Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, le colpe di papa Francesco

    Pedofilia, le colpe di papa Francesco

    Le accuse dell’arcivescovo Viganò non stanno in piedi. Ma evidenziano una guerra in cui Bergoglio si trova in condizioni di debolezza. Anche per errori suoi

    EMILIANO FITTIPALDI

    Il clamoroso dossier pubblicato due settimane fa dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha mostrato ancora una volta qual è il punto debole del pontificato di Bergoglio. Perché, al di là delle reali motivazioni per le quali l’ex nunzio a Washington ha chiesto le dimissioni di Francesco accusandolo di aver coperto gli abusi sessuali dell’ex cardinale americano Theodore McCarrick, e dell’uso strumentale che ne stanno facendo le fazioni ultra tradizionaliste nemiche del papa, la vicenda ha evidenziato come il pontefice stia perdendo a cinque anni dall’elezione al soglio petrino una delle battaglie più delicate del suo magistero. Quella contro la pedofilia degli ecclesiastici, tumore cresciuto nei decenni grazie alla compiacenza e all’omertà della Chiesa.

    L’accusa principale di Viganò appare assai debole. Non solo perché non suffragata da alcuna prova (l’arcivescovo ha infatti raccontato che in un incontro privato nel 2013 avrebbe avvertito Francesco che McCarrick aveva approfittato sessualmente di decine di giovani seminaristi maggiorenni aggiungendo che il papa, nonostante le rivelazioni, non avrebbe mosso un dito contro l’anziano presule in pensione), ma anche perché il rapporto è pieno di omissioni: in primis proprio l’ex nunzio, dopo la sua denuncia al papa, ha in più occasioni incontrato McCarrick in assoluta cordialità, tanto da presentare il molestatore a una conferenza pubblica come «un uomo molto amato da tutti noi». Elementi che compromettono l’assunto con cui l’arcivescovo giustifica il suo sfogo: «Io agisco solo perché la verità emerga».

    Ma seppure i fatti raccontati fossero veri, seppure Bergoglio avesse avuto nel 2013 la consapevolezza della doppia vita di un anziano vescovo in pensione allora mai sfiorato da accuse di pedofilia, arrivate solo nel 2018, le accuse di Viganò sembrano assai poco significative in un contesto di responsabilità ed evidenze ben più gravi. Riguardanti il papa e altri alti prelati vicini al vescovo di Roma «venuto dalla fine del mondo».
    L’operazione di Viganò mira a coinvolgere il pontefice in prima persona nel nuovo grande scandalo dei preti pedofili della Pennsylvania, dove la procura generale lo scorso agosto ha diffuso i risultati di un’indagine su presunti crimini di ecclesiastici avvenuti nell’arco degli ultimi 70 anni. Un report che evidenzia come oltre 300 tonache avrebbero abusato e violentato in modi orrendi oltre mille bambini e bambine. «Abbiamo le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi. La copertura era sistematica», ha detto Josh Shapiro, procuratore generale dello Stato del Nord Est. «Quello che abbiamo trovato davvero spaventoso è che i leader della Chiesa avrebbero mentito ai fedeli la domenica, mentito in pubblico, protetto questi predatori ma contemporaneamente documentavano ogni cosa, mettendola negli archivi segreti. Le responsabilità del papa? Non posso parlare specificatamente di Francesco», ha concluso il magistrato.

    La stragrande maggioranza dei casi di stupri, in effetti, è precedente al 2000. Ma il nuovo terremoto americano e le reazioni internazionali alla lettera di Viganò dimostrano che sul tema della lotta alla pedofilia Francesco sta cominciando a perdere credibilità. Anche perché, se il papa ha usato parole di fuoco per stigmatizzare gli orchi con il collarino, di passi in avanti questo magistero ne ha compiuti – al netto della propaganda bergogliana – davvero pochi. Chi dice che la pedofilia è un fenomeno del passato non conosce i numeri della Congregazione della dottrina della fede, che segnalano come negli ultimi cinque anni siano arrivate in Vaticano circa 2.000 denunce “verosimili” da ogni parte del mondo, una media doppia rispetto al periodo 2005-2009.
    Travolto dagli scandali di Boston e della Chiesa irlandese, Benedetto XVI allungò i termini di prescrizione del reati di 10 anni, inserì nei codici vaticani il reato di pedopornografia, ma non intaccò il dispositivo (nefasto) del «segreto pontificio», ancora oggi applicato a ogni processo canonico e su ogni notizia di atti contro il sesto comandamento. Francesco non ha modificato le regole, che vanno tutte contro la trasparenza tanto pubblicizzata dalla “rivoluzione”: chi parla rivelando i nomi dei pedofili compie “peccato mortale”, e va incontro a sanzioni severe decise da una commissione disciplinare ad hoc. Con sanzioni che comprendono il licenziamento e persino la scomunica “latea sententiae”.

    Bergoglio non ha nemmeno emesso norme né motu proprio pontifici che obblighino senza se e senza ma i vescovi e i presuli a denunciare preti pedofili direttamente alla magistratura ordinaria: «La responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti» non basta più all’opinione pubblica e ai fedeli traditi. Soprattutto quando “la negligenza” coinvolge i vertici vaticani. Gli esempi recenti sono molti, e quello che riguarda Luis Francisco Ladaria, promosso un anno fa prefetto della Congregazione della fede da Francesco, è emblematico: nel 2012 Ladaria ha infatti coperto, senza denunciarlo, un prete pedofilo che la Congregazione aveva ridotto in stato laicale per abusi sessuali su alcuni bambini, don Gianni Trotta. Ladaria e il cardinale ex prefetto William Levada ordinano però alla chiesa pugliese che la condanna canonica passi sotto silenzio, «per non dare scandalo ai fedeli». Trotta, le cui gesta erano sconosciute a tutti tranne che alle gerarchie vaticane, ha potuto così violentare altri minorenni del tutto indisturbato: dopo essere stato spretato, ha infatti trovato lavoro come allenatore in una squadra di calcio giovanile, e in due anni ha molestato una decina di bambini in un paesino vicino a Foggia. Ladaria è ancora potente prefetto della Congregazione che deve giudicare i preti pedofili.
    I fallimenti non si contano: il tribunale contro i vescovi maniaci, annunciato urbi et orbi nel 2015, non vedrà mai la luce. La Commissione per la Tutela dei minori voluta dal papa nel 2014 non ha alcun potere reale, né in Vaticano né sulle Conferenze episcopali dei vari paesi, tanto che due membri laici, ex vittime dei pedofili, sono andati via sbattendo la porta, spiegando che l’organismo era solo «un’operazione propagandistica di Francesco».

    Sono decine gli altri casi eclatanti che spiegano bene perché il papa stia perdendo credibilità sulla questione che contribuì a chiudere l’esperienza di Benedetto XVI, e perché rischi seriamente che i suoi tanti nemici – in una guerra civile ormai permanente – possano presto approfittare dei suoi passi falsi. George Pell, il cardinale chiamato a Roma dal pontefice per mettere a posto le finanze vaticane e “moralizzare” la corrotta curia romana, un anno fa è stato infatti incriminato dai magistrati australiani per alcuni casi di pedofilia considerati più che verosimili da inquirenti e polizia. Francesco, anche se lo ha sospeso dall’incarico, lo ha sempre sostenuto, decidendo di non sostituirlo prima della fine del processo.

    Le imputazioni dei magistrati e dei ragazzi sono ovviamente tutte da dimostrare. Ma evidenze del comportamento oscuro del cardinale di fronte alla tema della pedofilia erano note da anni. In passato, quando era vescovo di Melbourne, il “ranger” era già stato denunciato da un chierichetto di 12 anni per gravi molestie (il processo si era chiuso nel 2002 senza alcuna condanna per mancanza di prove) e Ratzinger – anche per questo – aveva sempre frenato le sue ambizioni di trasferirsi presso la Santa Sede. Non solo. Il porporato nel corso degli anni era finito nel mirino di decine di vittime e di sopravvissuti agli orchi. Ragazzi e ragazze che nel corso delle audizioni della Royal Commission, una commissione nazionale voluta dal governo di Canberra per investigare sugli abusi sessuali nella Chiesa australiana, hanno additato “Big George” come un insabbiatore, come un prelato che ha sistematicamente difeso i pedofili australiani (secondo il rapporto finale della Commissione il 7 per cento dei preti cattolici dell’isola sono implicati in vicende di pedofilia), come un vescovo che ha inventato un sistema di risarcimenti usato in realtà «per distruggere e controllare le vittime e difendere l’immagine e la cassaforte della Chiesa». Qualcuno, come un padre a cui un preside cattolico ha violentato due bimbe di 4 e 5 anni, ha definito Pell «un sociopatico».

    Quattro anni fa L’Espresso aveva documentato come il braccio destro appena scelto da Francesco aveva chiesto a famiglie distrutte dai pedofili in tonaca di accettare, per chiudere definitivamente il casi di abusi in alcuni processi civili contro la sua diocesi, la miseria di 30 mila euro. «In caso contrario» scrivevano gli avvocati di Pell, «noi ci difenderemo strenuamente in tribunale». Non solo: è un fatto che il cardinale abbia accompagnato sottobraccio mostri seriali come l’amico ed ex compagno di stanza Gerald Ridsdale (alla fine condannato in via definitiva per aver violentato decine di bambini), e che lo stesso “ranger” ha coperto accuse a suo dire false contro i Fratelli Cristiani e invece poi rivelatesi verissime. Altre vittime hanno raccontato – in testimonianze giurate – come Pell abbia cercato di comprare il loro silenzio.

