Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, sacro e potere patriarcale: una specificità cattolica?

    Abusi, sacro e potere patriarcale: una specificità cattolica?

    PARIGI ADISTA. C’è una specificità cattolica nella questione degli abusi? La Chiesa cattolica è un’istituzione patriarcale particolarmente violenta o è solo una manifestazione tra le altre, all’interno di un continuum sociale, del patriarcato del potere?

    Se sembra impossibile oggi rispondere con certezza a questa domanda, questo articolo mostra tuttavia che due “impensati” (processi cognitivi inaccessibili all’introspezione cosciente) del copione cattolico giocano un ruolo fondamentale nella resistenza dei cattolici a denunciare e gestire i comportamenti abusanti dei preti a favore della protezione e riparazione delle vittime: la difficoltà di considerare la possibilità di abuso di potere, quest’ultimo concepito come un servizio, e la difficoltà di vedere il consenso sessuale come il punto nodale di ogni attività sessuale, a prescindere dalla “qualità” dei partner coinvolti e dal danno arrecato all’istituto quando è coinvolto un suo dipendente.

    Su questo tema verte l’articolo di Constance Lalo (giurista, docente a Sciences Po a Parigi, co-autrice del libro Le sacré incestueux; les prêtres pédophiles, 2017) e Josselin Tricou (sociologo, esperto di religione e di genere, Università Paris-8) sugli “impensati” che alimentano l’abuso nella Chiesa cattolica. Inizialmente pianificato come libro collettivo e interdisciplinare sulla questione, scritto nel 2016 ma ancora attualissimo, è stato rifiutato dall’editore cattolico ed è apparso invece nel 2020 con il titolo «“Si cet homme n’avait pas été prêtre…” Patriarcalité du pouvoir, script catholique et pédocriminalité dans l’Église» (“‘Se quest’uomo non fosse stato un prete…’ Patriarcalità del potere, copione cattolico e pedocriminalità nella Chiesa”) sulla rivista open source Cahiers d’histoire (147, 2020; http://journals.openedition.org/chrhc/15431; https://doi.org/10.4000/chrhc.15431), dunque prima della pubblicazione dei risultati della Commissione CIASE, che in Francia ha mostrato l’estensione della piaga degli abusi nella Chiesa.

    Lo pubblichiamo in una nostra traduzione dal francese, rendendolo accessibile online a tutti, all’interno della serie di articoli accademici che pubblichiamo periodicamente in un’ottica di approfondimento delle cause profonde e strutturali del fenomeno degli abusi clericali.

    https://www.adista.it/articolo/68794

  • La suora che ha denunciato il sacerdote che la stuprava

    La suora che ha denunciato il sacerdote che la stuprava

    di Federica Tourn in “Domani” del 19 settembre 2022 – «Sono stata violentata per la prima volta a 24 anni da un sacerdote di quasi vent’anni più vecchio di me. Non soltanto era il mio superiore ma era anche il responsabile della congregazione. Non avevo mai sentito parlare di preti che si approfittano delle suore: per me, semplice novizia ; lo stupro fu così uno choc doppio». Doris Wagner subisce il primo stupro in convento nel 2008, a cinque anni dal suo ingresso nella Famiglia Spirituale l’Opera, una comunità di vita consacrata fondata dalla belga Julia Verhaeghe e riconosciuta da Giovanni Paolo II nel 2001. Nel 2003 Doris è solo una ragazza di 19 anni; piena di entusiasmo all’idea di dedicare la propria vita a Dio. Oggi è una donna libera, sposata, madre, che non ha mai avuto giustizia né dalla chiesa né dallo stato.

    Al Collegium Paulinum di Roma, sede della congregazione, sacerdoti e suore vivono insieme sotto lo stesso tetto e; anche se hanno mansioni diverse, si incontrano per la messa o durante i pasti. La realtà della vita comunitaria si rivela subito difficile: l’Opera le chiede di rinunciare alla famiglia; agli amici, le proibisce anche la lettura «per farla crescere in umiltà». Doris non viene messa al corrente di nulla, non sa nemmeno quando prenderà i voti perpetui. «Ci trasferivano da un paese all’altro senza preavviso e ci spostavano addirittura di stanza senza una spiegazione», conferma. Stringere amicizie è impossibile anche fra consorelle: «Spinte dalla devozione; ci rassegnavamo a vivere in solitudine: la nostra vita era completamente nelle mani della comunità».

    il corpo è una provocazione
    Il primo abuso che le suore subiscono è psicologico e spirituale. «Quando decidi di farti suora non sai niente della vita religiosa e aderisci totalmente alle regole della congregazione, convinta che sia giusto quello che ti chiedono. Non riesci a mettere dei confini e alla fine perdi la possibilità di pensare autonomamente: non chiedi; non ti ribelli perché è impossibile reclamare dei diritti in questo sistema», spiega Wagner.

    Così, quando Doris all’improvviso comincia a ritrovarsi sempre accanto il suo superiore (che lei non vuole nominare e che chiameremo padre Georg), non reagisce. «Mi seguiva in biblioteca, in giardino; persino in lavanderia e parlava continuamente: ero stupita e imbarazzata dalla sua presenza costante, perché era proibito parlare fra noi, ma non avrei certo immaginato che volesse tentare un approccio sessuale. Avevo seguito tutte le regole, ero certa che non potesse succedermi niente di male». La madre superiora, infatti, è stata chiara quando le ha detto che «gli uomini sono più deboli riguardo al sesso ed è responsabilità delle suore fare in modo che non succeda nulla».

    Nelle congregazioni il sesso è l’elefante nella stanza e non basta certo il voto di castità a fermarlo. Il corpo della religiosa è di per sé una provocazione sessuale da tenere a bada con le lezioni sul pudore e il controllo esasperato dell’abbigliamento: se il prete allunga le mani, la colpa è sempre della donna. «Appena entrata in comunità; una suora venne da me e mi diede la biancheria intima, raccomandandomi di indossare sotto l’abito anche il busto e una sottoveste per dissimulare del tutto le forme. Mi fece capire che dovevamo farlo per non indurre in tentazione i confratelli che vivevano con noi», ricorda Wagner.

    Nella casa romana dell’Opera, le suore sono sistemate al primo piano e i preti al secondo; il terzo piano è destinato agli ospiti e nel sottotetto ci sono soltanto due stanze: in quel momento Doris ne occupa una, da sola, mentre l’altra è vuota.
    Quando padre Georg sale le scale, nessuno si accorge di niente. «È entrato all’improvviso. In un istante ho capito che cosa sarebbe successo e sono diventata di ghiaccio. Ha allungato la mano e mi ha slacciato un bottone: l’ho respinto ma lui ha continuato. Era consapevole del suo potere; sapeva che avrei ceduto».

    È proprio nelle relazioni pastorali fra prete e suora che l’abuso mette radici: i sacerdoti sanno bene come approfittare della dipendenza spirituale e dell’immaturità affettiva delle suore per manipolarle.
    Lo attesta la psicologa clinica Mary Lembo della congregazione delle suore di Santa Caterina, che ha scritto una tesi all’università Gregoriana di Roma sulle violenze commesse dai preti sulle religiose in Africa, in cui sottolinea come spesso i preti spaccino gli abusi per volontà divina. Non è certo un problema soltanto africano, succede anche in Italia: «Tante religiose a cui ho fatto formazione mi hanno confessato di aver avuto relazioni sessuali che non desideravano — racconta Lembo — Le giovani suore nelle parrocchie; negli uffici e nei conventi si affidano al sacerdote con fiducia; perché in lui vedono l’uomo di Dio e vengono spesso ricambiate con rapporti invadenti; allusioni in confessionale; molestie mascherate da dichiarazioni d’amore, stalking, fino allo stupro».

    Wagner racconta che dopo quel primo giorno di aprile del 2008 ha subito altre volte, per quattro mesi; gli assalti di padre Georg, fino a quando è stata trasferita per un periodo in Austria. Tornata al Collegium Paulinum in autunno, è stata sistemata al primo piano insieme alle altre consorelle ed è riuscita finalmente a evitare il prete.

    I suoi tormenti; però; sono soltanto all’inizio. Racconta a Domani: «La madre superiora un giorno mi comunicò che dovevo cambiare confessore e mi assegnò padre Hermann Geissler. Già questa imposizione era un sopruso, perché le suore hanno la facoltà di scegliere in autonomia con chi confessarsi». Padre Geissler non è un prete qualunque: innanzitutto è anche il confessore del suo abusatone e; soprattutto, dal 1993 lavora alla Congregazione per la dottrina della fede. È molto vicino a Joseph Ratzinger che, nel 2009, da papa, lo nomina capo dell’ufficio dottrinale del Dicastero.

    «Padre Geissler decise che i colloqui dovevano tenersi nella camera da letto della madre superiora», racconta Wagner. Un posto a dir poco inconsueto ma, ormai indifferente a tutto; lei subisce: «Dopo gli abusi ero diventata apatica. In seguito ho visto la stessa reazione in tante suore vittime di violenza: esteriormente non cambiano ma dentro diventano insensibili. Sono persino più funzionali ai sistema perché diventano più efficienti, sono come automi senza sentimenti».

    Lo scenario si presta a un nuovo capitolo del dramma. «Durante la confessione padre Geissler diventava sempre più insistente—racconta Wagner— mi parlava di amore, diceva che non potevamo sposarci ma fare altro; alludendo a una relazione sessuale. Io ero traumatizzata, perché a quel punto sapevo bene che un prete può prendersi quel che vuole. Un giorno, esasperata; mi sono alzata senza aspettare l’assoluzione e lui mi ha trattenuta cercando di baciarmi». La suora riesce a sfuggirgli e chiede alla madre superiora di poter cambiare confessore: «Voleva spiegazioni e quando le dissi che cosa era successo, commentò che sapeva che lui era solito comportarsi in questo modo con le suore e che dovevamo avere pazienza».

    Il vizio del prete non è evidentemente una novità: «Lei sapeva bene che padre Geissler aveva abusato di altre suore; casi di cui sono venuta a conoscenza quando sono uscita dalla congregazione; ma non aveva obiettato al fatto che ci incontrassimo nella sua camera da letto», chiosa Wagner.
    Nel 2010, quando la questione della violenza nella chiesa esplode in Germania e diventa oggetto di discussione quotidiana anche all’Opera, Doris si rivolge di nuovo alla madre superiora per raccontare la violenza subita due anni prima da padre Georg, ma quella si arrabbia: «Ha fatto un salto sulla sedia urlandomi in faccia che dovevo lasciarlo in pace: per lei la colpa era mia. Quando finalmente si è calmata, mi ha abbracciata e mi ha detto “ti perdono”. Ho capito che sapeva già tutto e che io non ero la prima vittima».

    Collusioni, silenzi, omertà, estensione del concetto di obbedienza. Sono i fattori che portano le madri superiore a sacrificare le suore agli appetiti dei sacerdoti. «Non prendono quasi mai posizione-conferma Mary Lembo-sono le prime a non credere che questi preti così bravi e rispettati da tutti possano aver commesso violenza e quindi accusano le suore di averli provocati. E non si preoccupano del fatto che la vittima debba continuare a vivere con chi l’ha violentata».

    Test di gravidanza
    Non solo: la superiora di Doris, appena saputo il fatto, la manda alla clinica privata Salvator Mundi di Roma (la stessa che ha curato, fra gli altri, padre Marcial Maciel Degollado, fondatore della congregazione dei Legionari di Cristo e responsabile di decine di abusi su minori, ricoverato per disintossicarsi dalla morfina), dove le fanno un prelievo del sangue per verificare un’eventuale gravidanza. «Surreale, visto che erano ormai passati più di due anni dallo stupro – commenta Wagner – Evidentemente aveva motivo di temere che fosse successo ancora». Comunque aveva paura della gravidanza, e non per caso.

