rinuncia alla complessità della realtà umana, smette di proteggere e inizia a esporre. È in questo spazio che si colloca la proposta della senatrice Bongiorno della Lega: non come intervento tecnico neutro, ma come scelta culturale che incide direttamente sulla possibilità stessa delle vittime di accedere alla giustizia.

    Nel diritto penale il consenso sessuale non è una parola pronunciata nel vuoto, ma l’espressione effettiva dell’autodeterminazione della persona. Per essere giuridicamente valido, il consenso deve essere libero, attuale e consapevole, come impongono la Convenzione di Istanbul, la giurisprudenza della Corte EDU e la costante elaborazione della Cassazione, in linea con i più avanzati ordinamenti europei, come Francia e Germania, che hanno fatto del rispetto della volontà della persona e della protezione contro ogni forma di coercizione il vero indice di civiltà giuridica. Basti pensare al caso Gisèle Pelicot in Francia, in cui la vittima fu narcotizzata dal marito e ripetutamente esposta a rapporti sessuali senza poter acconsentire, evento che ha determinato una riforma legislativa inserendo esplicitamente il consenso libero come elemento essenziale dei reati sessuali.

    In Germania, il §177 del Codice penale tutela in maniera altrettanto avanzata la volontà discernibile della vittima, punendo gli atti sessuali anche in assenza di violenza fisica quando la persona non è in grado di esprimere un dissenso effettivo, ad esempio per shock, intossicazione o soggezione. Rispetto a questo modello europeo, la proposta Bongiorno rischia di riportare l’Italia a un approccio arretrato: il reato si fonda sul dissenso e non sulla presenza di un consenso libero e attuale, imponendo alla vittima l’onere di dimostrare la propria opposizione.

    La violenza sessuale può dunque sussistere anche in assenza di violenza fisica o di minacce esplicite, quando l’agente approfitti di una condizione di inferiorità psichica o di un contesto idoneo a comprimere la libertà di autodeterminazione della vittima.

    In presenza di stati di shock, dissociazione, freezing, soggezione o intimidazione ambientale, anche un apparente “sì” è giuridicamente privo di valore, perché non esprime una volontà libera ma una risposta traumatica di adattamento o di sopravvivenza. Il trauma dissociativo che imperversa sulle vittime incide profondamente sulla memoria rievocativa: la frammentazione del ricordo, le amnesie selettive, le discontinuità narrative che possono emergere dalle indagini preliminari all’incidente probatorio fino al controesame dibattimentale non sono segni di inattendibilità, ma l’impronta stessa della violenza subita. Pretendere, in tali condizioni, un dissenso esplicito e una narrazione lineare significa imporre alla vittima un modello normativo di “reazione corretta”, già respinto dalla giurisprudenza, e trasformare il processo in un dispositivo di esposizione anziché di tutela.

    In questo squilibrio strutturale, l’autore si muove come chi agisce in piena luce mentre la vittima resta confinata in uno spazio privo di vie d’uscita: scambiare quella paralisi o quella acquiescenza per consenso equivale a confondere la costrizione con la scelta. È proprio questo impianto di civiltà giuridica che la proposta Bongiorno tenta di scardinare, reintroducendo un paradigma culturale che alimenta la sfiducia nella giustizia e amplifica il rischio di vittimizzazione secondaria, fatta di interrogatori insinuanti e colpevolizzanti — perché non è scappata, perché non ha urlato, perché non ha chiesto aiuto, ma perché si è vestita in quel modo… — riportando il processo a essere un giudizio sulla condotta della vittima più che sull’abuso dell’autore.

    Si tratta di un arretramento culturale grave e pericoloso, che vanifica le conquiste delle donne sul terreno dell’autodeterminazione e della dignità, ma che investe l’intera comunità democratica, uomini compresi, perché indebolisce i presìdi dello Stato di diritto e normalizza l’idea che la libertà personale possa essere compressa senza responsabilità. Dove il consenso smette di essere il confine invalicabile, non arretrano solo i diritti delle donne: arretra la democrazia.

    Difendere il consenso sessuale come limite inviolabile non è solo una questione giuridica: è un atto di responsabilità civile e politica. È urgente alimentare il dibattito pubblico e la mobilitazione civile, chiedendoci se questo attacco ai diritti delle vittime — alla loro parola, libertà e dignità — non sia collegato alle stesse logiche del referendum sulla divisione delle carriere dei magistrati, che rischiano di comprimere l’indipendenza della giustizia e la tutela effettiva dei diritti. Difendere il sì che protegge significa difendere lo Stato di diritto, dire chiaramente che la giustizia deve stare dalla parte di chi subisce violenza e non di chi la perpetra. È il momento di far sentire la nostra voce, di interrogarsi, di mobilitarsi: perché la libertà, la dignità e la tutela delle vittime non siano mai sacrifici negoziabili nel gioco della politica.

    Roma, 25/01/2026

    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • Un nuovo documentario affronta gli abusi contro le suore cattoliche e il famigerato caso di Marko Rupnik

    Un nuovo documentario affronta gli abusi contro le suore cattoliche e il famigerato caso di Marko Rupnik

    Realizzare un film che descriva nel dettaglio le accuse di abusi sessuali e spirituali ai danni delle suore nella Chiesa cattolica, mantenendo al contempo un messaggio di speranza, non è un’impresa facile. Eppure è proprio questa la sfida che la regista italiana Lorena Luciano ha affrontato con il suo nuovo documentario “Suore contro il Vaticano”.

    Presentato in anteprima mondiale a settembre al Toronto International Film Festival, il documentario si concentra sugli abusi subiti dalle religiose nella Chiesa cattolica da parte del clero maschile. Il film presenta testimonianze e commenti di diverse donne impegnate a sensibilizzare l’opinione pubblica sugli abusi commessi dal clero nella Chiesa cattolica. Tra queste, le giornaliste Federica Tourn e Lucetta Scaraffia, l’attivista Barbara Dorris e l’avvocato Laura Sgrò. Mariska Hargitay, famosa per il suo ruolo della detective Olivia Benson nella serie della NBC “Law & Order: Unità vittime speciali”, è produttrice esecutiva.

    “Suore contro il Vaticano” ha come protagonista Gloria Branciani, l’ex suora che accusò pubblicamente Padre Marko Rupnik, ex gesuita, di abusi sessuali e spirituali. L’8 dicembre 2025, America ha parlato con la signora Branciani e con la signora Luciano, la regista, che ha anche svolto il ruolo di traduttrice per la signora Branciani durante l’intervista.

    Alla domanda sulle motivazioni che l’hanno spinta a intraprendere il progetto, la Sig.ra Luciano ha raccontato il suo percorso verso l’identificazione di un problema di abusi pervasivo e sistemico nella Chiesa cattolica, che stava colpendo le religiose in modo particolarmente dannoso. Cresciuta in Italia, è stata circondata dall’influenza della Chiesa cattolica. Ha descritto un’”epifania” durante la lettura di un articolo della Sig.ra Scaraffia, fondatrice e direttrice della rivista vaticana “Donne, Chiesa, Mondo” dal 2012 al 2019.

    I tentativi della Sig.ra Scaraffia di denunciare gli abusi clericali hanno spinto la Sig.ra Luciano a intraprendere una propria indagine, soprattutto in quanto donna italiana. “Questa è l’Italia, patria del Vaticano… L’idea che la nostra cultura sia così legata a un’istituzione che è la più antica e venerata, soprattutto nel nostro Paese, mi ha spinta ad approfondire”, ha detto. Ma nonostante avesse notato i campanelli d’allarme della Sig.ra Scaraffia, ciò che la Sig.ra Luciano ha scoperto l’ha comunque scioccata. “Non potevo aspettarmi di trovare un’umanità così oppressa, sistematicamente messa a tacere”.

