Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il vescovo eletto si dimette dopo la segnalazione di “comportamento inappropriato” nei confronti di un minore

    Il vescovo eletto si dimette dopo la segnalazione di “comportamento inappropriato” nei confronti di un minore

    Un sacerdote polacco nominato vescovo a luglio si è dimesso prima della sua ordinazione episcopale a causa di una segnalazione di un passato “comportamento inappropriato nei confronti di un minore”, è stato annunciato sabato.

    Il vescovo di Radom Marek Solarczyk ha fatto luce il 9 agosto sul motivo per cui padre Krzysztof Dukielski ha chiesto a papa Leone XIV di liberarlo dalla nomina del 12 luglio a vescovo ausiliare di Radom.

    La diocesi situata a sud della capitale Varsavia ha annunciato il 6 agosto che papa Leone aveva accettato la richiesta di Dukielski di farsi da parte, ma non ha fornito alcuna motivazione per tale decisione.

    Ma in un comunicato del 9 agosto , Solarczyk ha affermato di voler chiarire le circostanze delle dimissioni per il bene della Chiesa e per preoccupazione della persona coinvolta.

    Solarczyk ha affermato che è stato solo dopo l’annuncio della nomina di Dukielski che è emersa la segnalazione di comportamenti inappropriati nei confronti di un minore.

    «In conformità con il diritto canonico vigente, dopo aver ricevuto informazioni attendibili, sono stati avviati senza indugio i procedimenti previsti dalle norme», ha affermato il vescovo.

    Ha osservato che a Dukielski erano state imposte “misure preventive appropriate”.

    “Ulteriori decisioni sul suo caso saranno prese in conformità con le pertinenti disposizioni del diritto canonico”, ha affermato.

    Solarczyk ha aggiunto: “Esprimo la mia sincera solidarietà a quanti sono stati colpiti dal comportamento inappropriato del sacerdote. Vi assicuro le mie preghiere e la mia disponibilità a offrire loro sostegno pastorale”.

    “Confermo inoltre la mia determinazione a realizzare tutti i principi di giustizia e a costruire una comunità ecclesiale basata sulla verità, sulla responsabilità e sul rispetto per ogni essere umano”.

    Dukielski non ha commentato pubblicamente le sue dimissioni né la dichiarazione del vescovo.

    Il sacerdote 47enne è stato il 65° vescovo nominato da Leone XIV dopo la sua elezione a maggio e la prima nomina del papa nato negli Stati Uniti a una diocesi di rito latino in Polonia.

    Dukielski è stato ordinato sacerdote nella diocesi di Radom nel 2003. Ha studiato a Roma dal 2004 al 2013, lavorando contemporaneamente in parrocchie italiane. Dal 2014 al 2016 è stato vicedirettore dell’ufficio organizzativo nazionale della Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia.

    Nel 2021 è stato nominato parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Magnuszew, una cittadina nella Polonia centro-orientale, un ruolo che ha ricoperto quando è stato nominato vescovo.

    L’11 agosto i media polacchi hanno riferito che don Karol Piłat, ex vicedirettore della Caritas nella diocesi di Radom, aveva sostituito Dukielski come parroco della chiesa di San Giovanni Battista.

    Secondo quanto riferito, Solarczyk dovrebbe nominare formalmente Piłat pastore domenica 17 agosto.

    Dukielski non è il primo vescovo polacco eletto a farsi da parte prima della sua ordinazione episcopale.

    Don Franciszek Ślusarczyk, rettore del Santuario della Divina Misericordia a Cracovia-Łagiewniki, è stato nominato vescovo ausiliare di Cracovia il 3 dicembre 2018 e si è dimesso nove giorni dopo.

    L’arcidiocesi di Cracovia non ha fornito alcuna motivazione per la decisione, che secondo quanto affermato Ślusarczyk è stata presa “dopo riflessione e preghiera”. Ślusarczyk si è scusato con coloro che si sono sentiti delusi dalla sua decisione e ha affermato che intende continuare a servire l’arcidiocesi e la Chiesa.

    Anche in altri Paesi europei i sacerdoti si sono dimessi poco dopo essere stati nominati vescovi.

    Mons. Ivan Brient è stato nominato vescovo ausiliare di Rennes, in Francia, il 7 ottobre 2022, ma il 16 novembre 2022 ha annunciato che il Papa aveva accettato la sua decisione di dimettersi. Il cinquantenne ha citato problemi di salute che ha attribuito al “burnout”.

    Il canonico Christopher Whitehead è stato nominato vescovo di Plymouth, in Inghilterra, il 15 dicembre 2023. Tuttavia, la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles ha annunciato il 1° febbraio 2024 che la sua ordinazione episcopale non avrebbe avuto luogo come previsto a causa dell’apertura di un processo canonico.

    Whitehead ha ripreso le sue funzioni di pastore nella diocesi di Clifton dopo che un’indagine preliminare sulle accuse mosse contro di lui ha concluso che non era giustificata alcuna azione canonica.

    Anche i vescovi eletti negli Stati Uniti e in Argentina si sono dimessi prima di arrivare nelle loro nuove diocesi.

    Il commentatore della Chiesa polacca Tomasz Terlikowski ha sostenuto in un editoriale del 12 agosto che il caso Dukielski dovrebbe indurre a modificare il processo di selezione dei vescovi.

    Ha affermato che invece di annunciare la nomina di un vescovo e poi “aspettare con ansia” se qualcuno presenta un’accusa, sarebbe meglio procedere a consultazioni più ampie di quanto non avvenga attualmente.

    In genere, quando si verifica una vacanza episcopale in Polonia, il nunzio apostolico consulta vescovi, sacerdoti anziani e laici di spicco prima di sottoporre a Roma una lista di tre candidati, nota come terna. Il papa ha libera scelta, ma di solito sceglie uno dei tre nomi.

    “Forse le persone in grado di ottenere informazioni dovrebbero visitare ogni parrocchia in cui il candidato ha lavorato, e forse bisognerebbe condurre un’indagine in ognuna di esse”, ha scritto Terlikowski. “Alcune cose si possono scoprire solo in questo modo”.

    Ha anche suggerito che la terna potrebbe essere resa pubblica, incoraggiando le persone a esprimere commenti sull’idoneità dei candidati.

    Terlikowski ha sostenuto che ciò non significherebbe “democratizzare” la selezione dei vescovi.

    “Significa cambiare le procedure di controllo, il che potrebbe avere un impatto positivo sulla qualità del personale”, ha affermato.

    https://www.pillarcatholic.com/p/bishop-elect-steps-down-after-report

  • Conferenza episcopale francese: il vescovo di Toulouse ritiri la nomina del prete condannato per abusi su minore

    Conferenza episcopale francese: il vescovo di Toulouse ritiri la nomina del prete condannato per abusi su minore

    TOULOUSE-ADISTA. Non si spegne, in Francia, la polemica intorno al caso del prete Dominique Spina che, riconosciuto colpevole di abusi sessuali su un adolescente per un periodo di due anni, pur non avendo mai mostrato, durante il processo, un reale pentimento e avendo cercato di screditare la sua vittima, nominato parroco nel 2009, due anni dopo la sua uscita di prigione, e rimasto in carica fino al 2016, quando si è dimesso sotto la pressione mediatica, oggi viene scelto dal vescoovo mons. Guy de Kerimel per il delicatissimo ruolo di gran cancelliere, con responsabilità, quindi, sugli archivi diocesani. Da sottolineare che il codice di diritto canonico richiede una reputazione intatta per certi incarichi, il che rende problematica la sua nomina.

    Il 10 agosto, a rompere un imbarazzante silenzio rotto solo dalla voce isolata di protesta del vescovo di Viviers, mons. Hervé Jean Robert Giraud – che ha reagito pubblicamente prima sui social e poi in un’intervista, proponendo che il prete svolga “un lavoro ordinario come qualsiasi cittadino” – un comunicato della Conferenza episcopale francese, affronta in un paragrafo proprio tema di Toulouse, invitando de Kerimel a tornare sui suoi passi. “In Francia, le ultime settimane hanno visto un periodo ecclesiastico intenso”, esordisce il comunicato firmato dal card. Jean-Marc Aveline di Marsiglia, presidente dei vescovi, e dai due vicepresidenti mons. Vincent Jordy di Tours, e mons. Benoit Bertrand, vescovo di Pontoise. “Vorremmo sottolineare che la nostra Chiesa, da diversi anni, ha coraggiosamente imboccato la via della verità nella dolorosa questione degli abusi commessi al suo interno. È molto importante continuare questo lavoro in tutti i settori della vita ecclesiale. A poco a poco, abbiamo imparato a guardare questi fatti innanzitutto dal punto di vista delle persone che ne sono state vittime e che ne subiscono le conseguenze per il resto della loro vita. Questo cambiamento di prospettiva, l’ascolto commovente della loro angoscia e del loro dolore, l’accoglienza del loro invito a percorrere umilmente con loro un cammino di verità, hanno avviato, per la nostra istituzione ecclesiale, un lungo e impegnativo lavoro di conversione, che siamo determinati a proseguire”. In questo spirito, il vertice della Conferenza episcopale ha “avviato un dialogo costruttivo con Mons. Guy de Kerimel, arcivescovo di Tolosa, invitandolo a riconsiderare la decisione presa in merito alla nomina del Cancelliere della sua diocesi. In effetti, una tale nomina a un incarico così importante, canonicamente e simbolicamente, non può che ravvivare ferite, risvegliare sospetti e sconcertare il popolo di Dio”.