    I giudici della Royal Commission hanno definito in una relazione del 2015 il suo comportamento «poco cristiano». Al netto degli esiti del processo per presunti abusi sessuali, tutte le altre informazioni sul lato oscuro di Pell erano pubbliche già prima che Francesco – tra il 2013 e il 2014 – nominasse “Big George” capo della Segreteria dell’Economia, poi membro del C9, il gruppo dei cardinali che deve consigliare il pontefice nella gestione della Chiesa universale.

    Com’è possibile che Bergoglio abbia protetto Pell? Questo resta un mistero glorioso. Così come incredibili appaiono – assai più che le accuse di Viganò – altre inaudite ascensioni di insabbiatori nelle alte sfere della gerarchia, tutte scelte che da anni stanno minando il credito del magistero bergogliano.
    Nel C9 Francesco ha infatti chiamato anche il cardinale cileno Francesco Errazuriz, che per anni ha tenuto nascoste in un cassetto le denunce dei ragazzi contro il pedofilo seriale Fernando Karadima. Mentre un allievo dell’orco, Juan Barros, nel 2015 nonostante le accuse circostanziate delle vittime e le vibranti proteste di parte del clero locale fu promosso ugualmente da Bergoglio vescovo di Osorno: solo quest’anno – dopo l’ira del presidente della Commissione per la tutela dei minori cardinale Seán O’Malley per l’ennesima difesa di Barros da parte di Francesco davanti alle vittime allibite – il papa ha cambiato linea, chiedendo scusa per parole inopportune, mandando in fretta e furia un nuovo visitatore apostolico in Cile per appurare una verità già evidente a tutti da lustri, e accettando infine le dimissioni di Barros. Un pesce piccolo, comunque, nella scala gerarchica del clero cileno: Errazuriz e l’arcivescovo di Santiago Ricardo Ezzati, che hanno sempre difeso Karadima e Barros e recentemente insultato uno dei sopravvissuti («un serpente», dissero in uno scambio email) non solo hanno mantenuto i loro incarichi, ma sono stati premiati. Errazuriz promosso nel C9, Ezzati con la berretta cardinalizia.

    Anche la recente vicenda che ha travolto il coordinatore del C9 Oscar Maradiaga, primo consigliere di Bergoglio, e il suo braccio destro Juan Josè Pineda è indicativa di come Francesco, se a parole propugna la “tolleranza zero”, poi copre troppo spesso le malefatte dei suoi fedelissimi. Il cardinale honduregno è stato posto alla destra del trono di Pietro nonostante tra il 2003 e il 2004 abbia ospitato in una delle diocesi del suo arcivescovado a Tegucigalpa un prete incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali, don Enrique Vasquez (rimase sei mesi in Honduras, poi – quando l’Interpol lo individuò – scappò via dal paese). E lo ha voluto al suo fianco nonostante Maradiaga – estimatore dell’insabbiatore seriale Bernard Law, da cui scaturì lo scandalo Spotlight – abbia detto nel 2002 durante una conferenza pubblica a Roma che anche lui sarebbe stato «pronto ad andare in prigione piuttosto che danneggiare uno dei miei preti» accusati di abusi minorili.

    Qualche mese fa L’Espresso ha svelato i contenuti dell’inchiesta di un visitatore apostolico argentino mandato dal Vaticano proprio nella diocesi honduregna: alcuni testimoni a maggio 2017 hanno infatti accusato Maradiaga di aver percepito dall’università cattolica locale 35 mila euro al mese per anni, e indicato il vescovo ausiliare Pineda responsabile di «gravi comportamenti inappropriati» (traducendo: abusi e relazioni sessuali) nei confronti di alcuni sacerdoti maggiorenni.

    Il coordinatore del C9 ha negato con forza ogni addebito, spiegando di aver girato i denari ricevuti alla diocesi affinché fossero investite in opere di beneficenza, e ha aggiunto che Pineda era innocente, calunniato da forze oscure e giornalisti «che scrivono libri infami. È stato Pineda stesso, per dimostrare la sua innocenza al mondo, a chiedere al Vaticano l’invio di un visitatore apostolico», disse furibondo il consigliere del papa.
    Dopo pochi mesi, però, documenti interni della diocesi hanno evidenziato che dei soldi di Maradiaga non c’è alcuna traccia nei bilanci di Tegucigalpa, mentre Bergoglio, lo scorso luglio ha accettato le dimissioni da ausiliare di Pineda. «Il fatto è che il papa ha tenuto per mesi i risultati dell’inchiesta del vescovo Casaretto sulla sua scrivania. Solo quando le accuse sono finite sulla stampa s’è finalmente mosso», spiegano oggi prelati honduregni. «Pineda comunque ha mantenuto il titolo di vescovo e Maradiaga è rimasto saldo al suo posto. Come dite voi in Italia? Parlare bene e razzolare male. Ecco, da Francesco proprio non ce lo aspettavamo».

  • Chiesa e pedofilia, attualmente l’Italia non ha speranza di risolvere il problema.

    Chiesa e pedofilia, attualmente l’Italia non ha speranza di risolvere il problema.

    Nello speciale di LEFT del 30 agosto 2018 il giornalista Federico Tulli inizia affermando che “Tra i Paesi più sviluppati, l’Italia è l’unico in cui non c’è mai stata un’indagine governativa sulla pedofilia clericale. Eppure, a livello numerico è molto più diffusa che altrove. Un’inerzia che, oltre ai rischi per i bambini, è valsa una denuncia all’Onu per complicità con la Chiesa”

    Di Francesco Zanardi

    Un’affermazione che purtroppo condividiamo al punto di esserci più volte domandati in questi anni che senso ha continuare il lavoro di denuncia della Rete L’ABUSO, che malgrado gli enormi sforzi, in Italia  sembra una lotta contro i mulini a vento. Pensando poi alle vittime e ai benefici che il progetto Rete L’ABUSO porta loro ci siamo rincuorati trovando la forza e il coraggio per andare avanti.

    Una riflessione che non deriva da un momento di depressione ma da qualcosa di più concreto ovvero una serie di fattori che insieme creano una miscela micidiale che impedisce non solo la risoluzione del problema, ma anche qualunque tipo di forma preventiva per poter tutelare le potenziali vittime.

    IL CONCETTO

    Partiamo dal problema; i preti pedofili, che a differenza dei pedocriminali laici hanno il vantaggio di poter godere della protezione di un’organizzazione, che con metodi criminali li tutela e grazie alla cultura del silenzio permette loro di reiterare decine e decine di volte il numero degli abusi. Altro problema di carattere culturale, la visione della pedofilia, che per la chiesa è un delitto contro la morale e non un crimine contro la persona, concetto che come rimarca anche l’ONU nel report del 2014, finchè resterà tale non permetterà alla chiesa la consapevolezza del crimine commesso e di conseguenza neppure interventi civili nei confronti delle vittime, che in un simile concetto sono parte del peccato che vede come unica vittima Dio.

    LA CORTE DI BERGOGLIO

    Parlando di pedofilia clericale è giusto partire dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (l’organo Vaticano che ha il compito di trattare questi casi) e dal suo Prefetto in carica, Luis Francisco Ladaria Ferrer, già segretario della C.D.F ai tempi in cui il Prefetto era il cardinale Joseph Ratzinger, anch’esso indagato in Texas nel 2004 per insabbiamenti, salvato dall’immunità. Ladaria non è di certo la persona più indicata a quella carica infatti vanta negli anni una notevole recidività nell’insabbiare e proteggere i preti pedofili. Uno dei casi che ha fatto più clamore è quello di don Giovanni Trotta che nel 2012 fu ridotto allo sto laicale e Ladaria, in un decreto ordinò il silenzio «per evitare scandalo tra i fedeli». Così l’orco violentò indisturbato altri bambini.

    Alla C.D.F. Ladaria trattò decine di altri casi, tutti irrisolti o almeno, per quanto riguarda la giustizia per le vittime.

    Dopo la nuova nomina che risale al 3 luglio 2017, vediamo da subito Ladaria al lavoro con l’insabbiamento dei presunti abusi sui chierichetti del papa. Anche qui nessuna soluzione anzi, il presunto molestatore, don Gabriele Martinelli, non solo non è stato neppure sospeso, ma nel 2018 raccoglieva addirittura prenotazioni per gli esercizi spirituali dell’Opera don Folci, ai quali partecipava lo stesso Ladaria.

    Di pochi giorni fa la notizia passata in sordina in Italia, che sempre Ladaria, è stato citato in giudizio a Lione insieme al cardinale Philippe Barbarin e altre cinque persone. Processo che potrebbe saltare in quanto Ladaria si nega alla giustizia francese e il Vaticano al momento non ha ancora dato alcuna risposta sulla sua partecipazione al processo che si terra il prossimo gennaio.

