Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Storia del prete analista che abusava dei pazienti (e messo d’accordo Vaticano e psicanalisi)

    Storia del prete analista che abusava dei pazienti (e messo d’accordo Vaticano e psicanalisi)

    Una delle vittime racconta che anni dopo gli abusi ebbe un colloquio con il suo carnefice, il sacerdote psicanalista Tony Anatrella, “per sapere come spiegava che vi fossero stati dei rapporti sessuali nell’ambito di una terapia”. “Lui – ricostruisce l’ex allievo del Seminario della Missione di Francia – cerca di intellettualizzare o di filosofeggiare sui termini, e di spiegarmi che non si può parlare di ‘rapporti sessuali’ e mi cita il nome di un terapista americano ai cui lavori si appoggia. Allora gli chiedo se è così che cura di solito le persone che vanno da lui. Mi dice che sono stato l’unico. Gli chiedo allora che cosa mi ha fatto meritare questa terapia così particolare. Mi risponde: ‘perché è lei che me l’ha chiesta’. Ed aggiunge: ‘forse mi sono sbagliato’. Anche se è una risposta che non è da terapista, mi ci è voluto molto tempo per capire che no, non l’avevo chiesta io”.

    C’è anche questa storia negli atti del tribunale supremo della Segnatura Apostolica, massimo organo giudiziario della Santa Sede, che ha affidato ai giudici ecclesiastici di Tolosa il compito di processare il sacerdote psicanalista francese.

    Abusi sessuali durante la terapia equiparati a violenze sui minori

    E per una volta la Chiesa Cattolica si è trovata d’accordo con le grandi scuole di psicanalisi: il codice di diritto canonico infatti equipara gli abusi sessuali su chi non è in grado di difendersi a quelli sui minori, classificandoli entrambi come “delicta graviora”. Anche per le teorie psicanalitiche “il passaggio all’azione sessuale da parte di un analista, è considerato alla stregua di un atto di pedofilia”, dal momento che “la posizione del terapeuta è di tipo parentale, per la regressione indotta dal trattamento e l’instaurazione del transfert”.

    Padre Tony Anatrella sotto processo

    Padre Anatrella è stato consultore fino allo scorso 31 dicembre del Pontificio Consiglio per la famiglia. Le accuse di abusi sessuali provengono da “diverse vittime” violate nel corso di sedute psicoterapeutiche, uscite allo scoperto dopo l’appello del cardinale di Parigi (diocesi nella quale è incardinato Anatrella): “chi sa parli”.

    La notizia dell’apertura del procedimento dunque era attesa: da dieci anni circolavano dossier sulle “strane terapie” praticate dal personaggio. Ma i documenti sui suoi abusi non hanno impedito al sacerdote, oggi 75enne, di affermarsi nel mondo cattolico come uno “tra i massimi studiosi mondiali del ‘rischio gender’, autore di numerosi saggi sul tema”.

    Personaggio controverso ma anche esperto affermato

    Proprio ad Anatrella era stato affidato, ad esempio, il commento che ha corredato il (contestato) Documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica sulla non ammissione dei gay al sacerdozio, pubblicato il 29 novembre 2005 con l’esplicita autorizzazione di Benedetto XVI che lo aveva richiesto.

    A febbraio dell’anno scorso, poi, monsignor Anatrella era finito sui giornali perché ad un corso di aggiornamento per nuovi vescovi, aveva affermato che per la Chiesa l’obbligo di denuncia non esiste. “Per il Vaticano, i vescovi cattolici non sono obbligati a denunciare gli abusi del clero sui bambini”, ha riassunto il quotidiano britannico The Guardian. Ad Anatrella replicò il cardinale Sean O’Malley, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, che in una nota a nome dell’organismo voluto da Francesco affermò che vige invece la “responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili”.

    Le denunce presentate all’arcidiocesi di Parigi

    “Nel 2006 – spiega l’arcidiocesi di Parigi sul suo sito internet – padre Tony Anatrella è stato accusato per via mediatica da suoi ex pazienti per pratiche che sarebbero state utilizzate nel quadro della sua attività professionale come psicoanalista”. “Di fronte a queste accuse anonime, l’arcivescovo di Parigi, nel mese di maggio, ha incoraggiato le persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia”. A quel punto la diocesi di Parigi è stata contattata da diverse persone tra maggio e ottobre 2016.

    “All’inizio dell’estate, il cardinale André Vingt-Trois – spiega ancora la diocesi di Parigi – ha istituito una commissione con il compito di raccogliere le denunce e valutare tutti gli elementi insieme. La Commissione, presieduta dal vescovo Eric de Moulins-Beaufort, vescovo ausiliare di Parigi, ha ricevuto tutti coloro che lo desideravano. Ha anche ascoltato padre Anatrella, che ha 75 anni, ed un rapporto è stato presentato all’arcivescovo alla fine dell’anno”.

    Il processo presso il tribunale ecclesiastico di Tolosa

    “Sulla base di tale rapporto – precisa la diocesi – il cardinale Vingt-Trois ha ritenuto necessario aprire un processo canonico. Ne ha informato le autorità romane interessate. Poiché Tony Anatrella ha collaborato in passato con il Tribunale ecclesiastico provinciale di Parigi, il cardinale Vingt-Trois ha chiesto al Tribunale della Segnatura Apostolica, istituzione della Santa Sede attualmente presieduta dal cardinale francese Dominique Mamberti, di affidare la procedura ad un altro Tribunale. Così alla fine di gennaio il dossier è approdato al Tribunale ecclesiastico inter-diocesano di Tolosa. Sul piano civile, il cardinale Vingt-Trois, alla fine del 2016, ha segnalato al procuratore di Parigi di aver aperto il processo canonico”.

    http://www.agi.it/blog-italia/il-papa-pop/2017/03/03/news/storia_del_prete_analista_che_abusava_dei_pazienti_e_messo_daccordo_vaticano_e_psicanalisi_-1546592/

  • Pretendere che i sacerdoti non abusino di minori è contrario alla fede? Lo chiedo alla Congregazione che dovrebbe difenderla

    Pretendere che i sacerdoti non abusino di minori è contrario alla fede? Lo chiedo alla Congregazione che dovrebbe difenderla

    Che cosa pretende un credente da un sacerdote della sua Chiesa? A nessuno qualche anno addietro sarebbe venuto in mente di dire: «Che non commetta crimini». Si tratta di una cosa talmente scontata che a precisarla ti saresti sentito un po’ pazzo e un po’ blasfemo, comunque irrispettoso della tua Chiesa. Oggi, se sei cattolico, lo devi precisare. Oggi, se si cattolico, devi gridare a gran voce che non vuoi che un sacerdote della tua Chiesa abusi sessualmente di minori, tra i crimini, probabilmente il più viscido, il più disonorante, il più oltraggioso. Laceri un’anima per sempre. Ti servi del corpo di un bambino per il piacere di un istante che se non fossi depravato non riusciresti nemmeno a provare.

