Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La RAI parla dell’inchiesta di EL PAIS ma censura la parte italiana

    La RAI parla dell’inchiesta di EL PAIS ma censura la parte italiana

    Chiamiamola pure disinformazione, tuttavia quanto accaduto fa pensare che l’informazione pubblica prenda i lettori per un branco di stolti. Ancora più grave il fatto che a farlo sia proprio il servizio pubblico della TV di Stato, quella che nostro malgrado siamo costretti a sostenere con una sovrattassa imposta nel canone energetico.

    È così che RAI, ancora una volta censura contro l’interesse pubblico la parte di inchiesta del quotidiano EL PAIS che riguarda l’Italia.

    Non si tratta affatto di una svista ma di autentica censura, tanto che nell’articolo di RAI NEWS si parla oltre che della Germania, USA, Portogallo anche della Colombia, ovvero del capitolo quinto dell’inchiesta, dove già nel titolo “CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA” è palese il contenuto che riguarda proprio il nostro paese.

    Un fatto grave e inaccettabile che speriamo chi di dovere sollevi nelle sedi appropriate.

  • 5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

    5. CON BENEDETTO XVI LE COSE NON CAMBIARONO MOLTO: DUE CASI IN COLOMBIA E ITALIA

    Nel 2005, Ratzinger divenne Benedetto XVI. Perfezionò la legislazione contro la pederastia, ma l’inerzia di decenni continuò. La priorità era ancora data alla salvaguardia dell’immagine dell’istituzione e alla copertura dei casi. Molte diocesi ancora oggi non le comunicano a Roma, senza conseguenze. Nel 2010, il Vaticano ha annunciato un passo fondamentale: quando un vescovo o un superiore religioso veniva a conoscenza di un caso, doveva segnalarlo alle autorità. In effetti, la Santa Sede ha assicurato che questa regola era già stata comunicata internamente ed era applicata dal 2003, anche se non ha chiarito perché non fosse stata resa pubblica in precedenza. In ogni caso, la disobbedienza continuò. Inoltre, la mentalità tradizionale resistette anche a Roma, come dimostrano documenti inediti di un caso in Colombia, quello di questa lettera del 2010 della Dottrina della Fede al vescovo di Pereira, Tulio Duque: Questa lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede a un vescovo colombiano è di settembre 2010,  Ma il numero del protocollo indica che il file è stato aperto nel 2004, sei anni (altro…)

  • 2. IL CASO RATZINGER, ANCORA DA CHIARIRE: IL MISTERO DI UN SUCCO D’UVA

    2. IL CASO RATZINGER, ANCORA DA CHIARIRE: IL MISTERO DI UN SUCCO D’UVA

    La gestione di Ratzinger, quando era arcivescovo a Monaco di Baviera, tra il 1977 e il 1982, iniziò a essere messa in discussione con un articolo sul New York Times, nel marzo 2010: si riportava che nel 1980 presiedette una riunione in cui Peter Hullermann, un sacerdote pedofilo trasferito da Essen, dove aveva ricevuto tre denunce di abuso, fu ammesso nella diocesi.  per ricevere terapia, e poi ha aggredito di nuovo minorenni. Ratzinger, già papa come Benedetto XVI, negò di conoscere i dettagli del caso.

    La questione si è complicata nel gennaio 2022 quando un audit interno commissionato dalla diocesi di Monaco presso lo studio legale Westphal Spiker Wastkl (WSW) ha rilevato che Ratzinger era a conoscenza di almeno quattro casi di sacerdoti pedofili. In particolare, nel rapporto (altro…)

  • 1. IL VATICANO, NEL 1938 PRIMA DELL’ARRIVO DEI NAZISTI: BRUCIA TUTTO

    1. IL VATICANO, NEL 1938 PRIMA DELL’ARRIVO DEI NAZISTI: BRUCIA TUTTO

    I documenti più antichi trovati in questa ricerca fanno riferimento a un momento cruciale della Chiesa cattolica tedesca, l’ascesa del regime nazista, con Pio XI. Essi si trovano negli archivi del Santo Ufficio e della Segreteria di Stato, nella parte aperta ai ricercatori, e sono stati contributi dallo storico Davide F. Jabes. Sono molto significativi perché rivelano che anche allora c’era una comunicazione fluida tra il Vaticano e i vescovi riguardo ai casi di pedofilia, e che per la Chiesa erano informazioni pericolose da nascondere. Il Santo Ufficio ha sempre ordinato questi processi fin dal XVI secolo e Roma ha centralizzato tutti i casi, anche se le diocesi potevano nasconderli a loro. In tempi moderni iniziò a essere regolamentata dall’istruzione del 1922, aggiornata nel 1962, Crimen Sollicitationis, per abusi sessuali nel campo della confessione, e che nel suo capitolo 5 (Crimen pessimum) menzionava espressamente la pederastia. Secondo gli storici, questa regola fu stabilita in parte perché molti casi si verificarono in un paese europeo all’inizio del ventesimo secolo, con “frequenza impressionante”, secondo il Santo Ufficio: avvenne in Spagna. In Germania negli anni ’30, queste informazioni erano molto pericolose se cadevano nelle mani dei nazisti. Il regime di Hitler molestò la Chiesa con campagne diffamatorie e gli abusi sui minori furono una delle accuse più (altro…)

  • BRUCIATE TUTTO: I SEGRETI DEGLI ARCHIVI PEDOFILI VATICANI, DAI TEMPI NAZISTI AL ‘CASO RATZINGER’

    BRUCIATE TUTTO: I SEGRETI DEGLI ARCHIVI PEDOFILI VATICANI, DAI TEMPI NAZISTI AL ‘CASO RATZINGER’

    Il Vaticano ha sempre avuto informazioni sui casi di pedofilia nel mondo, sa molto più di quanto ammetta e non ha mai detto ciò che sa. Questo è dimostrato dai documenti trovati da un’indagine internazionale del quotidiano tedesco Correctiv, in collaborazione con EL PAÍS, insieme a The Boston Globe degli Stati Uniti, Observador del Portogallo e Casa Macondo della Colombia.

    Gettano nuova luce sugli archivi vaticani del Dicastero per la Dottrina della Fede e dell’ex Santo Ufficio, ancora chiuso ai ricercatori e accessibile a pochissime persone. “Entrare lì è impossibile,” conferma un sacerdote canonico che ci ha provato più volte. Inoltre, varie fonti sottolineano che esiste un archivio ancora più segreto che protegge i casi più gravi e delicati. Il quadro che emerge indica che il Vaticano ha sempre avuto più informazioni sugli abusi in ogni paese di quante ne ammetta, anche se ha sostenuto che per decenni quasi nessun caso sia arrivato a Roma e abbia iniziato a riceverli solo dal 2001. Fu l’anno in cui, di fronte alla portata dello scandalo, nuove normative vaticane costrinsero le diocesi di tutto il mondo a inviarle. Ma questa ricerca mostra che alcuni sono arrivati, nascosti sotto questioni che parlavano di altro, come dispense e divieti di confessione. I documenti più antichi che ora sono stati rivelati esclusivamente risalgono agli anni Trenta in Germania.

    Di fronte al rischio che i fascicoli dei preti pedofili finissero nelle mani dei nazisti, nemici della Chiesa cattolica, l’ordine era chiaro: “Bruciate tutto.” I documenti più rilevanti provengono dal caso Ratzinger, scoperto nel 2010 dal New York Times, perché dimostrano che è ben lontano dall’essere stato chiarito: una misteriosa lettera del futuro Benedetto XVI, datata 1986, quando era prefetto della Dottrina della Fede, rivela che già allora aveva informazioni secondo cui un sacerdote della sua ex diocesi,  Monaco, era un pedofilo pericoloso. Inoltre, lo ha elaborato in modo confidenziale al di fuori del protocollo. Questo sacerdote continuò nelle parrocchie e aggrediva 23 minorenni, fino a quando il caso venne alla luce nel 2010. Questo caso apre altre domande che attendono una risposta.