    Il dramma delle suore messe incinte da membri del clero e perciò costrette ad abortire o cacciate dalle congregazioni è un altro dei segreti vergognosi della chiesa. Eppure sono questioni che il Vaticano conosce da decenni, almeno dal 1994, quando suor Maura O’Donohue manda a Roma un rapporto confidenziale dall’Africa, in cui denuncia la prassi di molti preti e vescovi di stuprare le suore (invece delle donne del luogo) per non prendere l’Aids. I casi citati sono agghiaccianti: in Malawi 29 suore di una stessa congregazione sono ingravidate dai preti della diocesi, altrove un sacerdote celebra il funerale di una suora morta durante un’interruzione di gravidanza a cui lui stesso l’aveva costretta. Ancora una volta, non si tratta solo del continente africano: la piaga riguarda 23 paesi, compresa l’Italia. Quattro anni dopo, un’altra religiosa, Marie McDonald, confermerà che sono proprio le giovani suore straniere che studiano a Roma le più esposte ai ricatti sessuali del clero.

    Rapporti resi pubblici dal National Catholic Reporter nel 2001 e arrivati fino sul tavolo del Parlamento europeo, che in una successiva Risoluzione fa sapere di aver mandato al Vaticano ben cinque avvertimenti in cui denuncia la drammatica condizione di molte religiose, infettate dall’Hiv, stuprate, costrette ad abortire o allontanate dalle comunità dopo aver partorito.

    Il silenzio del papa
    Roma, dal canto suo, tace. Solo nel 2019 papa Francesco ha ammesso che il problema degli abusi riguarda anche il mondo consacrato e lo stesso Motu proprio Vos Estis Lux Mundi , che incoraggia i vescovi a segnalare gli abusi clericali alle autorità civili, è stato un sostanziale fallimento. Quanto ai processi in ambito ecclesiastico, si entra in un buco nero: il cardinale João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, interrogato da Domani su quale sia la dimensione del problema della violenza sulle suore in Italia e quanti casi di abuso sessuale di religiose ha preso in esame il Dicastero, ha rifiutato di rispondere.

    La violenza sulle religiose continua così ad essere un terreno inesplorato. Se in Francia qualcosa si è mosso, anche grazie al documentario di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église trasmesso dall’emittente televisiva Arte (a cui ha preso parte anche Wagner), in Italia, ancora una volta, la situazione rimane un tabù. Conta certamente la misoginia nella chiesa e un’opinione pubblica poco disponibile a prendere sul serio i drammi di una categoria che è perlopiù relegata alle barzellette. La conseguenza, però, è l’invisibilità: il lavoro delle suore è gratuito o poco pagato, spesso sono ridotte a fare le serve dei preti e, se decidono di lasciare la comunità, vengono abbandonate a loro stesse.

    «Chi denuncia le violenze viene ripagata con l’isolamento e rappresaglie da parte delle consorelle e della madre superiora—spiega suor Lembo — se non addirittura con l’espulsione dalla comunità». Mentre il prete, nemmeno a dirlo, rimane al suo posto.

    Neppure Wagner è riuscita da avere giustizia. Lasciata infine la congregazione, insieme ad altre ex consorelle vittime di abusi della stessa comunità, nel 2012 denuncia l’Opera alla Congregazione per la dottrina della fede. Grazie a una canonista in contatto con la Santa sede, Wagner viene a sapere che è stata avviata «con grande serietà» un’inchiesta sui due preti e sulla disciplina interna della congregazione e che padre Georg, che nel frattempo era già stato allontanato dal Collegium Paulinum e assunto nella sezione di lingua tedesca della segreteria di Stato vaticana, sarebbe stato rimosso dall’incarico alla fine di quell’anno.

    «In seguito mi dissero che non avevano trovato niente sul conto dell’Opera, ma molti testimoni non sono
    mai stati sentiti», precisa Wagner.

    Su padre Geissler, invece; vista la delicata posizione che riveste come capo ufficio alla Congregazione per la dottrina della fede, le indagini proseguono. Due anni dopo, viene comunicata a Wagner la chiusura del caso: il prete ha ammesso «due imprudenze in un paio di occasioni» ma ha chiesto scusa ed è stato ammonito a «essere più vigile e prudente in futuro». Resta al suo posto alla Congregazione, che è il Dicastero deputato a giudicare i peccati sessuali del clero; nonostante le “imprudenze” si siano svolte durante il sacramento della confessione, circostanza che per il diritto canonico è considerata un’aggravante, meritevole di pene anche gravi. Si dimetterà soltanto nel gennaio 2019, dopo che Wagner ha reso pubblica la sua storia durante un convegno organizzato dalla rete di donne cattoliche Voices of Faith. La notizia ormai circola sui giornali e Geissler chiede il
    processo canonico per dimostrare la sua innocenza. Il processo, visto il ruolo del prelato, non si svolge davanti alla Congregazione per la dottrina della fede ma viene affidato alla Segnatura apostolica.

    Il decreto sarà di assoluzione; «non risultando provata con la dovuta certezza morale la configurazione dell’asserito grave delitto». Padre Geissler è oggi docente di dogmatica all’università di scienze applicate di Heiligenkreuz, un comune a trenta chilometri da Vienna.

    Il reato non risulta
    Se la chiesa è sorda, gli stati non lo sono da meno. Su denuncia della ex suora, due indagini per violenza sessuale sono state istruite nei confronti di padre Georg: la prima nel 2012 in Germania, archiviata perché non c’era la competenza territoriale visto che i fatti erano avvenuti a Roma; e la seconda nel 2014 in Austria, paese natale della persona denunciata; ma anche qui la procura ha interrotto il procedimento perché «il reato non è stato commesso». «Hanno detto che si trattava di un rapporto consensuale perché lui non aveva usato la forza», commenta amara Wagner. Insomma, il prete aveva violato il voto di castità (che ovviamente non è reato) ma non aveva abusato della suora.

    Padre Georg a sua volta ha poi fatto causa all’emittente Arte nel 2019 per un passaggio del documentario Religieuses abusées, in cui il suo nome veniva associato allo stupro di Doris Wagner, e ha ottenuto che la frase venisse cassata. In tribunale, i toni hanno il sapore della beffa: «Ad Amburgo, dove si svolgeva il processo contro Arte — ricorda Wagner — gli avvocati dell’emittente sostenevano che non si poteva parlare di una relazione perché il padre e io ci siamo dati sempre del “lei”; ma il tribunale ha accolto l’argomentazione dell’accusa, che sosteneva invece che il “tu” è consuetudine solo nelle relazioni amorose mondane».

    La comunità l’Opera, dal canto suo, conferma che oggi padre Georg, «non avendo commesso nessun delitto, ha ricevuto altri compiti nella comunità» e — contrariamente a ciò che abbiamo visto — sostiene anche «che non è mai stato oggetto di un’indagine ecclesiastica».

    Wagner, oggi sposata con un ex confratello e madre di un bambino; continua la sua lotta contro gli abusi del clero. Come teologa lavora all’università di Francoforte e l’anno scorso ha pubblicato il primo studio accademico sulle minorenni messe incinte da sacerdoti negli Stati Uniti, un campo di ricerca ancora del tutto inesplorato. Le ragazze violentate dai preti e poi abbandonate in stato di gravidanza o costrette ad abortire sono, secondo una stima riportata dalla studiosa, dall’1 al 10 per cento di tutte le vittime minorenni di abusi clericali nel mondo.

    «Senza contare le donne adulte, che sono molte di più», sottolinea Wagner. Un numero enorme di ragazze e donne sacrificate da sacerdoti che pensano soltanto a preservare la propria reputazione, con un inconcepibile disprezzo per la vita umana. La maggior parte di loro, nonostante la scomunica prevista dal diritto canonico a chiunque procuri un aborto, continua a restare al suo posto; pronta a reiterare il reato.

    Gli aborti forzati delle suore
    «I preti coinvolti in questi casi sono in maggioranza abusatori seriali attestati di ragazze; in molti casi, ci sono indicazioni di ulteriori gravidanze o aborti», scrive Wagner. E in Europa? «Non si riesce ad accedere ai documenti — dice la studiosa — ma in Germania nell’ultimo anno si sono aperti processi per aborti indotti da sacerdoti e le vittime hanno cominciato a parlarne pubblicamente».

    Forse è l’inizio di qualcosa di nuovo

    https://www.editorialedomani.it/fatti/la-suora-che-ha-denunciato-il-sacerdote-che-la-stuprava-sfyjvlvx

     

  • I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    I primi incontri tra la CEI e le vittime dei preti pedofili non sono andati bene

    Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi e il portavoce della rete “L’Abuso – Associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero” Francesco Zanardi si sono incontrati due volte, riservatamente, nel corso dell’estate. Gli incontri, che in alcuni momenti sono stati anche piuttosto turbolenti, sono avvenuti nella sede dell’Arcidiocesi di Bologna dopo che Zanardi, in una conferenza stampa del 22 maggio, aveva rivolto domande piuttosto pressanti al cardinale sulle modalità scelte dalla CEI per condurre le indagini sui casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti in Italia.

    Nei loro due incontri il cardinale e il portavoce dell’associazione L’Abuso sono stati in disaccordo su punti precisi riguardo alle modalità dell’indagine. Zanardi contesta l’intenzione della CEI di non prevedere risarcimenti economici alle vittime di abusi, e il fatto che verranno presi in considerazione, al contrario di ciò che è avvenuto in altri paesi, solo i casi degli ultimi venti anni. Mette poi in discussione l’indipendenza di chi avrà il compito di esaminare i dati raccolti, e i provvedimenti che la Chiesa progetta di prendere nei confronti dei responsabili dei casi di abusi riconosciuti.

    È soprattutto su questo ultimo punto che i toni del confronto tra Zuppi e Zanardi si sono alzati: «il cardinale», dice Zanardi al Post, «ha paragonato il prete pedofilo a un tossicodipendente che non deve essere condannato a vagare per le strade a vita. Ha così fatto riferimento alla mia storia personale, ma anche a quella di tante vittime di abusi che sono diventati tossicodipendenti o alcolisti o vivono gravi depressioni. È un paragone improponibile, la tossicodipendenza si cura, la pedofilia è tutta un’altra cosa».

    Nella conferenza stampa in cui aveva ricevuto le domande incalzanti di Zanardi, Zuppi aveva parlato di una “via italiana” alla questione della pedofilia della Chiesa, e cioè di un’indagine che sarebbe stata condotta in maniera diversa rispetto a quanto avvenuto in altri paesi, come Germania e Francia. In un’intervista data al Corriere della Sera, il presidente della CEI aveva detto di voler procedere in modo diverso anche perché, per esempio, giudicava l’inchiesta francese non particolarmente attendibile: «sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione».

    L’Italia è l’ultimo grande paese storicamente cattolico in cui la Chiesa ha deciso di indagare sugli abusi nei confronti di minori da parte dei preti. Ma lo farà, accusa Zanardi, «con un metodo utile unicamente alla Chiesa italiana per continuare a evitare, anche di fronte alle evidenze emerse in tutto il mondo, un ennesimo scandalo, il più grande visto in quanto l’Italia ospita il numero più alto al mondo di religiosi».

