Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Papa Francesco non accetta le dimissioni del cardinale francese Barbarin, condannato per aver coperto la pedofilia

    Papa Francesco non accetta le dimissioni del cardinale francese Barbarin, condannato per aver coperto la pedofilia

    Tre motivi dietro la decisione di Bergoglio: aspettare la sentenza definitiva (l’arcivescovo di Lione attende il secondo grado di giudizio), impedire che successione apostolica nella Chiesa sia dettata dalla magistratura civile e prendere atto del fatto che l’accusato si è comportato secondo quanto predisposto dal prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

    di Francesco Antonio Grana

    Papa Francesco non ha accettato le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin da arcivescovo di Lione. Dopo la condanna a 6 mesi con la condizionale per aver coperto la pedofilia padre Bernard Preynat, il primate della Gallia aveva annunciato che avrebbe consegnato le sue dimissioni a Bergoglio. Una dichiarazione di appena 37 secondi davanti ai media francesiper comunicare una scelta sofferta e, come avevano rivelato i suoi più stretti collaboratori, presa già prima della sentenza. Alla Prefettura della Casa Pontificia, infatti, Barbarin si era rivolto prima che i magistrati di Lione pronunciassero la condanna di primo grado chiedendo di poter incontrare urgentemente il Papa. L’udienza era stata subito fissata per il 18 marzo 2019 nella Biblioteca privata del Palazzo Apostolico Vaticano.

    Il faccia a faccia tra Francesco e Barbarin è durato appena venti minuti. Il tempo per il porporato di spiegare le sue ragioni e rassegnare le dimissioni. Il cardinale era accompagnato da uno dei vicari generali dell’arcidiocesi di Lione, monsignor Éric Mouterde, e da Étienne Piquet Gauthier, presidente della Fondazione Saint Irènee. I due, dopo aver salutato il Papa, non hanno assistito al colloquio privato tra Bergoglio e il porporato. Appena 24 ore dopo l’udienza, il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha reso nota la decisione di Francesco. “Posso confermare – ha affermato il portavoce vaticano – che il Santo Padre non ha accettato le dimissioni presentate dal cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione. Cosciente tuttavia delle difficoltà che vive in questo momento l’arcidiocesi, il Santo Padre ha lasciato il cardinale Barbarin libero di prendere la decisione migliore per la diocesi e il cardinale Barbarin ha deciso di ritirarsi per un periodo di tempo e di chiedere al padre Yves Baumgarten, vicario generale, di assumere la guida della diocesi. La Santa Sede – ha aggiunto Gisotti – tiene a ribadire la sua vicinanza alle vittime di abusi, ai fedeli dell’arcidiocesi di Lione e di tutta la Chiesa di Francia che vivono un momento particolarmente doloroso”.

    Una decisione che ha sorpreso la maggior parte degli osservatori che davano ormai per scontato che il Papa avrebbe accettato le dimissioni di Barbarin, magari nominandolo amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Lione fino alla scelta del successore. Perché Bergoglio, invece, ha respinto le dimissioni? La decisione di Francesco è dettata principalmente da tre motivi. Il primo è che il Papa non vuole che la successione apostolica nella Chiesa cattolica sia dettata dalla magistratura civile. Barbarin ha 68 anni e ha davanti a sé ancora diversi anni prima di lasciare definitivamente la guida dell’arcidiocesi. Il secondo motivo è che il porporato è stato condannato in primo grado e ha presentato subito appello. Rimuoverlo quando non si è in presenza di una sentenza definitiva non appare al Papa corretto. Tanto meno che, al momento, non esiste nessun procedimento canonico contro il cardinale. Terzo motivo è che Barbarin si è presentato sia davanti ai giudici, sia davanti a Francesco, con in mano la lettera del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer, con le indicazioni per affrontare il caso di pedofilia che, secondo i magistrati francesi, è stato coperto da Barbarin.

    Il Tribunale di Lione, infatti, ritiene il porporato colpevole di non aver denunciato gli abusi sessuali su minori perpetrati, negli anni ’70 e ’80 durante i campi scout, da padre  Preynat. Barbarin replica di aver fatto semplicemente ciò che il cardinale Ladaria gli ha indicato di fare per iscritto. Anche se nella vicenda qualcosa non torna. Seppure cercando di farlo con la massima discrezione per evitare la ribalta mediatica, il prefetto dell’ex Sant’Uffizio aveva detto a Barbarin di allontanare padre Preynat dai bambini. Cosa che, secondo quanto emerso nel procedimento di primo grado, sarebbe stato fatto in modo tardivo e poco efficace. Motivo per il quale, Barbarin, ben consapevole che la sua vicenda ha creato uno scandalo non solo nell’arcidiocesi di Lione, ma in tutta la Chiesa francese, ha deciso di affrontare il processo d’appello ritirandosi momentaneamente dal governo della diocesi. È molto prevedibile che il porporato non ritornerà al suo posto fin quando non ci sarà la sentenza di secondo grado. Ma in quel caso, se la condanna fosse confermata, la decisione tornerebbe di nuovo nelle mani del Papa. E allora Bergoglio potrebbe decidere diversamente.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/03/19/papa-francesco-non-accetta-le-dimissioni-del-cardinale-francese-barbarin-condannato-per-aver-coperto-la-pedofilia/5048303/

  • La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    La condanna di Barbarin scuote (ancora) la Chiesa: al Papa la decisione sulle sue possibili dimissioni

    Il porporato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo

    “Per non creare uno scandalo, come mi aveva chiesto Roma”. Il Cardinale di Lione Philippe Barbarin, condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per non aver denunciato un prete pedofilo, lo ha sostenuto più volte: ha voluto gestire gli abusi di cui era venuto direttamente a conoscenza senza il clamore che una denuncia alla magistratura avrebbe suscitato.

    Glielo aveva chiesto Roma, cioè il Vaticano. Il Vaticano cioè la Congregazione per la dottrina della fede. Cioè Luis Francisco Ladaria Ferrer, numero due dell’allora Prefetto, Gerard Muller, dal 2008. E dal 1 luglio 2017, successore di Muller, e dal giugno 2018 anche cardinale.

    Ladaria non è entrato nel processo di Lione semplicemente perché il Vaticano, nell’ottobre 2018, lo ha “scudato” con l’immunità diplomatica. Quindi la sua corrispondenza con il cardinale Barbarin, che tra qualche giorno sarà ricevuto dimissionario dal Papa, non ha potuto essere utilizzata, né lui chiamato a testimoniare.

    Lo stesso Papa Francesco era fiducioso nell’esito del giudizio di Lione. In una intervista del maggio 2016 a La Croix il Papa aveva detto che Barbarin “ora non deve dimettersi”. “È vero – aveva sostenuto in generale Francesco – che non è facile giudicare i fatti decenni dopo, in un altro contesto. La realtà non è sempre chiara. Ma per la Chiesa, in questo campo, non può esserci prescrizione. (…) Dagli elementi di cui dispongo credo che a Lione il cardinale Barbarin ha preso le misure necessarie, ha preso bene le cose in mano. È un coraggioso, un creativo, un missionario. Dobbiamo ora attendere il seguito del processo davanti la giustizia civile”. “Quindi non deve dimettersi?”, gli si chiedeva: “No, sarebbe un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo. Ma ora, sarebbe ammettere la propria colpevolezza”.

    Ancora alla fine dell’agosto 2018 sul volo papale di ritorno dall’Irlanda Francesco aveva sollecitato la corrispondente di Le Monde ad attendere il corso della giustizia.

    Resta il fatto che in meno di due settimane, dopo il caso McCarrick dell’autunno scorso, ben due cardinali elettori in un futuro Conclave, Barbarin appunto e il cardinale Pell, sono stati condannati dal sistema giudiziario del loro Paese: il primo per copertura di un prete pedofilo. Il secondo addirittura per abusi sessuali personali. Mai accaduto.

    Neppure un caso come quello di Barbarin era mai successo, si tratta di una prima mondiale (l’ex cardinale di Boston Law del Caso Spotlight non venne mai condannato dalla giustizia americana). Gli avvocati di Barbarin hanno detto che ricorreranno in appello. La Conferenza episcopale francese ha detto che sospende il suo giudizio fino alla fine dell’iter processuale. Il caso ha suscitato un’enorme clamore in Francia dove Barbarin è molto noto per iniziative contro i matrimoni gay e dove centomila persone avevano firmato una petizione perché si dimetta. La vicenda è stata oggetto di un film ,”Grace à Dieu” .

