Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Nasce ‘Italychurchtoo’, “così cambieremo la lotta ai preti pedofili”

    Nasce ‘Italychurchtoo’, “così cambieremo la lotta ai preti pedofili”

    AGI – “In assenza di un’azione da parte di Stato e Chiesa, è arrivato il momento di una svolta. Saremo il ‘cavallo di Troia‘ in un sistema che vede le istituzioni inermi rispetto al problema dei preti pedofili”. Francesco Zanardi, fondatore della ‘Rete l’Abuso’, la prima associazione italiana che si occupa del tema dal 2010, spiega all’AGI gli obiettivi di ‘#Italychurchtoo’, il cui lancio, anticipato da un hashtag su twitter, avverrà il 15 febbraio durante un evento online intitolato ‘Oltre il Grande Silenzio’.

    “Ne faranno parte solo due associazioni laiche, noi e Left, per il resto hanno aderito una decina di gruppi cattolici, e già questo mi pare molto significativo – osserva Zanardi – Sono: Adista, Comitato Vittime e Famiglie, Voices of Faith, Noi siamo chiesa, Comité de la Jupe, Donne per la Chiesa, Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne”. Il giorno della presentazione è previsto anche l’intervento di “alcuni sopravvissuti e testimoni”.

    “Perché la soluzione non può arrivare dalla Chiesa”

    L’idea di una Commissione indipendente sostenuta anche da alcuni Vescovi non convince Zanardi che in questi dodici anni ha raccolto 1400 segnalazioni, la maggior parte non sfociate in denunce perché troppo risalenti nel tempo: “La soluzione non può arrivare dalla Chiesa perché ha dimostrato in casi eclatanti di voler insabbiare e perché, se anche questa Commissione fosse perfetta nessuno le crederebbe per una mancanza di credibilità ormai troppo radicata. E poi, c’è un altro punto decisivo per cui la Chiesa avrebbe comunque delle armi spuntate a livello legislativo. In Italia la denuncia di un prete pedofilo è solo su querela di parte. A differenza che in Francia, Spagna, Germania, la può fare solo la vittima o il genitore se la vittima è minorenne. Qui si gioca tutto: bisogna che il legislatore dia questa possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Basterebbe solo questo per una svolta”.

    “Bisogna abolire la prescrizione”

    Nella sua esperienza, racconta Zanardi, “mi capita di vedere persone anche molto in là con gli anni che vorrebbero denunciare una violenza. Il tempo di maturazione di questo tipo di reato è molto lungo, richiede di solito un’elaborazione lunghissima. Solo dopo molto ti accorgi che altri problemi che hai, come l’alcolismo o la tossicodipendenza, sono stati provocati da quell’episodio”. Tanti casi denunciati alla ‘Rete  l’Abuso’, che conta su una rete di 23 avvocati sparsi in tutte le regioni, non sono finiti sul tavolo di un magistrato perché già prescritti al momento della denuncia.

    “Occorre che per questo tipo di reati venga abolita la prescrizione” è la proposta di Zanardi che ha reso il sito dell’associazione un enorme contenitore di storie di presunti abusi che vengono aggiornate in continuazione dagli attivisti con articoli di giornale e altre fonti.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2022-02-09/italychurchtoo-lotta-preti-pedofili-15557626/

  • Il papa in pensione chiede perdono per gli abusi, ma non ammette gli illeciti

    Il papa in pensione chiede perdono per gli abusi, ma non ammette gli illeciti

    ROMA (AP) – Papa Benedetto XVI in pensione ha chiesto perdono martedì per eventuali “gravi colpe” nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte del clero, ma ha negato qualsiasi illecito personale o specifico dopo che un rapporto indipendente ha criticato le sue azioni in quattro casi mentre era arcivescovo di Monaco , Germania.

    La mancanza di scuse personali o di ammissione di colpa da parte di Benedetto ha immediatamente irritato i sopravvissuti agli abusi sessuali, che hanno affermato che la sua risposta rifletteva il rifiuto “permanente” della gerarchia cattolica di accettare la responsabilità dello stupro e della sodomia di bambini da parte dei sacerdoti.

    Benedict, 94 anni, stava rispondendo a un rapporto del 20 gennaio di uno studio legale tedesco che era stato incaricato dalla Chiesa cattolica tedesca di esaminare come sono stati gestiti i casi di abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco tra il 1945 e il 2019. Benedict, l’ex cardinale Joseph Ratzinger, ha guidato l’arcidiocesi dal 1977 al 1982.

    Il rapporto incolpava la gestione di quattro casi da parte di Benedetto durante il suo periodo come arcivescovo, accusandolo di cattiva condotta per non aver limitato il ministero dei quattro sacerdoti anche dopo che erano stati condannati penalmente. Il rapporto ha anche incolpato i suoi predecessori e successori, stimando che ci fossero state almeno 497 vittime di abusi nel corso dei decenni e almeno 235 sospetti autori.

    Martedì il Vaticano ha pubblicato una lettera che Benedetto ha scritto per rispondere alle accuse, insieme a una risposta più tecnica dei suoi avvocati che avevano fornito una risposta iniziale di 82 pagine allo studio legale sul suo mandato di quasi cinque anni a Monaco.

    La conclusione degli avvocati di Benedetto è stata risoluta: “Come arcivescovo, il cardinale Ratzinger non è stato coinvolto in alcun insabbiamento di atti di abuso”, hanno scritto. Hanno criticato gli autori del rapporto per aver interpretato erroneamente la loro presentazione e hanno affermato di non aver fornito alcuna prova che Benedetto fosse a conoscenza della storia criminale di nessuno dei quattro sacerdoti.

    La risposta di Benedict è stata più sfumata e spirituale, anche se ha ringraziato a lungo il suo team legale prima ancora di affrontare le accuse o le vittime degli abusi.

    “Ho avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica”, ha detto Benedetto. “Tanto maggiore è il mio dolore per gli abusi e gli errori avvenuti in quei diversi luoghi durante il periodo del mio mandato”.

    Benedetto ha rilasciato quella che ha definito una “confessione”, anche se non ha confessato alcuna colpa specifica. Ha ricordato che la Messa quotidiana inizia con i credenti che confessano i loro peccati e chiedono perdono anche per “gravi colpe”. Benedetto ha osservato che nei suoi incontri con le vittime di abusi mentre era papa, “ho visto in prima persona gli effetti di una colpa gravissima.

    “E sono arrivato a capire che noi stessi veniamo coinvolti in questa grave colpa ogni volta che la trascuriamo o non riusciamo ad affrontarla con la risolutezza e la responsabilità necessarie, come troppo spesso è successo e continua ad accadere”, ha scritto. “Come in quegli incontri, ancora una volta posso solo esprimere a tutte le vittime di abusi sessuali la mia profonda vergogna, il mio profondo dolore e la mia accorata richiesta di perdono”.

    La sua risposta ha suscitato rapide critiche da parte di Eckiger Tisch, un gruppo che rappresenta i sopravvissuti agli abusi da parte del clero tedesco, il quale ha affermato che rientrava nella “relativizzazione permanente della chiesa sulle questioni degli abusi: si sono verificati atti illeciti ed errori, ma nessuno si assume la responsabilità concreta”.

    Benedetto “non può limitarsi a dichiarare che è dispiaciuto di non aver fatto di più per proteggere i bambini affidati alla sua chiesa”, ha affermato il gruppo.

    La risposta del papa in pensione probabilmente complicherà gli sforzi dei vescovi tedeschi per cercare di ristabilire credibilità presso i fedeli, le cui richieste di responsabilità sono solo aumentate dopo decenni di abusi e insabbiamenti.

    Il capo della conferenza episcopale tedesca, il vescovo di Limburgo Georg Baetzing, aveva precedentemente affermato che Benedetto doveva rispondere al rapporto prendendo le distanze dai suoi avvocati e consiglieri. “Deve parlare, e deve scavalcare i suoi consiglieri ed essenzialmente dire la semplice frase: ‘Sono incorso in colpa, ho commesso errori e mi scuso con le persone colpite’”, ha detto Baetzing.

    Ma in un tweet martedì, Baetzing ha solo notato che Benedetto aveva risposto.

    “Gli sono grato per questo e merita rispetto per questo”, ha scritto Baetzing. Il tweet non ha affrontato la sostanza della risposta di Benedetto.

    Il rapporto dello studio legale ha identificato quattro casi in cui Ratzinger è stato accusato di cattiva condotta per non aver agito contro i molestatori.

    Due casi hanno coinvolto sacerdoti che hanno offeso mentre Ratzinger era arcivescovo e sono stati puniti dall’ordinamento giuridico tedesco ma sono stati mantenuti nel lavoro pastorale senza alcun limite al loro ministero. Un terzo caso riguardava un religioso che era stato condannato da un tribunale al di fuori della Germania ma era stato messo in servizio a Monaco. Il quarto caso riguardava un prete pedofilo condannato a cui fu permesso di trasferirsi a Monaco nel 1980, e successivamente affidato al ministero. Nel 1986 quel sacerdote ricevette la sospensione della pena per aver molestato un ragazzo.