    Per comprendere quale sia l’importanza di un’inchiesta in Italia sugli abusi nella Chiesa è utile prendere in considerazione alcune stime realizzate dal giornalista irlandese Mark Vincent Healy che, in assenza di un dato italiano, sulla base di quelli emersi nelle ricerche delle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha fatto una stima. Suggerisce che la portata degli abusi in Italia potrebbe essere la più grande. Papa Francesco ha sostenuto, durante un’intervista con Eugenio Scalfari, che la percentuale di preti pedofili sul totale è di circa il 2%; secondo una ricerca americana realizzata alla fine degli anni Novanta sarebbe invece del 4%, mentre al termine della celebre inchiesta giornalistica “Spotlight” del Boston Globe la percentuale stimata fu del 6%. L’Australian Royal Commission ritiene che in Australia i preti pedofili siano il 7% del totale.

    Secondo Healy, in base a queste percentuali, «l’Italia rischia di superare il numero segnalato di vittime di abusi sessuali su minori da parte di religiosi rispetto a quello di qualsiasi altro paese dell’Unione europea». In base a  queste stime, che non sono appunto dati verificati, i preti colpevoli di abusi in Italia sarebbero mille nell’ipotesi più ottimistica e quasi 4mila nell’ipotesi più pessimista; le potenziali vittime potrebbero arrivare complessivamente fino a un milione.

    Non è solo L’Abuso a contestare il modo in cui la Chiesa italiana sta procedendo. Anche il coordinamento ItalyChurchToo, che riunisce le associazioni che si battono contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, ha definito carenti i punti su cui si fonda la cosiddetta “via italiana” illustrata dal cardinale Zuppi.

    Il presidente della CEI ha spiegato che è in corso di realizzazione un report nazionale sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021). Inoltre, si sta svolgendo un’altra ricerca, su un periodo temporale più ampio, dal 2000 al 2021, in collaborazione con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Il problema, fa notare la rete L’Abuso, è che vengono presi in considerazione solo i casi segnalati negli ultimi vent’anni alla Congregazione della Dottrina della Fede, escludendo totalmente quelli invece denunciati alla giustizia civile. «Si tratta», spiega Zanardi, «a volte solo di segnalazioni dei vescovi in cui spesso manca anche la vittima. Sono spesso documenti incompleti, senza quei dettagli che servono in realtà a individuare con certezza e chiaramente un caso di abuso».

    Per quanto riguarda il report sui casi denunciati agli Sportelli diocesani d’ascolto negli ultimi due anni, si tratta di poche denunce: «il 70-80% delle persone che subiscono abusi non si rivolge alla Chiesa, non arriva quindi agli Sportelli diocesani, costituiti nel 2019» dice Zanardi. «Le vittime spesso vengono sottoposte a un ostracismo tale che si tirano indietro. In quegli sportelli non ottengono risarcimenti, spesso nemmeno processi e l’allontanamento del prete. La denuncia rimane tra l’altro riservata perché, è stato detto da parte delle istituzioni della Chiesa, bisogna evitare giustizialismo e gogna mediatica. È giustissimo, ma in qualche modo bisogna pur far capire che quel determinato prete è pericoloso».

    Quello dei risarcimenti è un altro punto molto contestato da parte delle associazioni delle vittime. Nel loro incontro, secondo quanto riferisce Zanardi, il cardinale Zuppi ha sostenuto che se venissero stabiliti risarcimenti la Chiesa fornirebbe un incentivo a denunciare e qualcuno sarebbe spinto unicamente a cercare profitto. In passato peraltro nemmeno i governi italiani si sono dimostrati sensibili all’argomento, come è invece avvenuto in altri paesi.

    In Svizzera per esempio è stato stabilito che non ci sia prescrizione per reati di pedofilia. Quando venne presa la decisione, nel 2015, visto che la legge non poteva essere retroattiva, fu stabilita una finestra di sei mesi entro la quale potevano essere presentate denunce anche per abusi subiti prima dell’entrata in vigore della norma. A quel punto furono le stesse istituzioni ecclesiastiche a contattare le vittime offrendo risarcimenti per evitare denunce e processi.

    I dati che verranno raccolti dai servizi diocesani e dalla Congregazione per la dottrina della fede, saranno esaminati da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza specializzati in economia, statistica, sociologia e con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori. Ma le associazioni delle vittime di abusi non ritengono indipendente l’Università Cattolica. Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico, dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, dalle norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli statuti interni di ciascuna istituzione. Il cardinale Zuppi ha risposto all’obiezione spiegando che però i professori ed esperti che esamineranno i dati sono laici e non sacerdoti. «Stipendiati però dall’università Cattolica», commenta Zanardi.

    Un altro punto per il quale la cosiddetta via italiana viene contestata dalle associazioni è la natura stessa dei 23 centri di recupero “per sacerdoti in difficoltà” presenti in Italia. Secondo Zanardi, queste strutture sono inadeguate perché autonome e gestite dal clero: «È giusto che si punti al recupero di queste persone. Ma a differenza di un carcere o di una residenza detentiva domiciliare, il controllo è affidato alla struttura. Ovvero nessun controllo di polizia, il detenuto non è isolato, entra ed esce chi vuole in quanto la struttura non è un vero luogo di detenzione, ha altri ospiti con problemi differenti, che ricevono visite e non sono tenuti alle restrizioni di chi è in stato detentivo».

    Le due relazioni sugli abusi nella Chiesa in Italia saranno rese note a novembre. La CEI ha fatto sapere al Post che i lavori stanno procedendo e che non intende replicare alle accuse di Zanardi.

    https://www.ilpost.it/2022/09/09/incontri-cei-vittime-preti-pedofili-zuppi-zanardi/

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/06/23/la-bomba-il-post/

     

  • Dai crimini della Chiesa contro i bambini Métis e Inuit in Canada (almeno 4mila sono morti) a quelli commessi sui bimbi degli Ebrei anche a Roma

    Dai crimini della Chiesa contro i bambini Métis e Inuit in Canada (almeno 4mila sono morti) a quelli commessi sui bimbi degli Ebrei anche a Roma

    Ecosì Papa Francesco è in Canada, per incontrare le comunità indigene e per esprimere loro “l’indignazione e la vergogna” per i crimini che i cristiani hanno commesso in quei territori ed in quelle comunità. E lo ha chiamato “viaggio penitenziale”. E così si è espresso: “Chiedo perdono in particolare per i modi in cui molti membri della Chiesa e delle comunità religiose hanno cooperato anche attraverso l’indifferenza a quei progetti di distruzione culturale e assimilazione forzata dei governi dell’epoca culminati nel sistema delle scuole residenziali“.

    Ma su che cosa deve riconciliarsi il Papa con i nativi? Ecco qua cosa scrive l’Ansa: “Si stima che, a partire dal 1883 fino agli anni ’60 del secolo scorso – ma l’ultima scuola fu chiusa solo nel 1996 -, circa 150 mila bambini delle Prime Nazioni, Métis e Inuit siano stati obbligati a frequentare una delle 139 scuole distribuite in tutto il Paese, rompendo il legame con le loro famiglie, con la loro lingua e cultura per essere trasformati in piccoli cristiani. Tra abusi di ogni tipo – anche sessuali -, reclusioni e percosse a scopo punitivo-intimidatorio, a causa di malattie, fame, freddo, almeno 4 mila di questi bambini hanno trovato la morte.” Crimini efferati, indiscutibili anche perché ciclicamente proprio in Canada riemergono fosse comuni e tombe di centinaia di bambini come accaduto la scorsa estate con reazioni furibonde delle popolazioni locali che avevano incendiato, poi, per questo molte chiese (QUI ARTICOLO).

    Adesso però Papa Francesco non può esimersi dal chiedere al più presto un altrettanto esplicito perdono, per gli stessi identici crimini che i suoi colleghi Papi hanno commesso in passato nei confronti degli ebrei, ma – si noti bene – non in aree geografiche così lontane, bensì a Roma, sotto gli occhi di tutti ed in molte altre città soprattutto italiane. Crimini insabbiati, commessi ben prima delle gravissime responsabilità di Pio XII nei confronti del nazismo e della fuga impunita all’estero di quei criminali ((LEGGI QUI 26.1.2020 e 29.8.2020).

    Mi riferisco ai cosiddetti “battesimi forzati”. Già, pochi sanno infatti dell’infame e brutale sradicamento dalle tradizioni e dalla religione ebraica (la più antica esistente al mondo e peraltro quella di Gesù), effettuato dalla Chiesa Cattolica per mano dei Papi, dal XVI al XIX secolo. Sequestravano infatti ed internavano bambini ebrei, al fine di battezzarli contro la volontà delle famiglie, per poi istruirli alla dottrina cattolica. Bambini che ovviamente non avrebbero mai più fatto ritorno dai loro cari nel Ghetto.

    Molto interessante a questo riguardo è il libro di Marina Caffiero, docente di storia moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dal titolo “Battesimi forzati – Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei Papi”, che rende pubblica un’enorme quantità di documenti al riguardo, tratti dall’Archivio dell’Inquisizione Romana e da quelli del Vicariato di Roma, riguardanti i rapporti fra le istituzioni cristiane ed il mondo ebraico della Capitale.

    E questa pratica infame dei “battesimi forzati” per la Chiesa era legittimata dal fatto che per il bambino ebreo convertito al cristianesimo c’era la “salvezza eterna”, che gli ebrei non potevano dargli. Si sottraeva quindi per sempre il bimbo alla sua famiglia per “il suo bene”. Ci si faceva peraltro forti di uno dei precetti del “XII Concilio di Toledo” del 681, che vietava ad un ebreo convertito di poter tornare all’ebraismo. Da evidenziare che questa pratica rimase in vigore fino alla bolla “Apostolicum Pascendi” emanata da Clemente XIII nel 1765, che la vietò.

    Ma Leone XII (1760 – 1829) ripristinò l’Editto ed emanò anche dure regole nei confronti degli ebrei, circostanza che dette il via di nuovo a quei rapimenti fino alla Breccia di Porta Pia nel 1870. Ma particolarmente attivo in questa macabra pratica fu Benedetto XIV (Papa dal 1740 al 1758), che usava spesso l’analogia tra la condizione degli ebrei e quella degli schiavi che andavano liberati e che fu peraltro anche uno strenuo assertore della veridicità dell’assassinio del Simonino a Trento da parte degli ebrei.

    Ma dove venivano portati e reclusi questi bambini ebrei romani? Presto detto: presso la “Casa dei Catecumeni e dei neofiti” (Collegium Ecclesiasticum Adolescentium Neophytorum), tutt’ora esistente nel Rione i Monti a Roma, istituita nel 1542 da Ignazio di Loyola, fondatore dell’Ordine dei Gesuiti, per convertire gli “infedeli” (ebrei ed islamici). Si calcola che lì siano stati fatti circa 2.000 battesimi forzati di ebrei dal 1614 al 1797. Interessante evidenziare che i costi di questa struttura erano stati beffardamente posti a carico proprio degli ebrei della Capitale. Incuriosito ed inorridito da quanto sopra ho voluto fare maggiori approfondimenti e così è emerso che su questo tema c’è una vastissima bibliografia. Fra i numerosissimi casi certificati mi limito a citare solo quello di Edgardo Mortara, prelevato dai gendarmi dello Stato Pontificio nella notte del 24 giugno del 1858 a Bologna e posto sotto la custodia di Papa Pio IX, evento molto ben descritto nel libro “Prigioniero del Papa Re”, dello storico David Kertzer (New York, 20 febbraio 1948), specializzato in storia politica, demografica e religiosa d’Italia, vincitore del Premio Pulitzer nel 2015.