    Nell’agosto 2025, Correctiv inviò a Leone XIV una serie di domande, insieme ai documenti trovati. Il papa li inoltrò alla Commissione Pontificia per la Protezione dei Minori, che li rimpatriò al Dicastero per la Comunicazione, che non rispose. Anche la Dottrina della Fede rimase in silenzio dopo 20 consultazioni. Il 27 gennaio, le domande furono nuovamente rivolte al papa, questa volta di persona, mentre stava lasciando Castel Gandolfo. Non ha ancora risposto. In definitiva, l’arrivo del nuovo pontefice offre l’opportunità di un cambiamento di atteggiamento da parte del Vaticano, per compiere il passo verso un’autentica trasparenza su tutto ciò che sa e su ciò che si trova nei suoi archivi. Leone XIV ha mostrato sensibilità verso le vittime della pederastia e ha sostenuto il lavoro dei giornalisti.

    In diversi paesi, per il bene della verità, la Chiesa ha intrapreso audit interni, ma il Vaticano no, essendo il più grande centro di informazione sullo scandalo. Aprire gli archivi, rivelarne il contenuto, o intraprendere uno studio personale e offrire dati, sarebbe un gesto decisivo per mostrare la vera volontà di Leone XIV che tutta la verità sullo scandalo fosse conosciuta. “Ogni passo avanti su questo cammino è un passo verso Cristo e verso una Chiesa più evangelica e autentica,” ha detto lunedì alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. Le storie raccontate da questi giornali rintracciati in vari paesi sono di occultamento, lentezza e negligenza. Alcuni sono inediti e altri erano già pubblici, ma erano dispersi in ricerche condotte a livello locale. Metterli insieme offre una panoramica. Ad esempio, rivelano come il caso di un frate denunciato nel 1972 e che negli anni Novanta era ancora attivo fosse nascosto in Portogallo.

    Lo stesso vale per quelli più recenti, già sotto Benedetto XVI. In Colombia, un vescovo e il Vaticano hanno insabbiato un caso noto nel 2004 fino all’arresto del sacerdote nel 2010. In Italia, un altro caso è rimasto nascosto per decenni fino al 2010. Ci sono anche casi evidenti in due diocesi statunitensi, Oakland e Springfield, e in Australia. Sono solo la punta dell’iceberg di documenti ancora nascosti negli archivi vaticani. Tra pochi mesi saranno 25 anni dallo scandalo della pedofilia tra il clero scoppiato nel gennaio 2002 negli Stati Uniti con l’indagine del Boston Globe. Tra pochi mesi saranno 25 anni dallo scandalo della pedofilia tra il clero scoppiato, nel gennaio 2002 negli Stati Uniti, con l’indagine sul Boston Globe. Da allora, è emerso in tutti i paesi cattolici. In Spagna, con l’indagine su EL PAÍS dal 2018. Il Vaticano e gli ultimi papi, ovviamente, sono sempre stati al centro dello scandalo, ma la richiesta di trasparenza da parte della Chiesa su migliaia di casi è stata una battaglia giornalistica combattuta in ogni paese. Il risultato è che oggi il Vaticano non ha mai rivelato le informazioni di cui dispone. Le fonti e gli storici vaticani ammettono che in realtà negli archivi del Santo Ufficio si trovano tutti i casi noti a Roma almeno per quasi tutto il diciannovesimo e ventesimo secolo. Va ricordato che nel 1810 Napoleone prese gli archivi e solo una parte di essi fu restituita.

    Tuttavia, il Vaticano non ha mai fornito dati. In una storica apparizione di due rappresentanti vaticani nel 2014, il Comitato ONU sulla Convenzione sui Diritti del Bambino ha richiesto informazioni dettagliate alla Santa Sede e poi nessun altro lo ha fatto. Nel 2010, il promotore della giustizia (procuratore) della Dottrina della Fede, Charles Scicluna, stimò che a Roma fossero arrivati circa 3.000 casi. Quella cifra è stata aggiornata in poche dichiarazioni, sporadiche e confuse. Nel 2014, come riportato all’ONU, ci sono stati 3.420 casi dal 2004 al 2013. Nel 2021, l’ultima stima nota della Dottrina della Fede indicava 9.000 dal 2001. Ma è una cifra inaffidabile se si considera che solo in Spagna EL PAÍS ha finora contato 1.572 imputati, con quasi 3.000 vittime. Ciò che è chiaro è che nessuno parla dei decenni precedenti al 2001, è un mistero ancora più grande. In realtà, il Vaticano possiede probabilmente il più grande archivio di pedofili impuniti al mondo.

    Questa ricerca fa luce su questo.

    Continua…

    https://elpais.com/sociedad/2026-03-19/quemad-todo-los-secretos-de-los-archivos-de-pederastia-del-vaticano-de-la-epoca-nazi-al-caso-ratzinger.html

  • La Chiesa tedesca ha già versato 93 milioni di euro alle vittime di abusi.

    La Chiesa tedesca ha già versato 93 milioni di euro alle vittime di abusi.

    In Germania, una commissione indipendente assegna i cosiddetti “indennizzi di riconoscimento” alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. L’ammontare totale degli indennizzi approvati fino ad oggi raggiunge i 93 milioni di euro , secondo un rapporto della Commissione indipendente per i servizi di riconoscimento (UKA). Il rapporto, pubblicato annualmente, include i pagamenti effettuati dall’inizio del programma nel 2021 fino alla fine del 2025.

    Solo lo scorso anno, sono stati richiesti circa 7,7 milioni di euro nell’ambito delle cosiddette “richieste iniziali e successive”, oltre ad ulteriori importi per le persone colpite che, ad esempio, avevano impugnato una precedente decisione della Commissione. La cifra totale per il 2025 supera i 16,5 milioni di euro. La Conferenza episcopale tedesca sottolinea che, oltre ai relativi pagamenti, si sta compiendo un notevole sforzo personale e finanziario nei programmi di prevenzione .

    L’UKA ha il compito di stabilire l’ammontare degli indennizzi spettanti alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. A tal fine, valuta e accetta le domande delle vittime tramite i referenti competenti nelle diocesi o nelle comunità religiose. Determina l’importo degli indennizzi e ne ordina il pagamento alle vittime, seguendo una procedura basata su un’ordinanza dei vescovi tedeschi. Nel calcolo dell’importo degli indennizzi, si attiene alle sentenze dei tribunali tedeschi.

    Il numero di nuove domande è diminuito significativamente, attestandosi a 186 nel 2025, un minimo storico, rispetto alle 349 del 2024. Finora, quasi 3.000 persone interessate hanno contattato la commissione. Compresi i ricorsi, sono stati elaborati quasi 4.700 procedimenti, di cui meno dell’uno per cento è stato infine respinto. Nel 2021, il primo anno di attività dell’UKA, sono state registrate 1.565 domande. Dopo che alla fine del 2024 risultavano ancora pendenti 998 casi aperti, questo numero è sceso a 688 lo scorso anno.