    È dal gennaio del 2002 che il tema dei preti pedofili è sui media: The Boston Globe iniziò un’inchiesta che vide coinvolti 89 sacerdoti, di cui 55 vennero rimossi dall’incarico. Questo nella sola Boston, la città più europea degli States, quella della grande aristocrazia bianca, talmente europea e talmente bianca da delirare quanto quella del Vecchio Continente sul proprio superomismo ancor prima che Nietzsche fosse in età di leggere e scrivere, quella delle jamesiane Olive Canchellor e Verena Tarrant, quella di Ralph Waldo Emerson e di Benjamin Franklin.

    Bene, ieri, a quindici anni dalla scoperta della vergogna che costò il fallimento per risarcimento a tre diocesi e le dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law e che si protrasse per anni rivelando lo scempio in Irlanda, Germania, Spagna, Regno Unito, Svizzera, Francia e Malta, ieri, mercoledì delle ceneri, si è dimessa la sola vittima di abusi rimasta nella pontificia Commissione per la protezione dei minori istituita nel 2014 da Francesco per contrastare le pedofila nel clero: Marie Collins.

    Nella sua lettera resa pubblica indirizzata al Papa si legge: «la mancanza di collaborazione, in particolare del dicastero coinvolto più da vicino con i casi di abusi, è stata vergognosa». Sta parlando della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio, fabbrica di torture e condanne inappellabili, dal carcere a vita al rogo, per decenni e decenni, per secoli.

    Mi sono chiesto più volte come ha potuto una Chiesa arroccata nei propri privilegi eleggere al soglio pontificio un riformatore come Papa Francesco, e la risposta è che il monarca della Città del Vaticano è un re fantoccio. Può fare di tutto tranne ciò che vuole.

    A presto.

    http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2017/03/02/pretendere-che-i-sacerdoti-non-abusino-di-minori-e-contrario-alla-fede/25252/

  • Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?

    Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?

    Chi violenta un minore non “offende” solo la castità (come dice il catechismo) ma compie un vero e proprio “delitto”.

    di David Gabrielli

    La questione della pedofilia del clero cattolico rimbalza, da qualche tempo, sulle prime pagine dei giornali, ed è tema di libri di successo. Essa – la violenza sessuale su bambini e adolescenti (seppure per questi si dovrebbe parlare di efebofilia) – non è affatto una “esclusiva” del clero; avviene soprattutto in famiglia, o col “turismo sessuale” in paesi esotici, praticata da gente che svolge le professioni più variegate e, di norma, è coperta da un’insuperabile omertà. Tristissimo fenomeno sul quale di solito si tace.

    Venendo poi al clero, la pedofilia non è “caratteristica” di quello cattolico, perché tocca egualmente ecclesiastici di altre confessioni. In ambito cattolico, infine, la quantificazione del fenomeno varia da paese a paese. Grosso modo, si può prendere come punto di riferimento quanto nel 2009 affermava il cardinale brasiliano Cláudio Hummes, allora prefetto della Congregazione per il clero: «In alcune diocesi la pedofilia coinvolge il 4% del clero». Dunque, una piccola minoranza. Sarebbe perciò sommamente ingiusto considerare la pedofilia una peste che infetta l’intero clero. Ma, quand’anche si trattasse di un solo caso, sarebbe tremendo per chi, per missione, annunzia l’Evangelo.

    Da qui il clamore suscitato da casi come quelli della diocesi di Boston, rigorosamente descritti dal film Spotlight: per l’opinione pubblica cattolica statunitense, che in generale ha un’alta stima del prete, è stato uno shock apprendere che un sacerdote (parroco o educatore), al quale dai genitori con fiducia totale era stato affidato un ragazzo/a, ha compiuto su questi/a violenza sessuale. Il cardinale arcivescovo, Bernard F. Law (dimessosi nel 2002), era a conoscenza del “vizietto” di alcuni preti pedofili ma, invece di denunciarli, li aveva spostati da una parrocchia all’altra, ove essi avevano seguitato a violentare adolescenti. E la Santa Sede, alla quale infine dalle diocesi arrivavano le segnalazioni? Fin quasi alla fine del secolo scorso, i casi di preti pedofili erano trattati con riserbo massimo: l’urgenza, però, non era quella di difendere le vittime, ma di coprire lo scandalo perché il “buon nome” della Chiesa non fosse macchiato.

    Tuttavia, l’eco suscitata, soprattutto in Nordamerica, da alcuni casi, e dai risarcimenti milionari che alcune diocesi hanno dovuto sborsare per cause portate in tribunale, ha costretto il Vaticano a cambiar rotta: e da Giovanni Paolo II in poi la questione è stata affrontata di petto, sia pure non senza ritardi e contraddizioni. «Tolleranza zero per i preti pedofili»: questo, ora, il principio che guida l’azione vaticana, per estirpare un comportamento malefico che Francesco ha definito «mostruosità assoluta e orrendo peccato».