    Del caso “Mortara” si occupò allora anche il “Times”, che con svariati articoli lo portò alla ribalta mondiale. Il Conte Camillo Benso di Cavour manifestò il suo dissenso e l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe con l’imperatore di Francia, Napoleone III, fecero specifici appelli perché il bambino tornasse alla sua famiglia. Papa Pio IX, che nel frattempo aveva imposto di nuovo agli ebrei di vivere chiusi nel Ghetto di Roma, non volle sentire ragioni e rispose con un secco “non possumus”, cioè “non possiamo”, che è la risposta che gli apostoli Pietro e Giovanni dettero ai membri del Sinedrio che chiedevano loro di smettere di parlare ed insegnare nel nome di Gesù. E chiuse dicendo: “Avevo il diritto e l’obbligo di fare ciò che ho fatto per questo ragazzo, e se dovessi farlo lo farei di nuovo”.

    Aggiunse poi successivamente: “Or gli Ebrei, che erano figli nella casa di Dio, per la loro durezza e incredulità, divennero cani. E di questi cani ce n’ha pur troppi oggidì in Roma, e li sentiamo latrare per tutte le vie, e ci vanno molestando per tutti i luoghi”. Dato il clamore di questa vicenda, Edgardo Mortara si trasferì a Poitiers, in Francia, dove nel 1870 fu ordinato sacerdote con il nome di don Pio Mortara, in omaggio al Papa. Morì l’11 marzo 1940 a Liegi, dopo aver passato diversi anni in un monastero. Nel settembre 2000 Giovanni Paolo II ha beatificato Papa Pio IX, definendo calunnie queste accuse. Tesi ripresa a viva voce da Vittorio Messori, ma purtroppo smentita da una valanga di inoppugnabili documenti.

  • Il fuoco pedofilo sotto la cenere dei focolari di Chiara Lubich

    Il fuoco pedofilo sotto la cenere dei focolari di Chiara Lubich

    Federica Tourn, tratto da Editoriale DOMANI – È il 3 gennaio 2021 e la Rai programma in prima serata la fiction L’amore vince tutto sulla figura di Chiara Lubich, la maestra di Trento che sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale decide di consacrarsi all’amore per Dio fondando una comunità ecclesiale di laici cattolici, il movimento dei Focolari. Nessuna ombra, neanche una nota dissonante. Eppure, negli stessi giorni, la società Gcps Consulting, incaricata dai vertici del movimento, sta cominciando a investigare sulle denunce di abuso sessuale a carico di Jean-Michel Merlin, un membro con ruoli apicali in Francia e che, con 37 vittime accertate, verrà definito un «abusatore seriale di minori» che ha goduto della copertura del movimento.

    Merlin non è l’unico: pur avendo il mandato di occuparsi solo del caso specifico, la Gcps Consulting ha ricevuto in meno di un anno molte segnalazioni, tanto da evidenziare, si legge nel report, «situazioni di abuso sistematiche note ai responsabili fin dai primi tempi del movimento, ma che non sono state affrontate e che è probabile continuino tuttora». Non si tratta quindi di casi eclatanti come quello di Rino Foradori, all’epoca presidente della casa editrice del movimento, arrestato nel 2000 per pedopornografia online – scambiava foto di bambini dai 7 agli 11 anni – ma di altre figure simili a quella di Merlin, «carismatiche, idolatrate, considerate intoccabili», che si muovono indisturbate in un regno costruito sull’obbedienza cieca, apparentemente aperto al mondo ma in realtà autoreferenziale e impermeabile allo sguardo esterno.

    Immaginate di vivere in piccole comuni in cui non ci sono giornali e tv, dove la visione dei film viene censurata da ogni riferimento al sesso, dove ogni azione quotidiana viene monitorata ed è vietato leggere libri che non riguardino espressamente la fondatrice, che si fa chiamare “mamma” dai suoi “popi”, i seguaci-bambini che hanno annullato la propria personalità per riconoscersi totalmente in lei. Sembra un romanzo distopico ma è la descrizione fatta da chi ne è uscito, molto lontana dall’agiografia della fiction Rai. Secondo i dati ufficiali, i Focolari contano 140mila membri interni e due milioni di aderenti in 182 Paesi; e se il loro cuore appartiene a “Gesù abbandonato”, le opere sono tutte rivolte alla gloria molto terrena del movimento, che in quasi 80 anni è cresciuto smisuratamente in cittadelle, ville, terreni, imprese che ne fanno una vera e propria multinazionale della fede. Fondato nel 1943 e approvato dalle gerarchie ecclesiastiche nel 1962 con il nome di Opera di Maria, il movimento dei Focolari è incentrato sugli insegnamenti che Chiara dice di aver ricevuto da Dio tramite visioni in cui si identifica con Cristo: «ogni anima dei Focolari ha da essere una mia espressione e null’altro», scrive in una lettera del 1950. La volontà di Chiara è la volontà di Dio, che va eseguita senza esitazioni: le critiche non sono previste, l’adesione deve essere totale. Quello che Lubich chiede ai suoi popi è un’idolatria, ben dettagliata nel suo Paradiso ’49 (testo per soli iniziati, poi opportunamente fatto sparire dalla circolazione) ma la Chiesa, dopo un’iniziale diffidenza, con Paolo VI e Wojtyła abbraccia il movimento, ormai forte di appoggi politici importanti e utile leva in funzione anticomunista.

    «Chiara diceva che dovevi “tagliarti la testa” per seguirla – spiega Renata Patti – ti plagiava, non avevi più un pensiero tuo». Renata ha passato 40 anni nei Focolari, «adescata quando ero ancora una bambina», racconta oggi. «Noi ragazze avremmo fatto qualsiasi cosa per lei: quando veniva a trovarci correvamo dietro la macchina perché volevamo toccare la sua mano, ci pettinavamo come lei, parlavamo come lei», ricorda. A Loppiano (Firenze), frequenta la scuola di formazione per focolarine, poi viene trasferita in Belgio, dove fa voto di castità, povertà e obbedienza. «Lavoravo in un’importante istituzione europea, guadagnavo all’epoca il corrispettivo di 2500 euro e li versavo tutti sul conto del focolare; in tasca avevo appena gli spiccioli per il caffè e dovevo rendere conto anche di quelli», testimonia.

    In un sistema teocratico piramidale basato sull’autorità “divina” dei capizona, cloni della fondatrice venerata come santa in vita, non stupisce che il movimento sia stato terreno fertile per ogni genere di violenza e, anche, di impunità. Un ex focolarino che preferisce restare anonimo ha denunciato nel 2020 al cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita (responsabile per le comunità ecclesiali), la presenza di un «predatore» pedofilo in un centro del movimento, che però non è stato rimosso o denunciato ma soltanto spostato in un altro focolare, sempre a contatto con i minori. Lo stesso Foradori, come testimonia Ferruccio Pinotti nel suo libro La setta divina, dopo il processo e tre mesi di carcere, vive da vent’anni in Argentina come responsabile editoriale di Ciudad Nueva, il ramo locale della casa editrice focolarina. Altre violenze, dettagliate con nomi e cognomi, sono state segnalate da Renata Patti direttamente al Dicastero senza alcun risultato concreto.

    Per la Co.Be.Tu, la Commissione interna per il Benessere e la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili, i numeri degli abusi rimangono esigui. «Dal 2014 abbiamo ricevuto circa 40 segnalazioni in tutto il mondo, di cui 12 in Italia – dichiara il coordinatore della Commissione, Oreste Moscatello –  Di queste ultime, alla data dell’ultima relazione del 2 settembre 2021, la Commissione ha accertato la verosimiglianza dei fatti segnalati in 6 casi, di cui 4 sono stati gestiti nell’anno in corso». È la stessa Co.Be.Tu a svolgere le indagini e, precisa Moscatello, «sarà poi l’organo disciplinare interno ad assumere i provvedimenti sanzionatori nei confronti del responsabile». Quanto alla commissione disciplinare per individuare le responsabilità dei dirigenti del movimento, annunciata a maggio dalla presidente Margaret Karram, si stanno ancora valutando i nomi dei membri che ne faranno parte. Tutto interno all’Ordine, insomma, senza la possibilità di una supervisione indipendente.

    Non si tratta – sia chiaro – soltanto di violenze fisiche: nell’Opera l’abuso di coscienza è strutturale. «Su ogni membro veniva stilata una scheda e frequentare le tante riunioni in agenda era un obbligo, pena la riprovazione collettiva – racconta Martina Castagna, che ha fatto parte del movimento per più di vent’anni insieme al marito Guido Licastro – Tutti erano invitati a giudicare se ti eri comportato bene e la sentenza finale era solo del capofocolare: la chiamano l’ora della verità ed è una vera e propria gogna ». Se non ti adegui, vieni estromesso dal gruppo: «eravamo vittime e carnefici», sintetizza Castagna. Fino a due anni fa, la giornata dei focolarini era scandita dal sistema degli “schemetti”: ogni sera tutte le “pope” e i “popi” dovevano riempire un foglio dove segnalavano chi avevano incontrato, se avevano ricevuto posta e quale era il contenuto della lettera, oltre a eventuali disturbi fisici, farmaci assunti, e così via. Arrivati a conoscenza del Dicastero, gli schemetti sono stati vietati perché «strumento di controllo della vita delle persone».

    «Io esigo dai miei che siano perfetti come il Padre. Se sono diversi li abbandono togliendo loro anche ciò che credono di avere. Come Gesù», scrive ancora Chiara Lubich nel ’50. Depressioni e psicosi sono all’ordine del giorno, e anche i suicidi non mancano. Nel 2011 Marisa Baù a Montet, in Svizzera, ma anche Elvio Pisano, che nel 1993 si butta da un terrazzo sotto gli occhi di Guido Licastro. «Ero sconvolto – ricorda Licastro – mi fu ordinato di raccontare che era scivolato. Non si doveva sapere che era stato un suicidio, anche se i responsabili sapevano che Elvio stava male e aveva veri e propri deliri». Da quel momento Guido entra in depressione. «Mi mandavano da uno psichiatra interno all’Opera, ovviamente a spese mie», racconta. Le crisi psichiche sono la norma, assicura, e dietro l’apparenza del sorriso perenne riguardano ben più della metà dei focolarini.

    Da poco più di un anno alcuni fuoriusciti hanno fondato Oref (Organizzazione ex focolari), un’associazione nata come spazio di ascolto per chi ha subito abusi nel movimento. Anna (nome di fantasia), che da ex focolarina e giurista ha comparato le condotte agli illeciti civili dell’ordinamento italiano, ha riscontrato la presenza di diversi tipi di abuso sanzionabili dalla legge. «C’è l’abuso delle forme di correzione, il mobbing, la mancanza di trasparenza nella gestione patrimoniale, la manipolazione mentale e la violenza privata tipiche delle psicosette», elenca. «Senza parlare dello sfruttamento del lavoro e l’obbligo a versare ogni guadagno all’Opera, perché se manca l’animus donandi, cioè la libera decisione, la donazione è nulla». L’Oref chiede che venga regolamentata la vita delle comunità religiose, in modo che si possa uscirne con la garanzia di una tutela economica: «secondo lo Statuto dei Focolari, sono i responsabili a stabilire il diritto dei membri alla pensione, secondo decisioni totalmente arbitrarie», conclude la giurista.

    Anche la richiesta dell’Oref di incontrare la Co.Be.Tu si è risolta in un nulla di fatto. L’ammonimento del papa, durante l’assemblea generale del movimento dell’anno scorso, di guardarsi dal difendere le istituzioni a scapito delle persone perché può portare a coprire forme di abuso, sembra rimasto per ora lettera morta.

     

  • La Chiesa in Francia non conta più le turbolenze

    La Chiesa in Francia non conta più le turbolenze

    Dal 5 ottobre 2021 e dal rapporto Ciase sugli abusi e gli stupri commessi dai chierici , la Chiesa in Francia è entrata in una zona di turbolenza senza precedenti nella sua storia recente. Quasi ogni giorno porta la sua parte di scandali, rivelando la grande fragilità del cattolicesimo francese.