    La presidente dell’UKA, Margarete Reske, ha espresso la sua soddisfazione per la presentazione della relazione annuale, sottolineando in particolare il riconoscimento internazionale del lavoro della commissione nella relazione annuale 2025 della Pontificia Commissione contro gli Abusi. “Constatiamo che, oltre all’impegno in altri Paesi, la procedura tedesca per il riconoscimento delle sofferenze inflitte alle vittime di abusi sessuali, con la sua ampia partecipazione di diocesi e ordini religiosi e le singole attività relative ai casi dell’UKA, è stata valutata positivamente, e continueremo a impegnarci per rimanere sulla strada che abbiamo scelto”, ha affermato.

    https://www.abc.es/sociedad/iglesia-alemana-pagado-millones-20260312134817-nt.html

  • Quando un sì non è un sì. Il confine tra libertà, dignità e diritto

    Quando un sì non è un sì. Il confine tra libertà, dignità e diritto

    Nel dibattito sulla violenza sessuale si continua troppo spesso a confondere la semplificazione con la chiarezza. Ma quando il diritto rinuncia alla complessità della realtà umana, smette di proteggere e inizia a esporre. È in questo spazio che si colloca la proposta della senatrice Bongiorno della Lega: non come intervento tecnico neutro, ma come scelta culturale che incide direttamente sulla possibilità stessa delle vittime di accedere alla giustizia.

    Nel diritto penale il consenso sessuale non è una parola pronunciata nel vuoto, ma l’espressione effettiva dell’autodeterminazione della persona. Per essere giuridicamente valido, il consenso deve essere libero, attuale e consapevole, come impongono la Convenzione di Istanbul, la giurisprudenza della Corte EDU e la costante elaborazione della Cassazione, in linea con i più avanzati ordinamenti europei, come Francia e Germania, che hanno fatto del rispetto della volontà della persona e della protezione contro ogni forma di coercizione il vero indice di civiltà giuridica. Basti pensare al caso Gisèle Pelicot in Francia, in cui la vittima fu narcotizzata dal marito e ripetutamente esposta a rapporti sessuali senza poter acconsentire, evento che ha determinato una riforma legislativa inserendo esplicitamente il consenso libero come elemento essenziale dei reati sessuali.

    In Germania, il §177 del Codice penale tutela in maniera altrettanto avanzata la volontà discernibile della vittima, punendo gli atti sessuali anche in assenza di violenza fisica quando la persona non è in grado di esprimere un dissenso effettivo, ad esempio per shock, intossicazione o soggezione. Rispetto a questo modello europeo, la proposta Bongiorno rischia di riportare l’Italia a un approccio arretrato: il reato si fonda sul dissenso e non sulla presenza di un consenso libero e attuale, imponendo alla vittima l’onere di dimostrare la propria opposizione.

    La violenza sessuale può dunque sussistere anche in assenza di violenza fisica o di minacce esplicite, quando l’agente approfitti di una condizione di inferiorità psichica o di un contesto idoneo a comprimere la libertà di autodeterminazione della vittima.

    In presenza di stati di shock, dissociazione, freezing, soggezione o intimidazione ambientale, anche un apparente “sì” è giuridicamente privo di valore, perché non esprime una volontà libera ma una risposta traumatica di adattamento o di sopravvivenza. Il trauma dissociativo che imperversa sulle vittime incide profondamente sulla memoria rievocativa: la frammentazione del ricordo, le amnesie selettive, le discontinuità narrative che possono emergere dalle indagini preliminari all’incidente probatorio fino al controesame dibattimentale non sono segni di inattendibilità, ma l’impronta stessa della violenza subita. Pretendere, in tali condizioni, un dissenso esplicito e una narrazione lineare significa imporre alla vittima un modello normativo di “reazione corretta”, già respinto dalla giurisprudenza, e trasformare il processo in un dispositivo di esposizione anziché di tutela.

    In questo squilibrio strutturale, l’autore si muove come chi agisce in piena luce mentre la vittima resta confinata in uno spazio privo di vie d’uscita: scambiare quella paralisi o quella acquiescenza per consenso equivale a confondere la costrizione con la scelta. È proprio questo impianto di civiltà giuridica che la proposta Bongiorno tenta di scardinare, reintroducendo un paradigma culturale che alimenta la sfiducia nella giustizia e amplifica il rischio di vittimizzazione secondaria, fatta di interrogatori insinuanti e colpevolizzanti — perché non è scappata, perché non ha urlato, perché non ha chiesto aiuto, ma perché si è vestita in quel modo… — riportando il processo a essere un giudizio sulla condotta della vittima più che sull’abuso dell’autore.

    Si tratta di un arretramento culturale grave e pericoloso, che vanifica le conquiste delle donne sul terreno dell’autodeterminazione e della dignità, ma che investe l’intera comunità democratica, uomini compresi, perché indebolisce i presìdi dello Stato di diritto e normalizza l’idea che la libertà personale possa essere compressa senza responsabilità. Dove il consenso smette di essere il confine invalicabile, non arretrano solo i diritti delle donne: arretra la democrazia.

    Difendere il consenso sessuale come limite inviolabile non è solo una questione giuridica: è un atto di responsabilità civile e politica. È urgente alimentare il dibattito pubblico e la mobilitazione civile, chiedendoci se questo attacco ai diritti delle vittime — alla loro parola, libertà e dignità — non sia collegato alle stesse logiche del referendum sulla divisione delle carriere dei magistrati, che rischiano di comprimere l’indipendenza della giustizia e la tutela effettiva dei diritti. Difendere il sì che protegge significa difendere lo Stato di diritto, dire chiaramente che la giustizia deve stare dalla parte di chi subisce violenza e non di chi la perpetra. È il momento di far sentire la nostra voce, di interrogarsi, di mobilitarsi: perché la libertà, la dignità e la tutela delle vittime non siano mai sacrifici negoziabili nel gioco della politica.

    Roma, 25/01/2026

    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • SG: archiviati cinque procedimenti per abusi Chiesa cattolica

    SG: archiviati cinque procedimenti per abusi Chiesa cattolica

    (Keystone-ATS) Lo studio pilota dell’Università di Zurigo è stato presentato nel settembre 2023 e successivamente, secondo quanto comunicato oggi dalla Procura, quattro denunce sono pervenute alle diocesi di Coira e San Gallo. Una quinta denuncia è stata sporta da una persona privata contro un prete straniero. Complessivamente la Procura sangallese si è quindi occupata di cinque sacerdoti accusati – tutti ultra ottantenni – e di dieci persone offese.

    La nota spiega in dettaglio perché le denunce non hanno portato ad alcuna imputazione. Le ragioni sono molto diverse. Una delle difficoltà è stata che la procura ha dovuto basarsi sui documenti della Chiesa, ha spiegato Leo-Philippe Menzel, portavoce della procura di San Gallo, all’agenzia di stampa Keystone-ATS.

    In alcuni casi, al posto dei nomi reali sono stati utilizzati pseudonimi. I fascicoli non sono stati compilati in modo accurato – alcuni documenti manoscritti hanno dovuto essere prima decifrati – e le informazioni erano incomplete. È stato necessario prima individuare le persone interessate.

    In due dei cinque casi la Camera d’accusa non ha accolto la richiesta della Procura: la sua “autorizzazione” è tuttavia necessaria per poter avviare un procedimento contro collaboratori di una parrocchia riconosciuta dal diritto pubblico.

    Prescrizione

    Il primo rifiuto è legato fatto che uno dei sacerdoti accusati non ha commesso i fatti contestati in qualità di collaboratore della Chiesa. La procura ha in seguito valutato il sospetto di atti sessuali con minori e incesto a carico del prete in questione, ma a quel punto è risultato che il reato era già caduto in prescrizione.

    La seconda decisione negativa della Camera di accusa riguardava un sacerdote che “a causa di una malattia aveva irrimediabilmente perso la capacità di stare in giudizio”: non era quindi più possibile procedere penalmente nei suoi confronti. Nel frattempo, l’uomo è deceduto.

    Un’altra delle cinque denunce non è stata portava avanti perché la procura di Augusta in Germania ha assunto il procedimento per violenza sessuale. Nel frattempo, anche quel dossier è stato archiviato.