    L’équipe di Benedetto aveva in precedenza chiarito un iniziale “errore” nella presentazione allo studio legale che aveva insistito sulla mancata presenza di Ratzinger all’incontro del 1980 in cui si discuteva del trasferimento del sacerdote a Monaco. Ratzinger era lì, ma il ritorno del sacerdote al ministero non è stato discusso, hanno detto.

    Benedict si è detto profondamente ferito dal fatto che la “svista” sulla sua presenza all’incontro del 1980 fosse stata usata per “mettere in dubbio la mia veridicità e persino etichettarmi come bugiardo”. Ma ha detto di essere stato rincuorato dal sostegno ricevuto.

    “Sono particolarmente grato per la fiducia, il sostegno e la preghiera che Papa Francesco mi ha espresso personalmente”, ha affermato.

    Il Vaticano aveva già difeso con forza il primato di Benedetto dopo il rapporto dello studio legale, ricordando che Benedetto è stato il primo papa a incontrare vittime di abusi, che aveva emanato norme rigorose per punire i sacerdoti che violentavano i bambini e aveva indirizzato la chiesa a perseguire un percorso di umiltà nel chiedere perdono per i crimini dei suoi chierici.

    La difesa del Vaticano, tuttavia, si è concentrata principalmente sul mandato di Benedetto come capo dell’ufficio di dottrina della Santa Sede e sui suoi otto anni di pontificato.

    Benedetto ha riflettuto sulla sua eredità nella sua lettera.

    “Presto mi ritroverò davanti al giudice finale della mia vita”, scrisse. “Anche se, guardando indietro alla mia lunga vita, posso avere grandi ragioni per temere e tremare, sono comunque di buon umore. Perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma anche l’amico e il fratello che ha già sofferto lui stesso per le mie mancanze».

    La risposta di Benedetto è suonata vuota anche al di fuori della Germania, con il gruppo di difesa dei sopravvissuti con sede negli Stati Uniti, SNAP, che lo accusa di “ripetere parole di scuse che sono cadute nel vuoto per decenni”.

    E Mitchell Garabedian, l’avvocato di Boston famoso per “Spotlight” che ha rappresentato centinaia di vittime di abusi, ha detto che le parole di Benedict hanno nuovamente vittimizzato e insultato i sopravvissuti.

    “E’ un leader che dà un cattivo esempio moralmente, e nel processo sta incoraggiando un ulteriore insabbiamento degli abusi sessuali del clero”, ha detto.

    Ma il principale consigliere di papa Francesco per la prevenzione degli abusi, il cardinale di Boston Sean O’Malley, ha trovato nella lettera di Benedetto una sincera “contrizione per ciò che è mancato alla sua amministrazione”.

    “Il riconoscimento da parte di Benedetto del danno irreparabile causato dall’abuso sessuale nella chiesa e delle sue stesse mancanze nel fare di tutto per prevenire tale danno è una sfida per tutti coloro che ricoprono posizioni di leadership nella chiesa”, ha detto O’Malley. “Dobbiamo fare di meglio”.

    https://apnews.com/article/europe-religion-germany-sexual-abuse-by-clergy-sexual-abuse-3461ba1b9adfcfb884027361263f1706

  • Che incenso che fa. Il Papa, Fazio e l’intervista mancata

    Che incenso che fa. Il Papa, Fazio e l’intervista mancata

    Marco Marzano – Non sarebbe potuto avvenire ovunque. Una conversazione (non chiamiamola intervista per favore) quale quella avvenuta tra il pontefice Francesco e il conduttore televisivo Fabio Fazio non si sarebbe potuta svolgere in un altro grande paese europeo. Non certo in Germania, dove i cattolici discutono seriamente di riforma della Chiesa, di abolizione del celibato obbligatorio, del ruolo delle donne. Non in Francia, dove il tema del giorno nella Chiesa è la lotta contro gli abusi sessuali commessi dai membri del clero. Nemmeno in una delle conferenze stampa che si tengono sugli aerei al ritorno dai viaggi apostolici si sarebbe potuto assistere a uno spettacolo come quello di ieri sera.

    Solo in Italia è potuta succedere una cosa del genere. Perché il nostro è il paese degli “uomini della Provvidenza”, degli “unti del Signore”, dei salvatori immacolati, dei “divi”, degli eroi senza macchia e senza paura, dei santi in terra. E proprio come un santo in terra è stato presentato ieri sera, per l’ennesima volta, papa Bergoglio. Concludendo la conversazione Fazio ha rivelato di avere persino l’impressione che il papa gli legga nei pensieri, che legga nei pensieri di tutti noi, ovvero che sia dotato di quella onniscienza che i cristiani attribuiscono solo a Dio. L’intervista era iniziata con una domanda sulla capacità del papa di “abbracciare tutti” di “farsi carico del peso del mondo”. Anche in questo caso era sottinteso che solo chi possedesse capacità extraumane potesse fare il papa nel modo in cui lo fa Bergoglio. Nello schema di Fazio (che poi è lo schema dominante) al pari di tutte le divinità, e al pari di Cristo, Bergoglio può essere solo infinitamente amato o infinitamente odiato: i giusti lo amano, i malvagi lo perseguitano. Tertium non datur.

    Papa Francesco non può essere, come tutti gli uomini influenti al vertice di una grande e potentissima organizzazione, essere giudicato razionalmente per le sue capacità di governo, per la linea che ha scelto di seguire su questo o quel tema, per come ha affrontato questa o quella grana interna. No. Il papa dev’essere valutato esclusivamente per la sua affinità col divino. Questo è il motivo che spiega il fatto che nella conversazione non gli siano mai state poste delle vere questioni, ma che gli si sia piuttosto data l’occasione per esprimere dei pensieri vaghissimi su questioni generiche. Perché quello che conta, nello schema di Fazio e nel mainstream italico, è appunto di stabilire chi sia davvero il papa: se un santo o un impostore.

    In altre parole, nello schema di Fazio, non è giudicando con la ragione l’adeguatezza delle sue risposte (banali quanto le domande) che si giunge a un giudizio su di lui, ma “odorando”, sentendo con l’intelligenza del cuore se dal suo corpo proviene un profumo di incenso o un tanfo di zolfo. Il conduttore, che della santità (o forse della divinità) del pontefice è convinto da tempo, ce lo ha presentato ripetutamente come il papa di tutti, il “padre di tutti”, come un uomo che ci salva con il suo sacrificio personale e la sua preghiera (Fazio lo ha detto esplicitamente riferendosi alla pandemia), come una creatura che non può non essere amata se non da qualche pazzo scriteriato o da qualche impunito criminale.

    Un uomo in odore di una santità tutta maschile e proprio per questo paterna. Quella di ieri sera è stata una conversazione tra uomini, tra maschi. Il conduttore ha usato l’appellativo “Santo Padre” decine e decine di volte, in modo ostentato e deferente. Il papa ha evocato la paternità di Dio, la divinità di Gesù, ha citato San Paolo e i pontefici suoi predecessori. Ha menzionato i dirigenti della Chiesa e i suoi collaboratori. La stabilità e l’equilibrio dell’umanità e del pianeta sono stati rappresentati come dipendenti dal riconoscimento a ogni livello dell’autorità del padre: il pater familias, il padre vestito di bianco già santo che sta a Roma, il padre celeste che ci guarda da lassù. Per l’altra metà del cielo, per le donne, il momento non è ancora venuto. Almeno non nel mondo di Fazio e papa Francesco.

    https://www.micromega.net/papa-fazio-intervista-mancata/

  • Il costo economico della pedofilia del clero renderà “inevitabile” la povertà? (Luigi Sandri)

    Il costo economico della pedofilia del clero renderà “inevitabile” la povertà? (Luigi Sandri)

    E se il costo dei risarcimenti alle vittime della pedofilia del clero fosse l’occasione storica, certo inattesa, per rendere effettivamente povera, in Occidente, la Chiesa cattolica romana, e problematica la sua esistenza stessa nel Sud del mondo? L’interrogativo appare “obbligato”, se si mettono insieme dati, pur ancora parzialissimi, che fanno intravvedere un futuro abbastanza preoccupante per le strutture economiche e finanziarie delle Conferenze episcopali del ricco Nord del pianeta, e quasi catastrofico per quelle del Sud depredato.

    La partenza… negli Stati Uniti d’America

    Il 14 luglio 2009 l’arcidiocesi di Los Angeles, allora guidata dal cardinale Roger Mahony, annunciò che, in un accordo estragiudiziale con gli avvocati di circa cinquecento vittime di preti pedofili negli anni 1930-2003, essa aveva accettato di pagare un risarcimento complessivo di 660 milioni di dollari (quasi mezzo miliardo di euro). Si era di fronte al più alto risarcimento mai esborsato da una diocesi statunitense, dal 2002, da quando cioè lo scandalo degli abusi sessuali su minori compiuti da persone del clero venne alla luce non più come caso singolo, ma come una piaga relativamente diffusa. Secondo il Los Angeles Times, la diocesi avrebbe venduto proprietà immobiliari per raccogliere i fondi necessari per onorare l’impegno preso.