    La signora Luciano ha descritto l’incontro con moltissimi sopravvissuti che “si sentivano isolati”, isolati dal trauma e dalla mancanza di risposta da parte della Chiesa. È stata questa dinamica a motivarla a realizzare il film: “È diventata… una missione: fare qualcosa che potesse parlare a nome di tutti, per dire… che nessuno è solo in questo terribile trauma. E questa era davvero l’idea… creare una piattaforma affinché le persone potessero riconoscersi nella storia di qualcun altro”.

    Parlando della sua decisione di apparire nel film, la signora Branciani ha parlato anche della solitudine della vittimizzazione e ha spiegato come il film sia diventato un’opportunità stimolante per “percorrere un cammino che le avrebbe permesso di uscire dal ruolo di vittima”.

    La signora Branciani ha stretto un rapporto con Padre Rupnik mentre prestava servizio come suora nella Comunità di Loyola a Lubiana, in Slovenia, una congregazione cattolica co-fondata da Padre Rupnik. Secondo la signora Branciani, negli anni ’90 denunciò Padre Rupnik per abusi sessuali, ma all’epoca fu licenziata e sminuita dalla madre superiora e da altri leader ecclesiastici.

    Prima che le accuse di abusi esponessero Padre Rupnik a polemiche e vergogna pubblica, aveva goduto di ampia attenzione e plauso per i suoi mosaici di piastrelle. Nel documentario, la signora Branciani sostiene che la creazione di quest’opera d’arte fosse direttamente legata agli abusi sessuali e spirituali da lei subiti. Sostiene che Padre Rupnik le abbia chiesto di posare come modella per la sua opera, una richiesta che ha portato ad avances sessuali indesiderate. La signora Branciani sostiene inoltre che Padre Rupnik abbia costretto lei e un’altra consorella a compiere atti sessuali a tre, giustificati da lui stesso come incarnazione dell’”immagine della Santissima Trinità”.

    I colloqui della signora Branciani con la giornalista Federica Tourn le hanno dato la forza di rivisitare il passato dopo diversi decenni e, alla fine del 2023, ha reso pubblica la sua identità. Il film racconta la conferenza stampa molto pubblicizzata tenutasi all’inizio del 2024, in cui la signora Branciani ha parlato apertamente degli abusi che afferma di aver subito come suora. 

    La decisione di rendere pubblica la sua storia viene esplorata con attenzione e compassione in “Suore contro il Vaticano”. Nel corso del film, la signora Branciani è chiaramente alle prese con l’immenso peso emotivo degli abusi, anche decenni dopo che, secondo quanto riferito, altre religiose l’avevano esortata a lasciare le Suore della Comunità di Loyola nel 1994. 

    Eppure, la signora Branciani ha raccontato ad America come la partecipazione al documentario le abbia permesso di trovare una nuova identità e forza. “Quando… sei confinata nel ruolo di vittima, ti vedi solo in relazione… al carnefice. E in questo modo, continui a dare potere all’abusante”, ha detto. Ma condividere la sua storia alle sue condizioni l’ha trasformata nella sua stessa sostenitrice, permettendole così di rivendicare un senso di auto-appropriazione. “Una volta che esci dal ruolo di vittima, qualcosa si scioglie, quindi non sei più intrappolata… Torni a vivere”. 

    Questo processo di “ritorno in vita” è stato favorito dal sistema di supporto delle donne che si sono strette attorno alla signora Branciani. Il film la mostra mentre si riunisce con Mirjam Kovac , un’altra ex suora e presunta vittima di Padre Rupnik della Comunità di Loyola. Dato che la decisione della signora Branciani di lasciare la comunità l’ha alienata dalle altre suore, l’opportunità di riconnettersi con vecchie amiche e trovare forza in nuove relazioni è stata fondamentale nel suo percorso di guarigione. Come ha detto lei stessa, “l’abuso non può essere superato da soli”. 

    Sebbene la signora Branciani abbia parlato del film come di un viaggio personale, ha anche sottolineato come lo scopo del documentario fosse più ampio della semplice condivisione della storia di una singola persona. Sia lei che la signora Luciano hanno parlato degli abusi clericali come di un problema pervasivo e sistemico che rende le donne nella Chiesa particolarmente vulnerabili ai maltrattamenti. Sebbene il suo trauma fosse il risultato delle azioni di un singolo individuo, ha vissuto “la Chiesa come un contesto in cui gli abusi possono verificarsi”. 

    Le donne hanno espresso frustrazione per l’attuale sistema di indagine e di accertamento delle responsabilità. La signora Luciano, in particolare, ha criticato l’attuale processo in cui i leader ecclesiastici tengono “processi ecclesiastici per abusi” senza “consentire a tutte le vittime di partecipare al processo”. Allo stesso modo, la signora Luciano ha identificato il problema degli “spettatori”, sostenendo che i cattolici dovrebbero essere più attenti a come fedeli membri della Chiesa possano rendersi complici dell’insabbiamento degli abusi attraverso la loro ignoranza e negazione.  

    Ma nonostante le critiche all’attuale processo di responsabilizzazione, le donne hanno chiarito che non stanno cercando di distruggere o indebolire la Chiesa. Piuttosto, la signora Luciano ha insistito sul fatto che “la Chiesa non potrà salvarsi” negando il dolore che è stata capace di infliggere. L’unico modo per la Chiesa cattolica di andare avanti, dal suo punto di vista, è riconoscere il dolore che ha inflitto e impegnarsi per impedire che questo danno si ripeta. 

    Nel caso della signora Branciani e di padre Rupnik, non si è ancora giunti a una soluzione definitiva. Il sacerdote è stato espulso dalla Compagnia di Gesù nel 2023, ma è stato poi incardinato come sacerdote nella diocesi di Capodistria, in Slovenia, più tardi nello stesso anno. In una dichiarazione pubblica relativa all’accettazione di padre Rupnik nella diocesi di Capodistria, il vicario generale della diocesi, Slavko Rebec, ha spiegato che questa decisione era dovuta “al fatto che non era stata emessa alcuna sentenza giudiziaria nei confronti di padre Rupnik”. 

    Nel corso della sua lunga carriera di artista, i mosaici di Padre Rupnik sono stati esposti in chiese di tutto il mondo. Sebbene alcuni luoghi, come la Basilica di Nostra Signora del Rosario a Lourdes, in Francia, abbiano scelto di ricoprirli , essi sono ancora esposti nella Cappella Redemptoris Mater in Vaticano e in numerose chiese ed edifici religiosi in vari paesi e città. 

    La controversia in corso sullo status di Padre Rupnik nella Chiesa cattolica non ha impedito alla signora Branciani di tentare di andare avanti con la sua vita. Sebbene gli abusi subiti siano stati particolarmente dolorosi perché hanno minato la sua fede, ha affermato di essersi impegnata a mantenere un forte senso di spiritualità e un legame personale con Dio. “Il rapporto con il divino è dentro di noi”, ha detto. “[Ho] un rapporto diretto con Dio, e nessun altro può togliermelo”.

    “Suore contro il Vaticano” è attualmente proiettato per un pubblico selezionato. 

  • Spagna, il clero cede sugli abusi

    Spagna, il clero cede sugli abusi

    Se c’è un avversario temibile per ogni governo di sinistra spagnolo è la Chiesa cattolica, da sempre. Un’istituzione che in Spagna vanta la collaborazione lungo i 40 anni di dittatura franchista: dalla legittimazione del colpo di Stato del 1936 ai benefici economici e politici, fino alla repressione culturale e morale della società. Solo nel 2020 papa Francesco è riuscito a sostituire la leadership della Conferenza episcopale con un vescovo moderato e non apertamente reazionario.