    E, per il passato, un colpo di spugna? Così è accaduto in molti paesi; ma vi sono eccezioni. Le Conferenze episcopali del Canada (e, qui, anche la Chiesa anglicana), dell’Irlanda, della Francia e della Svizzera hanno fatto un pubblico “mea culpa”, seppure non sempre con adeguata franchezza. I vescovi d’Oltralpe hanno costituito una “Commissione nazionale indipendente” per occuparsi della pedofilia del clero, composta di magistrati, psicologi e familiari delle vittime. E, in Svizzera, il 5 dicembre nella basilica di Valère (Sion) i vescovi hanno organizzato una giornata di penitenza in espiazione «degli abusi sessuali [dei preti], del silenzio e della mancanza di aiuto alle vittime»; e, per indennizzare i reati “prescritti”, hanno istituito un fondo di cinquecentomila franchi.

    E in Italia? Qui la Conferenza episcopale sembra partire dal presupposto che «da noi non è come altrove», ipotesi minimalista smentita da molti fatti. Per smuovere tale imbarazzante status quo il movimento riformista cattolico “Noi siamo Chiesa” ha suggerito ai vescovi: 1) l’istituzione di una Commissione come quella pensata dai francesi, e una “giornata nazionale di penitenza”; 2) una riflessione autocritica sul passato, e il riconoscimento che sono insufficienti le “Linee guida” stabilite dalla Cei nel 2012 e ’14; 3) l’impegno di denunciare alla magistratura i fatti sicuri.

    Stella polare per la Cei non può essere semplicemente il Catechismo cattolico, che definisce lo “stupro” su minori una “offesa contro la castità” (n. 2356); deve essere il Codice italiano, per il quale la violenza sessuale su minori è un “delitto” contro la persona.

    Pedofilia del clero, “peccato” o “delitto”?

  • Il diritto – mancato – dei minori: fallimento del sistema giudiziario europeo

    Il diritto – mancato – dei minori: fallimento del sistema giudiziario europeo

    Ogni anno circa 2,5 milioni di minori nell’Unione eruopea sono coinvolti, come vittime, testimoni o parti interessate, in procedimenti giudiziari che possono riguardare battaglie per l’affido nelle cause di divorzio o casi di abuso o sfruttamento sessuale.

    La relazione ‘Giustizia a misura di minore: punti di vista ed esperienze dei minori coinvolti in procedimenti giudiziari’ individua sia gli ostacoli cui fanno fronte i minori sia le possibili soluzioni, nonché alcune pratiche promettenti già in uso negli Stati membri dell’Unione europea.

    Il rapporto, che si basa sulle interviste a quasi 400 minori di nove paesi Ue, rivela che i giovani non sempre si sentono protetti dal sistema giudiziario.

    Astrid Podsiadlowski, autore del dossier, spiega a Euronews che alcuni bambini intervistati non avevano detto tutto durante le deposizioni alla polizia, perché non era stata spiegata loro l’importanza della deposizione per perseguire i trasgressori. Un fase spesso cruciale, soprattutto nei casi di abuso sessuale in cui la vittima è spesso l’unica testimone.

    I più piccoli lamentano anche comportamenti ostili e irrispettosi da parte di avvocati, giudici o funzionari di polizia.

    In Francia, un bambino vittima di abuso sessuale ha deciso di non denunciare perché il poliziotto usava ripetutamente la parola stupro con un tono duro e ostile.

    I minori hanno sottolineato l’importanza del proprio diritto a essere ascoltati con comprensione e rispetto. Ciò rimanda alla necessità di orientamenti chiari e pratici nonché di una formazione per tutti i professionisti che hanno a che fare con i minori. I minori hanno espresso la volontá di ricevere informazioni costanti, nel corso di procedimenti spesso lunghi, in merito agli sviluppi del caso e ai propri diritti. Da qui l’esigenza di fornire informazioni adeguate all’età prima, durante e dopo il processo.

    Dai colloqui è emerso chiaramente che in molte situazioni i bambini non si sentono a proprio agio né al sicuro. In tal senso, è fondamentale che gli Stati membri ricorrano a garanzie procedurali rispondenti ai bisogni dei minori in casi estremi come quelli riguardanti la violenza domestica o gli abusi sessuali, ma anche nei numerosi casi di affido nell’UE. Tali garanzie possono prevedere sedi di audizione a misura di minore, collegamenti video o elementi probatori preregistrati nonché la protezione dei dati personali dei minori dai mezzi di comunicazione e dal pubblico.

    I risultati si basano sui colloqui condotti con minori di nove Stati membri (Bulgaria, Croazia, Estonia, Francia, Germania, Polonia, Regno Unito, Romania e Spagna).

    http://it.euronews.com/2017/02/21/il-diritto-mancato-dei-minori-il-fallimento-del-sistema-giudiziario-europeo

  • Francia: arcidiocesi di Parigi apre processo canonico nei confronti di padre Tony Anatrella

    Francia: arcidiocesi di Parigi apre processo canonico nei confronti di padre Tony Anatrella

    L’arcidiocesi di Parigi ha deciso di aprire un processo canonico nei confronti di padre Tony Anatrella, noto sacerdote psichiatra e psicanalista, di 75 anni, accusato di aggressione sessuale nel quadro della sua attività professionale. A confermalo al Sir è l’arcidiocesi stessa. “Nel 2006 – spiega l’arcidiocesi di Parigi – padre Tony Anatrella è stato accusato per via mediatica da suoi ex pazienti per pratiche che sarebbero state utilizzate nel quadro della sua attività professionale come psicoanalista”.
    “Di fronte a queste accuse anonime, l’arcivescovo di Parigi, nel mese di maggio, ha incoraggiato queste persone ad uscire fuori dall’anonimato, a mettersi in contatto personalmente con la diocesi di Parigi e presentare denuncia alla giustizia”. A quel punto la diocesi di Parigi è stata contattata da diverse persone tra maggio e ottobre 2016. “All’inizio dell’estate, il cardinale André Vingt-Trois – spiega ancora la diocesi di Parigi – ha istituito una commissione con il compito di raccogliere le denunce e valutare tutti gli elementi insieme. La Commissione, presieduta dal vescovo Eric de Moulins-Beaufort, vescovo ausiliare di Parigi, ha ricevuto tutti coloro che lo desideravano. Ha anche ascoltato padre Anatrella ed un rapporto è stato presentato all’arcivescovo alla fine dell’anno”. “Sulla base di tale rapporto – precisa la diocesi – il cardinale Vingt-Trois ha ritenuto necessario aprire un processo canonico. Ne ha informato le autorità romane interessate. Poiché Tony Anatrella ha collaborato in passato con il Tribunale ecclesiastico provinciale di Parigi, il cardinale Vingt-Trois ha chiesto al Tribunale della Segnatura Apostolica di affidare la procedura ad un altro Tribunale. Quest’ultimo ha designato alla fine di gennaio il Tribunale ecclesiastico inter-diocesano di Tolosa, al quale sono stati trasmessi i documenti. Sul piano civile, il cardinale Vingt-Trois, alla fine del 2016, ha segnalato al procuratore di Parigi di aver aperto il processo canonico”. La diocesi ricorda anche che padre Anatrella è un sacerdote della diocesi di Parigi, in una missione per lo studio e la ricerca. Non ha esercitato il suo ministero nella diocesi e saltuariamente ha dato lezioni al Collège des Bernardins, che “sono state sospese”.