    Il punto è che adesso anche questo caso è arrivato a Roma. Innazitutto bisognerà vedere se le dimissioni che Barbarin si è detto pronto a presentare saranno solo dal ruolo di arcivescovo della città francese o anche da cardinale. E resta da vedere che cosa deciderà il Papa in relazione alla sua berretta rossa ( l’arcivescovo francese era stato addirittura considerato papabile allo scorso conclave) e a quella di Pell, considerato che la loro posizione potrebbe influenzare la prossima elezione papale (tra l’altro Barbarin ha solo 68 anni e quindi sarebbe elettore per altri dodici anni).

    La Sala Stampa vaticana per il momento ha rimandato alla dichiarazione pubblica resa da Barbarin alle 13 di oggi. Mentre il Papa che ha incontrato questa mattina il clero di Roma in San Giovanni al Laterano ha fatto riferimento indiretto ai casi di pedofilia dicendo: “Sento di condividere con voi il dolore e la pena insopportabile che causano in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni”.

    Motivazione della condanna.Il dispositivo del giudice non lascia spazio a dubbi. Barbarin ha fatto prevalere la difesa della Chiesa all’accertamento della verità richiesto dalle vittime. Il tribunale correzionale di Lione spiega che il porporato, arcivescovo della città francese dal 2002, aveva saputo nel 2010, una prima volta, e successivamente nel 2014, degli abusi perpetrati dal sacerdote Bernard Preynat negli anni Settanta e Ottanta a danno di un gruppo di scout, ed è ritenuto colpevole dalla giustizia francese per non avere preso l’iniziativa di denunciare il sacerdote alla Procura. La Corte, presieduta dalla giudice Brigitte Vernay, scrive, nella sentenza, che già nel 2010 Barbarin era venuto a sapere degli abusi di don Preynat grazie a una lettera inviata al suo predecessore dai genitori di una sua vittima, ma “bisogna constatare che all’epoca da parte del cardinale non è stata compiuta alcuna denuncia”, cosa “tanto più deplorevole poiché si sarebbe potuta ordinare un’inchiesta”, la vittima sarebbe potuta essere ascoltata prima così come si sarebbero potute cercare altre vittime.

    Il porporato “non spiega il suo silenzio se non con la certezza che dopo il 1991 questi fatti non erano più accaduti”, prosegue la sentenza, “ma questa convinzione non poteva essere sufficiente a dispensarlo dal rispettare l’obbligo di denuncia” previsto dal codice penale francese all’articolo 434 comma 3. Don Preynat invece venne nominato nella parrocchia di Sainte Claire en Loire et Rhins e nel 2013 diventa decano. Ma poiché questi fatti sono avvenuti nel 2010, il delitto di mancata denuncia per questo primo capo d’accusa è prescritto”, spiega il tribunale.

    La seconda vicenda. Si tratta in questo caso della denuncia che il cardinale Barbarin ricevette nel luglio del 2014 da un’altra vittima, Alexandre Hezez, uno dei promotori di questo processo, che gli riferì anche, a partire dal marzo 2015, che ci sono altre vittime. “Il cardinale Barbarin non ha mai manifestato alcun dubbio su queste informazioni”, si legge ancora nella sentenza, e l’arcivescovo “aveva l’obbligo di denunciare questi fatti”. Ma “per tutto il 2014, non ha denunciato né gli abusi da Hezez né l’esistenza possibile di fatti analoghi. Non ha preso iniziativa nonostante le domande e l’insistenza di Alexandre Hezez” che “spiegava di non riuscire a capire come Bernard Preynat fosse ancora titolare di una parrocchia”.

    Il principale argomento citato da Barbarin, si legge ancora nella sentenza, è che Hezez “gli diceva che i fatti di cui era stato vittima erano prescritti. Ma come comprendere la stessa inerzia quando si trattava dell’esistenza di altre vittime?”. Barbarin, ancora, “obiettava che dubitava dell’opportunità di denunciare fatti antichi che non si erano ripetuti Ma quest’ultima convinzione derivava da quanto lo stesso prete accusato, Preynat dichiarava. E in questo caso – si legge ancora – perché sollecitare il consiglio del Segretario della Congregazione per la Dottrina della fede in Vaticano” l’allora monsignore Luis Francisco Ladaria, oggi prefetto dello stesso dicastero, “il 13 dicembre 2014, ossia cinque mesi dopo il primo messaggio di Alexandre Hezez, se non perché quest’ultimo non diminuiva la sua determinazione”.

    “Da questo punto di vista, continua la sentenza , è opportuno sottolineare che una denuncia alla Procura della Repubblica poteva contenere le stesse informazioni di quella trasmessa a Roma. Sappiamo adesso che la risposta inviata dal segretario della Congregazione per la Dottrina della fede prevedeva di prendere delle misure di allontanamento di Bernard Preynat ma invitava ad evitare “ogni scandalo pubblico”. Sembra infine che non era che questa unica priorità, espressa esplicitamente, che bisognava perseguire, l’unico motivo dell’inerzia di Philippe Barbarin nel corso del 2015. E mentre le sue funzioni gli davano accesso a ogni informazione e aveva la capacità di analizzarle e comunicarle utilmente- continua la sentenza – Philippe Barbarin ha scelto in coscienza, per preservare l’istituzione alla quale appartiene, di non trasmetterle alla giustizia”.

    “Visto l’insieme di questi elementi – scrivono i giudici di Lione – è opportuno dichiarare Philippe Barbarin colpevole di mancata denuncia di maltrattamenti, privazioni o molestie sessuali inflitte ad un minore di quindici anni”. La decisione è stata presa in considerazione del “l’autorità che il cardinale Barbarin rappresenta, il potere che ha di decidere in piena indipendenza. Era a conoscenza della problematica legata ai comportamenti pedofili e ai danni causati alle vittime, come testimonia la sua partecipazione alla definizione dei principi adottati dalla conferenza episcopale in questo ambito. E, inoltre, non si può ignorare che aveva conoscenza più antica degli abusi contestati a Bernard Preynat”.

    Per questo, “volendo evitare lo scandalo causato dagli abusi sessuali multipli commessi da un prete, ma anche per le decisioni decisamente poco adeguate prese dai vescovi che lo hanno preceduto, Philippe Barbarin ha preferito prendere il rischio di impedire la scoperta di numerosissime vittime di abuso sessuale da parte della giustizia e di vietare l’espressione del loro dolore”. È per questo che, secondo i giudici, “deve essere condannato alla pena di sei mesi di prigione” con la condizionale.

    https://www.huffingtonpost.it/2019/03/07/la-condanna-di-barbarin-scuote-ancora-la-chiesa-al-papa-la-decisione-sulle-sue-possibili-dimissioni_a_23687020/

  • ITALIA INDAGATA DALL’ONU PER COMPLICITÀ CON LA CHIESA CATTOLICA

    ITALIA INDAGATA DALL’ONU PER COMPLICITÀ CON LA CHIESA CATTOLICA

    di Raffaella Mauceri

    Dal 14 gennaio al 1 febbraio 2019, presso la sede dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, l’Onu interroga alcuni stati sulla Convenzione sui diritti del fanciullo: in prima fila, per complicità con la chiesa cattolica sulla pedofilia, l’Italia… che fa scena muta

    Com’è ormai noto, a differenza dei pedofili laici, i preti pedofili dispongono della protezione di un’organizzazione che li tutela e, grazie alla cultura del silenzio, permette loro di reiterare il numero degli abusi. Per la Chiesa, infatti, la pedofilia non è un crimine contro la persona ma un peccato contro il Signore, ne consegue che la “pena” inflitta ai pedofili consiste nel chiedere perdono e recitare un certo numero di preghiere.

    L’organo ecclesiastico che ha il compito di trattare questi casi è la Congregazione per la Dottrina della Fede il suo Prefetto in carica, Luis Francisco Ladaria Ferrer, già segretario della C.d.F. ai tempi  cui il Prefetto era il cardinale Joseph Ratzinger, anch’esso indagato in Texas nel 2004 per insabbiamenti e salvato dall’immunità.

    Ladaria infatti vanta una notevole recidiva nell’insabbiare e proteggere i preti pedofili, tra cui don Giovanni Trotta sul quale Ladaria ordinò il silenzio “per evitare scandalo tra i fedeli”. Così l’orco violentò indisturbato molti altri bambini.

    Ma alla corte di Bergoglio non troviamo solo Ladaria, bensì anche diversi suoi colleghi di altissimo rango come il cardinale Georg Pell, già condannato per abusi in Australia, il cardinale Domenico Calcagno, protettore del prete pedofilo Nello Giraudo, l’arcivescovo Mario Delpini e il collega Pierantonio Tremolada eletti proprio da Bergoglio e ancora, il vescovo Diego Coletti e il collega Angelo Comastri, insabbiatori degli abusi sui chierichetti del papa, ecc… la lista è lunga.

    Lo stesso Bergoglio incassa accuse da un polo all’altro del pianeta, ma i giornali italiani non ne parlano e il cosiddetto “papa della trasparenza” si chiude nel silenzio sfatando il mito prettamente mediatico della tanto strombazzata tolleranza zero. Che non c’è ma stata.