    È DUNQUE UNA MEDAGLIA particolarmente significativa quella che il governo spagnolo ieri si è appuntato riuscendo a piegare il braccio della Conferenza episcopale che ha accettato di pagare di tasca propria le riparazioni a tutte le vittime degli abusi sessuali del clero. Tutte: anche quelle per le quali è scattata la prescrizione, anche di quelle che non si siano rivolte alla commissione preposta dalla Chiesa, e anche nel caso che non ci sia accordo fra le parti: i vescovi hanno accettato infatti che sia il Difensore del popolo spagnolo a stabilire gli indennizzi.

    LA SCIAGURA DEGLI ABUSI sessuali nel seno delle istituzioni ecclesiastiche in Spagna come in molti altri paesi è di proporzioni colossali: il tempo non fa che aumentare il numero delle vittime e dei carnefici. Fino al 2018, eccetto alcuni sporadici casi (poche decine), e complice la connivenza e l’opacità della gerarchia ecclesiastica, le dimensioni del problema non erano chiare. In quell’anno però il quotidiano El País ha cominciato a raccogliere testimonianze di numerose vittime di abusi, mettendo insieme la prima e unica base di dati sulla pederastia della Chiesa che a oggi conta quasi 3.000 vittime e 1.500 presunti aggressori. Questa inchiesta ha portato alla compilazione di cinque rapporti di 1.600 pagine consegnati al Vaticano, alla Conferenza episcopale spagnola e al Defensor del pueblo, una istituzione indipendente che tutela i cittadini contro abusi e cattiva amministrazione, paragonabile a un Difensore civico, però a livello nazionale.

    SULLA BASE DELLO SCANDALO, il Congresso obbligò nel 2022 il Defensor del pueblo a stilare un rapporto sul fenomeno. Dopo aver intervistato 8.000 persone, nel rapporto reso pubblico nel 2023, il Defensor stimava l’astronomica cifra di più di 400 mila vittime che avrebbero sofferto abusi in ambito religioso, 230 mila delle quali da parte di sacerdoti o religiosi. Rispetto alle 330 mila in Francia, questi numeri collocano la Spagna ai primi posti nel mondo per proporzione di casi (circa l’1% della popolazione). Non sorprende: durante tutti gli anni del franchismo, la chiesa era sostanzialmente incaricata dell’educazione, e anche negli anni successivi la presenza cattolica nelle scuole paritarie (frequentate da un terzo di tutto l’alunnato del paese) è rimasta significativa.
    Nel rapporto, il Difensore, il filosofo ed ex ministro socialista Ángel Gabilondo, accusava le istituzioni ecclesiastiche di scarsa collaborazione e di aver coperto gli abusi, e chiedeva al governo di assumere i costi delle riparazioni per tutte le vittime.

    IERI PERÒ C’È STATO un colpo di scena. Il ministro della Giustizia Félix Bolaños, accompagnato dal nuovo presidente della Conferenza episcopale Luís Argüello, e dal presidente della Conferenza spagnola dei religiosi Jesús Díaz Sariego, ha annunciato un accordo impensabile fino a pochi mesi fa. Certamente c’è lo zampino di papa Prevost, che proprio a novembre aveva incontrato i vertici della Conferenza episcopale spagnola per risolvere l’impasse. Il suo predecessore, Francesco, aveva riposto fiducia nel vescovo che aveva fatto nominare ma che invece aveva lasciato le cose come stavano. Leone XIV, irritato per l’ennesimo scandalo che per la prima volta coinvolgeva direttamente un cardinale, ha premuto l’acceleratore, come ha confessato ieri Argüello. Aggiungendo però che ora «vogliamo assumerci le nostre responsabilità». Bolaños ha invece sottolineato che «lo Stato sta adempiendo ai suoi obblighi nei confronti delle vittime».

    CI SARÀ UN ORGANO MISTO chiesa-stato e indipendente che fisserà dei criteri per diversi tipi di riparazione, oltre a quella economica: «di natura riparativa e simbolica», «di riparazione psicologica e/o psichiatrica con professionisti scelti dalla vittima e che potrebbe estendersi ai suoi familiari», di «riparazione morale del danno causato» o «qualsiasi altra forma di riparazione che possa essere proposta». Le vittime avranno un anno di tempo (prorogabile) per iscriversi in un apposito registro e saranno informate della proposta di indennizzo concordata fra chiesa e Defensor che avrà l’ultima parola. Sarà l’istituzione ecclesiastica responsabile dell’aggressore (diocesi, ordine religioso o congregazione) a pagare. Se non ce la facesse, sarà la Conferenza episcopale a coprire i costi.

    https://ilmanifesto.it/spagna-il-clero-cede-sugli-abusi

  • Sinéad O’Connor, crocifissa per aver detto la verità

    Sinéad O’Connor, crocifissa per aver detto la verità

    di Giacomini Alessandro – La Chiesa Cattolica non ha mai chiesto scusa a Sinéad O’Connor, non lo ha fatto nel 1992, quando la distrusse mediaticamente, non lo ha fatto nel 2002, quando la cronaca le diede ragione, e non lo ha fatto nel 2023, quando lei se n’è andata.

    Questo silenzio non fu una dimenticanza, ma una precisa scelta politica, ammettere il torto fatto a Sinéad significherebbe ammettere che un’intera gerarchia ha preferito la tutela dei pedofili alla salvezza dei bambini.

    L’8 ottobre 1992 la nota cantante Sinéad O’Connor non compì un gesto blasfemo, smise semplicemente di fingere, sul palco del Saturday Night Live cantò War di Bob Marley, cambiò il testo per parlare di abusi sui minori e strappò la foto di Papa Giovanni Paolo II (dicasi Wojtyla).

    Disse: Fight the real enemy, il vero nemico non era la fede era l’istituzione che la usava come scudo per proteggere i colpevoli.

    La risposta fu un linciaggio globale, non contro i pedofili, non contro chi li aveva coperti, ma contro una donna sola.

    Sinéad spiegò, urlò, insistette, la sua era una denuncia contro la copertura sistematica degli abusi sessuali sui minori da parte della Chiesa cattolica.

    Non fu ascoltata, perché ascoltarla avrebbe significato guardare negli occhi una verità orrenda, che per decenni la Chiesa aveva scelto di salvare sé stessa, non certo i bambini.

    E mentre Sinéad veniva distrutta pubblicamente, la Chiesa continuava a funzionare esattamente come prima, ciò che Sinéad aveva intuito con il dolore, i documenti lo confermavano con il gelo della burocrazia.

    Sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, la protezione dei preti abusatori non è stata un errore di percorso, ma una dottrina ufficiale.

    Nel suo periodo, la Congregazione per la Dottrina della Fede ribadì il segreto pontificio sui delicta graviora (i delitti più gravi), in pratica:

    silenzio obbligatorio, niente denunce, niente giustizia civile, i vescovi non erano tenuti a rivolgersi ai tribunali, i preti abusatori venivano spostati, i bambini sacrificati e le famiglie lasciate sole.

    Non furono errori, fu una strategia, una strategia che permise a migliaia di sacerdoti di continuare a stuprare minori in tutto il mondo.

    In Francia, una commissione indipendente ha stimato 216.000 vittime tra il 1950 e il 2020, duecento sedicimila vite spezzate, ma il problema per il mondo, restava Sinéad O’Connor.

    Fino al 2001, la guida suprema era il documento “Crimen sollicitationis” del 1962, che imponeva il “segreto del Sant’Uffizio“ su ogni indagine per pedofilia.

    Le istruzioni erano inequivocabili:
    segreto permanente, anche dopo la fine del processo, il silenzio doveva essere totale e pena di scomunica per chiunque osasse denunciare all’esterno, cioè alla magistratura civile.

    ​Nel 2001, Joseph Ratzinger, braccio destro di Giovanni Paolo II, non scardinò questo sistema, ma lo blindò con l’epistola De Delictis Gravioribus.