    Sono state le prime, sulla scia del rapporto Sauvé del 5 ottobre 2021 , le clamorose dimissioni dell’arcivescovo di Parigi , Michel Aupetit, all’inizio di dicembre. Problemi di governo e di comportamento posero fine a questo episcopato che non riuscì a salire all’altezza della posta in gioco. Due giorni dopo il secondo turno delle elezioni presidenziali, papa Francesco ha nominato alla sede parigina l’esperto Laurent Ulrich, fino ad allora arcivescovo di Lille . Il suo episcopato a Parigi sarà breve, ma a lui spetta il compito di rimettere in carreggiata questa diocesi e di portare dolcemente la Chiesa a Parigi fuori dal modello lustigeriano .

    Lo scorso maggio Roma ha avviato la visita pastorale della Comunità di Saint Martin , una comunità ultraconservatrice costituita in un terzo delle diocesi francesi. Secondo Liberation citando un teologo , “è molto probabile che i vescovi francesi inizino a preoccuparsi seriamente del posto occupato da questa comunità” .

    La Comunità di Saint-Martin, infatti, accoglie un gran numero di seminaristi, attratti dal modello dei sacerdoti formati in modo molto tradizionale, a scapito dei seminari diocesani che stanno progressivamente chiudendo. In tonaca, il Saint-Martin celebrava messe in gregoriano. Molto conquistatori, non sono proprio d’accordo con il tipo di preti che papa Francesco vuole in una Chiesa declericalizzata.

    Reclami e drammi

    All’inizio di giugno i dicasteri per il clero e per i vescovi hanno sospeso le ordinazioni di diaconi e sacerdoti nella diocesi di Fréjus-Toulon. Questa decisione estremamente rara si inserisce nella logica prosecuzione della “missione di ispezione” svolta nel 2021 dall’arcivescovo di Marsiglia, Jean-Marc Aveline, ora cardinale . Dominique Rey, che ne è vescovo dal 2000, è infatti nel mirino del Vaticano e di un certo numero di suoi colleghi.

    Membro della Comunità Emmanuel , vicino ai circoli neo-pentecostali americani e brasiliani, Dominique Rey accoglie ovunque nel suo seminario di Castiglia candidati al ministero sacerdotale rifiutato in altre diocesi. Inoltre, senza troppo discernimento, tende a benedire tutte le nuove comunità che si creano, siano esse carismatiche o tradizionaliste. L’insediamento di queste comunità nelle parrocchie del Var è talvolta difficile.

    Nel 2018 la Chiesa in Francia è stata scossa dai suicidi di sacerdoti a Orléans e Rouen, sospettati di “comportamento inappropriato”.

    Una settimana dopo, la nunziatura apostolica in Francia ha pubblicato un comunicato stampa in cui si informava di una visita apostolica alla diocesi di Strasburgo. L’arcivescovo alsaziano, Luc Ravel, è criticato per il suo “governo pastorale” , “le sue pratiche manageriali nella repubblica delle banane” , la sua “freddezza” . Ha anche destituito il suo economo diocesano, che ha deciso di impugnare in tribunale tale destituzione . Quest’ultima decisione avrebbe innescato la visita apostolica della diocesi di Strasburgo, le denunce contro Luc Ravel accumulandosi da molti mesi sull’ufficio del nunzio.

    All’inizio di luglio il mondo cattolico ha appreso del suicidio nella foresta di Rambouillet di un sacerdote della diocesi di Versailles, in conflitto con la sua ex parrocchia e il suo vescovo Luc Crepy. Il caso resta oscuro ma rivela un rapporto con l’esercizio del potere nella Chiesa (da parte di vescovi e sacerdoti) che, qua e là, appare disordinata, con laici posti in situazioni inestricabili. Non è la prima volta che un prete si suicida: nel 2018 la Chiesa in Francia è stata scossa dai suicidi di preti a Orléans e Rouen , sospettati di “comportamento inappropriato” .

    Allo stesso tempo, vanno ricordati i Foyers de Charité – luoghi di preghiera co-fondati dalla controversa mistica Marthe Robin – sotto la responsabilità di un delegato pontificio dallo scorso febbraio .

    Inoltre, lo scioglimento della comunità carismatica della Parola di Vita a partire dall’estate del 2023, a causa di “gravi e sistemiche disfunzioni sin dalla [sua] fondazione” .

    Infine, la revoca del riconoscimento canonico e l’ abolizione dell’associazione Mission Thérésienne – dove i bambini pregano per la Chiesa e per i sacerdoti – da parte del Vescovo di Bayeux-Lisieux, Jacques Habert, a causa di “significative disfunzioni nell’esercizio di questa associazione” e “problemi di governo e pastorale” .

    Revisione tanto necessaria

    Questi episodi supportano l’osservazione fatta dai sociologi Danièle Hervieu-Léger e Jean-Louis Schlegel nel loro nuovo libro Vers l’implosion? – Colloqui sul presente e sul futuro del cattolicesimo (Seuil, 2022). Non spetta né più né meno al cattolicesimo francese “reinventarsi o scomparire” , di fronte al crollo delle reti su cui la Chiesa in Francia fa affidamento da quarant’anni.

    Nel caso dei vescovi incriminati, Dominique Rey, nel Var, si è fatto conoscere tra l’altro per la sua condanna del matrimonio per tutti e per le sue frequentazioni con l’estrema destra invitando Marion Maréchal durante le università estive della sua diocesi nel 2015. Ha poiché ha riconosciuto “errori di discernimento” nella sua accoglienza molto ampia delle comunità problematiche e dei candidati al sacerdozio.

    Questa fragilità è accentuata dalla caduta delle reti e dei modelli su cui la gerarchia faceva affidamento per governare la Chiesa.

    Luc Ravel, vicino anche ai circoli di estrema destra, quando era vescovo nelle Forze armate (2009-2017), ha paragonato l’aborto a Daesh e ha sostenuto la teoria del “grande sostituto” , prima di chiedere il voto al secondo turno della elezioni presidenziali per Emmanuel Macron, “a titolo personale” . Ha esagerato la serenità nel suo comunicato sul tema della visita apostolica di cui è oggetto.

    Questi due vescovi dovrebbero, a più o meno breve termine, essere sbarcati o severamente sorvegliati da vescovi ausiliari la cui missione sarebbe quella di governare la diocesi al loro posto. È un po’ responsabilità di Gilles Reithinger, ausiliario a Strasburgo dall’estate del 2021 , che, se ha potuto istituire nelle parrocchie il sinodo sulla sinodalità voluto da Francesco, sembra faticare ad assumere la missione ricevuta da Roma.

    Inoltre, questo sinodo sulla sinodalità ha fatto sudare freddo alla Chiesa, un altro episodio che ne dimostra la febbre. Le parrocchie e gli altri movimenti, infatti, sono stati invitati a riflettere sulle strutture della Chiesa, e le proposte avanzate a livello diocesano hanno alimentato la colletta nazionale inviata a Roma . I cristiani che hanno risposto chiedono profonde riforme: ordinazione sacerdotale degli uomini sposati, ordinazione diaconale delle donne, ruolo diverso per vescovi e sacerdoti…

    L’episcopato francese riunito a Lione all’inizio di giugno ha ritenuto necessario accompagnare questa colletta con un “testo di accompagnamento” , senza approvare queste richieste di riforme e relativizzandole. Agli occhi dei vescovi, questi sarebbero il riflesso di un “pensiero dominante di una generazione di cattolici” , poiché i giovani cattolici non hanno preso parte alle riunioni sinodali.

    Sfasamento

    Questa discrepanza tra la gerarchia cattolica e la base è in parte dovuta al fatto che l’attuale episcopato francese non è stato formato per riformare in profondità la Chiesa; non ha il software giusto per seguire quella strada.

    Tale fragilità, inoltre, è accentuata dalla caduta delle reti e dei modelli su cui la gerarchia si basava per governare la Chiesa: comunità nuove e tradizionaliste, difesa di un modello presbiterale che esaurisce i sacerdoti – e li uccide perfino, esacerbazione dell’episcopato e del presbiterale funzioni. Da qui questo sentimento di implosione, ulteriormente alimentato dalla rivelazione di aggressioni sessuali di ogni tipo ( che non si sono fermate dal rapporto Sauvé ) e dalla desertificazione delle parrocchie a causa dell’emergenza sanitaria.

    Questa presa di potere della Chiesa in Francia da parte di Roma mostra che Francesco e il nunzio Celestino Migliore hanno compreso questo crollo e hanno cercato di salvare ciò che poteva ancora essere salvato. Ciò comporta la nomina di nuovi vescovi con profili radicalmente diversi.

    Dal 2020 e dall’arrivo dell’arcivescovo Migliore alla nunziatura di Parigi, e nonostante alcuni insuccessi, i sacerdoti nominati vescovi hanno seguito più da vicino la linea del papa argentino che sotto il nunzio Ventura, condannato per violenza sessuale nel dicembre 2020 . Resta da vedere se questo basterà a fermare l’implosione annunciata e la perdita di credibilità della Chiesa cattolica nella società francese.

    http://www.slate.fr/story/230738/eglise-france-tourmente-turbulences-drames-plaintes-polemiques-pretres-eveques-catholicisme-effondrement

  • Abusi in Italia, e se la bomba non scoppiasse?

    Abusi in Italia, e se la bomba non scoppiasse?

    LORENZO PREZZI – DOMANI –

    • Perché “bomba” degli abusi nella Chiesa non esplode in Italia come in altri paesi? Se lo chiede un nuovo podcast del Post.
    • Eppure clamorose denunce anti-ecclesiali non mancano negli ultimi lustri.
    • Forse il fatto che alcune decisioni, non particolarmente coraggiose come quelle prese dalla Cei nell’ultima assemblea di maggio, siano avviate senza la massiccia spinta dei media smorza l’impatto della denuncia.

    In una serie di sei podcast Alvise Armellini e Iacopo Scaramuzzi si interrogano sul perché, almeno finora, la “bomba” degli abusi compiuti da uomini di chiesa in Italia non sia ancora scoppiata.

    Eppure le condizioni ci sono. La Rete l’Abuso parla di circa 400 casi giudiziali di cui circa 160 sono arrivati al terzo grado di giudizio.

    Una decina di associazioni e riviste hanno avviato un coordinamento per questo: ItalyCurch Too. Sono una mezza dozzina i libri usciti negli ultimi due anni: da La casta dei casti (Marco Marzano) a Il sesso degli angeli (Iacopo Scaramuzzi), a Agnus Dei. Gli abusi sessuali dei clero in Italia (Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati) ecc.

    Molte testate cartacee e mediali hanno trattato il tema. Fra i giornali ricordo La Stampa e Il Domani. Le (poche) vittime disposte a parlare trovano udienza. Insomma, le condizioni ci sarebbero, ma il botto non è ancora esploso. E, forse, non esploderà.

    LA BOMBA DEL POST

    I podcast sono costruiti con professionalità e rigore. La prima impressione è positiva. I punti maggiori della storia di queste denunce a livello internazionali sono correttamente annotati, così il loro progressivo ampliamento geografico, dal contesto americano a quello anglofono, dall’Europa del Nord a quella del Sud, fino ai paesi latino-americani, africani e asiatici.

    Ricordo alcuni momenti del racconto: la vicenda che ha interessato don Ruggero Conti e il suo vescovo (monsignor Gino Reali) a Roma nel 2010; il caso emblematico e sempre citato del Boston Globe (USA) del 2002 e la vicenda del cardinale Bernard Law, l’inchiesta nazionale in Germania e in Francia, le testimonianze efficaci e drammatiche, i rapporti governativi ecc.

