Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Frosinone

  • Accusa di pedofilia: parrocchiani sbigottiti tra dubbi e incredulità. Le reazioni

    Accusa di pedofilia: parrocchiani sbigottiti tra dubbi e incredulità. Le reazioni

    Una città sotto shock che da ieri mattina si interroga sulla notizia del rinvio a giudizio di don Gianni Bekiaris, accusato di violenza sessuale su un minore, un’imputazione pesante che lascia molti parrocchiani dubbiosi forse proprio per la gravità o forse perché in cuore suo ognuno spera che non sia vero. O che magari si tratti di una ritorsione. Del resto si parla di un parroco ben inserito per nove anni nel tessuto sociale della città, dove ha guidato la parrocchia di San Rocco, arrivato a portare una ventata di novità sul territorio, amante del bello, del gusto, dell’arte, capace di far tornare a splendere una chiesa che per anni era rimasta sotto la polvere. Un personaggio molto noto e ben voluto, sul quale però ora cala un’ombra nera, l’orrore di una delle accuse più gravi: la pedofilia. Così si fa fatica a credere che una persona, per un giunta un prete, gentile, distinto, impegnato, pronto ad aiutare gli altri, possa aver commesso un reato così orrendo. Di qui gli interrogativi dei parrocchiani anche di fronte alla richiesta avanzata al giudice per le udienze preliminari che si sta occupando del caso dal procuratore della Repubblica di Frosinone Giuseppe De Falco e dal sostituto procuratore Maria Pia Ticino.

    La città è sotto shock. Accanto ai dubbiosi c’è chi commenta pesantemente, chi si chiude nel silenzio e chi si appella alla cautela. Inevitabilmente sulla chiesa di San Rocco è calato un silenzio pesante, anche sui social network solitamente generosi di commenti. I frequentatori della parrocchia, guidata per anni da don Gianni Bekiaris sono chiusi nel silenzio, increduli, sbigottiti.

    Nessuno si illude che Ceprano sia immune da vicende come questa che affollano la cronaca nazionale, ma lo scandalo di Montecassino e prima ancora la fuga d’amore di un frate da Falvaterra appaiono oggi come storielle di poco conto di fronte alle accuse rivolte all’ex parroco della chiesa di San Rocco. Anche perché quando si parla di pedofilia non è più scandalo ma orrore.

    http://www.ciociariaoggi.it/news/provincia/22970/parroco-pedofilia-ceprano-cronaca.html

  • Violenza sessuale: prete a giudizio per pedofilia

    Violenza sessuale: prete a giudizio per pedofilia

    È la tarda mattinata di ieri quando il gup del tribunale di Frosinone si pronuncia: rinvio a giudizio per il prete accusato di violenza sessuale su un minore. Lui, Gianni Bekiaris, che a lungo ha operato a Ceprano, dove secondo l’accusa si sarebbero consumati i fatti, non c’era. C’era il suo avvocato Giuseppe Pizzutelli che ha ribadito l’estraneità del suo cliente alle accuse mosse dalla procura del capoluogo. Ma il gup ha deciso che sarà necessario aprire un processo contro il religioso così come richiesto dal pubblico ministero Maria Pia Ticino, che insieme al procuratore Giuseppe De Falco, ha coordinato le indagini, e dalla parte civile, in rappresentanza del ragazzo, con l’avvocato Carla Corsetti. La prima udienza è stata fissata al 29 novembre.

    L’accusa sostiene che il religioso,ai tempi in cui era parroco a Ceprano, avrebbe abusato ripetutamente del minore fin da quando questi era in tenera età. Da qui anche l’aggravante della minore età della vittima. E di aver continuato così per molti anni, sfruttando anche una situazione di soggezione che si era creata. Il prete, ora in Campania, in passato ha ricoperto altri incarichi in provincia.

    L’ipotesi di accusa, basata sulla denuncia presentata dai genitori del ragazzo, è che il sacerdote abbia abusato del ragazzino, sin dall’età di otto anni, ai tempi in cui questi frequentava la parrocchia. Violenze che si sarebbero protratte nel tempo, perfino in sagrestia, anche perché – sostiene l’accusa – il minore sarebbe stato ridotto in uno stato di soggezione psichica tale da non denunciare i fatti.

    Per vergogna, per paura di non essere creduto o semplicemente perché da quella situazione il ragazzo non riusciva a trarsi fuori. Finché la vittima ha deciso di raccontare la sua storia. Secondo la denuncia presentata dalla famiglia, forte anche di una consulenza tecnica, lo stato di soggezione psichica avrebbe procurato alla vittima un danno permanente, tale da configurare una lesione personale grave. L’imputato, ormai lontano da Ceprano, ha sempre negato tutte le accuse mossegli contro.

    http://www.ciociariaoggi.it/news/news/22870/prete-a-giudizio-per-pedofilia.html

  • Ai giudici rivela l’inferno del fidanzato «Mi disse quando il prete lo violentò». Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Ai giudici rivela l’inferno del fidanzato «Mi disse quando il prete lo violentò». Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    «Un giorno mi confessò: “da piccolo sono stato violentato da un prete, ha abusato di me anche mentre giocavo a nascondino”. In quel momento capii perché il nostro rapporto era così difficile». È lei, Arianna, la ragazza che ha dato la forza a Vincenzo (nome di fantasia) di denunciare gli abusi che avrebbe subito per 11 lunghissimi anni dal sacerdote che lo aveva preso in affidamento da piccolo. Ieri è stata sentita la sua testimonianza davanti ai giudici dell’ottava sezione penale del Tribunale di Roma nel processo che vede impututo don Vito Beatrice per violenza sessuale continuata e aggravata. La Procura contesta al religioso della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca di aver abusato dell’autorità che gli derivava dall’essere precettore e padre spirituale di Vincenzo nel commettere le violenze sul minore. Erano stati infatti i genitori, originari del Frusinate, ad affidare nel 1995 il bambino, che all’epoca non aveva ancora compiuto 9 anni (ora ne ha 29), all’educazione e all’istruzione del prete, presso la chiesa di Sant’Alessio all’Aventino. Gli abusi sessuali si sarebbero consumati fino al 2006, quando il ragazzo aveva ormai compiuto 20 anni.