    Ribadì il “segreto pontificio”, assicurando che i crimini sessuali contro i minori rimanessero un affare interno, gestito da vescovi che avevano come unico mandato quello di evitare lo scandalo, non di consegnare i mostri alla giustizia.

    Nel 2002 il Boston Globe fece ciò che Sinéad O’Connor aveva fatto dieci anni prima, raccontò i fatti, solo che allora non si strappavano più foto, si strappavano le maschere.

    Sinéad aveva detto la verità, la Chiesa aveva mentito eppure nessuno le chiese scusa.

    Non la Chiesa, non il Vaticano, non Giovanni Paolo II, beatificato e santificato senza che il suo ruolo nel sistema di copertura venisse mai affrontato, mentre

    Sinéad non fu riabilitata, non le venne restituita la carriera, non le venne restituita la voce, non le venne restituita la dignità.

    Venne lasciata a combattere da sola contro traumi, malattie mentali, ferite profonde, molte aggravate proprio da quel linciaggio pubblico, ma non ritrattò mai, non chiese mai perdono perché non aveva nulla di cui pentirsi.

    È morta nel luglio 2023 a 56 anni, solo allora partirono gli elogi, solo allora divenne una “profeta”, solo allora una “visionaria”, ma anche, solo parole vuote, pronunciate quando non costano più nulla.

    Ma non per la Chiesa cattolica, che invece, non disse nulla, nessuna ammissione, nessuna richiesta di perdono, nessuna parola per la donna che aveva denunciato ciò che poi si rivelò vero.

    Sinéad O’Connor non è stata una martire della musica è stata una vittima collaterale di un sistema di potere che ha preferito distruggere chi parlava piuttosto che fermare chi abusava, strappò una foto per difendere dei bambini, e la Chiesa, con il suo silenzio, strappò lei.

    La Chiesa di Wojtyla non ha “omesso” di vigilare, ha attivamente impedito che la giustizia facesse il suo corso, spostando i preti da una parrocchia all’altra come pezzi di un gioco perverso, regalando loro nuove vittime in cambio del silenzio.

    ​Il fatto che Giovanni Paolo II sia stato proclamato Santo a tempo di record è l’insulto finale a Sinéad O’Connor e a tutte le vittime di abusi.

    È la prova che per il Vaticano la difesa del prestigio dell’istituzione vale più della dignità umana.

    ​Sinéad O’Connor è morta senza aver ricevuto un grammo di quella giustizia che chiedeva, mentre la Chiesa Cattolica non ha mai fatto i conti con lei perché lei è lo specchio della loro vergogna.

    Ricordarla oggi non è un omaggio, è un atto di accusa contro un’istituzione che non ha mai chiesto scusa e che, proprio per questo, non ha mai davvero fatto i conti con la propria colpa.

    Ricordarla oggi significa non perdonare un’istituzione che continua a nascondersi dietro il fumo dell’incenso per non guardare il sangue sulle proprie mani.

    ​Fonti – Link – Approfondimenti:

    • ​Crimen Sollicitationis (1962):

    Per decenni, questo documento è stato il manuale d’istruzioni per occultare i crimini sessuali. Prevedeva il “segreto del Sant’Uffizio”, punendo con la scomunica chiunque, vittima o testimone, riferisse i fatti alla magistratura civile.

     Fonte: Archivio Vaticano / Testo integrale su AGER

    Testo integrale tradotto dal latino (Associazione Rete L’Abuso)

    • De Delictis Gravioribus (2001):

    Sotto la firma dell’allora prefetto Joseph Ratzinger, braccio destro di Wojtyla, la Chiesa ribadiva che i “delitti più gravi”, tra cui la pedofilia, dovevano restare sotto il “segreto pontificio”.

    Un atto che, di fatto, sottraeva migliaia di criminali alla giustizia ordinaria.

    Fonte: Lettera Ad exsequendam, Santa Sede

    • ​​Francia:Il Rapporto Sauvé ha stimato circa 216.000 vittime tra il 1950 e il 2020.

    Fonte: CIASE – Commission indépendante sur les abus sexuels dans l’Église

    • ​Irlanda:

    Il Rapporto Ryan e il Rapporto Murphy hanno scoperchiato decenni di torture e abusi sistematici nelle istituzioni cattoliche.

     Fonte: Murphy Report – Department of Justice

    • ​Italia:

    Il nostro Paese resta un’anomalia europea, privo di una commissione d’inchiesta indipendente statale, con la CEI che si limita a “report” parziali basati solo sulle segnalazioni interne.

    Le inchieste successive, come il Rapporto Ryan, avrebbero confermato che in quegli anni migliaia di bambini venivano abusati in istituti gestiti da ordini religiosi, con la piena consapevolezza dei vertici.

    • ​​Francia (Rapporto Sauvé):Circa 216.000 vittime tra il 1950 e il 2020. Il rapporto sottolinea il carattere “sistemico” degli abusi.

    ​Irlanda, la terra di Sinéad, migliaia di bambini torturati nelle Magdalene Laundries e nelle scuole cattoliche.

    https://www.rsi.ch/info/mondo/Irlanda-la-strage-degli-illegittimi–1241838.html

    https://europa.today.it/attualita/irlanda-scuole-cattoliche-abusi-sessuali.html

  • Jorge Cardona Llorens: “Un bambino non smette di essere bambino solo perché attraversa un confine”

    Jorge Cardona Llorens: “Un bambino non smette di essere bambino solo perché attraversa un confine”

    Il professor Carlos Gil Gandía organizza questo martedì un seminario sulla migrazione (9 ore nella Sala dei Titoli della Facoltà di Giurisprudenza dell’UMU) che vedrà la presentazione inaugurale dell’ex membro del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti del Bambino, Jorge Cardona (Valencia, 1957), sui minori stranieri non accompagnati, il gruppo vulnerabile più incisivo della Regione di Murcia negli ultimi anni. Avviso ai marinai: “Il termine ‘minerale‘ non dovrebbe essere usato perché è stigmatizzante.”

    Stiamo fallendo come paese quando non riusciamo a metterci d’accordo sulla distribuzione dei bambini senza genitori?

    La responsabilità nei confronti dei bambini che arrivano nel nostro paese da soli è collettiva. Tuttavia, la solidarietà non si ottiene con l’imposizione, ma attraverso un impegno condiviso, e per questo la cosa importante è convincere e negoziare.

    Ci sono stati imperialisti in guerra con l’ONU e che rifiutano la cooperazione

    Sembra complicato negoziare in tempi di tanta polarizzazione.

    Beh, in tempi di tanta polarizzazione, quello che dobbiamo fare è non trasformare i bambini in danni collaterali. Non possiamo giustificarci sulla base del fatto che la società sia polarizzata e faccia tutto il male. Dobbiamo lavorare per depolarizzare la società, dialogare, dialogare, parlamentare.

    La protezione legale dei minori non accompagnati viene violata in Spagna?

    Un bambino, attraversando un confine, non cessa di essere un bambino. È sempre un bambino. La Convenzione sui diritti dell’infanzia afferma che i bambini sono soggetti a diritti ovunque si trovistano, qualunque sia la loro origine, che siano entrati in modo regolare o irregolare, che abbiano un orientamento sessuale o un altro, che abbiano o meno una disabilità. Inoltre, ognuno è un’individualità perché ha una storia propria dietro. Alcuni fuggono dalla violenza, altri fuggono dalla guerra, altri ancora fuggono dalla mancanza di opportunità. La loro protezione viene messa in discussione quando i Servizi di Protezione dell’Infanzia non dispongono delle risorse e della formazione necessarie. Alla fine, le istituzioni non esistono, ciò che esiste sono persone che devono essere pronte a prendersi cura dei minori.

    La solidarietà non si ottiene con l’imposizione, ma con l’impegno condiviso

    La Convenzione sui diritti del bambino è in pericolo? L’ONU è sempre più distratta.