    Vittime reticenti a ricordare

    Le accuse contro due sacerdoti sono state archiviate in quattro su dieci casi perché cadute in prescrizione, mentre negli altri episodi le circostanze del reato sono state verificate “al fine di consolidare il quadro indiziario”. Si è trattato di indagini “lunghe e complesse”, secondo Menzel. I sacerdoti accusati hanno negato le accuse. Le vittime, che al momento del reato erano ancora bambini, non sono state in grado di fornire informazioni sufficientemente concrete riguardo i fatti.

    Alcune delle persone coinvolte non sono state in grado di ricordare gli eventi rilevanti per l’indagine o di collocarli con precisione nel tempo. Altre non hanno voluto confrontarsi, in alcuni casi nuovamente, con un tema che consideravano ormai chiuso da tempo.

    Senza le relative dichiarazioni delle parti lese, nonostante le indagini approfondite non è stato possibile concretizzare alcuna denuncia “che portasse a un’accusa contro i sacerdoti in questione”, ha sottolineato la procura. Pertanto, i procedimenti sono stati archiviati.

    https://www.swissinfo.ch/ita/sg%3A-archiviati-cinque-procedimenti-per-abusi-chiesa-cattolica/90814976

  • Un documento eccezionale

    Un documento eccezionale

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Nel gennaio dello scorso anno la diocesi di Bolzano-Bressanone ha reso pubblici i risultati di un’inchiesta condotta da una commissione indipendente sul modo in cui i vertici dell’istituzione hanno trattato, negli ultimi sessant’anni, i casi di abuso sessuale sui minori compiuti da sacerdoti incardinati nella diocesi1 . L’indagine, la prima del genere nel nostro Paese, ha ricalcato, negli scopi se non nella forma, le molte inchieste analoghe condotte di recente in altri Paesi occidentali (europei e nordamericani), perlopiù su iniziativa delle Conferenze episcopali o di singole diocesi2 . La sua straordinaria unicità non è stata sufficiente per attirare sul report l’attenzione dei media nazionali. I quotidiani vi hanno dedicato un articoletto centrato in linea di massima sull’aspetto meno significativo e più facilmente enucleabile, quello statistico, spedendolo poi precipitosamente in soffitta. Per quanto mi risulta, nessuna lettura approfondita è stata finora nemmeno tentata, né all’interno né all’esterno della Chiesa.

    Il rapporto ha un ampio respiro dal momento che consta di 619 pagine nelle quali vengono esaminati in modo scrupoloso una quantità considerevole di elementi legati al fenomeno degli abusi: la legislazione canonica e quella civile sui reati sessuali; la percezione del problema all’interno della società altoatesina; i documenti vaticani sul tema; i risultati delle inchieste più rilevanti condotte in altri Paesi.

    Il “pezzo forte” del rapporto è rappresentato dall’analisi dei documenti contenuti negli archivi diocesani ai quali i ricercatori hanno avuto, per la prima volta, pieno accesso. Questa eccezionale opportunità ha permesso di ricostruire, nei limiti del materiale a disposizione, i comportamenti di tutti i vescovi e i vicari generali avvicendatisi nel corso degli anni a capo della diocesi (nel report solo i nomi dei sacerdoti convolti e dei luoghi dove sono avvenuti gli abusi sono stati anonimizzati) e soprattutto di isolare ventiquattro casi nei quali il comportamento dei capi della curia è stato totalmente inadeguato.

    Il quadro complessivo di cattive pratiche e comportamenti criminali che emerge dalla lettura del dossier è francamente impressionante. Vi si trova di tutto: dal trasferimento di parrocchia dei preti sospettati di aver compiuto abusi sui minori adoperato come strumento ordinario di gestione dei casi a un impressionante repertorio di reati sessuali (dalla pedopornografia alle violenze sulle bambine, sui bambini, sulle adolescenti e gli adolescenti), alle spaventose manipolazioni della verità, alla mancata collaborazione con le autorità civili, a sofferenze che nelle vittime riemergono anche a distanza di decenni o che portano al suicidio, al soccorso ostinato, anche economico, della diocesi a preti condannati in via definitiva, alla rete di complicità e di collusioni che ha permesso agli autori di reati così odiosi di evitare di patirne le conseguenze.

    Rinviando a un’altra sede l’analisi scientifica compiuta dei risultati del report, vorrei qui ricostruire e commentare uno dei casi più clamorosi tra quelli che ho trovano nelle pagine del rapporto. Si tratta di una vicenda esemplare e significativa, ma non certo unica, che consente di illuminare almeno tre aspetti della questione molto rilevanti e spesso non adeguatamente valorizzati.

    Il caso

    I guai di questo sacerdote iniziarono già al principio della sua carriera clericale, al tempo del suo primo incarico come cooperatore (collaboratore pastorale) presso una parrocchia della diocesi di Bolzano, negli anni Sessanta. Rispondendo alla domanda di rito inserita nella relazione annuale sul comportamento del prete con le giovani e le ragazze, il parroco riferì la presenza di “problemi con le preadolescenti”.

    Di lì a poco il prete venne dislocato in una nuova sede. Nel volgere di poco tempo il sacerdote venne ancora una volta spostato. Nella nuova parrocchia (la terza in pochi anni), il sacerdote si fece daccapo notare per aver messo in atto dei comportamenti scorretti sul piano sessuale, al punto da essere definito «spesso non saggio» nella periodica relazione del parroco al vescovo. Seguirono altri due spostamenti.

    Nella sede del quinto incarico, siamo all’inizio degli anni Settanta, appena qualche anno dopo l’ordinazione sacerdotale del prete, avvennero alcuni eventi incresciosi puntualmente annotati negli archivi della diocesi (e quindi noti a tutti i dirigenti dell’organizzazione). La vicenda ebbe origine da una lettera indirizzata al vescovo Gargitter (che governò la diocesi dal 1964 al 1986) da un gruppo cattolico attivo in quella parrocchia. Gli autori della missiva chiedevano al vescovo un immediato allontanamento del sacerdote dalla parrocchia «per prevenire mali peggiori», così scrissero. Nel seguito della lettera si spiegava quali fossero questi “mali”: il prete era accusato di aver molestato numerose bambine di età compresa tra i sette e i dodici anni. Dalla documentazione presente negli archivi diocesani apprendiamo che, in reazione alla lettera, il vescovo, per il tramite del suo Vicario, contattò il parroco chiedendogli di verificare la fondatezza delle accuse. Costui, dapprima sembrò ridimensionare l’accaduto sostenendo che il prete si era comportato in modo «poco saggio e imprudente», ma escludendo che potesse aver commesso «qualcosa di immorale»; qualche giorno dopo, tuttavia, cambiò versione e, chiedendone con determinazione l’immediato trasferimento, affermò che era da presumersi che egli avesse provocato «una reale ferita morale» e che la sua condotta aveva generato «grande tumulto». A queste parole il parroco allegò quattro dichiarazioni scritte dai genitori di bambine abusate contenenti descrizioni molto dettagliate delle azioni che il prete aveva compiuto. Il fatto aveva riguardato almeno sette bambine in età prepuberale ed era consistito di baci, carezze e palpeggiamento dei genitali.

    Il vescovo accolse il suggerimento del parroco e, dopo poche settimane, collocò il prete in un’altra parrocchia della diocesi. La notizia del trasferimento non venne tuttavia ben accolta da tutti: infatti 151 parrocchiani (molto probabilmente mobilitati dallo stesso abusatore) sottoscrissero un documento nel quale definivano il sacerdote un «valido catechista» la cui reputazione era stata macchiata «senza la minima ragione».