    «L’ho conosciuto verso la fine del 2008: all’inizio eravamo soltanto amici, poi ci siamo fidanzati – ha spiegato Arianna ai giudici – La nostra relazione è finita a gennaio del 2014. Inevitabilmente sul nostro rapporto hanno influito quegli abusi. Sfido chiunque dopo 10 anni a non avere ripercussioni. Lui però inizialmente non mi aveva detto nulla. L’ha fatto un giorno mentre passeggiavamo in un parco. Di punto in bianco mi ha detto: “Da piccolo sono stato violentato da un prete”. Successivamente mi ha raccontato dell’episodio in cui questo sacerdote avrebbe abusato di lui mentre giocava a nascondino nella casa della sua famiglia o degli abusi durante i viaggi». Oltre che nella dimora del prelato, secondo l’accusa, infatti, le violenze sarebbero avvenute anche all’interno di strutture ecclesiastiche. A Roma, a Genova e in varie località estere, «approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la privata difesa – si legge nel capo d’imputazione – in ragione non solo della minore età della persona offesa, ma anche della sua condizione di soggetto a lui affidato per la cura, la crescita e l’evoluzione esistenziale». Arianna, sentita nell’aprile 2011 dai carabinieri, riferì che Vincenzo era molto amareggiato perché «non riusciva a capire mentalità contorta» del suo educatore.

    Don Vito, 71 anni compiuti, è a giudizio solo per le presunte violenze commesse tra il 2000 e il 2004. Quelle che si sarebbero consumate nel periodo precedente, ossia dal 1995 al 2000, quando Vincenzo aveva meno di 14 anni, risultano prescritte. Mentre quelle successive, protrattesi fino al 2006, sono state giudicate dal giudice dell’udienza preliminare improcedibili per tardività della querela. La denuncia, infatti, è stata presentata soltanto il 27 gennaio 2011. La verità è emersa soltanto quando, nel febbraio del 2010, Vincenzo ha tentato di togliersi la vita gettandosi in un torrente nella zona di Frosinone, vicino al pub dove era andato a cena con i suoi amici e Arianna. «Quella sera, dopo essere stato tratto in salvo, mi disse: “Mi volevo uccidere”. Io – ha spiegato la ragazza – il giorno dopo lo spronai a raccontare tutto ai suoi genitori».

    Valeria Di Corrado

    http://www.iltempo.it/roma-capitale/cronaca/2016/01/09/ai-giudici-rivela-l-inferno-del-fidanzato-mi-disse-quando-il-prete-lo-violento-1.1496011

  • Prete accusato di pedofilia: avrebbe violentato una minorenne da quando aveva 8 anni

    Prete accusato di pedofilia: avrebbe violentato una minorenne da quando aveva 8 anni

    Una storia nera. Di quelle che segnano la vita. Da una parte un prete, dall’altra un bambino. Il primo è imputato, l’altro la vittima. Nel mezzo un’accusa pesantissima: aver abusato ripetutamente del minore fin da quando questi era in tenera età. E di aver continuato così per molti anni, sfruttando anche una situazione di soggezione che si era creata.

    Per un prete che ha operato a lungo a Ceprano, prima di essere trasferito in altri centri, pende una richiesta di rinvio a giudizio per violenza sessuale. Con l’aggravante della minore età della vittima. Il procuratore della Repubblica di Frosinone Giuseppe De Falco e il sostituto procuratore Maria Pia Ticino hanno formalizzato la richiesta al giudice per le udienze preliminari che si sta occupando del caso. Per il religioso, che in passato ha svolto il suo mandato nella parrocchia di San Rocco, è già stata fissata l’udienza preliminare.

    L’ipotesi di accusa, basata sulla denuncia presentata dai genitori del ragazzo, che si sono rivolti all’avvocato Carla Corsetti per la cura dei propri interessi, è che il sacerdote abbia abusato ripetutamente di un ragazzino che all’epoca frequentava la parrocchia da quando aveva appena otto anni. Violenze che si sarebbero protratte nel tempo, perfino in sagrestia, anche perché – sostiene l’accusa – il minore sarebbe stato ridotto in uno stato di soggezione psichica tale da non riuscire a denunciare i fatti. Per vergogna, per paura di non essere creduto o semplicemente perché da quella situazione il ragazzo non riusciva a trarsi fuori, il caso è rimasto nascosto. Finché a un certo punto la vittima ha deciso di raccontare la sua storia. Secondo la denuncia presentata dalla famiglia, lo stato di soggezione psichica avrebbe procurato alla vittima un danno permanente, tale da configurare una lesione personale grave.

