In estate l’archiviazione, poi le vittime hanno fatto ricorso. Philippe Barbarin è accusato di non essere intervenuto nonostante sapesse
Si riapre il caso dei preti pedofili in Francia. Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, sarà a processo dal 4 al 6 aprile prossimo per il caso della mancata denuncia di aggressioni sessuali su minori commesse da un prete della sua diocesi oltre 25 anni fa. È quanto riferisce la giustizia francese citata da BFM-TV. Il cardinale deve comparire insieme ad altre sei persone.
Dopo l’archiviazione della scorsa estate, la vicenda sembrava definitivamente chiusa. Ma dieci vittime di Padre Preynat – indagato lo scorso anno per abusi sessuali perpetrati fino al 1991 su un gruppo di scout della regione di Lione – hanno presentato un altro ricorso. Da parte sua, la diocesi di Lione ha subito denunciato un “accanimento”.
Barbarin, 66 anni, viene accusato di non aver denunciato le azioni di padre Preynat, nonostante sapesse, e di averlo mantenuto al suo posto al fianco dei bambini fino al 2015. La legale delle vittime, Nadia Debbache, sottolinea tuttavia che il caso “non riguarda una persona sola: ognuno al suo livello vi ha partecipato, incluso in Vaticano”.
Oltre a Barbarin – scrive HuffPost France – sono chiamati a comparire in tribunale l’arcivescovo di Auch, Maurice Gardès, e il vescovo di Nevers, Thierry Brac de la Perrière, ex membri della diocesi di Lione, come anche Luis Ladaria Ferrer, segretario della Congregazione per la dottrina della Fede in Vaticano. Citati anche l’ex capo di gabinetto del cardinale, Pierre Durieux, oggi a Nantes, Régine Maire, incaricata della cellula di ascolto delle vittime, e il vicario Xavier Grillon, all’epoca superiore gerarchico diretto di padre Preynat.
Ladaria Ferrer è chiamato a comparire in quanto venne consultato sul caso dai prelati francesi. Secondo una lettera sequestrata durante le perquisizioni, assicurò all’arcivescovo di Lione di aver preso “tutte le misure disciplinari adeguate evitando lo scandalo pubblico”. Il che, secondo un altro legale delle vittime Jean Boudot, significava “non rivolgersi alla giustizia”.
CITTA’ DEL VATICANO – Il cardinale francese Philippe Barbarin dovrà comparire davanti al tribunale di Lione, il prossimo aprile, per rispondere di accuse pensantissime: per non aver denunciato alla giustizia (civile) un prete-orco che ha molestato nel corso di vari anni diverse vittime. Il caso Barbarin era stato in precedenza archiviato ma poi è stato riaperto grazie alle pressioni svolte dalle vittime di padre Bernard Preinat, un pedofilo seriale che avrebbe abusato di ragazzi, durante campi scout, nei primi anni Novanta. Una storia terribile di violenze e di silenzi.
Barbarin pur avendo saputo di questi crimini ha mantenuto padre Preinat in ruoli pastorali che comportavano sempre contatti con i giovani. I legali della difesa sottolineano che il cardinale Barbarin non ha fatto altro che comportarsi come tutti gli altri vescovi in circostanze simili, visto che nella Chiesa esisteva una sorta di codice comportamentale teso a contenere gli scandali e la diffusione di notizie scabrose che avrebbero nuociuto al buon nome del clero. Barbarin dovrà comparire in tribunale il 4 e 6 aprile 2018. Assieme a lui – secondo l’Afp – sono convocate altre quattro persone compreso monsignor Luis Ladaria, perfetto della Congregazione per la Fede, anch’esso accusato di complicità per avere consigliato a Barbarin di prendere «le misure disciplinari adeguate per evitare lo scandalo pubblico» e quindi di evitare di muovere la giustizia civile. “La giustizia avanza» si è felicitato Pierre Germain Thill, una delle vittime, mettendo in evidenza che questo nuovo capitolo servirà per «fare evolvere la mentalità e la legislazione in materia. Non si tratta di processare un aggressore, ma la gerarchia della Chiesa».
Il caso è stato riaperto grazie alle vittime. Eppure l’11 dicembre 2016 il procuratore della Repubblica di Lione non aveva riscontrato alcuna infrazione penale da parte del cardinale Philippe Barbarin. Nel febbraio di due anni fa il cardinale era stato accusato di «non aver denunciato un’aggressione sessuale e non aver assistito la persona in pericolo in relazione ai fatti imputati a padre Jérôme Billioud nel 1990 e 1993». L’allora premier transalpino Manuel Valls invitò l’arcivescovo “ad assumersi le sue responsabilità: non mi aspetto parole ma fatti”.
Un documento choc esce dalla Santa Sede. È il cuore di un libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Gli impostori”. Se è vero, apre squarci clamorosi sulla vicenda della ragazzina scomparsa nel 1983. Se falso, segnala uno scontro di potere senza precedenti nel pontificato di Francesco. Ecco un’anticipazione.
di EMILIANO FITTIPALDI
Prima di consegnarmi i documenti, la fonte aveva tergiversato per settimane. Nei primi due incontri, durante i quali avevo chiesto consigli su come raggiungere l’obiettivo, aveva escluso con fermezza di avere le carte che cercavo. “Le ho solo lette, se le avessi te le darei, figurati,” aveva chiarito seccamente di fronte alle mie insistenze. Non ero convinto che dicesse la verità, ma tentai le strade alternative che mi aveva indicato. Capii presto che era fatica sprecata, e dopo un po’ tornai alla carica.
Alla fine, al terzo appuntamento, la fonte ha ammesso di avere il dossier. “Te li do solo perché credo che sia venuto il momento di far luce sulla storia.” Al quarto incontro, avvenuto in un bar del centro di Roma, mi consegnò una cartellina verde. Me ne tornai a casa di corsa senza neanche guardarci dentro.
Appena varcata la porta del mio studio, la aprii. C’erano dei fogli: una lettera di cinque pagine, datata marzo 1998. È scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran.