    http://agensir.it/quotidiano/2017/2/21/francia-arcidiocesi-di-parigi-apre-processo-canonico-nei-confronti-di-padre-tony-anatrella/

  • Violentato 200 volte dal suo prete

    Violentato 200 volte dal suo prete

    Un friborghese racconta il suo incubo in un libro. La prefazione è di Papa Francesco

    FRIBURGO – Ha subito abusi sessuali circa 200 volte da un prete che, secondo lui, avrebbe agito su più di 100 altre vittime. Daniel Pittet testimonia della sua battaglia contro gli abusi sessuali in un libro che uscirà da giovedì (per ora solo in francese).

    Friburghese di 57 anni, ha incontrato Papa Francesco nel 2015, il quale ha accettato di scrivere la prefazione della sua opera “Mon Père, je vous pardonne”, evidenziando come «le testimonianze come la sua mettono luce su una terribile oscurità nella vita della Chiesa», continuamente toccati da scandali legati alla pedofilia.

    Pittet aveva aspettato circa 20 anni prima di convincersi a denunciare il tutto alla giustizia ecclesiastica, cioè quando venne a conoscenza che Joël Allaz, frate cappuccino svizzero, aveva abusato di un’altra persona. Il prete fu immediatamente trasferito in Francia (1989). Grazie ad altre rivelazioni, nel 2008 la polizia aprì un’inchiesta e accertò 24 vittime di abusi sessuali (nella maggior parte dei casi caduti in prescrizione) commessi fra il 1954 e il 1995 in Svizzera e in Francia. Allaz scontò 2 anni di prigione con la condizionale nel 2011.

    Pittet, che venne riconosciuto vittima e fu indennizzato, non è però soddisfatto della pena, anche perché il frate cappuccino, oggi 76enne, «non è mai stato allontanato dalla Chiesa e può uscire quando vuole dal proprio convento. E un pedofilo perverso lo rimane per tutta la vita».

    http://www.tio.ch/News/Svizzera/Attualita/1130891/Violentato-200-volte-dal-suo-prete

  • «Ero un pedofilo, lo sapevano. Ma sono stato ordinato prete»

    «Ero un pedofilo, lo sapevano. Ma sono stato ordinato prete»

    Il raccondo di un sacerdote condannato, ed espulso dalla Chiesa. Testimonianza, la sua, inquietante e rara

    PARIGI – «Non ero un prete pedofilo, ero un pedofilo che è stato ordinato sacerdote». È lucido e agghiacciante il racconto del sacerdote, condannato per pedofilia, intervistato da France 3. L’uomo ha ripercorso i momenti salienti della sua vita, spiegando come la carriera all’interno della Chiesa non sia stata ostacolata dai suoi impulsi, ben noti ai superiori.

    Prima d’essere ordinato prete, l’uomo ha ammesso la sua “passione” per i «toccamenti». «Questo è quello che i preti mi hanno detto: “Fai attenzione”. In nessun momento mi hanno fatto notare che le mie vittime potessero risentirne».

    L’uomo racconta di essere stato ordinato prete nel 1981. A quel tempo i suoi impulsi pedofili erano già noti, ma è diventato cappellano per i giovani (presso università e licei in Francia). Una «autorità della cecità e dell’incoscienza», sussurra, riconoscendo di aver abusato, all’epoca, di diversi minori.

    Sono state le lamentele da parte delle vittime a far sì che venisse spostato in modo che non avesse più contatti con i bambini.

    A quel punto assicura di aver interrotto le sue azioni. Nel 2006, è stato però giudicato e condannato a 15 mesi di carcere. È proprio prendendo contatto con le vittime che è diventato veramente consapevole «dei danni che si possono fare alla vita degli altri».

    http://www.tio.ch/News/Estero/Cronaca/1130662/-Ero-un-pedofilo-lo-sapevano–Ma-sono-stato-ordinato-prete-

  • Per la prima volta svelati i numeri dei preti pedofili francesi

    Per la prima volta svelati i numeri dei preti pedofili francesi

    In Francia, dalla fine degli anni ’60 ad oggi, almeno 222 bambini sono stati vittime di abusi da parte dei preti cattolici. A svelare questi dati, il primo censimento del Consiglio Episcopale d’Oltralpe (CEF) sul numero di minori finiti nelle grinfie degli orchi dietro i confessionali, che ha raccolto le voci di chi si è rivolto ai centri d’ascolto istituiti nelle diocesi a partire da aprile 2016. Secondo i numeri, il 60% delle testimonianze riguarda fatti antecedenti al 1970, il 35% tra il 1970 e il 2000 e il 4% dal 2000 ai giorni nostri. Molti degli autori degli abusi sono ormai deceduti – si legge nel comunicato stampa della CEF – ma altri stanno già facendo i conti con la legge. Dai dati risulta, infatti, che 9 sacerdoti e diaconi sono attualmente dietro le sbarre. 37 hanno finito di scontare la loro pena, mentre 26 sono sotto processo.