    La nostra carta stampata si limita timidamente a riportare qualche caso a livello locale senza mai produrre inchieste giornalistiche che documentino la reale spaventosa portata nazionale del fenomeno.

    Notiamo invece nei vari stati come l’Australia, il Cile, gli Usa, l’Irlanda e via dicendo una presa di posizione forte dei governi e delle istituzioni, e di conseguenza dell’opinione pubblica, di fronte agli scandali.

    Viceversa, in Italia possiamo raccontare il triste primato di come le massime cariche pubbliche abbano tradito i cittadini per favorire la Chiesa tutelando i preti pedofili.

    Ricordiamo per esempio un tristissimo Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel 2010, quando lo scandalo arrivò in Europa, anziché chiedere al Governo interenti in favore delle vittime, consolava Joseph Ratzinger per quello che a suo dire era “un inqualificabile attacco alla chiesa e al papa”. E l’allora ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano che, a seguito di un’intervista rilasciata dall’allora procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno, nella quale accusava anche la chiesa italiana di attuare coperture sistematiche per insabbiare gli abusi….. il signor ministro invece di avviare un’indagine, mandò gli ispettori nell’ufficio del procuratore Forno (sic!!).

    Oggi, la situazione è ulteriormente peggiorata. Vediamo infatti latitanti alle richieste di legalità la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’interno, il Ministro della Giustizia, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Tutti soggetti che, sebbene ampiamente informati sulla pedofilia clericale da un’interrogazione parlamentare voluta dalla Rete L’Abuso e depositata dal deputato Matteo Mantero il 27 nov. 2017, è rimasta inevasa e censurata da tutti i giornali nazionali, tranne il settimanale Left e qualche altra testata locale.

    Raggiunti da una diffida (anche questa regolarmente censurata dalla stampa italiana) presentata dall’avvocato della Rete L’Abuso, Mario Caligiuri, al Presidente della Repubblica, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e alla Presidenza della 12° Commissione Affari Sociali: tutti latitanti!

    Il 5 giugno 2018, il Comitato ONU per la Tutela del Fanciullo ha dato notizia di avere avviato un’indagine per favoreggiamento alla pedofilia nei confronti dell’Italia la quale sta permettendo alla Santa Sede di commettere sul suolo italiano le stesse violazioni contestate.

    Notizia anche questa come al solito, taciuta dalla stampa italiana. Ne consegue che le scelte criminali dei vari governi italiani hanno prodotto un ambiente ideale per i pedofili clericali. Tra queste, l’introduzione truffaldina del sedicente certificato antipedofilia che per sollevare il clero dall’esibizione del certificato stesso, paradossalmente indica ai pedofili il terreno di cassia, primo fra tutti il volontariato, da sempre quello più a rischio, che è stato esentato stante che il clero appartiene proprio a questa categoria!

    Altra grave omissione del Governo italiano è l’applicazione della Convenzione di Lanzarote che viene massicciamente violata a svantaggio della vittima e a vantaggio del sacerdote abusante.

    Per non parlare di consultori per le vittime di violenza sessuale introdotti dalle norme europee che avrebbero dovuto essere gestiti dalla sanità nazionale, e che invece non sono mai stati realizzati proprio per evitare che in Italia si potesse registrare e quantificare il fenomeno.

    Sempre le norme europee prevedevano che in Italia venisse creato un database utile non solo fare prevenzione, ma anche a schedare gli abusanti seriali. Nel 2006 fu perfino istituito un fondo per realizzarlo ma del database nemmeno l’ombra… e i bambini continuano ad essere in balia degli orchi con la tonaca. Esiste, è vero, l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito il 25 luglio 2007, ma ad oggi non è mai stato in grado di fornire alcun dato utile. E, guarda caso, don Fortunato Di Noto, il prete che ha fondato e dirige un osservatorio mondiale sulla pedopornografia non ha mai segnalato un “collega” abusante.

    In uno stato democratico la sovranità appartiene al popolo, ma come fa il popolo ad esercitarla riguardo ad un problema se la stampa non lo informa sul problema medesimo? E c’è dell’altro.

    La direttiva del 1962 nota coma Crimen Sollicitationis, riconfermata nel 2002 da Ratzinger e Bertone, impone sui casi di abuso la gestione interna. Questo fa sì che la Chiesa può tranquillamente aggirare il problema dando all’opinione pubblica la falsa impressione di voler prendere provvedimenti. Ma dove mai siè detto che i crimini possano fruire di “gestioni interne” a questa o quella categoria? Se, ad esempio, un medico abusa sessualmente di un minore, non è che l’ordine dei medici istituisce un apposito tribunale interno per processarlo. Sui crimini la competenza appartiene esclusivamente alla magistratura del paese in cui il crimine è stato commesso. Punto e basta.

    “Se Bergoglio – dice Francesco Zanardi fondatore e presidente della Rete L’Abuso – invece di pregare sempre più forte per non sentire le grida strazianti delle piccole vittime, denunciasse i suoi preti e i suoi vescovi alla magistratura, allora sì che avrebbe risolto il problema!”. Ma, a quanto pare, il nostro Stato ha anch’esso un’invisibile sottana da preti…

  • ARCIVESCOVO LIONE A PROCESSO: COPRÌ ABUSI DI UN PRETE PEDOFILO?/ Mons. Barbarin: “Ho un solo giudice: Dio”

    ARCIVESCOVO LIONE A PROCESSO: COPRÌ ABUSI DI UN PRETE PEDOFILO?/ Mons. Barbarin: “Ho un solo giudice: Dio”

    Arcivescovo Lione a processo: coprì abusi di un prete pedofilo? Monsignor Barbarin sotto accusa: maxi-scandalo in Francia. Lui: “Ho un solo giudice: Dio”.

    Dario D’Angelo

    L’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, andrà a processo lunedì per uno scandalo legato alla pedofilia: il cardinale è accusato infatti di aver coperto insieme ad altri 5 componenti della sua diocesi gli abusi sessuali su alcuni boy scout compiuti tra gli anni Ottanta e Novanta dal prete locale Bernard Preynat. Un’accusa pesantissima, che non può non mettere in imbarazzo lo stesso Vaticano, soprattutto alla luce del ruolo di primissimo piano occupato da Philippe Barbarin. Lo scandalo è venuto alla luce nel 2015, quando l’ex scout Francois Devaux ha denunciato Preynat per aver abusato di lui 25 anni prima, e Barbarin, superiore del sacerdote, sostenendo di aver saputo dell’abuso ma di averlo coperto. Come riportato da France24, dopo sei mesi di indagini e 10 ore di interrogati con Barbarin, gli investigatori hanno abbandonato il caso nel 2016, concludendo che le accuse contro l’arcivescovo erano o troppo vecchie o impossibili da provare. Un gruppo di vittime, però, è riuscito a riaprire il caso, facendo sì che Barbarin e gli altri, tra cui l’arcivescovo di Auch e il vescovo di Nevers in Francia, finissero a processo.

    ARCIVESCOVO LIONE A PROCESSO: COPRÌ ABUSI DI UN PRETE PEDOFILO?

    La delicatezza del caso che coinvolge l’arcivescovo di Lione è data anche dal sostegno che Papa Francesco gli ha manifestato. Il Santo Padre ha infatti incontrato monsignor Barbarin nell’ottobre del 2017, cioè dopo che il rinvio a giudizio era stato comunicato. Anche il capo della potente Congregazione per la Dottrina della Fede del Vaticano, l’arcivescovo spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer, è stato accusato di complicità nel presunto insabbiamento a Lione. In corrispondenza con Barbarin, il numero tre del Vaticano aveva consigliato al cardinale di adottare “le necessarie misure disciplinari evitando lo scandalo pubblico”: un’espressione interpretata come un avvertimento per mantenere il silenzio sulla vicenda. Lo scout abusato, Devaux, ha dichiarato: “Speriamo questa volta di avere una sentenza che sarà chiara e ovvia per tutti”. Il suo gruppo di vittime, La Parole Liberee (Freed Speech), è nato con una manciata di persone, ma presto ha ricevuto chiamate e testimonianze da un totale di 85 persone che affermano di essere state vittime di Preynat a Lione. L’arcivescovo di Lione, monsignor Barbarin, dal canto suo, in un viaggio recente a Lourdes ha dichiarato:”Ho un solo giudice che è il Signore”.