    Del resto non si contano le reazioni di protesta da parte della base cattolica. In un articolo sul quotidiano La Croix (7/8/2025), la presidente dell’associazione di sopravvissuti ad abusi Fraternité Victimes Mélanie Debrabant pone la questione centrale: che fare dei preti condannati che hanno scontato la pena? “Questo caso – scrive su La Croix – mette in evidenza quanto sia delicata la questione del destino dei preti autori di violenze sessuali, in particolare quando non vengono ridotti allo stato laicale. Non è un tema nuovo: la commissione Christnacht se ne occupa dal 2016.

    Nel 2021, la prima raccomandazione della Ciase era di “assicurarsi che le persone riconosciute colpevoli di aggressione o abuso sessuale su minore o persona vulnerabile siano oggetto, nel tempo, di un percorso di presa in carico da parte di professionisti della salute”. Il primo problema è trovare questi operatori sanitari qualificati e formati”.

    E poi: “chi decide la fine di un percorso di cura? Cosa fare quando l’interessato interrompe il suo seguito senza concertazione? Il rapporto della Ciase chiedeva anche di ‘garantire che qualsiasi persona coinvolta in un caso di aggressione o abuso sessuale su minore o persona vulnerabile non possa avere accesso a bambini, adolescenti o persone vulnerabili nell’ambito di una missione ecclesiale’”. Insomma, si chiede Debrabant: l’obiettivo di proteggere possibili vittime è realistico? Il tasso di recidiva dei pedocriminali è elevato: dal 10 al 40%, secondo uno studio del marzo 2025.

    Che compito affidare a questi uomini? Padre Patrick Goujon, gesuita, a sua volta vittima di abusi, ha recentemente testimoniato su La Croix di essere stato aggredito negli anni ’80 proprio dall’archivista della sua diocesi, che era stato nominato a quel posto proprio in seguito a denunce. Come è emerso dai lavori della commissione Ciase, molti archivi contenenti dati e notizie su casi di pedofilia sono stati distrutti. Altri preti vengono nominati cappellani di comunità religiose femminili, ma anche in quel caso un rischio c’è, dal momento che tali comunità sono spesso luoghi di ritiro e di passaggio. E poi, “queste donne che hanno consacrato la loro vita non meritano forse di meglio?”.

    Debrabant pone poi un altro interrogativo: “Se ammettiamo che questi preti debbano stare lontani da possibili vittime, chi li sorveglierà? Possiamo chiedere a un parroco di spiare il suo viceparroco? L’istituzione ecclesiale ha i mezzi per farlo, quando persino lo Stato, dotato di polizia e gendarmeria, non ci riesce?”.

    Non si può far credere, afferma la presidente di Fraternité victimes, “che la questione del reinserimento dei preti aggressori si riduca a questa sola alternativa: cancelliere o morte sociale”. “Non si può parlare di reinserimento degli aggressori – prosegue Debrabant – senza aver prima fatto di tutto per la riparazione delle vittime. Questi preti sono ospitati, stipendiati, accompagnati, sostenuti per le spese legali e mediche. Come accettare che un prete aggressore, anche se ha scontato la pena, possa essere trattato meglio di una vittima, che ne pagherà il prezzo per tutta la vita?”.

    Se negli ultimi anni qualche passo è stato fatto per le vittime, “la nostra esperienza a fianco delle persone vittime testimonia ancora numerose insufficienze e incompetenze. Oggi, molte vittime sono maltrattate, ignorate e ridotte al silenzio. Devono interagire con diversi interlocutori e ripetere ogni volta la loro storia, il che può metterle in pericolo. La loro sofferenza è trascurata, persino derisa da alcuni responsabili. Persone vulnerabili che contattano un centro di ascolto per raccontare i crimini subiti non ricevono consiglio legale. Nessuno le richiama per sapere come stanno”. E poi, “malgrado il motu proprio Vos estis lux mundi di papa Francesco, non conosciamo nessuno che abbia beneficiato di un aiuto finanziario per le spese psicologiche.

    Non esiste una consulenza specializzata in psicotraumatologia, dedicata e finanziata dall’istituzione. Le vittime sono lasciate sole: tocca a loro trovare operatori competenti e disponibili e pagare la propria terapia”. Senza dire che “Le procedure canoniche restano opache, lasciando regolarmente la vittima nell’ignoranza del processo, delle sue conclusioni e delle eventuali sanzioni”. Oggi, ad aiutare le vittime sono per lo più le associazioni. “Non sarebbe finalmente ora che l’istituzione prendesse risolutamente il partito della Misericordia: quella che si inginocchia davanti a queste vite spezzate e fa tutto il possibile per riparare?”.

    https://www.adista.it/articolo/74324

  • Un prete condannato è tornato al lavoro. I difensori dei diritti dei minori chiedono a Papa Leone di intervenire.

    Un prete condannato è tornato al lavoro. I difensori dei diritti dei minori chiedono a Papa Leone di intervenire.

    CITTÀ DEL VATICANO — Era la personificazione della vergogna in Vaticano, l’unico prigioniero nel carcere a tre celle del più piccolo stato sovrano del mondo. Ora, il reverendo Carlo Alberto Capella – condannato per possesso e distribuzione di una “grande quantità” di materiale pedopornografico mentre prestava servizio come diplomatico vaticano a Washington – sta presentando a Papa Leone XIV, il nuovo pontefice americano , una delle prime sfide del suo pontificato.

    Capella, un sacerdote italiano di 58 anni, è stato indagato dalle autorità statunitensi e canadesi per quasi due anni per aver raccolto e condiviso materiale pedopornografico mentre era diplomatico di alto rango presso l’ambasciata della Santa Sede a Washington. Nel 2017, il Dipartimento di Stato americano ha chiesto al Vaticano di revocare la sua immunità diplomatica, richiesta respinta. Capella è stato invece richiamato a Roma, dove ha ammesso di aver rintracciato immagini “ripugnanti” e, in un raro processo penale in Vaticano un anno dopo, è stato dichiarato colpevole e condannato a cinque anni di carcere.

    Nelle ultime settimane, sui blog cattolici sono emerse notizie del suo rilascio previsto per il 2022 e del suo ritorno silenzioso al lavoro presso la Segreteria di Stato della Santa Sede. Il suo ritorno al potente dicastero ha indignato i sostenitori delle vittime di abusi da parte di ecclesiastici cattolici. Insistono sul fatto che, sebbene non sia mai stato accusato di abusi sessuali, un sacerdote condannato per aver consumato materiale pedopornografico non ha posto in un importante ufficio vaticano.

    “Perché non dargli un lavoro come lavapavimenti o bagni in Vaticano?”, ha detto Peter Isely, membro della Survivors Network of Those Abused by Priests, nota come SNAP. “Perché è ancora un membro ufficiale del Dipartimento di Stato? È sbagliato sotto ogni aspetto”.

    Mentre papa Leone si trova ad affrontare richieste di intervento, diventa il quarto pontefice dagli anni Novanta ad affrontare un esame approfondito, e potenzialmente un giudizio, sul modo in cui gestisce i casi ancora emergenti di crimini sessuali commessi da ecclesiastici.

    Papa Giovanni Paolo II affrontò critiche sia contemporanee che postume per la sua gestione dei casi di abuso. La questione perseguitò ancora di più Benedetto XVI, con un coro di lamentele viste come uno dei diversi fattori che contribuirono alla sua storica decisione di ritirarsi. Papa Francesco attuò riforme volte ad affrontare gli scandali, eppure le associazioni di vittime lo rimproveravano sistematicamente per non aver adottato una politica di tolleranza zero, che prevedeva anche la denuncia obbligatoria alle autorità civili.

    Ora, i gruppi di pressione si aspettano che Leo tracci una rotta diversa e addirittura faccia cambiare idea a Francis sul caso Capella.

    L’avvocato di Capella, Roberto Borgogno, ha dichiarato in un’intervista che il suo cliente è stato rilasciato con un anno di anticipo, nella prima parte del 2022, per “buona condotta” e ha ripreso a lavorare presso la segreteria nel gennaio 2023. Papa Francesco, ha affermato Borgogno, ha approvato il ritorno di Capella e ha avuto almeno un colloquio diretto con lui dopo il rilascio in merito al suo pentimento.

    “Si tratta certamente di decisioni prese in modo logico e razionale dal pontefice in quel momento”, ha affermato Borgogno.

    Il coinvolgimento diretto di Francis e i dettagli specifici della sistemazione abitativa e del monitoraggio di Capella non sono stati precedentemente resi noti.

    Capella, il cui lavoro si limita al controllo delle traduzioni e al lavoro d’archivio, ora vive appena fuori dal Vaticano, in un centro per diplomatici in pensione, ha detto il suo avvocato. Il suo computer di lavoro è monitorato da funzionari vaticani, sebbene abbia un cellulare personale non monitorato.

    Borgogno ha osservato che, sebbene Capella non fosse stato ridotto allo stato laicale, le autorità vaticane lo avevano privato del suo elevato titolo di monsignore. Sebbene fosse tornato in Segreteria nel 2023, Capella era considerato “in prova” e solo di recente era comparso nel registro ufficiale del personale della Santa Sede.

    “Si tratta semplicemente di un lavoro d’ufficio”, ha detto Borgogno. “Non svolgerà attività pastorale; non avrà contatti con persone esterne”.

    Tramite Borgogno, Capella ha rifiutato una richiesta di intervista.