    Non mancano le note di riconoscimento all’azione ecclesiale sia per gli episcopati che si sono esposti sia per i pontefici, pur nei limiti e contraddizioni delle loro decisioni.

    Fra gli elementi che non compaiono vi è, ad esempio, il ruolo dello stato in alcuni casi come in Irlanda, dove le istituzioni per le ragazze madri ove si sono registrati gravissimi abusi, erano in carico anche alla responsabilità e al controllo statale.

    Così in Canada dove i collegi per gli aborigeni, i popoli originali, sono stati gestiti dalle Chiese, ma avviati e sostenuti dai governi (che si sono scusati).

    Alcuni grandi eventi giudiziari relativi a figure apicali della Chiesa, fortemente enfatizzati dei media si sono risolti a favore degli imputati. È stato il caso del cardinale americano Joseph Bernardin (anni Novanta), del cardinale australiano George Pell (2020), del cardinal Philippe Barbarin (Francia, 2020). Cosa succede agli accusati quando le denunce non risultano vere?

    E ancora: si percepisce solo di rimbalzo la progressiva crescita delle disposizioni canoniche e pastorali, sia nazionali come universali, contro gli abusi.

    Pur con ritardi e inadempienze esse costruiscono non solo un argine, ma favoriscono cambiamenti e riforme di rilievo. Infine si ha l’impressione che gli autori guardino alla chiesa come un fenomeno monolitico, riproducibile a tutte le latitudini.

    Nella Chiesa convivono culture e società che non danno lo stesso peso nostro a gesti gravi come gli abusi, travolte da emergenze di immediata sopravvivenza.

    E questo senza nulla togliere al dovere della lotta alla violenza e ai minori (del resto prevista dalla morale), né all’affermazione evocata nei podcast del parallelo fra il dramma dello scisma occidentale e l’impatto degli abusi sul futuro della Chiesa.

    Il caso Italia

    Ma rimane la domanda: perché la “bomba” non esplode? Torna il riferimento al potere della Chiesa in Italia, al suo radicamento popolare, alla sua credibilità sociale.

    Sono tratti veri, ma non sufficienti. Si considera non redditizia una battaglia politica in merito.

    Anche questo è plausibile, ma la forza di ritorno della questione abortiva indica che quando è il momento lo scontro non è evitato. Si accenna al limite dei media italiani che rincorrono i singoli elementi, ma non disegnano il quadro complessivo.

    Eppure clamorose denunce anti-ecclesiali non mancano negli ultimi lustri. Forse il fatto che alcune decisioni, non particolarmente coraggiose come quelle prese dalla Cei nell’ultima assemblea di maggio, siano avviate senza la massiccia spinta mediale smorza l’impatto della denuncia.

    Più che una esplosione ci si può attendere una esondazione da stimolare e accompagnare con l’autonomia propria dei media.

    Così si impongono le domande di trasparenza e coraggio autocritico: è plausibile affidare solo a istituti di ricerca “cattolici” il materiale dei tribunali ecclesiastici e delle congregazioni romane?

    Perché abbandonare l’idea di una ricerca nazionale, anche sull’insieme del fenomeno abusi, per dare una misura credibile dei fatti, anche sul lungo periodo?

    Perché non insistere su luoghi e forme di denuncia non riconducibili agli ambienti ecclesiali?

    Manca soprattutto e in primo luogo l’ascolto collettivo delle vittime nelle istituzioni ecclesiali. Il mare di sofferenza che esse testimoniano è il luogo sorgivo delle domande e delle indicazioni per una riforma sistemica e non occasionale.

    https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/abusi-in-italia-e-se-la-bomba-non-scoppiasse-krc510ek

  • Un mondo segreto di potere, abusi e insabbiamenti nelle scuole della Nuova Zelanda

    Un mondo segreto di potere, abusi e insabbiamenti nelle scuole della Nuova Zelanda

    I fratelli e padri maristi hanno educato primi ministri, giudici, cardinali e All Blacks nelle loro scuole superiori cattoliche. Ma il loro record di abusi sessuali è orribile. Peggio ancora è stata la loro gestione degli abusi quando sono stati smascherati. In questa serie The Secret History, Steve Kilgallon indaga sul potere, gli abusi e gli insabbiamenti nel cuore di due gruppi religiosi molto influenti e ricchi.

    Questa è la parte 1. Le parti rimanenti saranno pubblicate nelle prossime settimane.

    Avvertimento: questa storia potrebbe essere sconvolgente per alcuni.

    Quando John Wilson* aveva 12 anni, fu ripetutamente violentato e abusato sessualmente dal suo preside della scuola, Kevin Waters.

    Per due anni allo Xavier Intermediate di Christchurch , John è stato curato, poi minacciato, picchiato e persino bruciato con un accendisigari. Era un chierichetto e Waters avrebbe ingannato John convocandolo nella cattedrale cattolica della città con la scusa di aiutare a una messa, quindi abusando di lui.

    “Da ragazzo di 12 anni, avere questo ragazzo imponente in piedi sopra di te con una tunica nera: era molto intimidatorio”, dice John. “Era un uomo orribile”.

    Waters, solitamente noto come Fratel Giles, faceva parte di un ordine religioso chiamato Marist Brothers , un gruppo cattolico dedito all’istruzione.

    Giovanni lo disse al padre profondamente religioso, che si rifiutò di credergli; ha distrutto la loro relazione.

    L’abuso ha creato altri danni per tutta la vita. Pietrificato dall’idea di andare a scuola, John ha smesso a 14 anni e si è messo al lavoro per pulire i filtri dei camion; non ha mai completato la sua formazione.

    Ha tentato il suicidio due volte da giovane e alla fine ha parlato dei suoi abusi solo quando ha minacciato il suo matrimonio.

    Se dorme senza farmaci, viene svegliato dagli incubi.

    “Ti fa a pezzi emotivamente”, dice, 41 anni dopo. ”Ecco da dove provenivano i miei passati tentativi di suicidio. Vieni abbattuto quando pensi a quello che hai passato. Cerchi di tenerlo insieme, perché ho dei figli piccoli e un matrimonio, ma quando inizi a lasciarti arrivare, ti distrugge”.

    Waters ha insegnato per oltre mezzo secolo nelle scuole di tutto il paese prima della sua morte nel 2011, all’età di 83 anni, una morte segnata nella newsletter dei maristi con un elogio che celebrava la sua “attenzione speciale per gli sfavoriti e … ricercando l’amore di Dio”.

    John dice di aver identificato personalmente almeno altri 10 sopravvissuti agli abusi di Waters. Ci sono prove che le lamentele fatte – negli anni ’50, ’60 e ’70 – mentre Waters insegnava ancora furono ignorate.

    La storia di Giovanni è una delle tante. Per questa serie, Stuff ha intervistato 21 sopravvissuti a terribili, spesso duraturi abusi da parte dei Fratelli Maristi (fondati nel 1817) e dei Padri Maristi (fondati nel 1816), ufficialmente conosciuti come Società di Maria.

    I due gruppi correlati ora hanno solo 179 membri viventi in Nuova Zelanda, ma hanno lasciato una scia spesso appena riconosciuta di abusi sessuali sui bambini alle loro cure.

    Quando sbarcarono per la prima volta nel porto di Hokianga nel Northland nel 1838, i maristi progettarono di educare i “selvaggi” e mantenere viva la fede cattolica.

    Jean-Claude Pompallier, l’uomo inviato a guidare la missione dalla Francia, luogo di fondazione dei maristi, partì “piuttosto felice per la fine del mondo… per quei selvaggi che non conoscono il nostro salvatore”.

    I Padri guidarono la missione originaria, ma furono i Fratelli che iniziarono a fondare scuole nel 1876. Il governo non finanziava scuole religiose , quindi queste erano spesso sovraffollate, piene di irlandesi della classe operaia con Fratelli non pagati alla lavagna.

    Nel 1880 avevano 131 scuole a livello nazionale, mentre un altro boom con l’arrivo dell’istruzione secondaria obbligatoria nel 1946 vide una nuova ondata di scuole superiori maschili. Entrambi i gruppi ora possiedono importanti scuole superiori a livello nazionale.

    Al loro apice, i Brothers hanno fornito 100 insegnanti nelle scuole superiori della Nuova Zelanda e altri 60 nelle primarie e nel Pacifico. Stabilirono anche una rete di vecchi ragazzi che iniziò con una biblioteca e una sala da biliardo ad Auckland nel 1904 e si espanse in una rete di club di calcio , cricket, rugby, campionato, atletica leggera, boxe, nuoto e basket nella maggior parte delle grandi città.

    Significava che i due gruppi esercitavano un’enorme influenza sulla società neozelandese come i maggiori fornitori di istruzione cattolica, data a circa il 9% dei kiwi. Ne hanno raggiunti molti di più attraverso quella rete sportiva .

    I vecchi maristi si sono laureati nelle gerarchie della polizia, del servizio civile, della magistratura, dei media, dello sport e della chiesa. La storia centenaria del liceo maschile di Auckland, il fiore all’occhiello dei fratelli, il Sacro Cuore, si vantava di aver educato un cardinale, cinque vescovi, 137 sacerdoti, 30 fratelli religiosi, quattro studiosi di Rodi, 36 professori universitari, quattro cavalieri, 10 giudici, un capo del Commonwealth di stato, cinque parlamentari, tre ministri di gabinetto e oltre 100 sportivi internazionali, tra cui 20 All Blacks e un capitano di cricket.

    Quella storia, tuttavia, non menzionava che un ex preside, Ken “Brother Bosco” Camden, faceva parte di una lunga lista di pedofili attivi in ​​entrambi gli ordini.

    Secondo le sue stesse statistiche conservatrici, la Chiesa cattolica neozelandese stima che circa il 7% dei suoi sacerdoti siano pedofili . Si ritiene che il numero negli ordini religiosi – monaci, monache e fratelli – sia molto più alto, intorno al 14%.

    Le statistiche della chiesa registrano 157 accuse mosse contro 59 fratelli maristi tra il 1950 e il 2021, circa il 12% dei 484 membri dell’ordine. La Società di Maria – i Padri Maristi – ha presentato 118 denunce contro 43 membri, circa il 6% dei suoi 781 sacerdoti.

    Ma gli attivisti ritengono che le cifre reali potrebbero essere il doppio o più: la chiesa non ha tenuto registri prima del 1995 e molte, molte vittime sono state messe a tacere o non si sono mai lamentate. A livello internazionale, si ritiene che solo il 25-30% delle vittime di abusi sessuali si faccia avanti. Anche la stessa chiesa considera le cifre troppo basse: Tim Duckworth dei padri maristi afferma: “Credo che tutti gli episodi di abusi e violenze sessuali siano sottostimati”.

    La chiesa ha avuto un problema con gli abusi sessuali su minori sin dai primi giorni del cristianesimo, con documenti che risalgono al Sinodo di Elvire, nel 305 d.C., discutendo la questione.

    Ma, dice padre Tom Doyle, esperto mondiale di abusi sessuali cattolici, la Chiesa moderna ha sempre optato per la segretezza, proteggendo la propria gerarchia sulle vittime.

    “È stato sepolto in segreto”, dice. “Perché si rendono conto che se questo viene a conoscenza, la credibilità dell’istituzione affonderà come una palla da bowling in un lago”.

    La Nuova Zelanda non era immune da questa cultura. Nel 1934, Michael Liston, settimo vescovo cattolico di Auckland (1929-1970), ricevette una denuncia da una donna che un prete aveva molestato sessualmente sua figlia. La sua risposta, citata nella biografia di Liston di Nicholas Reid, diceva: “Sono sicuro che farai in modo che non si parli dell’incidente”.

