Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “I colpevoli anni di Giada”

    “I colpevoli anni di Giada”

    Il prossimo 3 febbraio il Gip di Larino dovrà di nuovo decidere sulla vicenda degli abusi sessuali subiti da Giada Vitale, dopo i 14 anni, ad opera del parroco del suo paese.

    Il difensore di Giada, Giuseppe D’Urbano, ha presentato la sua opposizione alla richiesta di archiviazione della denuncia per abusi sessuali e il Gip Rosaria Vecchi dovrà decidere se archiviare o andare avanti con nuove indagini e un possibile nuovo rinvio a giudizio per don Marino Genova.

    Per la Procura della repubblica di Larino il fascicolo sui presunti abusi sessuali subiti a 14 anni da Giada Vitale da don Marino Genova è da archiviare. La richiesta è stata presentata al gip dal pubblico ministero Ilaria Toncini. La situazione, tuttavia, è piuttosto complessa. Don Marino, infatti, ex parroco di Portocannone, in Molise, è stato già condannato in due gradi di giudizio a quattro anni di carcere per aver abusato sessualmente di Giada Vitale, nel 2009. Attenzione, però, solo per gli abusi avvenuti fino al compimento del 14esimo anno di età di Giada, quindi, per un periodo di due mesi.

    Per 60 giorni, dunque, Don Marino è considerato un abusatore e come tale è stato condannato, mentre per i tre anni successivi, ovvero fino ai 17, Giada è considerata dalla procura consenziente. Tesi a cui si oppone l’avvocato D’Urbano, facendo leva su perizie psicologiche e psichiatriche che dimostrerebbero, senza alcun dubbio, la condizione di subalternità e gli abusi subiti da Giada. Anche la Procura, dal suo canto, fa leva sull’indagine psicologica riguardante quegli anni.

    Sono stati ascoltati medici e psicologi che hanno avuto in cura Giada Vitale nel periodo di interesse e l’esame di queste testimonianze e dei documenti per il pm Toncini, non avrebbe fatto emergere “in maniera chiara e univoca una condizione di inferiorità fisica o psichica della parte offesa”. Giada, insomma, pur essendo stata vittima di abusi nei mesi precedenti, per la Procura avrebbe immediatamente acquistato, compiendo 14 anni di età, una tale consapevolezza di sé e della realtà da poter scegliere consapevolmente di proseguire ‘la relazione’ –  perché tale verrà considerata di lì in poi – con il parroco.

    Per la procura, quindi, il limite temporale dei 14 anni trasforma gli abusi in una relazione. Un’interpretazione respinta dalla difesa per motivi logici e giuridici. Ma esiste un altro terreno, quello mobilitazione del ‘pianeta donna’ che sta correndo in aiuto di Giada, una fortissima pressione del mondo femminile molisano, che contesta la decisione di far diventare i 14 anni una specie di frontiera, o limite, oltre il quale l’abuso diventa relazione. È chiaro che l’ultima parola toccherà al Gip, intanto, una nota scrittrice e donna di cultura molisana, Greta Rodan, ha voluto far sentire la sua voce, raccontando la versione di Giada:

    “Sono esausta, mi dice Giada, me lo dice a parole, me lo dice dai suoi occhi di giovane donna già stanchi, così tragicamente provati, così belli. Giada perde il padre a 3 anni, questo da solo è un dramma profondo e che cambia l’esistenza, se non fosse che a cambiare la vita di questa delicata e coraggiosa creatura è un evento di portata enorme, di devastante tragicità. Giada conosce Don M. a 12 anni, in chiesa, nel suo paese, uno dei tanti di questo nostro Molise, perché Giada è già una musicista, è in anticipo sui tempi, un talento e una promessa. Don M. sembra voler diventare la figura di educatore, di consigliere, di amico che a Giada è mancata mentre lei comincia a affacciarsi al mondo con grazia.

    Ma il suo educatore, ora che lei ha 13 anni, vuole essere per lei altro, e così lo diventa, con determinazione mostruosa, per lei che è così piccola, per lei che è una bambina, per lei violata nel cuore, nel cervello, e nel corpo tanto da sentirli esplodere, da sentirsi una minuscola bambola, un giocattolo rotto, un errore. La gravità dei fatti non la capisci quasi mai quando ti accadono, la capisci col tempo, con la consapevolezza, eppure qualcosa in te lo sa, lo sente, qualcosa ti grida nell’orecchio sinistro, dalla parte del battito. Ma tu la riconosci anni dopo, lei la riconosce anni dopo, quando ha 17 anni, quando è tardi per salvare la bambina che sarebbe dovuta essere ma è ancora possibile, invece, salvare la donna che sarà. E allora denuncia, ché nessuno che non ci sia mai trovato, può capire il coraggio della parola “denuncia”.

    Lo fa, ci riesce, pensa incautamente che sarà quello l’inizio della sua nuova vita, da essere umano libero e tutelato e finalmente protetto. Ma nelle aule gelide, qualcuno che partecipi al tuo dolore non sempre lo trovi. Don M. viene condannato a 4 anni e 10 mesi di carcere per gli abusi compiuti prima dei 14 anni di Giada, non ha fatto un solo giorno di carcere perché è ancora in attesa della sentenza definitiva. Per il periodo compreso tra i 14 e i 17 anni di Giada, la posizione di Don M., un uomo di 40 anni più grande di Giada, è stata archiviata, due volte, perché i giudici hanno stabilito che Giada, una bimba di 14 anni, è stata consenziente. Giada non si arrende, Giada vuole giustizia, vuole Pace.