    La rinnovata attenzione su Capella giunge mentre l’arcivescovo Guy de Kerimel di Tolosa, in Francia, è oggetto di critiche per aver nominato un sacerdote, condannato per aver violentato un ragazzo di 16 anni nel 1993, alla carica di cancelliere arcidiocesano, citando l’imperativo morale del perdono. Le associazioni di vittime chiedono ora a Leo di intervenire in entrambi i casi.

    “Questo è un test”, ha affermato Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org , un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica. “Per me, solleva interrogativi più ampi sul continuo rifiuto del Vaticano della tolleranza zero per i molestatori sessuali. Credo che queste due cose insieme abbiano davvero attirato l’attenzione di tutti su Papa Leone. Ci chiediamo tutti se sarà più duro con gli abusatori sessuali di quanto lo sia stato Papa Francesco “.

    La Segreteria di Stato non ha risposto a una richiesta di commento dettagliata. Un alto funzionario vaticano, che ha parlato in condizione di anonimato per discutere di una questione delicata, ha affermato di non sapere se Leo fosse stato informato sui casi o se intendesse intraprendere azioni specifiche.

    Non è raro che un papa annulli la decisione di un predecessore: Francesco, ad esempio, ha limitato l’uso della messa tradizionale in latino dopo che papa Benedetto XVI ne aveva allentato le restrizioni.

    “Il Papa ha chiaramente giurisdizione sulla questione… tutto dipenderà da lui”, ha affermato Giovanni Maria Vian, ex direttore del quotidiano vaticano L’Osservatore Romano e storico del cristianesimo primitivo. “Probabilmente è a conoscenza del caso [Capella]. Non sarebbe insolito se prendesse provvedimenti”.

    Il funzionario ha descritto il lavoro di Capella come un lavoro in cui ha un contatto minimo con il pubblico e può “guadagnarsi da vivere”. Il suo ritorno al lavoro è un’opportunità per Capella di “redimere”, ha detto il funzionario, sostenendo che nessuna punizione per tali sacerdoti sarà mai “sufficiente” per alcuni difensori delle vittime.

    Se tutti coloro che sbagliano “venissero emarginati”, ha affermato il funzionario, “pochi di noi rimarrebbero in piedi”.

    Nel 2021 il Washington Post ha riferito che a Capella era stato permesso di partecipare a un programma di rilascio dal lavoro, durante il quale trascorreva le mattine nel piccolo ufficio del Vaticano che vende certificati di benedizione papale per occasioni personali.

    Ora, il caso di Capella sottolinea ancora una volta come la Santa Sede affronti sistematicamente le malefatte commesse dal clero, dal punto di vista religioso della misericordia e dello spirito di espiazione cattolica. Questa visione si è scontrata con quella dei difensori delle vittime, che vedono il ritorno di Capella al Segretariato, a qualsiasi titolo, così come la nomina di un alto funzionario di uno stupratore condannato in Francia, come prova di un approccio eccessivamente indulgente .

    Le richieste di intervento hanno sollevato interrogativi su come il nuovo papa gestirà forse la questione più spinosa che affligge la fede da lui guidata: i sacerdoti corrotti.

    Sotto la guida di Francesco, il Vaticano ha cercato di affrontare le diffuse accuse di complicità della Chiesa. Nel 2019, ha convocato un vertice senza precedenti sugli abusi sessuali del clero , imponendo in seguito una legge radicale che impone ai funzionari ecclesiastici di segnalare ai propri superiori le accuse di abusi o insabbiamenti ufficiali.

    Ma la legge non richiedeva che le accuse fossero segnalate alle autorità civili, e le associazioni di vittime hanno indicato scandali più recenti in Svizzera e altrove come prova del fatto che la situazione non è cambiata abbastanza. Sostengono che Leo dovrebbe rimuovere Capella dalla segreteria e annullare la recente nomina francese per dimostrare il suo impegno per la tolleranza zero.

    Leo ha un curriculum altalenante nella gestione dei casi di abuso .

    Come vescovo in Perù, ad esempio, è stato elogiato per aver preso posizione contro il Sodalitium Christianae Vitae, un gruppo cattolico segreto e ultraconservatore che si è diffuso da Lima a diversi paesi ed è stato accusato di sistematici abusi sessuali e psicologici. Allo stesso tempo, è stato accusato di scarsa supervisione nella gestione delle denunce di abusi da parte di tre donne nella sua diocesi di Chiclayo.

    Il mese scorso, in una nota in onore di un giornalista peruviano il cui lavoro ha contribuito a denunciare gli abusi sessuali all’interno del gruppo Sodalitium, Leo ha chiesto un cambiamento culturale all’interno della chiesa.

    È necessario instillare «in tutta la Chiesa una cultura della prevenzione che non tolleri alcuna forma di abuso: abuso di potere o di autorità, di coscienza o di spiritualità, abuso sessuale», ha scritto.

    https://www.washingtonpost.com/world/2025/07/31/pope-leo-priest-convicted-vatican/

  • «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

    «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

    Si è conclusa con una puntata dirompente la prima stagione di “30 minuti con…”, il format indipendente trasmesso sui canali social di WordNews.it e condotto da Paolo De Chiara, giornalista e direttore della testata. Un finale di stagione senza sconti, che ha dato voce a uno dei protagonisti più scomodi della denuncia contro gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica: Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso.

    Insieme a De Chiara, anche il collaboratore Antonino Schilirò e il vicedirettore Alessio Di Florio, per un confronto serrato, lucido, documentato.

    Una puntata necessaria

    «Una voce che rompe il silenzio, denuncia l’omertà, pretende giustizia», così Paolo De Chiara ha presentato Zanardi, sopravvissuto agli abusi da parte di un sacerdote e oggi attivista instancabile. Zanardi ha ricostruito la sua vicenda personale, il trauma, la denuncia arrivata dopo decenni, e la nascita di un’associazione che raccoglie testimonianze, dati, denunce, costruendo il più aggiornato database italiano sugli abusi ecclesiastici.

    Il quadro emerso è drammatico: oltre 1.200 offender censiti in Italia, più di 4.600 vittime, con una percentuale di sommerso che sfiora l’80%. In Molise 16 preti risultano coinvolti, in Sicilia 99, in Calabria 50. Numeri agghiaccianti. Ma ancora più inquietante è il dato sul sommerso: in molte regioni, la maggior parte degli autori è nota ma non è mai stata processata o condannata.

    Leggi assenti, omertà presente

    Zanardi ha puntato il dito su un sistema che “non vuole vedere”: lo Stato italiano, che non obbliga alla denuncia, che esclude le attività di volontariato – comprese le parrocchie – dal certificato antipedofilia, che non ha mai istituito una commissione indipendente sugli abusi come avvenuto in Francia o negli Stati Uniti.

    E ha ricordato che Papa Francesco ha parlato molto, ma ha fatto ben poco. La CEI, ha sottolineato Zanardi, continua a non trasmettere alla magistratura le denunce ricevute, trincerandosi dietro al fatto che la legge italiana non lo impone. La Chiesa “rispetta la legge”, ha detto amaramente, “ma una legge che tutela i carnefici e abbandona le vittime”.

    Nel corso della puntata è stato evidenziato un altro punto critico: l’assenza di una narrazione giornalistica organica sugli abusi. «In Italia non si è mai fatta una vera inchiesta giornalistica di sistema. I casi vengono raccontati come eccezioni, le vittime isolate, i colpevoli nascosti dietro lo schermo dell’istituzione».

    Zanardi ha confermato: «Non esistono giornalisti italiani nelle grandi testate che si siano occupati sistematicamente del fenomeno. Le voci che ci hanno seguito sono pochissime, spesso freelance e fuori dal circuito mainstream».

    Dalle mancanze legislative alla complicità informativa, passando per la passività dei fedeli e la sistematica promozione ecclesiastica di chi è coinvolto in casi di abusi: la fotografia scattata durante la puntata è quella di un’Italia senza anticorpi, incapace di difendere i più fragili. «I cattolici italiani non protestano – ha detto Zanardi – neppure davanti all’evidenza.».

    «Serve una coscienza collettiva, un’educazione civile che ci faccia sentire corresponsabili, anche quando il problema non ci tocca direttamente».

    Verso la seconda stagione

    La puntata ha chiuso la prima stagione del format. «Abbiamo raccontato storie di mafia, di stragi di Stato, di sanità pubblica smantellata, di testimoni di giustizia dimenticati – ha ricordato Paolo De Chiara –. E ora anche questa pagina, sporca, che pochi vogliono leggere. Ma noi non spegneremo i riflettori».

    «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

  • Un libro analizza il plagio nelle “nuove comunità” cattoliche

    Un libro analizza il plagio nelle “nuove comunità” cattoliche

    Negli ultimi anni numerose sono le cosiddette “nuove comunità”, salutate come “primavera della Chiesa” soprattutto durante il pontificato di papa Wojtyla, cadute sotto i colpi di abusi di potere, spirituali e spesso anche sessuali. Qualcuna è stata dissolta, come – per non citare che le più recenti – Sodalitium Christianae Vitae, la comunità Loyola, Verbe de Vie. Altre sono state sottoposte a un tentativo di riforma, per lo più fallimentare. Ne è un esempio la Fraternité monastique de Bethléem, fondata nel 1951 da soeur Marie (al secolo Odile Dupont) come fraternità monastica domenicana, poi distaccatasi e confluita, con una svolta pseudo-certosina, nella galassia delle comunità fondate dal religioso, abusatore seriale, Marie-Dominique Philippe. È la comunità denunciata nel libro, appena uscito presso l’editrice Queriniana, dell’ex membro per ventiquattro anni ed ex vicepriore Fabio Barbero (Undicesimo: non pensare. Anatomia di un plagio nel mondo cattolico, v. sotto). Oggi, a dieci anni dall’avvio di riforme, l’associazione che riunisce le vittime degli abusi avvenuti all’interno denunciano, con un comunicato pubblicato il 25 luglio, che nulla è cambiato.