Al tempo, Giovanni Battista Re era il sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede; Jean-Louis Tauran era il numero uno dei Rapporti con gli stati, un’altra sezione del dicastero della Curia romana che “più da vicino”, come spiega il sito del Vaticano, “coadiuva il Sommo Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione”.
Insomma, Re e Tauran erano nei vertici della Curia e, secondo l’estensore del documento, si sarebbero occupati direttamente della vicenda Orlandi. Il nome di Re era spuntato fuori già dalla lettura della prima sentenza istruttoria sul caso, firmata dal giudice Adele Rando nel 1997.
La presunta missiva di Antonetti, come molte altre a cui ho avuto accesso nelle mie inchieste sulla Santa Sede, non era firmata a penna. Alla fine, l’autore chiariva che non era stata nemmeno protocollata, “come da richiesta”.
Leggo il testo della prima pagina tutto d’un fiato.
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“Resoconto sommario delle spese sostenute dallo stato città del vaticano per le attività relative alla cittadina emanuela orlandi (roma 14 gennaio1968),”, è il titolo.
“La prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha ricevuto mandato di redigere un documento di sintesi delle prestazioni economiche resosi necessarie a sostenere le attività svolte a seguito dell’allontanamento domiciliare e delle fasi successive allo stesso della cittadina Emanuela Orlandi.
“La sezione di riferimento, sotto la mia supervisione, ha provveduto a raccogliere il materiale attraverso gli attori dello Stato che hanno interagito con la vicenda.
“Moltissimi limiti nella ricostruzione sono stati riscontrati nell’impossibilità di rintracciare documentazione relativa agli agenti di supporto utilizzati sul suolo italiano stante il divieto postomi di interrogare le fonti, incaricando esclusivamente il capo della Gendarmeria Vaticana in questo senso.
“L’attività di Analisi è suddivisa in archi temporali rilevanti per avvenimenti e per spese sostenute.
“Il documento non include l’attività commissionata da Sua Eminenza Reverendissima Cardinale Segretario di Stato Emerito Agostino Casaroli al ‘Commando 1’, in quanto alcun organo a noi noto o raggiungibile è a conoscenza di quanto emerso e della quantità di denaro investita nell’attività citata.
“I documenti allegati (197 pagine) al presente rapporto sono presentati in originale per la parte relativa ai pagamenti per i quali è stata rilasciata quietanza, sono presentati in forma di resoconto bancario le quantità di denaro utilizzate e prelevate per spese non fatturate.”
La lettera che ho in mano sembra, o vuole sembrare, un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997. Scorro rapidamente le fredde voci di costo elencate. Delineano scenari nuovi e oscuri su una vicenda di cui si è scritto e ipotizzato molto, e su cui il Vaticano ha sempre negato di avere informazioni ulteriori rispetto a quanto raccontato e condiviso con i giudici italiani che hanno investigato in questi ultimi trentaquattro anni.
Il dossier sintetizza gli esborsi sostenuti dal Vaticano dal 1983 al 1997. La somma totale investita nella vicenda Orlandi è ingente: oltre 483 milioni, quasi mezzo miliardo di lire.
L’elenco riempie pagina due, tre, quattro e, in parte, cinque del rendiconto. La prima voce riguarda il pagamento di una “fonte investigativa presso Atelier di moda Sorelle Fontana”. La Orlandi, nell’ultima telefonata alla famiglia prima della sparizione, aveva in effetti detto che qualcuno le aveva proposto di pubblicizzare i prodotti di una marca di cosmetici, la Avon, durante una sfilata delle stiliste Fontana. Per la fonte, la Santa Sede aveva sborsato 450.000 lire. C’era un’altra spesa per la “preparazione all’attività investigativa estera” costata altre 450.000 lire, uno “spostamento” da ben 4 milioni di lire e, soprattutto, le “rette vitto e alloggio 176 Chapman Road Londra”.
Chi ha scritto il documento, come vedremo, aveva digitato male l’indirizzo: a quello giusto c’è la sede londinese dei padri scalabriniani, la congregazione dei missionari di San Carlo fondata nel 1887 da Giovanni Battista Scalabrini. Dagli anni sessanta gestiscono un ostello della gioventù destinato esclusivamente a ragazze e studentesse. Nel periodo 1983-1985, per le rette, erano stati versati 8 milioni di lire. Il prezzo giusto, mi dico, per ospitare una persona in quell’arco temporale (per dare un ordine di misura, nel 1983, secondo i dati storici della Banca d’Italia, lo stipendio medio di operai e impiegati era di circa 500.000, 600.000 lire nette al mese).
La prima pagina si chiude con i costi per l’”indagine formale in collaborazione con Roma” (23 milioni) e con la misteriosa “attività di indagine riservata extra ‘Commando 1’, direzione diretta Cardinale Casaroli”, per una cifra di 50 milioni di lire. Agostino Casaroli era il segretario di Stato che nella vicenda Orlandi ha avuto un ruolo importante, soprattutto all’inizio.
La nota, nella seconda e nella terza pagina, racconta i costi sostenuti per l’”allontanamento domiciliare” di Emanuela nel periodo “febbraio 1985-febbraio 1988”. Si elencano dispendiosi viaggi a Londra di esponenti vaticani di altissimo livello, soldi investiti per la “attività investigativa relativa al depistaggio”, spese mediche in ospedali e fatture per specialisti in “ginecologia”. Si parla di “un secondo” e di “un terzo trasferimento”, di decine di milioni di lire per “rette omnicomprensive” di vitto e alloggio.
Gli anni scorrono. Arrivo all’ultima pagina. Il documento segnala che il resoconto dei costi per le attività relative alla cittadina Orlandi e al suo “allontanamento domiciliare” si riferisce stavolta al periodo “aprile 1993-luglio 1997”. Le voci del quadriennio sono solo tre: oltre alle solite rette (con “il dettaglio mensile e annuale in allegato 22”) e ad altre “spese sanitarie forfettarie”, figura il capitolato finale. Mi si gela il sangue: “Attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali: L. 21.000.000”.