    Negli USA, di norma, è la singola diocesi che, se il prete pedofilo non ha i mezzi per risarcire la sua vittima (e questo, generalmente, è il caso), deve pagare il risarcimento. E così era stato a Boston. Qui, il Boston Globe, a partire dal gennaio 2002 pubblicò ogni mese una serie di articoli che denunciavano come, nella diocesi, una novantina di preti fossero implicati in casi di pedofilia: situazione dapprima negata dall’arcivescovo, cardinale Bernard Law che, travolto dallo scandalo, alla fine di quell’anno dovette dimettersi. Su quei fatti nel 2015 è uscito il film Spotlight, di Tom McCarthy (premio Oscar nel ’16), che fece molto rumore, negli Usa e non solo, perché rivelava al grande pubblico una realtà vergognosa.

    Nel 2003 l’arcidiocesi pagò circa 85 milioni di dollari come risarcimento alle vittime di abusi, e rischiò la bancarotta. Ma che ne fu del cardinale? Egli – classe 1931 – si traferì a Roma, dove Giovanni Paolo II lo nominò arciprete di Santa Maria Maggiore: una carica onorifica, e tuttavia offensiva per le vittime dei preti pedofili di Boston che, di fatto, erano stati coperti dal porporato. Per fortuna papa Wojtyla scelse come suo successore monsignor Seán Patrick O’Malley, rivelatosi poi severissimo nella battaglia per estirpare la pedofilia del clero.

    Ma se la diocesi è piccola, e non ha la possibilità di risarcire le vittime dei preti pedofili? Quella di Portland, in Oregon, nel 2004 dichiarò fallimento, di fronte ad un esborso, per lei impossibile, di 155 milioni di dollari; e nel febbraio scorso, il vescovo di Winona-Rochester, nel Minnesota, ha dichiarato il fallimento della diocesi, non in grado di pagare 21,5 milioni di dollari per risarcire centoquarantacinque vittime della pedofilia del clero.

    Francia: debiti. Australia: risveglio? Vaticano: buone notizie, ma…

    Se negli USA ogni diocesi deve affrontare da sé la situazione, assai diverso è il caso della Francia, dove, di norma, nessuna di esse può affrontare risarcimenti milionari a vittime della pedofilia del clero. Una commissione indipendente (Ciase), voluta dal presidente della Conferenza episcopale, monsignor Eric de Moulins-Beaufort, vescovo di Reims, il 5 ottobre ha reso noto i suoi risultati: dal 1950 al 2020 circa tremila preti hanno violentato 216mila minori; si è dunque di fronte non a poche “mele marce”, ma ad un tremendo “fenomeno sistemico”. Riconoscendo la “vergogna” dell’accaduto, il prelato ha detto che i vescovi venderanno beni e palazzi di proprietà, e si indebiteranno con le banche, per risarcire le vittime. Ma sarà un’impresa ardua: se, infatti, si pagassero a ciascuna vittima anche solo 50mila euro, il totale sarebbe di 10,8 miliardi.

    Dall’Europa all’Australia. Nel continente, secondo un’inchiesta della Royal Commission, 1.880 presbìteri cattolici, il 7% del totale, sono stati accusati di abusi su minori nell’arco di sessant’anni (tra il 1950 e il 2010), senza che la Chiesa abbia cercato di affrontare il vergognoso fenomeno: solo da pochi anni si è impegnata con decisione per stroncarlo. E i risarcimenti? Per un prete, Gerald Ridsdale, abusatore per anni di molti ragazzini, il risarcimento da pagare, nel 2019, è stato equivalente a 620mila euro.

    Torniamo in Europa: molti episcopati, dalla Germania alla Polonia, dalla Spagna al Portogallo, dovranno affrontare risarcimenti costosi alle vittime della pedofilia del clero. E in America latina, in Africa, in Asia? Certamente il fenomeno dei presbìteri predatori esiste anche là: ma, per ora, è difficile quantificarlo. A livello mondiale le stime sono molto variegate: da paese a paese l’incidenza del fenomeno sembra variare dall’1 al 5% del clero. Percentuali che dimostrano come il clero cattolico sia sano, in gran maggioranza; tuttavia i “devianti”, pur minoranza, sono sempre troppi (“fossero anche uno solo!”, ha detto Francesco), perché compiono azioni devastanti, che possono rovinare per sempre le vittime, pur diventate adulte e sfuggite ormai dalle unghie dei loro predatori. Essi sono anche frutto di un sistema chiuso e patriarcale.

    Quando le cifre (e le vicende) dei preti pedofili delle Chiese del Sud inizieranno a dilagare, ed interverranno i tribunali civili, chi risarcirà le vittime, essendo quelle diocesi – in genere – molto povere? Il problema preoccupa non poco la Santa Sede, perché infine toccherebbe ad essa rispondere per le diocesi “colpevoli”: cifre elevate, presumibilmente, se assommate, seppur non fossero così alte come quelle affrontate dalle “consorelle” occidentali, perché le diocesi (o circoscrizioni equiparate) , potenzialmente interessate, sono un migliaio.

    Per questo motivo in Vaticano hanno accolto con soddisfazione la sentenza con cui, il 12 ottobre scorso, la Corte europea dei Diritti dell’uomo (Cedu) di Strasburgo ha rigettato ventiquattro querelanti – belgi, francesi e olandesi – che, in una specie di class action, avevano citato in giudizio il Vaticano dinanzi ai tribunali belgi, chiedendo che quello Stato pagasse per atti di pedofilia commessi da preti cattolici. Secondo gli accusatori, infatti, il Vaticano è colpevole «per il danno causato dal modo strutturalmente carente in cui la Chiesa cattolica ha affrontato il problema degli abusi sessuali al suo interno». Ma la Corte ha stabilito: «La Santa Sede non può essere chiamata in giudizio per i casi di abusi sessuali commessi dai sacerdoti di vari Paesi»; lo Stato del Vaticano, in virtù dei «princìpi di diritto internazionale», gode della “immunità” rispetto alle querele.

    Tuttavia… se poverissime diocesi del Sud del mondo, pressate dai tribunali locali che esigono la riparazione dei danni,  chiedessero al papa di pagare risarcimenti – dovuti a “delitti” di preti pedofili che esse non possono minimamente affrontare – potrebbe, moralmente ed ecclesialmente, esimersi? Ecco perché la piaga immonda, pur spesso denunciata da Francesco, potrebbe essere l’evento imprevisto che non teoricamente, ma realmente, rende povera la Chiesa romana. 

    E questo vale anche per la Chiesa italiana. Infatti, nel corso della sua Assemblea generale straordinaria (22-25 novembre), monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e presidente del Servizio nazionale per la Tutela dei Minori, ha fatto – recita un comunicato – “un aggiornamento circa le iniziative e le strutture finora messe in campo per contrastare la piaga degli abusi sui minori e le persone vulnerabili, dentro e fuori dalla Chiesa, dopo l’emanazione delle Linee Guida del giugno 2019”. Bene, iniziative tutte lodevoli. E tuttavia, ancora una volta, la Cei evita di “quantificare” il risarcimento delle vittime; e, soprattutto, rifiuta ostinatamente di istituire una Commissione indipendente, tipo quella francese, pur varata perfino dai vescovi portoghesi, e pur suggerita da tante persone in Italia, positivamente impressionate dal coraggio dei vescovi d’Oltralpe. Pessimo segnale in vista del “coraggio” che sarebbe necessario per preparare il Sinodo generale del 2023 e quello italiano del 2025.

    https://www.donpaolozambaldi.it/2022/02/il-costo-economico-della-pedofilia-del-clero-rendera-inevitabile-la-poverta-luigi-sandri/

  • Il legislatore spagnolo avvierà un’indagine d’ufficio sugli abusi

    Il legislatore spagnolo avvierà un’indagine d’ufficio sugli abusi

    Dopo che la Conferenza episcopale spagnola (CEE) ha rifiutato di avviare una commissione indipendente per esaminare casi storici di abusi del clero, il governo ha dato il via libera al Congresso per avviare una propria commissione.

    Il governo spagnolo di sinistra, guidato dal primo ministro Pedro Sanchez, ha deciso di svolgere un ruolo attivo nelle indagini sui casi di abusi contro minori all’interno della Chiesa cattolica. La decisione arriva pochi giorni dopo una richiesta avanzata dagli alleati di questa coalizione di governo, compreso Unidas Podemos, affinché il Congresso crei l’organismo.