    Dieci anni di operazioni cosmetiche

    Nel 2015, a seguito di denunce di abusi, viene fondata l’ACSEMB (Accueil et Soutien aux Ex Membres de Bethléem) che offre sostegno a coloro che decidono di uscire dalla comunità. Una visita canonica imposta dalla Santa Sede nel maggio 2015 ne svela la realtà settaria e, nel novembre 2021, la comunità riconosce la presenza al suo interno di disfunzioni nell’esercizio dell’autorità che hanno originato abusi spirituali e annuncia la volontà di avviare un processo di riforma. L’unità di ascolto creata per le persone abusate psicologicamente, spiritualmente o moralmente, però, «cooptata dai responsabili di Betlemme per svolgere quest’opera di verità in cui era in definitiva giudice e parte in causa, e privata di qualsiasi supervisione da parte di un’autorità ecclesiastica, non ha portato i frutti sperati», si legge nel comunicato. Perplessità ha anche suscitato l’ultimo Capitolo generale dell’ottobre 2024, in cui «la comunità ha affermato di continuare il suo cammino di conversione, in particolare attraverso una rilettura oggettiva di alcune tappe della sua storia e del ruolo svolto dalla sua fondatrice, suor Marie, una revisione delle sue Costituzioni, l’istituzione di corsi di formazione permanente per i suoi membri». Sull’«effettiva realizzazione di questi passi è lecito interrogarsi», si legge nel comunicato, dal momento che l’ACSEMB continua a ricevere «preoccupanti testimonianze, dirette e indirette, di monache sofferenti e prive della loro libertà all’interno della Famiglia di Betlemme».

    Di fronte a questa situazione, l’associazione si pone domande che possono essere applicate anche ad altre comunità in analoga situazione (come la Famiglia di Maria su cui Adista conduce da tempo un’inchiesta, avviata oggi alla normalizzazione, ma mai realmente posta di fronte agli abusi subiti). «Le fondamenta sono davvero rimesse in discussione? C’è stata davvero un’analisi critica dei testi fondatori, attraverso i quali la fondatrice ha espresso le sue idee teologiche e spirituali, in particolare il “Libro di Vita”, ancora in uso nei monasteri di Betlemme? Sono stati messi adeguatamente in luce gli errori dottrinali e spirituali e le loro conseguenze deleterie sulle persone, in particolare la sua teologia mariana, che spalanca le porte a gravi abusi psicologici, spirituali e morali? Quali frutti possono recare le formazioni esterne proposte dalla Famiglia di Betlemme vista la profonda confusione che ancora regna nelle menti e nei cuori, alimentata da errori fin dalle origini della comunità? Quale riconoscimento e quale riparazione sono stati realmente messi in atto per coloro che la comunità riconosce essere stati feriti?». Nessun dialogo concreto è stato infatti ancora avviato o proposto dalla comunità con le persone interessate. «Di quale monitoraggio usufruiranno le comunità dopo questi anni di accompagnamento e di tutorato ecclesiale, visto che il lavoro di riforma non è stato né completato né stabilizzato? Quali garanzie sono state messe in atto per assicurare che il processo di riforma prosegua fino alla sua conclusione e che venga mantenuto uno sguardo esterno indipendente?». Operazioni cosmetiche, insomma, che non intaccano nemmeno la superficie.

    Undicesimo: non pensare: il libro-denuncia di Fabio Barbero

    Fabio Barbero, che in questa comunità, come detto, ha passato ventiquattro anni, racconta l’esperienza del plagio vissuto in un libro che, tuttavia, è molto più di una autobiografia. La narrazione diretta e personale mostra come si sviluppa il “plagio”, ossia l’annullamento progressivo della capacità critica di una persona all’interno di un contesto chiuso e carismatico come quello della Fraternité de Bethlèem.

    Barbero parte dal caso giudiziario di Roberta Repetto, donna ligure morta in circostanze drammatiche in un centro olistico, che ha reso evidente la difficoltà della giustizia in Italia (dove un reato di plagio non esiste più dal 1981) nel riconoscere giuridicamente la manipolazione mentale. L’autore si riconosce, in qualche misura, nei meccanismi subdoli e sottili che hanno portato Roberta a perdere il controllo della propria vita, e sulla scia di questa vicenda illustra dall’interno le dinamiche del plagio, mettendo in scena la lenta e progressiva perdita dell’autonomia psichica, con l’obiettivo di dare voce alla sua esperienza e di allertare altri su come riconoscere i segnali della manipolazione mentale.

    L’“arco” del plagio

    È così che Barbero ne descrive plasticamente lo sviluppo come un “arco” che conosce una prima fase ascendente: la naturale vulnerabilità personale (dolore, delusioni, ma anche semplicemente la ricerca di senso tipica dell’età adolescenziale e la disponibilità a fare esperienze) è una porta che può aprire all’incontro con un “carismatico” o una comunità che offre risposte radicali; il progressivo assorbimento delle idee della comunità è accompagnato dalla sospensione dello spirito critico e dall’assunzione dell’obbedienza come valore assoluto; si arriva così all’identificazione progressiva con il gruppo e i suoi dogmi, che offrono una reinterpretazione della realtà, una realtà parallela ma apparentemente normale.

    È a questo punto che inizia, quando inizia, la fase discendente dell’arco, con la crisi portata da piccoli eventi che aprono crepe nella struttura mentale costruita, rendendo visibili le contraddizioni celate. È il primo passo verso la liberazione, ma si tratta di un processo lungo e doloroso, che passa attraverso la perdita di ogni punto di riferimento, interno ed esterno. Solo dopo aver guadato questo passaggio arriva la rinascita personale, con il recupero del senso critico, ma con sentimenti ambivalenti: c’è sollievo per la libertà riconquistata ma anche un senso di profonda vergogna per la cecità che si è vissuta. La persona recupera una forma di integrità, ma non è più quella di prima: è cambiata, e si porta dietro quella cicatrice per tutta la vita.

    Questo fenomeno, come è ormai noto, non riguarda solo le sètte esoteriche, ma anche comunità ufficialmente riconosciute dalla Chiesa cattolica. In Francia, dove Barbero vive, la manipolazione mentale è reato. In Italia, dopo l’abolizione dell’art. 603 del Codice Penale nel 1981, esiste un vuoto giuridico che certamente favorisce i manipolatori. Nella Chiesa, però, il plagio è abuso spirituale, frutto di un abuso di potere e di autorità. Il messaggio di Barbero è molto chiaro: non è necessario essere deboli o non essere sufficientemente formati per essere plagiati: basta essere fragili e in quel momento incontrare chi sa sfruttare quella condizione, protetto dall’istituzione.

    https://www.adista.it/articolo/74247

  • Il defunto leader mondiale gesuita non ha impedito a un noto molestatore di bambini di diventare prete – documenti del tribunale

    Il defunto leader mondiale gesuita non ha impedito a un noto molestatore di bambini di diventare prete – documenti del tribunale

    Pedro Arrupe, il defunto ex leader mondiale dell’ordine religioso dei Gesuiti e candidato alla santità cattolica , ha ammesso nei documenti prodotti come parte di un processo a New Orleans di essere stato avvisato di come uno degli aspiranti sacerdoti del gruppo fosse stato accusato di aver molestato sessualmente due minorenni e avesse ammesso di aver fatto delle avances sessuali a una terza.

    L’uomo fu infine ordinato sacerdote e non vi è alcuna indicazione negli atti del caso presso il tribunale statale della Louisiana che Arrupe – che coniò lo slogan dei gesuiti ” uomini per gli altri ” – abbia preso provvedimenti per impedirgli di diventare sacerdote. L’uomo fu in seguito accusato di aver molestato altri minori incontrati durante il suo ministero.

    Il coinvolgimento di Arrupe nel caso di Donald Barkley Dickerson – morto nel 2016 e due anni dopo confermato dai gesuiti come uno delle centinaia di loro membri accusati di gravi molestie su minori – iniziò verso la fine degli anni ’70. Ma è stato nuovamente messo in luce da una causa che accusa Dickerson di aver violentato una studentessa diciassettenne in un’università gestita dai gesuiti a New Orleans.

    Il caso presso il tribunale distrettuale civile di New Orleans solleva interrogativi sul fatto che Arrupe, una figura amata il cui nome è presente su numerosi premi prestigiosi e su edifici di istituzioni gesuite in tutto il mondo, abbia fatto tutto il possibile per proteggere coloro che riponevano fiducia nel suo ordine.

    Nel 2019, i funzionari ecclesiastici di Roma hanno avviato il processo di canonizzazione di Arrupe, noto per aver assistito i sopravvissuti al bombardamento atomico statunitense di Hiroshima alla fine della seconda guerra mondiale. La prima fase di questo processo ha portato Arrupe un passo più vicino a diventare santo, come lo hanno definito gli stessi gesuiti .