  • “Abbattere il muro del silenzio”, guida anti-pedofilia dei vescovi francesi

    “Abbattere il muro del silenzio”, guida anti-pedofilia dei vescovi francesi

    Le linee per combattere gli abusi: accentuare la vigilanza e considerare gli atti passati non denunciati o ritenuti prescritti. Cooperare con l’autorità giudiziaria.

    ANDREA TORNIELLI
    ROMA

    La Conferenza episcopale francese (Cef) ha pubblicato nuove e più severe linee guida per contrastare il fenomeno della pedofilia. «L’attualità ci ha spinti ad andare oltre, accentuando la vigilanza e prendendo maggiormente in considerazione gli atti passati, non denunciati o ritenuti prescritti, che continuano per lungo tempo a fare soffrire le vittime», afferma il presidente dei vescovi, Georges Pontier, arcivescovo di Marsiglia. Una sintesi del documento, a firma di Charles De Pechpeyrou, viene pubblicata su «L’Osservatore Romano». In Francia hanno fatto discutere e suscitato molte polemiche casi del passato che hanno portato alla luce sottovalutazioni e omissioni.

    «Di recente – spiega l’arcivescovo Pontier – le norme della giustizia statale ed ecclesiale sono state rafforzate. La Cef ha istituito nuovi strumenti affinché ogni pedofilo colpevole sia messo in grado di non commettere più azioni recidive nell’ambito di una missione ecclesiale». Nella nuova edizione della guida «Lottare contro la pedofilia» vengono dunque aumentati gli strumenti per contrastare il fenomeno. Il sussidio è stato preparato da un gruppo di lavoro presieduto da monsignor Luc Crepy, vescovo di Le Puy-en-Velay.

    All’inizio del piccolo libro vengono offerti dei consigli alle persone che lavorano a contatto con i minori, per sviluppare una «sana relazione educativa», un legame di fiducia che non degeneri in una situazione di prevaricazione. Tra i criteri: una relazione educativa casta, che non eserciti nessuna forma di forza o di dominio sull’altro, vissuta nell’apprendimento della libertà, in una dinamica di alleanza, dove l’educatore si mette di lato affinché cresca la persona della quale si prende cura, e infine un’apertura al senso della legge, che aiuti a stabilire una distanza tra il soggetto e i suoi immediati desideri. Tre i divieti fondamentali: la fusione, la menzogna e la violenza, a cui corrispondono specularmente in senso positivo la giusta distanza, la verità e il rispetto.

    Alla domanda sul come e perché una relazione dell’adulto con il bambino possa degenerare, non c’è risposta univoca. La pedofilia, spiegano gli autori, è un fenomeno complesso, che implica aggressori dei quali non esiste un profilo tipo. In ogni caso, tutti gli abusi compiuti contro bambini – ma anche contro adulti – ignorano totalmente criteri quali la libertà e l’uguaglianza tra i soggetti: «Non esistono desiderio, consenso e reciprocità, che fanno spazio allo spavento, l’angoscia e la paura», affermano i curatori della guida.

    Un capitolo del documento è dedicato al tema del celibato, spesso sollevato nelle polemiche mediatiche, quasi che l’avere un clero uxorato potesse contrastare il fenomeno degli abusi. In realtà «ci sono più casi di pedofilia che coinvolgono uomini sposati che persone celibi». Le tendenze o pulsioni dei pedofili «sono dell’ordine della perversione, indipendentemente dal fatto che siano sposati o celibi», si legge nel testo.

    La guida, di circa 60 pagine, si occupa anche degli aspetti giuridici, elencando nei particolari le sanzioni penali della giustizia statale che puniscono gli atti pedofili, come pure le sanzioni previste dal diritto canonico. «Quando un chierico è oggetto di procedimenti penali da parte dello stato, il vescovo dovrà innanzitutto prendere misure provvisorie per sospenderlo dalle sue funzioni oppure limitare le sue attività, e riferirà subito alla Congregazione per la dottrina della fede, che deciderà se giudicare il caso oppure rinviarlo per giudizio al vescovo coinvolto». Inoltre, «bisognerà preferibilmente prendere una decisione su eventuali sanzioni canoniche solo dopo la fine della procedura statale».

    I vescovi francesi bollano come «inaccettabile» il silenzio. Quello della vittima, ma anche dell’aggressore, dei suoi genitori e delle istituzioni coinvolte, tra cui la Chiesa. Oltre ai gravissimi traumi che lasciano indelebilmente nei bambini e nei ragazzi gli abusi sessuali, «i ricercatori hanno anche dimostrato il ruolo pericoloso del silenzio in questi casi. Abbattere il muro del silenzio contro il quale urtano le vittime diventa così una priorità assoluta». È difficile per queste persone, denunciare l’aggressore, soprattutto quando esercita su di loro un’autorità, oppure quando rappresenta un riferimento morale agli occhi di tutti. I bambini spesso tacciono perché si sentono essi stessi colpevoli o perché sono indotti a credere che ciò che hanno subito sia normale.

    Per quanto riguarda le indicazioni concrete da seguire, la guida ne indica tre: prevenire, agire e reagire, comunicare. A proposito del rapporto problematico tra obbligo di denunciare fatti di cui si è a conoscenza e il segreto d’ufficio, una facoltà riconosciuta, nel diritto francese, ai ministri di culto, nella guida si legge: «Stante la giurisprudenza attuale occorre precisare da una parte che il segreto di ufficio si applica certamente alle confidenze fatte durante la confessione a un ministro di culto, escluso ogni fatto di cui si è venuto a conoscenza nell’ambito di un’indagine canonica o ammesso in modo non spontaneo; e dall’altra parte che il segreto di ufficio non può essere addotto in modo da contrapporsi alle indagini materiali dal giudice istruttore, che deve disporre della cooperazione di ognuno, senza eccezioni, nella ricerca della verità». Un chiaro invito a cooperare pienamente con l’autorità giudiziaria.

    Gli educatori non devono dimenticare che «la protezione del bambino e del giovane è la priorità assoluta: sin dall’inizio ci si sposterà dal lato della vittima e del più debole». La vittima deve essere al centro dell’attenzione, dunque. Occorre «prevenire ogni situazione di rischio, allontanando» l’aggressore «definitivamente da ogni contatto con bambini e giovani e garantendogli un’attività professionale stabile e un’integrazione sociale duratura. Questo nuovo posto nella società, però, deve essere monitorato con la massima vigilanza, anche dopo tanti anni senza recidiva».