    Ci sono stati in guerra con l’ONU, stati imperialisti ed egoisti che non vogliono cooperazione. Lo stanno attaccando riducendo le sue risorse non pagando la quota. Non sono solo gli Stati Uniti, è la Germania, la Francia, il Regno Unito, ci sono molti che non pagano o pagano molto tardi. Pertanto, non sono a rischio solo i diritti del bambino, ma anche i diritti umani. Se oggi siamo chiari sulle regole per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, è grazie all’ONU. Se oggi abbiamo una convenzione sui diritti delle persone con disabilità affinché siano considerate suddite dei diritti su una base di parità rispetto agli altri, è grazie all’ONU. Quando le Nazioni Unite vengono attaccate, tutti i sistemi creati per proteggere i diritti delle persone in una situazione di maggiore vulnerabilità sociale vengono attaccati.

    Come sarebbe un mondo senza l’ONU?

    Il problema è che vogliono smantellare il sistema che abbiamo creato dopo la Seconda Guerra Mondiale senza prima costruirne uno nuovo. L’unica cosa certa è che finirà per colpire seriamente i più deboli: bambini, persone con disabilità e tutti coloro che si trovano in una situazione di vulnerabilità a causa di stereotipi sessisti, abilisti e centrati sugli adulti.

    I paesi di origine non garantiscono mai la protezione dei bambini se ritornano

    Sa che nella Regione di Murcia Vox sta ponendo molta attenzione sui minori migranti, arrivando persino a mobilitare i quartieri contro tutti i centri di protezione.

    È necessario spiegare la realtà. Ciò che spaventa di più è ciò che è sconosciuto. Quando una persona entra in contatto con quei bambini che arrivano e scopre la storia dietro ciascuno di essi, è incapace di pensare che debba essere cacciata, anche se vota per Vox. Questo partito gestisce un discorso all’interno dell’ignoranza e, inoltre, dell’uso della paura. Il problema nasce quando questi messaggi ricevono risposta con il silenzio invece che con parole per spiegare le cose. Dobbiamo trasferire tutte le storie magnifiche e di successo che sono state prodotte grazie a una buona integrazione di ragazzi e ragazze ricevute dalla nostra società. D’altra parte, da un punto di vista strettamente economico, sono il nostro futuro. Le famiglie spagnole non hanno figli e, come se non bastasse, sta avvenendo una società che invecchia. Molti dei giovani che arrivano sono quelli che accederanno al mercato di lavoro E garantiranno che possiamo continuare a mantenere le pensioni grazie ai loro contributi. Quindi, quello che dobbiamo fare è addestrarli bene, aiutarli e capire quale sia quella situazione.

    Non sembra che si fermeranno. Questo discorso dà voti.

    Perché mescolano molti concetti apposta. Ad esempio, nella situazione di disoccupazione O un impiego precario, invece di lavorare per garantire salari decenti per tutti, assicurano alle persone che se il loro stipendio è pessimo è perché c’è uno straniero che guadagna ancora meno ed è per questo che non vengono pagati di più. Inoltre, utilizzano formule semplicistiche, che mancano della minima base scientifica o di realtà. Capita anche che, molte volte, le persone non sentano voglia di pensare molto a causa dell’eccesso di informazioni e delle ‘fake news’ sui social network.

    I minori migranti stanno fuggendo, non vengono per via del teppismo

    La disinformazione scoraggia i cittadini?

    Abbiamo un serio problema di accesso a informazioni reali e autentiche. Dobbiamo pensare in modo ragionevole, sappire che con uno slogan o con un messaggio di 140 caratteri dal vecchio Twitter non si può costruire un discorso che valga la pena. È necessario che la società venga consapevole e abbia il sostegno delle istituzioni affinché ci sia un’istruzione solida nelle scuole. Gli studenti di oggi delle scuole primarie, secondarie e universitari sono i cittadini che costruiranno la società spagnola per i prossimi quarant’anni. Richiede anche la garanzia che i media combatteranno contro queste fake news e, perché no, imporranno sanzioni a chiunque diffonda anonimamente bugie e insulti dai social network. Finché si sentiranno impuniti, continueranno a farlo. Solo così creeremo una società coerente, di supporto e democratica.

    Il governo regionale vuole promuovere accordi con paesi terzi per quella che chiamano riunificazione familiare dei minori stranieri non accompagnati. Stiamo affrontando una deportazione segreta?

    Ciò che è sconosciuto fa paura, quindi la verità sulla migrazione deve essere spiegata

    Senza coprirsi. La nostra legislazione prevede che quando un bambino arriva da solo in territorio spagnolo, i servizi di protezione debbano accoglierlo. Questi bambini possono essere restituiti quando i servizi sociali dei loro paesi garantiscono che torneranno in un ambiente sicuro. Quello che succede è che questo non accade. Se una ragazza è fuggita dal suo paese perché è stata violentata dal padre, non possiamo restituirla a quel padre. Se un bambino ha lasciato il proprio paese perché sta per essere reclutato da un gruppo armato, non possiamo restituirlo. Se una ragazza ha lasciato il suo paese perché è vittima di violenza, non possiamo riportarla indietro. E se un bambino è fuggito perché è l’unica via d’uscita dalla fame, non possiamo riportarlo a morire di fame. Poiché i servizi sociali dei paesi da cui fuggono i bambini non garantiscono mai che i loro diritti vengano rispettati, non vengono restituiti. Ricordo la crisi causata dal ministro Fernando Grande-Marlaska, quando si dedicò a Melilla a riportare i bambini in gruppi di 25 senza conoscere la situazione di ciascuno di loro. Fortunatamente, il Comitato per i Diritti del Bambino riuscì a fermarlo.

    Si sostiene spesso che sia meglio per loro stare con i genitori.

    Ogni caso deve essere studiato. Cerchiamo sempre di parlare dell’origine di ciascuno dei bambini, ma non dobbiamo dimenticare che sono persone vulnerabili che stanno fuggendo. Non vengono perché nessuno di loro ha inventato un teppismo.

    Intervista con Jorge Cardona Llorens | Jorge Cardona Llorens: “Un bambino non smette di essere bambino solo perché attraversa un confine”

  • Le scuole cattoliche sotto i riflettori mentre il rapporto sugli abusi francesi alimenta il dibattito sulla supervisione statale

    Le scuole cattoliche sotto i riflettori mentre il rapporto sugli abusi francesi alimenta il dibattito sulla supervisione statale

    Un rapporto parlamentare francese pubblicato il 2 luglio ha fatto luce su inquietanti casi di abusi nelle scuole, riaccendendo anche un dibattito nazionale di lunga data sull’equilibrio tra il controllo statale e la libertà di istruzione.

    Il relazione, a seguito di un’indagine di cinque mesi sulla violenza all’interno del sistema scolastico, propone una serie di misure volte a proteggere meglio i minori. Tuttavia, la sua forte attenzione alle istituzioni private cattoliche sotto contratto statale ha sollevato preoccupazioni su potenziali pregiudizi politici e sul futuro del pluralismo educativo in Francia.

    L’inchiesta è stata condotta dai parlamentari Violette Spillebout, del partito centrista del presidente Macron Renaissance, e Paul Vannier, del partito di estrema sinistra La France Insoumise (LFI).

    Mentre il rapporto si rivolge formalmente a tutti i tipi di scuole, gran parte della sua attenzione è rivolta alle istituzioni private cattoliche sotto contratto statale, in particolare quelle con programmi di imbarco.

    “Disfunzione strutturale”

    La commissione d’inchiesta è stata istituita a seguito di rivelazioni di abusi a Notre-Dame de Bétharram, un collegio cattolico nei Pirenei Atlantici (Francia sud-occidentale). Il caso, durato diversi decenni, è servito da catalizzatore per la riflessione nazionale. Il primo ministro François Bayrou, ex ministro dell’istruzione che aveva mandato i suoi figli a scuola, è stato chiamato a testimoniare.