    Le nuove preoccupazioni riguardo ad Arrupe giungono in un momento in cui la Chiesa cattolica mondiale, nel suo complesso, invia segnali contrastanti sull’urgenza di affrontare lo scandalo degli abusi del clero che la tormenta da decenni. A giugno , Papa Leone XIV ha affermato che la Chiesa “non deve tollerare alcun… abuso”, sessuale o di altro tipo, e all’inizio di luglio il pontefice ha nominato il vescovo francese Thibault Verny a capo della Commissione consultiva vaticana per la protezione dell’infanzia.

    Tuttavia, sempre a giugno, ma in un’altra parte della Francia, l’arcidiocesi di Tolosa ha conferito l’incarico di alto rango di cancelliere a un sacerdote che era stato imprigionato dopo essere stato condannato per lo stupro di un ragazzo di 16 anni nel 1993. E a un ex diplomatico vaticano, condannato per possesso e distribuzione di immagini di abusi su minori, sarebbe stato permesso di continuare a lavorare come uno dei tanti impiegati presso la Segreteria di Stato vaticana.

    Almeno un funzionario gesuita che ha testimoniato sotto giuramento nell’ambito della causa che accusava Dickerson di aver violentato una minorenne nel campus della Loyola University di New Orleans ha affermato di essere rimasto inorridito dal modo in cui l’ordine ha ammesso il presunto pederasta tra i suoi ranghi clericali.

    “Penso che tutta la faccenda sia spaventosa”, ha affermato John Armstrong, un sacerdote che si è descritto come segretario della provincia centrale e meridionale degli Stati Uniti dei gesuiti, che comprende New Orleans, mentre un avvocato del querelante lo interrogava all’inizio di giugno.

    Nel frattempo, una dichiarazione degli avvocati che rappresentano la querelante, che racconta di essere sopravvissuta allo stupro di Dickerson in un dormitorio della Loyola, ha dichiarato che Arrupe “non dovrebbe… essere canonizzato”. Il suo nome “dovrebbe essere rimosso da ogni edificio, onorificenza o qualsiasi altra cosa che attualmente onori”, si legge nella dichiarazione degli avvocati Richard Trahant, John Denenea e Soren Gisleson, tutti avvocati di numerose persone che hanno denunciato abusi sessuali da parte di membri del clero assegnati a istituzioni cattoliche a New Orleans, la seconda diocesi più antica della Chiesa negli Stati Uniti.

    Un portavoce della provincia gesuita centrale e meridionale ha rifiutato di commentare, citando una politica che vieta la discussione di contenziosi pendenti. Né la Loyola né la diocesi di Shreveport, nella Louisiana nord-occidentale , dove Dickerson era stata assegnata durante il presunto stupro nel campus, hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.

    “Un rischio scarso per l’ordinazione”

    Arrupe fu superiore generale dei gesuiti per 18 anni a partire dal 1965. Il 20 dicembre 1977 gli fu inviata una lettera in cui esprimeva le sue preoccupazioni riguardo a parte del passato violento di Dickerson, circa quattro anni dopo che gli era stato attribuito il merito di aver concepito il mantra duraturo dell’ordine “uomini per gli altri” – che riassumeva lo zelo dei gesuiti per il servizio alla comunità – durante un discorso ai membri nella sua nativa Spagna.

    La lettera di Thomas Stahel, confratello gesuita di Arrupe e all’epoca alto funzionario – o provinciale – della regione, che comprendeva New Orleans, racconta come Dickerson fosse appena partito per un ritiro spirituale durante il quale “fece delle avances sessuali a un ragazzo di 14 anni”. Il ragazzo, studente della scuola preparatoria del Brebeuf College, gestito dai gesuiti, a Indianapolis, lo raccontò ai suoi genitori, che a loro volta segnalarono Dickerson a Stahel.

    La lettera di Stahel chiariva di credere al ragazzo perché era almeno il terzo bambino su cui Dickerson era stato accusato di aver inflitto abusi. A quel punto, Dickerson aveva accumulato una storia di “rapporti omosessuali palesi con due ragazzi del liceo, che aveva masturbato”, si leggeva nella lettera di Stahel.

    Quando il loro cliente intentò una causa contro i gesuiti decenni dopo, Trahant, Gisleson e Denenea ottennero documenti dagli archivi regionali dell’ordine tramite accertamenti legali, che dimostravano che Dickerson aveva ammesso abusi avvenuti mentre studiava per diventare sacerdote ed era stato assegnato alla scuola superiore dell’ordine a New Orleans.

    I gesuiti lo sottoposero a cure psichiatriche da febbraio a giugno del 1975 senza denunciarlo alle autorità civili per essere indagato come molestatore di minori. Questa era la consuetudine della Chiesa cattolica all’epoca, sebbene abbia riconosciuto che tale pratica era errata e abbia cercato di riformare i propri protocolli in casi simili, anche esortando i propri leader a essere trasparenti e a denunciare i trasgressori alle forze dell’ordine.

    Dickerson completò il trattamento e ottenne la raccomandazione di un gesuita di nome Louis Lambert per essere ordinato sacerdote. Come disse Stahel, Lambert giustificò Dickerson, accusandolo di comportarsi in modo offensivo solo quando “si innervosiva”.

    Tuttavia, dopo aver appreso di un terzo episodio di abusi attribuito a Dickerson al momento in cui scrisse la sua lettera, Stahel implorò Arrupe di rinviare almeno l’ordinazione, che era prevista per due giorni dopo Natale di quell’anno.

    “Dickerson mi sembra un rischio basso per l’ordinazione”, disse ad Arrupe Stahel, noto anche per essere stato a lungo direttore della rivista America dei Gesuiti. “Non credo che possiamo, in coscienza, presentare Dickerson… come pronto per l’ordinazione”.

    Successivamente i gesuiti rinviarono l’ordinazione di Dickerson – “fino a ulteriori accertamenti sulla sua idoneità”, con l’approvazione di Arrupe, secondo la lettera di Stahel del dicembre 1977 – e lo sottoposero nuovamente a cure psichiatriche nel 1978. Nel settembre 1978, Arrupe scrisse a Lambert, dicendo di aver ricevuto la perizia psichiatrica su Dickerson.

    “Aspetterò ulteriori informazioni sul caso da parte di padre Stahel”, scrisse Arrupe.

    Arrupe non compare in nessun altro documento finora esaminato dal Guardian e dalla WWL Louisiana.

    Nel giugno 1979 e nel gennaio 1980, Stahel scrisse un paio di promemoria che descrivevano le conversazioni con Dickerson, che era stato un frate dell’ordine del Sacro Cuore prima di entrare nei gesuiti, secondo il sito web Bishop-Accountability.org . Nella prima conversazione, Dickerson affermò che “l’incidente del dicembre 1977” era stato “relativamente insignificante” e che il medico che lo aveva curato era d’accordo, scrisse Stahel.

    Nella seconda conversazione, Dickerson affermò nuovamente di ritenere che lo stesso incidente fosse “relativamente insignificante”, scrisse Stahel. Ma, continuò Stahel, Dickerson capì che “tali incidenti hanno conseguenze di vasta portata, possono causare scandalo e, in breve, devono essere considerati gravi”.

    Secondo le informazioni pubblicate dai gesuiti, Dickerson fu ordinato sacerdote nel 1980.

    Solo nel 1983 Arrupe si dimise dall’incarico di superiore generale della Compagnia di Gesù, come è formalmente conosciuto l’ordine. Aveva subito un ictus debilitante nel 1981.

    Dopo l’ordinazione, Dickerson venne assegnato alla scuola superiore preparatoria all’università dell’ordine a Dallas.

    Secondo il Dallas Morning News , i funzionari gesuiti non informarono i dirigenti del campus della loro conoscenza del fatto che Dickerson fosse un molestatore di minori. Il giornale attribuì tale circostanza a una deposizione resa da Philip Postell, un funzionario responsabile delle scuole della regione, nel contesto di un contenzioso per abusi del clero avviato molti anni dopo.

    Nel luglio 1981, Stahel ricevette una lettera da Postell che lo informava che Dickerson era stato espulso dalla scuola preparatoria del college gesuita di Dallas. I genitori di un bambino avevano denunciato un’accusa contro Dickerson alla scuola, il cui preside aveva scoperto i vari episodi di abuso precedenti, come riportato dal Dallas Morning News.

    L’accusa dei genitori era solo una delle numerose denunce di abusi su minori mosse contro Dickerson durante la sua permanenza a scuola. Postell, che è stato presidente della scuola preparatoria del college gesuita di Dallas dal 1992 al 2011, ha infine ammesso sotto giuramento che avrebbe dovuto denunciare Dickerson alle forze dell’ordine a quel punto, secondo il Morning News. Ma i leader gesuiti hanno semplicemente trasferito Dickerson circa 320 chilometri a est, nella Cattedrale di San Giovanni Berchmans a Shreveport, in Louisiana.

    Durante il suo incarico alla St. John, Dickerson visitava spesso la Loyola di New Orleans, dove aveva frequentato gli studi universitari e post-universitari, come avrebbe poi affermato in tribunale l’attore rappresentato da Trahant, Gisleson e Denenea. L’attore ha raccontato di essere stato ammesso anticipatamente alla Loyola nell’agosto del 1984 all’età di 17 anni e di aver incontrato Dickerson poco dopo l’inizio del suo primo anno.

    Dickerson iniziò presto a invitare il querelante a cena ogni settimana, insieme ad altri preti. La situazione presumibilmente degenerò in palpeggiamenti e stupri orali, anche dietro una sacrestia. Il querelante avrebbe poi dichiarato nella sua causa di essere stato infine violentato da Dickerson in una stanza del dormitorio.