    Anche nella nuova parrocchia (la sesta in pochi anni) le cose non filarono lisce per il prete al punto che, a pochi mesi dal suo insediamento, il parroco ne chiese l’immediato allontanamento. Le motivazioni addotte erano ancora una volta inequivocabili: il parroco si era convinto che, si legge nella sua lettera indirizzata al vescovo, «molto presto succederebbe quanto già accaduto a [il luogo della sua quinta assegnazione come cooperatore]: un turbinio e, subito dopo, una burrasca contro di lui. Le ragioni delle accuse nei suoi confronti e dell’allontanamento si fonderebbero su verità; – egli non è in grado di fare diversamente: impeto, foga e una certa incapacità di autocontrollo! – È piuttosto immaturo per un incarico in autonomia – ha bisogno di una mano forte».

    Anche in questo caso il vescovo assecondò la richiesta e si mise in cerca di una nuova sede nella quale collocare il sacerdote. Una sistemazione venne individuata, ma i dirigenti della diocesi furono indotti a rivedere la scelta e a indicarne una diversa per via di una lettera ricevuta da un fedele della parrocchia che avrebbe dovuto accogliere il prete. Il suo autore riferiva di aver chiesto informazioni su quel prete a persone che abitavano nel precedente luogo di residenza del sacerdote e di aver da loro appreso a) che il sacerdote avrebbe abusato di molte bambine, invitandole spesso nella sua stanza per poi spogliarle, toccarle e giocare con loro «in modo sconcio»; b) che il prete avrebbe dapprima cercato di convincere le sue vittime che non vi fosse nulla di male in quello che lui faceva per poi scrivere loro delle lunghe lettere «per mantenere i contatti». Il sacerdote sarebbe persino arrivato a parlare dei suoi atti violenti di fronte a un’intera classe di bambini, invitando le sue vittime a testimoniare e concludendo che non c’era nulla di male in ciò che era avvenuto tra lui e le piccole; c) che il parroco lo avrebbe spesso rimproverato per i suoi comportamenti, ma che costui se ne sarebbe altamente infischiato; d) che diverse madri avevano denunciato l’accaduto al parroco e che il gruppo parrocchiale femminile aveva discusso apertamente degli abusi, decidendo tuttavia alla fine di non procedere per non danneggiare il prete; d) che il prete aveva più volte rassicurato i genitori delle giovani abusate cercando di convincere anche loro che non vi fosse stato nulla di sbagliato nei suoi gesti e che in ogni caso lui ne avrebbe risposto solo davanti a Dio; e) infine che un giorno il sacerdote era stato visto da diverse persone, a un distributore di benzina, trascinare la figlia di nove anni del gestore dell’impianto dietro la casa per baciarla con violenza.

    Quel trasferimento sfumò, ma il vescovo non desistette dall’idea di impiegare il prete nel lavoro pastorale e lo mandò in un’altra parrocchia, per il suo settimo incarico in dieci anni. Dall’archivio diocesano risulta che, nello stesso periodo, il vescovo abbia invitato il prete a recarsi da uno psichiatra. Manca però qualsiasi evidenza che il consiglio sia mai stato seguito.

    In compenso, poco più tardi, giunse per il prete una clamorosa promozione a parroco. Anche dopo l’avanzamento di ruolo, il Nostro rimase affezionato alle sue vecchie abitudini di abusatore così come benevolo rimase l’atteggiamento dei fedeli nei suoi confronti. Lo si deduce da un illuminante appunto dell’allora Vicario vescovile Michaeler che recita così: «Ho ricevuto dalle responsabili del gruppo femminile [della parrocchia] la seguente comunicazione: il [nome del sacerdote] sta attraversando un momento difficile: ha molte difficoltà a controllarsi sessualmente al cospetto delle ragazze – scolare. Le donne gliene hanno parlato. […]. Dovrebbe essere mandato da un medico. Bisognerebbe aiutarlo affinché non finisca in difficoltà ancora maggiori». Le preoccupazioni del dirigente della diocesi e delle donne della parrocchia appaiono in perfetta sintonia ed erano tutte rivolte alla salute del sacerdote, al suo benessere. Dei danni conseguenti al suo comportamento per i minori oggetto delle sue attenzioni in quelle righe non si trova cenno.

    Nei decenni successivi si accumularono altre segnalazioni e nuovi trasferimenti. Di particolare interesse è una nota del Vicario Generale in merito a un colloquio avuto con il sacerdote, a proposito del quale l’alto prelato scrive: «Gli impartisco verbalmente, in modo inequivocabile e con la massima chiarezza, le seguenti istruzioni: 1) Non deve toccare nessuna bambina e alunna. Se dovesse accadere di nuovo, ci saranno conseguenze immediate. 2) Non deve portare alunne in macchina, né gli è permesso giocare con loro. Se succede ancora, i genitori toglieranno le figlie dalle lezioni di religione. 3) Non prendere solo femmine come chierichetti, ma anche maschi. 4) Non potrà più portare l’organista [di una parrocchia] a [un’altra parrocchia] […]. [Il sacerdote] mi promette tutto questo».

    Poco tempo dopo la scrittura di questa nota il prete, che evidentemente non aveva fatto tesoro dei fraterni consigli del suo vescovo, venne di nuovo trasferito. E di nuovo si sollevarono intorno a lui movimenti di segno opposto: qualche parrocchiano ne denunciò alla diocesi i comportamenti inappropriati con le bambine, molti altri lo difesero a spada tratta; i dirigenti della diocesi si schierarono sempre dalla sua parte, invitando i parrocchiani a tollerarne la presenza e insinuando che chi gli si opponeva avesse dei meschini secondi fini.

    Nel frattempo, con ritmo implacabile, iniziarono a emergere i segni delle violenze pregresse, le ferite del passato. Al vescovo vennero infatti recapitate in quel periodo (siamo alla metà degli anni Novanta) almeno due lettere riguardanti gli abusi commessi dal prete durante vari momenti della sua carriera. Nella prima si leggono queste parole: «Stimato signor Vescovo, sono a conoscenza di tali molestie da 26 anni e da allora mi trascino questo senso di colpa. Con questa mia lettera, rimetto però ora a Lei, Rev. signor Vescovo, la grande responsabilità e questione di coscienza, liberandomi da ogni senso di colpa. Non riesco a immaginarmi che la Curia non sappia nulla di questa offesa, dal momento che questo problema era stato sollevato, con grande enfasi, già 26 anni fa presso l’allora Vicario generale [N.d.A.: Johannes Untergasser]. All’epoca – per quanto ne sappia – la Curia non fece altro che rimuovere il cooperatore in questione dalle sue funzioni di catechista e cooperatore – di punto in bianco. Personalmente, non ho notizie di alcuna terapia. In autunno il cooperatore in questione veniva insediato in una nuova parrocchia».

    L’autrice della seconda lettera incontrò di persona il vescovo Egger, che alla sua denuncia replicò che non poteva farci nulla. Secondo il racconto della donna raccolto dal Centro di Ascolto della diocesi nel 2022, dinanzi alla descrizione delle malefatte del prete l’alto prelato si mise le mani tra i capelli e sbottò con una frase riferita in generale ai preti abusatori: «Cosa dovrei fare con questi uomini?».

    Nel corso delle conversazioni che ebbero con il prete dopo questi fatti, i dirigenti della diocesi (Vescovo e Vicario Generale) si premurano di avvertire amichevolmente il prete che il clima sociale stava cambiando, che certi suoi comportamenti avevano una maggiore probabilità di essere denunciati alla giustizia civile, che la gente era ormai divenuta “molto sensibile” a queste questioni. Il prete rispose a queste affettuose raccomandazioni con la generica promessa di ravvedersi e cambiare condotta.