    Va dovunque la ascoltino, partecipa a trasmissioni televisive nazionali, si fa intervistare, ci mette la faccia. Voi lo sapete che carattere, che determinazione ci vogliono a metterci la faccia? Ci vogliono quelli di questa ragazza, che ora ha 24 anni, che ha subito violenze, abusi, che è stata insultata per anni dai compaesani con “Don M. ne poteva avere cento più belle di te” “Lo hai sedotto tu”. Voi lo sapete che coltelli sono queste parole? Lo sapete che sono coltelli in ferite più grosse, in abissi di disperazione e solitudine e “Dio mio non ce la farò, non ce la farò”? Lo sapete che cuore devastato ha la nostra Giada? Perché lei è nostra, vorrebbe esserlo, vorrebbe essere la sorella dei magistrati perché allora i magistrati comprendano davvero il dolore, la figlia del paesano che insulta perché allora la abbraccerebbe, le direbbe “ci sono qua io a proteggerti”.

    E per me questa sconosciuta creatura è mia sorella, la mia amica, e insieme aspettiamo il 3 febbraio quando il tribunale di Larino deciderà per la terza volta se archiviare o finalmente cominciare la strada della giustizia per Giada, per quello che di lei resta, per la pace di quella bambina dimenticata, per la pace di questa ragazza tenace ma che mi dice, vi dice, “sono esausta”, per lei, offesa nell’anima da quello che qui chiamo fino alla fine Don M., benché il suo nome sia pubblico, perché voglio solo bellezza, coraggio, speranza in queste parole e Giada Vitale è il solo nome che me li ricordi”.                               

    https://quotidianomolise.com/i-colpevoli-anni-di-giada/?fbclid=IwAR1gMNmL0DrmbKvfxezSItgzmwy6vcUNhdGF_lRmsaL1k2Ohka_TNbCbWe0

  • Don Marino Genova, 13enne abusata: “Per il pm ero consenziente”

    Don Marino Genova, 13enne abusata: “Per il pm ero consenziente”

    Era l’aprile del 2009 quando Giada Vitali ha subito il suo primo abuso da parte di don Marino Genova, parroco della chiesa Santi Pietro e Paolo di Portocannone, in provincia di Campobasso, Molise. Allora Giada aveva tredici anni e gli abusi da parte del parroco sono continuati fino a quando aveva sedici anni.

    Si è concluso il processo in primo grado ai danni dell’uomo, ma Giada Vitale sente di non aver ricevuto giustizia. Il pubblico ministero ha infatti diviso il fascicolo in due parti: una relativa agli abusi subiti prima del compimento del quattordicesimo compleanno e una dopo. Marino Genova è stato condannato a sei anni per il primo fascicolo, mentre per il secondo fascicolo è stata chiesta l’archiviazione: il pm ha ritenuto che la ragazza fosse consenziente.

    Don Marino Genova: gli abusi

    In un’intervista a Fanpage Giada Vitale ha raccontato la sua versione dei fatti.

    Riguardo all’esito del processo di primo grado la ragazzo, ora 23enne, sente di non aver ricevuto la giustizia dovuta. “Dai 14 anni in su, sono stata considerata ‘consenziente’; in pratica secondo il pubblico ministero, io e don Marino eravamo da considerare ‘una coppia’. La cosa più grave, tuttavia, è che il fascicolo per cui si è proceduto riguarda solo due mesi, da aprile al 20 giugno, quando ho compiuto 14 anni” ha raccontato.

    Nel ripercorrere la propria tragica storia Giada ha raccontato: “Era aprile 2009, avevo 13 anni e studiavo per l’esame di licenza media. A quel tempo ero timida e senza molti amici, ma mi piaceva la musica e per questo andavo regolarmente in chiesa per suonare l’organo.

    Quel pomeriggio stavo tornando a casa dalle ripetizioni e passai davanti all’ingresso della chiesa Santi Pietro e Paolo, a Portocannone. Vidi don Marino sulla soglia intento a chiudere i battenti della porta, mi vide anche lui e mi fece cenno di entrare“. Al tempo Giada si fidava dell’uomo, così lo ha seguito. “Prese la mia mano intrecciandola con la sua e mi guidò in sagrestia, dove iniziò ad abbracciarmi forte e a spogliarmi. Restai impietrita e lo lasciai fare finché non ebbe finito. Poi mi diede la benedizione e mi lasciò andare“.

    Giada ha provato a chiedere aiuto, ma senza ottenere successo. “Quella sera restai sveglia fino a notte fonda a piangere. Mia madre (vivevamo da sole da quando mio padre è morto molti anni prima) si allarmò e volle sapere cosa avessi.

    La storia di Giada Vitale

    Da quel giorno gli abusi si sono ripetuti. “Don Marino ha cominciato a fare quelle cose due o tre volte alla settimana arrivando fino ai rapporti completi. Era dolce, mi diceva: “Ti voglio bene stellina”. E quando aveva finito mi rivestiva e mi dava sempre la benedizione“.

    Ci fu un tentativo di scappare dagli abusi del parroco. “Il mio corpo mi dava dei segnali di malessere. Avevo sempre mal di stomaco, crisi di pianto e difficoltà di concentrazione a scuola, tanto che più in là ho dovuto lasciare. Volevo che smettesse e per un po’ ho finto di stare con un ragazzo perché lui mi lasciasse stare.