    Illuminante anche la parte dedicata alla comunicazione, considerata parte della lotta al fenomeno. La guida afferma che mai bisogna cercare di difendere l’istituzione a prescindere. «Il mezzo più efficace per eliminare questo sospetto è accettare che questa comunicazione sia un’occasione di riconoscere delle debolezze, se non addirittura delle colpe, nell’azione della Chiesa». La Chiesa deve tornare a essere «una casa sicura» per i bambini e i giovani.

    http://www.lastampa.it/2017/01/23/vaticaninsider/ita/nel-mondo/abbattere-il-muro-del-silenzio-guida-antipedofilia-dei-vescovi-francesi-yt0yHMHfqRTilIq1xCWaRO/pagina.html

  • Così il Vaticano protegge i preti pedofili

    Così il Vaticano protegge i preti pedofili

    Alti prelati del Vaticano, italiani e stranieri. Molto vicini a papa Francesco. Che per anni hanno insabbiato le violenze sessuali sui minori da parte degli orchi con la tonaca. Lo rivela “Lussuria”, il nuovo libro del giornalista processato dalla Santa Sede per Vatileaks. Che fa luce su responsabilità, silenzi e omertà

    DI EMILIANO FITTIPALDI

    Tre cardinali che hanno protetto sacerdoti pedofili sono stati promossi nel C9, il gruppo di nove alti prelati che assistono papa Francesco nel governo della Chiesa Universale. Altre quattro porpore italiane e straniere che non hanno denunciato predatori seriali e che hanno cercato di proteggere le casse della Chiesa dalle richieste di risarcimenti alle vittime, sono ascesi sulla cima della scala gerarchica della Santa Sede. In Italia, Spagna, Francia, Belgio e Sud America altri vescovi insabbiatori sono stati premiati con incarichi importanti, o graziati di recente con sentenze canoniche discutibili.

    Insomma, se il Vaticano ha dichiarato da tempo guerra aperta ai crimini sessuali dei suoi preti nei confronti di bambini e ragazzine («una battaglia cruciale, che va vinta ad ogni costo», ha detto e ripetuto papa Francesco fin dall’inizio della sua elezione al soglio petrino) a quasi quattro anni dall’inizio del pontificato di Bergoglio la lotta mostra più di una crepa. Non solo per alcune nomine che appaiono sorprendenti, ma anche perché il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi “verosimili” di predatori e molestatori di minorenni.

    Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009: il trend dimostra come il cancro non è stato affatto estirpato.
    Se delle denunce, delle vittime e dei carnefici non si sa praticamente nulla (ancora oggi i processi canonici sono sotto segreto pontificio, e chi tradisce la regola del silenzio rischia pene severissime, scomunica compresa), e se la commissione antipedofilia voluta da Francesco si è riunita in sede plenaria solo tre volte dalla sua nascita nel 2014 senza essere riuscita nemmeno a inserire nelle norme vaticane l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria, in “Lussuria”, il libro che uscirà per Feltrinelli giovedì 19 gennaio, si raccontano storie inedite di insabbiamenti di altissimi prelati in tutto il mondo, di scandali sessuali coperti dal Vaticano per timore di ripercussioni mediatiche, del sistema di protezione messo in piedi in Italia e di lobby ecclesiastiche unite dagli interessi economici e dalle medesime inclinazioni sessuali.

    L’UOMO NERO IN VATICANO

    La storia di George Pell è emblematica. Il cardinale australiano è stato chiamato da Francesco a Roma con l’intento di “moralizzare” la corrotta curia romana. Pell, oggi, è il capo della potente Segreteria dell’Economia. Di fatto, il numero tre del Vaticano. Leggendo le carte della Royal Commission che sta indagando sui preti pedofili, i documenti riservati della vecchia diocesi della porpora, i bilanci della chiesa australiana e alcune lettere firmate dal prelato e dai suoi avvocati, non sembra che Bergoglio abbia puntato sull’uomo giusto. Non solo perché da qualche mese è accusato da cinque persone di aver commesso lui stesso abusi sessuali tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (il cardinale smentisce ogni responsabilità, con sdegno), ma perché troppe volte, di fronte a crimini sessuali di sacerdoti, negò alle vittime giustizia e compassione pur riconoscendo la veridicità delle loro denunce. Come scrive la commissione d’inchiesta, «mancò di agire equamente da un punto di vista cristiano». È certo che Pell cercò di minimizzare le violenze e di proteggere in ogni modo la cassaforte della sua diocesi dalle richieste di risarcimento dei sopravvissuti.George Pell

    I documenti dei giudici dell’organismo voluto dal governo australiano sono un pugno nello stomaco. Partiamo dal caso della famiglia Foster. Davanti alla tragedia dei genitori Anthony e Christine, le cui figlie Emma e Katie sono state violentate da bambine dal preside della loro scuola cattolica don Kevin O’ Donnell, Pell ha prima tentato di evitare ogni incontro faccia a faccia («se incontro la famiglia Foster poi dovrò incontrare anche le altre. Il mio tempo è molto limitato. Perché sono diversi dagli altri casi?», si chiede nel 1996 in una lettera spedita ai suoi avvocati), poi ha provato a chiudere la faccenda con un risarcimento di appena 50 mila dollari australiani, pari a 30 mila euro. La signora Foster ha raccontato ai giudici che durante il primo incontro a casa loro, Pell – di fronte alle rimostranze del marito che accusava l’allora arcivescovo di voler proteggere il portafoglio della Chiesa – rispose secco: «Se non ti va bene quello che siamo facendo, portaci in tribunale». «In un secondo incontro con altri genitori di piccoli abusati da padre O’ Donnell» si legge negli atti della commissione «la signora Foster ricorda che davanti a una domanda su perché alcuni noti pedofili servivano ancora nelle parrocchie di Melbourne, l’arcivescovo Pell rispose: «È tutto un pettegolezzo, finché non ci sono prove in tribunale; e io non do ascolto ai gossip».