  • Barbarin in tribunale per difendersi dalle accuse di insabbiamento

    Barbarin in tribunale per difendersi dalle accuse di insabbiamento

    Dopo l’archiviazione di una prima indagine preliminare, il cardinale arcivescovo di Lione nuovamente a processo dal 7 al 9 gennaio per non aver denunciato gli abusi compiuti da un sacerdote della diocesi nei decenni precedenti

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, comparirà davanti al tribunale correzionale della sua città, da lunedì a mercoledì prossimi (7-9 gennaio), per difendersi dall’accusa di non aver denunciato gli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat avrebbe compiuto a danno di oltre settanta scout minorenni.

    Le aggressioni sessuali compiute da padre Preynat quando era responsabile del gruppo scout Satin Luc di Sainte-Foy-les-Lyon, negli anni Settanta e Ottanta, dunque quando arcvivescovo di Lione era monsignor Albert Decourtray, emergono nel 2015. A promuovere le denunce è l’associazione La Parole liberée. A quel punto il sacerdote, oggi 72 anni, viene sottoposto al controllo giudiziario e, in attesa che si esaurisca il processo canonico, sospeso dalle sue funzioni. Alcune vittime sporgono denuncia contro il cardinale Barbarin, oggi 68enne, arcivescovo di Lione dal 2002, accusandolo di non averlo denunciato alla giustizia pur essendo venuto a conoscenza dei fatti.

    Una indagine preliminare si conclude nell’agosto del 2016: la procura lionese archivia il caso ritenendo che per il periodo anteriore al 2014 il delitto di mancata denuncia sia prescritto e che quando, nel 2014, il porporato ha ricevuto una vittima di Preynat, non ha ostacolato il corso della giustizia. Dieci vittime, però, non sono soddisfatte e, ritenendo che l’obbligo di denuncia non estingua fintantoché le aggressioni sessuali rimangono ignote alla giustizia civile, chiamano nuovamente in causa Barbarin. Questa volta, però, tramite la procedura della «citazione diretta», che, nel sistema giurisdizionale francese, permette di saltare l’indagine preliminare e andare direttamente a processo. E il processo, che inizialmente doveva tenersi ad aprile, poi ad ottobre scorso, si aprirà lunedì.

    Concludendo l’Anno della misericordia, il 21 novembre 2016, peraltro, il cardinale Barbarin, che ha più volte denunciato un accanimento contro la sua persona, ha fatto pubblicamente mea culpa, affermando: «Chiedo perdono davanti a Dio e davanti a tutta la nostra diocesi di non avere preso l’iniziativa per indagare come si sarebbe dovuto fare quando mi è giunta una prima testimonianza, perdono di non avere sanzionato immediatamente un prete per i suoi antiche atti, molto gravi e chiaramenti indegni del suo ministero, perdono per mi miei errori di governo che hanno causato scandalo».

    Insieme al cardinale Barbarin sono chiamati a comparire altre cinque persone che in passato sono stati membri degli uffici della diocesi di Lione: monsignor Maurice Gardès, nel frattempo divenuto arcivescovo di Auch, Thierry Brac de la Perrière, oggi vescovo di Nevers, e inoltre l’ex capo di gabinetto del cardinale, Pierre Durieux, oggi a Nantes, Régine Maire, incaricata della cellula di ascolto delle vittime, e il vicario diocesano Xavier Grillon, all’epoca superiore gerarchico diretto di padre Preynat.

    Il cardinale Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, chiamato in causa per la risposta data ad una richiesta di consulenza chiestagli da Barbarin, non comparirà avvalendosi della immunità diplomatica.

    Il 20 febbraio, intanto, in Francia è prevista l’uscita sugli schermi del film Grace a Dieu (Grazie a Dio, da un’espressione utilizzata in una conferenza stampa da Barbarin, quando disse che «la maggioranza dei fatti grazie a Dio è prescritta ma altri forse no, sarà la giustizia a decidere») del regista Francois Ozon che ruota attorno all’affaire Preynat e alla nascita dell’associazione La Parole liberée.

  • Savonarola si è fermato a Savona

    Savonarola si è fermato a Savona

    Antonio Rossitto

    Eminenza Reverendissima, presento con animo colmo di sofferenza il caso riguardante don Nello Giraudo». È l’8 settembre 2003. Domenico Calcagno, in quel momento vescovo di Savona, poi cardinale e plenipotenziario dello sterminato patrimonio della Chiesa, scrive a un prelato ancora più eccellente: Joseph Ratzinger, che due anni dopo diverrà Papa Benedetto XVI. Nell’autunno 2003, però, Ratzinger è ancora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, deputata a vigilare sulla rettitudine del clero. E a indagare sui «delicta graviora», i reati più gravi: come quelli contro il sesto comandamento, non commettere atti impuri con un minorenne. Fuor di decalogo: la Congregazione è l’organismo vaticano che punisce i preti pedofili.

    Otto settembre 2003, quindi: l’allora vescovo Calcagno segnala all’allora cardinale Ratzinger gli abusi di un parroco. Da quel momento, comincia un carteggio durato più di un decennio tra la diocesi di Savona e la Congregazione per la dottrina della fede. Che tutto sa, eppure non fa nulla per evitare altre violenze. Anni di omissioni, temporeggiamenti e pilatismo. Nel mentre, la giustizia penale accerta gli abusi e imputa la curia di colpevole ignavia.

    «Il caso riguardante don Nello Giraudo», come lo definisce Calcagno, è il paradigma di una Chiesa che niente vuole sapere e niente vuole decidere. Un «caso» che comincia nell’inverno 1980. Nello Giraudo, 26 anni e appena ordinato sacerdote, viene inviato a Valleggia, a pochi chilometri da Savona. Comincia a insegnare religione nelle scuole e diventa assistente regionale degli scout. Ma arriva la prima, allarmante, segnalazione: una madre denuncia che don Giraudo ha palpeggiato il figlio. Anche il parroco suo superiore nota atteggiamenti equivoci. Soltanto nel 1984 Giulio Sanguineti, il vescovo dell’epoca, trasferisce il sacerdote pochi chilometri più in là: a Spotorno. Sarà l’inizio di un lungo peregrinare. Questa, del resto, è sempre stata la prassi delle curie: spostare i preti accusati pedofilia da una chiesa all’altra. Come se i bollenti spiriti dipendessero dalle latitudini.

    Nel 1989 don Giraudo emigra ancora: viene promosso parroco di Feglino, sempre vicino a Savona. Dove, a dispetto degli opachi precedenti, apre la comunità «La lanterna»: una casa-famiglia per ragazzi in difficoltà. Ma a marzo 2002 Calcagno, appena nominato vescovo di Savona, riceve l’allarmata confidenza di un’assistente sociale: a causa delle molestie del prete, i Comuni liguri non vogliono più affidare altri ragazzi alla comunità. E pure la Caritas mette in guardia il monsignore.

    Bisogna correre ai ripari: con la consueta discrezione, ovvio. Il 9 giugno 2003 Andrea Giusto, vicario generale della diocesi, annuncia a don Giraudo l’ennesimo incarico, causa reiterati abusi: «Fatti coraggio, metticela tutta per uscire da questa situazione… Ti voglio bene». E qualche mese dopo, per l’appunto l’8 settembre 2003, Calcagno informa, Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede: «Chiedo la cortesia di un consiglio circa l’atteggiamento da tenere» aggiunge il vescovo. «Per quanto possibile, intendo evitare che abbia comunque responsabilità che lo mettano a contatto con bambini o adolescenti».

    Alla lettera viene allegato un documento, firmato da don Giusto, che riassume tormenti e abusi del parroco «segnalato»: dal 1980, appena nominato a Valleggia, fino al 2003, quando è costretto a chiudere la casa-famiglia e lasciare Feglino. Lo stesso Giraudo, specifica il dossier, ha confessato di provare attrazione per i ragazzi: «Inclinazione che pensa possa essere accettabile e compatibile anche con la sua condizione di sacerdote». Il vicario generale conclude l’informativa chiarendo, tra l’altro, che «nulla è trapelato sui giornali e non ci sono denunce in corso».

    La Congregazione per la dottrina della fede resta impassibile. Don Giraudo, nel novembre 2003, viene mandato in un’altra parrocchia. Ma, anche se esonerato dal catechismo, nell’estate 2005 commette l’ennesimo abuso, per cui sette anni dopo patteggerà un anno di reclusione.

    Le comunicazioni tra la curia ligure e quella romana sembrano però interrompersi. Solo il 22 febbraio 2006, più di due anni dopo l’ultima missiva, Calcagno scrive a monsignor Charles Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, cioè il pubblico ministero vaticano. «Mi riferisco alla pratica inerente il sacerdote Nello Giraudo» esordisce. Il vescovo dettaglia i presunti progressi di don Nello, grazie anche a «un intinerario psicologico» con un prete cappuccino. È stato lo stesso don Giraudo, rivela lo stesso Calcagno, a chiedergli «di informare codesta Congregazione, al fine di ottenere il superamento del grave giudizio nei suoi confronti».