    I gesuiti si liberarono finalmente di Dickerson dopo che la chiesa di Shreveport a cui era assegnato ricevette una lettera nel 1986 da una famiglia che lo denunciava per aver “toccato e palpato” il figlio in modo inappropriato, come riportato dal Dallas Morning News. Era ormai almeno la settima accusa documentata contro Dickerson, senza contare lo studente minorenne della Loyola New Orleans, che si fece avanti dopo molti anni.

    Un funzionario gesuita che si occupava della settima denuncia nota contro Dickerson redasse un promemoria per i colleghi in cui insisteva sul fatto che il sacerdote accusato meritava “di ricevere il beneficio del dubbio”.

    “Dovremmo procedere con molta cautela su un caso del genere”, ha scritto il funzionario, Edmundo Rodriguez, nel promemoria. “Per quanto riguarda la possibilità di una messa in scena, per quanto remota”, ha aggiunto il promemoria, la discussione su Dickerson dovrebbe essere limitata solo a “questo caso particolare”. Nulla dovrebbe essere discusso pubblicamente, data “la delicatezza del materiale”, ha aggiunto Rodriguez.

    Rodriguez suggerì inoltre ai gesuiti di fornire a Dickerson 10.000 dollari per le spese di sostentamento nel corso dell’anno successivo, soprattutto finché la questione era in sospeso.

    Dickerson, da parte sua, si dimise meno di una settimana dopo, affermando che lo faceva per “la sua pace e il bene della Compagnia di Gesù”.

    “Sono grato alla società per ciò che ha fatto per cercare di aiutarmi”, incluso l’invio a “terapia psicologica intensiva” presso la Foundation House di Jemez Spring, nel New Mexico, ha scritto Dickerson nelle sue dimissioni. “Ora è chiaro che queste misure non sono state sufficienti a impedirmi di cadere in problemi che diventano di pubblico dominio e rischiano di danneggiare seriamente la Compagnia di Gesù e la Chiesa.

    “Apprezzo la vostra disponibilità a sospendere il giudizio sulla questione della colpevolezza morale e a riconoscere i miei sinceri sforzi per superare le mie tendenze.”

    ‘Spaventoso’

    I gesuiti hanno rivelato nel dicembre 2018 che Dickerson era accusato in modo credibile di molestie sessuali su minori. Quell’anno, lo hanno incluso in una lista pubblicata di oltre 40 sacerdoti e altri membri dell’ordine che erano stati oggetto di accuse di molestie su minori ritenute credibili mentre lavoravano in quella che oggi è considerata la provincia centrale e meridionale dell’ordine negli Stati Uniti.

    I funzionari gesuiti pubblicarono quell’elenco pochi mesi dopo che un rapporto della giuria popolare della Pennsylvania aveva stabilito che gli abusi da parte del clero cattolico in quello stato erano più diffusi di quanto si pensasse inizialmente, creando pressioni su gruppi come i gesuiti affinché fossero trasparenti riguardo ai molestatori al loro servizio.

    Dickerson – che, secondo i registri pubblici, aveva trascorso un periodo in Nebraska dopo la sua carriera gesuita – è morto all’età di 80 anni nell’agosto 2016, circa 25 anni dopo la morte di Arrupe.

    Nel giugno 2024, l’ex studente della Loyola di New Orleans, presumibilmente abusato da Dickerson, fece causa all’università, ai gesuiti e alla diocesi cattolica di Shreveport per danni. Lo fece quasi subito dopo che la Corte Suprema della Louisiana aveva confermato temporaneamente una legge che consentiva ai cittadini dello Stato di intentare causa per ottenere un risarcimento per abusi sessuali, indipendentemente da quanto tempo prima fossero avvenuti.

    La causa era irrisolta fino a giovedì, con gli imputati che cercavano in generale di contestare la validità della legge che consentiva all’attore di presentare un’istanza di risarcimento danni contro di loro. Hanno anche sostenuto che le accuse contro Dickerson esulavano dall’ambito e dall’attività del suo ministero.

    Ciononostante, almeno un gesuita ha chiarito di non essere orgoglioso di come l’ordine ha gestito Dickerson. Quel funzionario è John Armstrong, segretario aggiunto della provincia centrale e meridionale dei gesuiti, che ha rivelato che Dickerson era un predatore di bambini.

    Armstrong raccontò di aver partecipato a una riunione su Dickerson nel 1976, dopo che l’ordine si era reso conto che rappresentava un problema. Raccontò di aver poi dovuto lavorare nelle vicinanze di Dickerson a New Orleans a metà degli anni ’80 e di aver detestato quell’esperienza, anche se, per quanto ricordava, avevano interagito solo una volta.

    Sotto giuramento, Armstrong ha confermato che i gesuiti non avrebbero avuto bisogno di permettere a Dickerson di essere presente in nessuna delle loro istituzioni, come la Loyola, dove Dickerson avrebbe abusato del querelante, se lo avessero estromesso o consegnato alle forze dell’ordine.

    Riferendosi al modo in cui i gesuiti trattarono Dickerson nel corso della sua carriera, Armstrong disse di ritenere che fosse “spaventoso che la cosa fosse gestita in quel modo”.

    “È stato spaventoso che sia successo”, ha detto Armstrong. “Mi dispiace molto per le persone che sono state vittime di [Dickerson], e non riesco a capire come, dopo quel primo incidente… gli sia stato permesso di andare oltre”.

    https://www.theguardian.com/us-news/2025/jul/24/pedro-arrupe-jesuit-leader-donald-dickerson-child-abuser

  • Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo: al via uno studio per l’introduzione di un registro digitale del clero

    Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo: al via uno studio per l’introduzione di un registro digitale del clero

    La Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo sta studiando l’introduzione di un registro digitale che raccolga i dati dei sacerdoti. La misura è considerata un ulteriore strumento per la prevenzione degli abusi.

    Il progetto è stato menzionato in un’intervista alla NZZ dal vescovo Charles Morerod il 17 luglio 2025: “Tale registro è il mio obiettivo. In Francia esiste già un sistema digitale: i sacerdoti ricevono una carta d’identità con un codice QR. Ogni parrocchia può così verificare tramite smartphone se ci sono reclami o restrizioni”. Aggiungendo: “Stiamo attualmente introducendo questo sistema nelle diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo. E mi impegno, all’interno della Conferenza episcopale, a garantire che venga implementato in tutta la Svizzera. Non tutti ne sono ancora convinti, perché il sistema francese è meno conosciuto nella Svizzera tedesca. Ma il processo è iniziato”.

    Individuare i falsi preti

    L’informazione è stata approfondita con mons. Morerod lo stesso giorno dalla RTS, nella trasmissione Forum. Contrariamente a quanto affermato dalla NZZ, Morerod in tale occasione ha sottolineato che per il momento l’iniziativa rimane limitata alla sua Diocesi. “Quando un prete sconosciuto si presenta in una parrocchia dicendo ‘Sono un prete, voglio celebrare la Messa’, è necessario sapere se ci sono già state sanzioni contro questa persona, o addirittura se è veramente un prete”, ha spiegato il vescovo.

    Aggiornamenti dei dati in tempo reale

    Attualmente la Diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo si è dotata di un tesserino che tuttavia ha la durata di cinque anni e non permette l’aggiornamento in tempo reale. L’iniziativa preannunciata da mons. Morerod è stata da subito salutata positivamente, come ha sottolineato ai colleghi della RTS, padre Claude Deschenaux, sacerdote decano della Gruyère: “Il clero soffre molto per tutti gli abusi; siamo tutti sullo stesso piano: il fatto di poter avere il controllo sul clero, forse anche sui colleghi che si trovano in determinate difficoltà, credo sia un progetto che dovrebbe essere ben accolto”.

    Tuttavia, il progetto solleva diverse questioni, in particolare in merito alla protezione dei dati. Intervenendo su RTS, Laetitia Kulak, esperta di digitalizzazione nel campo delle risorse umane, solleva interrogativi in particolare sulla sicurezza. “Sono piuttosto sorpresa e perplessa che stiamo prendendo in considerazione l’utilizzo di una tecnologia del genere in un contesto in cui i dati sono così sensibili, sebbene questa tecnologia non sia sicura al 100%”, afferma.

    Ripristinare la fiducia tra i fedeli

    Il progetto prevede che solo il vescovado possa aver accesso ai dati dei sacerdoti e che il sistema sia destinato esclusivamente alle parrocchie. Ma, al telegiornale locale, Valentine Murith, presidente del consiglio parrocchiale di San Nicola e San Paolo a Friburgo, esprime i suoi dubbi: “Non sappiamo davvero cosa ci sia dietro, a quali informazioni avremo accesso o chi potrà visualizzarle. Trovo che ci sia un aspetto legale, la protezione dei dati, che non è affatto chiaro”.

    Sempre a Forum, il vescovo Morerod chiarisce che i colori – verde, rosso e arancione – con cui verranno classificati i vari “casi”, non indicano necessariamente l’esistenza di un reato. “Potrebbe essere che qualcuno non sia più in grado di esercitare a causa di una demenza precoce non immediatamente evidente”. Per il vescovo, l’obiettivo del sistema, che si aggiunge a diverse altre misure preventive, è anche quello di ripristinare la fiducia tra i fedeli.

    cath.ch/traduzione e adattamento red

    https://catt.ch/newsi/diocesi-di-losanna-ginevra-e-friburgo-al-via-uno-studio-per-lintroduzione-di-un-registro-digitale-del-clero

  • Morerod: “Un codice QR per verificare se il prete ha precedenti”

    Morerod: “Un codice QR per verificare se il prete ha precedenti”

    Il presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri, Charles Morerod, vuole introdurre un registro nazionale per il clero. “Ogni parrocchia potrà così verificare tramite smartphone se ci sono accuse o restrizioni”, ha dichiarato Morerod in un’intervista.