    La situazione, però, non ha retto a lungo e ha ricominciato a fare quelle cose“.

    Dopo tre anni di abusi, finalmente Giada riesce a sottrarsi alla violenza. “Una corista che frequentava la parrocchia ha intuito qualcosa dai miei atteggiamenti, ero arrabbiata e delusa. Quando ho trovato la forza di parlare con lei, pian piano le ho raccontato tutto quello che avevo patito, ci sono voluti giorni. Alla fine lei mi ha convinto a denunciare don Marino al vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca“. Il vescovo ha allontanato il parroco da Portocannone. “ A quel punto, a 17 anni, ho deciso di denunciare alla magistratura, volevo giustizia“.

    Purtroppo la giustizia ottenuta non è proporzionale alla sofferenza subita da Giada Vitali, che ha deciso di fare ricorso. “È stato condannato sei anni di reclusione con sentenza di primo grado, attendiamo l’udienza d’appello che avrà luogo l’11 ottobre prossimo. Per l’altro fascicolo, ovviamente abbiamo fatto ricorso contro l’archiviazione“. “Don Marino mi ha distrutto la vita, ma la giustizia ci ha messo sopra una pietra tombale“.

  • Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Il cappellano di Corzano, don Francesco Piccinotti, vanta un record di cui non andar fieri. È lui il protagonista del primo caso noto di pedofilia di matrice clericale dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Era il 30 aprile 1864. In base all’accusa «del crimine di libidine contro natura», nei confronti di diverse persone, tra cui un bimbo di 7 anni, la Corte d’Assise di Milano lo condannò a sette anni di reclusione. Notizie di questo tipo in quegli anni erano rare. La profonda trasformazione dell’assetto geopolitico della Penisola in seguito alla breccia di Porta Pia e alla fine dello Stato Pontificio, nel 1870, contribuì a ridurre sensibilmente le possibilità che in Italia accadessero crimini del genere. Grazie al progressivo radicamento di un “sentimento” laico nell’opinione pubblica, il controllo da parte delle autorità civili nei confronti della popolazione clericale fu profondo e capillare.

    Nell’Archivio centrale dello Stato a Roma ci sono centinaia di faldoni dedicati alla schedatura, predisposta dai prefetti, di altrettanti sacerdoti con i “vizi” più disparati: gioco d’azzardo, alcool e così via. Si andò avanti così per alcuni decenni fino a quando, tra il 1904 e il 1907, una serie di scandali travolsero diversi istituti cattolici lungo tutto lo Stivale. Citiamo ad esempio il collegio dei Marianisti di Pallanza sul Lago Maggiore, il collegio Greco-Milanese dove erano state violentate delle ragazzine, una scuola di Trani in Puglia, l’Asilo della Consolata di Milano con il cosiddetto “Scandalo Fumagalli” (dal nome della sedicente suora Giuseppina Fumagalli che gestiva l’asilo), che vide l’arresto di cinque donne e di un prete, tale don Riva, per abusi sessuali su una fanciulla, e l’educatorio di Alassio in cui don Bretoni viene accusato di sevizie “sessuali” ai danni di un tredicenne. Stupri, maltrattamenti, abusi su adolescenti, fanciulle e bambini prepuberi: le accuse nei confronti di sacerdoti, educatori e, nel caso di Trani e Alassio, anche di suore, erano pesantissime. Sebbene non sempre risultassero del tutto verificate, le accuse evidenziavano un diffuso malessere anticlericale e antireligioso, e una pretesa di laicità dello Stato, che partivano da molto lontano nel tempo e che si propagarono grazie anche al fatto che gli spazi per la Chiesa nella scuola pubblica erano sempre più ridotti. Cosa di cui il Vaticano era perfettamente consapevole. Tanto è vero che il 5 agosto 1907, dopo l’ennesimo scandalo, questa volta al collegio dei Salesiani di Varazze, passò al contrattacco con un comunicato al vetriolo che accusava «la propaganda massonica e socialista di aver imbastito una campagna anticlericale e contro papa Pio X». A far saltare in aria la “polveriera” era stato il nipote quattordicenne dell’ex console francese presso il Regno di Sardegna, Alessandro Besson, il quale in un diario aveva descritto gli abusi subiti, messe nere in costume «interamente adamitico» e rapporti sessuali tra i frati, le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena e alcuni alunni.

    Ben presto anche la stampa cattolica entrò nella mischia senza risparmiare colpi. E fu come gettare benzina sul fuoco. In quasi tutte le grandi città si svilupparono violenti moti anticlericali. Roma, Milano, Venezia, Pisa, Torino, e ancora Mantova, Livorno, Genova, Firenze e Palermo furono teatro delle proteste con un bilancio di un morto e 20 feriti. Un fatto inusuale nell’Italia di Giolitti, il quale di sicuro non poteva essere definito ostile alla Chiesa, ma che rientrava nel più ampio quadro della feroce disputa tra le istituzioni ecclesiastiche, che ambivano (come oggi) a conservare il monopolio secolare dell’educazione dei bambini, e la giovane scuola pubblica dello Stato italiano. La gestione esclusiva dell’educazione e dell’istruzione da parte della Chiesa si era bruscamente interrotta con l’unità d’Italia. Grazie anche a leggi come la Casati del 1859 e la Coppino del 1877 con cui, eccetto per le elementari, si decretò l’abrogazione dell’insegnamento della religione. Non a caso lo Stato unitario fu riconosciuto dal papa solo con l’avvento del fascismo. Come è noto, Mussolini ridette linfa al controllo ecclesiastico della società ripristinando subito l’insegnamento della religione attraverso la riforma Gentile (1923) e mettendo una pietra tombale sullo Stato laico nel 1929 con il Concordato.