    Nel frattempo, la Procura di Stato – guidata dall’ex ministro socialista Dolores Delgado – ha avviato una propria procedura. Ai 17 alti pubblici ministeri di tutte le comunità autonome della Spagna è stato chiesto di inoltrare entro 10 giorni tutte le denunce e le azioni legali che sono in corso di elaborazione su aggressioni sessuali e abusi su minori all’interno di qualsiasi istituzione religiosa.

    La portavoce del governo, Isabel Rodríguez, ha dichiarato martedì in una conferenza stampa che “il governo è dalla parte delle vittime e vogliamo un’indagine”.

    L’Esecutivo “sta studiando con determinazione tutte le formule possibili per farlo nel migliore dei modi ed evitare che ciò accada di nuovo”, ha detto. “Lo faremo e lo faremo bene”.

    Ha anche affermato che stanno ancora valutando quale sia il “meccanismo più appropriato”, che consente di “chiarire i fatti e aiutare le vittime con il loro dolore”.

    Un voto finale sulla proposta non è previsto prima del 17 febbraio. Tuttavia, i notiziari locali riferiscono ampiamente che la proposta passerà.

    Nel 2018 un’iniziativa simile è stata presentata al Congresso, ma non è riuscita a raccogliere consensi. All’epoca, i socialisti sostenevano che non spettava al governo “esporre questo tipo di requisiti. Se si ha notizia della possibile commissione di un reato, è opportuno portarla all’attenzione della Procura della Repubblica, non produrre verbale».

    I vescovi spagnoli si sono rifiutati di avviare l’indagine – che è stata commissionata da altre Conferenze episcopali nazionali, come Portogallo, Francia e Germania – sulla base del fatto che ogni diocesi del Paese sta già raccogliendo queste informazioni.

    Inoltre, alcuni vescovi hanno affermato che raccogliere tutti i dati in un rapporto invece di indagare effettivamente sulle accuse, non aiuta le vittime. Quello che propongono, invece, è di concentrare l’attenzione e le risorse sull’ascolto e sull’accompagnamento delle vittime, invitandole a denunciare o alla Chiesa o alle autorità civili.

    Il Partito popolare di sinistra ha votato contro la Commissione quando la proposta è stata discussa martedì perché voleva ampliare l’ambito dello studio per esaminare i casi di abusi sessuali contro i bambini rispetto a quelli che avrebbero potuto verificarsi in altri contesti, comprese le scuole pubbliche.

    Secondo il Center for Decease Control, una ragazza su quattro e un ragazzo su tredici subiscono abusi sessuali su minori prima di compiere 18 anni e nel 91% dei casi l’aggressore è conosciuto dal bambino o dalla famiglia, con una stima del 60% di i casi che si svolgono all’interno della famiglia.

    La richiesta di una commissione governativa arriva dopo un’indagine svolta da El Pais , quotidiano nazionale di sinistra allineato al governo. La loro relazione è stata consegnata a papa Francesco a dicembre. Secondo il quotidiano, l’inchiesta è “senza precedenti” per la Chiesa in Spagna. Comprende accuse di abusi sessuali su minori rivolte a 251 membri del clero e alcuni laici di istituzioni religiose. L’inchiesta è stata aperta nell’ottobre 2018.

    Almeno nove diocesi, e la maggior parte degli ordini religiosi citati nel rapporto, hanno chiesto aiuto al giornale per contattare i sopravvissuti che sono disposti a sporgere denuncia alle autorità.

    Fonti hanno detto a Crux che uno dei motivi per cui i vescovi si sono rifiutati di fare un’indagine storica è perché sono convinti che il governo, attraverso il giornale, li abbia presi di mira e il lancio di una commissione sarebbe “ceduto”.

    Altri prelati, invece, sostengono di aver seguito ogni richiesta avanzata dalla Santa Sede. Affermano che durante le loro visite ad limina a Roma – svoltesi tra dicembre e gennaio – papa Francesco, la Congregazione vaticana per la dottrina della fede e la Congregazione per i vescovi hanno espresso soddisfazione per le iniziative intraprese per indagare sulle accuse, accompagnare le vittime e prevenire gli abusi.

    “È vero che la Chiesa in Spagna ha commesso degli errori”, ha detto a Crux una fonte interna alla conferenza episcopale . “Ma passare da ‘non abbiamo fatto tutto bene’ ad accusarci di ‘non fare assolutamente nulla’ è una vera bugia”.

    La Conferenza episcopale non ha rilasciato una dichiarazione sulla proposta di commissione, e ne ha parlato solo un vescovo – Luis Argüello, segretario generale della Cee e ausiliare di Valladolid.

    Durante un’intervista a Vatican Media dopo la visita ad limina , ha espresso preoccupazione per la proposta.

    “Stiamo assistendo anche a un uso di questa situazione: un uso mediatico, un uso politico in queste ultime ore e questo ci preoccupa”, ha detto Argüello. «Non solo perché tocca la vita della Chiesa e senza affrontare il problema degli abusi nella società nel suo insieme. Soprattutto perché ci sembra particolarmente doloroso che la situazione delle vittime possa essere usata come una disputa politica, nel confronto del Parlamento o della vita sociale e politica spagnola”.

    Lo spagnolo Yago De la Cierva, un membro laico dell’Opus Dei che ha fatto parte del gruppo di consulenza del vertice vaticano del 2019 sugli abusi del clero, ha detto a Crux che la situazione in Spagna è particolare perché è un giornale, non i vescovi, che ha preso l’iniziativa di fare ciò che la Santa Sede ha chiesto al termine di quell’incontro.

    “Il Vaticano ha detto che dovrebbero essere i vescovi a indagare e ad assumere la guida su questa questione, perché nessuno è più interessato a garantire spazi sicuri nei contesti ecclesiali”, ha affermato. Da qui il paradosso della situazione: un giornale di sinistra, e un governo socialista-comunista, sono più interessati a fare un’indagine che non la conferenza episcopale.

    “Non è che i vescovi stiano sbagliando tutto. Semplicemente non sappiamo cosa stanno facendo”, ha aggiunto.

    Questo, ha affermato De la Cierva, ha lasciato i fedeli laici in una “preoccupante situazione di abbandono”, vedendo da un lato l’aggressività di El Pais e, dall’altro, nessuna risposta da parte dei vescovi.

    “Questi problemi sono impossibili da evitare nella pubblica piazza, e meno i vescovi sono diretti nell’affrontare questo flagello sociale, peggio sarà”, ha detto.

    Inoltre, se non sono responsabili della pulizia della propria casa, non avranno alcuna credibilità nell’affrontare il problema nella società più ampia.

    Poiché ogni Paese è diverso, ha detto, i regolamenti della Santa Sede sono applicati in modo diverso. Ma al termine del vertice dei presidenti delle Conferenze episcopali a Roma, la Santa Sede ha chiesto ai presuli di indagare sulle accuse di abusi, di andare a cercare i sopravvissuti e di riparare. Se i vescovi spagnoli possono garantire che ciò avvenga a livello diocesano, «forse non c’è bisogno di un’indagine a livello nazionale».

    “Ma l’opinione pubblica non è divisa per diocesi, ed è molto difficile per ogni diocesi fare la stessa cosa, con lo stesso spirito, metodologia e dedizione, della diocesi della porta accanto”, ha detto De la Cierva. “Per questo le Conferenze episcopali di tutto il mondo hanno deciso di fornire un servizio alle diocesi particolari affinché vi sia una sistematizzazione”.

    Eppure ha detto che i vescovi spagnoli sono molto gelosi delle loro diocesi e dubitano che la Conferenza episcopale possa fare un lavoro migliore.

     De la Cierva ha affermato di temere che ciò significhi che la Chiesa spagnola potrebbe cadere nel dimenticatoio nell’affrontare gli abusi in modo sistematico.

    “Non c’è ingiustizia peggiore dell’ingiustizia comparata. Non ha senso trattare una persona maltrattata a Madrid peggio di una di Huelva o di una maltrattata da un marista. Perché né i fedeli né la società accettano questa differenza”, ha detto.

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    Spain’s legislature to launch clerical abuse investigation

  • IN TUTTO IL MONDO LA CHIESA HA NASCOSTO CASI DI ABUSI SU MINORI. SERVE UN’INDAGINE ANCHE IN ITALIA.

    IN TUTTO IL MONDO LA CHIESA HA NASCOSTO CASI DI ABUSI SU MINORI. SERVE UN’INDAGINE ANCHE IN ITALIA.

    Il rapporto pubblicato il 20 gennaio in Germania sui casi di pedofilia che si sono verificati nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga – e che accusa per sospetta copertura, tra gli altri, anche Joseph Ratzinger – non è certo il primo scandalo per abusi che vede coinvolta la Chiesa Cattolica. Dai primi anni 2000, infatti, l’istituzione clericale è stata oggetto di inchieste giornalistiche e giudiziarie che hanno svelato una realtà troppo a lungo celata dalle alte sfere ecclesiastiche.