    L’istituzione nella diocesi, nel 2010, dello Sportello di Ascolto portò in emersione molti altri abusi commessi dal sacerdote. In una email un fedele riferiva che anni prima, in un colloquio con un gruppo di genitori di bambine di età compresa tra i sei e gli otto anni abusate dal prete, il vescovo avrebbe acconsentito a spostare il sacerdote in un’altra parrocchia solo dopo che i genitori avevano minacciato di impedire che la banda del paese accompagnasse, come di consueto, l’annuale processione religiosa. In altre lettere giunte allo Sportello si trova il racconto di dolorose rimozioni, di anni di psicoterapia necessari per far emergere il ricordo delle violenze e di un «gran mal di pancia» per il fatto che a quel prete era stato concesso di abusare ancora e impunemente. Tra gli altri, al Centro di Ascolto diocesano si rivolse anche una donna afflitta da una grave disabilità fisica e impossibilitata a reagire, da bambina, alle violenze messe in atto dal prete ai suoi danni. In risposta a questa marea di accuse il vescovo si dichiarava scioccato dall’apprendere di quegli atti e pronto a indicare alle vittime il nome di una brava psicoterapeuta di sua fiducia.

    È solo quando le accuse precipitate sul capo del sacerdote assunsero la consistenza di una valanga, cioè dopo circa mezzo secolo di violenze, che il vescovo di Bolzano provvide in primo luogo a sospendere il prete dall’ufficio di parroco e da ogni attività pastorale e sacerdotale e poi a coinvolgere finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede, che aprì un fascicolo sul caso. In ragione del fatto che i reati commessi dal sacerdote erano ormai prescritti sul piano penale canonico e della sua ragguardevole età, la diocesi decise di metterlo a riposo e collocarlo in un pensionato. Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede chiuse presto la pratica, dichiarandosi d’accordo con la Diocesi sull’opportunità di non procedere per via giudiziaria contro il sacerdote.

    Nel rendere pubbliche le sue decisioni sulla messa a riposo del prete, dopo aver affermato di essere solidale con le vittime, il vescovo Golser non mancò di invocare come giustificazioni per il comportamento dei suoi due predecessori, da un lato, la buona fede circa l’efficacia nel risolvere il problema dei provvedimenti di trasferimento, dall’altro, le scarse «conoscenze psicologiche» possedute un tempo circa i danni provocati dalle violenze sessuali sui minori.

    Il suo vice, il Vicario Generale, si mostrò più restio a dismettere gli abiti dell’insabbiatore. In un’intervista a un’emittente locale in riferimento alle violenze commesse dal sacerdote disse che «non erano chissà quali molestie». Quando poi l’abusatore compì il suo mezzo secolo di sacerdozio gli indirizzò questo messaggio quanto mai cordiale e affettuoso: «Caro confratello – scrisse l’alto prelato – ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della Tua ordinazione sacerdotale. In questa occasione, desidero porgerti i miei più cordiali auguri e felicitazioni, esprimendo altresì la mia gratitudine per tutto il bene che hai fatto nella cura d’anime in questi lunghi anni di sacerdozio. Hai usato i talenti, che il Signore ti ha donato, per il Regno di Dio. Che il Signore ti accompagni con la sua benedizione».

    Logica e dinamica di un sistema perverso

    Il caso che ho raccontato suggerisce, in prima battuta, tre considerazioni.

    La prima è scontata e riguarda un dato che chi ha seguito altre vicende analoghe poteva facilmente immaginare anche senza leggere il report: la diocesi era perfettamente a conoscenza dei comportamenti delittuosi del sacerdote, ma non li ha mai ritenuti sufficienti per sospenderlo dagli incarichi pastorali, né tantomeno per sanzionarlo in alcun modo. L’impressionante quantità di violenze commesse su bambine in età prepuberale non ha arrestato la carriera di quel prete, culminata con la promozione a parroco. È stato solo con il cambiamento del clima sociale, con la diminuzione della tolleranza verso questo genere di crimini, che la diocesi, dopo decenni di ostinata complicità, si è trovata costretta a rimuovere il sacerdote dal servizio attivo.

    Le motivazioni che il vescovo Golser ha presentato, a conclusione della vicenda, per giustificare il comportamento dell’istituzione nei confronti dell’abusatore non sono credibili. Non lo sono né la presunta convinzione che i trasferimenti fossero sufficienti a risolvere il problema, né l’affermazione circa le scarse conoscenze delle conseguenze psicologiche delle violenze. Sul primo versante, basti dire che il prete è stato trasferito più di dieci volte e che in ogni nuova sede ha compiuto le medesime nefandezze. Possiamo davvero pensare che chi dirigeva la diocesi fosse così stolto da non comprendere che gli spostamenti non facevano diminuire nel sacerdote la propensione a commettere crimini sessuali? Sul secondo versante, si può forse dire che la consapevolezza dei danni psicologici provocati dagli abusi fosse, alcuni anni orsono, inferiore a quella attuale, ma non si può certo sostenere che non si sapesse anche allora che si trattava, da ogni punto di vista, incluso quello canonico, di crimini gravi che lasciavano ferite profonde in coloro che li subivano e nel tessuto ecclesiale.

    La verità è che la Chiesa ha a lungo e deliberatamente ignorato il tema, badando piuttosto a tutelare la propria reputazione e quella dei propri funzionari, confidando in una vasta rete di complicità e connivenze. Come abbiamo visto, lo spettro di un mancato accompagnamento musicale a una processione religiosa è sembrato valere, agli occhi dei vescovi, di più dell’integrità fisica e psichica delle bambine che frequentano le chiese.

    E veniamo così alla seconda considerazione, meno scontata della prima. Essa concerne appunto le collusioni e le correità. A risultare evidenti nel caso che ho descritto sono senza dubbio quelle del laicato cattolico. Molti dei laici impegnati nelle varie parrocchie nelle quali il prete violento ha prestato servizio sono stati testimoni degli abusi commessi, in qualche caso a danno delle loro stesse figliuole. Quei laici e quelle laiche erano perfettamente consapevoli dei danni prodotti dalle violenze del prete e infatti hanno immancabilmente reagito facendo pressioni sui vertici diocesani perché venisse trasferito altrove. Non lo hanno tuttavia mai denunciato alle autorità civili e non paiono essersi preoccupate minimamente dei guai che costui avrebbe potuto combinare nella successiva sede di assegnazione. Al contrario, è soprattutto a lui, all’abusatore e ai suoi malesseri, che hanno rivolto la loro sollecitudine, le loro premure. Una volta venuti a conoscenza delle sue azioni sui minori, hanno cercato, in sintonia con i vertici della diocesi, di convincerlo a curarsi e a ritrovare una qualche forma di equilibrio mentale.

    In almeno un paio di casi, la solidarietà con l’abusatore è divenuta addirittura difesa esplicita ,con la richiesta perentoria di continuare ad averlo in servizio come sacerdote nella propria parrocchia; una postura che mi ha ricordato quella emersa in un piccolo Comune del bergamasco alcuni anni fa, quando il sacerdote condannato in via definitiva per abusi ai danni di una minorenne ottenne la solidarietà rabbiosa di centinaia di parrocchiani sottoscrittori di una lettera nella quale si difendeva a spada tratta la tesi della sua assoluta innocenza (e della malafede della vittima).

    A ogni modo, l’insieme di queste collusioni rendono evidente la radice della malattia che qui, come in un’infinità di altri luoghi, si è manifestata. Possiamo definirla in modo sintetico “clericalismo”3. Esso consiste nel considerare i sacerdoti, per via del sacramento che hanno ricevuto e delle funzioni che svolgono, delle persone “speciali”, delle figure sacre, mediatori esclusivi tra Dio e gli uomini, titolari legittimi di una cospicua quantità di diritti superiori rispetto a quelli posseduti dalle persone comuni e quindi meritevoli di una speciale protezione da parte dell’istituzione e del popolo. È questo elemento culturale e politico condiviso da tanti, preti e laici, a fare da perno all’intero sistema di complicità, connivenze e coperture delle quali i sacerdoti abusatori hanno potuto godere così a lungo. Se non lo si sradica del tutto non si risolverà mai il problema degli abusi nella Chiesa.