    L’imputato, assistito dall’avvocato Giuseppe Pizzutelli, ora dovrà cercare di difendersi dalla pesante accusa. Lui, ormai lontano da Ceprano, nega comunque quanto gli viene contestato. Al giudice per le udienze preliminari del tribunale di Frosinone il compito di decidere se le accuse presentategli sono tali da determinare l’apertura di un processo.

    http://www.ciociariaoggi.it/news/news/8288/ceprano-prete-pedofilo-violenza-sessuale-minore.html

  • Pedopornografia e violenza su una bimba  Indagato un prete: ma le prove spariscono

    Pedopornografia e violenza su una bimba Indagato un prete: ma le prove spariscono

    È accusato di aver favorito un prete a eludere le indagini per un’inchiesta di pedopornografia. Con quest’accusa è finito sotto processo D.G., un giovane residente in un paese dell’hinterland di Frosinone, lo stesso dove risiedeva il prelato. Ieri sono stati sentiti due agenti della squadra mobile del capoluogo che hanno ricostruito le indagini. Tutto ruota intorno alla cancellazione dei file compromettenti da due computer del religioso, di nazionalità messicana, poi sequestrati in casa dell’imputato.

    «L’indagine nasce da una costola di un’altra, per violenza sessuale a una minore di sette anni – ha spiegato l’ispettore della Mobile – contro il prete che espletava la sua missione, pur senza avere una parrocchia, nella diocesi di Frosinone. Dalle intercettazioni telefoniche – ha ricostruito il teste – capimmo che il soggetto era venuto a conoscenza del fatto che era sotto indagine». Proprio ascoltando quelle conversazioni la polizia venne a scoprire la richiesta fatta dal prelato al parrocchiano, evidentemente pratico di computer, di cancellare le foto pornografiche e pedopornografiche presenti nella memoria. Anche se le intercettazioni, relative principalmente al procedimento a carico del solo sacerdote, sono state materia di scontro con la difesa.

    L’avvocato Nicola Ottaviani ha infatti contestato l’inutilizzabilità delle stesse nel procedimento in corso. Tra l’altro, nelle intercettazioni, secondo il racconto dell’ispettore, «si parla della frequentazione del sacerdote con la mamma della bambina».

    Ma se per questo episodio le indagini non sono ancora chiuse, per il caso della detenzione del materiale pedopornografico il sudamericano è stato giudicato a Roma e il tribunale è in attesa di acquisire la sentenza. Le indagini comunque si concentrarono a un certo punto sul giovane parrocchiano perché non si sapeva dove erano custoditi i computer. Venne così perquisita l’abitazione dell’uomo che spontaneamente consegnò i computer.

    Computer poi analizzati da un perito che risalì ai file cancellati. Il giudice La Rocca ha poi chiesto agli agenti di polizia se l’imputato fosse a conoscenza del fatto che il prete era sottoposto a indagine. Del resto, il processo ruota proprio sulla consapevolezza di aiutare il religioso a eludere le indagini. Ad avviso del secondo ispettore, dal tenore delle intercettazioni sembrerebbe proprio di sì. Il religioso, dopo aver girato per un po’ nella diocesi, non avendo ottenuto una parrocchia, è finito in Toscana, ospite di un confratello. Su come abbia scoperto di essere indagato, secondo gli agenti sarebbe stata proprio la frequentazione con la madre della presunta vittima.

    http://www.ciociariaoggi.it/news/news/6364/Frosinone-Pedopornografia-e-violenza-su-una-bimba-Indagato-un-prete–ma-le-prove-spariscono-.html

  • FROSINONE – CANCELLO’ MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO DAL PC DEL PRETE, 31ENNE NEI GUAI

    FROSINONE – CANCELLO’ MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO DAL PC DEL PRETE, 31ENNE NEI GUAI

    Detenzione di materiale pedopornografico, trentenne accusato di favoreggiamento. Secondo le accuse avrebbe aiutato un sacerdote formattare due Pc dove erano state archiviate foto che ritraevano bimbi nudi o in atteggiatemi equivoci.

    La vicenda che lo ha trascinato alla sbarra risale a qualche anno fa quando il nonno di una bambina di sette anni denunciò un sacerdote che operava in una parrocchia limitrofa al capoluogo ciociaro di violenza sessuale nei confronti della nipotina. A seguito della denuncia scattarono le indagini. Il prete, sentendosi il fiato sul collo, aveva incaricato il trentenne di formattare i suoi due computer dove deteneva foto pedopornografiche. Nonostante questo gli investigatori sono riusciti grazie a sistemi sofisticati a recuperare tutto il materiale che. Il sacerdote che oggi vive in una canonica di Siena venne condannato dal tribunale di Roma per detenzione di quel materiale (tra le foto ritrovate c’era anche quella della bambina nuda) ma le indagini sulla presunta violenza sessuale nei confronti della piccina sono ancora in corso. Per quando riguarda invece la posizione del trentenne è finito sotto processo con l’accusa di favoreggiamento. Prossima udienza il 6 ottobre prossimo.

    Mar.Ming.

    http://www.tg24.info/frosinone-cancello-materiale-pedopornografico-dal-pc-del-prete-31enne-nei-guai/

  • Pedofilia: violentato per dieci anni «Quel prete si è preso nostro figlio» Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Pedofilia: violentato per dieci anni «Quel prete si è preso nostro figlio» Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Al processo contro don Vito Beatrice il racconto della mamma del ragazzo

    di Fulvio Fiano

    ROMA – Era marzo anche cinque anni fa quando la signora Anna scoprì che suo figlio aveva provato a uccidersi, trascinato in un fiume da un peso che ancora oggi lo affonda. «Mi urlò: “Padre Vito mi ha violentato, non vivo più con questo schifo dentro”». Neanche davanti a un giudice la donna si dà pace. A quel religioso diventato un fratello per 10 anni ha affidato il figlio: «Non avevo capito niente…», testimonia al processo. La sentenza è vicina, ma il banco degli imputati è vuoto. L’orco con la tonaca, 70 anni, è ancora una volta contumace. «Non sapevo più chi ero, non ci potevo credere» ricorda Anna. Che oggi maledice quel pellegrinaggio a Lourdes dove tutto cominciò nel 1994.