    Ma nella corte di Bergoglio non troviamo solo Ladaria, ma anche i suoi colleghi come il cardinale George Pell, accusato di insabbiamenti e abusi in Australia, il cardinale Domenico Calcagno, protettore del prete pedofilo Nello Giraudo, i neoeletti malgrado le accuse e proprio da Bergoglio, l’arcivescovo Mario Delpini e il collega Pierantonio Tremolada che cercarono di insabbiare il caso di don Mauro Galli e ancora, il vescovo Diego Coletti e il collega Angelo Comastri, insabbiatori dei presunti abusi sui chierichetti del papa, il cardinale Crescenzio Sepe, denunciato per insabbiamenti dalla presunta vittima sulla base del Motu Proprio di Bergoglio, che però non è mai intervenuto. La lista è ancora lunga e qui potete consultare quella degli insabbiatori italiani.

    Lo stesso Bergoglio incassa accuse da un polo all’altro del pianeta, anche se i giornali italiani non ne parlano lui stesso non intervenne nel caso del prete veronese don Nicola Corradi e adesso “il papa della trasparenza si rinchiude nel silenzio” sfatando finalmente il mito prettamente mediatico della tanto acclamata tolleranza zero, che non c’è mai stata.

    I COMPLICI

    Complice di ciò che non sta accadendo in Italia, a differenza degli altri paesi, la stampa italiana che proprio in queste settimane si è limitata a riportare l’incensurabile, ovvero le notizie che arrivano dalla stampa estera, ma non ha detto una sola parola sui casi italiani, e ce ne sarebbero tanti oltre a quelli che abbiamo citato sopra.

    In Italia non vedremo mai un “Caso Spotlight” in quanto gli organi di informazione televisivi non accennano minimamente al fenomeno. La carta stampata si limita timidamente a riportare qualche caso, spesso solo a livello locale, senza mai produrre inchieste giornalistiche che documentino la reale portata nazionale del fenomeno.

    I FAVOREGGIATORI

    Nei vari stati, vedi l’Australia, il Cile, gli Stati Uniti, l’Irlanda e via dicendo notiamo una presa di posizione forte dei governi e delle istituzioni e di conseguenza dell’opinione pubblica di fronte agli scandali. In Italia invece possiamo raccontare il triste primato di come le massime cariche pubbliche abbiano negli anni tradito i cittadini per favorire la chiesa e tutelare i preti pedofili. Ricordiamo infatti un tristissimo Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel 2010, quando lo scandalo arrivò in Europa, anziché chiedere al Governo interventi in favore dei cittadini, appoggiato dalle più alte cariche istituzionali, consolava Joseph Ratzinger per quello che a suo dire era un’inqualificabile attacco alla chiesa e al papa. Non da meno l’allora ministro di Grazia e Giustizia Angelino Alfano, che a seguito di un’intervista rilasciata dall’allora procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno, nella quale sulla base dell’esperienza e alla luce di quello che stava accadendo in tutto il pianeta, accusò anche la chiesa italiana, di attuare coperture sistematiche per insabbiare gli abusi. Dopo l’intervista, il Ministro Alfano non avviò come normalmente vediamo accadere negli altri paesi un’indagine, mandò invece gli ispettori nell’ufficio del procuratore Forno.

    Oggi, nel 2018 la situazione è ben peggiorata. Vediamo infatti latitanti alle richieste di legalità la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’interno, il Ministro della Giustizia, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, informati delle gravi problematiche in materia di pedofilia clericale, da una interrogazione parlamentare voluta dalla Rete L’ABUSO e depositata dal deputato Matteo Mantero il 27-11-2017, ad oggi ancora inevasa e censurata da tutti i giornali nazionali, tranne i soliti, il settimanale LEFT e qualche altra piccola testata.

    Latitanti anche in questo secondo caso il Presidente della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Presidenza della 12° Commissione Affari Sociali, raggiunti da una diffida presentata dall’avvocato della Rete L’ABUSO, Mario Caligiuri, anche questa volta censurata dalla stampa italiana.

    Tra i diffidati anche il Comitato ONU per la Tutela del Fanciullo, stimolato dalla Rete L’ABUSO a procedere in riferimento alle raccomandazioni del 2014, che però, nell’incontro del 5 giugno 2018 presso l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, nell’intervento del Presidente della Rete L’ABUSO Francesco Zanardi, ha dato notizia di aver avviato in’indagine per favoreggiamento alla pedofilia nei confronti dell’Italia che di fatto sta permettendo sul suolo italiano che la Santa Sede commetta le stesse violazioni contestate. Notizia anche questa come le precedenti, taciuta dalla stampa italiana.

    Le scelte criminali dei vari governi susseguiti in Italia hanno addirittura prodotto un ambiente ideale per i pedofili e non mi riferisco soltanto al clero. Tra queste l’introduzione farlocca del certificato anti pedofilia (contestazione contenuta nell’interrogazione parlamentare) che per sollevare il clero dall’esibizione del certificato stesso, paradossalmente indica ai pedofili il terreno di caccia, per esempio il volontariato, da sempre quello più a rischio, esentato in quanto il clero appartiene proprio a questa categoria.

    Altre omissioni del Governo Italiano le troviamo nell’applicazione della Convenzione di Lanzarote che in Italia, anziché rafforzare le garanzie costituzionali, nel rito canonico ne permette la violazione a svantaggio della vittima e a vantaggio del sacerdote.

    Ci sono altre gravi mancanze del Governo italiano, per esempio la realizzazione di consultori per le vittime di violenza sessuale introdotti dalle norme Europee. Questi consultori che avrebbero dovuto essere gestiti dalla sanità nazionale, in realtà non sono mai stati realizzati e il dubbio è che questo sia accaduto proprio per evitare che in Italia, si potesse quantificare il fenomeno. I consultori infatti avrebbero fornito dati molto precisi, per esempio quante sono le vittime di violenza sessuale, quante quelle di pedofilia e quante quelle abusate da sacerdoti. Purtroppo l’unico dato attendibile e perziale, nel nostro paese lo forniamo noi della Rete L’ABUSO e parla di quasi 300 preti coinvolti solo negli ultimi 15 anni.

    Sempre le norme europee prevedevano che in Italia venisse creato un database utile non solo a fare prevenzione, ma anche a schedare gli abusatori seriali. Nel 2006, a seguito della ratifica, fu istituito un fondo per realizzare il database, ma ad oggi non c’è ancora e soprattutto nelle violenze a danno di minori, questa mancanza fa si che non esista nei loro confronti un minimo di tutela e di prevenzione.

    L’unico organo istituito nel nostro paese è l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito il 25 luglio 2007, ad oggi, più volte interpellato, non è stato in grado di fornire alcun dato utile.

    L’osservatorio, rimasto senza nomine per un lungo periodo, venne ricomposto il 12 settembre del 2016 dall’allora ministro con delega alle pari opportunità Maria Elena Boschi che pochi giorni dopo, inosservante al D.M. che lo regolamenta, con un decreto integrativo, rimuove uno dei consiglieri, Michele Palma, facente capo alle pari opportunità e lo sostituisce inspiegabilmente e senza alcun pro, con un sacerdote, don Fortunato di Noto.

    N.B. I link riferiti all’Osservatorio e la rispettiva documentazione non sono più reperibili sul sito del Ministero ai link originali.

    LA MISCELA ESPLOSIVA

    In uno Stato democratico la sovranità appartiene al popolo, ma come fa il popolo ad esercitarla?

    Serve per prima cosa la consapevolezza del popolo riguardo ad un problema e questa consapevolezza il popolo la acquisisce attraverso la stampa che non a caso ha dei privilegi a propria tutela sanciti dalla Costituzione Italiana, come per esempio la riservatezza sulla fonte della notizia.

    Per questo motivo siamo molto arrabbiati con la stampa italiana che censurando i problemi si rende responsabile di impedire ai cittadini la consapevolezza di un problema, quindi la possibilità di tutelarsi e pretendere che il Governo intervenga. Senza un allarme su un problema, quel problema non esiste e se un problema non esiste non si affronta.

    Restando nel tema, i preti pedofili e la tutela dei minori, l’Italia si trova di fronte a un grave problema, da un lato la Santa Sede, che promette provvedimenti che concettualmente non potranno mai essere in favore delle vittime in quanto la chiesa non considera la pedofilia un crimine contro la persona ma un peccato contro la morale. Altro problema di base è la direttiva del 1962 nota come Crimen Sollicitationis, riconfermata nel 2002 dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’allora segretario Tarcisio Bertone, direttiva tutt’ora in vigore che di fatto, al di la dei proclami di Bergoglio, impone sui casi di abuso la gestione interna.

    E qui va fatta una riflessione importante che porta inevitabilmente a comprendere che la chiesa non vuole intervenire seriamente sul fenomeno ma cerca di aggirarlo dando all’opinione pubblica la falsa impressione di prendere provvedimenti, evitando di assumersi le proprie responsabilità di fronte alle vittime e ai tribunali.

    Vi siete mai posti la domanda di chi è la competenza sugli abusi sessuali ?