La lista finisce qui, ma in fondo alla quinta pagina il mittente aggiunge una postilla. “Il presente documento è presentato in triplice copia, per dovuta conoscenza ad entrambi i destinatari, si rimanda a documentazione allegata sulle modalità di redazione. Non si espleta funzione di protocollazione come da richiesta. APSA è sollevata dalla custodia della documentazione allegata presentata in originale. In fede, Lorenzo Cardinale Antonetti. Stato Città del Vaticano, A.D. 1998, mese di marzo giorno 28.”
Smetto di leggere. Il documento, che esce certamente dal Vaticano, anche se non protocollato e privo di firma del suo estensore, pare verosimile. Ma quasi incredibile nel suo contenuto. Dunque, delle due l’una: o è vero, e allora apre per la prima volta squarci impensabili e clamorosi su una delle vicende più oscure della Santa Sede. O è un falso, un documento apocrifo, che mischia con grande abilità tra loro elementi veritieri che inducono il lettore ad arrivare a conclusioni errate.
In entrambi i casi, il pezzo di carta che ho in mano è inquietante. Perché, fosse un documento non genuino, significherebbe che gira da almeno tre anni un dossier devastante fabbricato ad arte per aprire una nuova stagione di ricatti e di veleni in Vaticano. Chi e quando avrebbe costruito un simile documento, che come vedremo contiene dettagli, indirizzi, nomi e circostanze molto particolari che solo un soggetto “interno” alla Città Santa poteva conoscere così bene? Se non è davvero stato scritto dal cardinale Antonetti, chi l’ha redatto con tale maestria, e chi l’ha poi messo, anni fa, nella cassaforte della Prefettura?
Difficile rispondere ora a queste domande. Ma è chiaro che, se il documento fosse falso, la Gendarmeria guidata da Domenico Giani avrà parecchio da lavorare. Il report fasullo potrebbe essere rimasto nascosto per anni in qualche cassetto, mai usato (almeno fino ad ora) e infine dimenticato. O potrebbe essere stato costruito ad hoc più di recente, dopo il furto del marzo del 2014, e restituito dai ladri insieme ad altri documenti certamente veritieri. Ma se è così, perché monsignor Abbondi non ha detto davanti ai magistrati di papa Francesco che lo interrogavano sul contenuto del plico anonimo con i documenti rubati che era tornato, tra gli altri, anche un dossier sulla Orlandi che non aveva mai visto, e quindi forse fasullo? Perché ha parlato genericamente di carte “sgradevoli”?
È pure evidente, però, che il report non spiega chiaramente cosa sia accaduto alla ragazzina che amava le canzoni di Gino Paoli, né accusa con nome e cognome qualcuno di responsabilità specifiche sul rapimento e sulla fine di Emanuela. Per quanto incredibile, cerco di costringermi a pensare che il documento possa essere anche una lettera autentica. Il report di un burocrate, il cardinale Antonetti appunto, che rendiconta minuziosamente ai due destinatari tutte le spese sostenute per “l’allontanamento domiciliare” della Orlandi, spese divise per quattro archi temporali definiti. Una pratica obbligatoria nei servizi segreti di ogni Stato del pianeta: alla fine di un’operazione, anche quelle in cui vengono usati fondi neri, i responsabili devono presentare il consuntivo di ogni spesa effettuata ai superiori.
La missiva è “presentata in triplice copia”, come si usa fare da sempre in Vaticano anche per i documenti riservati (uno va ai destinatari dei vari dicasteri coinvolti, un altro resta nell’archivio dell’Apsa). Stavolta una copia è finita anche negli archivi della Prefettura degli affari economici, cioè il ministero della Santa Sede che aveva il compito di supervisionare le uscite dei vari enti vaticani. Non è una stranezza: nell’enorme armadio blindato che i ladri hanno aperto nel marzo del 2014 ci sono migliaia di documenti provenienti anche da altri enti vaticani. Tra cui, per esempio, le lettere di Michele Sindona spedite non in Prefettura, ma ai cardinali presidenti di pontifice commissioni.
Fosse veritiero, dunque, il rendiconto datato marzo 1998, pur in assenza delle 197 pagine di fatture, darebbe indicazioni e notizie sbalorditive che potrebbero aiutare a dipanare la matassa di un mistero irrisolto dal 1983. Perché dimostrerebbe, in primis, l’esistenza di un dossier sulla Orlandi mandato alla segreteria di Stato, mai consegnato né discusso con le autorità italiane che hanno investigato per decenni senza successo sulla scomparsa della ragazzina. Perché evidenzierebbe come la chiesa di Giovanni Paolo II abbia fatto investimenti economici importanti su un’attività investigativa propria, sia in Italia sia all’estero, i cui risultati sono a oggi del tutto sconosciuti. Perché il dossier citerebbe un fantomatico “Commando1” guidato direttamente da Agostino Casaroli, potente segretario di Stato della Santa Sede, forse un gruppo di persone composto da pezzi dei servizi segreti vaticani (il corpo della Gendarmeria ha funzioni di ordine pubblico e di polizia giudiziaria, ma svolge anche lavoro di intelligence per la sicurezza dello stato) che ha preso parte alle attività successive alla scomparsa della ragazza.
Ma, soprattutto, il resoconto diventa clamoroso quando mostra come tra il 1983 e la fine del 1984 il Vaticano, dopo indagini autonome, avrebbe investe in un primo “spostamento” la bellezza di 4 milioni di lire.
Da allora il campo da gioco dei monsignori che si sarebbero occupati della vicenda di Emanuela si sposta in Inghilterra. In particolare, a Londra.