    Dopo la fine della guerra e con il ripristino della democrazia, la saldatura tra clero e fascismo – foraggiata dai miliardi dei cittadini italiani regalati da Mussolini al papa come risarcimento per la breccia di Porta Pia e centrata sulla visione comune di una società patriarcale dove, solo per dirne qualcuna, la donna gode di diritti molto limitati e i figli sono di proprietà del padre (non vi ricorda il congresso sulla famiglia organizzato a Verona dalla Lega lo scorso marzo?) – fu solo in parte intaccata dai lavori dell’Assemblea costituente. La disputa tra laici e cattolici non produsse solo l’articolo 7 della Costituzione, che di fatto ha blindato i Patti lateranensi di cui il Concordato fa parte e i privilegi che da esso derivano per il mondo clericale. C’è difatti anche l’articolo 33 che riguarda la scuola e lascia la possibilità di istituire scuole private «senza oneri per lo Stato», demandando alla legge l’applicazione. Come ci ricorda la Uaar, «nel dopoguerra la quasi ininterrotta serie di ministri democristiani alla Pubblica istruzione lasciò più o meno invariata la situazione», e dopo il Concilio e il Sessantotto la discussione si incentrò soprattutto sulla qualità della scuola. «Ma l’elezione di Wojtyla a papa, e il ritorno del Vaticano a una visione integralista dell’educazione (sono gli anni dell’ascesa di Ruini, ndr), hanno portato prima all’approvazione delle modifiche del Concordato nel 1985, poi a richieste sempre più pressanti di finanziare l’esangue diplomificio cattolico» prontamente soddisfatte da governi di ogni colore a scapito della scuola pubblica e in spregio alla Costituzione.

    Si parla tanto di discontinuità del Conte 2 dal Conte 1, molto meno, per non dire mai, di discontinuità con tutto ciò che rappresenta il passato fascista (e in varie forme anche il presente) del nostro Paese. L’abolizione del Concordato, il trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, sarebbe un importante segnale in questa direzione. E con una fava si prenderebbero i classici due piccioni, o forse anche di più. L’eliminazione dell’articolo 4 del Concordato – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – segnerebbe infatti anche la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco. Con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni, la storia d’Italia è attraversata da vicende come quella di don Piccinotti. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista all’AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». Si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Queste dichiarazioni sono state completamente ignorate dai media italiani (tranne Left), ma per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che Stato e Chiesa non vogliono affrontare basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone.

    Il 2019 si è chiuso con l’annuncio della Santa sede dell’eliminazione del segreto pontificio sui processi per pedofilia. D’ora in poi, se abbiamo interpretato correttamente la dichiarazione ufficiale del segretario di Stato il cardinale Parolin, le magistrature civili di qualsiasi Paese potranno richiedere l’accesso agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Il segreto pontificio è uno dei principali “responsabili” della diffusione esponenziale della pedofilia di matrice clericale nel mondo. Pertanto, siamo in presenza di un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione con le istituzioni straniere e internazionali. Quale migliore occasione per il governo italiano di alzare il telefono e chiedere a papa Francesco un incontro per rivedere gli accordi del 1929-85? L’articolo 7 della Costituzione lo permette: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Quindi, contrariamente a quello che alcuni sostengono, il Concordato può essere abolito o modificato. In questo caso i Patti subirebbero una modifica, come del resto è accaduto nel 1985 rispetto a quelli del 1929. Insomma, rivedere un trattato internazionale non è un’impresa impossibile. Anzi. Occorre per prima cosa la volontà politica dei nostri “governanti”, dopo di che si alza il telefono e si chiede alla controparte di incontrarsi per avviare una trattativa. Tanto più ora è possibile farlo dato l’avanzato processo di secolarizzazione della società italiana. Se non altro lo è molto di più rispetto al 1929 e al 1985. Quindi la “volontà politica” avrebbe le spalle coperte dal sentire popolare. In tal senso, l’abolizione (o una modifica significativa) del Concordato avrebbe anche una profonda valenza di ordine “socio-culturale”. Significherebbe rimettere in discussione, in coerenza con il processo di secolarizzazione della società italiana, il peso – enorme e ingiustificato – dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Si darebbe così un enorme contributo a riportare l’articolo 33 nei binari di una visione laica della scuola e della società in generale, quindi dello Stato. Laicità che non a caso la Corte costituzionale in ben tre sentenze ha definito uno dei pilastri della nostra democrazia. Aggiungiamo noi: insieme all’antifascismo.

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

  • LA CURIA GENOVESE E LE ACCUSE DI PEDOFILIA: QUALCUNO RISPONDERA’?

    LA CURIA GENOVESE E LE ACCUSE DI PEDOFILIA: QUALCUNO RISPONDERA’?

    Sono state segnalate molestie sessuali anche nella parrocchia di Albaro? La Curia ha per caso raggiunto un accordo economico con alcune delle vittime dell’ex parroco di Sori poi passato, appunto, a Santa Teresa d’Albaro?