    Riassumendo: il parroco, temendo di venire spretato, chiede al vescovo di metterci una buona parola. E lui non si sottrae. Tanto che il 7 marzo 2006 invia un’altra lettera a Scicluna, proponendo un incontro al promotore di giustizia vaticano per uno «scambio di vedute». Che condurrà, ancora una volta, all’immobilismo dell’inchiesta canonica.

    Fino a quando un uomo non si presenta alla Procura di Savona per denunciare gli abusi che avrebbe subito nel 1983. Si chiama Francesco Zanardi (vedere il box a pagina 30), e per lui sarà il primo di una sequela di esposti firmati dalla Rete L’Abuso, l’associazione per le vittime della pedofilia del clero che creerà poco più tardi. Dopo la sua querela, alla fine del 2009, la Procura di Savona apre un’inchiesta. La notizia finisce sui giornali. Lo scandalo è scoppiato: non è più possibile tergiversare. Così Vittorio Lupi, successore di Calcagno, sollecita il sacerdote: ora basta, deve abbandonare la tonaca. E don Giraudo il 27 marzo 2010 chiede di essere spretato.

    Due giorni dopo, il 29 marzo 2010 Luis Francisco Ladaria, allora segretario (e oggi prefetto) della Congregazione per la dottrina della fede, scrive al vescovo Lupi. Vuole aggiornamenti sul «caso del reverendo Nello Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori, e nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». Un sunto che compendia oltre un ventennio di negligenze.

    Ladaria, nella comunicazione, ricorda: «Il suo predecessore, Sua Eccellenza Calcagno, nel 2003 segnalava il caso a questa Congregazione. Il 4 aprile 2006 egli fu invitato ad avvicinare il chierico per chiedergli se intendesse domandare al Santo Padre la dispensa da tutti gli oneri sacerdotali». In caso contrario, il vescovo «avrebbe dovuto attivare» il processo canonico. Insomma, per evitare un ulteriore scandalo, il Vaticano suggeriva a Giraudo spontanee dimissioni. Che però arriveranno solo quattro anni dopo.

    «Attendo un suo cortese e celere cenno di riscontro» conclude Ladaria. Dopo quattro anni, improvvisamente il Vaticano ha fretta. Forse teme che lo scandalo possa ingrandirsi. Lupi replica il 16 aprile 2010. In seguito alla campagna mediatica, rassicura, ha chiesto a don Nello di presentare la dismissione dallo stato clericale.

    La Procura di Savona, intanto, prosegue con l’inchiesta. Nel febbraio 2012 don Giraudo viene condannato per gli abusi su un minorenne, pena che patteggia a un anno. Nel mentre, i magistrati aprono un altro fascicolo sull’«atteggiamento omissivo» dell’ex vescovo Dante Lafranconi, oggi a capo della diocesi di Cremona: avrebbe, insomma, coperto il prete. Nel maggio 2012 il procedimento viene archiviato «per intervenuta prescrizione». Nella sentenza, però, il giudice Fiorenza Giorgi stigmatizza «l’atteggiamento assolutamente omissivo» di Lafranconi: «Dai documenti emerge come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi, piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori affidati ai sacerdoti». Per questo l’ex vescovo non ha «esercitato il suo potere-dovere di controllo sui preti e di protezione dei fedeli». Altrettanto triste, conclude il giudice savonese, è che «dai documenti agli atti non risulta nessuna espressione di rammarico a favore degli innocenti fanciulli».

    Non è finita. La Procura nel 2014 apre un’altra indagine su don Giraudo. Gli investigatori raccolgono le testimonianze di quattro persone: sostengono di essere state abusate e maltrattate dagli anni Novanta fino al 2003. Ma, anche stavolta, i magistrati si scontrano contro il peso degli anni. Nel settembre 2016, nonostante «plurimi e convergenti (per non dire schiaccianti) elementi indiziari», il pm Giovanni Battista Ferro chiede l’archiviazione per tutti i reati: «Il termine di prescrizione è ormai ampiamente decorso».

    Lo stesso epilogo, nel 2013, ha avuto l’inchiesta su un altro parroco della diocesi savonese sospettato di abusi: don Pietro Pinetto. Pure questo fascicolo finirà nel nulla. Il sacerdote, però, finisce nuovamente sotto inchiesta per calunnia nei confronti di una vittima. Anche questa indagine sarà archiviata.

    Ma agli atti della Procura resta un’attestazione del vescovo Lupi sul procedimento canonico contro il sacerdote: «Per decreto della Congregazione per la dottrina della fede, in data 29 maggio 2015, l’indagine canonica nei confronti di don Pietro Pinetto viene chiusa, tenendo conto dell’abbondante prescrizione intervenuta circa gli addebiti per cui è stato indagato». E dunque il reverendo riceve dal vescovo un’ammonizione, «come previsto dal codice di diritto canonico». Oggi don Pinetto è il placido vicario parrocchiale di una chiesa di Savona.

    https://www.panorama.it/news/cronaca/pedofilia-chiesa-coperture-inchiesta-savona/

  • Mons. Delpini tentò di insabbiare l’abuso sessuale di don Mauro Galli: Papa Francesco fino a quando potrà ignorare il caso?

    Mons. Delpini tentò di insabbiare l’abuso sessuale di don Mauro Galli: Papa Francesco fino a quando potrà ignorare il caso?

    I familiari della vittima dell’abuso sessuale subìto da Alessandro Battaglia a Rozzano, nel 2011, da parte di don Mauro Galli, in questi anni hanno scritto decine di lettere a tutti i vertici della chiesa cattolica sia nella Diocesi di Milano che in Vaticano, includendo tra i destinatari anche direttamente il Santo Padre Papa Francesco. Per non lasciare nulla di intentato hanno deciso di affidare uno scritto molto dettagliato al quotidiano online “ilfattoquotidiano.it” destinato al Sommo Pontefice.

    Una Lettera Aperta che ripercorre tutta la dolorosa vicenda intrisa di vergognose menzogne, depistaggi e coperture omertose, messe in opera da parte di alti prelati citati ad uno ad uno, per essere certi di raggiungere a qualunque costo papa Francesco.

    Analizzando la copiosa documentazione, la corrispondenza intercorsa, le risposte ufficiali fornite ai familiari dei più stretti collaboratori di Papa Francesco e tutti gli articoli di cronaca pubblicati da alcune testate giornalistiche come LaVerità, senza contare poi i servizi televisivi di Quarto Grado che hanno svelato un inquietante precedente e gli altri servizi televisivi delle diverse reti, senza contare il Dossier presentato dall’associazione Rete L’ABUSO alle Nazioni Unite e la relativa inchiesta avviata dall’ONU, l’esposto/denuncia da parte della medesima Associazione unitamente alla più ampia associazione internazionale ECA a cinque Procure della Repubblica Italiana, alle conferenze stampa internazionali, agli innumerevoli articoli scritti sul caso dalla stampa estera in decine di paesi nel mondo, è difficile ipotizzare che proprio solo il Pontefice potesse essere all’oscuro di tutto.

    Se prima della nomina di mons. Delpini ad Arcivescovo di Milano, nel luglio 2017, e mons. Tremolada Vescovo di Brescia, i collaboratori di Francesco gli avessero raccontato un’altra “verità”, pur scrivendo essi stessi contemporaneamente ai familiari della vittima riferendo che le loro missive di denuncia erano lì giunte regolarmente e che tutto era in mano direttamente al Pontefice, ora, nel 2018, prima della nomina dello stesso mons. Delpini rappresentante del Sinodo dei Vescovi sui giovani (ottobre 2018) è davvero impossibile credere che ancora il Papa non sappia nulla.

    In particolare da quando è iniziato il processo penale a porte aperte (giugno 2017), che si è concluso in primo grado il 20 settembre 2018 con la condanna del prete a sei anni e quattro mesi, risulta difficile credere che in Vaticano ci sia ancora qualcuno che possa sostenere di non essere a conoscenza della denuncia che gli stessi familiari hanno fatto pervenire in Vaticano, già dal maggio 2015,  rispetto allo specifico comportamento omissivo dei due vescovi mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada.

    L’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Cardinale Müller, già nel 2015 rispondeva in meno di 24 ore che avrebbe analizzato personalmente tutta la documentazione comprovante la fondatezza della esplicita denuncia.