    Il 26 agosto del 1998 Pell spedisce finalmente una lettera di scuse ai Foster, accompagnandola con l’offerta formale di risarcimento a favore della piccola Emma, formulata dall’avvocato di fiducia dell’arcidiocesi Richard Leder. Trentamila euro. «L’indennizzo è offerto dall’arcivescovo a Emma nella speranza che possano aiutare il suo recupero e fornire un’alternativa realistica a un contenzioso legale. Nel quale, altrimenti, ci difenderemo strenuamente». Ai genitori delle piccole, leggendo la missiva, sale la rabbia: sia per la cifra umiliante, sia per la minaccia – in caso di mancata accettazione della proposta – di «difendersi strenuamente». «Ammetto che sia stata un’espressione poco felice, ma credo che certe espressioni vadano lette in maniera non offensiva», ha detto Pell in un interrogatorio del 2014.

    SENZA MISERICORDIA

    I Foster, alla fine, si rassegnano. I soldi sono davvero pochi, ma li prendono. Serviranno a poco: nel 2008 Emma si è infatti suicidata con una dose letale di eroina, che le farà dimenticare per sempre le mani e gli occhi del suo vecchio preside.

    Trentamila euro, o meglio 50 mila dollari australiani, sono in realtà l’offerta massima consentita dal sistema di risarcimento creato dal braccio destro di Francesco, il cosiddetto “Melbourne Response”. Un tetto innalzato a 75 mila euro nel 2008. Analizzando i dati contabili dell’arcidiocesi della città si scopre che tra il 1996 e il marzo del 2014 le circa trecento vittime che hanno chiesto i danni per le violenze dei sacerdoti hanno ottenuto in media 32 mila dollari a testa, circa 20 mila euro. Il prezzo di una Fiat 500 accessoriata.

    Una miseria, anche perché l’arcidiocesi guidata fino al 2001 da Pell (nel marzo di quell’anno fu promosso vescovo di Sydney) è ricchissima. Controlla infatti due società, la Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, che hanno in pancia contanti, proprietà immobiliari come appartamenti e palazzi, e fanno investimenti azionari e obbligazionari a sette zeri. Sommando il valore delle entrate, solo nel 2013 sono stati incassati, tra profitti finanziari e beneficenza dei fedeli, oltre 108 milioni di dollari australiani, mentre gli asset attualmente controllati dall’arcidiocesi valgono quasi 1,3 miliardi. Esatto: 1,3 miliardi di dollari. In pratica, per chiudere i fastidiosi contenziosi sulla vicenda pedofilia dei preti della città, Pell e i suoi successori hanno rinunciato a una cifra complessiva di appena 10 milioni di dollari australiani, pari allo 0,7 per cento del patrimonio della diocesi.

    Qualche anno dopo aver accettato i soldi per le cure di Emma, i Foster decidono però di capire se la giustizia terrena sia meno avara di quella divina, e aprono un procedimento civile di fronte allo Stato di Victoria. Che capovolge la filosofia del Melbourne Response, riconoscendo come le cifre dei risarcimenti debbano essere molto più alte: alla fine della causa la Chiesa è costretta ad accettare una mediazione pagando i Foster ben 750 mila dollari.

    Quello di Emma non è l’unico caso che imbarazza Pell. Tra le decine di migliaia di carte della Royal Commission ci sono anche i documenti e i verbali che provano come la sua diocesi, mentre lesinava aiuto alle vittime, non faceva mancare sostegno ai prelati pedofili usciti di prigione. Il successore di Pell, l’arcivescovo Denis James Hart famoso in Australia per aver scacciato una donna che voleva denunciare un’aggressione sessuale di un prete con l’epiteto «Vai all’inferno, cagna!», in un interrogatorio ha ammesso che la diocesi di Melbourne ha speso centinaia di migliaia di dollari per aiutare ex preti pedofili pagando loro sia lo stipendio sia l’affitto, la pensione, l’assicurazione sanitaria e persino quella dell’automobile.

    Un documento interno del 2 ottobre 1996 segnala come Pell abbia presieduto una riunione dove lui e alti prelati discussero come poter aiutare tre preti (tra cui don Michael Glennon) dopo il loro rilascio dalla prigione. «Punto 15. Ipotesi su come aiutare i preti che stanno uscendo di galera» si legge nel verbale dell’incontro «Possibilità di un posto (appartamento indipendente) nel palazzo di Box Hill. Padre McMahon ha parlato di cure mediche necessarie, ed è stato invitato dall’arcivescovo Pell a far presente cosa serve alla loro assistenza». Se padre Wilfred Baker, che ha molestato 21 bambini, ha ricevuto dalla curia tra pensione e spese per l’affitto 21 mila dollari l’anno fino al 2014, (il massimo della pensione possibile, ha notato il giornale “The Age”), Desmond Gannon e David Daniel, anche loro condannati per crimini sessuali, hanno subito una semplice decurtazione della busta paga. I giudici hanno poi scoperto che una serie di giroconti finanziari per aiutare il pedofilo Gannon fu orchestrata in modo tale che «difficilmente la notizia dell’aiuto sarebbe diventata di dominio pubblico». Per la cronaca, i denari per aiutare i preti australiani caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo pensione del clero, che è per gran parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Tra loro, paradossalmente, c’erano anche alcune famiglie degli abusati.

    INSABBIAMENTI

    Ma il cardinale promosso da Francesco ha altri scheletri nell’armadio: ha protetto l’orco seriale Gerald Risdale (suo ex coinquilino, negli atti della Royal Commission spunta una foto che ritrae Pell a braccetto con il maniaco: nonostante le pesanti accuse aveva deciso di accompagnarlo alla prima udienza del processo; è un fatto che né Pell né altri vescovi cattolici abbiano mai accompagnato in tribunale le vittime dei loro colleghi predatori), né ha voluto ascoltare un ragazzo che lo avvertì come un sacerdote, Edward Dowlan, avesse abusato di alcuni ragazzini di un collegio cattolico di Ballarat, la città natale del cardinale («Mi disse: “Non essere ridicolo”, uscendo dalla stanza senza degnarmi di altre attenzioni» mette a verbale il testimone Timothy Green, «la sua reazione mi ha dato l’impressione che lui conoscesse fratello Dowlan, ma che non potesse o volesse fare nulla a riguardo»).