    La scuola di Bétharram è citata nel rapporto come un caso di studio chiave, in cui sacerdoti, insegnanti e personale sono accusati di aver commesso gravi abusi fisici e sessuali tra il 1957 e il 2004.

    Le vittime hanno descritto atti di “gravità senza precedenti, di sadismo assoluto”. I legislatori hanno definito la scuola un “esempio da manuale” della disfunzione strutturale dello Stato e dell’incapacità di prevenire gli abusi, avvertendo che difetti simili permangono ancora oggi.

    Più in generale, il rapporto denuncia la violenza in corso nelle scuole pubbliche e private e cita decenni di misure protettive insufficienti. La presidente della Commissione Fatiha Keloua Hachi ha descritto l’indagine come un “profondo tuffo nell’impensabile”, rivelando il silenzio sistemico e il fallimento istituzionale. Documenta oltre 270 scuole colpite e almeno 80 collettivi di vittime in tutto il paese.

    Il rapporto ha anche sottolineato i fattori culturali e religiosi che potrebbero aver contribuito al silenzio istituzionale in alcune scuole, tra cui rigide strutture gerarchiche e una riluttanza a mettere in discussione l’autorità.

    La commissione ha scoperto che gli insegnanti sanzionati a volte potevano essere tranquillamente riassegnati. Ha inoltre evidenziato l’assenza di dati nazionali sui casi di abuso e le discrepanze nelle segnalazioni: Un’indagine nazionale ha stimato 7 000 casi di violenza sessuale in un anno, ma solo 280 sono stati ufficialmente registrati nel periodo 2023-2024.

    In definitiva, la relazione conclude che il ministero dell’Istruzione non dispone ancora di strumenti efficaci per individuare e affrontare gli abusi e chiede riforme strutturali globali.

    Tra le raccomandazioni più importanti della relazione figurano l’allungamento dei termini di prescrizione per la segnalazione di abusi, il rafforzamento delle tutele degli informatori e l’istituzione di un nuovo organismo di segnalazione indipendente denominato “Signal Éduc”. Chiede inoltre la creazione di un fondo nazionale di risarcimento per le vittime.

    Altre misure proposte includono l’aumento della frequenza delle ispezioni, in particolare per i collegi (annualmente nelle scuole primarie e almeno ogni tre anni nelle scuole medie e superiori) e la revoca del segreto professionale nei casi di abuso di minori di 15 anni, anche nel contesto della confessione religiosa.

    Quest’ultima proposta, già inclusa nella relazione Ciase del 2021 sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica, è suscitare preoccupazione nella gerarchia ecclesiastica che ha costantemente riaffermato l’inviolabilità del sigillo della confessione.

    La relazione raccomanda inoltre che le istituzioni private con contratto statale siano portate più direttamente sotto la supervisione della direzione generale del ministero dell’Istruzione e propone di rivalutare il ruolo del segretariato per l’istruzione cattolica (SGEC), che sovrintende a oltre 7 200 scuole.

    Risposta dell’istruzione cattolica

    Philippe Delorme, segretario generale della SGEC, che è stato oggetto di un intenso esame da parte del correlatore Paul Vannier, che ne ha ripetutamente messo in discussione la legittimità e l’ha accusata di ostacolare la supervisione, ha risposto con cautela alla relazione.

    Egli riconosciuto la sua utilità nell’emergere abusi e nell’incoraggiare la vigilanza mentre esprime preoccupazione per ciò che considera come tentativi di erodere la missione distintiva dell’educazione cattolica.

    “La vita scolastica nei nostri stabilimenti non è destinata ad essere esattamente la stessa delle scuole pubbliche in quanto godiamo di una certa libertà di organizzazione”, ha dichiarato durante un incontro del 7 aprile. audizione con la commissione per gli affari culturali e l’istruzione.

    Durante un 19 giugno conferenza stampa, ha affermato che il SGEC si era già impegnato a verificare i precedenti penali di tutto il personale non docente – circa 80 000 persone – con largo anticipo rispetto alla pubblicazione della relazione.

    Inoltre, il SGEC ha recentemente lanciato, in maggio, il “Fermare le violenze“, con l’obiettivo di sensibilizzare, migliorare le strategie di prevenzione e rafforzare l’impegno delle istituzioni educative cattoliche per la sicurezza degli studenti.

    L’enfasi posta dalla relazione sulle scuole cattoliche ha scatenato il dibattito, in quanto i critici riconoscono la gravità degli abusi documentati, ma si chiedono anche se l’attenzione rischi di suggerire un fallimento sistemico unico dell’istruzione cattolica, nonostante problemi simili esistano in tutto il più ampio panorama educativo.

    In una relazione analisi pubblicato in Le Figaro, la giornalista dell’istruzione Caroline Beyer ha scritto che la relazione segna “una sequenza politica soprattutto”, con l’educazione cattolica esattamente in prima linea, e si è chiesta se le raccomandazioni avrebbero comportato un cambiamento significativo o se sarebbero servite a motivi ideologici.

    La sua osservazione ha fatto eco a preoccupazioni più ampie sul fatto che, mentre il rapporto solleva questioni vitali, rischia di diventare uno strumento per polarizzare i dibattiti sul ruolo delle scuole basate sulla fede nella società francese.

    Tali dubbi sull’imparzialità del documento sono stati rafforzati dal fatto che Vannier era già autore, nel 2024, di un documento altamente critico. relazione sul finanziamento delle scuole cattoliche.

    L’ex ministro dell’istruzione superiore Patrick Hetzel ha anche accusato il parlamentare di utilizzare l’inchiesta per perseguire un programma ideologico volto a minare la legge Debré del 1959, che garantisce il sostegno statale alle scuole private sotto contratto. “Con lui, LFI vuole rilanciare la guerra scolastica”, Hetzel detto Le Figaro, facendo riferimento alle tensioni storiche tra l’istruzione laica e quella basata sulla fede in Francia.

    Anche se Violette Spillebout ha insistito sul fatto che il loro lavoro non è stato guidato da dogmi, ma dalla testimonianza delle vittime e dal desiderio di garantire che nessun bambino, in qualsiasi tipo di scuola, sia lasciato senza protezione, la percezione di un’attenzione sproporzionata sulle istituzioni cattoliche rimane un punto di contesa.

    Il rapporto arriva in mezzo a più ampi sforzi da parte del governo francese per estendere il controllo sull’istruzione. Nel 2021 l’amministrazione del presidente Macron ha suscitato critiche per aver proposto un divieto di homeschooling, apparentemente per combattere la radicalizzazione islamica. Anche se ammorbidito prima del passaggio, il disegno di legge rifletteva uno spostamento verso un maggiore controllo statale sull’istruzione.

    La pubblicazione del rapporto ha coinciso anche con una rinnovata attenzione alla Stanislas School di Parigi, una prestigiosa istituzione cattolica sotto inchiesta per presunto mancato rispetto del programma nazionale di educazione sessuale e della “deriva omofobica e sessista” e dei suoi nuovi corsi di cultura cristiana.

    Durante un’ispezione del 2023 non ha confermato discriminazione sistemica, il ministero dell’Istruzione ha segnalato un monitoraggio più attento.