Possibile che Emanuela Orlandi sia stata ritrovata viva dal Vaticano e poi nascosta in gran segreto nella capitale inglese? Se non è così, e se il documento è autentico, a chi la Santa Sede ha pagato per quattordici anni “rette vitto e alloggio” elencate in un report che ha come titolo “Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi” e per il suo “allontanamento domiciliare”? Come mai nella nota sulla ragazza viene indicato che il capo della Gendarmeria del tempo, Camillo Cibin, avrebbe sborsato la bellezza di 18 milioni di lire, tra il 1985 e il 1988, per andare avanti e indietro da Londra? Chi sarebbe andato a trovare qualche tempo dopo il medico personale di papa Wojtyla, Renato Buzzonetti, insieme a Cibin, “presso la sede l. 21”, una “trasferta” da 7 milioni di lire? Perché e a chi, all’inizio degli anni novanta, il Vaticano avrebbe pagato spese sanitarie – come segnala ancora l’estensore dello scritto – per i controlli (o addirittura un ricovero) alla Clinica St. Mary, sempre a Londra? Chi è andata, sola o accompagnata, a farsi visitare dalla “dottoressa Leasly Regan, Department of Obstetrics & Gynaecology” dello stesso nosocomio un’unica “attività economica a rimborso” di cui il capo dell’Apsa non indica la spesa precisa, invitando a leggere i “dettagli in allegato 28”? (contattata da l’Espresso, la Regan nega di avere fatture a nome della Orlandi, e dice di non poter ricordare, dopo tanti anni, se ha curato una ragazza con le fattezze di Emanuela)
La storia, secondo il documento, non sembra finire bene. Perché la lista si conclude con un ultimo capitolato di spesa, sull’ “attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali”. Il trasferimento è il quarto segnalato nel report: chi viene portato in Vaticano? Perché nel luglio 1997 la “pratica” di Emanuela Orlandi viene considerata chiusa?
A metà giugno del 2017 capisco, dal Corriere della Sera, che qualcun altro è ha conoscenza del documento misterioso. La famiglia Orlandi ha infatti presentato un’istanza di accesso agli atti per poter visionare “un dossier custodito in Vaticano”. Il quotidiano accredita che il fascicolo possa contenere resoconti di attività inedite fino al 1997, con dettagli anche di natura amministrativa svolta dalla segreteria di Stato ai fini del ritrovamento”. Capisco che si tratta proprio del report che ho in mano. Il giorno dopo monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della segreteria, nega l’esistenza di qualsiasi carta riservata: “Abbiamo già dato tutti i chiarimenti che ci sono stati richiesti. Il caso per noi è chiuso”. Anche il cardinale Re interviene, assicurando che “la Segreteria di Stato” di cui nel 1997 lui era sostituto “non aveva proprio niente da nascondere.
Essendo uno dei due destinatari della presunta lettera di Antonetti, decido di chiamarlo, e domandargli se ha mai ricevuto quel report sull “allontanamento domiciliare” di Emanuela Orlandi, e se in caso contrario quello che ho in mano è un report apocrifo che vuole inchiodarlo a responsabilità che lui non ha. L’inizio del colloquio è rilassato. Appena gli leggo il titolo, il cardinale, senza chiedermi nulla nel merito del documento, tronca improvvisamente la conversazione: “Guardi io non so di questo. E mi dispiace non poterla aiutare. Sono qui con altre persone”. Clic.
La mia ricerca è iniziata nel febbraio del 2017. Leggendo il libro di Francesca Chaoqui e dell’ex direttore della sala stampa del Vaticano Federico Lombardi. Quest’ultimo ricordava come un testimone eccellente del processo che mi vedeva coinvolto, quello su Vatileaks 2, aveva parlato di alcuni documenti trafugati. Il test era monsignor Alfredo Abbondi, capo ufficio della Prefettura degli Affari economici.
La parte più interessante del suo interrogatorio riguarda un misterioso furto avvenuto nelle stanze di quell’ufficio nella notte tra il 29 e il 30 marzo 2014.
Dopo mezzanotte, qualcuno si era introdotto nel palazzo senza rompere alcuna serratura dei portoni di accesso, aveva sgraffignato qualche spicciolo negli uffici delle congregazioni ai primi piani dell’immobile e s’era poi concentrato sulla cassaforte e su uno soltanto dei dodici armadi blindati nascosti in una delle stanze della Prefettura, al quarto piano del grande edificio che si affaccia su piazza San Pietro.
A don Abbondi, la mattina del 14 maggio 2016, i magistrati chiedono conto di quella singolare vicenda. Il prelato spiega che nell’ufficio esisteva “un archivio riservato che era sotto la responsabilità del segretario Balda”, custodito inizialmente “in un armadio in una stanza vicina a quella del monsignore”; aggiunge che “dopo il furto, l’archivio riservato venne piazzato direttamente nella stanza di Vallejo”. Quando il promotore di giustizia gli domanda cosa avessero rubato i ladri, Abbondi specifica che, se dalla piccola cassaforte “portarono via soldi e delle monete, dall’armadio blindato prelevarono invece dei documenti dell’archivio riservato… alcuni dei quali vennero poi riconsegnati in busta chiusa nella cassetta della posta del dicastero”.
Proprio così: alcune carte trafugate vennero rispedite in un plico anonimo, quasi un mese dopo lo scasso. Un dettaglio già raccontato da Gianluigi Nuzzi. Non solo. Il giornalista aveva pubblicato anche alcuni dei documenti restituiti alla Prefettura, tra cui diverse lettere mandate dal “Banchiere di Dio”, Michele Sindona, a esponenti delle gerarchie vaticane, oltre a missive con riferimenti a Umberto Ortolani, fondatore – insieme a Licio Gelli – della loggia massonica deviata P2.
“Cosa c’era nel plico?” chiede diretto il promotore di giustizia a don Abbondi. “Documenti di dieci, vent’anni fa, che di fatto non avevano più alcun valore,” risponde il prelato. “Nel riordinare i fogli dopo l’effrazione, vidi che gli atti contenuti nell’archivio non erano tanto relativi alla sicurezza dello stato,” ma a fatti che il monsignore definisce “sgradevoli”. “Sgradevoli,” ripeto tra me e me.