    Fare questa affermazione non significa negare le responsabilità individuali (quelle dei singoli parroci, dei vescovi, dei laici coinvolti in casi come questo), ma piuttosto intravedere al fondo delle vicende di abuso un elemento comune, una causa concomitante, un fattore scatenante che rimanda al rapporto tra l’istituzione e il suo popolo, ai rapporti di potere, ai ruoli sacri, alle fonti della legittimità pastorale a guidare il gregge.

    E veniamo alla terza e ultima considerazione.

    Come ho raccontato, l’estensore di una lettera indirizzata al vescovo ha riferito il fatto che, in almeno una circostanza, il prete abusatore avrebbe respinto sdegnato ogni rimprovero ricevuto dal suo parroco e che addirittura avrebbe cercato di convincere prima le sue piccole vittime, poi i loro compagni di classe e infine i loro genitori che non c’era nulla di male nei suoi gesti e che in ogni caso di questi avrebbe risposto solo a Dio nel giorno del giudizio.

    Non siamo a conoscenza del profilo psicologico del sacerdote, ammesso che ne sia mai stato tracciato uno, ma mi sento di dire che l’arroganza e l’impudenza di cui costui ha fatto mostra in questo episodio autorizzano a pensare che egli si fosse davvero convinto di poter scavalcare ogni limite morale, di godere di una sorta di esenzione dalle norme ordinarie di comportamento sociale. Nell’idea di un uomo adulto di istruire una sorta di processo a se stesso in un’aula di catechismo, di ascoltare ivi le piccole testimoni e poi di emettere una sentenza di piena assoluzione a proprio favore comunicata poi ai genitori delle bambine si intuisce l’eco di una patologia psichica, ma si tratta di un male che affonda le sue radici nell’immaginario clericale, nella convinzione di occupare una posizione talmente superiore nella scala sociale e morale da consentire non solo di perpetrare il male e restare impuniti, ma anche di farlo passare come bene, di abusare e poi di attribuire a quel gesto un significato innocente e positivo. In questo modo, il crimine è stato, seguendo una logica francamente aberrante, non solo commesso, ma anche derubricato come tale e quindi legittimato, nobilitato, elevato a sintomo di una condotta esemplare.

    È in definitiva questa, per la società e per la Chiesa, l’implicazione sistemica più catastrofica degli abusi che ho riportato, delle violenze commesse in Alto Adige su bambine di meno di dieci anni: il fatto che il loro autore, fattosi legislatore, divenuto autorità assoluta, li abbia trasformati in atti perfettamente morali e che nessuno, per decenni, abbia neppure tentato di impedirglielo.

    Concludendo, gli ottimisti commenteranno che si tratta di eventi del passato, che oggi una vicenda del genere non sarebbe più possibile. Io non ne sono per nulla sicuro. Molti ambienti cattolici non hanno ancora maturato la consapevolezza che ai preti non si può consentire tutto, che a loro va sbarrata la strada quando usano il loro potere per compiere azioni che la morale comune considera abbiette.

    La recente vicenda del vescovo insabbiatore (come egli stesso si è definito in una conversazione con il prete della sua diocesi condannato per abusi) Rosario Gisana ci ricorda che l’attitudine a tutelare in primo luogo l’onorabilità e il prestigio della casta clericale è ancora, malgrado le dichiarazioni di buoni propositi e le limitate riforme interne, molto diffuso nella Chiesa cattolica italiana4.

    Tra i segnali negativi giunti di recente dalla comunità ecclesiale va annoverata anche la mancata reazione alla pubblicazione del report della diocesi di Bolzano. Ci saremmo infatti aspettati che, sull’onda della diffusione dei dati e delle analisi contenute nel rapporto, come è avvenuto nella vicina Germania, decine di diocesi italiane, ansiose di recuperare la fiducia e il rispetto dei fedeli, si sarebbero precipitate a imitare l’indagine altoatesina, mettendo a diposizione di team di ricerca indipendenti i propri archivi, avviando un grande processo di cambiamento e rigenerazione istituzionale e morale. Ci saremmo anche aspettati che dall’opinione pubblica, dai giornali, dai social, dalle parrocchie si alzasse perentoria una domanda di verità, che si iniziasse a pretendere che la Chiesa ammetta i suoi errori e mostri di voler davvero voltare pagina inaugurando una nuova era.

    Non è successo nulla di tutto questo. Le masse cattoliche e laiche si sono mostrate indifferenti alla novità che è giunta da Bolzano e i giornali non hanno mutato di una virgola la loro linea editoriale sulla Chiesa, continuando a dare ampio spazio a temi quali le vacanze del papa, le iniziative caritative di Sant’Egidio o le ultime valutazioni sulla politica italiana del nonagenario cardinal Ruini. Della questione degli abusi del clero nessuna traccia se non, per un paio di giorni, in occasione dell’apertura di un’indagine su un sacerdote o per una condanna del medesimo in qualche grado di giudizio. Notizie comunque confinate alle pagine di cronaca, pura attualità.

    L’imponente dimensione sistemica, insieme culturale, spirituale e politica, legata agli abusi del clero sui minori rimane in Italia un tema tabù, un gigantesco rimosso che rende illusorio qualsiasi proposito di rinnovamento ecclesiale, condannando nei fatti la Chiesa italiana a occupare, ormai in estrema solitudine sul suolo europeo e con il solo sostegno di un’opinione pubblica nazionale accondiscendente e connivente, una posizione di retroguardia iperconservatrice e orgogliosamente patriarcale. Insidiarla sarà ancora per molto tempo praticamente impossibile.

    Note

    1. https://www.bz-bx.net/it/perizia.html

    2. Mi limito a citare qui qualcuna delle più note: quella francese della commissione Ciase, quella tedesca dello Studio MHG, quella dell’irlandese commissione Murphy, quella ad ampio spettro promossa dal governo australiano attraverso la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse.

    3. Sul clericalismo si vedano tra gli altri: Doyle, T. P. (2006), Clericalism: Enabler of Clergy Sexual Abuse. Pastoral psychology, 54(3), 189-213; Shaw, R. (2011). To Hunt, to Shoot, to Entertain: Clericalism and the Catholic Laity. Wipf and Stock Publishers; Doyle, T. P. (2016), Clericalism and catholic clergy sexual abuse. In Predatory priests, silenced victims (pp. 147-162). Routledge.

    4. https://tg24.sky.it/cronaca/2024/12/13/prete-condannato-violenza-sessuale-enna-indagato-vescovo

    https://www.adista.it/articolo/75119

  • Jorge Cardona Llorens: “Un bambino non smette di essere bambino solo perché attraversa un confine”

    Jorge Cardona Llorens: “Un bambino non smette di essere bambino solo perché attraversa un confine”

    Il professor Carlos Gil Gandía organizza questo martedì un seminario sulla migrazione (9 ore nella Sala dei Titoli della Facoltà di Giurisprudenza dell’UMU) che vedrà la presentazione inaugurale dell’ex membro del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti del Bambino, Jorge Cardona (Valencia, 1957), sui minori stranieri non accompagnati, il gruppo vulnerabile più incisivo della Regione di Murcia negli ultimi anni. Avviso ai marinai: “Il termine ‘minerale‘ non dovrebbe essere usato perché è stigmatizzante.”

    Stiamo fallendo come paese quando non riusciamo a metterci d’accordo sulla distribuzione dei bambini senza genitori?

    La responsabilità nei confronti dei bambini che arrivano nel nostro paese da soli è collettiva. Tuttavia, la solidarietà non si ottiene con l’imposizione, ma attraverso un impegno condiviso, e per questo la cosa importante è convincere e negoziare.