    Mi spiego meglio, se un avvocato abusa sessualmente di un minore, non è che l’ordine degli avvocati istituisce un apposito tribunale per processarlo, la competenza è della magistratura, della giustizia del paese in cui il crimine è stato commesso. Ma allora perché nel caso dei preti la competenza dovrebbe essere della Santa Sede? La Santa Sede ha, se lo ritiene opportuno, competenza tutt’al più sulla questione morale, il fatto che persista nel voler gestire internamente questi casi è riconducibile ad un solo motivo, quello di non rispondere del pregresso alle vittime e alla legge, con la promessa che “staremo più attenti”.

    Pensate un pò se Bergoglio anziché pregare sempre più forte per non sentire le grida delle vittime,  ordinasse ai suoi vescovi, anzichè di gestire i casi internamente, di denunciarli anche alla magistratura. Nel giro di pochi mesi avrebbe risolto il problema garantendo anche la corretta prevenzione per i minori che frequentano le parrocchie di tutto il mondo.

    Detonatore di questa miscela esplosiva, la criminale e complice inerzia dei governi, che alla salute psicofisica dei propri cittadini, hanno preferito tradendo lo Stato, una sottana da preti.

    Di Francesco Zanardi

    Presidente della Rete L’ABUSO

  • In Francia si riaccende la polemica sul cardinale Barbarin

    In Francia si riaccende la polemica sul cardinale Barbarin

    Le vicende di queste ultime settimane hanno fatto tornare indietro le lancette dell’orologio ad uno periodo burrascoso della Chiesa contemporanea scatenando reazioni polemiche e altrettanto sconcerto. Nel marasma generale affiorano nuove denunce o se ne ripropongono alcune già passate al vaglio della magistratura: è quanto accade in queste ore a Lione con i pesanti attacchi contro il cardinale Philippe Xavier Ignace Barbarin, a due anni di distanza dall’archiviazione dell’inchiesta giudiziaria.

    I fatti sui quali era stato messo sotto accusa nel mese di marzo 2016 avevano scosso la diocesi francese di cui Barbarin, 67 anni, era ed è attualmente arcivescovo. L’inchiesta giudiziaria riguardava un prete, Bernard Preynat, accusato a fine gennaio di quell’anno di abusi compiuti in un gruppo di scout tra il 1986 e il 1991 (le vittime all’epoca avevano dagli 8 agli 11 anni), ma i fatti conducevano inevitabilmente ai vertici, all’arcivescovo cardinale, un pastore assai noto soprattutto nell’era pre-Bergoglio per la disinvoltura con cui scendeva in piazza accanto ai manifestanti in difesa della famiglia e per le sue parole chiare contro alcune decisioni del governo. Una vicenda sulla quale far luce diventava oltremodo complicato anche per il fatto che, all’epoca dei fatti arcivescovo di Lione era Albert Decourtray, deceduto nel 1994.

    L’accusa nei confronti del successore Barbarin era quella di «occultamento di crimine», insabbiamento che il cardinale ha sempre negato, consapevole della «gravità della situazione», assicurando immediatamente tutta la sua disponibilità a far luce sulla vicenda (nel corso della Quaresima 2016 aveva anche chiesto scusa alle vittime a nome dell’intera comunità diocesana). Barbarin in un’intervista a La Croix dell’11 febbraio, ammetteva di esserne venuto a conoscenza già negli anni 2007-2008 del caso e di aver allontanato padre Preynat, reo confesso davanti all’autorità giudiziaria, dalla sua parrocchia di Roannais il 29 luglio 2015.

    A maggio l’incontro in Vaticano con Papa Francesco aveva posto fine alle tante voci che chiedevano le sue dimissioni. «Non si abbandona una nave nella tempesta» dichiarava Barbarin su Le Figaro del 21 maggio al rientro. Papa Bergoglio, in un’intervista a La Croix del 17 maggio esprimeva fiducia nella magistratura astenendosi da ogni giudizio. Nel frattempo i vescovi francesi, nel corso dell’assemblea plenaria di primavera a Lourdes, sotto la guida del presidente, l’arcivescovo di Marsiglia George Pontier, avevano introdotto linee guida di ancora maggior fermezza («la violenza subita non va in prescrizione») introducendo le cosiddette «cellule di sorveglianza» per una lotta permanente alla pedofilia.

    Il 1° agosto 2016 l’archiviazione definitiva della vicenda per superamento dei termini della prescrizione. I riflettori da quel momento si erano spenti sulla vicenda e la bufera mediatica sembrava passata. Salvo ritornare poco più di due anni dopo.

    Quali i fatti nuovi? Il 21 agosto il quotidiano Le Monde pubblicava la notizia che, all’indomani della pubblicazione da parte di Papa Francesco dell’appello a tutta la Chiesa sul tema della pedofilia, un prete della diocesi di Valence aveva lanciato una petizione per chiedere le dimissioni del cardinale Barbarin per l’omissione della denuncia di abusi sessuali. «In seguito alla Lettera di Papa Francesco al popolo di Dio […] Le chiedo di dare le sue pubbliche e irrevocabili dimissioni da cardinale e arcivescovo di Lione nel più breve tempo possibile», ha scritto padre Pierre Vignon, che è giudice canonico della sua diocesi, invitando i suoi confratelli a firmarla «così come tutti i membri della Chiesa che sono consapevoli della gravità del danno arrecato alle vittime degli abusi».

    Per la cronaca già nel marzo 2016, una petizione online avviata da un giovane studente in Scienze politiche che chiedeva le «dimissioni immediate» del cardinale Barbarin aveva raccolto in breve tempo oltre 70 mila firme. «Non mi dilungherò sulle tue reticenze riguardo alla conoscenza dei fatti criminali commessi da Bernard Preynat né sul tuo atteggiamento di attesa prima di prendere decisioni. Non insisterò ulteriormente sul fatto che Bernard Preynat è ancora un prete e che non ha ricevuto alcuna condanna in nessuna forma», aggiunge Vignon che ammette che per Barbarin questo passo rappresenterebbe la sua «morte sociale», ma conclude lapidario: «Ti dimostreresti finalmente all’altezza dell’evento».

    L’appello – che ha già superato le 100mila firme – è stato poi esteso e diffuso dai presidenti delle associazioni delle vittime di Francia e d’Europa. Su richiesta degli avvocati delle vittime, Barbarin dovrebbe già comparire (si parla di gennaio 2019) dinanzi al Tribunale penale di Lione in sede di citazione diretta, ma il processo, già rinviato una volta, rischia un nuovo rinvio per motivi procedurali. Le accuse riguardano infatti anche l’attuale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, lo spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer, ma l’udienza è stata posticipata per mancanza di trasmissione, entro i termini, della convocazione a comparire.

    «Questa decisione ci ha sorpreso, ma la rispettiamo» aveva dichiarato Emmanuelle Haziza, una degli avvocati delle vittime all’indomani dell’archiviazione, necessaria per via dei tempi di prescrizione. L’avvocatessa ha sempre sostenuto la richiesta di tener conto della risposta del 3 febbraio 2015 a firma dell’arcivescovo Ladaria, allora segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede che, «dopo aver attentamente studiato il caso di Bernard Preynat» raccomandava «una sanzione adeguata, evitando pubblico scandalo». Di qui l’iter giudiziario in corso.

    Intervistato per il quotidiano Libération , il 22 agosto, il sessantenne Vignon appare tranquillo dichiarando che «dobbiamo porre fine alla cultura dell’occultamento» e giustifica il suo gesto con la venuta alla luce degli scandali «mostruosi» in Cile e negli Stati Uniti. L’ultima goccia sarebbe stata la Lettera del Pontefice così ha deciso di prendere carta e penna anche lui «per non essere considerato complice». «Ammetto di essere incosciente o temerario, ma in coscienza sento di aver fatto il mio dovere», dichiara ricordando il padre decorato con la Legion d’Onore per la sua attività durante la Resistenza e uno zio prete. Da oltre 25 anni Vignon ha lavorato al Tribunale ecclesiastico trattando anche casi di vittime di abusi sessuali: «Nel mio ministero ricevo reclami da parte delle vittime, conosco le relazioni degli esperti sui preti abusatori e sono ben allenato su questi temi». La sua petizione è stata subito sottoscritta anche da alcuni figli delle vittime e da loro amici: «Non l’hanno fatto solo per solidarietà – confessa Mathurin, 19 anni, a La Croix che raccoglie opinioni diverse tra i fedeli – ma perché rifiutano queste istituzioni e sono convinti che la Chiesa potrà cambiare solo dopo aver fatto pulizia».

    Secondo le associazioni che rappresentano le vittime il suo gesto rappresenta un inedito all’interno della Chiesa francese: «Questa è la prima volta che abbiamo sentito parole così forti pubblicamente», dice a Libération all’indomani della petizione François Devaux, presidente di “La Parole libérée”, l’associazione che aiuta le vittime scout abusati da padre Preynat che già nel 2016 aveva chiesto al Papa le dimissioni del cardinale. «Uno tsunami che in solo 24 ore ha raccolto oltre 8mila firme». Su FranceInfo anche Daniel Duigou, 70 anni, prete, giornalista e psicologo della diocesi di Amiens ora a Parigi, attacca violentemente il cardinale: «Non è più degno di guidare la diocesi».