Riponendo il libro mi domandai se, come ipotizzavano Abbondi e numerosi esponenti della Santa Sede, restituendo alcuni o tutti i documenti trafugati, i ladri avessero voluto lanciare un avvertimento, una minaccia, o se il furto nascondesse in realtà altre motivazioni. Certamente vi avevano collaborato persone informate dei segreti della Prefettura, visto che i banditi, violando un solo armadio blindato, erano andati a colpo sicuro. Di certo Abbondi fa intendere ai magistrati vaticani che i documenti ritornati dopo il furto non sono diversi da quelli che lui sapeva essere conservati nella cassaforte.
Cominciai a leggere il volume della Chaouqui…Senza tanti giri di parole, la Chaouqui fa poi capire al lettore che, dalla discussione avuta quella mattina con il suo amico (i due in seguito diventeranno acerrimi nemici), aveva compreso che era stato lo stesso Balda a compiere l’effrazione, forse con il supporto di manovalanza esterna. Un’accusa pesantissima.
Balda, che era già stato sentito dalla Gendarmeria insieme ad altri dipendenti dell’ufficio, ha sempre negato ogni addebito…L’avvocatessa calabrese – che nel 2014, ricordiamolo, era membro della Cosea e lavorava negli uffici della Prefettura che ospitavano la commissione – è uno dei pochissimi testimoni diretti di ciò che avvenne negli uffici dopo l’effrazione. E, come aveva fatto monsignor Abbondi in tribunale durante la sua deposizione, decide di raccontare nel suo libro il momento in cui tornano le carte sottratte un mese prima. Ma se il prete aveva parlato genericamente di documenti “sgradevoli”, la Chaouqui entra nei dettagli, narrando in prima persona: “Alla fine i fascicoli ricompaiono, spediti da mano ignota agli uffici della Prefettura. C’è il dossier su un vescovo molto potente e sulle delicate questioni legate a un’eredità ricevuta quando era nunzio in Francia. Ci sono i resoconti delle spese ‘politiche’ di Giovanni Paolo II ai tempi della Guerra fredda e di Solidarno??. C’è il carteggio tra il banchiere Michele Sindona e il faccendiere Umberto Ortolani, che il Vaticano avrebbe cercato in capo al mondo. C’è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta”…
Ora ho deciso di pubblicare il documento. Avessero ragione Becciu e il cardinale Re, il documento sarebbe certamente un falso. Sarebbe importante capire allora chi sono gli impostori che l’hanno architettato, e per quali oscuri motivi la storia di una ragazza scomparsa nel 1983 venga ancora usata per ricatti e lotte intestine della città sacra. Ma se le verosimiglianze impressionanti delle note spese del dossier fossero confermate da nuovi elementi determinati, il Vaticano e i suoi alti esponenti avrebbe mentito ancora una volta. E gli impostori sarebbero loro.
Il nostro Paese tollera ancora la pratica delle mutilazioni genitali sulle immigrate provenienti dai Paesi musulmani. L’integrazione mancata comincia a scuola
La tollerantissima Gran Bretagna è talmente tollerante che tollera perfino che 65.790 donne inglesi abbiano subìto mutilazioni genitali.
Idem per la Francia: anche lei molto tollerante, riesce a sopportare che in 61mila siano state sottoposte alla stessa pratica. L’Italia, che pare un po’ meno tollerante, riesce comunque a non fare un plissé di fronte al fatto che 35mila donne siano state costrette a sottoporsi a questa umiliazione. I dati sono dell’Unicef e si riferiscono al 2015; raccolgono i numeri di diverse ricerche nazionali che, per quanto riguarda l’Italia, parlano di almeno altre mille donne a rischio mutilazione ogni anno. Qui il discorso si fa estremamente delicato, ma bisognerebbe chiedersi il motivo dell’abissale distanza tra lo scandalo che provoca lo stupro commesso da immigrati e l’indifferenza più assoluta di fronte a una pratica ugualmente violenta e ugualmente compiuta contro la volontà della donna. Probabilmente perché la mutilazione genitale femminile, che comunque è perseguibile per legge, è una pratica organica a una cultura e, se si accetta l’idea che ogni cultura va accolta così com’è occorre di conseguenza, tollerarne anche gli aspetti più odiosi e inaccettabili.
Ma la cultura si forma a scuola e quella dei Paesi del Mena (Medio Oriente e Nord Africa), dove la pratica della mutilazione genitale femminile coinvolge fino al 90% delle donne, rivela tutta la sua debolezza. Il grafico pubblicato in queste pagine mostra il numero di anni che mediamente un adulto dei vari Paesi dell’area Mena ha trascorso sui banchi di scuola. In Yemen, Sudan Mauritania, Marocco, Oman, Iraq, Siria, Kuwait, Egitto e Tunisia non si raggiungono i 7 anni di studio. Ed è da notare un fatto importante: è vero che tra questi ci sono Paesi tra i più poveri del mondo per di più martoriati da anni di guerra, ma altri sono Paesi non solo pacifici, come Marocco e Tunisia, ma anche ricchi, anzi, ricchissimi, come l’Oman (26esimo Stato più ricco del mondo), l’Arabia Saudita (14esimo), Emirati Arabi (nono) e Kuwait (sesto). Significa che l’educazione non è affatto solo una questione di possibilità economiche ma è soprattutto un tema di priorità politica. Se un adulto europeo (Europa a 22) ha studiato in media 9,6 anni, non è solo perché l’Europa se lo può permettere, ma è perché l’Europa ha da sempre considerato l’educazione come strategica.
E, in questo senso dovrebbe far riflettere (molto) la smania del ministro Valeria Fedeli di abbassare il numero di anni di formazione. Alla Fedeli, che ha deciso di far partire una sperimentazione a livello nazionale per portare gli anni di liceo da 5 a 4, si è aggiunta la sottosegretaria Angela d’Onghia che, al grido «ce lo chiede l’Europa», ha evocato la possibilità di tagliare, invece, la scuola media (da 3 a 2 anni). In questo modo l’Italia, dove la sola scuola dell’obbligo dura 8 anni e dove mediamente un adulto va a scuola per 13,2 anni, si avvicinerebbe agli standard della Libia (7,35 anni) rinunciando a raggiungere la media britannica di 14,2.