    Doyle dice che le crepe hanno cominciato a emergere con un caso del 1984 in Louisiana, che i media hanno coperto, piuttosto che ignorato; poi, nel 1989, sono stati denunciati abusi diffusi in un orfanotrofio Christian Brothers in Canada.

    Papa Giovanni Paolo II inizialmente respinse la scoperta di preti pedofili all’interno della sua chiesa come un “problema americano” – ma presto fu in Irlanda, Austria e ovunque.

    “Gli unici posti su questo globo in cui non ci sono prove di abusi sessuali da parte di sacerdoti sono i regni del Bhutan e del Nepal, perché non ci sono sacerdoti, e l’Antartide, perché sono tutti pinguini”, dice Doyle.

    Nel 2002 esplose la bomba per la Chiesa cattolica. Il team investigativo Spotlight del Boston Globe ha denunciato abusi sessuali sistematici tra i sacerdoti di Boston e l’insabbiamento progettato dal loro leader, il cardinale Bernard Law. Il loro lavoro è stato trasformato nel film premio Oscar 2012 Spotlight .

    La denuncia del Boston Globe ha innescato un’ondata mondiale di denunce di abusi sessuali da parte dei sopravvissuti. Un rapporto successivamente commissionato dalla chiesa stessa al John Jay Institute di New York identificherebbe il 2002 come il “picco” della crisi per la denuncia dei casi (il picco effettivo dei reati si è verificato a metà degli anni ’70).

    L’onda si è mossa velocemente, colpendo la Nuova Zelanda nello stesso anno. Un documentario televisivo ha attivato 137 chiamate a una hotline istituita dai Padri Maristi.

    Ma – come in tanti altri casi in tutto il mondo – i Padri sapevano che c’era un problema molto prima di ammettere pubblicamente qualcosa. Chanel Houlahan, un sacerdote marista di Auckland esperto nella riabilitazione dei pedofili, a metà degli anni ’90 raccontò ai padri maristi il ​​problema degli abusi in mezzo a loro. È stato ignorato.

    “Eravamo inorriditi… non eravamo impegnati in alcun modo per consigliare la chiesa”, dice.

    Fino al 1995, tutti i rami della Chiesa cattolica della Nuova Zelanda hanno risolto i casi in modo confidenziale. Non sono stati tenuti registri e l’abuso è stato trattato come un fallimento morale da risolvere tra sacerdote e superiore.

    Nel 2002 i religiosi più anziani della chiesa neozelandese si sono incontrati per affrontare finalmente la questione e stabilire quanto pagare le sue vittime. Hanno deciso di mantenere segreti gli importi. E il più basso possibile.

    “Il nostro obiettivo non è eludere alcun obbligo morale che potremmo avere per riparare alle ingiustizie, ma è esercitare una gestione responsabile delle risorse che provengono principalmente dal popolo cattolico … il popolo cattolico ha già contribuito al fondo ACC istituito dal governo proprio per soddisfare tali esigenze”.

    Entrambi i gruppi maristi – i Fratelli ei Padri – erano presenti all’incontro, ed erano entusiasti di questo approccio. I Padri Maristi decisero che la sua vincita massima sarebbe stata di soli $ 20.000 (in seguito $ 30.000) – o $ 10.000 se l’aggressore fosse morto. I Fratelli Maristi adottarono una scala leggermente inferiore.

    Fino ad oggi, ai sopravvissuti della Nuova Zelanda vengono pagati importi pietosi rispetto agli insediamenti multimilionari all’estero. La Chiesa cattolica qui – ei maristi in particolare – hanno perseguito una politica deliberata di limitazione dei pagamenti.

    Entrambi i gruppi maristi sono estremamente ricchi, possiedono enormi proprietà immobiliari residenziali, contanti, azioni e obbligazioni – e il vigneto Mission Estate estremamente redditizio. La ricerca di Stuff suggerisce che i due gruppi maristi valgono, secondo una stima prudente, circa $ 400 milioni.

    Entrambi hanno compiuto sforzi concertati per ridurre al minimo i loro pagamenti ai sopravvissuti. In questa serie, Stuff mostrerà come avvocati ben pagati hanno affrontato i denuncianti per dissuaderli dall’intraprendere azioni legali.

    Nessuno dei sopravvissuti a cui Stuff ha parlato ha ricevuto più di $ 50.000 di risarcimento. Ma quasi tutti hanno subito profondi impatti per tutta la vita.

    Tre hanno trascorso la maggior parte della loro vita adulta scontando più pene detentive. Alcuni hanno avuto problemi di droga e alcuni hanno sofferto di gravi problemi di salute mentale. La maggior parte ha segnalato difficoltà nel formare relazioni personali e professionali, lotte con figure di autorità e perdita della fede religiosa o “omicidio dell’anima”. Molti si incolpano: “Ho vissuto una vita in cui cercavo continuamente di rimediare per essere una persona cattiva”, dice un sopravvissuto.

    Evadere la giustizia

    Una fila di lapidi nel cimitero Waikaraka di Auckland segna l’ultimo luogo di riposo di molti fratelli maristi. Tra loro ci sono pedofili condannati; ancora più numerosi sono quelli credibilmente accusati, ma che sono morti senza mai affrontare la giustizia.

    In questa serie esporremo le strutture che hanno permesso a questo abuso di prosperare, impunite, ai più alti livelli di entrambe le società, permettendo a questi uomini di andare alle loro tombe con una reputazione intatta.

    Mostreremo come le autorità mariste non sono riuscite a fermarlo, non hanno indagato su di esso, hanno chiuso un occhio e, quando alla fine si sono confrontate con la verità degli abusatori in mezzo a loro, non sono riuscite a creare salvaguardie per prevenire la recidiva.

    Mostreremo come questi uomini sono stati in grado di ferire più vittime in carriere lunghe e decorate – e come molti, come Kevin Waters e Ken Camden, sono saliti al grado di preside in alcune delle scuole più prestigiose della Nuova Zelanda. Spesso i pedofili si raggruppavano in gruppi in un’unica scuola.

    Adottando quello che Tom Doyle chiama il “playbook universale”, i trasgressori si sono commossi quando sono emerse le denunce, consentendo loro di continuare ad abusare in altre città, o talvolta nelle isole del Pacifico . Mostreremo come i trasgressori sono stati spostati silenziosamente in nuovi ruoli con facile accesso ai bambini anche quando erano state presentate denunce.

    Murray Heasley è il leader di un gruppo di supporto per i sopravvissuti chiamato Network of Survivors of Abuse in Faith-based Institutions and their Supporters. “I maristi sono arrivati ​​in Nuova Zelanda ispirati, in teoria, dall’esempio della Vergine Maria”, dice. “Ma si sono rivelati i precursori dell’orrore, di abusi sessuali su minori senza rimorsi e incessanti aggravati dal suo occultamento e spostamento dei predatori”.

    Sia i fratelli che i padri maristi si sono scusati. In una dichiarazione, Tim Duckworth dei padri ha dichiarato: “Non sarebbe mai dovuto accadere. Faccio fatica a capire come alcuni membri di una congregazione … avrebbero dovuto offendere in modo così spregevole i giovani e gli adulti innocenti e vulnerabili. Mi dispiace.”

    Il delegato dei Fratelli Maristi Peter Horide ha detto: ”’Sono profondamente consapevole che questo è motivo di vergogna, di rammarico e che le persone che hanno vissuto queste cose saranno profondamente angosciate. Ci scusiamo che questo sia mai successo, non sarebbe dovuto accadere e il loro dolore è qualcosa di cui siamo molto consapevoli.”

    “Mi ha rovinato la vita”

    I Marist Brothers si sono scusati con John Wilson, ma non hanno ancora accettato alcun compenso per il suo orribile abuso.

    Le loro offerte, dice, sono state “offensive”. Anche se non nominerà le cifre precise, dice che coprirebbero solo le fatture dei suoi avvocati, che ammontano a $ 15.000.

    L’abuso “mi ha rovinato la vita”, dice John. I suoi fratelli, che non sono stati maltrattati, sono ricchi e di grande successo. Ha sempre condotto una vita solitaria, da lavoratore autonomo.

    “Non sto vivendo lo stile di vita che avrei potuto vivere, perché lui [Waters] me l’ha rubato … non posso lavorare per altre persone. Ho faticato a relazionarmi con le persone. Ho lottato per mantenere le amicizie”.

    A volte invia un’e-mail ai fratelli nelle prime ore del mattino. “Ho fatto loro sapere che sono completamente sveglio. ‘Come ti senti?’

    “Questo è il mio mondo. Non ti lascia mai. Non lo augurerei a nessuno”.

    Questa è la Parte 1. Le parti rimanenti saranno pubblicate nelle prossime settimane.

    CORREZIONE: una versione precedente di questa storia identificava erroneamente il cimitero di Waikumete. Il cimitero corretto è Waikaraka. Ha anche erroneamente descritto il gruppo di supporto di Murray Heasley come la Rete dei sopravvissuti agli abusi sessuali della Chiesa e dei loro sostenitori. La corretta designazione del gruppo è Rete dei sopravvissuti agli abusi nelle istituzioni religiose e dei loro sostenitori. Modificato 8:10, 2 luglio 2022.

    https://www.stuff.co.nz/national/129032595/a-secret-world-of-power-abuse-and-coverups-in-new-zealand-schools

  • Report sugli abusi: lo strano concetto di indipendenza del card. Zuppi

    Report sugli abusi: lo strano concetto di indipendenza del card. Zuppi

    ROMA-ADISTA. Con un comunicato stampa, la Cei ha annunciato, il 23 giugno, di aver «avviato il I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili».

    Si tratta di una delle cinque linee programmatiche di contrasto agli abusi annunciate dal presidente dei vescovi italiani card. Matteo Zuppi all’indomani dell’assemblea generale di maggio scorso, apparsa fin da subito inadeguata, per cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno, perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzata da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema, e per l’arco temporale estremamente limitato (2020-2021) sul quale tali servizi possono avere competenza, non essendo oltretutto nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane.

    Nella ricerca, che ha l’obiettivo di delineare «la realtà dei Servizi diocesani e dei Centri di ascolto, la loro diffusione e strutturazione, l’operatività ed efficacia nell’azione pastorale di formazione, prevenzione e accoglienza», saranno coinvolti «16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto», che dovranno collaborare rispondendo a «questionari specifici per ciascun ambito da compilare on line, garantendo la massima riservatezza». Dati, quelli dei centri diocesani, che secondo Zuppi (Corriere della Sera, 23/6) sarebbero assolutamente «indipendenti. A Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo.

    Nessuna traccia, nel comunicato, della seconda parte dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021, ma di cui per ora non si parla. Nel frattempo, però, sempre sul Corriere, Zuppi spara a zero sul Rapporto francese della Commissione Sauvé, definendo «sicuri» i ben pochi dati approdati alla Cdf: «Dal 2000 abbiamo dati sicuri, quelli della Dottrina della Fede. Dati oggettivi, non proiezioni statistiche. Sulla ricerca in Francia mi hanno mandato tre inchieste di universitari che demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo, nonché un attacco sorprendente alla Chiesa “sorella”: «“Qualitativo” significa distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». «Facciamo una cosa seria, che ci fa più male perché riguarda noi adesso. Aiuterà anche nella prevenzione e a capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio», aggiunge Zuppi, cercando chiaramente di spostare il focus dalla Chiesa.

    Istituzione “indipendente”?

    Ma chi esaminerà ed elaborerà i dati raccolti? Qui viene il bello. Il card. Zuppi, presentando il progetto il mese scorso, aveva dichiarato che l’incarico sarebbe stato dato a due centri universitari indipendenti, competenti sulla materia, a garanzia della serietà e del rigore dell’operazione, senza peraltro specificarne l’identità «per motivi amministrativi».