    Il cardinale Barbarin finora tace, come del resto non si è ancora giunta alcuna dichiarazione dal Vaticano, ma in sua difesa si sono levate alcune voci autorevoli. Christian Delorme, 68 anni, prete della diocesi di Lione impegnato nel dialogo interreligioso, ha affermato: «Se entriamo nella logica di Vignon si renderebbero necessarie le dimissioni anche del Papa». Da parte della diocesi la risposta di monsignor Emmanuel Gobilliard, 50 anni,vescovo ausiliare di Lione e teologo morale, che ricorda come il cardinale abbia presentato le sue dimissioni al Papa già nel 2016. «Non ha capito lo spirito della Lettera del Papa» ribatte Vignon. «Se la petizione ha incontrato un tale consenso significa che era quello che tanti si aspettavano. Questo mi dà tanta pace».

    Sul settimanale francese La Croix International il 3 settembre una lunga difesa di Barbarin a firma di Jean-Pierre Batut, vescovo di Blois ed ex ausiliare di Lione, e Pierre-Yves Michel, vescovo di Valence, già vicario generale di Lione, e Pierre Durieux, già a capo della segreteria del cardinale. «Naturalmente, le persone hanno diritto alle proprie opinioni. Possono firmare le loro petizioni e rendere pubblica tutta la loro indignazione su questi crimini vergognosi – affermano gli autori dello scritto – tuttavia, per quanto ci riguarda, abbiamo il diritto di testimoniare alcuni fatti oggettivi nei confronti del cardinale Philippe Barbarin, con il quale abbiamo lavorato rispettivamente per sei, sette e dieci anni. E riconosciamo che è nostro dovere farlo».

    Segue una lunga lista di fatti da loro riconosciuti come emblematici della posizione del cardinale riguardo al contrasto della pedofilia, fatti che, ricordano, sono stati anche pubblicamente elogiati dai rappresentanti delle vittime.

    Sono testimoni del fatto che il porporato ha voluto ascoltare di persona ciascuna delle vittime condividendo la loro immensa sofferenza, che ha sempre mostrato un’opposizione più che severa nella lotta contro la pedofilia, affermando: «Chiunque abbia commesso atti di abuso sessuale su un minore, indipendentemente dalle date dell’abuso e della sua scoperta, sarà definitivamente rimosso da ogni ministero». Ricordano altresì che «fu lui a sospendere padre Preynat dal ministero e lo bandì dalla celebrazione dei sacramenti, anche in privato».

    I firmatari denunciano anche una certa qual scorrettezza giornalistica (una giornalista si era anche fatta passare per vittima) riguardo alle decisioni giudiziarie e sulla cronologia degli eventi «consentendo alle persone di credere che il cardinale Barbarin fosse responsabile della copertura degli eventi». Ma soprattutto affermano; «Siamo testimoni del fatto che, pur in questa situazione, l’arcivescovo è rimasto un uomo di Dio , prega,è concentrato sulla sua missione con la passione di sempre, è impegnato nel dialogo, per intenderci è “creativo, coraggioso e missionario”, come scriveva Francesco».

    E concludono: «Ogni vescovo, in piena solidarietà con il suo popolo, cui ha dedicato la sua vita, sa di essere chiamato a svolgere la sua missione sino in fondo. Se il cardinale Barbarin rimane l’arcivescovo di Lione o no, è una questione che riguarda lui. La nostra responsabilità è di rimanere nella verità, la “verità che rende liberi” (Giovanni 8,32)».

    Solo i prossimi giorni potranno dire quali sviluppi saranno in grado di riportare serenità in una diocesi ancora una volta scossa dalla bufera mediatica».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/vatican_insider/2018/09/08/ADE5dnaB-riaccende_cardinale_polemica.shtml

  • Il cardinale a processo che imbarazza la Chiesa francese

    Il cardinale a processo che imbarazza la Chiesa francese

    Dalla nostra corrispondente

    PARIGI

    È una situazione che sta diventando sempre più imbarazzante per la Chiesa francese. Il cardinale Philippe Barbarin, rinviato a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sui presunti abusi avvenuti nella diocesi di Lione, dovrà affrontare presto un processo. Non solo. Da qualche settimana, Barbarin è al centro di un appello a farsi da parte lanciato online da un prete della diocesi di Valence che ha già superato 100mila firme: un record. Barbarin è accusato di essere stato a conoscenza degli abusi di un prete su giovani scout – avvenuti tra gli anni Ottanta e Novanta – ma di averli a suo tempo coperti. Lui ha sempre negato, anche se ha riconosciuto errori nella gestione dello scandalo e chiesto pubblicamente scusa alle vittime. «Se ha riconosciuto l’errore perché restare al suo posto? » , domanda Pierre Vignon, il prete che ha pubblicato la petizione per convincere Barbarin alle dimissioni. «Non voglio essere considerato un complice», tuona Vignon.

    Qualche giorno fa, hanno risposto sul giornale La Croix il vescovo di Blois, Jean-Pierre Batut, e quello di Valence, Pierre-Yves Michel, per sostenere monsignor Barbarin. « Deve continuare la sua missione come arcivescovo di Lione » , hanno scritto i due monsignori. Eppure nell’attuale clima, le voci in difesa del cardinale francese sono poche.

    Le Parisien raccoglieva ieri confidenze anonime che segnalavano un disagio crescente nelle alte gerarchie. Il Papa finora non si è pronunciato sul caso francese e, secondo le associazioni delle vittime, il Vaticano è ancora poco chiaro e collaborativo sull’inchiesta.

    Il processo previsto a gennaio potrebbe essere rinviato proprio a causa della Santa Sede. Da Roma infatti non è ancora arrivata nessuna risposta sulla richiesta di far partecipare al processo Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rinviato a giudizio assieme al cardinale Barbarin e altre cinque persone. Secondo alcune ricostruzioni, Ladaria sarebbe stato messo a conoscenza dello scandalo da Barbarin, avrebbe sollecitato di fare ” pulizia” nella diocesi chiedendo però di minimizzare la vicenda. L’assenza di risposta da Roma sulla sua presenza o meno di Ladaria al tribunale di Lione fa aleggiare incertezza sulla procedura.

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    Sotto accusa

    L’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, 67 anni, è accusato di aver coperto abusi. Affronterà presto un processo

    AFP

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/09/04/il-cardinale-a-processo-che-imbarazza-la-chiesa-francese10.html

  • “Giusto tacere”, dice l’altro Viganò. Quello che fabbricava fake news

    “Giusto tacere”, dice l’altro Viganò. Quello che fabbricava fake news

    Al coro del “silenzio” sui fatti scoperchiati dall’ex-nunzio, si unisce l’esperto di comunicazione del Vaticano famoso per aver taroccato una lettera di Benedetto XVI. Il popolo dei fedeli intanto attende ancora la verità

    di Giorgio Gandola

    Undici campanili. Dalla terrazza a sbalzo sul presepe d’acqua davanti al santuario della Madonna del Soccorso, dove quell’altro ramo del lago di Como diventa magico e silenzioso, se ne contano undici. Piccole pievi dove la fede è ancora pietra angolare. Li ha innalzati il popolo di Dio in duemila anni di cristianità e da qui è più facile osservare l’orizzonte, andare oltre la canea delle polemiche che mettono in imbarazzo la Chiesa.  Non è ai cosiddetti cani mediatici che il Papa nega una risposta, una parola di verità sul memoriale Viganò, ma a questi uomini e donne, a questi fedeli perplessi, che continuano a salire fin qui sotto il sole a picco per confrontarsi con la bellezza assoluta.

    Lobby gay, pedofilia, torbidi maneggi curiali denunciati con puntualità. È troppo facile sbarazzarsi dell’ansia di verità con la formuletta dei benedettini, quel “silenzio e preghiera” fuori dal tempo che oggi – nella società della comunicazione – significa omertà. È troppo comodo lasciare che la violenza continui a scorrere nelle penombre vaticane additando chi solleva il tappeto per mostrare la polvere come nemico da abbattere a colpi di alabarda. È troppo riduttivo seguire il grido indignato di Avvenire, che da giorni fa la lista dei buoni e dei cattivi. I buoni sono coloro che custodiscono il silenzio turbato del Papa, i cattivi sono coloro che chiedono di illuminare il problema, di accendere la luce che lo stesso Pontefice auspica quando apre le imposte di quella finestra a San Pietro, ogni mercoledì.

    Lo scritto di Viganò ha colto nel segno, per il bene della Chiesa. Non si tratta solo di fare luce sull’omosessualità praticata da numerose tonache che si autoassolvono andando contro il dettato di castità, ma di estirpare la mala pianta della pedofilia troppe volte coperta quando si tratta di un nome, una vittima, una storia scabrosa. Mentre i cani da guardia consigliano ai fedeli di guardare altrove, i fatti si ostinano a smentire i princìpi astratti.