    Papa Francesco ha compiuto un passo storico nella lotta contro la pedofilia nella Chiesa: ha abolito il segreto pontificio. Intanto il procuratore di Genova, Francesco Cozzi, ha annunciato che un fascicolo per violenza sessuale, per adesso a carico di ignoti, è stato aperto dopo le inchieste del Fatto Quotidiano e della Rete L’Abuso. Non solo: il capo della Procura ha detto che, grazie alla nuova disciplina della Chiesa, chiederà alla Curia gli atti delle indagini compiute in diocesi.

    Chissà se adesso il cardinale Angelo Bagnasco si deciderà finalmente a parlare delle accuse rivolte a don Francesco Castagneto (a lungo parroco di Sori e dal 1998 al 2019 alla guida di quella di Albaro)?

    Sarebbe il momento. E sarebbe interessante porgergli alcune domande. La Curia – come ci hanno confermato diversi ragazzi, alcuni sacerdoti e anche un vescovo – sapeva delle accuse relative a episodi degli anni Novanta: “Mi addolora non aver dato il dovuto credito alle parole di quei giovani”, ha detto il prelato al Fatto Quotidiano.

    Ma la Curia genovese ha deciso di non sporgere denuncia nonostante il vescovo al Fatto Quotidiano abbia detto: “Sì, temo che gli episodi riguardassero anche minori“. Quel silenzio, passati più di vent’anni dai primi episodi, ha portato alla prescrizione e all’impunità degli eventuali colpevoli. Perché la Curia ha taciuto?

    Non solo: le parole di un collaboratore della parrocchia di Albaro – registrate da Francesco Zanardi della Rete L’Abuso e depositate in Procura – lasciano ipotizzare che altri episodi si siano verificati anche ad Albaro. Fatti che, se davvero avvenuti, non sarebbero prescritti. E’ possibile sapere dalla Curia se ha ricevuto denunce che riguardano la parrocchia di Albaro?

    Il cronista e Zanardi hanno potuto parlare con una decina di ragazzi che hanno riferito di aver ricevuto attenzioni molto particolari dal sacerdote. Almeno un giovane era minore a quei tempi. Diversi di loro negli anni Novanta e anche in seguito si erano rivolti alla Curia, ma l’allora parroco di Sori era stato trasferito ad Albaro, a contatto con giovani e scout. Nessuno (soprattutto i genitori dei giovani) era stato informato delle polemiche che avevano accompagnato il trasferimento del sacerdote. Perché?

    E’ possibile che la Curia abbia raggiunto un accordo economico con alcuni dei ragazzi che avevano denunciato di essere stati molestati? Se fosse così, che cosa prevedeva l’accordo?

    Papa Francesco ha indicato chiaramente la linea della trasparenza per affrontare con il giusto vigore gli scandali sessuali all’interno della Chiesa e tutelare le giovani vittime. Ora tocca alla Curia di Genova seguirla. Avremo finalmente risposte?

  • Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    di Giorgio Gandola

    Manca l’ultimo metro. Ma non è un dettaglio, è l’essenza di tutto, il colpo di reni per vincere le Olimpiadi o il pezzo di fibra che serve a far funzionare un wifi. Con l’abolizione del segreto pontificio sui dossier, la rivoluzione di papa Francesco per contrastare la pedofilia in tonaca è finalmente concreta, va ben oltre l’omelia vuota del motu proprio Vos estis lux mundi. Il Pontefice passa dal puro marketing all’azione energica, ma per compiere il definitivo salto di qualità serve ancora il metro che fa la differenza: l’obbligo di denuncia.

    È un gesto semplice, quasi banale: chiedere ai vescovi o ai sacerdoti che vengono a conoscenza di casi di pedofilia di denunciare i reati alla magistratura. Un piccolo passo per lui, ma ci sono duemila anni di consuetudini a impedirlo. Ci si avvicina, si appoggia la mano alla maniglia ma quella porta rimane chiusa. Con l’abolizione del segreto pontificio è crollato un muro, da domani gli atti delle indagini previe (obbligatorie per il diritto canonica a carico di preti accusati di violenza sessuale) non saranno più coperti da sigilli di ceralacca e le famiglie delle vittime sapranno almeno quali sono stati i provvedimenti presi a carico dei responsabili. Una decisione storica che va incontro alle richieste delle associazioni mondiali delle vittime degli abusi del clero. Il problema è che, se nessun carabiniere o nessun pm viene a conoscenza di quelle inchieste, le preziose carte non servono a nulla. Di conseguenza, il metro mancante riguarda anche il Parlamento italiano che dovrà far sua la materia (fin qui lasciata completamente alla Chiesa) e legiferare, adeguandosi all’ordinamento di numerosi Paesi europei. Cioè studiare una legge che obblighi a sua volta il sacerdote, come cittadino italiano, a denunciare il colpevole strappando il sipario dell’omertà scambiata per carità cristiana. Basterebbe copiare Svizzera e Francia, ma l’iter potrebbe essere lungo e accidentato. E presupporre perfino una revisione del Concordato. Campa cavallo.

    IL CASO DON GALLI

    Un’obiezione legittima a questa sottolineatura ce la facciamo da soli: ma non è la famiglia della vittima a dover denunciare il prete pedofilo? Vero, però questo non accade spesso, soprattutto se quella famiglia è molto cattolica, crede profondamente negli insegnamenti della Chiesa e si affida alla gerarchia ecclesiastica per avere giustizia lontano dai procedimenti penali, che sempre costituiscono un trauma psicologico ulteriore per le vittime. Un esempio illuminante è quello di Alessandro Battaglia, giovane abusato da un sacerdote (don Mauro Galli) a Rozzano, in provincia di Milano. Il fatto accadde nel 2011, per anni la famiglia bussò all’arcidiocesi chiedendo giustizia ma si trovò di fronte al classico muro di gomma fatto di lettere consolatorie, di dilazioni con benedizione incorporata, di ipocrisie curiali.