    Una delle prime e più importanti inchieste sull’insabbiamento da parte di vescovi e alti prelati di molestie e atti di pedofilia da parte del clero risale al 2001, quando il quotidiano The Boston Globe accusò il cardinale Bernard Francis Law di aver coperto molti casi di pedofilia avvenuti nelle parrocchie della sua diocesi. La Chiesa Cattolica fu quindi costretta a fronteggiare un problema che fino ad allora era riuscita a tenere nascosto, ma non lo fece certo nel migliore dei modi, se pensiamo che il cardinal Law fu sì rimosso dal suo incarico a Boston, ma venendo promosso e diventando arciprete a Roma in una delle quattro basiliche costantiniane, la chiesa di Santa Maria Maggiore, un luogo di enorme importanza simbolica per la cristianità cattolica. L’indagine del Boston Globe, però, ottenne il Premio Pulitzer e diede il via a numerose altre indagini su casi di abusi all’interno della Chiesa.

    L’inchiesta di Monaco, rispetto alle inchieste fatte finora, contiene in sé alcune importanti novità: innanzitutto mette sotto accusa l’operato di un arcivescovo che fu poi a capo di tutta la Chiesa cattolica e in secondo luogo è un’indagine voluta dalla Chiesa stessa. Il rapporto, realizzato dallo studio legale tedesco Westphal Spilker Wastl, fa riferimento a un totale di 497 persone che subirono abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga dal 1945 al 2019, un vero e proprio “bilancio dell’orrore” come l’hanno definito gli avvocati che hanno presentato l’inchiesta.

    Le vittime sono in maggioranza giovani maschi, ma fra di loro ci sono anche molte donne, perlopiù minorenni. Il 60% di essi, all’epoca dei fatti, aveva un’età compresa fra gli 8 e i 14 anni e i responsabili individuati sono 235, tra preti, diaconi, impiegati nel settore scolastico, insegnanti ed educatori. L’avvocata che ha portato avanti questa indagine ha confermato che questi violentatori hanno continuato a esercitare il loro ministero e i loro incarichi, grazie a un sistema di insabbiamento strutturato e attivo per tutelare l’istituzione ecclesiastica.

    L’indagine coinvolge anche Joseph Ratzinger, in quanto, quando era arcivescovo di Monaco e Frisinga, non prese provvedimenti adeguati di fronte a quattro casi di preti pedofili che avevano abusato sessualmente di minori tra il 1977 e il 1982. Due di questi casi riguardarono sacerdoti che, nonostante fossero stati accusati di molestie sessuali, continuarono a mantenere il loro incarico proprio nel periodo in cui Ratzinger era arcivescovo e quindi fu grazie al suo benestare che questi non lasciarono il loro esercizio del ministero.

    La reazione a queste accuse da parte degli ambienti più conservatori della Chiesa cattolica non si è fatta attendere. Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana per 16 anni (a partire dal 1991), ha detto che le accuse sono “assurde” e che mai Ratzinger avrebbe accettato di divenire pontefice “se la sua coscienza gli avesse rimproverato qualcosa”. Il movimento cattolico Comunione e Liberazione ha definito i dati del rapporto “accuse infamanti”. Il sito Vatican News ha poi ricordato come proprio Benedetto XVI fosse stato il primo pontefice a incontrare le vittime degli abusi e a mostrare una Chiesa “che si umilia nel chiedere perdono, che prova sgomento, rimorso, dolore, compassione e vicinanza”. Ma è anche vero che Ratzinger non poteva muoversi in altro modo: nei suoi anni di pontificato, dal 2005 al 2013, scoppiarono infatti scandali in Germania, Francia, Belgio, Irlanda, Malta e Australia, che il Capo della Chiesa non poteva certo ignorare, anche perché era cresciuta negli anni la consapevolezza, anche fra i credenti, che le accuse fossero reali e che per decenni la Chiesa avesse coperto gli abusi del clero.

    Durante la compilazione del rapporto, Ratzinger aveva affermato di non sapere delle accuse contro un prete colpevole di abusi sessuali su minori e di non esser stato presente a una seduta, tenutasi il 15 gennaio 1980 nella quale si decise di accoglierlo all’interno della diocesi di Monaco. I legali estensori del rapporto avevano già giudicato però questa affermazione “poco credibile” e negli scorsi giorni il papa emerito ha ammesso di aver fornito agli investigatori informazioni false.

    Che Ratzinger sia responsabile o meno della copertura di preti pedofili non deve essere però l’unico focus della questione. Certo, fu lui l’arcivescovo di Monaco in una frazione del periodo temporale analizzato dall’inchiesta, in anni in cui si alternarono ben tre pontefici in Vaticano: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Se possiamo sospendere il giudizio su Papa Luciani che regnò solo 33 giorni, papa Montini e papa Wojtyla – il cui procedimenti di santificazione è peraltro stato messo recentemente in dubbio – non hanno molte scusanti per non aver agito contro la piaga della pedofilia, avendo governato su tutta la Cristianità cattolica rispettivamente 15 e 26 anni. Tralasciando il fuoco incrociato che l’ammissione del papa emerito ha aperto fra i suoi difensori e accusatori, occorre concentrarsi sull’altro dato importante di questa inchiesta: la sua commissione, che molto ci può dire su come il Vaticano si stia approcciando in modo diverso alla questione degli abusi sessuali.

    Il rapporto realizzato dallo studio legale tedesco Westphal Spilker Wastl, infatti, è stato richiesto dalla Chiesa Cattolica tedesca stessa e in particolare dal cardinale Reinhard Marx, un cardinale progressista (se di progressismo si può parlare all’interno del cattolicesimo), che ora controlla la stessa diocesi che fu di Ratzinger. Marx è forse il porporato tedesco più vicino all’attuale Papa Bergoglio, a cui nei mesi scorsi aveva rassegnato le dimissioni, poi respinte, proprio perché credeva di aver agito troppo timidamente sulla questione degli abusi. In questa ricerca di verità, c’è da scorgere la volontà dell’attuale papa di non voler più subire gli scandali, ma di diventare promotore delle inchieste che li portino alla luce. Eppure, questa ricerca non sembra proprio interessare all’Italia, probabilmente a causa della CEI e dello scandalo che non sarebbe in grado di gestire, data la presunta entità della sua ampiezza, ben più tragica rispetto a quella di altri Paesi.

    In Italia, infatti, la Chiesa cattolica non teme come altrove altri credi cristiani o altre religioni, vantando una presenza decisamente maggioritaria, e questo dato aumenta enormemente le probabilità che i casi siano più numerosi e forse più gravi rispetto ad altrove. Le diocesi in Germania sono solo 27, in Francia 98, 22 in Irlanda e 32 in Australia, ma in Italia sono ben 226 . Questa maggiore presenza fa supporre che i numeri celati finora siano decisamente più importanti di quelli emersi in altre nazioni cattoliche. Sebbene Papa Francesco abbia lasciato i singoli episcopati liberi di scegliere il modo che reputavano più idoneo nel combattere la piaga della pedofilia, appare infatti evidente, ogni anno di più, che l’assenza di indagini in Italia sia un tentativo della Chiesa di non fare i conti con il suo passato e il suo presente, nel territorio in cui è più radicata.

    Hans Zollner, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, incaricato da Papa Francesco, ha dichiarato in un’intervista alla Stampa: “Nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5 per cento dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi”. Per questo serve un’inchiesta anche in Italia, eppure pare che ne manchi il coraggio. Il cardinale Bassetti, Presidente dei vescovi italiani, al momento temporeggia ed evita di aprire un’inchiesta simile a quella di Monaco, ma il suo mandato scade a fine maggio di quest’anno. I nomi che circolano per il suo successore nell’ambiente ecclesiale sono quelli di Matteo Zuppi, cardinale di Bologna, Augusto Paolo Lojudice, cardinale di Siena, e quello dell’arcivescovo di Modena, Erio Castellucci. Tutti e tre sono di nomina bergogliana e negli anni hanno mostrato molta vicinanza alla sua linea pastorale.

    Parte dell’episcopato italiano sembra aver compreso l’importanza di far ammenda, fronteggiando un segreto che ormai, seppur non nominato, è a conoscenza di tutti, e denunciando chi fino a oggi è stato protetto e allontanando coloro che hanno coperto questi crimini, altri temono, giustamente, che uno scandalo di portate imponenti possa allontanare i fedeli. Quindi è difficile escludere a priori un colpo di coda dell’area conservatrice che potrebbe portare alla CEI un nome a lei gradito. Occorre attendere questa nomina nella speranza che la Chiesa italiana trovi la stessa determinazione nell’affrontare gli abusi che mette nell’ostacolare progressi importanti per la società italiana come il ddl Zan o il referendum sull’eutanasia. In assenza di ciò, occorrerebbe che questa inchiesta fosse promossa da altre istituzioni, giornalistiche o giudiziarie, in modo da concedere alle vittime ciò che la Chiesa ha negato loro fino a oggi, ed evitare che questi abusi continuino ad essere perpetrati.