    Nella recente lettere aperta indirizzata a Papa Francesco, pubblicata da “ilfatto quotidiano.it” il 19 ottobre 2018, di seguito riportata (clicca qui – Lettera aperta a Papa Francesco), si leggono i nomi e i ruoli di alcune persone informate sui fatti a cui con fiducia i familiari si erano rivolti: “Caro Papa Francesco brevemente ti vogliamo raccontare, ancora una volta, l’ennesima volta, in cosa consiste la vicinanza che abbiamo avuto in questi anni, a partire dall’allora parroco don Carlo Mantegazza, al nuovo parroco don Roberto Soffientini, all’attuale Vescovo di Brescia mons. Pierantonio Tremolada all’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, al Cardinale Angelo Scola all’epoca Arcivescovo di Milano, a tutti i Vescovi, Cardinali, Monsignori, Nunzi Apostolici… a cui abbiamo scritto nelle diverse e più alte Istituzioni della Chiesa, alla Congregazione per la Dottrina della Fede, all’attuale Prefetto e al precedente, al Segretario, ai diversi membri, al Tribunale Ecclesiastico, Giudici, Notai, Procuratori, al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, nelle sue più alte cariche, ai diversi Segretari di Stato che si sono susseguiti, alla Congregazione dei Vescovi e al suo Prefetto, al Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al Presidente per l’esame dei ricorsi della Congregazione per la Dottrina della Fede, al Prefetto della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, a tutti i suoi membri, ai tuoi Segretari, al Papa Emerito ecc. ecc.”

    Oggi il Santo Padre non può più  sostenere di non sapere, oggi è venuto il tempo della coerenza, dei provvedimenti, è giunto il momento in cui la credibilità è messa alla prova nei fatti.

    Gli ultimi avvenimenti di questi giorni non lasciano ben sperare, tenendo conto che tutta la documentazione relativa alla denuncia esplicita sul caso Delpini e Tremolada è di competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede. A meno che il Santo Padre non decida personalmente di intervenire perché scopre, improvvisamente, di essere stato male informato dai suoi collaboratori come nel caso cileno del Vescovo Barros oggi sospeso.

    Ma quanti maldestri collaboratori dovrebbero saltare?

    Il Prefetto, Cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, a cui sono giunte ormai una decina di copie di tutto il dossier sul Caso Delpini, recapitato più volte sia dai familiari della vittima che da tutti gli uffici curiali da essi contattati, come confermato per iscritto anche dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, dai diversi Nunzi Apostolici, dallo stesso Cardinale Scola già nel 2015, dal Tribunale ecclesiastico ecc.: è di fatto colui (Il prefetto Cardinale Ladaria) che governa l’istituzione ecclesiastica preposta a giudicare l’operato dei Vescovi, l’eventuale condotta omissiva nei casi di abuso sessuale da parte di clerici a loro affidati.

    Il Cardinale Ladaria è quindi la persona giusta che ha il dovere e la facoltà di decidere se “rinviare a giudizio” ecclesiastico i diversi vescovi denunciati come mons. Delpini e mons. Tremolada, colui che governa, che analizza le carte, le prove, i comportamenti ecc.

    Lo stesso Cardinale però è da anni accusato di aver a sua volta esplicitamente insabbiato almeno un caso di pedofilia, quello relativo Vescovo Barbarin che chiedeva consiglio rispetto all’abuso di un sacerdote a lui affidato.

    Il Vescovo Barbarin si era rivolto alla Congregazione per capire come comportarsi e il Cardinale Ladaria gli suggeriva scrivendogli di non dare pubblico scandalo insabbiando di fatto il caso.

    La giustizia penale Francese da alcuni anni sta invano tentando di recapitare la convocazione a comparire in tribunale in quanto accusato per presunta complicità nell’insabbiamento.

    Il Vaticano ha comunicato ufficialmente il 17 settembre 2018 alle autorità Francesi, in particolare al Ministero per gli affari Esteri in una nota resa pubblica il 18 ottobre 2018 da LaStampa Vatican Insider che il Vaticano, per il Cardinale Ladaria, ha invocato l’immunità diplomatica di cui gode il Cardinale stesso in quanto il  diritto internazionale riconosce «l’immunità penale ratione materiae agli agenti pubblici per atti compiuti in nome del sovrano Pontefice».

    Pertanto il comportamento esercitato da sua Eccellenza mons. Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, non può essere giudicato se semplicemente il Vaticano non ritiene sia il caso.

    Questo significa che non importa la verità, non importa se tutto ciò è aberrante, se il Papa ha raccontato un sacco di storie sulla “Tolleranza Zero”, sul giudizio dei Vescovi definiti addirittura “Caca”, non importa se non c’è posto nella chiesa per chi abusa e per chi protegge gli abusatori qualunque grado gerarchico essi occupino nella nostra Madre Chiesa, come una Madre amorevole… (forse il Papa si era semplicemente dimenticato di specificare che questo era valido per tutti eccetto che per i diplomatici).

    Non importa se un Cardinale insabbia, o concorre ad insabbiare un caso di pedofilia: in quanto diplomatico può legittimamente farlo, esercitando il suo sacrosanto diritto di insabbiare e sottraendosi al giudizio, purché lo faccia in nome e per conto del Pontefice.

    Alla luce di queste rassicuranti prese di posizioni ufficiali da parte del Vaticano, risulta difficile pensare che proprio il Cardinale Ladaria Ferrer decida di “rinviare a giudizio” il Vescovo Delpini o il Vescovo Tremolada che, per loro sfortuna, non potrebbero invocare e godere dell’immunità diplomatica, pertanto è certamente meglio non rispondere ad alcuna missiva.

    Certamente più saggio non sottoporre nessuno al giudizio ecclesiastico mentre tutto questo, incredibilmente, avviene alla luce del sole senza che il Santo Padre Papa Francesco, che ora sa tutto, muova un dito, preferendo viceversa, nei fatti, optare per i proclami plateali, rivolgendo scuse quasi quotidiane alle vittime che sono stufe marce anche solo di sentirle pronunciare.

    La Redazione

  • Il Vaticano invoca l’immunità per Ladaria convocato dal tribunale di Lione per il caso Barbarin

    Il Vaticano invoca l’immunità per Ladaria convocato dal tribunale di Lione per il caso Barbarin

    Le parti civili accusano il prefetto della Dottrina della Fede di complicità nell’occultamento di abusi. La Santa Sede: atti svolti «nell’esercizio delle funzioni sovrane» all’interno della Congregazione

    Il Vaticano non ha notificato al cardinale spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer la sua convocazione a comparire in tribunale per il caso del cardinale Philippe Barbarin, accusato di aver insabbiato abusi nella sua arcidiocesi, invocando la sua «immunità». Lo rendono noto le parti civili citate dall’agenzia AFP, spiegando che il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede era stato chiamato a comparire davanti alla Corte penale di Lione per una presunta complicità nell’occultamento delle violenze compiute da un sacerdote su alcuni giovani scout tra il 1986 e il 1991.

    Secondo l’accusa, Barbarin avrebbe consultato Ladaria sulla vicenda del sacerdote ed il pelato spagnolo – come emergerebbe in una lettera sequestrata dagli investigatori – avrebbe consigliato all’arcivescovo di Lione di adottare «appropriate misure disciplinari» ma di «evitare lo scandalo pubblico».

    In una nota verbale inviata il 17 settembre al Ministero per gli Affari esteri francese e trasmessa alla giustizia di Lione, le autorità vaticane sottolineano che l’arcivescovo Ladaria aveva parlato con il cardinale Barbarin «nell’esercizio delle funzioni sovrane» svolte all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede. In questo modo, viene sottolineato, il diritto internazionale riconosce «l’immunità penale ratione materiae agli agenti pubblici per atti compiuti in nome del sovrano Pontefice». «Il tribunale del Vaticano – si legge nella nota – considera pertanto inaccettabile l’istanza e stabilisce che non procedere alla notificazione della citazione al cardinale Ladaria».

  • CHURCH AND PEDOPHILIA ITALY HAS NO HOPE OF SOLVING THE PROBLEM

    CHURCH AND PEDOPHILIA ITALY HAS NO HOPE OF SOLVING THE PROBLEM

    In the online magazine special of LEFT of 30 August 2018, the journalist Federico Tulli begins by stating that “Among the most developed countries, Italy is the only one in which there has never been a governmental investigation on clerical pedophilia. Yet in Italy, the numbers reveal that it is much more widespread than elsewhere. An inertia that, in addition to the risks for children, has been worth a complaint to the UN for complicity with the Church.”

    di Francesco Zanardi

    Unfortunately, we share this affirmation to the point of having repeatedly asked ourselves in these years what sense it has to continue the work of denunciation by Rete L’ABUSO, which despite enormous efforts in Italy, it seems a struggle against windmills. Thinking then of the victims and the benefits that the Rete L’ABUSO project brings them, we are encouraged to find the strength and the courage to move forward. A reflection that does not derive from a moment of depression but from a series of factors that together create a deadly mixture that prevents not only the resolution of the problem, but also any type of preventive form in order to protect potential victims.