    «Partimmo col treno bianco. Mauro (i nomi delle vittime non sono reali, ndr) aveva 4 anni e durante le preghiere si annoiava. Quel prete lo chiamò con lui, gli fece fare il chierichetto,diventammo amici». Cominciò la frequentazione fatta di inviti a pranzo e cortesie. «La prima volta da noi, nel paesino in provincia di Frosinone, fece subito una buona impressione a tutti i parenti, tornò spesso a trovarci, quasi ce lo contendevamo. Pensi – dice Anna al giudice – che mio padre è morto dicendo di salutargli Vito… All’epoca mica si sentivano tutte queste storie…».

    E siamo al 2001. Mauro ha 11 anni e don Vito si offre di prepararlo per l’esame di quinta. Può stare da me, al convento di Sant’Alessio all’Aventino, ho una cuoca, starà bene, assicura. Mauro passa qualche settimana da solo con lui e spesso ci tornerà negli anni successivi. Padre Vito è come e più di uno zio, lo porta con sé anche in Spagna in viaggio. E quando si trasferisce a Nervi, Mauro lo raggiunge per le vacanze. Nelle frequenti telefonate «per salutarlo» il precettore si raccomanda all’allievo al telefono di «non far sentire la conversazione ai tuoi». E a tutte le feste ha un regalo. Magliette, poi un cellulare, un videocamera, un pc. Lo ha comunicato e lo vorrebbe cresimare. Poi il ragazzo cresce e piano piano si allontana. Non vuole farsi vedere dagli amici in compagnia di quell’uomo. Ma forse è l’età, si dice la mamma.

    Gli occhi della signora ora sono umidi, il racconto riprende dopo un sorso d’acqua. «Padre Vito, anzi, “quel signore” era una serpente. “Non fategli vedere i Simpsons”, ci diceva. “Educatelo bene il mio figlioccio”. Il nostro peccato è stato volergli bene e ho bruciato tutte le sue foto e le lettere».

    Fino al 2006 padre Vito avrà rapporti completi, attivi e passivi, con il ragazzo che gli veniva affidato. Lo filmava e lo fotografava per usi che le indagini non hanno potuto chiarire. Ma dubbi non ce ne sono. Nel processo strappato dal procuratore aggiunto Maria Montelone ai tentativi di portarlo a Genova dove sarebbe andato prescritto, ha deposto anche il papà della vittima, che incastrò Don Vito registrando di nascosto la sua confessione come gli fu riportata dal suo superiore.

    I padri Somaschi, citati per danni, non si sono mai fatti avanti per scusarsi o aiutare le indagini. Vito Beatrice è ufficialmente in un convento. La difesa ha anzi ottenuto che la testimonianza di Mauro avvenisse a porte chiuse. Ma qualcosa è trapelato. «Vito mi spiegava che gli amici fanno certe cose», avrebbe detto Mauro dopo aver ripercorso gli orrori subiti. E non poteva sapere che anche da bambini la realtà può essere un brutto sogno.

    http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_marzo_30/pedofilia-violentato-dieci-anni-quel-prete-si-preso-nostro-figlio-96c1c94e-d6a5-11e4-a883-4c9c44a1b2f9.shtml

  • L’avvocato Carlo Taormina assiste la vittima di padre Vito Beatrice

    L’avvocato Carlo Taormina assiste la vittima di padre Vito Beatrice

    Don Vito Beatrice è accusato di aver approfittato sessualmente di un bimbo dall’età di 9 anni.

     Prima che a Dio, dovrà rispondere alla giustizia. Il processo che vede imputato don Vito Beatrice per violenza sessuale continuata e aggravata inizierà il prossimo 10 ottobre davanti all’ottava sezione penale del Tribunale di Roma.

    L’accusa contesta al religioso della Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca di aver abusato dell’autorità che gli derivava dall’essere precettore e padre spirituale di Vincenzo (nome di fantasia) nel commettere le violenze sul minore.

    Erano stati infatti i genitori, originari del frusinate, ad affidare nella Pasqua del 1995 il bambino, che all’epoca non aveva ancora compiuto 9 anni, all’educazione e all’istruzione del prete, presso la chiesa di Sant’Alessio all’Aventino.

    Gli abusi sessuali si sarebbero consumati per undici lunghissimi anni, fino al 2006, quando il ragazzo aveva ormai compiuto 20 anni. Oltre che nella dimora del prelato, le violenze sarebbero avvenute anche all’interno di strutture ecclesiastiche.

    A Roma, a Genova e in varie località estere, “approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la privata difesa – si legge nel capo d’imputazione – in ragione non solo della minore età della persona offesa, ma anche della sua condizione di soggetto a lui affidato per la cura, la crescita e l’evoluzione esistenziale”.

    Tra le aggravanti che lo scorso 30 aprile hanno portato al rinvio a giudizio di don Vito, vi è anche la violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro del culto cattolico e l’abuso di relazioni di coabitazione e ospitalità.

    Originario della provincia di Avellino, 70 anni appena compiuti, dopo essere stato assegnato alla chiesa di Sant’Alessio all’Aventino, a Roma, padre Beatrice è stato in servizio nella segreteria scolastica del centro culturale del Collegio degli Emiliani, nel quartiere Nervi di Genova. Verrà però processato solo per le presunte violenze commesse tra il 2000 e il 2004.

    Quelle che si sarebbero consumate nel periodo precedente, ossia dal 1995 al 2000, quando Vincenzo aveva meno di 14 anni, risultano prescritte. Mentre quelle successive al 2004, protrattesi fino al 2006, sono state giudicate dal gup del Tribunale di Roma improcedibili per tardività della querela.