    Un sistema del genere è attualmente in fase di implementazione nella sua diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, ha detto monsignor Morerod giovedì alla Neue Zürcher Zeitung.

    Il vescovo ha preso come modello la Francia, rilevando che lì esiste già un sistema digitale. I sacerdoti riceverebbero una carta d’identità munita di un codice QR. Al momento dell’assunzione, le parrocchie potrebbero così verificare se esistono precedenti riguardanti la persona in questione.

    Secondo l’alto prelato, non tutti sono ancora convinti di questo sistema all’interno della conferenza episcopale, poiché il sistema francese è meno conosciuto nella Svizzera tedesca. “Ma il processo è avviato”, ha aggiunto.

    Il “Nutriscore” francese dei don

    In Francia lo hanno chiamato anche il “Nutriscore” dei sacerdoti, richiamando il sistema che certifica la qualità nutrizionale degli alimenti. Nel 2023 la Conferenza dei vescovi di Francia ha introdotto una carta d’identità digitale dei sacerdoti. Scansionando un codice QR, presente sul documento, le persone abilitate possono verificare – tramite un sistema semaforico verde-giallo-rosso – se i poteri del prete sono limitati da una sanzione o inesperienza, oppure se per una ragione grave non può celebrare un sacramento.

    https://www.rsi.ch/info/svizzera/Morerod-%E2%80%9CUn-codice-QR-per-verificare-se-il-prete-ha-precedenti%E2%80%9D–2982237.html

  • Sopravvissuti agli abusi in Italia: il rapporto dei vescovi non mostra la portata completa della crisi

    Sopravvissuti agli abusi in Italia: il rapporto dei vescovi non mostra la portata completa della crisi

    Il responsabile di un gruppo di sopravvissuti agli abusi sessuali in Italia ha espresso dubbi sul fatto che un recente rapporto sugli sforzi di tutela pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana fornisca un quadro completo della portata della crisi degli abusi nella Chiesa locale.

    Francesco Zanardi, sopravvissuto e fondatore della Rete L’Abuso, ha dichiarato alla CNA che dal 2020 la conferenza (nota con l’acronimo italiano CEI) pubblica solo “rapporti parziali ogni anno o ogni due anni”, il che rende difficile fare una valutazione accurata.

    “È difficile fare un paragone perché non sappiamo di quali casi si stiano parlando o a quale area geografica d’Italia si riferiscano quando forniscono questi numeri”, ha detto. “È un po’ come se ci fosse una buca in mezzo alla strada e invece di ripararla, ci si limitasse a contare quante persone ci cadono dentro, ma non si ripara.”

    “Diciamo solo che questo rapporto non dice nulla”, ha aggiunto.

    Intitolato “ Proteggere, prevenire, formare: terza indagine sulla rete territoriale di protezione dei minori e degli adulti vulnerabili ”, il rapporto di quasi 100 pagine, pubblicato il 28 maggio, ha evidenziato le pratiche di tutela attuali e in via di sviluppo all’interno della Chiesa italiana tra il 2023 e il 2024.

    Tra queste, l’istituzione di centri di ascolto per le vittime di abusi da parte del clero nel Paese. Secondo il rapporto, attualmente sono 103 i centri che servono 130 diocesi italiane.

    In una dichiarazione diffusa lo stesso giorno, l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, ha affermato che il rapporto si inserisce in un percorso di trasparenza volto a “superare le resistenze culturali e operative ancora presenti”.

    “Siamo chiamati a fare la nostra parte, con piena consapevolezza e responsabilità”, soprattutto promuovendo “poli istituzionali a livello locale, nonché una più profonda consapevolezza culturale, in particolare all’interno delle università”.

    Sebbene il rapporto abbia rilevato “progressi significativi nella formazione e nella sensibilizzazione”, ha rilevato un aumento dei casi di abuso, la maggior parte dei quali commessi in un “contesto parrocchiale”. Si stima che 115 vittime (64 uomini e 51 donne) tra passate e presenti abbiano denunciato i propri abusi tra il 2023 e il 2024. A titolo di paragone, nel 2022 le vittime hanno denunciato 54 abusi, mentre nel 2020 sono state 89.

    Gli abusi sono stati commessi da “67 presunti autori”, tra cui “44 membri del clero, 15 religiosi e otto laici”, si legge nel rapporto.

    Chiara Griffini, presidente dell’Ufficio per la tutela dei minori della CEI, ha affermato che l’aumento dei casi è “preoccupante perché, come abbiamo sempre detto, anche un solo caso, per quello che è e rappresenta la Chiesa, sarà sempre di troppo”.

    “Ci sono 69 casi segnalati, 37 dei quali sono attuali – il che ci dice chiaramente che il fenomeno è in corso – e 32 sono del passato”, ha dichiarato in un’intervista con CNA l’11 giugno. “Quindi, guardando questi 32 casi del passato, penso che il lavoro di prevenzione che abbiamo messo in atto stia, in un certo senso, gettando qualche seme”.

    Griffini ha aggiunto che la pubblicazione degli abusi segnalati è un segnale che la conferenza episcopale punta alla trasparenza e che “il percorso intrapreso è certamente importante e non si torna indietro”.

    «La protezione dei minori deve essere parte integrante della missione della Chiesa», ha affermato.

    Tuttavia, Zanardi ha dichiarato alla CNA che, nonostante il rapporto indichi il numero delle vittime che si sono fatte avanti nell’ultimo anno, non specifica cosa la Chiesa abbia fatto per assisterle.

    “Dice che ci sono 115 vittime. Bene. Li avete risarciti? Avete fornito loro assistenza psicologica? Non si sa nulla al riguardo”, ha detto.

    Griffini ha detto alla CNA che, mentre il compito dei centri di ascolto è quello di raccogliere le segnalazioni di abusi e di informare le autorità ecclesiastiche su quei casi, il risarcimento alle vittime “riguarda una fase procedurale e quindi non rientra nella competenza” dei centri.

    Ha inoltre osservato che il rapporto evidenzia i vari mezzi di supporto offerti alle vittime e alle loro famiglie dai centri di ascolto, tra cui “supporto psicoterapeutico, supporto spirituale e altre forme che non sono state dettagliate ma che rappresentano una forma di supporto e vicinanza che il centro di ascolto offre alle vittime”.

    Tra le altre preoccupazioni espresse da Zanardi c’era il fatto che il cardinale Matteo Zuppi di Milano, presidente della CEI, non avesse mantenuto la parola data secondo cui i rapporti avrebbero esaminato i casi dal 2000 in poi.

    In una conferenza stampa del 2022 , Zuppi ha annunciato la pubblicazione dei rapporti annuali e ha affermato che avrebbe analizzato solo i casi risalenti al 2000 e non oltre, perché “giudicare qualcosa di 80 anni fa con i criteri odierni, qualcosa che all’epoca era giudicato con altri criteri, crea difficoltà di valutazione”. 

    Tuttavia, il primo rapporto pubblicato nel novembre 2022 pubblicava solo informazioni sui casi del 2020. 

    Sul suo sito web, Rete L’Abuso ha compilato un proprio elenco di casi di abusi in Italia a partire dal 2000. Zanardi ha affermato che, in base ai dati e ai fascicoli raccolti dalle vittime, “contiamo 1.035 preti pedofili che hanno abusato di 4.267 vittime. È una cifra reale”. 

    Durante la conferenza stampa di due anni fa, Zuppi si offrì pubblicamente di incontrare Zanardi e gli disse: “Se hai un caso, diccelo”. 

    Il responsabile della Rete L’Abuso ha dichiarato alla CNA di aver incontrato Zuppi in diverse occasioni e di avergli portato i casi raccolti dalla sua rete.  

    “Li ho portati io, ma poi non li ha più voluti prendere”, ha detto. “Ora loro [la Conferenza Episcopale Italiana] hanno dichiarato che non accetteranno dati da associazioni o da chiunque altro, ma solo i dati che arriveranno ai loro sportelli”.

    Per questo motivo, ha aggiunto, è molto probabile che il rapporto attuale contenga dati incompleti, poiché non tutte le vittime, soprattutto quelle “che non credono più nella Chiesa”, denunciano gli abusi subiti a un centro di ascolto diocesano.

    Griffini ha tuttavia chiarito che l’indagine annuale è intesa come “strumento di monitoraggio e rendicontazione” delle politiche di tutela adottate dal CEI nel 2019.

    “Pertanto, le indagini partono dal 2020 proprio perché il loro scopo è monitorare se il sistema creato, sia per generare ambienti ecclesiali sicuri, sia per intercettare presunti abusi, funzioni”, ha affermato.

    Griffini ha anche detto alla CNA che è ancora in corso uno “studio pilota” che riguarda “casi verificati di abusi contro minori nel periodo di 20 anni tra il 2001 e il 2021” e che la sua pubblicazione è prevista “nei primi mesi del 2026”.

    Ha aggiunto che lo studio è stato redatto da “due enti terzi e completamente indipendenti”: il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti con sede a Firenze.

    «I ricercatori consegneranno i dati a una commissione nominata dalla conferenza episcopale, che effettuerà delle interpretazioni a livello ecclesiale, e lo studio sarà pubblicato nella sua interezza, così come lo hanno riportato», ha spiegato.