    Il comunicato stampa del 23 giugno ora rivela che il compito di elaborare i dati sarà affidato a «ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, specializzati in economia, statistica, sociologia con esperienza specifica in analisi di policy children safeguarding, cioè in politiche di tutela dei minori, che sono richieste a livello europeo a tutte le organizzazioni operanti con minori ai fini di garantire loro ambienti sicuri in termini di prevenzione, contrasto e protocolli di segnalazione abusi, e che rappresentano il quadro delle Linee guida della Chiesa che è in Italia del 2019». Tali ricercatori dovranno presentare una «radiografia dell’esistente», ma anche «trarre suggerimenti e indicazioni per implementare l’adeguatezza dell’azione preventiva e formativa delle Chiese che sono in Italia».

    La scelta di questa istituzione viene motivata con il fatto che già in passato ha svolto il ruolo di soggetto valutatore del progetto “SAFE – Educare e Accogliere in ambienti sicuri” che ha interessato per due anni, dal 2019 al 2021, la Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano, l’Azione Cattolica Italiana e il Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza-Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna».

    Che cosa ha di “indipendente” l’Università cattolica rispetto alla Chiesa? Nulla.

    Per statuto, le università cattoliche sono regolate dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae sulle università cattoliche (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dagli Statuti interni di ciascuna Istituzione.

    Alcuni riferimenti giuridici: secondo il CIC, articolo 808, «Nessuna università di studi, benché effettivamente cattolica, porti il titolo ossia il nome di università cattolica, se non per consenso della competente autorità ecclesiastica»; art. 4 ex Corde Ecclesiae: le università cattoliche devono «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa»; art. 14: «In una Università cattolica, quindi, gli ideali, gli atteggiamenti e i principi cattolici permeano e informano le attività universitarie conformemente alla natura e all’autonomia proprie di tali attività».

    Lo strettissimo legame con la Chiesa è anche sancito, ovviamente, nello Statuto della Cattolica, la quale «secondo lo spirito dei suoi fondatori, fa proprio l’obiettivo di assicurare una presenza nel mondo universitario e culturale di persone impegnate ad affrontare e risolvere, alla luce del messaggio cristiano e dei principi morali, i problemi della società e della cultura» (art. 1). Non solo: «Allo scopo di realizzare i suoi fini istituzionali e in armonia con il magistero della Chiesa, l’Università Cattolica istituisce un Centro di Pastorale universitaria» (art. 11).

    Insomma, è più che evidente che, pur essendo una istituzione di altissimo profilo scientifico e accademico, di “indipendente” non ha proprio nulla. E qui viene a mancare quel requisito che solo sarebbe garanzia di oggettività e terzietà e di valutazioni scevre da conflitti di interessi.

    Oltretutto, la sede di Piacenza dell’Università Cattolica  – come lo stesso comunicato della CEI riporta -ha già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto SAFE, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza (diretto dalla professoressa Raffaella Sette), dal 2013 articolazione del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

    Che cosa è il progetto SAFE?

    Nel 2018, nell’ambito del Programma dell’Unione Europea “Rights, Equality and Citizenship/Justice 2018”, è stato finanziato un programma biennale (2019-2021) in tema di politiche di salvaguardia dei minori nelle organizzazioni italiane religiose e sportive, intitolato “Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children – SAFE” (grant n° 856807 – SAFE – REC-AG-2018/REC-RDAP-GBV-AG-2018), il cosiddetto Progetto SAFE. Al programma, che aveva come obiettivo la creazione di competenze per la prevenzione degli abusi su minori all’interno dell’associazionismo cattolico, partecipava un consorzio di 4 partner: oltre al suddetto CIRVIS, l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Coordinatore), il Centro Sportivo Italiano (CSI, cattolico anch’esso) e la Presidenza Nazionale Azione Cattolica Italiana. Il progetto ha ricevuto un finanziamento di quasi 320mila euro, ripartiti tra i quattro partner in proporzioni diverse: più della metà alla Associazione papa Giovanni XXIII, quasi 30mila all’Università, 54mila al CSI e quasi 65mila alla presidenza nazionale dell’Azione cattolica. Data la complessità e delicatezza del Progetto – si legge sul sito dedicato – il consorzio dei Partners ha deciso di affidarne la valutazione dell’efficacia dell’impatto del medesimo rispetto alle azioni intraprese, a un’équipe multidisciplinare di docenti universitari e ricercatori  dei  Dipartimenti di Scienze della Formazione e di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza». Ecco la quadratura del cerchio.

    Il progetto SAFE, che intendeva «promuovere nella Chiesa e nella società una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili creando una struttura di comunicazione aperta e trasparente», ha formato «1.200 persone, tra singoli associati di Comunità Papa Giovanni XXIII, Azione cattolica italiana, Centro sportivo italiano, e rispettivi leader locali e nazionali. Si tratta di persone che hanno dedicato tempo ed energie al riflettere su se stessi, sul proprio modo di relazionarsi con i minori all’interno dei rispettivi contesti di vita e di azione educativa e sociale, confrontandosi per costruire percorsi di tutela condivisi e trasparenti, affinando l’individuazione di fattori di rischio e fattori di protezione che possono mantenere sicuro un contesto familiare, sportivo, aggregativo, o al contrario renderlo abusante». Un progetto, dunque, su cui la Chiesa italiana ha puntato molto tant’è che Avvenire lo definisce “il progetto della Chiesa italiana” (18 maggio 2022).
    Insomma: non vi è dubbio  che queste istituzioni siano preparate e accreditate su ricerche nell’ambito degli abusi per intraprendere un’analisi dei (pochi) dati che arriveranno dai Centri di ascolto diocesani e dalla Cdf. Ma sono troppo vicine alla Chiesa.

  • La “via italiana” dei vescovi, una strada inadeguata, forse anche dannosa

    La “via italiana” dei vescovi, una strada inadeguata, forse anche dannosa

    Il 27 maggio scorso, in conferenza stampa, il neo-presidente CEI card. Matteo Maria Zuppi ha illustrato quella che ha definito la “via italiana” nella lotta agli abusi nella Chiesa, in cinque punti. Il Coordinamento valuta le cinque linee d’azione non solo carenti, ma segno di una direzione divergente rispetto all’assunzione di responsabilità e trasparenza richieste.

    1. Potenziamento della rete dei referenti diocesani e dei relativi Servizi per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili e
    2. Implementazione della costituzione dei Centri di ascolto

    Il Coordinamento ritiene che i servizi diocesani per la tutela dei minori, così come sono concepiti, non abbiano le caratteristiche di terzietà necessarie per accogliere la denuncia delle vittime, spesso restie a rivolgersi a un centro istituito dalla stessa istituzione all’interno della quale hanno vissuto l’abuso. La resistenza a fare riferimento a tali centri è spesso aggravata dalla presenza di preti quali referenti diocesani; nel merito, i Centri d’ascolto, inoltre, lungi dall’offrire una disponibilità di contatto continuativa e articolata, sono spesso affidati a singole figure con una limitata offerta di tempi e qualità di ascolto. 

    3. Realizzazione di un primo Report nazionale – poi annuale – sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021), raccolti e analizzati da un Centro accademico di ricerca, ai fini di un monitoraggio permanente dei dati e dell’efficacia delle attività messe in campo.
    Il Coordinamento ritiene inutile, per i motivi di cui sopra, un Report annuale basato sui soli dati raccolti dai servizi diocesani, destinati a risultare gravemente lacunosi e parziali e, pertanto, a fornire un’immagine falsata del fenomeno. La collaborazione con un Centro accademico di ricerca in fase di analisi dei dati non costituisce quella garanzia di indipendenza necessaria a raggiungere la conoscenza più ampia possibile del fenomeno, che può essere ottenuta soltanto grazie all’accessibilità di tutti gli archivi ecclesiali, messi a disposizione di un Ente o una commissione super partes dotata di altissima competenza interdisciplinare.

    4. Analisi quantitativa e qualitativa dei dati custoditi presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, facenti riferimento a presunti o accertati delitti perpetrati da chierici in Italia nel periodo 2000-2021, condotta in collaborazione con Istituti di ricerca indipendenti.
    Il Coordinamento ritiene insufficiente il ricorso ai dati in possesso della CDF, che notoriamente costituiscono solo il dato emerso e giusto a definizione processuale canonica.
    Ritiene, inoltre, discriminatorio l’arco temporale preso in esame, in quanto escludente le vittime emerse in tempi precedenti, ma anche quelle non emerse in quanto non ancora giunte a maturazione della consapevolezza dell’abuso subìto, il cui tempo è stato attestato, anche in sede scientifica, fino a 30, persino 40 anni; tale arco temporale risulta inoltre insufficiente a determinare sia contesti in cui l’abuso sia stato sistemico, sia dinamiche strutturali più profonde, che solo possono essere individuati esaminando un periodo più ampio.
    Inoltre, non sono state pronunciate parole chiare in merito al tema dei risarcimenti morali ed economici, passaggi essenziali per dare concretezza alla ricerca di verità e all’offerta di giustizia.

    5. Partecipazione della CEI in qualità di invitato permanente all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito con legge 269/1998.
    Il Coordinamento ritiene inappropriata tale partecipazione, soprattutto alla luce della previa necessità di operazioni di verità e di giustizia che devono precedere qualsiasi sguardo su un futuro di prevenzione – al quale l’Osservatorio è per natura vocato, nonostante lunghissimi periodi di inattività –, nonché qualsiasi coinvolgimento diretto della CEI in qualità di “invitato permanente”.
    I vescovi definiscono queste cinque linee di azione «non un elenco chiuso a eventuali sviluppi, tutt’altro: è volontà dei Vescovi compiere qualsiasi passo perché il fenomeno degli abusi venga contrastato decisamente, promuovendo ambienti sicuri e a misura dei più piccoli e vulnerabili». 

    Il Coordinamento ritiene che l’orientamento impresso all’operazione complessiva costituisca una scelta di campo ben precisa, difficilmente passibile di aggiustamenti che possano mutarne radicalmente la natura fino a trasformarla in un’operazione radicale e orientata decisamente alla verità e alla giustizia, quanto potrebbe invece essere assicurato da un’indagine indipendente.

    Il mancato coinvolgimento attivo delle vittime fin nella sua concezione – realizzato, al contrario, ad esempio durante i lavori della Commissione CIASE in Francia, che hanno visto anzi la preminenza dell’ascolto dei sopravvissuti – lascia la porta aperta a gravi dubbi riguardo alla reale volontà della CEI di prendersene cura in primo luogo.

    Il Coordinamento ItalyChurchToo, nato da un’iniziativa femminile che ha coinvolto donne e uomini sopravvissute/i a crimini di pedocriminalità, ad abusi psicologici e spirituali, non può non rilevare che la resistenza manifestata dalle gerarchie ad accogliere le legittime istanze di riconoscimento/riparazione di tali colpe si associa al parallelo rifiuto del riconoscimento delle offese e dei reati perpetrati nei secoli dal magistero cattolico contro il genere femminile.

    Il Coordinamento ItalyChurchToo ringrazia le numerosissime persone che a vario titolo, da ogni settore della società e della cittadinanza e in particolare dalla base cattolica, dall’Italia e dall’estero, hanno aderito alle istanze promosse, dimostrando quanto sia radicato il bisogno di reale verità, giustizia e prevenzione per le sopravvissute e i sopravvissuti agli abusi.

    Roma, 21 giugno

    https://italychurchtoo.it/2022/06/la-via-italiana-dei-vescovi-una-strada-inadeguata-forse-anche-dannosa/