    La denuncia è stata presentata soltanto il 27 gennaio 2011. Fino ad allora, infatti, i genitori non avevano mai avuto sospetti sulla vita del loro bambino e sulla condotta del prete al quale l’avevano affidato.

    La verità è emersa soltanto quando, nel febbraio del 2010, Vincenzo (che quest’anno compirà 28 anni) ha tentato di togliersi la vita gettandosi in un fiume nella zona di Frosinone. Fu allora che decise di raccontare tutto, prima alla fidanzata e poi ai genitori.

    Valeria Di Corrado

    http://www.iltempo.it/mobile/cronache/2014/06/22/sacerdote-a-processo-uso-violenza-per-11-anni-1.1263541

  • La verità del vescovo sul cadavere di Elisa  Oggi monsignor Superbo in aula

    La verità del vescovo sul cadavere di Elisa Oggi monsignor Superbo in aula

    POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

    Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

    I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

    Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

    Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

    A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

    In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

    QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

    Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

    Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

    E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

    Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

    Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

    Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

    I LAVORI DEL 2010

    Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

    «Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

    Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

     «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

    Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

    Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

    A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

    E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

    Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

    Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

    “MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

    Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

    In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

    In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

    Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

    In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

    IL CRANIO E L’UCRAINO

    Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

    Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

    In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

    Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

    E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

    L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

    L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

    In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

    In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

    Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

    «Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

    «La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

     Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

    «Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

     Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

    Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

    Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

    Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

    In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

    «Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

    Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

    Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

    Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

    SCENARI

    Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

    Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

     Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

     Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

    Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

    Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

    Scenari plausibili? Forse.

    Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

    Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

    POTENZA – È un giorno importante. Per alcuni fondamentale. La deposizione dell’arcivescovo di Potenza, Agostino Superbo, nell’ambito del processo alle donne delle pulizie della chiesa della Trinità, assume contorni che vanno al di là della semplice “testimonianza”.

    Il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata non è un imputato. È un testimone dell’accusa. Significa che per il pm, le sue parole, possono “incastrare” le colf della Trinità, accusate di aver reso falsa testimonianza ai giudici. Ma è anche il teste della difesa dei Claps e delle donne delle pulizie.

    I giudici, a questo punto, vogliono capire una volta per tutte, come e soprattutto quando è stato trovato il cadavere di Elisa Claps.

    Una premessa. L’opinione pubblica sull’arcivescovo è spaccata. Da una parte c’è chi lo vede come uno “stratega” capace di aver architettato una messinscena (come la famiglia di Elisa e l’avvocato delle colf) e, quindi, di aver coinvolto loro malgrado le donne delle pulizie, dall’altra gli innocentisti che lo vedono come vittima di un sistema anche mediatico  alla costante ricerca di un capro espiatorio.

    Il prelato verrà ascoltato sulla base di ciò che ha reso nelle “informazioni sommarie testimoniali” in tre date diverse: il 20 marzo (a tre giorni dalla scoperta dei resti di Elisa Claps), il 15 aprile e il 22 maggio del 2010.

    A queste vanno aggiunti i riscontri scientifici rappresentati dai tabulati telefonici (le intercettazioni telefoniche in questo processo non sono state ammesse n.d.r.).

    In questa ricostruzione partiamo proprio da quello che ha detto l’arcivescovo ai giudici.

    QUANDO LA POLIZIA “SETACCIÒ” LA TRINITÀ

    Dice l’arcivescovo agli inquirenti il 20 marzo 2010: «Don Mimi Sabia non mi ha mai parlato della vicenda Claps se non quando mi chiese di parlare con il prefetto per far rimuovere i sigilli dei locali sotterranei della Chiesa apposti per accertamenti dell’Autorità giudiziaria».

    Monsignor Superbo si riferisce all’indagine fatta partire dall’allora questore di Potenza Vincenzo Mauro.

    E’ il 2007 e precisamente il 9 novembre. La polizia oltre alle scale mobili, “setacciò” (è il termine usato dal cronista di allora del “Quotidiano”) anche la chiesa della Trinità (vedere la pagina de “Il Quotidiano” del 10 novembre 2007 che riproponiamo  in alto a destra).

    Non ci fu un semplice sopralluogo come quello del 2001 (che pure c’è stato), ma una vera e propria ispezione certosina fatta con l’ausilio di radar di ultima generazione.

    Scrive Barbara Strappato alla fine del 2008 nell’informativa consegnata alla procura di Salerno riferedosi all’omicidio di Elisa: «L’azione violenta è stata condotta verosimilmente in un luogo contiguo alla centralissima chiesa della Trinità, ricandente nella zona soggetta a ricostruzione post-sismica e per tale motivo non frequentata».

    Purtroppo nessuno pensò di andare nel sottotetto, che pure faceva parte della chiesa, dove giacevano già da 14 anni i resti di Elisa. Per la cronaca i locali della Trinità sequestrati vennero riconsegnati diversi mesi dopo, come lo stesso vescovo precisa nel suo verbale.

    I LAVORI DEL 2010

    Siamo a febbraio del 2010. Lungo una parete delle stanze ubicate al piano superiore della Trinità vi è un’infiltrazione.

    «Effettuammo un sopralluogo con il capo dell’Ufficio tecnico don Pasquale e  la ditta Lacerenza  – racconta Superbo – Arrivammo fin sotto l’ingresso che accede al terrazzo, tuttavia io non salii perchè non era necessario ed anche perchè sopra era allagato».

    Questo problema venne risolto subito. Gli operai quello stesso giorno salirono sul terrazzo e liberarono le canalette di scolo.