    Scuole cattoliche sotto i riflettori mentre il rapporto francese sugli abusi alimenta il dibattito sulla supervisione statale

  • Vittime di abusi nella Chiesa: “Non vengono ascoltate, bisogna fare di più”. Casi anche nella Granda

    Vittime di abusi nella Chiesa: “Non vengono ascoltate, bisogna fare di più”. Casi anche nella Granda

    La settimana del 18 novembre è dedicata alla preghiera per le vittime di abuso: è l’iniziativa che la Chiesa cattolica porta avanti dal 2020 e a cui aderisce anche la diocesi di Cuneo-Fossano, dove, come in 130 diocesi su 226, è attivo il centro di ascolto chiamato Servizio diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. A raccontare lo stato dell’arte in Italia è Ludovica Eugenio, torinese, responsabile del settimanale cattolico romano Adista e fra le organizzatrici di un recente convegno milanese sugli abusi nella Chiesa.

    “Manca una riflessione strutturata”

    «Nel nostro Paese manca ancora una riflessione strutturata sul tema – spiega -. Le vittime non trovano spazio adeguato per farsi ascoltare: fa eccezione la Rete L’Abuso (che dal 2000 ha ricevuto segnalazioni di 24 casi nella Granda, ndr), fondata da Francesco Zanardi – lui stesso vittima a 11 anni – che dal 2010 lavora per mappare i casi, individuare le diocesi a rischio, offrire sostegno psicologico e legale gratuito».

    La spinta a una maggiore consapevolezza è arrivata dalla Francia. Nel 2021 il Rapporto Sauvé, una vasta inchiesta indipendente sugli abusi nella Chiesa francese dal 1950 al 2020, ha rivelato cifre impressionanti: 216 mila vittime minorenni di sacerdoti, che salgono a 330 mila includendo i laici collaboratori delle istituzioni cattoliche. I preti coinvolti sarebbero tra 2.900 e 3.200, circa il 3% dei sacerdoti francesi del periodo. Una media che fa rabbrividire: 63 vittime per ogni abusatore.

    “La Cei rifiuta di avviare un’indagine indipendente”

    «In Italia, invece, la Cei si rifiuta di avviare un’indagine indipendente, sostenendo che qui non esista un problema sistemico – osserva Eugenio -. Eppure, una parte sempre più sensibile del mondo cattolico, spesso composta da gruppi e realtà femminili, chiede con forza più trasparenza e responsabilità».

    Secondo Eugenio, la radice del problema affonda nella concezione stessa del ministero ordinato: «Il prete, per tradizione tridentina (1546-1563), viene investito di un potere spirituale che lo colloca ontologicamente sopra i fedeli. L’identificazione eccessiva con il ruolo di “alter Christus” può generare derive di potere, soprattutto se accompagnata da una formazione insufficiente sul piano affettivo, psicologico e sessuale, e dai tabù che ancora gravano sul corpo e sull’altro sesso». Tre quarti degli abusi, spiega, avvengono in contesti di cura pastorale e direzione spirituale, spazi privi di regole codificate. «Sono relazioni profondamente asimmetriche, dove il rischio di abuso di potere è altissimo. Per molte religiose, ad esempio, il direttore spirituale è una figura a cui è dovuta obbedienza». Da qui la richiesta di codici chiari, simili a quelli in vigore nella psicoterapia: confini definiti, formazione adeguata, strumenti di supervisione. Senza una cornice regolativa, la relazione di aiuto rischia distorsioni pericolose.

    “Molti fedeli difendono i sacerdoti”

    Un altro nodo riguarda la reazione delle comunità. «Molti credenti tendono spontaneamente a difendere il sacerdote, percepito come figura sacra e quindi “oltre” il sospetto. Una idealizzazione che porta a mettere in dubbio la parola delle vittime» afferma Eugenio. Le dinamiche di potere, ricorda, trasformano la fiducia in ferita. «La Chiesa dovrebbe smettere di difendersi dalla sofferenza delle vittime e riconoscere la propria vulnerabilità. È l’unico modo per trasformarla in consapevolezza e guarigione, invece che in vulneranza e ulteriore danno».

    I centri di ascolto diocesani – 58 attivi su centotrenta, secondo Rete L’Abuso – sembrano mostrare segnali di indebolimento. «Report che da annuali diventano biennali, équipe spesso non specializzate, dati incompleti e l’assenza dell’obbligo di denuncia alla magistratura, con il rischio che i tempi si allunghino fino alla prescrizione. E non va dimenticata – conclude Eugenio -. La differenza fra diritto canonico e diritto penale: nel primo un prete abusante rischia la dimissione dallo stato clericale; nel secondo, fino a tredici anni di carcere».

    https://www.lastampa.it/cuneo/2025/11/22/news/abusi_chiesa_vittime_poco_ascoltate-15406374/

  • CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

    CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

    Riportiamo degli estratti significativi degli interventi alla CEI riunita ad Assisi da parte di S.E.R. Mons. Thibault Verny e di S.E.R. Mons. Luis Manuel Alì Herrera, rispettivamente Presidente (da quattro mesi) e Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. Particolarmente toccante è stata l’immagine della sedia vuota utilizzata dal primo e il riferimento all’emozione della paura effettuato dal secondo.

    “…Sono consapevole che il secondo Rapporto annuale della Commissione, avvenuto lo scorso 16 ottobre abbia suscitato alcuni malintesi in talune realtà ecclesiali, in particolare nella vostra Conferenza Episcopale. Permettetemi di ribadire quanto è chiaramente indicato nel documento stesso e quanto è stato sottolineato durante la presentazione nella Sala Stampa della Santa Sede: la Relazione è stata completata nel primo trimestre del 2025 e si riferisce ai dati raccolti nell’anno solare 2024. Detto ciò, in qualità di nuovo Presidente, mi assumo la piena responsabilità del lavoro svolto dal team della Commissione… Tre anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori hanno sottoscritto un accordo, denominato Memorare Initiative, che ha segnato l’inizio di una collaborazione strutturata tra noi. Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti. Attraverso questa intesa – insieme a voi – stiamo aiutando le comunità ecclesiali a prevenire gli abusi, a proteggere chi è a rischio e a intervenire con competenza e compassione quando si verificano situazioni di abuso, ovunque esse si manifestino.

    Come in ogni collaborazione viva, non mancano incomprensioni e divergenze. Tuttavia, è proprio in tali frangenti che siamo chiamati ad accompagnarci con prudenza e trasparenza, in una dialettica di ascolto sincero e apprendimento reciproco. Intendiamo proseguire su questa strada, condividendo il vostro impegno e le vostre procedure di tutela con un numero sempre maggiore di Chiese nel mondo. Così facendo, riconosciamo e valorizziamo ciò che funziona, mentre valutiamo e correggiamo ciò che può essere migliorato. Questo punto è cruciale: indicare con trasparenza le lacune nei sistemi di salvaguardia e offrire risposte professionali rafforza la credibilità della Chiesa, affinché la nostra casa ecclesiale sia un luogo sicuro per tutti, per le famiglie, i giovani e i bambini…

    Come vescovo francese, mi rivolgo a voi oggi con umiltà. Di fronte allo scandalo degli abusi sessuali, nessuno può affermare di operare alla perfezione. Credo che tutti stiamo cercando di fare il meglio possibile, riducendo al minimo il danno. In Francia è stata istituita una commissione indipendente, la CIASE, che ha avuto punti di forza e di debolezza, aspetti positivi e fragilità. Ciononostante, essa rappresenta un riferimento per la Conferenza Episcopale Francese… Inoltre, la metodologia e i risultati di tale commissione sono stati ripresi e convalidati dal governo francese, che ha successivamente istituito una commissione sugli abusi commessi nelle famiglie (CIIVISE).

    Sono convinto che non esista un modello unico di approccio. Spetta a ciascuna Conferenza Episcopale assumere la questione, discernere e decidere autonomamente, in base al contesto storico e culturale locale. Siamo qui per avanzare insieme e sostenerci reciprocamente. A ciascuno di noi spetta guardare con coraggio al passato e riconoscere la verità della situazione: solo così potremo gettare le basi per costruire il futuro.