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  • «Ratzinger chieda scusa per aver coperto un pedofilo»: richiesta choc daI presidente dei vescovi tedeschi

    «Ratzinger chieda scusa per aver coperto un pedofilo»: richiesta choc daI presidente dei vescovi tedeschi

    Città del Vaticano – Il Papa Emerito è di nuovo chiamato in causa, stavolta per fare una dichiarazione pubblica nella quale chiedere scusa e, di conseguenza, spiegare che nella Chiesa il problema della gestione degli abusi un tempo era collegato al rispetto di regole interne che prevedevano spostamenti e coperture ai pedofili per non creare scandali. Regole che anche lui, evidentemente, ha seguito nella gestione del caso del prete pedofilo Hullermann, nel 1982. Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, monsignor Georg Baetzing, ritiene che Ratzinger debba chiedere perdono ai cattolici tedeschi per il suo ruolo del caso di Monaco e accettare la sua colpa nell’insabbiamento.

    «Deve fare una dichiarazione, deve mettere da parte le raccomandazioni dei suoi consiglieri e dire chiaramente e semplicemente: ho una colpa, ho fatto degli errori, chiedo perdono alle persone colpite», ha affermato Baezing parlando all’emittente pubblica tedesca ZDF. Secondo il capo dei vescovi tedeschi tante difficoltà per Ratzinger arrivano dal fatto che si circonda di consiglieri spesso non all’altezza. Una evidente stoccata al segretario personale monsignor Georg Gaenswein.

    Al momento il Papa Emerito ha riconosciuto in una nota inviata alla commissione di indagine che ha indagato sugli abusi avvenuti nella diocesi di Monaco, di avere effettivamente partecipato ad una riunione agli inizi degli anno ottanta, contrariamente a quello che aveva riferito precedentemente.

    Il rapporto sui casi di abuso a Monaco ha fatto affiorare di come anche Ratzinger, quando era arcivescovo della città bavarese, non fosse estraneo alla prassi in vigore. Il caso Hullermann è il caso più grave, poiché questo pedofilo conclamato fu rimesso a lavorare in una parrocchia dopo che era stato cacciato dalla Bassa Sassonia per crimini analoghi su minori.

    Ratzinger ha già spiegato che in quella riunione venne deciso l’arrivo a Monaco di Hullermann ma solo per permettergli di farsi curare ma che la decisione di sistemarlo in una parrocchia fu presa dall’allora vicario generale. Il Papa Emerito, in una nota inviata alla commissione di indagine indipendente, ha spiegato anche che da parte sua non vi è mai stata la volontà di mentire o la cattiva fede, ma solo un errore di trascrizione tra la prima e la seconda versione. Inutile dire che questo particolare in Germania è stato al centro di polemiche ferocissime.

    Il segretario personale Georg Gaenswein ha confermato l’errore di formulazione ma evidentemente qualcosa continua a non convincere l’opinione pubblica se persino il capo dei vescovi tedeschi, Baetzing ad una trasmissione televisiva ha auspicato una dichiarazione ulteriore da parte di Benedetto XVI.

    Nei giorni scorsi, dopo sei lunghi giorni di silenzio imbarazzato, il Vaticano ha finalmente pubblicato un commento sul rapporto di Monaco. Lo ha fatto difendendo l’operato di Benedetto XVI al quale va dato il merito di avere inasprito come nessun altro pontefice la legislazione contro la pedofilia ma, allo stesso tempo, lanciando dei messaggi trasversali interni ai «ai tanti sedicenti ratzingeriani» che avrebbero frenato o messo bastoni tra le ruote al pontefice tedesco quando questi voleva proporre il volto «di una Chiesa penitenziale che si umilia a chiedere perdono e che prova sgomento». Il Vaticano ha sottolineato che ora non si possono cercare «facili capri espiatori e dare giudizi sommari».

    Il comunicato firmato da Andrea Tornielli afferma che fu Ratzinger il primo Papa ad incontrare più volte le vittime di abuso durante i viaggi apostolici. «Non può essere dimenticato o cancellato». Inoltre è stato sottolineato di come Ratzinger abbia contribuito a cambiare la mentalità corrente, ribaltando il ruolo delle vittime, ascoltandole e chiedendo loro perdono, persino contro i desideri di tanti nella curia che consideravano le notizie di abuso dei media un attacco alla Chiesa.

    La nota difensiva pubblicata sull’Osservatore Romano non menziona però al fatto che l’allora Benedetto XVI quando andò in Messico non volle incontrare le vittime di Macial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo, il più grande e orrendo caso di pedofilia e di corruzione nella Chiesa degli ultimi tempi. Un criminale che non fu mai ridotto allo stato laicale e non fu mai sottoposto ad un processo interno. Fu punito in molto lieve da Papa Ratzinger nel 2006 con il solo divieto a rispettare una condotta ritirata. Nel 2008 Maciel morì in Florida attorniato da sacerdoti e dalla compagna Norma e dalla figlia Normita. Solo anni dopo furono conteggiate le sue vittime, che ammontano a più di cento. Le vittime di padre Maciel hanno implorato più volte il Papa emerito, quando era in carica, ad essere ricevute e parlare con lui.

    Ratzinger da cardinale fu bloccato a portare avanti le indagini su Maciel per l’opposizione interna che arrivava dal cardinale Sodano e dal cardinale Dziwisz, segretario particolare di Giovanni Paolo II, nonostante le prime denunce sui crimini. Denunce arrivate alla Congregazione della Fede già a metà degli anni Novanta.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_monaco_ratzinger_vaticano_maciel_papa_francesco_vittime_baetzing_vescovi_tedeschi_germania-6473504.html

  • Abusi, l’ipotesi di una inchiesta interroga la Chiesa italiana

    Abusi, l’ipotesi di una inchiesta interroga la Chiesa italiana

    Roma, 31 gen. (askanews) – E’ dibattito nella Chiesa italiana in merito all’ipotesi di un’indagine indipendente sugli abusi sessuali del clero sui minorenni.

    Negli anni passati gli episcopati di diversi paesi (Stati Uniti, Germania, Francia, da ultimo Portogallo) hanno commssionato inchieste indipendenti, altrettanto hanno fatto singole diocesi, come negli ultimi giorni Monaco di Baviera, e i governi di altri paesi (Irlanda, Australia), ne hanno svolte, indagini che, in ogni caso, hanno registrato, su un arco temporale pluriennale, numeri di abusi (dal 4% al 7% del numero totale di sacerdoti) che hanno colpito l’opinione pubblica. Una prospettiva che ha indotto già negli anni scorsi diversi giornalisti ad interpellare la Conferenza episcopale italiana sui dati statistici effettivi degli abusi in Italia e ultimamente ha portato alcune associazioni, come “Donne per la Chiesa” di Paola Lazzarini, a chiedere alla Cei di fare altrettanto.

    Ipotesi che, però, all’interno della Conferenza episcopale italiana trova alcuni a favore, altri contrari, tanto più in vista dell’elezione del nuovo presidente a maggio. “La giustizia non è giustizialismo”, ha detto al Corriere della Sera l’attuale presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti, “e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri”. La Cei ha avviato nei mesi scorsi una rete di “centri di ascolto” diocesani.

    “La gente, come abbiamo visto in tante parti del mondo, non si fida più della giustizia all’interno della Chiesa, non accetta più numeri che sono stati rivisti e ricavati da processi o persone controllate dalla Chiesa perché vogliono sapere da fonti indipendenti e oggettive quello che viene fuori e quindi in questo senso prima o poi questa esigenza arriverà”, ha detto padre Hans Zollner, gesuita e psicologo, intervistato alla trasmissione “La finestra su San Pietro” (Radio Rai1). “O la Chiesa decide di farlo per conto suo e ordinare a persone indipendenti come successo in Germania, in Francia, come adesso anche la Conferenza episcopale portoghese sta facendo oppure a un certo punto sarà costretta perchè lo Stato, o chi per lo Stato, adirà a sè questo tipo di processi. Secondo me l’alternativa è che o cominciamo noi a fare una vera luce in questi fatti o saranno altri a ordinare e gestire questa vicenda”. I centri di ascolto? “Certamente è un inizio ma non penso che basti perché molte vittime non si fidano più di un centro di ascolto della Chiesa e devono essere ascoltate”.

    Il 15 febbraio intanto nasce il Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia, con una conferenza stampa intitolata “Oltre il grande silenzio” e l’hastag #ItalyChurchToo. Partecipano l’Osservatorio religioso sulla violenza contro le donne, Donne per la Chiesa, la Rete l’abuso di Francesco Zanardi, Adista, il Comitato vittime e famiglie, Voices of faith. Previsto l’intervento di alcuni sopravvissuti e testimoni.

    https://www.askanews.it/politica/2022/01/31/abusi-lipotesi-di-una-inchiesta-interroga-la-chiesa-italiana-pn_20220131_00021/

  • Lo scandalo dei preti pedofili: tutte le ombre su Papa Ratzinger

    Lo scandalo dei preti pedofili: tutte le ombre su Papa Ratzinger

    Ombre sempre più pesanti si allungano sul Papa emerito Ratzinger. Il sospetto è sempre lo stesso: che abbia coperto casi di pedofilia quando non era ancora capo della chiesa cattolica e svolgeva il suo ministero a Monaco. Sapeva? Ha taciuto? Ha scelto di non agire? Tra dichiarazioni ufficiali, smentite e l’intervento della Santa Sede che ne difende l’operato la polemica non si spegne.