    Solo nel 2014, in assenza di fatti concreti, i genitori si decisero a denunciare ai carabinieri lo scandalo e qualche mese fa don Galli è stato condannato a oltre sei anni di carcere in primo grado. La vicenda non ha impedito che Mario Delpini – allora vicario episcopale che invece di aprire l’indagine previa si limitò a spostare il chiacchierato sacerdote a Legnano, sempre in mezzo agli adolescenti – diventasse arcivescovo di Milano. Con queste nuove norme non solo non sarebbe successo, ma il monsignore sarebbe stato messo sotto inchiesta per omissione d’atti d’ufficio. A questo proposito, la famiglia della vittima è la prima a muoversi dopo la decisione del Papa e chiederà ufficialmente alla Congregazione per la dottrina della fede gli atti del processo canonico a carico di don Galli e il fascicolo riguardante la gestione di Delpini. Un modo concreto per sapere se alle linee di principio seguiranno i fatti.

    ANCHE GENOVA SI MUOVE

    Anche il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, vuole subito “approfittare dell’abolizione del segreto pontificio” per ottenere i dossier relativo a un parroco del quartiere Albaro accusato di abusi su minori e già indagato dalla diocesi nel 1998. L’obbligo di denuncia aiuterebbe inoltre nella realizzazione di un certificato antipedofilia per il sacerdote che viene trasferito in una parrocchia. Sarebbe equiparabile al casellario giudiziario, se ci sono pendenze è giusto saperlo. Ma se l’obbligo non esiste, il certificato risulterebbe forzatamente lacunoso o inattendibile. Senza contare che la Chiesa, per sua natura, si occupa con maggiore profondità dei peccati morali più che dei reati.

    Ecco perché manca l’ultimo metro, nella rivoluzione di Francesco. E manca anche qualcosa di molto cristiano: l’impegno a prendersi cura delle vittime concretamente. “Significa intervenire presto con indennizzi adeguati” spiega Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso. “Parliamo di persone che vivono vite sfasciate a causa delle violenze subite, soffrono di gravi problemi psicosomatici, hanno la necessità di sottoporsi a lunghi percorsi di riabilitazione. E spesso non riescono a reinserirsi, avere un lavoro e relazioni normali, perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere”. L’ultimo metro significa tutto.

    (trascrizione da La Verità del 19 dicembre 2019)

  • «Quel parroco è molestatore». Il pm chiede atti alla Diocesi: grazie al Papa

    «Quel parroco è molestatore». Il pm chiede atti alla Diocesi: grazie al Papa

    Dopo l’abolizione del segreto pontificio la procura di Genova acquisirà gli atti su un sacerdote denunciato per violenza sessuale. Il procuratore Cozzi: approfittiamo della decisione di Papa Francesco.

    di Andrea Pasqualetto

    Papa Francesco toglie il segreto pontificio sugli abusi sessuali e la procura di Genova coglie la palla al balzo per chiedere alla Diocesi la documentazione su un parroco del capoluogo ligure. Il sacerdote è stato denunciato per violenza sessuale su minori dalla rete L’Abuso. La Diocesi genovese aveva già indagato il parroco nel 1998, disponendo il suo trasferimento in un quartiere chic di Genova. L’estate scorsa era stato allontanato anche da quella parrocchia senza alcun avviso.

    Il procuratore

    Nell’esposto si cita una lettera che riferiva dell’allontanamento del sacerdote per presunti abusi su minori. «Abbiamo aperto un’inchiesta – conferma il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi – e con ogni probabilità approfitteremo dell’abolizione del segreto pontificio per acquisire gli atti della inchiesta precedente per fare luce sulla vicenda. Ma attenzione, il sacerdote non è indagato, al momento c’è solo questo esposto sul quale indaghiamo».

    La lettera

    Francesco Zanardi, presidente della rete L’Abuso, ha dichiarato che l’esposto nasce da una segnalazione anonima. «In questi giorni, nel caldo dell’estate e del silenzio, un prete molto vicino a…” omissis “ – scrive l’anonimo – è stato sollevato dall’incarico di parroco per abuso su giovani, “ omissis “, ha distrutto tante famiglie e giovani nella loro crescita…». Zanardi ha spiegato all’agenzia Adnkronos di aver fatto un’indagine sul quartiere in questione: «Abbiamo scoperto che il sacerdote era stato anche a Sori e abbiamo trovato testimonianze di presunte vittime. Abbiamo mandato tutto in procura chiedendo alla magistratura a titolo preventivo di fare una verifica».