    Perché è un fatto che il cardinale Theodore McCarrick abbia imperversato nonostante Francesco. È un fatto che monsignor Battista Ricca, pur con un imbarazzante curriculum coperto dalla lobby gay, continui a far parte del cerchio magico del Pontefice. È un fatto che mille bambini negli Stati Uniti sono stati vittime di violenze sessuali da parte di 300 preti, come ha rivelato il procuratore della Pennsylvania, Josh Shapiro, aggiungendo: “Abbiamo le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi”. È un fatto che, anche in conseguenza di questo, oggi sono molti gli alti prelati americani che sottoscrivono il memoriale Viganò sul sito lifesitenews.com. Vescovi del Texas, Wisconsin, California, Hawaii, Arizona, Illinois, Oklahoma, Colorado, Virginia, Ohio, Rhode Island chiedono trasparenza. Adottare la furbesca arte del silenzio come impone Avvenire significa sfiorare il grottesco, mettersi nei panni di Ugo Tognazzi nel Federale quando, tornato nella Roma liberata, si ostina a ripetere: “Quanti prigionieri americani ci sono in giro!”. La forza della verità è sempre stata il motore del popolo cattolico. Ed è a quel popolo che si devono risposte.

    Perché è ancora un fatto che l’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, perseguito per omissione su casi di pedofilia, rischia un processo. È un fatto che il procuratore francese vorrebbe ascoltare sul tema il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per due volte ha inviato Oltretevere l’invito a comparire. Ma per due volte gli è tornato indietro.

    È un fatto – e che fatto – che monsignor Mario Delpini cercò di chiudere lo scandalo di un giovane prete che aveva portato un minorenne “nel lettone” (in seguito il ragazzo tentò più volte il suicidio) mandando il sacerdote a occuparsi di adolescenti in un’altra parrocchia. Delpini è stato nominato arcivescovo di Milano proprio da Francesco nel 2017.

    Eppure Bergoglio, firmando il motu proprio intitolato Come una madre amorevole, aveva sottolineato la possibilità di rimuovere dall’ufficio ecclesiastico vescovi colpevoli di comportamenti omertosi.

    La conferma che una parola di verità fuori dal copione sia liberatoria arriva, per contrapposizione, da un prete chiacchierato, uomo di potere e di curia, il Viganò sbagliato che di nome fa Dario e che proprio ieri ha deciso di rompere il suo doveroso silenzio. “Alimentare questo circolo del detto e non detto è sbagliato, lo stile giusto è silenzio e preghiera”, ha suggerito il presunto esperto di comunicazione della Santa Sede costretto alle dimissioni per quella lettera di sostegno a papa Francesco da parte di Benedetto XVI, poi risultata manipolata.

    Come una madre amorevole. E allora si torna alla fine del bosco in quel centro lago manzoniano, percorso dai pellegrini di ogni nazionalità. Prima di salire al santuario della Madonna del Soccorso si toccano 14 cappelle; la quinta è dedicata alla disputa di Gesù con i dottori del tempio. Con il potere. I fedeli si fermano a tergersi il sudore e pregano. Pregano anche per il Papa, come chiese lui. Per la sua santità e perché quel silenzio finisca.

    (trascrizione da La Verità del 7 settembre 2018)

  • Lettera di Papa Francesco al Popolo di Dio; parole di un bugiardo o più semplicemente di un leader religioso con grossi problemi di dissociazione dalla realtà? (Contiene video e posizioni di Gianluigi Nuzzi)

    Lettera di Papa Francesco al Popolo di Dio; parole di un bugiardo o più semplicemente di un leader religioso con grossi problemi di dissociazione dalla realtà? (Contiene video e posizioni di Gianluigi Nuzzi)

    Un salto al ribasso della qualità quello di Bergoglio che da populista di “alto livello”, se così si può dire, si trasforma in leader dell’inciviltà più meschina, barbara e ripugnante.

    Nella sua lettera al Popolo di Dio, dalla quale anche se molti giornali non lo scrivono si dissocia in primis proprio  il Popolo di Dio tra cui Patrick McCafferty di Belfast che nel suo magazine parrocchiale ha chiesto a Francesco di rimanere a Roma: “Chiederei al nostro Santo Padre il papa di non venire in Irlanda”. Tra l’ennesimo insulto alle vittime dei preti cattolici, emergono diversi aspetti inquietanti.

    Il grave ed evidente ritardo mentale delle gerarchie cattoliche che dopo più  di vent’anni di accuse da parte delle vittime e delle associazioni che le tutelano, toh, tutto a un tratto si accorge per la terza, quarta, quinta volta, di non aver fatto abbastanza (per non dire nulla) per affrontare il problema e per tutelare le vittime e le potenziali nuove.

    Questo lo squallidissimo teatrino di Bergoglio, che per tirarsene fuori dagli scandali che continuamente emergono testimoniando il fallimento della chiesa nell’affrontare l’endemico problema, e grazie alla complicità criminale di quella stampa che lo favoreggia, promette per la terza, quarta, quinta ecc. volta tolleranza zero con la proverbiale promessa che tutto ciò non accadrà più.

    Nel suo incivile concetto, nel frattempo, chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato.

    Nella sostanza, uscendo dal concetto religioso e facendo un paragone più alla portata di tutti, Begoglio chiede alla vittima/pedone di un ubriaco che, in stato di alterazione da alcol l’ha investita e l’ha costretto ad usufruire a vita di una sedia a rotelle, che si accontenti delle scuse senza pretendere un aiuto per comprarsi una sedia a rotelle che gli permetta di muoversi.

    Un concetto ripugnante e di una violenza inaudita che varrebbe a dire che se le vittime, questa volta legittimamente, facessero violenza ai propri aguzzini, basterebbe poi chiedere scusa.

    In conclusione, un bugiardo o un leader religioso con gravi problemi di dissociazione dalla realtà?

    Potremmo forse trovare la risposta se riflettessimo sulle aspettative che Bergoglio ha lanciato per l’ennesima volta al Popolo di Dio, aspettative che non è neppure riuscito a risolvere in uno staterello di un km quadrato con al suo interno solo una quindicina di bambini.

    Parlo del caso di don Martinelli e dei chierichetti del papa che hanno denunciato le presunte molestie subite in vaticano, che per la terza volta va verso l’insabbiamento al punto tale che poco più di un mese fa vedevamo il Martinelli, anziché sospeso, raccogliere prenotazioni per gli esercizi spirituali dell’Opera don Folci, esercizi ai quali paradossalmente presenziava niente popò di meno che il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Francisco Ladaria.

    Bergoglio, il papa dalla credibilità ZERO.

    Di Francesco Zanardi

  • Presunti abusi sui chierichetti del papa; don Gabriele Martinelli – NOT FOUND

    Presunti abusi sui chierichetti del papa; don Gabriele Martinelli – NOT FOUND

    Ma che simpatici quelli dell’opera Don Folci, ricorderete il servizio delle IENE dei presunti abusi sui chierichetti del papa e ricorderete il presunto abusatore: Gabriele Martinelli che, malgrado le accuse, è stato consacrato sacerdote.

    Bene, qualche mese fa abbiamo scoperto che perfettamente in linea con l’inaffidabilità della Santa Sede in materia di abuso di minore, il Martinelli raccoglieva prenotazioni per gli esercizi spirituali 2018, alla presenza di Luis Francisco Ladaria, che è niente popò

    di meno che il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: ovvero proprio quell’organo che dovrebbe indagare e processare, in virtù della “tolleranza zero” di papa Francesco, i sacerdoti abusatori.

    Nella foto osserviamo la pagina web dell’epoca, dove il Martinelli figurava nel suo incarico, pagina che dopo la pubblicazione del nostro articolo è provvidenzialmente sparita.

    Certo un po’ più difficile far sparire l’edizione cartacea di cui provvidenzialmente abbiamo copia, ma siamo certi che in virtù della verità riusciranno a far scomparire anche quella.

    Francesco Zanardi

  • In Vaticano è boom di processi

    In Vaticano è boom di processi

    Non c’è pace alla Congregazione della Dottrina della Fede dove si moltiplicano le denunce di scandali a carico di preti, vescovi e cardinali

    Orazio La Rocca

    Vescovi dimessi d’autorità per colpe legate a casi di violenze sessuali e di pedofilia nel clero. Ma anche per aver taciuto di fronte alle violenze di narcotrafficanti, di politici corrotti e bande armate. Cardinali costretti a difendersi in tribunale da accuse infamanti per presunti omessi controlli su preti pedofili delle loro diocesi. Come pure porporati coinvolti, direttamente o indirettamente, in operazioni finanziarie illecite e accusati di truffa. Inchieste giudiziarie, processi, sentenze clamorose, condanne.

    Non c’è pace alla Congregazione della Dottrina della Fede (l’ex Sant’Uffizio) retta da qualche mese dall’arcivescovo gesuita Luis Francisco Ladaria Ferrer, 74 anni il prossimo 19 aprile. Negli ultimi tempi, il dicastero che sovrintende al giudizio sui grandi peccati del clero, è stato sottoposto ad un super lavoro per il moltiplicarsi di denunce arrivate da ogni parte del mondo su vicende legate a scandali di natura sessuale, finanziaria, compromissioni politiche a carico di preti, vescovi e, persino, cardinali.

    E, contrariamente al passato, i provvedimenti fioccano, e abbastanza velocemente, anche in seguito a quella “tolleranza zero” imposta da papa Francesco nei confronti dei prelati che si macchiano di colpe gravissime, a partire dalla pedofilia. Piaga dolorosissima sollevata dal pontefice in tante occasioni, anche nell’ultima udienza concessa alla Pontificia commissione per la tutela dell’infanzia, ai cui membri ha chiesto “più velocità e più decisione nei giudizi, perchè su questi problemi nella Chiesa c’è troppo ritardo e sono in troppi a far finta di niente”.