    Permettetemi di condividere un’immagine che mi ha profondamente colpito durante un recente incontro con un gruppo di vittime e sopravvissuti, tutti adulti, molti dei quali anziani, che hanno subito abusi da bambini nella Chiesa in Belgio. Ci siamo intrattenuti con loro per oltre tre ore: un incontro intenso, talvolta doloroso. Vi era una sedia vuota tra due membri del gruppo; la signora accanto spiegò che era per suo fratello, anch’egli vittima di abusi, che si era tolto la vita. Quella sedia rappresentava lui e gli innumerevoli altri che hanno compiuto lo stesso gesto a causa degli abusi subiti. La sedia vuota era presente anche nel loro incontro con Papa Leone XIV. In tutto ciò che facciamo, dobbiamo guardare a quella sedia vuota: guardare al presente, attraverso cellule di ascolto, riconoscere e accompagnare le vittime e i sopravvissuti, accogliere le loro parole, per quanto difficili. Essi sono per noi come l’uomo ferito sul ciglio della strada da Gerusalemme a Gerico. E dobbiamo guardare al futuro, attraverso la prevenzione nelle istituzioni ecclesiali, nelle scuole e nelle famiglie…” (Mons. Thibault Verny).

    ***

    “… considero un segno della provvidenza divina il fatto che stiamo conversando con voi proprio nel giorno in cui celebriamo la Giornata di preghiera per le vittime, con il tema “il rispetto genera relazioni autentiche”, indetta da questa Conferenza Episcopale… Per questo motivo, desidero ringraziare sinceramente i vescovi italiani che hanno scelto di partecipare a questo momento di dialogo: la loro disponibilità ha permesso di ricevere contributi ricchi di riflessioni ed esperienze che hanno arricchito anche la Commissione stessa. Se in qualche circostanza ciò che avete condiviso è stato percepito come travisato o trasmesso in modo inesatto, desidero esprimere il nostro sincero rammarico. La nostra intenzione è – e rimane – quella di servire la verità con delicatezza, nel rispetto di coloro che, con coraggio e onestà, hanno accettato di avviare un dialogo…

    È vero che per il rapporto pubblicato lo scorso ottobre sono state ricevute 81 risposte su 226 questionari inviati alle circoscrizioni ecclesiastiche che compongono questa conferenza e le sue 16 conferenze regionali. Tuttavia, questo dato, estrapolato dal suo contesto, può essere soggetto a interpretazioni parziali. Inoltre, come abbiamo visto, tali interpretazioni omettono l’enfasi posta nel rapporto sugli otto punti di forza del sistema operativo, della formazione e della ricerca, concentrandosi invece solo sulle attività che devono essere ulteriormente implementate in alcune regioni.

    Come in ogni processo scientifico, l’indagine è un punto di partenza e non un giudizio: non misura l’impegno degli individui, ma aiuta a capire dove rafforzare la rete e migliorare la comunicazione. Quando si opta per la trasparenza e la responsabilità, la Chiesa si espone anche a interpretazioni che non sempre colgono la complessità e lo sforzo del percorso. Tuttavia, è un rischio che vale la pena correre, perché solo una Chiesa che parla con sincerità può essere credibile. L’importante è che questo percorso non diventi una competizione basata sui numeri, ma un processo di crescita comune in cui la ricerca, la verifica e l’accompagnamento siano finalizzati a un unico scopo: costruire fiducia.

    Solo la verità, anche quando è dolorosa, può diventare il fondamento di un rinnovamento e questo richiede rigore e indipendenza, per questo il lavoro scientifico e documentato, come quello avviato congiuntamente in Italia, rimane essenziale… Nel 2016, molte comunità di fedeli erano riluttanti a riconoscere la presenza di vittime o sopravvissuti al loro interno. Questa riluttanza a volte nasceva dalla paura, dalla paura di ascoltare le terribili verità che le vittime e i sopravvissuti ci raccontano. La paura che le nostre comunità non siano perfette e possano anche essere luoghi di orrore. La paura di non sapere cosa fare, come confortare, come aiutare. Paura di confrontarci con i nostri fratelli o sorelle che potrebbero aver commesso un crimine e del costo che questo potrebbe avere per loro e per noi.
    Troppo spesso questa resistenza ha tenuto molti uomini e donne rinchiusi nel silenzio per anni, per decenni, per tutta la loro vita.

    La nostra Commission crede fermamente che giornate come questa odierna è un esempio di come la preghiera si traduca in azione, in consapevolezza e accoglienza . Abbiamo assistito in questi 10 anni di giornate di preghiere un pellegrinaggio graduale e progressivo che sta smantellando questa paura e permettendo alle nostre comunità di diventare luoghi in cui le vittime e i sopravvissuti vengono ascoltati e sostenuti, con compassione e soprattutto con professionalità…

    Le esperienze concrete del popolo di Dio, quelle che toccano la sofferenza e la speranza della guarigione, devono poter entrare nei luoghi in cui si prendono le decisioni e si elaborano le linee guida universali. Solo in questo modo la riflessione non rimane astratta, ma si radica nella vita e diventa uno strumento di conversione pastorale. Questa collaborazione tra ricerca, pastorale e ascolto delle vittime è ciò che potrà far maturare una Chiesa più credibile e attenta ai segni dei tempi… Se voi ce lo consentite, la nostra missione è che la Commissione rimanga al vostro fianco, non come osservatore esterno, ma come compagno di viaggio…” (Mons. Luis Manuel Alì Herrera).

    Non è un caso che l’attenzione dei vescovi francesi sul problema abusi sia sempre alta. Un’indagine e un indirizzo si sono concentrati sui preti francesi (cfr. SETTIMANANEWS, 17/11/2025).

    CEI e tutela dei minori: la sedia vuota…

  • Marocco, un prete francese accusato di abusi sessuali su rifugiati africani

    Marocco, un prete francese accusato di abusi sessuali su rifugiati africani

    Un sacerdote francese, il padre Antoine Exelmans, è accusato di violenze sessuali nei confronti di giovani rifugiati africani a Casablanca, dove tra il 2021 e il 2024 ha diretto il servizio d’accoglienza per migranti dell’église Notre-Dame-de-Lourdes. Secondo quanto riportato dal giornale marocchino Enass e confermato da un’indagine interna dell’arcidiocesi di Rabat, il religioso avrebbe commesso abusi su almeno cinque persone, tra cui un minore.

    Divenuto negli ultimi anni una figura di riferimento nella Chiesa cattolica del Marocco per il sostegno ai migranti, Exelmans avrebbe approfittato della sua posizione per instaurare un vero e proprio “sistema di sfruttamento sessuale”, come lo definisce Enass. Il caso è emerso a seguito di una denuncia presentata nel maggio 2024 da una delle vittime, che ha portato all’apertura di un’inchiesta della Brigata nazionale della polizia giudiziaria di Casablanca.

    Poche settimane dopo il deposito della denuncia, il sacerdote ha lasciato il Paese, un mese prima della conclusione ufficiale della sua missione. Per Enass, si tratterebbe di una fuga. Ma l’arcivescovo di Rabat smentisce questa versione, affermando che il religioso si è recato in Francia con l’autorizzazione delle autorità ecclesiastiche e che oggi si trova lì agli arresti domiciliari, “a disposizione” della giustizia francese e marocchina.

    L’arcidiocesi di Rabat ha riconosciuto che “degli abusi sessuali sono stati commessi” e ha assicurato la propria collaborazione con le autorità competenti, pur ribadendo la volontà di accompagnare le vittime nel percorso di giustizia e guarigione. L’inchiesta, ancora in corso, getta nuova luce sulle vulnerabilità dei rifugiati africani in Marocco, spesso privi di tutela e di risorse, e solleva interrogativi più ampi sul controllo e la trasparenza delle strutture ecclesiastiche di assistenza.

    Marocco, un prete francese accusato di abusi sessuali su rifugiati africani