Violenza sulle donne, scarsa alfabetizzazione e, anche, criminalità giovanile. Se sia possibile mettere in relazione i tre fenomeni è argomento da simposio, ma si guardano i numeri pubblicati dal sito Truenumbers.it sul numero dei minori che, in un Paese a noi molto vicino politicamente e geograficamente come la Turchia, fanno avanti e indietro dalle carceri si resta francamente impressionati. I dati provengono dai rapporti della polizia turca che segnala un aumento senza sosta del numero di ingressi di minorenni nelle carceri turche. Nel 2016 ci sono stati 218mila ingressi di minorenni maschi e 115mila di minorenni femmine. Attenzione: il rapporto segnala gli ingressi, non il numero di persone: significa che ai 333mila ingressi totali non corrispondono a 333mila minori (una persona può essere entrata ed uscita più volte nel corso dell’anno), ma resta il fatto che il numero complessivo registrato l’anno scorso è superiore del 10% rispetto a quello del 2015 ed è in costante crescita dal 2010. Il dettaglio drammatico è che il 21,9% dei ragazzini entrati in carcere ha meno di 11 anni. Secondo la polizia il primo motivo dell’incarcerazione è «attacco armato» mentre il secondo motivo è, sia per i maschi che per le femmine, «abusi sessuali». Tutto torna.
Il caso cremasco in un documentario internazionale
«Dietro l’altare», nel docufilm di «laF» finisce anche la vicenda di Don Inzoli. Gli abusi dei preti pedofili sono alcuni dei capitoli più bui della storia della Chiesa e fra questi c’è anche, purtroppo, una pagina cremasca.
Il documentario made in UK
A raccontare fatti e misfatti a livello internazionale è il documentario «Dietro l’altare», realizzato dallo storico britannico John Dickie e trasmesso mercoledì in prima tv mondiale su laF (Sky 139).
Un viaggio che, oltre al nostro Bel paese, ha toccato Francia e Stati Uniti per terminare nel paese del Papa. In Argentina sono state raccolte le prime ed esclusive interviste alle vittime di padre Corradi. Il sacerdote è stato arrestato con l’accusa di aver abusato sessualmente di alcuni studenti sordomuti dell’istituto Provolo di Mendoza.
L’inchiesta ha dimostrato come, per la Chiesa, il problema della pedofilia abbia radici molto profonde e sia molto lontano dalla sua soluzione. Scritto da Lucio Mollica, Vania Del Borgo e John Dickie, è stato diretto dal regista messicano Jesus Garces Lambert e si è avvalso nella versione italiana del contributo introduttivo di Emiliano Fittipaldi, giornalista autore di inchieste e pubblicazioni su ipocrisie e peccati della Chiesa.
La vicenda Don Inzoli
Un viaggio, quello delle telecamere di «laF», fra la nebbia dell’inverno di Crema. Il documentario si snoda fra le vie del centro, fra i quadri della Chiesa di Santissima Trinita, nello scheletro della scuola di CL. Un racconto crudo e asciutto che non ha potuto non scuotere, ancora una volta, le coscienze dei cremaschi. A parlare anche il sindaco Stefania Bonaldi che ha raccontato, da amministratore ma prima di tutto da cittadina e da mamma, la preoccupazione per una figura tanto potente e rispettata.
Gli abusi dei preti pedofili sono una delle pagine più buie della storia della Chiesa. Quello sui bambini del coro di Ratisbona è solo l’ultimo tra gli scandali emersi arrivati a toccare anche alti prelati, come il cardinale George Pell, a processo in Australia dal 26 luglio. A raccontare il quadro a livello interazionale è il documentario Dietro l’altare, realizzato dallo storico britannico John Dickie e trasmesso mercoledì 26 luglio 2017 in prima tv mondiale su laF (Sky 139) alle 21.10. Un viaggio che, oltre all’Italia (con un approfondimento dedicato al caso di don Inzoli), tocca Francia, Stati Uniti (ad Altoona-Johnstown, in Pennsylvania, per un’inchiesta su centinaia di bambini vittime di abusi sessuali) per terminare nel paese del Papa, l’Argentina, con le prime ed esclusive interviste alle vittime di padre Corradi, arrestato con l’accusa di aver abusato sessualmente di alcuni studenti sordomuti dell’istituto Provolo di Mendoza. L’inchiesta dimostra come, per la Chiesa, il problema della pedofilia abbia radici molto profonde e sia molto lontano dalla sua soluzione. Scritto da Lucio Mollica, Vania Del Borgo e John Dickie, è diretto dal regista messicano Jesus Garces Lambert e si avvale nella versione italiana del contributo introduttivo di Emiliano Fittipaldi, giornalista autore di inchieste e pubblicazioni su ipocrisie e peccati della Chiesa.
La Chiesa cattolica ha troppo spesso chiuso gli occhi. Condannando più degli orchi i sacerdoti donnaioli perché rischiavano lo scandalo della paternità. Ma chi crede che il matrimonio per gli ordinati possa essere la soluzione, sbaglia.
Matteo, nel suo Vangelo (18,6), cita una terribile frase di Gesù contro chi scandalizza i «piccoli»: meglio legarsi una macina di mulino al collo e sprofondare negli abissi del mare. Spesso gli esegeti ufficiali del sacro libro dicono che l’evangelista non necessariamente con quel «piccoli» intendeva i bambini e quindi sarebbe forzato voler legare la macina al collo dei pedofili. Il Papa nero o superiore generale dei gesuiti, il venezuelano Arturo Sosa Abascal, ha detto parlando genericamente di Vangelo che occorre «discernimento», come sempre ricorda Papa Bergoglio, e poi ai tempi di Gesù non c’erano registratori e quindi «bisognerebbe incominciare una bella riflessione su quanto ha detto veramente Gesù». Parole grosse.