    E per essere ancora più incisivo, il Papa – nel corso della stessa udienza – ha annunciato il “potenziamento” del personale addetto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, per istruire più celermente i processi e portarli a conclusione nel più breve tempo possibile.

    Non a caso, tra i casi sottoposti dai vescovi italiani all’ex Sant’Uffizio, in pochi mesi ne sono andati a sentenza cinque, ed altre sono in dirittura d’arrivo. Stessa velocità decisionale anche per le denunce arrivate dal resto del mondo.

    I provvedimenti

    Come dimostra l’ultimo provvedimento emesso tre giorni fa dopo appena qualche mese di inchiesta fatta dal delegato papale, il cardinale Leo Raymond Burke, la condanna e la rimozione dalla guida della diocesi di Agana, nell’isola di Quam del Pacifico, dell’arcivescovo Anthony Sablan Apuron, francescano dell’ordine dei Cappuccini, accusato di abusi sessuali su minori in età giovanile. La sentenza è stata emessa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede che ha dichiarato “l’imputato colpevole” e lo ha condannato “alla pena di cessazione dall’ufficio e il divieto di residenza nell’Arcidiocesi di Guam”.

    Stessa sorte, ma per motivi politici, per monsignor Alfredo Zecca  (69 anni, quindi lontano dai canonici 75 anni, l’età della pensione dei vescovi), rimosso dalla diocesi Tucuman, in Argentina, per non aver difeso la memoria di padre Juan Viroche, il sacerdote ucciso dai narcos nella sua parrocchia a La Florida.

    Padre Viroche è stato trovato lo scorso 5 ottobre impiccato nella sua chiesa, con sul corpo segni di percosse e ai piedi panche divelte e una statua del Crocifisso distrutta in seguito ad una colluttazione. Il sacerdote aveva denunciato i politici del posto di essere “compromessi” con i narcotrafficanti. Ma monsignor Zecca non lo ha assecondato, evidentemente per non mettersi contro le istituzioni locali.

    Non spira una buona aria nemmeno per il vescovo cileno Juan Barros, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del suo direttore spirituale, il sacerdote Fernando Karadima. Sulla vicenda il mese scorso ha indagato su incarico papale, l’arcivescovo Charles Scicluna, ex promotore di giustizia (sorta di pubblico ministero) dell’ex Sant’Uffizio dove ora è presidente della speciale Commissione per l’esame dei Delicta Riservata.

    Scicluna ha sentito le vittime ed i testimoni – allargando la sua inchiesta anche a presunti casi denunciati negli istituti cileni dei Fratelli Maristi -, ed ora la sua relazione è al vaglio della Congregazione.

    Ma nemmeno il Sacro Collegio cardinalizio si salva dalle “attenzioni” della Congregazione della Dottrina della Fede, con due notissimi cardinali costretti a difendersi da accuse piuttosto scomode, George Pell e Oscar Maradiaga. Il cardinale Pell, il super ministro dell’Economia, è in Australia su “permesso” del papa per difendersi in tribunale da chi lo accusa di presunto mancato controllo sui preti pedofili della sua ex diocesi. I giudici australiani nei prossimi giorni decideranno se inviarlo a giudizio sulla base delle deposizioni fatte dai testimoni. Pell comunque si è sempre dichiarato innocente.

    Un altro cardinale che non sta attraversando un buon momento è Oscar Maradiaga, dell’Honduras, accusato da una famiglia di suoi ex amici di “truffa” per aver fatto da intermediario per un investimento in un fondo londinese andato poi in fumo. Anche in questo caso il cardinale si dice “estraneo ai fatti”, ma – secondo quanto rivelato dal settimanale Espresso – in Vaticano già da tempo è stata presentata la denuncia delle persone che dicono di essere state truffate, la famiglia di un ex diplomatico dell’Honduras accreditato presso la Santa Sede. “E per noi si profilano altri straordinari”, lamentano giudici e funzionari ecclesiastici dell’ex Sant’Uffizio.

    https://www.panorama.it/news/cronaca/vaticano-e-boom-di-processi/

  • Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    Abusi sui minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco

    L’accusa al vescovo Barros di aver coperto le violenze. Il ruolo del suo mentore Karadima. Gli incroci con l’omicidio del generale Schneider nel 1970. L43 ripercorre la vicenda che bussa alla porta del pontefice.

    Vedo il corpo incosciente di Schneider, immobile sul lettino, il viso di marmo e il busto bagnato di sangue. Una delle tre pallottole gli ha perforato i polmoni, sfiorato il cuore e infranto il fegato. Sento un intenso dolore di fronte alla tragedia del mio grande amico ed è come se precipitassi in un nero precipizio, vertiginosamente illuminato da immagini sinistre di gente spaventata che grida mentre mitragliatrici sparano e bombe esplodono»: con queste parole il generale cileno Carlos Prats descriveva nel proprio diario l’attentato contro il capo delle forze armate, suo amico e compagno d’armi, René Schneider avvenuto il 22 ottobre del 1970. Il 25 Schneider sarebbe morto in conseguenza delle ferite riportate, il 24 ottobre Salvador Allende giurava come presidente del Cile. Prats avrebbe preso, di lì a poco, il posto di Schneider al vertice delle Forze armate cilene. Successivamente sarebbe entrato a far parte del governo di Unidad Popular fino ad assumere l’incarico di vicepresidente di Allende. Dopo il colpo di Stato del 1973, rifugiatosi in Argentina, sarà assassinato a Buenos Aires, insieme alla moglie, dall’agente della Cia Michael Townley.

    «ANNI DI ABUSI COPERTI». La ‘colpa’ di Schneider e Prats fu quella di aver scelto una linea costituzionalista in contrasto con l’opzione golpista di settori importanti delle forze armate, gli stessi che – con varie complicità nelle organizzazioni di estrema destra del Paese e a livello internazionale – misero in atto i due omicidi. Ma cosa c’entra questa storia proveniente dal passato con il caso del vescovo Juan Barros, titolare della diocesi di Osorno (dove fu nominato da papa Francesco nel 2015) accusato di aver coperto per lunghi anni i gravi abusi sessuali su minori della sua guida spirituale e mentore, il sacerdote Fernando Karadima, già riconosciuto colpevole dal Vaticano nel 2010? Per capire come stanno le cose è bene cominciare, per una volta, dalla fine.

    Il caso Barros è diventato, negli ultimi mesi, una sorta di slavina mediatica in grado di mettere in crisi la Santa Sede, all’origine delle ‘querelle’ c’è la visita compiuta da Francesco in Cile nel gennaio scorso; durante la trasferta nel Paese sudamericano il pontefice ha difeso Barros, con una certa asprezza e a più riprese, sostenendo che contro di lui non c’erano prove concrete. Le affermazioni del pontefice non hanno mancato di suscitare le proteste di larga parte dell’opinione pubblica e di indignare le vittime di Karadima che da anni accusavano Barros – e con lui altri prelati – di conoscere nel dettaglio gli abusi commessi da Karadima, di averli insabbiati e di aver poi negato le proprie responsabilità. Non solo: a essere coinvolti sono stati – nel corso degli anni – i massimi vertici della Chiesa cilena, ovvero i cardinali Ricardo Ezzati, attuale arcivescovo di Santiago del Cile, e il suo predecessore, Francisco Errazuriz Ossa che fa parte del C9, il ristretto gruppo di cardinali collaboratori del papa nel governo della Chiesa universale.

    LE ACCUSE AI PORPORATI. I due porporati sono stati accusati dalle vittime degli abusi di aver cercato in tutti i modi di nascondere la vicenda, di aver protetto prima Karadima poi Barros. Non solo: qualche anno fa, nel 2015, è stata diffusa dalla stampa cilena una corrispondenza via mail fra Ezzati e Errazuriz nella quale i due si preoccupavano per la possibile nomina di una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz, nella Pontificia commissione contro gli abusi istituita da Francesco. Poiché Karardima era già stato riconosciuto colpevole dal Vaticano e dalla giustizia cilena, di certo l’allarme maggiore riguardava evidentemente le coperture di cui egli aveva goduto, in Cile come a Roma. Francesco dopo aver difeso Barros, di ritorno dal Cile si è scusato con le vittime per le sue parole, ma non ha rinunciato immediatamente alla difesa del vescovo. Tuttavia il 30 gennaio, in seguito “a nuove informazioni pervenute” sul caso Barros, Bergoglio ha mandato in Cile a indagare nuovamente sull’intera vicenda un suo uomo di fiducia: monsignor Charles Scicluna, arcivescovo di Malta, ex promotore di giustizia (pubblico ministero) della Congregazione per la dottrina della fede per i reati di abuso contro i minori, e attuale responsabile dei ricorsi nelle cause presso lo stesso dicastero. Ma soprattutto Scicluna è uno degli uomini di Chiesa che ha preso sul serio lo scandalo pedofilia.