    «Dopo circa 15 giorni – continua l’arcivescovo – don Ambrogio comunicò che vi era un’infiltrazione nella Chiesa. Chiamammo nuovamente la ditta Lacerenza che tardò alcuni giorni a inviare i lavoratori a causa del maltempo. Alla prima giornata di sole, il mercoledì (giorno del ritrovamento di Elisa ndr) vennero gli operai».

    Sui lavori si è fatto un gran parlare. I “messinscenisti” la vedono come una “scusa” per far ritrovare il corpo della povera Elisa.

    Ma perchè, allora, farlo ritrovare dagli operai? Non era meglio, qualora fosse stato scoperto prima, dirlo subito?

    A sostegno degli innocentisti che credono alla versione del vescovo, vi è una relazione di un pool di tecnici – non della diocesi – formato dai Vigili del fuoco, dalla Soprintendenza e dal Comune, redatta qualche settimana  dopo il decreto di dissequestro di parte del tempio di culto. Sul posto c’era anche il personale della Polizia.

    E’ il 27 aprile 2012. Nella relazione – pubblicata su tutti i quotidiani locali con la foto che ripubblichiamo a destra  – si precisa:  «I presenti prendono atto che tutto l’immobile (Chiesa) è interessato da notevoli fenomeni di infiltrazioni d’acqua e umidità con piccoli distacchi di intonaci. Per quanto attiene alla canonica, la cui situazione è molto più grave dal punto di vista delle infiltrazioni, si consiglia: di sgomberare da mobili e suppellettili; di puntellare i solai interessati dalle infiltrazioni; di regimentare le acque meteoriche. Per quanto concerne le opere d’arte eventualmente da rimuovere, le relative operazioni saranno concordate con la soprintendenza BSAE di Matera. Si precisa che non è stato possibile accedere e ispezionare il terrazzo e il sottotetto, in quanto sottoposti a sequestro giudiziario a tutt’oggi». A quanto pare, dunque, quei lavori erano davvero necessari.

    Nel marzo di quest’anno, inoltre – come riportato da “Il Quotidiano” – sono caduti alcuni calcinacci dalla parete esterna, il segno di un deterioramento della struttura in continua evoluzione.

    Per la cronaca: al sottotetto sono ancora apposti i sigilli. Anche per questo gli interventi sono rinviati a data da destinarsi.

    “MENTRE STAVO RECANDOMI A SATRIANO”

    Questa frase è diventata, secondo i “messinscenisti” una delle prove che inchioderebbe il vescovo. Superbo era ancora a Potenza quando, la mattina del 17 marzo 2010, riceve la telefonata di don Wagno che lo avverte del ritrovamento di un cadavere nella chiesa. Questa circostanza sarebbe supportata dal fatto che quando arriva la chiamata del sacerdote brasiliano, la cella telefonica avrebbe agganciato un ponte radio fissato nel centro di Potenza. E’ risaputo che le celle telefoniche hanno un ampio raggio e il fatto che la cella sia stata agganciata al ponte radio del centro, non vuol dire che l’arcivescovo si trovasse nel centro storico. E’ un dato oggettivo.

    In realtà si stava recando a Satriano, come dimostra  il fatto – sempre per lo stesso principio – che pochi minuti dopo il suo cellulare sarebbe stato agganciato nei pressi di Tito. Il vescovo dunque era in movimento quando riceve la prima telefonata di don Wagno. Da aggiungere un altro particolare. Il tutto si svolge in pochissimo tempo: dalla prima telefonata di don Wagno a quelle dell’arcivescovo alla Polizia, passano forse non più di 2-3 minuti. Per dare corpo alla tesi messinscenistica, l’arcivescovo avrebbe nel giro pochissimo tempo: ricevuto la telefonata di don Wagno, chiamato un sacerdote per farsi accompagnare a Satriano, chiamare la polizia, chiamare poi i sacerdoti per organizzare l’incontro e recarsi poi nella città del Melandro. Inverosimile.

    In realtà quell’incontro a Satriano era stato organizzato da diverso tempo. L’arcivescovo  stava già  facendo delle riunioni zonali con il clero per promuovere la visita pastorale indetta con un proprio decreto qualche mese prima. Il 15 marzo lo stesso incontro si era tenuto nel seminario di Potenza con la zona pastorale della città e il giorno dopo, e cioè il 16 marzo, l’arcivescovo si recò in Val D’Agri e precisamente a Viggiano per lo stesso motivo. Il 17 toccava appunto a Satriano. Ecco perchè Superbo si reca nel Melandro dove, per completezza di cronaca, c’erano ad attenderlo una dozzina di sacerdoti.

    Ma allora perchè non tornare indietro? D’altronde era stato trovato un cadavere in chiesa.

    In realtà la prima cosa che fece l’arcivescovo è quella più ovvia: chiamare la polizia. Pare che fece più di qualche telefonata tra questura e 113. Sul posto oltre alla presenza di un membro della diocesi, e cioè don Wagno con cui è rimasto in costante contatto, arrivò  subito dopo la polizia. Intorno a mezzogiorno, poi, arriva in Chiesa anche il vicario generale della diocesi avvertito precedentemente da Superbo. Intorno alle 13 l’arcivescovo è di nuovo a Potenza. «Io gli dissi (a don Wagno ndr) di far scendere tutti  – racconta il presidente della Conferenza episcopale di Basilicata – di non far allontanare nessuno e chiamai personalmente il 113, accertandomi poco dopo che fosse giunta sul posto la Polizia. Per non creare intralcio agli accertamenti per due giorni ho evitato di andare presso la Chiesa della Ss Trinità». E così fece. Andò nella Trinità la sera del giovedì.

    IL CRANIO E L’UCRAINO

    Se si volesse prendere in giro l’arcivescovo di Potenza, basterebbe dire: «cranio e ucraino».