Difficile comunque convincere i “piccoli”, siano essi come dicono gli esegeti i piccoli nella fede, i mezzo cristiani o un terzo di cristiani, o i veri piccoli e le loro famiglie, che la macina non sia appropriata per i pedofili e in particolare per i preti pedofili. L’ultimo caso è quello che sfiora Georg Ratzinger, fratello del Papa emerito, monsignore e maestro di cappella e direttore per molti anni del coro del Duomo di Ratisbona, istituzione dove l’ultimo atto d’accusa sulla pedofilia sacerdotale parla di 67 casi in vari decenni. Ratzinger qualcosa sapeva, dice l’indagine commissionata dalla curia per fare chiarezza, ma non ha agito.
Sono più di 30 anni che il binomio pedofilia-clero è entrato nelle cronache, da quando nel 1985 l’americano National Catholic Reporter di Kansas City, Missouri, uscì con la prima denuncia di casi ripetuti e dell’incapacità dei vescovi ad affrontare il problema. Dal 2004 al 2014 sono arrivati all’esame del Vaticano 3.400 casi. E i preti ridotti allo stato laicale sono stati numerosi, 384 negli ultimi due anni del pontificato di Papa Ratzinger, mentre i provvedimenti continuano.
LA CRISI DELLE VOCAZIONI. Per chi conosce poco la Chiesa cattolica resta il dubbio che ci sia qualche lacuna nella formazione dei sacerdoti e che, in alcuni casi, questo possa portare a colpevoli devianze sessuali. Ma nella stragrande maggioranza dei seminari non c’è mai stata nessuna spontanea “educazione” alla morbosità. I dubbi per chi ha familiarità con l’ambiente sono di altro genere e riguardano alcuni principi che hanno governato la formazione del clero per secoli, e fino a pochissimi decenni fa. I pedofili che hanno fornito le cronache di tante tristi vicende erano i seminaristi di 50 o 40 o 30 anni fa. Oggi poi, con la scarsità paurosa in Europa di quelle che venivano definite vocazioni, non si sa neppure quali siano i principi di formazione del clero. I seminari minori (medie e ginnasio) sono chiusi da decenni e i maggiori (liceo e teologia) spesso sono stati costruiti per 200 seminaristi e ne hanno 20, di cui 10 magari di troppo perché sbandati in cerca di uno status.
TRA CHIESA E MONDO. La Chiesa cattolica era, ed è ancora nonostante tutto, l’ultima teocrazia d’Occidente. In ogni diocesi e quindi in ogni seminario il vescovo era il rappresentante di Dio in terra, in quel lembo di terra. Lo è tutt’ora, soprattutto se ha ancora un seminario, e per i suoi seminaristi. Al seminarista veniva insegnato che esistevano due realtà, la Chiesa prediletta da Dio e “il mondo” irto di insidie. Nel mondo occorreva muoversi, dopo esserne stati tenuti al riparo in seminario per lunghi anni, per salvarlo. La realtà femminile restava, più che un mistero, una terra incognita. Alle visite domenicali ai seminaristi erano gradite le mamme, ovviamente, ma non quelle graziose e tantomeno le sorelle formose. La mamma, in fondo l’unica figura femminile concepibile, doveva essere l’immagine del ruolo sofferente di Maria.
OBBEDIENZA LASCIAPASSARE. La virtù di gran lunga prediletta dai superiori era l’obbedienza. Non di rado, va detto, si trattava di persone di ottimo livello umano e culturale, ma non certo tutti. I più obbedienti, i più ligi al vescovo, i più ossequienti, erano in genere i peggiori, e i più ignoranti, ma i più potenti. Il rendimento scolastico veniva dopo, e la promozione negli esami interni non si negava a nessuno. Pio, ligio, obbediente, entusiasta e rispettoso: questo il buon seminarista. Poi, a 23 o 24 anni l’ordinazione sacerdotale, tutto cambiava, dal refettorio dei seminaristi si passava a quello dei superiori, e si aprivano le porte del “mondo”, dove i più entravano come pulcini bagnati fuori dalla stoppa.
Che cosa è cambiato oggi? I seminaristi sono quattro gatti, e non solo in Italia: l’intera Francia ha ordinato l’anno scorso 84 preti. Nessuna “professione” è geriatrica come quella del clero cattolico nei nostri Paesi. Le nuove leve hanno trattamenti d’emergenza. Oggi si diventa preti senza studi classici, per quanto rabberciati, senza latino, lasciamo perdere il greco prima lingua della cristianità, con una teologia più che approssimativa, perché valli appenniniche o prealpine che hanno otto chiese e avevano otto parroci oggi ne hanno uno solo, se ce l’hanno, e ci sono tra l’altro grossi beni immobiliari dal salvaguardare e amministrare. La liturgia ormai è altra cosa. D’altro canto chi si fa prete con retta intenzione conosce abbastanza il “mondo”, ne fa parte, vive in simbiosi, e se armato di fede profonda e tanta generosità è meno estraneo al terreno che dovrà poi praticare.
ATTENTI AL DON SCIUPAFEMMINE. Molti vescovi e sacerdoti con responsabilità su vari confratelli sono stati accusati di avere taciuto, non avere agito tempestivamente su casi di pedofilia, che in genere riguardava bambini o ragazzini di sesso maschile, ma non sempre. Chi ha qualche esperienza di curie vescovili ha sempre avuto la sensazione che la gerarchia si preoccupasse più per un parroco che notoriamente “curava” troppo alcune signore e signorine del suo gregge che non per un sacerdote troppo suadente verso qualche bambino, o bambina. In genere il vescovo interveniva, di fronte a forti sospetti o fatti concreti, allontanando, ma raramente denunciando. Mentre il parroco sciupafemmine veniva più prontamente redarguito e punito, come disonore per tutto il clero. La realtà era che lo sciupafemmine poteva mettere incinta qualche parrocchiana, di interruzione della gravidanza naturalmente non si poteva parlare, e il figlio del prete era un problema per tutta la diocesi. Si dice in genere che la soluzione sarebbe il matrimonio. Ma non è che un potenziale molestatore di bambini sia un buon marito. Né è provato che un buon marito possa essere anche un buon prete.