    I testimoni

    Ci sono testimonianze di presunte vittime di molestia in altre località, dove il parroco si trovava sul finire degli anni ‘90. «Se c’è stata un’indagine nel ‘98 da parte della Chiesa, l’acquisizione quel fascicolo potrebbe essere di notevole importanza – ha precisato Zanardi -. Avevamo già chiesto il fascicolo, non c’era ancora la legge uscita con il nuovo decreto di Papa Francesco che fornisce accesso alla documentazione delle Diocesi».

    https://www.corriere.it/cronache/19_dicembre_18/quel-parroco-molestatore-pm-chiede-atti-diocesi-grazie-papa-d72e3de6-21cd-11ea-bb3d-b320cfbfe3f2.shtml?fbclid=IwAR0cnm6mAZyblxmgv0v1umaPcYVYzD_LxYM03wMYcmx7FDzS2eeSyEHqZaY

  • Genova, l’indagine sulla chiesa degli abusi raccontata da Sherlock. I pm: “Approfitteremo di abolizione segreto pontificio per avere atti”

    Genova, l’indagine sulla chiesa degli abusi raccontata da Sherlock. I pm: “Approfitteremo di abolizione segreto pontificio per avere atti”

    La procura di Genova indaga per violenza sessuale dopo un esposto della Rete L’abuso sul parroco di una chiesa del quartiere Albaro accusato di avere abusato di minori. Una storia al centro di diversi articoli d’inchiesta del Fatto Quotidiano che ha dedicato alla vicenda alcuni approfondimenti di Sherlock. Come aveva anticipato il nostro quotidiano il 3 dicembre, il prete querelato è don Francesco Castagneto. E le due parrocchie dove ha esercitato sono una a Sori, piccolo borgo nella Riviera di Levante, e l’altra è la chiesa di Santa Teresa di Albaro, nel capoluogo ligure.

    Nei prossimi giorni i magistrati potrebbero chiedere gli atti alla Diocesi genovese, che aveva già indagato il parroco nel 1998, alla luce della decisione di Papa Francesco di abolire il “segreto pontificio” sui casi di abusi sessuali commessi da chierici sui minori. Il sacerdote era stato trasferito ad Albaro e in estate era stato allontanato anche da quella parrocchia senza nessun avviso. Nell’esposto della Rete L’abuso si fa riferimento ad una lettera che raccontava che il sacerdote era stato allontanato per presunti abusi su minori. “Abbiamo aperto una inchiesta – conferma il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi – e con ogni probabilità approfitteremo dell’abolizione del segreto pontificio per acquisire gli atti della inchiesta precedente per fare luce sulla vicenda”.

    Siamo a metà anni Novanta. A Sori, un gruppo di ragazzi e di educatori denunciò alla Curia comportamenti “non appropriati” di don Franco Castagneto. Come hanno raccontato a Sherlock vittime e testimoni, ne seguì un’istruttoria guidata da Alberto Tanasini – attuale vescovo di Chiavari – con la collaborazione di Nicolò Anselmi, oggi vescovo vicario del cardinale Angelo Bagnasco. Con loro anche Guido Marini che è cerimoniere del papa dal 2007.

    Don Franco fu trasferito nella parrocchia di Santa Teresa d’Albaro, il quartiere della borghesia genovese, dove si ritrovano associazioni di ragazzi e gruppi scout. Ma quest’estate d’improvviso è scomparso. Sarebbe stato rimosso, dopo l’arrivo di altre denunce (al momento non si sa se relative a nuovi episodi o legate alle accuse passate). Uno scandalo finora taciuto, scoperchiato da Sherlock e ora all’attenzione della magistratura che chiederà alla Curia di consegnare gli atti dell’inchiesta interna dell’epoca.

    Fino a martedì, le denunce, le testimonianze e i documenti processuali relativi ai casi di abuso conservate negli archivi dei dicasteri vaticani o nelle Diocesi erano blindate dal segreto. Con la svolta storica di Bergoglio, annunciata nel giorno del suo 83esimo compleanno, le vittime degli abusi potranno conoscere le sentenze dei tribunali ecclesiastici ma anche i magistrati ordinari potranno chiedere di vedere gli atti. L’iniziativa della procura di Genova rappresenterà il primo caso.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/12/18/genova-indagine-per-abusi-nella-chiesa-del-quartiere-albaro-i-pm-approfitteremo-di-abolizione-segreto-pontificio-per-chiedere-atti/5625502/

  • Genova: presunti abusi in parrocchia, indagine procura dopo esposto rete L’Abuso

    Genova: presunti abusi in parrocchia, indagine procura dopo esposto rete L’Abuso

    “Abbiamo fatto un esposto nato da una segnalazione anonima, abbiamo espletato un’indagine che riguardava il quartiere di Genova Albaro, abbiamo scoperto che il sacerdote era stato anche a Sori e abbiamo trovato testimonianze di presunte vittime. Abbiamo mandato tutto in procura chiedendo alla magistratura a titolo preventivo di fare una verifica”.

    Lo spiega all’Adnkronos il presidente della rete L’Abuso Francesco Zanardi parlando dell’esposto dal quale è nata un’indagine della procura di Genova con l’ipotesi di violenza sessuale per alcuni presunti casi di abuso compiuti da un sacerdote ex parroco di una chiesa del quartiere genovese di Albaro.
    Testimonianze riporterebbero di alcune presunte vittime di molestia a Sori, dove si trovava in precedenza il parroco sul finire degli anni ’90.

    “Se c’è stata un’indagine nel ’98 da parte della Chiesa, l’acquisizione quel fascicolo – sottolinea Zanardi -potrebbe essere di importanza notevole.

    Avevamo già chiesto il fascicolo, non c’era ancora la legge uscita ieri con il nuovo decreto di Papa Francesco che fornisce accesso alla documentazione delle Diocesi. Nella denuncia c’era già espressamente la volontà acquisire il fascicolo”.
    (Vca).