    Non è tutto. Il ministro economico del Vaticano avrebbe anche tentato di corrompere una vittima («mi chiese cosa volessi per tenermi tranquillo», racconta il nipote abusato di padre Risdale. «Chiamai sconvolto mia sorella dicendogli: Il bastardo ha cercato di corrompermi»), e ha mentito per iscritto almeno su un altro caso di pedofilia, in modo da evitare di pagare risarcimenti alla vittima. Nonostante accuse circostanziate, decine di testimonianze durissime e documenti che dimostrano insabbiamenti e leggerezze, Pell è stato sempre protetto dal Vaticano, e fa tuttora parte del C9, il gruppo dei nove cardinali nominati dal pontefice in persona per aiutarlo nel governo della Chiesa Universale.

    Il suo non è l’unico caso di promozioni discutibili. Strettissimo collaboratore del papa è infatti Francisco Errazuriz, anche lui chiamato a far parte dell’inner circle del pontefice. Ex arcivescovo di Santiago del Cile e oggi pezzo da novanta della Santa Sede, è stato protagonista, insieme al suo successore Ricardo Ezzati e al nuovo vescovo di Osorno Juan Barros Madrid, dello scandalo di padre Fernando Karadima. Un prete, per stessa ammissione del cardinale, che ha formato tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di “santo vivente” per quasi tutta l’alta borghesia e il clero di Santiago che però, secondo le accuse di quattro uomini, dei giudici ordinari e perfino della Congregazione per la dottrina della Fede, nascondeva dietro l’aureola un’altra faccia. Quella di un criminale seriale che ha distrutto vite di giovani adolescenti.

    L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzales è sintetizzata in un documento di 84 pagine dove vengono ricostruite le fasi dell’inchiesta interna della curia cilena, e mostrano il tentativo – da parte di Errazuriz – di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria: nonostante il cardinale fosse stato avvertito delle violenze di Karadima già nel 2003, Errazuriz manderà il fascicolo a Roma solo nel 2010, quando ormai le vittime – che non erano riuscite ad ottenere giustizia dal loro vescovo – avevano deciso di raccontare le violenze pubblicamente.

    Errazuriz spiega a verbale di non aver mai creduto alle accuse, ma schernisce chi lo indica, in patria, come un insabbiatore. Di certo nel 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta interna che altri pezzi della sua curia volevano portare avanti, chiese a don Karadima di farsi da parte. Ma solo per raggiunti limiti di età. «Caro Fernando» si legge in una missiva privata pubblicata da un giornale cileno «la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene…». Il giudice penale alla fine dell’istruttoria ha confermato le violenze, ma ha dovuto prescrivere i reati. La Congregazione ha condannato Karadima «a una vita di preghiera». Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago su cui pendono richieste di risarcimento da parte di quattro vittime pari a 450 milioni di pesos.

    Insieme a Pell e ad Errazuriz, nel C9 c’è anche Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del gruppo e uno dei cardinali più ascoltati dal papa. In pochi sanno che tra il 2003 e il 2004 la porpora ospitò in una delle diocesi sotto il suo arcivescovado di Tegucigalpa, in Honduras, un prete incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali. Un latitante, don Enrique Vasquez, braccato dall’Interpol fin dal 1998: dopo una fuga tra Nicaragua, New York, Connecticut e una casa di cura per preti in Messico, don Enrique si rifugerà per qualche mese anche a Guinope, dove diventa parroco di una parrocchia sotto il controllo dell’arcivescovado di Maradiaga. Il reporter Brooks Egerton, racconta che riuscì al tempo ad intervistare il segretario di Maradiaga per il Dallas Morning News, che non negò affatto la presenza del pedofilo, ma minimizzò solo il ruolo pastorale. L’attuale cardinale, invece, non volle mai rispondere alle sue domande. «Secondo un agente del’Interpol che intervistai, i funzionari della diocesi si resero conto di avere un problema con don Enrique, e così si liberarono di lui», azzarda Egerton. Maradiaga però è uno che non si nasconde, e non hai mai avuto sul tema alcun pelo sulla lingua: un anno prima dell’arrivo di Vasquez nella sua diocesi, in una conferenza pubblica a Roma spiegò che lui, anche di fronte a un sacerdote accusato di pedofilia, sarebbe stato «pronto ad andare in prigione piuttosto che danneggiare uno dei miei preti… Per me sarebbe una tragedia ridurre il ruolo di pastore a quello di poliziotto. Non dobbiamo dimenticare che siamo pastori, e non agenti dell’Fbi o della Cia».

    Tra le porpore che hanno fatto strada “Lussuria” racconta anche le contraddizioni di Timothy Dolan, arcivescovo di New York che come capo della Conferenza episcopale statunitense che ha dato l’ok ha pagare dal 2007 al 2015 parcelle da ben 2,1 milioni di dollari a favore di importanti società di lobbying con l’obiettivo – ovviamente non dichiarato – di bloccare, o quanto meno modificare, l’approvazione di una proposta di legge dello Stato che prevede l’abolizione della prescrizione per le vittime della pedofilia.

    Ma omertà e i silenzi hanno caratterizzato anche il comportamento del cardinale francese Philippe Barbarin e dell’italiano Domenico Calcagno, e fedelissimi di Francesco come monsignor Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Bruxelles messo da Bergoglio in cima alla lista dei padri sinodali: possibile che il papa non conoscesse le imbarazzanti intercettazioni (mai pubblicate in Italia) con cui il porporato tentava di proteggere un vescovo lussurioso? È un fatto che documenti originali e testimonianze dimostrano come nell’anno di grazia 2017 il sistema attraverso cui la gerarchia ecclesiastica protegge le mele marce, nonostante qualche blando tentativo di scardinarlo, funziona ancora a pieno regime.

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/01/12/news/cosi-il-vaticano-protegge-i-preti-pedofili-1.293368?ref=HRBZ-1