Città del Vaticano Le testimonianze choc di un docum-film non solo riaprono il caso Barbarin – il cardinale di Lione accusato di non avere fatto abbastanza nei confronti di un prete pedofilo – ma puntano il dito direttamente su Papa Bergoglio. Già, perché – è la domanda che fa da sottofondo al filmato – non è stato ancora realizzato il tribunale vaticano che avrebbe dovuto processare quei vescovi accusati di atteggiamenti omertosi verso gli orchi? Un progetto avanzato dalla Commissione pontificia per la tutela dei minori e approvato dallo stesso Francesco l’anno scorso ma poi finito misteriosamente nel dimenticatoio. “Dietro l’altare” è il titolo della sconvolgente inchiesta internazionale dello storico John Dickie sui casi di pedofilia nella Chiesa. Il filmato Sky andrà in onda il 26 luglio alle 21,10 in prima tv mondiale. L’inchiesta si è sviluppata in Francia, in Italia, negli Stati Uniti, in Germania, in Honduras, in Argentina. «Vescovi e cardinali omertosi non solo non sono stati puniti ma sono stati pure promossi» ha spiegato l’autore.
Il viaggio di Dickie inizia da Lione e ha come sottofondo una frase di Papa Francesco («non dobbiamo tollerare gli abusi sui minori. Dobbiamo difendere i minori. Dobbiamo punire severamente gli abusatori»). A Lione davanti alle telecamere la vittima di padre Prenant, Alexandre Ezez, un uomo di 44 anni, documenta non solo come avvenivano le violenze quando era un piccolo scout, ma di come la Chiesa lionese abbia cercato di tacitare le cose per non creare scandali, tanto che a distanza di tanti anni Alexandre, scoprendo che padre Prenant era ancora prete e continuava indisturbato ad avere contatti con i bambini, contattà il cardinale di Lione Barbarin per informarlo. Per avvertirlo. Scoprendo così che dal 1991 la diocesi di Lione sapeva tutto dell’inclinazione pedofila di Prenant. L’orco aveva abusato bambini già dal seminario. Più di 70 denunce in tutto. «Eppure la diocesi non si è fatta promotrice di una linea severa a tutela dei bambini», certifica una giornalista del quotidiano cattolico La Croix che a sua volta in passato aveva condotto una approfondita inchiesta. Morale: padre Prenant solo l’anno scorso è stato sospeso a divinis ma il cardinale Barbarin è ancora saldamente al suo posto.
Il filmato nella parte italiana mette in evidenza come sia ancora impossibile avere dei dati certi sui preti che finora sono stati ridotti allo stato laicale a causa di problemi con la pedofilia. Poi si parla del clamoroso caso di don Inzoli, il prete di Cl che solo recentemente è stato ridotto allo stato laicale. In prima istanza Papa Bergoglio era intervenuto per impedire che fosse ridotto allo stato laicale. Di fronte alle testimonianze ha poi detto ai suoi collaboratori di essere stato informato male. «Chi lo ha informato male?» si chiede l’autore del filmato che subito dopo aggiunge. «Cosa vuole fare Papa Bergoglio con la pedofilia?».
Un comunicato della diocesi di Lione diffuso oggi, rende noto di “aver ufficialmente preso conoscenza del decreto di archiviazione emesso l’11 dicembre 2016 dal procuratore della Repubblica di Lione a beneficio del card. Philipe Barbarin, non avendo l’inchiesta riscontrato alcuna infrazione penale da parte dell’interessato”. L’inchiesta, aperta da una denuncia del febbraio 2016, vedeva il cardinale accusato di “non aver denunciato un’aggressione sessuale e non aver assistito la persona in pericolo in relazione ai fatti imputati a padre Jérôme Billioud nel 1990 e 1993”, spiega la nota della diocesi. Il tribunale di Lione ha ritenuto che non vi sia stata “alcuna violazione” perché il denunciante aveva rispettivamente 17 e 20 anni al momento dei fatti, e perché il card. Barbarin, incontrandolo l’unica volta nel 2009, aveva consigliato “a quest’uomo nel frattempo maggiorenne, di sporgere denuncia”, cosa che era stata fatta. La diocesi auspica che “i media, che avevano ampiamente riportato le accuse del 2016 siano mossi dalla stessa preoccupazione” di informare riguardo la decisione dei giudici di archiviare la denuncia. “Il card. Barbarin si rallegra che la magistratura abbia portato un po’ di verità e di pace dopo le polemiche appassionate e talvolta diffamatrici” si legge ancora nel comunicato che ricorda che il caso di padre Billioud nel 2009 era stato archiviato dalla giustizia, ma che il cardinale aveva ritenuto non opportuno che gli fossero affidate responsabilità pastorali. Il cardinale chiede “siano rispettati i suoi diritti e le decisioni legali che lo riguardano” e ribadisce “il suo profondo sostegno, la disponibilità e la compassione verso tutte le vittime”.
Parigi. La diocesi francese di Saint Etienne ieri martedì 4 luglio ha denunciato i sospetti abusi sessuali commessi su tre minorenni negli anni ’80 dello scorso secolo da un prete che oggi ha 84 anni: i fatti sarebbero prescritti dalla legge, ma la diocesi ha ugualmente deciso di sospendere il religioso dal suo ministero; il vescovo, monsignor Sylvain Bataille, ha dichiarato di aver parlato con il prete sotto accusa, il quale gli avrebbe confessato di essere colpevole.
Le prime denunce contro l’ormai anziano religioso furono presentate all’inizio degli anni 2000, ma non hanno mai avuto seguito; la vicenda aveva suscitato un vasto scandalo in Francia sull’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti degli episodi di pedofilia, spingendo infine le gerarchie ecclesiastiche ad adottare un nuovo codice di condotta per contrastare il fenomeno.