    Queste due parole dal suono simile, sono entrate di diritto nel vocabolario del potentino medio diventando sinonimo da una parte di “stupidità”, dall’altra di inciucio.

    In realtà la questione è ben diversa da come è stata raccontata.

    Dice il vescovo agli investigatori: «Verso la sera del giovedì (il mercoledì precedente era stato scoperto il corpo di Elisa ndr) don Wagno mi disse una cosa che io non capii bene anche perchè lui si esprime con un po’ di difficoltà quando è nervoso. Don Wagno mi disse che la signora delle pulizie aveva visto un “cranio” quando mi aveva telefonato a gennaio e successivamente se ne era dimenticato. In verità io capii ucraino che portava un sacco di immondizia mentre lui diceva cranio nell’immondizia».

    E’ sabato 20 marzo quando il vescovo racconta agli inquirenti questa circostanza. Un dettaglio non da poco perchè spinge a una serie di riflessioni. La prima: è l’arcivescovo che, nel descrivere i suoi spostamenti dal 17 marzo 2010 in poi, porta a conoscenza del fatto gli inquirenti. La seconda: è un dialogo “de visu” con il sacerdote brasiliano (e non una telefonata). Terzo: l’incontro – ed è un dettaglio non da poco – è avvenuto dopo il ritrovamento del corpo di Elisa.   Superbo, infatti, riferisce di aver incontrato don Wagno la sera di giovedì 18 marzo.

    L’arcivescovo, per la prima volta dopo la scoperta dei resti della povera Elisa, si era recato nella chiesa della Trinità e proprio all’interno del tempio incontrò per qualche minuto il sacerdote brasiliano che cercò di raccontagli la vicenda. Cercò ma non vi riuscì. Superbo infatti capendo «ucraino con l’immondizia», liquidò il sacerdote dopo pochi minuti e si intrattenne a parlare con la polizia. La sera di quello stesso giorno parlando al telefono con don Ambrogio, parroco della Trinità che in quel periodo si trovava a Roma per motivi di studio gli racconta, ricorda Superbo «ciò che avevo capito dal primo colloquio con Don Wagno e cioè che era stato visto un “ucraino” con una busta di immondizia».

    L’immaginario collettivo ha sempre confuso la circostanza del “cranio e l’ucraino” con la telefonata che don Wagno fece all’arcivescovo quando salì nel sottotetto.

    In quella telefonata di qualche settimana prima del ritrovamento, parlarono per pochi secondi. «Mi disse che doveva comunicarmi una cosa importante. Ricordo di avergli detto che ero impegnato e che ne avremmo parlato al mio ritorno».

    In realtà di questa circostanza ne parlarono due volte ma solo dopo il ritrovamento. La prima il 18 marzo 2010 con l’equivoco del cranio e l’ucraino e la seconda il giorno dopo, e cioè il 19 marzo,  nella chiesa di San Rocco Confessore dove era in programma una messa, in suffragio di Elisa Claps, concordata con i familiari della ragazza.

    Solamente qui l’arcivescovo, parlando nuovamente con il sacerdote brasiliano, capì la gravità della situazione.

    «Ho capito cosa volesse dirmi in quel gennaio quando mi aveva telefonato».

    «La donna delle pulizie – continua  nel suo verbale in merito  a quanto gli aveva riferito lo stesso don Wagno il 19 marzo – aveva visto un cranio senza spiegarmi dove e per questo motivo mi aveva cercato».

    Superbo la sera del 19 marzo immediatamente si attivò per segnalare la questione alla polizia.

    «Dopo aver inutilmente cercato la dottoressa Strappato  ho invitato quest’ultimo (e cioè don Wagno ndr) a recarsi in Questura».

    Don Wagno si recherà in questura il 20 marzo per raccontare che in quel sottotetto lui c’era salito. La sera dello stesso giorno, l’arcivescovo rese agli inquirenti la sua prima testimonianza.

    Nelle varie versioni rese da don Wagno e l’arcivescovo c’è effettivamente una discrepanza. Nei primi verbali si parla di fine gennaio come il periodo in cui don Wagno sarebbe salito nel sottotetto.

    Il sacerdote brasiliano il 30 marzo (il 20 era stato sentito per la prima volta dagli inquirenti n.d.r.) si presenta spontaneamente in Questura. Erano giorni in cui sui giornali e in tv, si parlava solo di lui, dell’arcivescovo e delle presunte coperture della Chiesa.

    Era molto inquieto «a causa – ha poi spiegato agli inquirenti – delle notizie pubblicate dai giornali che mi hanno molto offeso».

    In quella circostanza don Wagno consegna uno scontrino che attestava l’acquisto di medicinali che riportava la data del 24 febbraio. Il giorno che salì nel sottotetto, pare stesse poco bene. Circostanza che sembra essere stata confermata anche da altre persone sentite dalla polizia nell’ambito della vicenda. Ricordando la sua malattia – effettivamente si assentò dalla parrocchia per diversi giorni – sarebbe poi risalito alla data in cui è salito nel sottotetto.

    «Nello scorso verbale – racconta il prete – ho riferito che ero stato nel sottotetto con la mamma di Annalisa  e quest’ultima, nel mese di gennaio: ciò non risponde al vero perchè in base a quello che si rileva dallo scontrino il tutto è accaduto a febbraio di quest’anno e non a gennaio come vi ho riferito». Gli investigatori, chiaramente, hanno indagato anche su questa circostanza chiedendo anche all’arcivescovo dove si trovasse proprio quel 24 febbraio.

    Superbo, quando ad aprile e maggio si reca nuovamente dagli inquirenti, porterà con sé l’agenda personale dove segna tutti i suoi appuntamenti.