    Zanardi ha espresso dubbi sul fatto che la Chiesa italiana potesse essere considerata affidabile nel monitorare se stessa e ha affermato di aver presentato una richiesta alla procura italiana per condurre un’indagine indipendente, come quelle condotte in Spagna e Francia. Tuttavia, ha osservato, era improbabile che un’indagine del genere potesse svolgersi a causa del rapporto tra Chiesa e Stato.

    “Diciamo che l’Italia è un Paese molto particolare, dove di fatto lasciano fare tutto alla Chiesa, ma lo Stato non interferisce”, ha detto. “Non si intromette, come si dice, come la mafia”.

    Griffini ha sostenuto che lo studio pilota “è un’indagine indipendente perché i due organismi non sono chiaramente di natura ecclesiale; sono organismi accademici che hanno ricevuto un mandato, proprio come altre commissioni indipendenti hanno avuto mandati, e risponderanno secondo criteri scientifici”.

    Una volta completato, ha affermato, lo studio del 2026 svilupperà ulteriori ricerche “che potranno davvero far luce su questo fenomeno per aiutarci, oggi, a rendere possibile la non ripetizione e, allo stesso tempo, a trovare quelle che potrebbero essere le migliori pratiche per la giustizia e la riparazione”.

    https://www.catholicnewsagency.com/news/264673/italian-church-abuse-survivor-questions-bishops-conference-report-on-scale-of-clerical-sexual-abuse-crisis

  • Polonia-abusi: indietro tutta

    Polonia-abusi: indietro tutta

    La Conferenza episcopale polacca ha deciso di annullare il procedimento per una commissione relativa agli abusi e ripartire da capo. L’arcivescovo primate, Wojciech Polak, il suo gruppo di lavoro e i testi di indirizzo per la commissione finora prodotti sono stati sfiduciati. Al suo posto è subentrato mons. Slawomir Oder, noto come postulatore della causa di santità di Giovanni Paolo II e per la sua presenza nell’Ufficio giuridico della Conferenza, il quale ha criticato in toto (lo scorso 28 febbraio) la proposta di Polak. La decisione è stata presa a Katowice dove i vescovi hanno solennizzato il centenario della diocesi (10-12 giugno).

    Lo sconcerto è visibile in tutte le reazioni del mondo cattolico e no. Emblematico quello del caporedattore dell’agenzia ufficiale KAI, Marein Przeciszewski, che scrive:

    «La decisione significa che l’arcivescovo Polak il quale, in qualità di delegato della Conferenza episcopale polacca per la protezione dei bambini e dei giovani, conosce molto bene questo tema ed è una riconosciuta autorità per le vittime, sarà privato di qualsiasi influenza sulla configurazione della futura commissione. Nel contempo, il vescovo Oder non si è mai occupato di questo tema in precedenza e non ha alcuna esperienza in questo campo. Le vittime percepiranno questa nomina come la prova che il loro dramma non è trattato con serietà e nella società civile significherà un ulteriore e probabilmente rapido declino dell’autorità della Chiesa».

    Il vescovo Oder, dal canto suo, ha relativizzato molto: «Si tratta di precisazioni sia nelle formulazioni giuridiche sia nei principi specifici di funzionamento di questa commissione. Abbiamo l’esperienza di Chiese di altri Paesi che è stata condivisa con noi. Vogliamo evitare gli errori che qualcuno ha commesso». Il riferimento è chiaramente al rapporto della commissione indipendente voluta dai vescovi francesi (CIASE). Polak e i suoi esperti non hanno mai nascosto una privilegiata attenzione a quell’esperienza particolare.

    Difficile indicare le cause di un cambiamento così radicale di indirizzo. È probabile che il conflitto fra «garantisti» e «innovatori» fosse in atto da tempo, che il parere dell’Ufficio giuridico abbia impaurito molti vescovi e che l’attuale scontro politico e ideologico nel Paese abbia giocato da cassa di risonanza del confronto interno. Di fatto, un processo che si è avviato con coraggio e fatica nel 2023 è oggi in frantumi nonostante le assicurazioni di rito.

    Delusione dopo le speranze

    La plenaria della Conferenza episcopale di marzo 2023 aveva deciso, su pressioni mediatiche violentissime, di istituire una squadra speciale per fare luce sui crimini contro i minori commessi in passato nella Chiesa cattolica.

    Il giugno successivo mons. Polak, coadiuvato dal gesuita Adam Žak, aveva presentato uno studio comparato fra i vari strumenti e commissioni già sperimentate nel contesto delle Chiese nazionali (USA, Germania, Australia, Francia, Irlanda, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo) privilegiando l’interlocuzione con l’esperienza francese. Fu deciso di allargare la presenza di altri due vescovi e di fissare il tempo di indagine dal 1945 ad oggi. L’approccio previsto era quello storico e interdisciplinare.

    Nel novembre 2023 si coinvolgono i rappresentanti dei religiosi e delle religiose, evidenziando la centralità delle vittime nel processo in atto. Nel giugno dell’anno successivo (2024), dopo che mons. Polak è rieletto nella Commissione per la tutela dell’infanzia, si annuncia che il lavoro preparatorio si avvia a conclusione. Il mese prima era arrivato alla presidenza un’argomentata lettera di 46 vittime che chiedeva una reazione coraggiosa della Chiesa al problema degli abusi. Nella risposta vi era l’invito per un dialogo diretto che è effettivamente avvenuto il 19 novembre del 2024. L’incontro fra i 74 vescovi e i rappresentanti delle vittime è stato da tutti avvertito come un momento alto di intesa e di verità.

    Sembrava tutto pronto per una decisione rapida e coraggiosa nell’avviare una Commissione se non «indipendente» quanto meno di «indipendenti». Si aspettava solo il parere, non vincolante, del Consiglio giuridico della Conferenza episcopale. È arrivato con un secco no al progetto il 28 febbraio 2025 (cf. qui su SettimanaNews).

    Denuncia il carattere investigativo dell’organismo previsto e non solo storico-informativo, tale da porre sotto inchiesta anche i vescovi (il Codice lo riserva alla Santa Sede). Inoltre, prevede la possibile collaborazione con persone di non provata fede che potrebbero non aver a cuore il bene della Chiesa. Sottolinea anche: l’impossibilità di verificare le accuse, il lungo periodo di investigazione (dal 1945 a oggi), la carenza di indicazioni dei costi dell’operazione e la possibilità che il materiale raccolto possa essere utilizzato per cause civili contro enti ecclesiastici.

    La conclusione è drastica. Si torni a votare sulla natura della commissione, dopo la decisione del 2023.

    Le reiterate richieste

    Prima dell’assemblea di Katowice, una lettera dei rappresentanti degli abusati rinnova ai vescovi le richieste già formulate in passato. Esse sono relative alla sospensione dell’attuale presidente, mons. Tadeusz Wojda, in attesa di un pieno chiarimento rispetto alle accuse di negligenza in casi di abuso, alla determinazione della data di inizio dei lavori della commissione di indagine, ad un elenco di buone pratiche nelle indagini, alla nomina di un difensore civico nominato dalla Chiesa, all’invito ai vescovi di incontrare anche le vittime segnalate dai media, al coinvolgimento di almeno una donna nel sistema ecclesiale di assistenza agli abusati, a un serio approccio al tema degli adulti vulnerabili e a un coinvolgimento diocesano delle vittime nelle decisioni che le riguardano.

    L’esito della decisione episcopale ha portato uno dei tre firmatari della lettera (Jakub Pankowiak) a denunciare la paura dei vescovi e le rivalità evidenti al loro interno fra chi riteneva la commissione una minaccia per l’istituzione e chi invece condivideva la linea proposta. La sua delusione è radicale. Si è sentito ingannato e deluso. Chiuderà ogni collaborazione e l’idea della commissione a suo avviso è archiviata, «anche se venisse formata una nuova équipe non sarebbe più la commissione che avevamo chiesto».

    Attraversata da dolore e irritazione anche la reazione del vescovo Damian Muskus: «Oggi non possa fare altro che assicurare la mia vicinanza a coloro la cui fiducia è stata seriamente scossa». Angosciate le parole del carmelitano Mateusz Filipowski che ha condiviso un percorso di ascolto e riscatto con un centinaio di vittime. Chiede ai vescovi: «Datemi qualche argomento sensato su cui basarmi nelle conversazioni con le vittime, sul perché valga la pena per loro di rimanere nella Chiesa».

    Un clima avvelenato

    Il vistoso arretramento dell’episcopato polacco sul tema degli abusi avviene in un contesto di duro scontro politico con l’attuale governo. Nel comunicato finale dell’assemblea episcopale si indica lo scontro frontale sulla questione dell’insegnamento della religione (cf. qui su SettimanaNews), sui corsi di educazione sanitaria introdotti dal ministero, sul mancato avvio della discussione relativamente al finanziamento statale della Chiesa.

    Ma anche i temi interni sembrano particolarmente tesi: sul rinnovo della catechesi, sulla situazione dei media, sull’identità del prete. Uno studio, per ora provvisorio, sulle aggressioni ai preti parla di minacce, insulti e scherni non solo occasionali. Il 19% dei 614 preti sentiti ha riferito di un’aggressione fisica, il 15% di interruzioni nelle funzioni religiose, il 4% di aggressioni fisiche.

    Un contesto che non annuncia nulla di buono a meno di correzioni significative sui fronti contrapposti

    https://www.settimananews.it/vescovi/polonia-abusi-indietro-tutta/