  • Presunte molestie su minori da parte dell’ex parroco di Albaro, la Procura apre un’inchiesta

    Presunte molestie su minori da parte dell’ex parroco di Albaro, la Procura apre un’inchiesta

    Genova. La procura di Genova ha aperto un’inchiesta per violenza sessuale dopo l’esposto presentato dal presidente della Rete L’abuso Francesco Zanardi nei confronti dell’ex parroco della chiesa di Santa Teresa di Albaro Francesco Castagneto.

    In base all’esposto il sacerdote si sarebbe reso responsabile di presunti abusi su minori cominciati già negli anni Novanta nella parrocchia di Sori. La denuncia, depositata una decina di giorni fa, allega fra l’altro l’audio di un sagrestano con cui Zanardi, con una telecamera nascosta, ha parlato ma di cui non conosce le generalità e l’inchiesta del giornalista del Fatto quotidiano Ferruccio Sansa che ha raccolto le testimonianze di alcune presunte vittime.

    L’esposto accusa inoltre i vertici della Curia che avrebbero saputo fin dalla fine degli anni Novanta quanto stava accadendo ma al di là di aver trasferito il parroco avrebbero mantenuto il fascicolo segreto non impedendo in questo modo il ripetersi degli abusi.

    Occorre precisare che nessuna denuncia nei confronti del parroco è mai stata depositata in Procura e lui, interpellato dal collega del Fatto quotidiano, ha fermamente negato ogni addebito. La Procura di Genova tuttavia ha deciso di vederci chiaro. Il fascicolo aperto è al momento contro ignoti in attesa degli approfondimenti.

    https://www.genova24.it/2019/12/presunte-molestie-su-minori-da-parte-dellex-parroco-di-albaro-la-procura-apre-uninchiesta-228058/?fbclid=IwAR0mJXUuCC3r7L7SBPd0pHUHuILaU4x4kFe_74Z9PvdQxyBxc-aDMQx_WTI

  • Pedofilia, via il segreto sui processi: ma in Italia per i vescovi non c’è obbligo di denuncia

    Pedofilia, via il segreto sui processi: ma in Italia per i vescovi non c’è obbligo di denuncia

    CITTÀ DEL VATICANO Trasparenza e collaborazione: sono le due chiavi per capire il nucleo della decisione storica del Papa. Si tratta di una mossa che va a modificare l’ordinamento canonico sul segreto pontificio per rendere più efficace la lotta alla pedofilia e alla violenza. Il che significa che se la legge civile di uno Stato prevede l’obbligo di denuncia da parte del vescovo, nessuno potrà trincerarsi più dietro il segreto pontificio e non potrà più insabbiare i casi negando a chi la chiede la lettura di documenti contenuti negli archivi necessari a fare luce sul caso di molestie.

    PROSPETTIVA
    È come se il Papa avesse predisposto una sorta di cinghia di trasmissione tra le autorità civili e quelle ecclesiastiche per abbattere i muri di gomma del passato, facendo salvo solo il segreto della confessione, che resta inalterato. I canonisti spiegano che il Papa ha voluto sostituire l’atteggiamento di diffidenza e di difesa nei confronti degli ordinamenti statali con un atteggiamento nuovo, di sana collaborazione. Ma riguardo a queste inchieste cosa accade oggi in Italia? Se in tanti Paesi esiste l’obbligo di denuncia da parte dei vescovi degli abusi commessi da ecclesiastici, in Italia i vescovi sono solo moralmente impegnati a collaborare.
    Ancora nel 2012 la Cei in un vecchio documento intitolato «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici» affermava di essere esonerata dall’obbligo di deporre in un tribunale italiano o di esibire agli inquirenti italiani documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero, e di non avere l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria le notizie ottenute in confessionale in merito ad abusi sessuali da parte del clero. La questione da un punto di vista strettamente giuridico si basa sul quarto comma dell’articolo 4 del Concordato del 1984, e sugli articoli 200, 25 e 331 del Codice di Procedura Penale italiano: di fatto ogni vescovo può rifiutarsi di testimoniare in un processo penale così come ogni sacerdote può farlo appellandosi al segreto derivante dal proprio ministero. Sul tema della pedofilia, a parte rari interventi da parte del mondo politico, nessun partito si è mai fatto seriamente carico di cambiare le disposizioni in materia e avviare un percorso in grado di portare ad una revisione pattizia dell’articolo 4. In Italia, due anni fa, il deputato grillino Matteo Mantero aveva presentato in Parlamento una interrogazione per sapere quali fossero gli elementi statistici «sui procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto».

    PATTI LATERANENSI
    Inoltre chiedeva quali iniziative intendesse assumere il Governo dell’epoca «nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia». La Cei, che tra tutte le conferenze episcopali italiane in materia di lotta agli abusi è sempre stata il fanalino di coda dell’Europa, non ha mai pubblicato nessuna statistica e, ancora oggi, alle conferenze stampa, ai giornalisti risponde infastidita che i numeri sono bassi, i più bassi d’Europa. Quanto siano bassi, però, non è dato sapere, così come è impossibile conoscere che fine abbiano fatto i preti pedofili processati dai tribunali ecclesiastici. A questo si aggiunge che ci sono diocesi come Milano, Napoli, Genova, Lecce, Savona sulle quali pendono pesanti sospetti di insabbiamenti e gestioni poco trasparenti di casi di abusi.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_papa_francesco_preti_pedofili_segreto_processi_abolito_vaticano_news-4933088.html