    LE PRESSIONI SUL PAPA. La sua missione in Cile è durata diversi giorni, ha ascoltato vittime e testimoni, e presto il papa prenderà provvedimenti in base alla relazione dell’arcivescovo maltese. D’altro canto lo stesso pontefice si è trovato al centro di un reticolo di pressioni da parte di alcuni stretti collaboratori che lo hanno certamente influenzato e ne hanno indirizzato il giudizio, anche se questo non basta a spiegare tutto. Ma chi era Karadima? Il sacerdote, parroco della parrocchia del Sacro cuore di Gesù di El Bosque, una zona altolocata di Santiago del Cile, fondò poi la Pia Unione Sacerdotale, organismo che godeva di una certa autonomia nella Chiesa. Nella cerchia di Karadima si formarono diversi sacerdoti i quali assunsero poi, non casualmente come vedremo, incarichi di rilievo; oggi, diversi di loro sono accusati dalle vittime di aver coperto i numerosi casi di abuso sessuale di cui fu responsabile il sacerdote (come accertato dalle autorità vaticane), si tratta dei vescovi Andrés Arteaga (vescovo ausiliare di Santiago del Cile), Horacio Valenzuela (vescovo ausiliare id Santiago del Cile), Tomislav Koljatic (vescovo di Linares). Barros, da parte sua, è stato anche per circa un decennio vescovo castrense, cioè ordinario militare (dal 2004 al 2015).

    Non va dimenticato però che a tenere le fila della Chiesa cilena è stato per lungo tempo il cardinale Angelo Sodano, 90 anni ben portati, ex Segretario di Stato vaticano, dal 1991 al 2006, ed ex nunzio in Cile (1977-1988), fu uno dei principali collaboratori di Giovanni Paolo II, uno degli uomini più potenti della Curia romana. La prossimità di Sodano con ambienti ecclesiali conservatori, è nota (la stessa rivista dei gesuiti ‘America’ , anni fa, ne chiese le dimissioni per la sua difesa di Marcial Maciel, il tenebroso fondatore degli ultraconservatori Legionari di Cristo, anch’egli abusatore seriale di minori). Secondo una delle vittime di Karadima, James Hamilton, Sodano era un assiduo frequentatore della parrocchia del Sacro Cuore a El Bosque, tanto che una stanza della struttura era comunemente noto fra i sacerdoti come la “sala di Sodano”. Hamilton ha raccontato alla giornalista María Olivia Mönckeberg, autrice dell’inchiesta Karadima, il signore degli inferi, che il sacerdote «era ultrapinochetista, amico di Sergio Rillon (consigliere di Pinochet per gli affari religiosi, ndr) e di Rodrigo Serrano (capo gabinetto del ministero alla Giustizia). Rillon si riuniva con Karadima e Sodano e insieme decidevano quali dovevano essere i nuovi vescovi della Chiesa cilena, questo era il livello di influenza che aveva».

    L’OMBRA DELL’ESTREMA DESTRA. In tale contesto è emerso pure che Karadima si vantava – secondo Hamilton e altre vittime – di aver nascosto e protetto presso la residenza di El Bosque (nel campanile) Juan Luis Bulnes, condannato – insieme a numerosi complici fra cui diversi alti gradi dell’esercito – per l’omicidio del generale Schneider. Karadima avrebbe addirittura aiutato Bulnes a rifugiarsi all’estero, in Paraguay. A ciò si aggiunga – e qui i fili si ricongiungono – che Juan Luis Bulnes è il fratello di Juan Pablo Bulnes, l’avvocato ecclesiastico che difese Karadima dalle accuse di pedofilia. Quest’ultimo, a sua volta, era legato a gruppi di estrema destra che cospirarono per sovvertire la democrazia in Cile. Insomma, scoperchiata la botola degli abusi sessuali e psicologici messi in pratica da Karadima, a emergere è una realtà di trame di potere assai più complessa, fra Cile e Vaticano, con legami non proprio edificanti.

    Resta da dire, che il ripensamento di Francesco, a questo punto, potrà avere una via d’uscita fatta di rinunce o pre-pensionamenti di personaggi ingombranti nel tentativo di chiudere una vicenda che trascina con sé le ombre mai scomparse del lungo pontificato wotyliano. La Chiesa cilena, peraltro, non fu solo quella di Karadima negli anni della dittatura, anzi. È ormai storia l’azione di denuncia svolta dalla “Vicaria de la solidaridad”, organismo creato dal cardinale Raul Silva Henriquez, per denunciare le sparizioni degli oppositori, le torture e le violazioni dei diritti umani e per assistere le vittime. Al contempo è un fatto che la linea non sempre decisa di Francesco sulla questione abusi, è ora nella mani di quattro personalità forti e di fiducia del papa. In primo luogo Monsignor Scicluna (l’inviato per il caso Barros), poi il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Pontificia commissione per la tutela dei minori (che ha criticato apertamente il papa in un primo tempo per la gestione del caso del caso Barros), quindi due gesuiti: Hans Zollner, a capo del Centro di protezione dell’infanzia dell’Università gregoriana di Roma, organismo il cui fine è formare il clero alle nuovi prassi di tutela dei minori compresa la formazione nei seminari; infine, c’è monsignor Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero incaricato di gestire i processi canonici.

    CRITICHE ALLA PONTIFICIA COMMISSIONE. Basterà? Difficile dirlo. Nel corso degli ultimi mesi, alcuni membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori hanno lasciato polemicamente il loro posto contestando lo scarso peso decisionale dell’organismo, fra di loro l’irlandese Marie Collins che non ha risparmiato critiche alla curia vaticana. Ma di recente anche la francese Catherine Bonnet, psichiatra dell’infanzia – dimissionaria dal medesimo organismo dal giugno scorso –, in un’intervista al francese L’Express ha spiegato come abbia cercato senza successo di introdurre l’obbligo per vescovi e superiori religiosi, di trasmettere le informazioni relative a sospetti di abusi su minori alle autorità civili. Il discorso certo è complesso, sta di fatto che ora il papa e i suoi collaboratori stanno studiando l’ipotesi di aumentare i tribunali ecclesiastici specializzati nella gestione dei casi di pedofilia in varie regioni del mondo.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2018/03/04/abusi-minori-cile-papa-francesco/218299/

  • I presunti abusi nel seminario di Aversa, la denuncia alla C.D.F. e i silenzi di mons. Lucio Lemmo

    I presunti abusi nel seminario di Aversa, la denuncia alla C.D.F. e i silenzi di mons. Lucio Lemmo

    Otto anni di ansie e speranze senza però ricevere nessuna risposta.

    di Francesco Zanardi

    Una vicenda che ricorda molto un altro caso denunciato dalla Rete L’ABUSO, quello di Diego Esposito, nel quale vedremo, cambia il nome del sacerdote accusato – in questo caso non più Silverio Mura ma Maurizio Palmieri – cambia la presunta vittima – in questo caso non più un alunno di catechismo ma un seminarista del Seminario di Aversa all’epoca 15enne – ma chi gestirà il caso per mandato della C.D.F. sarà sempre lui, monsignor Lucio Lemmo.

    I fatti risalirebbero al 1995 e sarebbero avvenuti nel Seminario di Aversa per mano dell’allora Diacono ed animatore, don Maurizio Palmieri.

    Nella querela depositata dalla presunta vittima presso la Procura della Repubblica di Napoli, si legge che, oltre agli abusi, il Palmieri avrebbe in qualche modo zittito la presunta vittima, con la costante minaccia di “cacciarmi dal seminario e di non aiutarmi più negli studi”, talvolta offrendogli “anche dei soldi in busta chiusa”, “mi costringeva ad aver rapporti sessuali reiterati con lui”.

    La querela, dalla quale abbiamo estratto solo due essenziali passaggi, è del 2016 ed è purtroppo l’ennesima testimonianza dell’immobilità dei tribunali canonici di fronte alle denunce che le vittime inviano alla Santa Sede, immobilità che spesso, anche se non è questo il caso, aiuta la chiesa a far raggiungere alla vittima i termini di prescrizione, momento in cui il reato non è più procedibile penalmente.

    Purtroppo per un cattolico, la denuncia all’autorità civile è quasi sempre, per non dire unicamente, l’ultimo passaggio dettato a quel punto dal desiderio di giustizia: quella negata alle vittime dalla Santa Sede.

    La presunta vittima, infatti, tramite il suo avvocato scrive alla Santa Sede denunciando i presunti abusi nel settembre del 2010. Poco tempo dopo a rispondere è Luis Francisco Ladaria, oggi Prefetto della C.D.F. e all’epoca Segretario, il quale comunica che “ha delegato, per lo svolgimento delle opportune indagini, S.E. Mons. Lucio Lemmo”.

    Come per Diego Esposito, passano gli anni ma non arriva alcuna risposta dalla chiesa fino a che, dopo l’elezione di papa Francesco, e della campagna mediatica di “tolleranza zero” che lo ha seguito, la vittima decide di fare un nuovo tentativo, questa volta scrivendo direttamente al Pontefice.

    Nessuna risposta.

    Questa è l’ennesima testimonianza della giustizia negata alle vittime, anche nel pontificato di Francesco, fatta di proclami e di tanta “tolleranza” per i crimini, “zero” per le vittime, condannate dalla chiesa come nei Gironi Danteschi a vagare dannate per l’eternità, in cerca di giustizia.

    Zanardi