    THE CONCEPT

    Let’s start from the problem. Pedophile priests, who unlike the pedophile lay people, have the advantage of being able to enjoy the protection of an organization, which with criminal methods protects them and thanks to the culture of silence allows them to repeat dozens of times the number of abuses. Another problem of a cultural nature is the vision of pedophilia, which for the church is a crime against morality and not a crime against the person. A concept which has been highlighted to the UN in the report of 2014, which as long as it remains, will not allow the church the awareness of the crime committed and consequently not even civil interventions towards the victims, who in a similar concept are part of the sin that sees God as the only victim.

    THE COURT OF BERGOGLIO

    Speaking of clerical pedophilia, it is right to start from the Congregation for the Doctrine of the Faith (the Vatican organ that has the task of dealing with these cases) and its Prefect in office, Luis Francisco Ladaria Ferrer who is the former secretary of the CDF at the time when the Prefect was Cardinal Joseph Ratzinger. To be noted, Cardinal Ratzinger was also investigated in Texas in 2004 for cover-ups and saved from immunity. Ladaria is certainly not the person most suited to that charge who in fact boasts over the years a significant recidivism in the firing and protection of pedophile priests. One of the cases that made the most clamor is that of Don Giovanni Trotta who in 2012 was reduced to the lay laical and Ladaria who in a decree, ordered silence “to avoid scandal among the faithful”. So the ogre violated other children undisturbed. In the CDF, Ladaria treated dozens of other cases, all unresolved in at least, regarding justice for the victims.

    After the new appointment that dates back to 3 July 2017, we immediately see Ladaria working to cover-up alleged abuses of the pope’s altar boys. Even here there is no solution indeed. The alleged molester, Don Gabriele Martinelli, was not only not even suspended, but in 2018 even collected reservations for the spiritual exercises of the Opera Don Folci, which was attended by the same Ladaria. A few days ago the news passed quietly in Italy, where Ladaria was sued in Lyon with Cardinal Philippe Barbarin and five others. A process that could be avoided because Ladaria is not in France and the Vatican has not yet given any answer on its participation in the trial that will be held next January.

    But in the court of Bergoglio we find not only Ladaria, but also his colleagues like Cardinal George Pell, accused of cover-ups and abuses in Australia, Cardinal Domenico Calcagno, protector of the pedophile priest Nello Giraudo, who helped in the election of Bergoglio, Archbishop Mario Delpini and his colleague Pierantonio Tremolada, who tried to cover up the case of Don Mauro Galli and again, the bishop Diego Coletti and his colleague Angelo Comastri, collaborators of the alleged abuses on the pope’s altar boys. Also Cardinal Crescenzio Sepe, reported for the cover-up by the alleged victim on the basis of the Motu Proprio of Bergoglio, who never intervened. The list is still long and here you can consult the Italian clergy that cover-up cases.

    Bergoglio collects accusations from one pole to the other on the planet, even if the Italian newspapers do not speak of it, he did not intervene in the case of the Veronese priest Don Nicola Corradi and now “the pope of transparency closes in silence” finally debunking the myth purely mediatic of the much acclaimed zero tolerance, which has never been there.

    COMPLICATIONS

    Unlike other countries, the Italian press seems to be an accomplice in the cover-ups and in recent weeks has limited itself to bring back the uncensorable or the news that comes from the foreign press, but it does not say a single word on Italian cases, and there are many besides those we have mentioned above.

    In Italy we will never see a “Spotlight Case” because the television news organizations do not mention the phenomenon in the slightest. The printed paper timidly reports some cases, often only at the local level, without ever producing journalistic investigations that document the real national scope of the phenomenon.

    FAVOREGGIATORI                    

    In the various countries of Australia, Chile, the United States, Ireland, Germany and so on, we note a strong stance of governments and institutions and consequently of public opinion in the face of the scandals. In Italy, on the other hand, we can tell the sad record of how the highest public offices have betrayed citizens over the years to favor the church and protect pedophile priests. We recall in fact a very sad President of the Republic, Giorgio Napolitano, who in 2010, when the scandal arrived in Europe, instead of asking the Government for actions in favor of the citizens, supported by the highest institutional positions, consoled Joseph Ratzinger for what he said was an “unqualified attack on the church and the pope.” The then Minister of Grace and Justice Angelino Alfano, following an interview released by the then deputy prosecutor of Milan Pietro Forno, also accused the Italian church of implementing systematic cover-up of abuse. After the interview, Minister Alfano did not start as expected an investigation as happens in other countries, instead he sent inspectors to the Ombudsman’s office.

    Today, in 2018, the situation has worsened. We see in fact fugitives to the legal requests of the Presidency of the Council of Ministers, the Ministry of the Interior, the Minister of Justice, the Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation. When informed of the serious problems in the matter of clerical pedophilia by a parliamentary deliberation requested by Rete L’ABUSO and filed by the deputy Matthew Mantero 27-11-2017, to date, this is still unanswered and censored by all national newspapers, except the weekly LEFT and some other small newspaper.

    Also in a second case, the President of the Republic, the Presidency of the Council of Ministers, the Presidency of the 12th Social Affairs Commission, were reached by a warning presented by an Advocate of Rete L’ABUSO, Mario Caligiuri, and once again this was censured by the Italian press.

    Rete L’ABUSO was inspired by The UN Committee on the Protection of the Child to proceed with reference to the 2014 recommendations. However, in the meeting of 5 June 2018 at the United Nations High Commissioner for Human Rights of Geneva, the President of the Rete L’ABUSO, Francesco Zanardi announced that he started more investigations into pedophilia in Italy, which is actually not allowed on Italian soil because the Holy See commits the same violations disputed. Also this news as in the previous ones, was silenced by the Italian press.

    The criminal choices of the various governments that followed in Italy have produced an ideal environment for pedophiles and I am not referring only to the clergy. These include the farlocca introduction of the pedophile certificate (contest contained in the parliamentary question) that, to relieve the clergy from the exhibition itself, paradoxically indicates to the pedophiles the hunting ground, for example voluntary service, where people are always the most at risk.

    Other omissions of the Italian Government are found in the application of the Lanzarote Convention which in Italy, rather than strengthening constitutional guarantees, in the canonical rite it allows the violation to the detriment of the victim and to the advantage of the priest.

    There are other serious shortcomings of the Italian government, for example the creation of consultants for victims of sexual violence introduced by the European standards. These consultants that should have been managed by the national health, in reality have never been realized and the suspicion is that this happened precisely to avoid that in Italy. We could quantify the phenomenon and the consultors in fact could have provided very precise data, for example, how many victims there are of sexual violence, and determine which of those are caused by pedophilia and how many of those were abused by priests. Unfortunately, the only reliable and perceptive data in our country is what Rete L’ABUSO has provided and it speaks of almost 300 priests involved only in the last 15 years.

    Always the European rules foresaw that in Italy what was created was a database not only useful for prevention, but also to file serial abusers. In 2006, following ratification, a fund was set up to create the database, but to date there is not as yet a database and especially in the violence against children, this lack means that there is not a minimum of protection and prevention.

    The only body established in our country is the Observatory for the fight against pedophilia and child pornography, established on 25 July 2007, to date, repeatedly consulted, it has not been able to provide any useful data.

    The observatory, left without appointments for a long period, was recomposed on September 12, 2016 by the then minister with proxy for equal opportunities Maria Elena Boschi who a few days later, unobservant to the D.M. which regulates it, with an additional decree, removes one of the councilors, Michele Palma, who is in charge of equal opportunities and replaces her inexplicably and without any pro, with a priest, Don Fortunato di Noto.

    1. The links referred to the Observatory and the respective documentation are no longer available on the Ministry website at the original links.

    EXPLOSIVE MIXTURE

    In a democratic state sovereignty belongs to the people, but how do the people practice it?

    First of all, the people acquire the awareness of the problem through the press that does not by chance have the privileges to protect itself enshrined in the Italian Constitution, such as confidentiality on the source of the news.

    For this reason we are very angry with the Italian press that by censoring the problems it is not only responsible for preventing citizens the awareness of a problem but the possibility that people could protect themselves and demand that the Government intervene. Without an alarm on a problem, that problem does not exist and if a problem does not exist it is not addressed.

    Remaining in the theme of pedophile priests and the protection of minors, Italy is facing a serious problem. On the one hand the Holy See, which promises provisions that conceptually can never be in favor of the victims since the church does not consider pedophilia a crime against the person but a sin against morality. Another basic problem is the 1962 directive known as Crimen Sollicitationis, reaffirmed in 2002 by the then cardinal Joseph Ratzinger and the then secretary Tarcisio Bertone. It is a directive still in force, which in fact, beyond the proclamations of Bergoglio, is brought up on internal abuse cases.

    And here we must make an important reflection that inevitably leads us to understand that the church does not want to intervene seriously on the phenomenon but tries to circumvent it giving the public the false impression of taking action, avoiding taking responsibility for victims and tribunals.