    Ci sono stati imperialisti in guerra con l’ONU e che rifiutano la cooperazione

    Sembra complicato negoziare in tempi di tanta polarizzazione.

    Beh, in tempi di tanta polarizzazione, quello che dobbiamo fare è non trasformare i bambini in danni collaterali. Non possiamo giustificarci sulla base del fatto che la società sia polarizzata e faccia tutto il male. Dobbiamo lavorare per depolarizzare la società, dialogare, dialogare, parlamentare.

    La protezione legale dei minori non accompagnati viene violata in Spagna?

    Un bambino, attraversando un confine, non cessa di essere un bambino. È sempre un bambino. La Convenzione sui diritti dell’infanzia afferma che i bambini sono soggetti a diritti ovunque si trovistano, qualunque sia la loro origine, che siano entrati in modo regolare o irregolare, che abbiano un orientamento sessuale o un altro, che abbiano o meno una disabilità. Inoltre, ognuno è un’individualità perché ha una storia propria dietro. Alcuni fuggono dalla violenza, altri fuggono dalla guerra, altri ancora fuggono dalla mancanza di opportunità. La loro protezione viene messa in discussione quando i Servizi di Protezione dell’Infanzia non dispongono delle risorse e della formazione necessarie. Alla fine, le istituzioni non esistono, ciò che esiste sono persone che devono essere pronte a prendersi cura dei minori.

    La solidarietà non si ottiene con l’imposizione, ma con l’impegno condiviso

    La Convenzione sui diritti del bambino è in pericolo? L’ONU è sempre più distratta.

    Ci sono stati in guerra con l’ONU, stati imperialisti ed egoisti che non vogliono cooperazione. Lo stanno attaccando riducendo le sue risorse non pagando la quota. Non sono solo gli Stati Uniti, è la Germania, la Francia, il Regno Unito, ci sono molti che non pagano o pagano molto tardi. Pertanto, non sono a rischio solo i diritti del bambino, ma anche i diritti umani. Se oggi siamo chiari sulle regole per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, è grazie all’ONU. Se oggi abbiamo una convenzione sui diritti delle persone con disabilità affinché siano considerate suddite dei diritti su una base di parità rispetto agli altri, è grazie all’ONU. Quando le Nazioni Unite vengono attaccate, tutti i sistemi creati per proteggere i diritti delle persone in una situazione di maggiore vulnerabilità sociale vengono attaccati.

    Come sarebbe un mondo senza l’ONU?

    Il problema è che vogliono smantellare il sistema che abbiamo creato dopo la Seconda Guerra Mondiale senza prima costruirne uno nuovo. L’unica cosa certa è che finirà per colpire seriamente i più deboli: bambini, persone con disabilità e tutti coloro che si trovano in una situazione di vulnerabilità a causa di stereotipi sessisti, abilisti e centrati sugli adulti.

    I paesi di origine non garantiscono mai la protezione dei bambini se ritornano

    Sa che nella Regione di Murcia Vox sta ponendo molta attenzione sui minori migranti, arrivando persino a mobilitare i quartieri contro tutti i centri di protezione.

    È necessario spiegare la realtà. Ciò che spaventa di più è ciò che è sconosciuto. Quando una persona entra in contatto con quei bambini che arrivano e scopre la storia dietro ciascuno di essi, è incapace di pensare che debba essere cacciata, anche se vota per Vox. Questo partito gestisce un discorso all’interno dell’ignoranza e, inoltre, dell’uso della paura. Il problema nasce quando questi messaggi ricevono risposta con il silenzio invece che con parole per spiegare le cose. Dobbiamo trasferire tutte le storie magnifiche e di successo che sono state prodotte grazie a una buona integrazione di ragazzi e ragazze ricevute dalla nostra società. D’altra parte, da un punto di vista strettamente economico, sono il nostro futuro. Le famiglie spagnole non hanno figli e, come se non bastasse, sta avvenendo una società che invecchia. Molti dei giovani che arrivano sono quelli che accederanno al mercato di lavoro E garantiranno che possiamo continuare a mantenere le pensioni grazie ai loro contributi. Quindi, quello che dobbiamo fare è addestrarli bene, aiutarli e capire quale sia quella situazione.

    Non sembra che si fermeranno. Questo discorso dà voti.

    Perché mescolano molti concetti apposta. Ad esempio, nella situazione di disoccupazione O un impiego precario, invece di lavorare per garantire salari decenti per tutti, assicurano alle persone che se il loro stipendio è pessimo è perché c’è uno straniero che guadagna ancora meno ed è per questo che non vengono pagati di più. Inoltre, utilizzano formule semplicistiche, che mancano della minima base scientifica o di realtà. Capita anche che, molte volte, le persone non sentano voglia di pensare molto a causa dell’eccesso di informazioni e delle ‘fake news’ sui social network.

    I minori migranti stanno fuggendo, non vengono per via del teppismo

    La disinformazione scoraggia i cittadini?

    Abbiamo un serio problema di accesso a informazioni reali e autentiche. Dobbiamo pensare in modo ragionevole, sappire che con uno slogan o con un messaggio di 140 caratteri dal vecchio Twitter non si può costruire un discorso che valga la pena. È necessario che la società venga consapevole e abbia il sostegno delle istituzioni affinché ci sia un’istruzione solida nelle scuole. Gli studenti di oggi delle scuole primarie, secondarie e universitari sono i cittadini che costruiranno la società spagnola per i prossimi quarant’anni. Richiede anche la garanzia che i media combatteranno contro queste fake news e, perché no, imporranno sanzioni a chiunque diffonda anonimamente bugie e insulti dai social network. Finché si sentiranno impuniti, continueranno a farlo. Solo così creeremo una società coerente, di supporto e democratica.

    Il governo regionale vuole promuovere accordi con paesi terzi per quella che chiamano riunificazione familiare dei minori stranieri non accompagnati. Stiamo affrontando una deportazione segreta?

    Ciò che è sconosciuto fa paura, quindi la verità sulla migrazione deve essere spiegata

    Senza coprirsi. La nostra legislazione prevede che quando un bambino arriva da solo in territorio spagnolo, i servizi di protezione debbano accoglierlo. Questi bambini possono essere restituiti quando i servizi sociali dei loro paesi garantiscono che torneranno in un ambiente sicuro. Quello che succede è che questo non accade. Se una ragazza è fuggita dal suo paese perché è stata violentata dal padre, non possiamo restituirla a quel padre. Se un bambino ha lasciato il proprio paese perché sta per essere reclutato da un gruppo armato, non possiamo restituirlo. Se una ragazza ha lasciato il suo paese perché è vittima di violenza, non possiamo riportarla indietro. E se un bambino è fuggito perché è l’unica via d’uscita dalla fame, non possiamo riportarlo a morire di fame. Poiché i servizi sociali dei paesi da cui fuggono i bambini non garantiscono mai che i loro diritti vengano rispettati, non vengono restituiti. Ricordo la crisi causata dal ministro Fernando Grande-Marlaska, quando si dedicò a Melilla a riportare i bambini in gruppi di 25 senza conoscere la situazione di ciascuno di loro. Fortunatamente, il Comitato per i Diritti del Bambino riuscì a fermarlo.

    Si sostiene spesso che sia meglio per loro stare con i genitori.

    Ogni caso deve essere studiato. Cerchiamo sempre di parlare dell’origine di ciascuno dei bambini, ma non dobbiamo dimenticare che sono persone vulnerabili che stanno fuggendo. Non vengono perché nessuno di loro ha inventato un teppismo.

    Intervista con Jorge Cardona Llorens | Jorge Cardona Llorens: “Un bambino non smette di essere bambino solo perché attraversa un confine”