    I dubbi

    Le parole di padre Hans Zollner, teologo e psicologo presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui Papa Francesco ha affidato la prevenzione della piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa sono inequivocabili:”Nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa”.

    Nelle ultime settimane i dubbi sull’operato di Ratzinger sono aumentati. Sono stati alimentati da una dichiarazione fornita in occasione della presentazione del rapporto sulla pedofilia nel clero dal 1945 al 2019 redatto dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl per dare una misura del fenomeno nell’arcidiocesi di Monaco e valutare se i funzionari della chiesa abbiano gestito correttamente le accuse. Inizialmente viene riportata una frase secondo la quale il Papa emerito negava di avere partecipato alla riunione del Ordinariato il 15 gennaio del 1980 durante la quale si parlò di un prete della diocesi di Essen che aveva abusato alcuni ragazzi ed era andato a Monaco per una terapia. Poi la rettifica: “Ho partecipato”.

    Ratzinger spiega che l’errore “non è stato commesso in malafede” ma “il risultato di un errore nell’elaborazione editoriale della sua affermazione”. È “molto dispiaciuto” per questo e si scusa. E comunque, tiene a precisare, in quella sede non venne “presa alcuna decisione circa un incarico pastorale del sacerdote interessato”. Piuttosto, la richiesta è stata avanzata solo per “consentire una sistemazione per l’uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco di Baviera”.

    “Benedetto XVI è vicino alla sua ex arcidiocesi e diocesi di origine in questi giorni – recita una nuova dichiarazione ufficiale – ed è molto vicino ad essa nei suoi sforzi per chiarire. Pensa soprattutto alle vittime che hanno subito abusi sessuali e indifferenza”. Ma il dietrofront non passa inosservato e rinfocola i sospetti.

    Preti pedofili

    Secondo il rapporto almeno 497 persone avrebbero subito danni nell’ambito di abusi pedofili nell’arcidiocesi di Monaco. Vittime delle attenzioni morbose prevalentemente maschi tra gli 8 e i 14 anni. Coinvolti come presunti artefici almeno in 235, fra cui 173 preti, 9 diaconi, 5 referenti pastorali, 48 persone di ambito scolastico. Josef Ratzinger è accusato di comportamenti erronei in 4 casi (era arcivescovo).  Il rapporto documenta centinaia di casi di abusi commessi durante quasi otto decenni, e punta l’indice sui vertici dell’arcidiocesi che si sono succeduti in questo lungo lasso di tempo. A seconda dei casi ci si sarebbe regolati secondo una gamma di comportamenti che vanno dall’irresolutezza al vero e proprio tentativo di insabbiamento. Nel corso dei cinque anni in cui a Monaco c’era Ratzinger alcuni abusi sarebbero stati commessi da due religiosi che prestavano assistenza spirituale ai giovani e nei confronti dei quali non si presero provvedimenti.

    “Da Papa Ratzinger norme durissime contro gli abusatori”

    Dalla Santa Sede arriva la difesa di Benedetto sedicesimo. “Da parte del Papa emerito è stata sempre ribadita la condanna dei crimini (legati agli abusi ai danni di minori)”, sottolinea il direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli.

    “Non si può dimenticare che Ratzinger, il quale già da prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede aveva combattuto il fenomeno nell’ultima fase del pontificato di san Giovanni Paolo II di cui era stato stretto collaboratore, una volta diventato Papa ha promulgato norme durissime contro gli abusatori clericali, vere e proprie leggi speciali per contrastare la pedofilia – scrive Tornielli in un editoriale su Vatican News – Inoltre, Benedetto XVI ha testimoniato, con il suo esempio concreto, l’urgenza di quel cambiamento di mentalità così importante per contrastare il fenomeno degli abusi: l’ascolto e la vicinanza alle vittime a cui va sempre chiesto perdono”.

    “Per troppo tempo i bambini abusati e i loro parenti, invece di essere considerate persone ferite da accogliere e accompagnare con percorsi di guarigione, sono state tenute a distanza. Spesso purtroppo sono state allontanate e persino additate come ‘nemiche’ della Chiesa e del suo buon nome. È stato proprio Joseph Ratzinger – ricorda Tornielli – il primo Papa a incontrare più volte le vittime di abuso durante i suoi viaggi apostolici. È stato Benedetto XVI, anche contro l’opinione di tanti sedicenti ‘ratzingeriani’, a proporre, nel mezzo della bufera degli scandali in Irlanda e in Germania, il volto di una Chiesa penitenziale, che si umilia nel chiedere perdono, che prova sgomento, rimorso, dolore, compassione e vicinanza”.

    “Proprio in questa immagine penitenziale sta il cuore del messaggio di Benedetto. La Chiesa non è un’azienda, non si salva soltanto con le buone pratiche o con l’applicazione, seppure indispensabile, di norme severe ed efficaci. La Chiesa – osserva – ha bisogno di chiedere perdono, aiuto e salvezza all’Unico che può darli, a quel Crocifisso che è sempre stato dalla parte delle vittime e mai dei carnefici. Tornielli riferisce poi le parole pronunciate da Benedetto XVI sul volo che lo portava a Lisbona, nel maggio 2010: “con estrema lucidità riconobbe che ‘le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, di accettare la purificazione, di imparare da una parte il perdono, ma anche la necessità della giustizia. Il perdono non sostituisce la giustizia’. Parole precedute e seguite da fatti concreti nella lotta alla piaga della pedofilia clericale”. “Tutto questo – ammonisce il direttore editoriale dei media vaticani – non può essere né dimenticato né cancellato. Le ricostruzioni contenute nel rapporto di Monaco, che, va ricordato, non è un’inchiesta giudiziaria né tantomeno una sentenza definitiva, aiuteranno a combattere la pedofilia nella Chiesa se non verranno ridotte alla ricerca di facili capri espiatori e di giudizi sommari. Solo evitando questi rischi potranno contribuire a una ricerca della giustizia nella verità e a un esame di coscienza collettivo sugli errori del passato”.

    Il “mea culpa”

    E solo oggi, 27 gennaio, a sette giorni dalla presentazione del rapporto arriva anche il “mea culpa” dell’attuale arcivescovo di Monaco, Reinhard Marx. “Ho una responsabilità morale”, dice. E aggiunge: “La più grande colpa è l’aver trascurato le persone colpite. Questo è imperdonabile. Non avevamo alcun reale interesse per la loro sofferenza. A mio parere, questo ha anche ragioni sistemiche, e allo stesso tempo io ho una responsabilità morale per questo come arcivescovo facente funzione”. Marx chiede “personalmente e anche a nome dell’arcidiocesi” perdono alle persone colpite. E lo stesso ha fatto con i fedeli “che dubitano della Chiesa, che non possono più fidarsi dei responsabili e che si sono visti danneggiati nella loro fede”.

    Preti pedofili nelle sacrestie italiane

    In 15 anni sono 160 i sacerdoti condannati in via definitiva in Italia per pedofilia. “Ed è solo la punta dell’iceberg del fenomeno, le vicende emerse. Una nostra mappa segnala anche i casi attualmente in attesa di giudizio, quelli indagati all’estero e nascosti in Italia. La cifra quindi si amplia: in tutto sono circa 320. Ma pur tenendo conto solo del numero dei 160 condannati, e se pensiamo che con il caso Spotlight in 50 anni sono saltati fuori una settantina di preti pedofili, allora ci si può rendere conto della portata del fenomeno nel nostro Paese”, dice Francesco Zanardi, fondatore e presidente della “Rete l’Abuso” l’associazione italiana vittime di preti pedofili, all’indomani del dossier sugli abusi commessi dal clero in Germania. Un’inchiesta, spiega all’Adnkronos, che non lo sorprende più di tanto.”La pedofilia all’interno della Chiesa cattolica è un problema complesso, di doppia gestione: da una parte lo Stato italiano, dall’altra la Chiesa che ultimamente, riconosco, passi avanti ne ha fatti. Mentre lo Stato da più di dieci anni fa scena muta. Il Papa può fare anche la sua parte ma non ha autorità in Italia, è lo Stato che deve muoversi. Un’inchiesta nel nostro Paese andrebbe certamente avviata”, conclude Zanardi.

    https://www.today.it/cronaca/pedofilia-chiesa-papa-ratzinger-contraddizioni.html

  • Il più grande coming out nella storia della Chiesa cattolica

    Il più grande coming out nella storia della Chiesa cattolica

    Lunedì 24 gennaio, su uno dei canali della televisione pubblica tedesca ARD è stato trasmesso il documentario “Wie Gott uns schuf” (“Come Dio ci ha creati”) in cui 100 persone che lavorano a vario titolo per la Chiesa e le istituzioni cattoliche fanno coming out, rischiando però con questa loro esposizione pubblica il licenziamento: un licenziamento che sarebbe legittimo in base all’autonomia garantita dalla Costituzione tedesca alla Chiesa cattolica. Contemporaneamente al documentario, 125 persone che collaborano con la Chiesa e che sono credenti hanno lanciato l’iniziativa #OutInChurch chiedendo la fine della discriminazioni contro le persone LGBT+.