    Have you ever asked yourself the question, who is in charge of managing the sexual abuse cases in the Catholic world?

    Let me explain better, if a lawyer sexually abuses a minor, it is not that the lawyers’ order institutes a special court to try it, the jurisdiction is of the magistracy, of the justice of the country in which the crime was committed. So why in the case of priests should the competence be of the Holy See? The Holy See has, if it deems it appropriate, competence at most on the moral question, the fact that it persists in wanting to manage these cases internally is attributable to a single reason, that of not responding to the victims and the law, with the promise that “we will be more careful”.

    Just think if Bergoglio instead of praying louder and louder not to hear the cries of the victims, he ordered his bishops, instead of handling cases internally, to denounce them to the judiciary. In a few months he would have solved the problem by guaranteeing the correct prevention for minors who attend parishes all over the world.

    The criminal and complicit inertia of the government is the detonator of this explosive mixture to the detriment of the psychophysical health of their citizens. They have preferred to betray the state, a petticoat by priests.

    By Francesco Zanardi

    President of the Rete L’Abuso

    Chiesa e pedofilia, attualmente l’Italia non ha speranza di risolvere il problema.

  • Berlino; seconda giornata del meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero

    Berlino; seconda giornata del meeting internazionale dei sopravvissuti agli abusi sessuali del clero

    Si è quasi concluso il meeting di Berlino che ha visto  partecipare i rappresentati di Eca e circa 250 vittime arrivate da tutto il mondo

    Nel workshop di questa mattina ha parlato anche il presidente della Rete L’ABUSO, Francesco Zanardi, illustrando la situazione altamente critica dell’Italia, una situazione che è risultata, davanti agli altri 15 Paesi che rappresentano Eca, la più critica in assoluto.

    A differenza degli altri Paesi è emerso inequivocabilmente che l’Italia, anche a causa dell’influenza politica e alle connivenze tra il Vaticano e il sistema politico, è probabilmente  il Paese più indifeso, ma anche l’unico  che non ha nessuna politica nazionale di prevenzione di fronte a questo fenomeno. Un Paese che non ha ancora quantificato,  a differenza degli altri, l’entità del fenomeno della pedofilia clericale.  Sarà  probabilmente quello più colpito da questo fenomeno:  non solo sul suolo italiano c’è un fenomeno locale di preti italiani ma, in realtà, è diventato un collettore che raccoglie preti indagati in ogni parte del mondo, ci sono moltissimi casi,infatti, di preti stranieri mandati nel nostro paese.

    Oltre all’assenza di prevenzione,  è emerso che in Italia non esiste alcuna politica per il soccorso delle vittime dopo gli abusi. Non esiste nessuno sportello, malgrado la legge lo preveda,  per aiutare le vittime a superare il trauma. In base alla legge europea lo Stato italiano ha ratificato un fondo per le vittime di reati gravi, fondo che, attualmente, non esiste. Moltissime vittime abusate, anche se al termine del processo vincono e viene loro riconosciuto un risarcimento, spesso non lo ottengono perché i preti o non hanno le cifre per poterli risarcire o, spesso, risultano nullatenenti.

    Come più volte è stato detto negli articoli della Rete L’ABUSO il problema principale per l’Italia è l’assenza della stampa, stampa che sta parlando unicamente delle notizie incensurabili che arrivano dai giornali stranieri, ma che non solleva il caso italiano, non parla dei casi italiani. Questa mattina il presidente della Rete L’ABUSO ha esposto quattro casi dove risulta coinvolto anche papa Francesco, anche solo per inadempienze:

    • il caso di Milano, che vede coinvolti due Vescovi: mons. Mario Delpini e mons. Pierantonio Tremolada. Malgrado la Congregazione per la Dottrina della Fede fosse informata da tempo degli insabbiamenti compiuti dai due monsignori, malgrado il fatto che lo stesso Delpini abbia verbalizzato davanti alla Polizia di essere stato subito avvisato del fatto che un prete avesse dormito con un minore e lo avesse comunque spostato in un’altra parrocchia ancora con i minori, malgrado la dichiarata “tolleranza zero”, malgrado tutto ciò papa Francesco ha promosso i due monsignori: il primo arcivescovo di Milano, il secondo Vescovo di Brescia
    • Il caso dell’istituto per bambini sordi Antonio Provolo di Verona: nel 2014 un gruppo di sordi ha incontrato papa Francesco consegnandogli una lettera contenente i nomi di 25 sacerdoti accusati di atti di pedofilia, e tra questi anche don Nicola Corradi che è stato poi arrestato in Argentina nel 2016. Questo grazie alla giustizia argentina perché papa Francesco, seppur personalmente informato già nel 2014 non ha mosso un dito nei confronti del sacerdote.
    • Il caso di Don Silverio Mura. Proprio oggi la Procura di Pavia ha comunicato telefonicamente al presidente della Rete L’ABUSO la data di una convocazione per un interrogatorio riguardo all’esposto fatto su questo sacerdote. Il caso di Don Silverio Mura è emblematico nelle coperture perché la presunta vittima, Arturo Borrelli, è stato ricevuto da papa Francesco, ma non vi è stato nessun intervento da parte sua. All’inizio del 2018 si è scoperto che il sacerdote era stato trasferito da Napoli a Montù Beccaria, un paesino del pavese, dove operava addirittura sotto falso nome, probabile motivo questo dell’indagine della Procura di Pavia. Dopo aver scoperto il prete a Pavia, quest’ultimo è di nuovo sparito e si ignora, in questo momento, dove questo sia.
    • Il caso dei chierichetti abusati nel pre-seminario del Vaticano: allo stato attuale risulta insabbiato per la terza volta. Di fronte a questo caso le dichiarazioni di “tolleranza zero” del Papa risultano improponibili, in quanto non è riuscito a risolvere il caso “di casa sua”, avvenuto dentro lo Stato di Città del Vaticano. Il sacerdote accusato, don Gabriele Martinelli, non è stato nemmeno sospeso, anzi, all’inizio dell’estate i report della Rete L’ABUSO lo scoprivano che stava ancora operando, senza alcuna sospensione cautelativa, ed era addirittura incaricato di raccogliere le prenotazioni per gli esercizi spirituali, organizzati presso l’Opera Don Folci di Como, e condotti poi da mons. Francisco Ladaria, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, organo deputato proprio al giudizio sulla “purezza dei sacerdoti”. Troviamo quindi coinvolto anche Ladaria in un serie di inadempienze.

    I dati emersi, a confronto con quelli degli altri Paesi, fanno risultare l’Italia, oggi, il Paese più a rischio fra i 15 paesi che fanno parte di ECA.  Tra le motivazioni vi è la totale assenza di inchieste giornalistiche: i casi vengono riportati a livello locale ma non c’è un tam-tam della stampa sui casi italiani.  La stampa riporta quanto vi è di incensurabile che esce all’estero, ad esempio quello del caso del Vaticano è un caso più che emblematico. In una situazione di democrazia i giornalisti hanno dei privilegi, privilegi costituzionali che non sono dati a caso: la stampa è fondamentale nei paesi democratici perché è quella che permette, scrivendo e dunque informando i cittadini, di tutelare i più deboli, i minori in questo caso, e anche di permettere ai cittadini stessi di protestare contro le inadempienze del Governo. Questa situazione ha destato un notevole interesse da parte dei giornali di tutto il mondo presenti questa mattina al meeting.

    Altro punto è la totale assenza dei Governi che si sono susseguiti in questi ultimi anni. L’attuale Governo è coinvolto in una interrogazione parlamentare, fatta dall’onorevole Matteo Mantero nel novembre scorso, che interroga il Parlamento sui preti pedofili. A seguire c’è stata una Diffida nei confronti del Governo che a livello italiano non ha aperto nessuna discussione, anzi, il Governo non ha addirittura risposto a quella Diffida. In compenso hanno risposto le Nazioni Unite, ovvero l’alto commissariato per i diritti umani di Ginevra, che ha aperto prontamente un fascicolo sull’Italia che sarà reso pubblico il 19 gennaio del 2019.

    Altro problema, che aggrava la situazione, è l’inerzia dell’autorità giudiziaria italiana. Negli altri Paesi l’autorità giudiziaria si muove autonomamente, apre fascicoli, indaga sui casi che avvengono negli Stati, in Italia invece questo non sta avvenendo.

    Alle 16.30 di questo pomeriggio gli attivisti e le vittime presenti al Congresso manifesteranno nella Piazza del Parlamento tedesco.

    Nella sessione di ieri sono intervenuti diversi rappresentanti di diverse fazioni politiche; è intervenuto anche il ministro della tutela dei diritti delle famiglie, donne, anziani e bambini, con un intervento significativo.

    Vediamo quindi una situazione politica nettamente diversa da quella che abbiamo in Italia.