    Il 24 febbraio si trovava a Frosinone per degli esercizi spirituali che ha tenuto per delle suore.

    Alla fine di gennaio – ecco perché in un primo momento si confonde – era a Roma a un Consiglio permanente della Cei. La versione di don Wagno (a cui nel frattempo era stata perquisito l’appartamento dove viveva e sequestrato il computer, successivamente restituito) e dell’arcivescovo (il cui telefono è stato intercettato per diverse settimane) è stata ritenuta credibile dagli inquirenti. Ecco perché in questo processo sono dei testimoni e non degli imputati.

    SCENARI

    Questo è quanto accaduto in quei giorni che hanno cambiato il volto della Chiesa potentina.

    Se da una parte, a quanto pare, gli inquirenti hanno ritenuto credibile la versione dei membri della diocesi, dall’altra c’è la famiglia Claps che da 4 anni a questa parte, chiede che il vescovo dica la verità.

    Sono stati anni in cui Gildo non ha lesinato critiche a  Superbo definendolo, in un discorso davanti la chiesa della Trinità, «incapace» oppure che «aveva coperto» i responsabili dell’omicidio della sorella. E come non ricordare quando, durante la trasmissione “Chi l’ha visto” Filomena Iemma – circostanza poi ritrattata dalla stessa trasmissione nella puntata successiva a seguito di una dura presa di posizione della diocesi – aveva sostenuto che l’arcivescovo «copriva i pedofili». La famiglia non si è arresa durante tutti questi anni e in un memoriale consegnato alla Procura di Salerno (la notizia fu pubblicata da Panorama nell’agosto 2012 dal titolo “Il vescovo mentì sulla morte di Elisa”), i Claps hanno denunciato di fatto Superbo sostenendo senza mezzi termini che ha mentito ai pm, favorito l’occultamento del cadavere e per questo «punta – è scritto nell’articolo – anche al risarcimento danni a carico dell’arcidiocesi».  Parole forti. A dissipare gli animi tra i Claps e la Chiesa di Potenza, non è bastata neanche la telefonata di Papa Francesco alla mamma di Elisa.

    Dal canto suo l’arcivescovo non ha mai alzato la voce continuando a mantenere un atteggiamento “cristiano”.

    Nonostante le accuse mossegli  ha sempre preferito non entrare in polemica con la famiglia. Per questo è stato anche criticato. Fin dal primo momento si è messo a disposizione dell’autorità giudiziaria (lo dimostra per esempio il viaggio pagato al sacerdote congolese per farlo venire a deporre a Salerno) confidando nel fatto che la verità venisse prima o poi a galla. Ha sempre raccontato la stessa versione sostenendo – anche con la famiglia nelle volte che li ha potuti incontrare – che è venuto a conoscenza della scoperta del cadavere il 17 marzo 2010 e di aver appreso da don Wagno che era salito nel sottotetto, soltanto il 19 seguente.

    Questo processo, che oggi lo vedrà protagonista, non è a carico suo ma alcuni sperano che possa contraddirsi nella sua deposizione. Sarebbe la prova che ha mentito e “abiliterebbe” la magistratura ad aprire un fascicolo per falsa testimonianza.

    Scenari plausibili? Forse.

    Intanto nell’ultima nota diramata dall’Ufficio comunicazioni sociali, monsignor Superbo si dice «sereno di rendere testimonianza il prossimo 17 giugno allo scopo di contribuire all’accertamento della verità»

    Una verità che una parte della città mette in dubbio. Anche se ciò che emerge dagli atti è l’assoluta estraneità nella vicenda del presidente della Conferenza episcopale di Basilicata.

  • Abusi su minore tra Genova e Roma, prete a giudizio

    Abusi su minore tra Genova e Roma, prete a giudizio

     Genova – A Genova e a Roma. In anni diversi. Ha commesso abusi su un ragazzino originario del Frusinate a lui affidato, vittima che per l’umiliazione tentò di uccidersi. Con quell’accusa sarà processato Vito Beatrice, 70 anni, sacerdote appartenente alla Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, nella chiesa di Sant’Alessio, nella zona dell’Aventino, nel cuore di Roma.

    Il gup Giulia Proto, accogliendo le richieste del procuratore aggiunto Maria Monteleone, ha disposto il suo rinvio a giudizio, fissato il 10 ottobre prossimo l’inizio del processo davanti alla VIII sezione collegiale del tribunale capitolino.

    Vittima degli abusi, un giovane oggi 28enne, all’epoca dei fatti minorenne. Secondo l’accusa, padre Beatrice, in molteplici circostanze (i fatti contestati sarebbero stati commessi a Roma tra maggio e ottobre 2000 e a Genova tra maggio 2002 e ottobre 2004) «con abuso d’autorità derivante dalla sua posizione di precettore e padre spirituale – si legge nel capo d’imputazione – avendo avuto dai genitori in affidamento il minorenne per ragioni di educazione ed istruzione, costringeva la persona offesa a compiere e subire atti sessuali reciproci».

    Violenze sessuali che inizialmente la vittima non aveva raccontato, tenendo dentro di sé un dolore talmente insopportabile che nel febbraio 2010 lo portò a tentare di togliersi la vita gettandosi da una finestra di una discoteca in un fiume nella zona di Frosinone.

    Fu allora che decise di raccontare tutto prima alla fidanzata (che lo trovò che annaspava nell’acqua) e poi ai genitori (che lo hanno accompagnato oggi per l’udienza preliminare). Nel gennaio 2011 denunciò i fatti per i quali adesso il religioso sarà processato.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/04/30/AQq8CagC-giudizio_genova_minore.shtml