    Sui giornali tedeschi è stato scritto che quello che sta accadendo oggi in Germania è «il più grande coming out mai avvenuto nella storia della Chiesa cattolica».

    Il documentario – che si può vedere qui in tedesco, e che dura 60 minuti – è stato realizzato dal giornalista investigativo Hajo Seppelt dopo quasi dieci anni di indagini assieme a Katharina Kühn, Peter Wozny e Marc Rosenthal. Le persone che si espongono nel documentario sono sacerdoti, funzionari amministrativi, dipendenti di varie diocesi, insegnanti, educatori e educatrici, assistenti sociali o professionisti del settore medico e sanitario: tutti e tutte sono credenti e lavorano per la Chiesa cattolica tedesca.

    Nel documentario raccontano la loro storia, fatta di profonde sofferenze e decenni di doppie vite. Allo stesso tempo, mostrano un sistema basato su intimidazioni, minacce e paura. In Germania, infatti, ai dipendenti e alle dipendenti delle istituzioni cattoliche si applica un diritto del lavoro speciale, stabilito dalla Chiesa stessa, che prevede dei doveri di lealtà. Firmando il contratto di lavoro, queste persone si sono cioè impegnate a vivere secondo i princìpi della fede e della morale cattolica, compreso quello che riconosce esclusivamente i cosiddetti “legami secondo natura”, cioè tra un uomo e una donna.

    Tali doveri di lealtà devono essere seguiti non solo sul luogo di lavoro, ma anche nella vita privata. Le relazioni non eterosessuali o i matrimonio omosessuali contraddicono la dottrina della Chiesa: di conseguenza, l’orientamento sessuale o il fatto di essere persone non binarie, queer o trans può essere un legittimo motivo di licenziamento.

    Le persone intervistate raccontano di vivere in una tensione costante, nella paura di essere scoperte e di perdere il lavoro. Per molti e molte di loro, lasciare la Chiesa e cambiare lavoro sarebbe stato più facile, ma hanno scelto di provare a cambiare la Chiesa stessa a partire da questa azione collettiva: «Noi siamo qui, proprio come Dio ci ha creati!», dicono.

    Una delle persone intervistate nel documentario è Jens Ehebrecht-Zumsand, un insegnante di religione di 50 anni: è gay e lavora per l’arcidiocesi di Amburgo. Quando gli è stato proposto un trasferimento che lui non desiderava, il suo orientamento sessuale (il suo «modo di vivere speciale») è stato utilizzato dai suoi superiori contro di lui per costringerlo ad accettare la decisione, «per fare quello che ora ci aspettiamo da te», gli è stato detto.

    Carla Bieling, due settimane prima dell’inizio del congedo di maternità e dopo che i suoi responsabili avevano scoperto che era sposata con una donna, è stata costretta a lasciare il suo lavoro di referente per i giovani cattolici nell’arcidiocesi di Paderborn, nella Renania Settentrionale-Vestfalia. Prima, per non perdere il lavoro, le era stata data l’opzione di sciogliere l’unione.

    Nel documentario parla anche Ralf Klein, un prete gesuita: dice che come prete ha promesso di non avere relazioni sessuali e dichiara dunque che per la Chiesa dovrebbe essere irrilevante la sua omosessualità: «Scoprire il proprio orientamento sessuale è spesso associato alla sensazione: “Sono l’unico?” Ma se resti in silenzio, porti al contempo anche gli altri a tacere». Nel documentario oltre a Ralf Klein sono intervistati anche altri preti.

    Prende parola alla fine il vescovo di Aquisgrana, Helmut Dieser, l’unico dei 27 vescovi cattolici tedeschi che ha accettato di farsi intervistare: «Mi scuso a nome della Chiesa per le persone che sono state ferite o non comprese. Mi scuso perché la Chiesa non era pronta», dice. Le sue scuse però, scrivono alcuni giornali, non modificano la situazione generale, né le norme in materia di diritto del lavoro che pongono i dipendenti e le dipendenti non eterosessuali della Chiesa in una condizione di costante ricatto.

    Lunedì 24 gennaio, contemporaneamente all’uscita del documentario, è stata lanciata anche la campagna #OutInChurch: 125 dipendenti LGBT+ della Chiesa cattolica, molti dei quali compaiono nel documentario, hanno fatto coming out raccontando la loro storia e lanciando un appello per una “Chiesa senza paura”, una Chiesa cioè in cui le persone possano vivere la propria identità in modo «aperto e onesto». Nel manifesto pubblicato sul sito della campagna in dodici lingue, scrivono:

    «Eccoci! Di noi si è parlato tanto: adesso prendiamo la parola in prima persona.

    “Noi” vuol dire collaboratori e collaboratrici – a tempo pieno, volontari/e, potenziali, non più in attività – della Chiesa cattolica. (…) Tra le altre cose, ci identifichiamo come lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, queer e persone non binarie. (…) Ciò che ci unisce è: siamo sempre stati parte della Chiesa, e oggi contribuiamo a progettarla e a caratterizzarla».

    Nel manifesto spiegano che la maggior parte di loro ha sperimentato «con frequenza la discriminazione e l’emarginazione anche all’interno della Chiesa»:

    «Da parte del magistero della Chiesa si sostiene, tra l’altro, che noi “non siamo in grado di costruire relazioni corrette” con altre persone, che a causa delle nostre “tendenze oggettivamente disordinate” veniamo meno alla nostra natura umana e che le relazioni omosessuali “non possono essere riconosciute come facenti parte dei piani rivelati di Dio”.
    Alla luce delle conoscenze provenienti dalle scienze teologiche e dalle scienze umane, affermazioni di questo tipo non sono più accettabili o discutibili. Attraverso di esse si diffamano l’amore, l’orientamento, il genere e la sessualità queer e si priva di valore la nostra personalità.
    Una discriminazione come questa rappresenta un tradimento del Vangelo ed è contraria alla missione evangelica della Chiesa, che consiste nell’essere “segno e strumento per la più intima unione con Dio come per l’unità dell’umanità intera”».

    Il gruppo ha avanzato sette richieste precise, tra cui la possibilità di poter lavorare nella Chiesa apertamente e senza paura, la modifica del diritto del lavoro e l’assunzione, da parte delle gerarchie ecclesiastiche, della responsabilità delle «molte sofferenze nei suoi rapporti con le persone LGBTIQ+»:

    «Alcune persone tra noi conoscono situazioni in cui vescovi, vicari generali o altre persone con ruoli direttivi le hanno costrette a tenere segreto il loro orientamento sessuale e/o la loro identità di genere. Soltanto a questa condizione è stato loro concesso di rimanere in servizio nella Chiesa. In questo modo si è stabilito un sistema basato sul silenzio, sulla doppia morale e sulla mancanza di sincerità. Tutto ciò produce una gran quantità di effetti tossici, induce vergogna e fa ammalare; può influenzare negativamente la relazione personale con Dio e la spiritualità personale.

    (…) Con tutte queste richieste, facciamo oggi, insieme, il passo per uscire dall’ombra. Lo facciamo per noi stessi e lo facciamo in solidarietà con altre persone LGBTIQ+ all’interno della Chiesa Cattolica, che non hanno (ancora) o non hanno più la forza di farlo. Lo facciamo in solidarietà con tutte le persone che sono esposte a stereotipi ed emarginazione attraverso sessismo, rifiuto, antisemitismo, razzismo e tutte le altre forme di discriminazione.

    Ma lo facciamo anche per la chiesa. Perché siamo convinti che solo l’azione nella verità e nell’onestà rende giustizia a ciò per cui la chiesa dovrebbe esistere: la proclamazione del messaggio gioioso e liberante di Gesù. Una chiesa che ha al suo centro la discriminazione e l’esclusione delle minoranze sessuali e di genere deve accettare che le si chieda se, nel farlo, può fare riferimento a Gesù Cristo.

    (…) La lotta per l’uguaglianza e contro la discriminazione non può essere lasciata solo nelle mani delle minoranze emarginate. Riguarda tutti».

    Numerose associazioni cattoliche, tra cui soprattutto quelle composte da donne cattoliche tedesche e giovani, hanno sostenuto e firmato l’iniziativa.

    https://www.ilpost.it/2022/01/25/germania-documentario-coming-out-chiesa/